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2023-07-10
I Brics valgono il 30% del Pil globale
- Con 3 miliardi di persone e il 30% del Pil globale, l’alleanza informale tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che presto terranno il loro vertice annuale, sfida il dominio globale americano. E le domande per entrare nel «club» sono in crescita.
- L’esperto Lucio Caracciolo: «Arduo definire i cinesi alleati di New Delhi. E coi russi l’amicizia è limitata».
- Il docente Alessandro Colombo: «Questi Stati rifiutano la logica bipolare democrazie contro autocrazie».
Lo speciale contiene tre articoli.
Sbaglia chi pensa che il mondo si stia spaccando in due, Occidente da un lato e Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dall’altro. I cinque Paesi del «Sud del mondo», tre dei quali rientrano tra le prime dieci potenze economiche mondiali, guidano un gruppo destinato ad accogliere, a breve, molti altri Stati emergenti. Perseguono tuttavia strategie geopolitiche alternative alla logica conflittuale dei due blocchi - sulla base della quale l’America ha esteso la sua influenza in Occidente - pur rappresentando, di fatto, una sfida al dominio globale americano.
Quando nel 2001 si cominciò a parlare delle cinque maggiori economie emergenti, acronomizzandole in Bric (senza la S del Sudafrica, che si unì poco dopo), l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill ne pronosticò una crescita che in effetti è andata oltre le migliori previsioni: se questi Paesi nel 2001 rappresentavano il 16% del Pil mondiale, da allora il loro peso è raddoppiato (31,5% nel 2023) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) prevede che nel 2025 arrivi al 40% del Pil globale. Quanto all’andamento del potere d’acquisto, se nel 2001 quello dei Brics era al 18,8% e quello dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) al 42,8%, dieci anni dopo le distanze si sono accorciate; dopo il gran sorpasso del 2020, gli equilibri sono oggi capovolti: Brics 32%, G7 29,6%. Questa crescita costante nel 2009 ha portato culture e sistemi politico-economici profondamente differenti a riunirsi ufficialmente nel gruppo Brics. Da allora a oggi Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno svolto un ruolo fondamentale come motori della crescita economica globale, che lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso, per diverse ragioni, cruciale.
Innanzitutto, pur non essendo alleati strategici della Russia, nessuno di questi Stati ha voluto aderire alle sanzioni imposte dall’Occidente per indebolire Mosca. L’«operazione finanziaria speciale» di Ue e Usa, che ad aprile 2022 hanno congelato parte dei 643 miliardi di dollari russi custoditi nelle banche occidentali, doveva sorprendere la Russia e il rublo perché concepita sullo schema del dollaro come valuta di riferimento globale. I Brics hanno rovesciato le carte in tavola intensificando gli scambi commerciali con Mosca in valuta locale: la Cina ha cominciato ad acquistare carbone e petrolio russi pagandoli in yuan cinesi anziché in dollari, l’India ha pagato direttamente in rubli e da marzo 2023 perfino la Francia ha abbandonato il dollaro Usa per acquistare dalla Cina gas naturale liquido (gnl) pagandolo in yuan. La strada della dedollarizzazione - uno degli obiettivi che accomuna i Paesi Brics - sembra insomma segnata. Non va dimenticato il pronostico della prima direttrice generale aggiunta del Fmi, Gita Gopinath, che già ad aprile 2022 aveva avvisato: «Le sanzioni minacciano di indebolire il dominio del dollaro e possono tradursi in un sistema monetario internazionale più frammentato». Un anno dopo, alcuni media asiatici hanno reso noto che i Brics starebbero pianificando di introdurre una nuova valuta commerciale ancorata all’oro e avrebbero posto l’argomento all’ordine del giorno del prossimo meeting annuale previsto a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Leslie Maasdorp, vicepresidente della New Development Bank - contraltare Brics del Fondo Monetario - ha smentito la notizia definendola «un’ambizione a medio-lungo termine», ma la rotta è segnata, e rappresenta la più temibile sfida dei Paesi del «Sud del mondo» al sistema di Bretton Woods, che ha garantito per decenni la centralità del dollaro. Se il progetto prendesse forma, gli Stati Uniti perderebbero del tutto la loro egemonia.
Le previsioni di Gopinath trovano conferma nel proseguimento degli scambi commerciali tra gli altri Paesi dei Brics e la Russia nonostante le sanzioni, che rende la guerra economica dichiarata da Usa ed Ue a Mosca un’arma spuntata: a un anno e mezzo dall’inizio delle ostilità e dall’attivazione del primo round di sanzioni (oggi siamo all’undicesimo), la Russia non ne è uscita con le ossa rotte. Anzi, in Germania alcuni analisti parlano di «rinascita economica» dell’orso russo, che in prospettiva potrebbe consolidarsi grazie al boom dell’economia di guerra, all’aumento dei salari reali e al calo dell’inflazione, risultati conseguiti grazie anche alla collaborazione dei Brics.
