True
2025-01-26
Polizia ancora in balia dei criminali: due agenti aggrediti da 20 maranza
iStock
Continuano le aggressioni alle forze dell’ordine, segno che il costante innalzamento dei toni sta mettendo sempre più alla prova la coesione sociale del Paese. A Torino, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, Enrico Aimi, membro laico del Csm, ha constatato come il capoluogo piemontese sia segnato da «manifestazioni violente», che hanno provocato numerosi feriti tra le forze dell’ordine, «cui va tutta la nostra solidarietà». «Se non si interviene in maniera determinata», continua, «rischiamo un ritorno agli anni di piombo». Ma Torino, ha anche osservato Aimi, «non è un caso isolato».
Giovedì sera, nel corso di Dritto e rovescio (trasmissione condotta da Paolo Del Debbio su Rete 4), alcuni ragazzi immigrati e figli di seconda generazione, residenti a Milano, hanno sostenuto che, secondo loro, soltanto il 30% delle forze dell’ordine sarebbe «buono», mentre il restante 70% è «corrotto» (per alcuni addirittura il 100%). Convinzioni, come anche quella secondo cui i carabinieri avrebbero incentivi economici ad arrestare le persone, radicate dentro gli animi di tanti giovani, che vedono negli agenti - e nello Stato - il loro principale nemico. E che segnano il clima dentro cui si avvicendano le continue aggressioni di cui sono piene le pagine dei giornali. Le ultime due, in ordine cronologico, riguardano Brescia e Vicenza.
Nella città lombarda, il fatto ha avuto luogo giovedì scorso nella zona della stazione ferroviaria, area ormai un po’ ovunque associata a disordini e pericolo. Due agenti di polizia, nel corso di alcuni controlli, hanno fermato due ragazzi per portarli in Questura al fine di condurre alcune verifiche e notificare una elezione di domicilio legata a una precedente vicenda giudiziaria.
I due giovani, secondo le ricostruzioni, sarebbero saliti sulla volante senza opporre resistenza. Tuttavia, un gruppetto di amici (la cronaca locale parla di circa una ventina di minori) ha accerchiato i poliziotti nel tentativo di liberarli. Prima qualche insulto, poi è stata colpita la vettura e, infine, sono passati alle mani: un diciassettenne di origini tunisine ha provato a colpire un agente, atto da cui è originata una colluttazione per cui entrambi sono finiti a terra, terminata con l’arresto dell’aggressore. Determinante, in questo senso, l’intervento del collega, che ha provveduto ad ammanettarlo per renderlo inoffensivo.
Poco dopo sono arrivati i rinforzi, prontamente chiamati dai poliziotti non appena capito che la situazione stava per precipitare. Al vedere le volanti arrivare, il gruppo di ragazzi si è disperso, ma gli agenti sono comunque riusciti a identificare una decina di essi. I due agenti che hanno subito l’aggressione sono poi finiti all’ospedale per farsi medicare qualche escoriazione, insieme anche al diciassettenne arrestato (che, una volta dimesso, è finito in carcere).
A Vicenza, sempre giovedì, altri due agenti della polizia locale sono rimasti feriti in uno scontro con due cittadini stranieri. L’episodio ha avuto luogo intorno alle 17.30 in una zona, quella del Quadrilatero, che il Giornale di Vicenza definisce una delle «più calde della città». In quel momento, il Nucleo operativo speciale (Nos) e una pattuglia di servizi anti-degrado stavano effettuando controlli mirati contro il traffico di sostanze stupefacenti.
