2026-01-03
Il video del controsoffitto crollato nella villa di Totti: nuova lite con Ilary Blasi
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Nella villa all’Eur-Torrino dove vive Ilary Blasi con i figli, a novembre è crollato un controsoffitto, rendendo inutilizzabili alcuni locali. Ecco il video esclusivo del cedimento. La showgirl ha chiesto al proprietario Francesco Totti un intervento di manutenzione straordinaria e ha attivato un ricorso d’urgenza in Tribunale.
Tra Ilary Blasi e Francesco Totti (prossima udienza del processo per il divorzio a marzo) ci mancava solo la tipica lite tra padrone di casa e affittuario.
La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe stato causato da un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile. L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora Ilary, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d'urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito».
In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe avviato, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti le stanze dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione nel classamento. Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi avrebbe dovuto acquistare a spese proprie un appartamento, ma avrebbe dovuto essere risarcita della spesa al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle.
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Antonio Tajani (Ansa)
- Antonio Tajani vola in Confederazione: «Vicinanza ai parenti». Poi annuncia: «Fatte decine di interrogatori, vogliamo la verità». I titolari francesi del locale: «Noi in regola». Ma gli esperti li stroncano: «Nulla a norma».
- Il procuratore generale elvetico: «Il fuoco può essere partito da bengala o candele scintillanti sulle bottiglie, troppo vicine al soffitto». Fari sui pannelli insonorizzanti.
Lo speciale contiene due articoli
Fa male anche a scriverlo: Le Constellation è il rogo del luogo comune secondo cui, al di là del Cervino, i controlli sono rigidi, mentre al di qua «les italiens» fanno un po’ come pare a loro. Purtroppo non è così e ieri il nostro ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, uomo di consumata gentilezza diplomatica, ha trattenuto a stento le lacrime. Che erano di dolore, profondo, ma anche di rabbia, pur non dichiarata.
Il cordoglio di Giorgia Meloni, del Papa, di Carlo e Camilla d’Inghilterra, di tutti i leader politici (Ignazio La Russa ha deposto una corona di fiori a Roma all’ambasciata svizzera) non mitiga l’orrore. L’orologio svizzero anche se rotto in due occasioni ne segna l’ora: 1.30 del primo gennaio quando va a fuoco Le Constellation e le 13.35 di ieri quando Antonio Tajani ha deposto un mazzo di fiori sul luogo della tragedia. «Mi pare evidente che qualcosa sul piano della sicurezza non abbia funzionato», sussurra, «mi pare poco responsabile accendere fuochi d’artificio, anche se piccoli, in un locale chiuso. Sono scene devastanti. Da padre e da nonno faccio fatica a sostenerle. Si vedono scarpe, vestiti strappati, m’immagino con angoscia cosa possano aver provato. Cose così non possono, non devono accadere. C’è un’ inchiesta in corso, ne ho parlato con la procuratrice Beatrice Pilloud, col ministro degli Esteri elvetico Ignazio Cassis. Ci sono state già decine di interrogatori. Per noi l’accertamento della verità è fondamentale, ma prima dobbiamo salvare la vita di questi ragazzi».
Tajani è andato ad incontrare le famiglie. Ha confermato che ci sono una decina di feriti e sei dispersi, con la speranza «che essendoci ancora tre feriti non identificati siano italiani». L’Italia sta facendo il massimo sforzo: dalla Valle d’Aosta è stato inviato un elicottero con medico e un’equipe di psicologi, medici arrivano dalla Lombardia, ci sono a Crans-Montana uno specialista dell’unità di crisi della Farnesina, la Protezione civile ed esperti della polizia scientifica per il riconoscimento delle vittime «per cui», ha spiegato Tajani, «ci vorranno settimane». L’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, che è a Crans-Montana dalle primissime ore, sta coordinando la presenza italiana. Ai familiari, Tajani ha confermato tutti gli sforzi dell’Italia ma ha anche detto che «non si possono fare nomi fin quando non c’è la certezza», esortando a contattare direttamente lui o la Farnesina per avere notizie certe. Poi ha aggiunto: «L’unica cosa che non possiamo fare è alleviare il dolore di chi aspetta. Ma possiamo garantire il massimo impegno, insieme alle autorità svizzere, per dare verità e assistenza a tutti».