L’altra ragione che pone queste nazioni al centro dei colloqui diplomatici internazionali è il tentativo, finora vano, di coinvolgerle attivamente nel sostegno militare all’Ucraina: i Brics, che rappresentano 3,2 miliardi di cittadini (contro i 950 milioni dei Paesi Nato) non sostengono il conflitto ucraino. A cominciare dal presidente del Brasile, che a febbraio è andato in visita a Washington. Luiz Ignacio Lula da Silva ha trovato la quadra con Joe Biden praticamente su tutto, ad eccezione del dossier Ucraina: «Se inviassi armi, mi unirei alla guerra. Non voglio unirmi alla guerra, voglio la pace», ha detto Lula al presidente americano, confermando la neutralità di Brasilia. Secondo quanto riferito sul Paìs dallo storico Luuk van Middelaar, Lula si sarebbe anche lasciato sfuggire una dichiarazione informale, ma netta, contro la centralità del dollaro.
L’incontro del presidente indiano Narendra Modi con Joe Biden, che si è tenuto a fine giugno a Washington, ha avuto più o meno lo stesso esito: Biden ha cercato di dare nuovo impulso alla coalizione Quad, che comprende India, Giappone e Australia e ha come obiettivo l’accerchiamento geografico della Cina. Modi ha annunciato una serie di investimenti in tecnologia militare statunitense, che affrancherebbero Nuova Delhi dall’acquisto di quella russa. Ma anche l’India, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, rimane al momento neutrale.
È tornata a mani vuote anche il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock, che due settimane fa è andata in Sudafrica per tentare di convincere le autorità a sganciarsi dall’influenza russa e unirsi alle manovre in favore di Kiev. Baerbock si è fatta precedere da un suo articolo, pubblicato sul quotidiano sudafricano Sunday Times, incentrato sulla consueta retorica solidaristica dell’aggressore alle porte di casa: «Capisco che ci si possa domandare perché intervenire in un Paese distante 9.000 chilometri», ha scritto Baerbock, «ma incoraggio tutti a chiedersi: quale reazione mi aspetterei dalla comunità internazionale se questa guerra si svolgesse nel mio territorio?». Pretoria non si è intenerita e ha mantenuto la sua posizione, che va oltre la neutralità: deve infatti render conto dell’incidente del Lady R, il cargo russo che - secondo le accuse dell’ambasciatore statunitense in Sudafrica - sarebbe approdato alla base navale di Simon’s Town, vicina a Città del Capo, per caricare forniture militari. Le autorità sudafricane hanno smentito e tentano di smorzare i toni, ma Pretoria potrebbe perfino pensare di revocare la sua adesione alla Corte de L’Aia dopo il mandato di cattura internazionale contro Vladimir Putin per crimini contro l’umanità, che obbligherebbe le autorità sudafricane ad arrestarlo se si recasse al vertice Brics di fine agosto.
La manovra di accerchiamento dei Brics è andata male anche ad Emmanuel Macron. Il presidente francese, attraverso il ministro degli esteri Catherine Colonna, aveva fatto sapere che avrebbe partecipato «volentieri» al vertice di Johannesburg, ma la Russia ha posto il veto: «Onestamente non sappiamo come, in quale veste e con quale obiettivo il presidente Macron dovrebbe partecipare», ha dichiarato il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, mentre il vice-ministro degli esteri sovietico Sergey Ryabkov - sottolineando che i Paesi Brics rifiutano le sanzioni unilaterali inflitte a Mosca - ha definito la richiesta «del tutto inappropriata».
C’è un terzo elemento che pone i Brics al centro della tessitura diplomatica occidentale, ed è la mole di richieste di adesione pervenute, che ha subìto un’impennata da quando è scoppiato il conflitto ucraino: ai Paesi fondatori - che già da soli rappresentano circa il 26% dell’area geografica mondiale e il 40% della popolazione mondiale - sono giunte le richieste di adesione formale di Algeria, Arabia Saudita, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Indonesia e Iran, mentre hanno manifestato interesse a entrare Afghanistan, Bielorussia, Kazakistan, Messico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sudan, Siria, Thailandia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Zimbabwe. Sia chiaro: non tutti entreranno necessariamente a far parte dei Brics, che restano un’entità troppo eterogenea per poter essere indicata come «alleanza». Ma è significativo che tra i Paesi formalmente applicanti figuri l’Arabia Saudita, che per decenni ha perseguito politiche di vicinanza con gli Usa, o lo stesso Egitto, Paese nell’orbita del Regno Unito. È indicativa anche la richiesta, non ancora accettata, della Turchia, nazione ponte tra Islam ed Europa, che vent’anni fa aveva tentato l’adesione all’Ue, respinta da diversi Stati membri tra cui la Francia: la miopia dei leader europei di allora ha spinto sempre di più Ankara tra le braccia dell’altra parte del mondo.
