Un’alluvione nascosta dietro la barriera dei 100 giorni. Vuoi sapere quali interventi strutturali sono stati realizzati dal 2015 a oggi sul nodo idraulico di Modena (sistema Secchia-Panaro-Naviglio)? La Regione Emilia Romagna ti rimbalza con la formula della «proroga per l’emergenza maltempo». Cento giorni. Vuoi sapere quali interventi di pulizia e manutenzione argini sono avvenuti fra il 2019 e il 2022 sui torrenti Savena e Zena? «Ripassi fra 100 giorni». Hai necessità di conoscere per fini istituzionali quale prevenzione, bonifica, ripulitura è stata fatta sui fiumi Montone, Lamone, Senio, Santerno, punti chiave della tragedia costata 15 vite e 23.000 sfollati? Spallucce, fra 100 giorni.
Le domande possono essere centinaia e coinvolgere le vasche di laminazione, le restrizioni della legge sulla pulizia dei boschi, il consumo di suolo in collina. La risposta della direzione generale Territorio e ambiente della Regione è sempre la stessa: non prima del 20 ottobre. Se va bene, se sei fortunato, se il direttore non è fuori stanza. Così l’apparato del governatore Stefano Bonaccini respinge dal primo minuto la legittima richiesta di trasparenza sulle necessità di intervento, quindi sulle potenziali responsabilità nel caso in cui le opere fossero previste e mai effettuate. È un gioco a rimpiattino, una partita a poker sulla pelle dei più sfortunati che in queste ore mostra tutta la sua ferocia: mentre la Regione chiede a gran voce 8,8 miliardi al governo, di fatto si rifiuta di spiegare a cosa serve la parte riguardante le infrastrutture e gli interventi sugli argini (circa 2 miliardi).
Il problema è elementare. Senza una ricostruzione seria, senza uno storico, senza quei dati che la Regione si rifiuta di rendere pubblici, la stima diventa volatile e pericolosa. Palazzo Chigi e il ministero delle Infrastrutture hanno chiesto «il quadro cristallizzato dei danni e come sono state composte le stime». Hanno il sacrosanto diritto di saperlo per evitare quei finanziamenti a pioggia che in Italia, da sempre, si perdono nei rivoli più misteriosi e imbarazzanti. C’è un secondo motivo che impone la trasparenza: a detta di geologi, scienziati e associazioni del ramo l’Emilia Romagna non è immune da situazioni di pesante trascuratezza sul fronte del dissesto idrogeologico. Con un’aggravante ideologica: è in vigore la legge regionale «taglio del bosco», fra le più restrittive d’Italia, che di fatto impedisce di tenere pulite le zone limitrofe aI corsi d’acqua. Se un privato vuole raccogliere legna per uso personale o manutenere un castagneto deve «richiedere un’autorizzazione da inoltrare tassativamente mediante Spid». Con rischio di multe salate.
«Quel materiale è fondamentale per conoscere le problematiche pregresse», spiega la consigliera regionale emiliana Marta Evangelisti, capogruppo di Fratelli d’Italia. È lei ad avere inoltrato le richieste di chiarimenti e documentazione (in tutto 13 dal 20 maggio ad oggi) ed avere ricevuto 13 porte in faccia. L’ultima è la più dolorosa perché riguarda le segnalazioni formulate dagli enti locali e dai privati dal 2020 ad oggi alla Regione, comprese l’Agenzia per la sicurezza territoriale e la Protezione civile, e i riscontri forniti. Risposta del direttore generale Paolo Ferrecchi con una sorta di prestampato: risposta fra 131 giorni. Praticamente a Natale.
«Tutto questo è inaccettabile» sottolinea Evangelisti, «perché la Regione non ci ha mai fornito una mappatura realistica della situazione. Il check-up lo stiamo facendo noi dell’opposizione nonostante un ostruzionismo pazzesco. Verificare se certi lavori sono stati veramente fatti oppure no è fondamentale. Sapere come si è comportata la Regione dopo le segnalazioni dei cittadini sui torrenti che esondano e sulle strade che si allagano dopo un giorno di pioggia, è molto importante per la quantificazione dei danni. Le faccio un esempio: magari per mettere a posto una strada già lesionata da tempo servivano 50.000 euro, ma adesso il danno è diventato di 500.000. Chi paga il differenziale dovuto alla mancata osservanza della segnalazione? Avvertiamo semplicemente la responsabilità di rispondere ai cittadini e di utilizzare nel modo giusto i soldi della collettività. Senza sconti per chi ha mancato nei propri doveri».
L’ostruzionismo serve a nascondere il tema di fondo, quello del Commissario all’emergenza e dell’assoluta volontà del Pd di impedire al governo di guardare dentro mezzo secolo di gestione regionale di sinistra. Il catenaccio è totale, la melina serve a dilatare i tempi e non far aprire armadi con sempre possibili scheletri. Ora Palazzo Chigi è sempre meno propenso a lasciare mano libera al governatore e a Bologna il nervosismo diventa palpabile. La vicenda sta mettendo in serio imbarazzo Bonaccini che si limita a elencare numeri senza spiegarne la natura. E riceve l’invito del ministro Nello Musumeci a non utilizzare il governo «come un bancomat».
Al di là delle scaramucce politiche, il comportamento della Regione è bizzarro: da una parte fa muro nell’accesso agli atti, dall’altra pubblica sul proprio sito una pagina autoassolutoria sull’inevitabilità dell’alluvione e sui miracoli del sistema rosso. Uno spot buono per un talk show su La7, una passerella promozionale dove si legge che «complessivamente le casse di espansione sono 37. Se si prendono in considerazione le principali sono 23, di cui 9 in corso di realizzazione/progettazione/appalto». Quindi non esistono. Numeri come fuochi d’artificio. Per eventuali spiegazioni ripassare fra 100 giorni.
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