Resta, però, la rabbia. Durissima è l’accusa che corre su X di uno dei più ascoltati tik toker svizzeri. Tony Truant scrive: «Ascoltatemi bene: il massacro de Le Constellation non è un incidente: è una carneficina prevista, una catena di negligenze per fare quattrini sulla pelle dei ragazzi». E si chiede: chi ha ristrutturato il locale? Chi ha dato le autorizzazioni? Si è saputo che le autorità vallesi avevano assegnato un punteggio di 6,5 su 10 al locale per la sicurezza e il proprietario Jacques Moretti a La Tribune de Geneve ha confermato: «Ci hanno ispezionato tre volte negli ultimi dieci anni, tutto è stato fatto secondo le norme». Però dal Web sono spariti sito e social del locale dove pare vi fossero molte le recensioni negative. Alcuni ragazzi hanno ricordato che, a incendio già scoppiato, i buttadentro cercavano di far entrare visto che c’era una fila lunghissima in attesa.
L’ambasciatore Cornado ha confermato che vi erano sì più uscite di sicurezza, ma solo una era praticabile. Sull’inadeguatezza dell’edificio, Antonio Bandirali, già responsabile dell’antincendio al centro di ricerche di Ispra, sottolinea: «L’edificio non era adeguato per nessuna ragione a ospitare 300-400; nel locale di Crans al massimo ci sarebbero potute stare 75 persone, con un’uscita di sicurezza». Ancora più dura la diagnosi del capo del corpo nazionale dei vigili del fuoco, Eros Mannino: «La tragedia è stata amplificata da una capienza non consentita; l’uscita di sicurezza metteva in collegamento due locali attraverso una scala: quello è un ostacolo alla sicurezza, non una via di fuga soprattutto considerando l’affollamento non consentito. Lo dico avendo osservato le immagini».
Dalle immagini postate in un video si capisce come si è innescato l’incendio. Tommaso D’Antico nota: «C’è un frame che non riesco a togliermi dalla testa: ragazzi che ridono e filmano le fiamme invece di scappare; come genitore, mi ha fatto paura». Il panico ha amplificato la tragedia innescata probabilmente dall’effetto flashover. L’ingegner Danilo Coppe, presidente di Ire (Istituto ricerche esplosive) di Parma, spiega: «Un incendio, anche piccolo come quello che può partire da una candelina, nell’arco di 40 secondi avvolge di fumo metà della stanza e non permette più neanche di vedere dove andare per trovare l’uscita, l’unico modo per salvarsi è strisciare verso un’uscita. In Italia mai si sarebbe autorizzato un concerto in un seminterrato e l’Europa ha regole rigide sui fuochi d’artificio, ma la Svizzera non fa parte dell’Europa».
Quei ragazzi sono morti in trappola e un testimone afferma che a Le Constellation «facevano entrare anche i tredicenni a cui veniva offerto alcol». In un video promozionale del locale, precipitosamente cancellato ma rimasto in Rete, s’annuncia ancora la festa con candeline e champagne per il nuovo anno.
Si indaga per incendio e omicidio
«Alcune delle ipotesi iniziali trovano conferma. Tutto lascia supporre che il fuoco sia stato innescato da candele scintillanti o bengala posizionati sulle bottiglie di champagne e avvicinate troppo al soffitto. Da qui si è sviluppato un rogo estremamente rapido e diffuso». Le parole di Beatrice Pilloud, procuratore generale del Canton Vallese, confermano i primi, terribili, sospetti. A causare il maledetto rogo che la notte di Capodanno ha bruciato vivi tanti giovani e ne ha ridotti altri in condizioni gravissime è stata una stupida imprudenza.