Durante le verifiche, un uomo di origini africane avrebbe opposto resistenza, rifiutandosi di fornire i propri documenti. A quel punto, un altro connazionale sarebbe intervenuto in suo soccorso: da lì è partita la colluttazione. Per evitare conseguenze peggiori, nel parapiglia la polizia locale ha fatto ricorso allo spray al peperoncino, ma ciò non è stato bastato a impedire che i due agenti rimanessero feriti: uno è caduto e ha sbattuto la schiena, l’altro è comunque finito in ospedale, benché anch’egli in condizioni non gravi. Con l’intervento delle pattuglie di supporto, i due stranieri sono stati fermati e denunciati. Episodio, questo a Vicenza, che non giunge nuovo: basta fare una semplice ricerca sulla cronaca locale per trovare diversi titoli che denunciano l’ennesima aggressione alle forze dell’ordine.
Due vicende, una in Lombardia l’altra in Veneto, che si inseriscono dunque in un clima sempre più deteriorato. E da cui poi nascono proposte come quella dello scudo penale, di cui probabilmente in un Paese normale non ci sarebbe la minima necessità.
Tuttavia, questi sono di risultati di anni di immigrazione incontrollata: la distruzione del più elementare tessuto sociale, quello basato sul rispetto delle banali regole di civiltà e convivenza. Se nel lungo periodo l’obiettivo deve essere quello di ripristinarlo, anche attraverso la trasmissione di cultura ed educazione (ma quando qualcuno che non sia di sinistra prova a farlo, come nel caso del festival GiovaniAdulti di Torino - sostenuto dall’assessorato alle Politiche sociali della Regione Piemonte -, viene arbitrariamente accusato a reti unificate di fare l’evento «balilla»), nel breve chi si trova tutti i giorni a dover lavorare in un contesto simile - le forze dell’ordine - merita protezione.
Altri migranti imbarcati per l’Albania
Dopo oltre due mesi di stalli politici e giudiziari è ripresa l’operazione Albania. Stando a quanto si apprende, tra venerdì e ieri ci sarebbero state due operazioni di trasbordo di clandestini a bordo della Cassiopea, il pattugliatore della marina militare utilizzato per quello che sarà il terzo trasferimento di richiedenti asilo in Albania, dopo i primi due di ottobre e novembre scorsi.
Nel momento in cui scriviamo, gli stranieri a bordo sono undici, bengalesi ed egiziani, mentre la nave continua a stazionare in acque internazionali a una ventina di miglia a sud di Lampedusa in attesa di caricare altre persone prima di dirigersi verso il porto di San Giovanni di Medua (Shengjin), nell’Albania settentrionale.
Le precedenti volte che il governo aveva tentato di portare i clandestini nelle strutture albanesi deputate al rimpatrio, a ottobre e novembre scorsi, i giudici del tribunale di Roma avevano negato il fermo oltre l’Adriatico dei richiedenti asilo, dichiarando «Paesi non sicuri» quelli da cui quegli immigrati provenivano. Non solo, ne era nato un braccio di ferro tra le toghe e l’esecutivo, ma si era scatenata anche una vera e propria tempesta mediatica.
Questa volta, però, pare che ci si possa attendere un esito diverso, poiché la decisione non spetterà più ai magistrati della sezione immigrazione, ma a quelli della Corte d’appello, come prevede la nuova norma entrata in vigore l’11 gennaio scorso. Il 19 dicembre c’è stata una sentenza della Cassazione che il governo ha valutato come «molto favorevole»: era stato riconosciuto al governo il diritto di stabilire un regime differenziato delle domande di asilo per chi provenga da Paesi designati come sicuri. I giudici non possono quindi sostituirsi al ministro degli Esteri; possono, al più, valutare se la designazione sia legittima ed eventualmente disapplicare il decreto sui Paesi sicuri. Caso per caso, cioè. Maggiori certezze potranno aversi in primavera, quando sarà la Corte europea di giustizia ad esprimersi in materia dei Paesi sicuri. L’iniziativa incassa intanto l’ok del commissario europeo per il Mediterraneo, la croata Dubravka Šuica, secondo cui l’accordo Italia-Albania «è una delle idee innovative che avrebbe potuto aiutare non solo l’Italia, ma anche altri Paesi». Quel che si sa, intanto, è che il piano Albania riparte e punta tutto sull’«effetto deterrenza», quello di cui ha sempre parlato il governo spiegando la ratio dell’accordo promosso con il premier albanese Edi Rama.