La partita di questi Paesi, insomma, è più che mai aperta, ma le logiche occidentali non riescono ad intercettarla: i Brics vogliono sfuggire allo schema della contrapposizione, non cercano la guerra ma la pace, che porta benessere nei loro territori; non cercano collocazione in uno schema unipolare ma hanno una visione multipolare, in cui le geometrie sono variabili, a seconda degli interessi. Ed è forse in questo senso che la loro strategia, di fatto, rappresenta una sfida al dominio globale americano. Negli ultimi venticinque anni gli Stati Uniti hanno coinvolto l’opinione pubblica occidentale in nome della logica dello «scontro delle civiltà» teorizzato da Samuel Huntington e Francis Fukuyama. Ma è dal collasso del sogno americano, precipitato nell’incubo della cultura woke, che questi Paesi trovano, oggi più che mai, la loro ragion d’essere.
«Non è un blocco politico-militare ma l’egemonia degli Usa è a rischio»
Lucio Caracciolo (Imagoeconomica)
«Non credo che esista alcun tipo di “blocco” o “alleanza” Brics», dice Lucio Caracciolo, giornalista e direttore della rivista di geopolitica Limes. «Prendiamo l’India e la Cina: è difficile immaginarli alleati. E anche la famosa “amicizia senza limiti” fra Russia e Cina si sta rivelando ogni giorno più limitata».
I Brics non rappresentano una sfida al dominio globale americano?
«Partendo dal presupposto che una contrapposizione tra Brics e Nato non ha alcun senso, questi Paesi entrando nel “club” possono trovare intese privilegiate».
Qual è il loro obiettivo?
«Avere una sorta di upgrading sulla scena mondiale, per accedere a un livello di relazioni con le grandi potenze. Questo vale soprattutto per chi non occupa il centro di quella scena, ad esempio Brasile, Sudafrica e direi anche l’India».
Tutto qui?
«Questi Paesi hanno motivo di non aderire a un’idea di dominio assoluto americano o occidentale, quindi sia per ragioni geopolitiche che per ragioni ideologiche si è creato questo “nucleo gassoso” che non vuole stare sotto l’orbita americana ma neanche cinese, anche se magari ha buone relazioni con Pechino».
Come definirebbe questa aggregazione?
«Non di tipo strategico né tantomeno militare, ma di tipo politico, diplomatico ed economico, dossier per dossier».
Che tipo di impatto hanno i Brics sul sistema internazionale?
«Costituiscono una complicazione, nel senso stretto del termine, perché aggiungono altre relazioni internazionali a un sistema che da almeno trent’anni ha perso la sua coerenza e vive una evidente crisi di egemonia americana. Ciò libera una quantità di energie che una volta erano compresse o comunque inscritte in un sistema guidato dall’America. Il caso dell’Arabia Saudita (che ha fatto richiesta di adesione ai Brics, ndr) è evidente».
Pur non essendo un’alleanza, questi sistemi potrebbero minacciare l’egemonia del dollaro?
«Questo è un discorso corretto in assoluto, nel senso che gli Stati Uniti non solo non possono, ma nemmeno vogliono più occuparsi del resto del mondo. Ciò condurrà inevitabilmente a una crisi del cosiddetto privilegio esorbitante del dollaro, paradossalmente accentuata dal sistema sanzionatorio Usa».
Nessuno dei Paesi Brics aderisce alle sanzioni.
«Ormai le sanzioni sono un colabrodo e neanche gli americani le rispettano».
In effetti le materie prime che alimentano le centrali nucleari Usa sono russe, così come i concimi che sostengono l’agricoltura statunitense. A cosa porterà tutto ciò?
«A una specie di maionese impazzita: pensiamo al famoso sequestro dei patrimoni russi, che viola il principio della proprietà privata. Le sanzioni a mio avviso sono state concepite più per simulare coesione che per colpire la Russia».
Macron ha chiesto di partecipare al vertice Brics previsto a fine agosto…
«È la conferma dello stato di confusione in cui versa la Francia. C’è talmente tanto caos che perfino alcuni Paesi Nato giocano su diversi tavoli».
L’Italia avrebbe dovuto avanzare la stessa richiesta?
«Credo che l'Italia negli ultimi anni abbia avuto una vocazione abbastanza marcata a non fare politica estera: ci limitiamo a guardare in quale direzione vanno gli Usa, cerchiamo di imitarli ma è complicato perché cambiano idea molto spesso. In Europa siamo riusciti a litigare contemporaneamente con i francesi e con i tedeschi, stiamo inseguendo gli ungheresi e polacchi, non è chiaro quale tipo di politica stiamo perseguendo».
I Brics rappresentano 3 miliardi di cittadini e hanno in comune economie in crescita.