Di quelle che si fanno con leggerezza, chissà in quante occasioni e in quanti altri locali senza stimare il pericolo. E che questa volta ha portato alla tragedia. L’inchiesta sulle cause della strage di Crans-Montana è stata aperta ufficialmente ieri e le ipotesi di reato sono incendio doloso, omicidio colposo e lesioni personali colpose. A spiegarlo è stata la stessa Pilloud nella terza conferenza stampa organizzata nel Comune svizzero di Sion per informare i media internazionali della situazione.
Il procuratore ha chiarito che, al momento, non ci sono indagati anche se sono stati sentiti i due proprietari de Le Constellation, Jessica e Jacques Moretti, come persone informate sui fatti, anche perché, in particolare, la donna era presente al momento della tragedia e ne è uscita praticamente illesa. Il lavoro degli inquirenti «si basa sulle analisi da parte di esperti dei video e delle immagini» della tragica serata oltre che sui «racconti dei testimoni e sulle analisi dei resti del locale».
Al centro dell’attenzione, com’è ovvio, ci sono i materiali utilizzati nella ristruttrazione del seminterrato risalente al 2015 (e finita a tempo di record, suggeriscono alcuni media locali), le misure antincendio, il numero delle persone che erano all’interno e, ovviamente, l’uscita di sicurezza, tra le principali imputate nell’analisi delle cause che hanno portato alla strage.
Le domande dei colleghi elvetici alla Pilloud si sono concentrate proprio su questi aspetti, ma le risposte non sono state particolarmente esaustive. Partiamo dal soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che si pensava fosse di legno. In realtà si tratta di un controsoffitto realizzato con pannelli fonoassorbenti che, solitamente, sono in materiale plastico e, dunque, facilmente infiammabile. Alla giornalista che ha chiesto di questo particolare, il procuratore ha risposto: «L’inchiesta definirà se il materiale con cui era pannellato il soffitto era adatto o meno all’utilizzo e se era conforme». A chi chiedeva se il locale era sovraffollato, Pilloud ha spiegato che «sarà difficile stabilire con esattezza quante persone erano presenti al momento dell’incendio», mentre a un altro, che ha espressamente chiesto se erano stati effettuati in passato controlli da parte delle autorità preposte, Stéphane Ganzer, consigliere del Canton Vallese incaricato per la sicurezza, ha controbattuto: «Non posso dire con che frequenza il Comune di Crans-Montana abbia fatto i controlli, ma ai vigili del fuoco non è mai arrivato nessun rapporto su problematiche relative all’edificio».
Poche parole anche sull’uscita di sicurezza che, secondo le testimonianze dei frequentatori abituali della discoteca, era poco visibile, forse ostruita o comunque affacciata sulle scale interne al palazzo. A domanda precisa, Ganzer ha risposto: «Il locale era dotato di una uscita di sicurezza anche se, al momento dell’incendio, sembrerebbe che la maggior parte dei presenti sia uscito dall’ingresso principale».
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Fiori, candele e messaggi di fronte al bar Le Constellation di Crans-Montana in Svizzera, teatro della strage di Capodanno (Ansa)
Sono 13 i feriti della sciagura a Crans-Montana: ponte aereo per trasferirli al Niguarda. Guido Bertolaso: «Li riporteremo a casa».
Sono «71 svizzeri, 14 francesi, 11 italiani, quattro serbi, un bosniaco, un belga, un lussemburghese, un polacco e un portoghese» i feriti identificati dalle autorità svizzere. Per 14 dei 119 totali la nazionalità, per ora, non è conosciuta. «Le cifre sono provvisorie», fanno sapere e, quindi, in continua evoluzione, tanto che a quanto risulta all’Italia sono almeno 13 i nostri feriti. Ma è proprio in quei 14 non identificati che si custodisce la speranza di riconoscere qualcuno degli ultimi sei dispersi italiani. Tra loro Chiara Costanzo e Giovanni Tamburi, entrambi classe 2009, come molti degli altri ragazzini.