Nei primi 24 giorni del 2025 sono sbarcate 1.742 persone, in aumento rispetto alle 1.298 dello stesso periodo del 2024. Il picco si è avuto il 20 gennaio (494 arrivi), mentre il comandante della polizia giudiziaria libica, Osama Njeem Almasri, si trovava nel carcere delle Vallette a Torino. Per contrastare i flussi irregolari è necessaria un’adeguata collaborazione tra Paesi da cui partono le imbarcazioni usate da scafisti e trafficanti di uomini, Libia e Tunisia in primis.
Come funziona adesso? Maschi, adulti, senza vulnerabilità, in buona salute e provenienti da Paesi sicuri che verranno soccorsi in acque territoriali italiane o sbarcheranno sulle nostre coste saranno trasferiti a bordo del Cassiopea, dove si svolgerà un primo screening sommario con una verifica delle loro condizioni. Il pattugliatore li porterà quindi nel porto di Schengjin, dove è stato allestito l’hotspot italiano. Poi si avvieranno le procedure di identificazione. Nella stessa giornata i richiedenti asilo saranno trasferiti nel vicino centro di Gjader, dove saranno trattenuti in attesa dell’esito delle loro domande.
Intanto sono 127 i migranti sbarcati ieri a Lampedusa, mentre venerdì ci sono stati 10 approdi, per un totale di 469 persone. Dopo i trasferimenti disposti dalla prefettura di Agrigento, il centro ospita 386 persone. Ieri sera sono stati spostati 290 migranti.
Continua a leggereRiduci
L’ultimo caso violento a Brescia, dove un gruppo di stranieri ha accerchiato una volante durante un arresto, ferendo i tutori dell’ordine. A Vicenza un’operazione anti droga è finita con l’assalto da parte di due africani.Altri migranti imbarcati per l’Albania. Secondo trasferimento sulla Cassiopea, che porterà gli irregolari a Shengjin. Per ora a bordo in 11, tra egiziani e bengalesi. Oltre 450 sbarcati a Lampedusa in due giorni.Lo speciale contiene due articoli.Continuano le aggressioni alle forze dell’ordine, segno che il costante innalzamento dei toni sta mettendo sempre più alla prova la coesione sociale del Paese. A Torino, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, Enrico Aimi, membro laico del Csm, ha constatato come il capoluogo piemontese sia segnato da «manifestazioni violente», che hanno provocato numerosi feriti tra le forze dell’ordine, «cui va tutta la nostra solidarietà». «Se non si interviene in maniera determinata», continua, «rischiamo un ritorno agli anni di piombo». Ma Torino, ha anche osservato Aimi, «non è un caso isolato». Giovedì sera, nel corso di Dritto e rovescio (trasmissione condotta da Paolo Del Debbio su Rete 4), alcuni ragazzi immigrati e figli di seconda generazione, residenti a Milano, hanno sostenuto che, secondo loro, soltanto il 30% delle forze dell’ordine sarebbe «buono», mentre il restante 70% è «corrotto» (per alcuni addirittura il 100%). Convinzioni, come anche quella secondo cui i carabinieri avrebbero incentivi economici ad arrestare le persone, radicate dentro gli animi di tanti giovani, che vedono negli agenti - e nello Stato - il loro principale nemico. E che segnano il clima dentro cui si avvicendano le continue aggressioni di cui sono piene le pagine dei giornali. Le ultime due, in ordine cronologico, riguardano Brescia e Vicenza. Nella città lombarda, il fatto ha avuto luogo giovedì scorso nella zona della stazione ferroviaria, area ormai un po’ ovunque associata a disordini e pericolo. Due agenti di polizia, nel corso di alcuni controlli, hanno fermato due ragazzi per portarli in Questura al fine di condurre alcune verifiche e notificare una elezione di domicilio legata a una precedente vicenda giudiziaria. I due giovani, secondo le ricostruzioni, sarebbero saliti sulla volante senza opporre resistenza. Tuttavia, un gruppetto di amici (la