«Sono organizzazioni un po’ casuali di Stati che una volta afferivano a sistemi con una chiara impostazione gerarchica, ma immaginare che ci siano tre miliardi di persone che si sono unite contro l’America, proprio no. Alcuni di loro possono mettersi d’accordo su questioni di tipo politico o perfino militare, ma sempre e soltanto su base ad hoc».
Noi occidentali le vediamo come autocrazie…
«Nelle accademie si cerca di distinguere tra interessi e valori, ma nella vita reale questa distinzione non esiste».
«Nel nuovo mondo l’Occidente sarà sempre più marginale»
Il professore di Relazioni Internazionali all’Università di Milano Alessandro Colombo (YouTube)
«Siamo alla fine di qualcosa di più importante dell’unipolarismo americano: siamo nella fase calante dell’era occidentale della storia del mondo». Alessandro Colombo, professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università di Milano e direttore del Transatlantic Relations Programme presso l’Ispi, traccia uno scenario definitivo sugli anni che stiamo vivendo e commenta l’ascesa dei Paesi del Sud globale.
Cosa rappresentano i Brics?
«Sono Paesi che cercano di trovare una posizione “altra” e di esprimere una visione dell’ordine internazionale diversa».
Possono considerarsi un’alleanza?
«No, non sono un’alleanza né un blocco e non lo diventeranno: ci sono differenze di prospettive, di interessi e di collocazione geopolitica tra loro. Ma credo che questi Paesi cerchino di sfuggire alla logica dei blocchi».
Negli ultimi mesi si è parlato di una sorta di «rinascita del movimento dei non allineati».
«Non è vero che i Brics sono un movimento di non allineati, ma definirli come “non allineati” credo che sia più vicino alla realtà che definirli come “blocco”».
Quale politica perseguono?
«Si sforzano di non essere intrappolati in una logica bipolare - come quella suggerita dalla contrapposizione tra democrazia e autocrazie - nella quale non si riconoscono e dalla quale ritengono di avere tutto da perdere».
Questo raggruppamento attira Paesi storicamente amici degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita.
«Sì, accade per via del processo di sgretolamento dell’ordine internazionale degli ultimi trent’anni: il caso dell’Arabia Saudita è molto significativo, ma molti altri Paesi vanno nella stessa direzione».
Quindi la loro adesione ai Brics non deve essere considerata come atto ostile nei confronti degli Stati Uniti?
«No, non si tratta di rompere l’alleanza o le relazioni con gli Stati Uniti ma di garantirsi maggiore flessibilità diplomatica e di collocarsi in una posizione tale da poter avere contemporaneamente rapporti con gli Usa, con la Russia e con la Cina senza essere costretti a scegliere. Questa è la posizione dei Brics ed è assolutamente comprensibile, sia dal punto di vista strategico sia, perché no, dal punto di vista storico».
Molti di loro, pur non sostenendo l’Ucraina, hanno provato a mediare per porre fine al conflitto. Eppure l’Occidente e l’Europa continuano a guardarli come autocrazie screditate.
«L’eventualità che l’Europa possa giudicare altri Paesi inadeguati sarà sempre meno rilevante sul terreno politico. L’Europa, ci piaccia o no, viene ormai considerata da tutti come un’entità che da centrale sta diventando sempre più marginale. La storia va in un’altra direzione».
Non è quello che affermano i dirigenti Ue.
«Magari la storia ci potrà smentire ma in questo momento tutto lascia pensare che quella dell’Europa sia una parabola discendente».
L’Ue in questo momento sta mostrando i muscoli all’opinione pubblica.
«All’opinione pubblica si può far credere tutto ciò che si vuole, il fatto è che gli altri non ci credono, i Paesi non-Ue vedono benissimo che le cose non stanno così. Il processo d’integrazione europea non è bastato a fermare il declino, con un’aggravante: rispetto agli anni Novanta l’Unione europea non è più coesa - come si è detto in occasione della guerra in Ucraina, anche un po’ pateticamente - ma sempre più divisa».
Viceversa, i Brics sono accomunati dal Pil in crescita e dall’intento comune di smarcarsi dall’egemonia del dollaro…
«Non tutti ce la faranno, ma tutti sono candidati alla crescita e hanno aspettative ottimistiche sul futuro».
Quali attese ci sono sul vertice dei Brics?
«È un vertice simbolico. Non ci dobbiamo aspettare decisioni significative, c’è però il dato politico rilevante che questi paesi, riunendosi, esprimono la volontà di non giocare al gioco degli altri».
L’impero americano è definitivamente tramontato?
«Noi stiamo vivendo da diversi anni il declino dell’ordine egemonico americano, ma sullo sfondo c’è un crepuscolo molto più importante, quello della centralità dell'Occidente nelle relazioni internazionali: sono queste le due grandi questioni che condizioneranno i prossimi anni».