Notizie certe non se ne possono avere perché le autorità svizzere ne daranno solo in presenza di certezza assoluta. Non si ha l’ufficialità neanche della morte di Emanuele Galeppini, 16 anni, genovese. Nel pomeriggio dell’1 gennaio la Federgolf ha emanato un comunicato annunciandone la morte ma nella lista della Farnesina risulta ancora disperso. I genitori si aggrappano alla speranza: «Stiamo aspettando il risultato del Dna». Una disperazione alimentata anche da parecchia confusione, come denunciato anche dalla madre di Tamburi, Carla Masiello, che ieri si è sfogata ai microfoni di Mediaset: «Sono due giorni che non so nulla di mio figlio. Questa attesa è snervante. Non capisco questo corto circuito tra la Svizzera e l’Italia», ha denunciato. «Mi hanno chiamato stamattina dicendo che avrebbero dovuto dirmi se mio figlio era tra i morti o i dispersi ma ancora non hanno svuotato il locale». La donna, poi, si è rivolta all’assessore al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso, che sta gestendo i feriti in arrivo al Niguarda: «Ha dichiarato che la Protezione civile è in possesso delle cliniche di tutti i feriti, anche quelli non identificati. Ma si potrà sapere in quale ospedale sono? Uno potrebbe essere mio figlio», si sfoga. E conferma: «Il problema è che le autorità elvetiche non lo comunicano a quelle italiane per paura di creare false illusioni. Ma io preferisco avere una falsa illusione e poi constatare che mio figlio non c’è più. Vorrei avere la possibilità di prendere la macchina e andare a verificare. Voglio sapere se mio figlio è vivo, è morto e dov’è».
Ieri sono stati rimpatriati altri due dei 13 feriti. In totale, sono 7 i ricoverati all’ospedale Niguarda di Milano, per quanto riguarda gli altri per il momento è giudicato non sicuro il loro trasporto a causa delle condizioni in cui versano. «L’ultimo arrivato è in buone condizioni, è intubato e lo abbiamo appena medicato, quindi è già in centro ustioni», ha spiegato il direttore Franz Wilhelm Baruffaldi Preis. Ma la notizia più rilevante riguarda altri due pazienti: «Li abbiamo estubati e siamo riusciti a parlarci. È una grande cosa, solleva il cuore a noi e soprattutto ai genitori». Una giornata intensa, ha detto Preis: «Un ragazzo è stato operato in modo importante a braccia e mani e domani tornerà in sala operatoria per la copertura delle braccia. Gli altri pazienti andranno progressivamente in sala per la copertura e la ricostruzione dei tessuti, così da ridurre il rischio di contaminazioni e infezioni. Il percorso clinico», ha avvertito il direttore del Centro grandi ustioni, «sarà lungo». «La parte più difficile è parlare con i genitori di quello che è stato e di quello che sarà, l’obiettivo è accompagnare i ragazzi verso il recupero completo».