cronaca locale parla di circa una ventina di minori) ha accerchiato i poliziotti nel tentativo di liberarli. Prima qualche insulto, poi è stata colpita la vettura e, infine, sono passati alle mani: un diciassettenne di origini tunisine ha provato a colpire un agente, atto da cui è originata una colluttazione per cui entrambi sono finiti a terra, terminata con l’arresto dell’aggressore. Determinante, in questo senso, l’intervento del collega, che ha provveduto ad ammanettarlo per renderlo inoffensivo. Poco dopo sono arrivati i rinforzi, prontamente chiamati dai poliziotti non appena capito che la situazione stava per precipitare. Al vedere le volanti arrivare, il gruppo di ragazzi si è disperso, ma gli agenti sono comunque riusciti a identificare una decina di essi. I due agenti che hanno subito l’aggressione sono poi finiti all’ospedale per farsi medicare qualche escoriazione, insieme anche al diciassettenne arrestato (che, una volta dimesso, è finito in carcere). A Vicenza, sempre giovedì, altri due agenti della polizia locale sono rimasti feriti in uno scontro con due cittadini stranieri. L’episodio ha avuto luogo intorno alle 17.30 in una zona, quella del Quadrilatero, che il Giornale di Vicenza definisce una delle «più calde della città». In quel momento, il Nucleo operativo speciale (Nos) e una pattuglia di servizi anti-degrado stavano effettuando controlli mirati contro il traffico di sostanze stupefacenti. Durante le verifiche, un uomo di origini africane avrebbe opposto resistenza, rifiutandosi di fornire i propri documenti. A quel punto, un altro connazionale sarebbe intervenuto in suo soccorso: da lì è partita la colluttazione. Per evitare conseguenze peggiori, nel parapiglia la polizia locale ha fatto ricorso allo spray al peperoncino, ma ciò non è stato bastato a impedire che i due agenti rimanessero feriti: uno è caduto e ha sbattuto la schiena, l’altro è comunque finito in ospedale, benché anch’egli in condizioni non gravi. Con l’intervento delle pattuglie di supporto, i due stranieri sono stati fermati e denunciati. Episodio, questo a Vicenza, che non giunge nuovo: basta fare una semplice ricerca sulla cronaca locale per trovare diversi titoli che denunciano l’ennesima aggressione alle forze dell’ordine. Due vicende, una in Lombardia l’altra in Veneto, che si inseriscono dunque in un clima sempre più deteriorato. E da cui poi nascono proposte come quella dello scudo penale, di cui probabilmente in un Paese normale non ci sarebbe la minima necessità. Tuttavia, questi sono di risultati di anni di immigrazione incontrollata: la distruzione del più elementare tessuto sociale, quello basato sul rispetto delle banali regole di civiltà e convivenza. Se nel lungo periodo l’obiettivo deve essere quello di ripristinarlo, anche attraverso la trasmissione di cultura ed educazione (ma quando qualcuno che non sia di sinistra prova a farlo, come nel caso del festival GiovaniAdulti di Torino - sostenuto dall’assessorato alle Politiche sociali della Regione Piemonte -, viene arbitrariamente accusato a reti unificate di fare l’evento «balilla»), nel breve chi si trova tutti i giorni a dover lavorare in un contesto simile - le forze dell’ordine - merita protezione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brescia-agenti-aggrediti-da-maranza-2670996842.