Con 3 miliardi di persone e il 30% del Pil globale, l’alleanza informale tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che presto terranno il loro vertice annuale, sfida il dominio globale americano. E le domande per entrare nel «club» sono in crescita.L’esperto Lucio Caracciolo: «Arduo definire i cinesi alleati di New Delhi. E coi russi l’amicizia è limitata».Il docente Alessandro Colombo: «Questi Stati rifiutano la logica bipolare democrazie contro autocrazie».Lo speciale contiene tre articoli.Sbaglia chi pensa che il mondo si stia spaccando in due, Occidente da un lato e Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dall’altro. I cinque Paesi del «Sud del mondo», tre dei quali rientrano tra le prime dieci potenze economiche mondiali, guidano un gruppo destinato ad accogliere, a breve, molti altri Stati emergenti. Perseguono tuttavia strategie geopolitiche alternative alla logica conflittuale dei due blocchi - sulla base della quale l’America ha esteso la sua influenza in Occidente - pur rappresentando, di fatto, una sfida al dominio globale americano.Quando nel 2001 si cominciò a parlare delle cinque maggiori economie emergenti, acronomizzandole in Bric (senza la S del Sudafrica, che si unì poco dopo), l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill ne pronosticò una crescita che in effetti è andata oltre le migliori previsioni: se questi Paesi nel 2001 rappresentavano il 16% del Pil mondiale, da allora il loro peso è raddoppiato (31,5% nel 2023) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) prevede che nel 2025 arrivi al 40% del Pil globale. Quanto all’andamento del potere d’acquisto, se nel 2001 quello dei Brics era al 18,8% e quello dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) al 42,8%, dieci anni dopo le distanze si sono accorciate; dopo il gran sorpasso del 2020, gli equilibri sono oggi capovolti: Brics 32%, G7 29,6%. Questa crescita costante nel 2009 ha portato culture e sistemi politico-economici profondamente differenti a riunirsi ufficialmente nel gruppo Brics. Da allora a oggi Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno svolto un ruolo fondamentale come motori della crescita economica globale, che lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso, per diverse ragioni, cruciale. Innanzitutto, pur non essendo alleati strategici della Russia, nessuno di questi Stati ha voluto aderire alle sanzioni imposte dall’Occidente per indebolire Mosca. L’«operazione finanziaria speciale» di Ue e Usa, che ad aprile 2022 hanno congelato parte dei 643 miliardi di dollari russi custoditi nelle banche occidentali, doveva sorprendere la Russia e il rublo perché concepita sullo schema del dollaro come valuta di riferimento globale. I Brics hanno rovesciato le carte in tavola intensificando gli scambi commerciali con Mosca in valuta locale: la Cina ha cominciato ad acquistare carbone e petrolio russi pagandoli in yuan cinesi anziché in dollari, l’India ha pagato direttamente in rubli e da marzo 2023 perfino la Francia ha abbandonato il dollaro Usa per acquistare dalla Cina gas naturale liquido (gnl) pagandolo in yuan. La strada della dedollarizzazione - uno degli obiettivi che accomuna i Paesi Brics - sembra insomma segnata. Non va dimenticato il pronostico della prima direttrice generale aggiunta del Fmi, Gita Gopinath, che già ad aprile 2022 aveva avvisato: «Le sanzioni minacciano di indebolire il dominio del dollaro e possono tradursi in un sistema monetario internazionale più frammentato». Un anno dopo, alcuni media asiatici hanno reso noto che i Brics starebbero pianificando di introdurre una nuova valuta commerciale ancorata all’oro e avrebbero posto l’argomento all’ordine del giorno del prossimo meeting annuale previsto a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Leslie Maasdorp, vicepresidente della New Development Bank - contraltare Brics del Fondo Monetario - ha smentito la notizia definendola «un’ambizione a medio-lungo termine», ma la rotta è segnata, e rappresenta la più temibile sfida dei Paesi del «Sud del mondo» al sistema di Bretton Woods, che ha garantito per decenni la centralità del dollaro. Se il progetto prendesse forma, gli Stati Uniti perderebbero del tutto la loro egemonia.Le previsioni di Gopinath trovano conferma nel proseguimento degli scambi commerciali tra gli altri Paesi dei Brics e la Russia nonostante le sanzioni, che rende la guerra economica dichiarata da Usa ed Ue a Mosca un’arma spuntata: a un anno e mezzo dall’inizio delle ostilità e dall’attivazione del primo round di sanzioni (oggi siamo all’undicesimo), la Russia non ne è uscita con le ossa rotte. Anzi, in Germania alcuni analisti parlano di «rinascita economica» dell’orso russo, che in prospettiva potrebbe consolidarsi grazie al boom dell’economia di guerra, all’aumento dei salari reali e al calo dell’inflazione, risultati conseguiti grazie anche alla collaborazione dei Brics.L’altra