«Il nostro fine è riportarli tutti a casa il prima possibile», ha detto Bertolaso nello stesso punto stampa delle 18.30, «compatibilmente con le condizioni sanitarie e sulla base anche dell’autorizzazione dei genitori, che hanno tutti chiesto di farli tornare a Milano al Niguarda, e d’accordo con la Farnesina». Precedentemente aveva spiegato: «Abbiamo già ricoverato tre ragazzi», una veterinaria ventinovenne operata già due volte per ustioni alla testa e alle mani e due ragazzini di 15 anni. Nelle stesse ore veniva inviato in Svizzera un team di medici del Niguarda esperti in ustioni. Il più grave degli attuali ricoverati è un quindicenne arrivato ieri intorno alle 14: «Ha inalato molto fumo e sostanze tossiche ed è quello che ha maggiori problemi». Questa mattina è previsto l’arrivo al Niguarda di altri due feriti, una ragazza e un cittadino svizzero di circa 30 anni. «A quel punto rimarranno gli ultimi quattro, che sono i casi più problematici, e vedremo domani mattina (oggi, ndr), sulla base delle verifiche che faremo questa notte, se anche loro riusciamo a portarli a casa in tempi rapidi. Sono tutti ragazzi che hanno delle ustioni che variano dal 30 al 50% su tutto il corpo e soprattutto agli arti superiori e alla faccia. Noi vogliamo salvare la vita di questi ragazzi. Poi i nostri chirurghi plastici si dedicheranno alle riparazioni che servono», ha spiegato Bertolaso, precisando che «è fondamentale che ci sia l’autorizzazione dei medici curanti attuali che devono darci l’ok per portarli qui in elicottero».
Anche il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ieri pomeriggio al Niguarda, segue l’evolversi della situazione dei feriti. «La risposta che l’ospedale sta dando è di altissimo livello e di grande professionalità. Determinante anche il ruolo degli psicologi che stanno dialogando con i familiari delle persone ferite, profondamente colpite da una vicenda in cui sono coinvolti direttamente i loro figli o alcuni dei loro amici più stretti. Questi ragazzi hanno vissuto un’esperienza terribile».
Prosegue la vicinanza di tutte le istituzioni. Mentre il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, continua a seguire gli sviluppi costantemente, ieri anche il Coni ha mostrato solidarietà. Il presidente Luciano Buonfiglio ha invitato, infatti, le Federazioni sportive, le discipline sportive associate e gli enti di promozione sportiva a far osservare un minuto di silenzio in occasione di tutte le manifestazioni sportive che si svolgeranno in Italia nel fine settimana, per commemorare i giovani sportivi vittime della grave sciagura avvenuta a Crans-Montana.
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Varsavia punta ad avere «l’esercito più forte d’Europa»: la stessa ambizione di Berlino, i cui soldati hanno già sconfinato per erigere fortificazioni. E la destra anti Donald Tusk è in fibrillazione: «Proteggere il confine Ovest».
La Polonia avrà il «più forte esercito d’Europa». Lo ha promesso il premier, Donald Tusk, senza chiedere permesso alla Germania. La quale - piccolo problema - coltiva la stessa ambizione: il cancelliere, Friedrich Merz, lo va proclamando almeno dallo scorso maggio e, l’ultima volta, lo ha ribadito meno di un mese fa. Quella tra Varsavia e Berlino sarà una competizione leale? O una baruffa nel nome del riarmo? Alla faccia della difesa comune?
Sarebbe facile, ma anche fuori luogo, richiamare i tremendi precedenti: la sollevazione polacca del 1918 e il successivo Trattato di Versailles, con cui il dissolto Regno di Prussia perse Danzica; lo status della città libera, popolata da tedeschi, sfruttato da Adolf Hitler per giustificare l’espansionismo; e l’invasione nazista che diede inizio alla seconda guerra mondiale. Proprio nel momento in cui la Bundeswehr torna a varcare le frontiere nazionali, stavolta invitata, per aiutare i polacchi a costruire fortificazioni lungo la linea di contatto con la Bielorussia. E, soprattutto, in corrispondenza del corridoio di Suwalki, la striscia di terra che separa il territorio di Varsavia e la Lituania dall’exclave russa di Kaliningrad. Guarda caso, per la prima volta dal 1939, la Germania aveva deciso sei mesi fa di spedire un contingente nello Stato baltico, un tempo nell’orbita prussiana, sempre con il proposito di proteggere l’alleato dalle mire di Mosca.