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altri-migranti-imbarcati-per-lalbania" data-post-id="2670996842" data-published-at="1737851698" data-use-pagination="False"> Altri migranti imbarcati per l’Albania Dopo oltre due mesi di stalli politici e giudiziari è ripresa l’operazione Albania. Stando a quanto si apprende, tra venerdì e ieri ci sarebbero state due operazioni di trasbordo di clandestini a bordo della Cassiopea, il pattugliatore della marina militare utilizzato per quello che sarà il terzo trasferimento di richiedenti asilo in Albania, dopo i primi due di ottobre e novembre scorsi. Nel momento in cui scriviamo, gli stranieri a bordo sono undici, bengalesi ed egiziani, mentre la nave continua a stazionare in acque internazionali a una ventina di miglia a sud di Lampedusa in attesa di caricare altre persone prima di dirigersi verso il porto di San Giovanni di Medua (Shengjin), nell’Albania settentrionale. Le precedenti volte che il governo aveva tentato di portare i clandestini nelle strutture albanesi deputate al rimpatrio, a ottobre e novembre scorsi, i giudici del tribunale di Roma avevano negato il fermo oltre l’Adriatico dei richiedenti asilo, dichiarando «Paesi non sicuri» quelli da cui quegli immigrati provenivano. Non solo, ne era nato un braccio di ferro tra le toghe e l’esecutivo, ma si era scatenata anche una vera e propria tempesta mediatica. Questa volta, però, pare che ci si possa attendere un esito diverso, poiché la decisione non spetterà più ai magistrati della sezione immigrazione, ma a quelli della Corte d’appello, come prevede la nuova norma entrata in vigore l’11 gennaio scorso. Il 19 dicembre c’è stata una sentenza della Cassazione che il governo ha valutato come «molto favorevole»: era stato riconosciuto al governo il diritto di stabilire un regime differenziato delle domande di asilo per chi provenga da Paesi designati come sicuri. I giudici non possono quindi sostituirsi al ministro degli Esteri; possono, al più, valutare se la designazione sia legittima ed eventualmente disapplicare il decreto sui Paesi sicuri. Caso per caso, cioè. Maggiori certezze potranno aversi in primavera, quando sarà la Corte europea di giustizia ad esprimersi in materia dei Paesi sicuri. L’iniziativa incassa intanto l’ok del commissario europeo per il Mediterraneo, la croata Dubravka Šuica, secondo cui l’accordo Italia-Albania «è una delle idee innovative che avrebbe potuto aiutare non solo l’Italia, ma anche altri Paesi». Quel che si sa, intanto, è che il piano Albania riparte e punta tutto sull’«effetto deterrenza», quello di cui ha sempre parlato il governo spiegando la ratio dell’accordo promosso con il premier albanese Edi Rama. Nei primi 24 giorni del 2025 sono sbarcate 1.742 persone, in aumento rispetto alle 1.298 dello stesso periodo del 2024. Il picco si è avuto il 20 gennaio (494 arrivi), mentre il comandante della polizia giudiziaria libica, Osama Njeem Almasri, si trovava nel carcere delle Vallette a Torino. Per contrastare i flussi irregolari è necessaria un’adeguata collaborazione tra Paesi da cui partono le imbarcazioni usate da scafisti e trafficanti di uomini, Libia e Tunisia in primis. Come funziona adesso? Maschi, adulti, senza vulnerabilità, in buona salute e provenienti da Paesi sicuri che verranno soccorsi in acque territoriali italiane o sbarcheranno sulle nostre coste saranno trasferiti a bordo del Cassiopea, dove si svolgerà un primo screening sommario con una verifica delle loro condizioni. Il pattugliatore li porterà quindi nel porto di Schengjin, dove è stato allestito l’hotspot italiano. Poi si avvieranno le procedure di identificazione. Nella stessa giornata i richiedenti asilo saranno trasferiti nel vicino centro di Gjader, dove saranno trattenuti in attesa dell’esito delle loro domande. Intanto sono 127 i migranti sbarcati ieri a Lampedusa, mentre venerdì ci sono stati 10 approdi, per un totale di 469 persone. Dopo i trasferimenti disposti dalla prefettura di Agrigento, il centro ospita 386 persone. Ieri sera sono stati spostati 290 migranti.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
Continua a leggereRiduci