ragione che pone queste nazioni al centro dei colloqui diplomatici internazionali è il tentativo, finora vano, di coinvolgerle attivamente nel sostegno militare all’Ucraina: i Brics, che rappresentano 3,2 miliardi di cittadini (contro i 950 milioni dei Paesi Nato) non sostengono il conflitto ucraino. A cominciare dal presidente del Brasile, che a febbraio è andato in visita a Washington. Luiz Ignacio Lula da Silva ha trovato la quadra con Joe Biden praticamente su tutto, ad eccezione del dossier Ucraina: «Se inviassi armi, mi unirei alla guerra. Non voglio unirmi alla guerra, voglio la pace», ha detto Lula al presidente americano, confermando la neutralità di Brasilia. Secondo quanto riferito sul Paìs dallo storico Luuk van Middelaar, Lula si sarebbe anche lasciato sfuggire una dichiarazione informale, ma netta, contro la centralità del dollaro.L’incontro del presidente indiano Narendra Modi con Joe Biden, che si è tenuto a fine giugno a Washington, ha avuto più o meno lo stesso esito: Biden ha cercato di dare nuovo impulso alla coalizione Quad, che comprende India, Giappone e Australia e ha come obiettivo l’accerchiamento geografico della Cina. Modi ha annunciato una serie di investimenti in tecnologia militare statunitense, che affrancherebbero Nuova Delhi dall’acquisto di quella russa. Ma anche l’India, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, rimane al momento neutrale. È tornata a mani vuote anche il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock, che due settimane fa è andata in Sudafrica per tentare di convincere le autorità a sganciarsi dall’influenza russa e unirsi alle manovre in favore di Kiev. Baerbock si è fatta precedere da un suo articolo, pubblicato sul quotidiano sudafricano Sunday Times, incentrato sulla consueta retorica solidaristica dell’aggressore alle porte di casa: «Capisco che ci si possa domandare perché intervenire in un Paese distante 9.000 chilometri», ha scritto Baerbock, «ma incoraggio tutti a chiedersi: quale reazione mi aspetterei dalla comunità internazionale se questa guerra si svolgesse nel mio territorio?». Pretoria non si è intenerita e ha mantenuto la sua posizione, che va oltre la neutralità: deve infatti render conto dell’incidente del Lady R, il cargo russo che - secondo le accuse dell’ambasciatore statunitense in Sudafrica - sarebbe approdato alla base navale di Simon’s Town, vicina a Città del Capo, per caricare forniture militari. Le autorità sudafricane hanno smentito e tentano di smorzare i toni, ma Pretoria potrebbe perfino pensare di revocare la sua adesione alla Corte de L’Aia dopo il mandato di cattura internazionale contro Vladimir Putin per crimini contro l’umanità, che obbligherebbe le autorità sudafricane ad arrestarlo se si recasse al vertice Brics di fine agosto. La manovra di accerchiamento dei Brics è andata male anche ad Emmanuel Macron. Il presidente francese, attraverso il ministro degli esteri Catherine Colonna, aveva fatto sapere che avrebbe partecipato «volentieri» al vertice di Johannesburg, ma la Russia ha posto il veto: «Onestamente non sappiamo come, in quale veste e con quale obiettivo il presidente Macron dovrebbe partecipare», ha dichiarato il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, mentre il vice-ministro degli esteri sovietico Sergey Ryabkov - sottolineando che i Paesi Brics rifiutano le sanzioni unilaterali inflitte a Mosca - ha definito la richiesta «del tutto inappropriata».C’è un terzo elemento che pone i Brics al centro della tessitura diplomatica occidentale, ed è la mole di richieste di adesione pervenute, che ha subìto un’impennata da quando è scoppiato il conflitto ucraino: ai Paesi fondatori - che già da soli rappresentano circa il 26% dell’area geografica mondiale e il 40% della popolazione mondiale - sono giunte le richieste di adesione formale di Algeria, Arabia Saudita, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Indonesia e Iran, mentre hanno manifestato interesse a entrare Afghanistan, Bielorussia, Kazakistan, Messico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sudan, Siria, Thailandia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Zimbabwe. Sia chiaro: non tutti entreranno necessariamente a far parte dei Brics, che restano un’entità troppo eterogenea per poter essere indicata come «alleanza». Ma è significativo che tra i Paesi formalmente applicanti figuri l’Arabia Saudita, che per decenni ha perseguito politiche di vicinanza con gli Usa, o lo stesso Egitto, Paese nell’orbita del Regno Unito. È indicativa anche la richiesta, non ancora accettata, della Turchia, nazione ponte tra Islam ed Europa, che vent’anni fa aveva tentato l’adesione all’Ue, respinta da diversi Stati membri tra cui la Francia: la miopia dei leader europei di allora ha spinto sempre di più Ankara tra le braccia dell’altra parte del mondo.La partita di questi Paesi, insomma, è più che mai aperta, ma le logiche occidentali