Non tutti, in Polonia, apprezzano il rinnovato attivismo di Berlino. La settimana scorsa, il presidente della Repubblica, esponente del partito di destra Diritto e giustizia, che è avversario della coalizione pro Ue di Tusk, ci ha tenuto a sottolineare che il Paese è «pronto a difendere il confine occidentale». Quello con la Germania. I commenti di Karol Nawrocki, espressi proprio in occasione dell’anniversario della rivolta Wielkopolska antitedesca, hanno messo in imbarazzo il ministro degli Esteri in carica, Radoslaw Sikorski. Costui ha dovuto ricordare che «non c’è alcuna minaccia» a Ovest: il pericolo si chiama Vladimir Putin.
In realtà, il format che riunisce tedeschi, polacchi e francesi nel Triangolo di Weimar, ultimamente, si era raffreddato. E se i vertici dei volenterosi hanno cementato la cooperazione sull’Ucraina, i dissidi con la Germania si susseguivano da tempo, a partire dal problema dell’immigrazione: la Polonia non gradiva i respingimenti ordinati dalle autorità tedesche. Intanto, la destra radicale di Afd guarda a Oriente con diffidenza: il leader, Tino Chrupalla, considera Varsavia un’insidia pari alla Russia. La corsa agli armamenti, adesso, non farà che aggiungere un ulteriore elemento di contrasto.
I piani di Merz sono noti: egli ha a disposizione una dotazione finanziaria da quasi 1.000 miliardi di euro, per ritrasformare la Germania in un colosso militare. E da quest’anno partiranno le manovre per assicurarsi una riserva di coscrivibili e giungere a un esercito da mezzo milione di uomini. Ma nemmeno la Polonia scherza. Tusk coltiva ambizioni geopolitiche ed economiche grandiose, che promuoverà anche attraverso i cospicui investimenti nel settore militare. Nel suo messaggio di Capodanno, il premier ha annunciato che il 2026 «sarà un anno di rapida conquista del Mar Baltico». Non intesa in senso bellico, certo, ma la capacità di proiezione marziale sarà il grimaldello con cui Varsavia blinderà i propri interessi strategici. Tusk vuole imprimere - citiamo letteralmente - una «intensa spinta per ripolacchizzare e ripristinare l’industria, in particolare nel settore della difesa». Badare bene: si parla di «ripolacchizzare», mica di «rieuropeizzare».
Nell’anno appena trascorso, Varsavia ha destinato il 4,7% del Pil all’esercito: è una delle quote più alte tra i membri della Nato. Quest’anno, l’obiettivo è arrivare al 5%: musica per le orecchie di Donald Trump, considerando che gli Usa, nonostante le incomprensioni personali tra il tycoon e Tusk, sono da sempre i grandi sostenitori di un Paese che è argine storico al dilagare della Russia in Europa e che, in sostanza, si mantiene autonomo da Bruxelles, come piace alla Casa Bianca. Nel 2024, la porzione della ricchezza nazionale polacca dedicata alla difesa era già arrivata al 4,2% e, nel 2023, al 3,3. Una crescita impressionante, a partire da livelli ben più elevati di quelli, ad esempio, degli Stati mediterranei e della Germania medesima, che nel 2024 aveva impegnato il 2% del Pil e che, nel 2025, è salita al 2,4%. In assoluto, i tedeschi sborsano il doppio dei polacchi. Ma le aspirazioni sono paragonabili. Così, l’idea che Washington acceleri il disimpegno dal Vecchio continente e la collocazione di Germania e Polonia sembrano fattori destinati a provocare un cortocircuito tra le due potenze, che si contendono una sfera d’influenza sovrapponibile.
È il ritorno della politica internazionale, in un’Europa che credeva di aver neutralizzato ogni conflitto sfruttando mercati e moneta. Un’illusione materialistica al cui funerale è stato invitato lo zar, il nemico esterno necessario a coprire un fallimento storico. Perché, con tanti saluti all’Unione, qui continua a essere valido l’antico adagio: dagli amici mi guardi Dio, dal nemico mi guardo io.
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