non riescono ad intercettarla: i Brics vogliono sfuggire allo schema della contrapposizione, non cercano la guerra ma la pace, che porta benessere nei loro territori; non cercano collocazione in uno schema unipolare ma hanno una visione multipolare, in cui le geometrie sono variabili, a seconda degli interessi. Ed è forse in questo senso che la loro strategia, di fatto, rappresenta una sfida al dominio globale americano. Negli ultimi venticinque anni gli Stati Uniti hanno coinvolto l’opinione pubblica occidentale in nome della logica dello «scontro delle civiltà» teorizzato da Samuel Huntington e Francis Fukuyama. Ma è dal collasso del sogno americano, precipitato nell’incubo della cultura woke, che questi Paesi trovano, oggi più che mai, la loro ragion d’essere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brics-valgono-30-pil-globale-2662252873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-e-un-blocco-politico-militare-ma-legemonia-degli-usa-e-a-rischio" data-post-id="2662252873" data-published-at="1688925075" data-use-pagination="False"> «Non è un blocco politico-militare ma l’egemonia degli Usa è a rischio» Lucio Caracciolo (Imagoeconomica) «Non credo che esista alcun tipo di “blocco” o “alleanza” Brics», dice Lucio Caracciolo, giornalista e direttore della rivista di geopolitica Limes. «Prendiamo l’India e la Cina: è difficile immaginarli alleati. E anche la famosa “amicizia senza limiti” fra Russia e Cina si sta rivelando ogni giorno più limitata». I Brics non rappresentano una sfida al dominio globale americano? «Partendo dal presupposto che una contrapposizione tra Brics e Nato non ha alcun senso, questi Paesi entrando nel “club” possono trovare intese privilegiate». Qual è il loro obiettivo? «Avere una sorta di upgrading sulla scena mondiale, per accedere a un livello di relazioni con le grandi potenze. Questo vale soprattutto per chi non occupa il centro di quella scena, ad esempio Brasile, Sudafrica e direi anche l’India». Tutto qui? «Questi Paesi hanno motivo di non aderire a un’idea di dominio assoluto americano o occidentale, quindi sia per ragioni geopolitiche che per ragioni ideologiche si è creato questo “nucleo gassoso” che non vuole stare sotto l’orbita americana ma neanche cinese, anche se magari ha buone relazioni con Pechino». Come definirebbe questa aggregazione? «Non di tipo strategico né tantomeno militare, ma di tipo politico, diplomatico ed economico, dossier per dossier». Che tipo di impatto hanno i Brics sul sistema internazionale? «Costituiscono una complicazione, nel senso stretto del termine, perché aggiungono altre relazioni internazionali a un sistema che da almeno trent’anni ha perso la sua coerenza e vive una evidente crisi di egemonia americana. Ciò libera una quantità di energie che una volta erano compresse o comunque inscritte in un sistema guidato dall’America. Il caso dell’Arabia Saudita (che ha fatto richiesta di adesione ai Brics, ndr) è evidente». Pur non essendo un’alleanza, questi sistemi potrebbero minacciare l’egemonia del dollaro? «Questo è un discorso corretto in assoluto, nel senso che gli Stati Uniti non solo non possono, ma nemmeno vogliono più occuparsi del resto del mondo. Ciò condurrà inevitabilmente a una crisi del cosiddetto privilegio esorbitante del dollaro, paradossalmente accentuata dal sistema sanzionatorio Usa». Nessuno dei Paesi Brics aderisce alle sanzioni. «Ormai le sanzioni sono un colabrodo e neanche gli americani le rispettano». In effetti le materie prime che alimentano le centrali nucleari Usa sono russe, così come i concimi che sostengono l’agricoltura statunitense. A cosa porterà tutto ciò? «A una specie di maionese impazzita: pensiamo al famoso sequestro dei patrimoni russi, che viola il principio della proprietà privata. Le sanzioni a mio avviso sono state concepite più per simulare coesione che per colpire la Russia». Macron ha chiesto di partecipare al vertice Brics previsto a fine agosto… «È la conferma dello stato di confusione in cui versa la Francia. C’è talmente tanto caos che perfino alcuni Paesi Nato giocano su diversi tavoli». L’Italia avrebbe dovuto avanzare la stessa richiesta? «Credo che l'Italia negli ultimi anni abbia avuto una vocazione abbastanza marcata a non fare politica estera: ci limitiamo a guardare in quale direzione vanno gli Usa, cerchiamo di imitarli ma è complicato perché cambiano idea molto spesso. In Europa siamo riusciti a litigare contemporaneamente con i francesi e con i tedeschi, stiamo inseguendo gli ungheresi e polacchi, non è chiaro quale tipo di politica stiamo perseguendo». I Brics rappresentano 3 miliardi di cittadini e hanno in comune economie in crescita. «Sono organizzazioni un po’ casuali di Stati che una volta afferivano a sistemi con una chiara impostazione gerarchica, ma immaginare che ci siano tre miliardi di persone che si sono unite contro l’America, proprio no. Alcuni di loro possono mettersi d’accordo su questioni di tipo politico o perfino militare, ma sempre e soltanto su base ad hoc». Noi occidentali le vediamo come autocrazie… «Nelle accademie si cerca di distinguere tra interessi e valori, ma nella vita reale questa distinzione non esiste». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brics-valgono-30-pil-globale-2662252873.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-nuovo-mondo-loccidente-sara-sempre-piu-marginale" data-post-id="2662252873" data-published-at="1688925075" data-use-pagination="False"> «Nel nuovo mondo l’Occidente sarà sempre più marginale» Il professore di Relazioni Internazionali all’Università di Milano Alessandro Colombo (YouTube) «Siamo alla fine di qualcosa di più importante dell’unipolarismo americano: siamo nella fase calante dell’era occidentale della storia del mondo». Alessandro Colombo, professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università di Milano e direttore del Transatlantic Relations Programme presso l’Ispi, traccia uno scenario definitivo sugli anni che stiamo vivendo e commenta l’ascesa dei Paesi del Sud globale. Cosa rappresentano i Brics? «Sono Paesi che cercano di trovare una posizione “altra” e di esprimere una visione dell’ordine internazionale diversa». Possono considerarsi un’alleanza? «No, non sono un’alleanza né un blocco e non lo diventeranno: ci sono differenze di prospettive, di interessi e di collocazione geopolitica tra loro. Ma credo che questi Paesi cerchino di sfuggire alla logica dei blocchi». Negli ultimi mesi si è parlato di una sorta di «rinascita del movimento dei non allineati». «Non è vero che i Brics sono un movimento di non allineati, ma definirli come “non allineati” credo che sia più vicino alla realtà che definirli come “blocco”». Quale politica perseguono? «Si sforzano di non essere intrappolati in una logica bipolare - come quella suggerita dalla contrapposizione tra democrazia e autocrazie - nella quale non si riconoscono e dalla quale ritengono di avere tutto da perdere». Questo raggruppamento attira Paesi storicamente amici degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita. «Sì, accade per via del processo di sgretolamento dell’ordine internazionale degli ultimi trent’anni: il caso dell’Arabia Saudita è molto significativo, ma molti altri Paesi vanno nella stessa direzione». Quindi la loro adesione ai Brics non deve essere considerata come atto ostile nei confronti degli Stati Uniti? «No, non si tratta di rompere l’alleanza o le relazioni con gli Stati Uniti ma di garantirsi maggiore flessibilità diplomatica e di collocarsi in una posizione tale da poter avere contemporaneamente rapporti con gli Usa, con la Russia e con la Cina senza essere costretti a scegliere. Questa è la posizione dei Brics ed è assolutamente comprensibile, sia dal punto di vista strategico sia, perché no, dal punto di vista storico». Molti di loro, pur non sostenendo l’Ucraina, hanno provato a mediare per porre fine al conflitto. Eppure l’Occidente e l’Europa continuano a guardarli come autocrazie screditate. «L’eventualità che l’Europa possa giudicare altri Paesi inadeguati sarà sempre meno rilevante sul terreno politico. L’Europa, ci piaccia o no, viene ormai considerata da tutti come un’entità che da centrale sta diventando sempre più marginale. La storia va in un’altra direzione». Non è quello che affermano i dirigenti Ue. «Magari la storia ci potrà smentire ma in questo momento tutto lascia pensare che quella dell’Europa sia una parabola discendente». L’Ue in questo momento sta mostrando i muscoli all’opinione pubblica. «All’opinione pubblica si può far credere tutto ciò che si vuole, il fatto è che gli altri non ci credono, i Paesi non-Ue vedono benissimo che le cose non stanno così. Il processo d’integrazione europea non è bastato a fermare il declino, con un’aggravante: rispetto agli anni Novanta l’Unione europea non è più coesa - come si è detto in occasione della guerra in Ucraina, anche un po’ pateticamente - ma sempre più divisa». Viceversa, i Brics sono accomunati dal Pil in crescita e dall’intento comune di smarcarsi dall’egemonia del dollaro… «Non tutti ce la faranno, ma tutti sono candidati alla crescita e hanno aspettative ottimistiche sul futuro». Quali attese ci sono sul vertice dei Brics? «È un vertice simbolico. Non ci dobbiamo aspettare decisioni significative, c’è però il dato politico rilevante che questi paesi, riunendosi, esprimono la volontà di non giocare al gioco degli altri». L’impero americano è definitivamente tramontato? «Noi stiamo vivendo da diversi anni il declino dell’ordine egemonico americano, ma sullo sfondo c’è un crepuscolo molto più importante, quello della centralità dell'Occidente nelle relazioni internazionali: sono queste le due grandi questioni che condizioneranno i prossimi anni».
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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