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2023-06-21
Senza ristori gli alluvionati del 2019 e Bonaccini oggi parla di ritardi
Stefano Bonaccini (Ansa)
Gli interventi per adeguare il territorio a eventi meteorologici estremi risultano scarsi. I lavori per mitigare il dissesto idrogeologico, ridotti. E le pratiche di sostegno a chi è stato in passato colpito dalle calamità, da sempre lunghe e farraginose. Il governatore dem della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, da qualche giorno, si lagna col governo per i tempi d’intervento, ma sembra non aver fatto i conti con il suo passato. L’analisi dell’attività della Regione per gli interventi post alluvione del 2019 dovrebbe imbarazzare non poco la giunta emiliana. La Regione ha approvato le pratiche per gli aiuti a metà 2020. Il termine ultimo per presentare le istanze di collaudo era fissato al 31 gennaio 2022. Da quella data sarebbero dovuti partire i pagamenti, per i quali, di solito, spiegano i tecnici, ci vogliono circa quattro o cinque mesi. Una delle pratiche esaminate dalla Verità, che riguarda un'azienda colpita, è rimasta in piedi per circa tre anni. Grazie a un’istruttoria rompicapo: si parte da una perizia, almeno tre preventivi, un quadro di raffronto sulla congruità e un computo metrico estimativo. Alla richiesta di collaudo bisogna allegare, poi, le fatture quietanzate e la copia dei bonifici. Ai richiedenti-danneggiati, insomma, viene fatto pelo e contro pelo. Poi, però, i rossi bofonchiano quando il viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami afferma che dalla Regione Emilia Romagna sono stati chiesti «2,3 miliardi subito, sulla fiducia (perché non è stato presentato alcun elenco degli interventi da eseguire, ndr)» e quando il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci sostiene che il governo è stato preso per «un bancomat». Ma basta tornare agli aiuti per gli alluvionati del 2019 per scoprire anche qualcos'altro. Una premessa è d'obbligo: non è detto che tutte le richieste debbano essere accolte così come vengono presentate. Ma alla pagina 17 della determina della Regione che contiene il riepilogo dei pagamenti, e che elenca le 22 aziende ammesse (nei territori delle province di Reggio Emilia, Piacenza, Bologna, Forlì-cesena e Modena), si apprende che le indennità liquidate sono pari al 43 per cento del contributo richiesto. Un bel taglio praticato da Bonaccini, che a un mese dall’alluvione pianta grane, lamentando la mancata nomina del commissario per l’emergenza. Ieri il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha ribadito: «Il commissario arriverà, l’importante è che siano arrivati i soldi. Il commissario senza soldi non serve. Attualmente c’è e si chiama Bonaccini». Ma il governatore dem continua anche a ripetere che ci sono presunti ritardi nell’arrivo dei fondi. Basta tornare al 2019, però, per scoprire che, dopo l’alluvione di febbraio, i primi fondi arrivarono a giugno 2020, 130 milioni di euro, ovvero 14 mesi dopo la richiesta dello stato d’emergenza. Tutto contento, all’epoca, Bonaccini disse: «Noi riusciremo a risarcire tutte le famiglie e le imprese che hanno avuto danni. E riusciremo anche ad avere risorse per proseguire in quella grande azione di intervento ordinario e straordinario sul nodo idraulico di Modena, Secchia e Panaro». Il Comune di Nonantola, particolarmente colpito, però, nel 2021 uscì allo scoperto: «Amministrazione e cittadini hanno completato la fase di ricognizione in tempi strettissimi per accelerare l'iter. Abbiamo avuto rassicurazioni e letto annunci, che sono però caduti in un silenzio non più accettabile». Insomma, il turbo Bonaccini lo pretende solo ora. Anche perché i fiumi straripati nel 2019 sono gli stessi che hanno investito con acqua e fango i centri urbani anche un mese fa. Le ricerche della Verità trovano conferma anche negli interventi per l'alluvione del 2014, che causò la rottura degli argini del Secchia e del San Matteo: «Per gli aiuti si è arrivati a coprire più o meno la metà dei richiedenti e per sbrigare le pratiche ci sono voluti circa tre anni», spiega l’ex consigliere comunale di Bastiglia Antonio Spica, autore anche di esposti in Procura sui flop degli interventi post alluvione ma anche post terremoto. Secondo Spica «i fondi arrivati furono irrisori rispetto ai danni subiti da una zona che contribuiva per il 2 per cento al pil nazionale. Vero è che all'epoca il presidente era Vasco Errani, ma l’assessore con delega al territorio era Paola Gazzolo, oggi nello staff di Bonaccini, quindi una sorta di continuità politica c’è». E i dati sembrano dimostrarlo. Nel frattempo la Regione cosa ha fatto? La piattaforma Rendis di Ispra ricostruisce che in Emilia Romagna sono stati messi in cantiere 529 interventi per la mitigazione del dissesto idrogeologico tra il 1999 e il 2022, ma solo 368 risultano conclusi. Inoltre, da quando Bonaccini fa il governatore sono stati stanziati 190 milioni di euro per costruire 23 nuove opere idrauliche. Il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, però, ha scoperto che ne funzionano soltanto 12. E c’è ancora da chiarire una restituzione di fondi, per 55 milioni di euro, certificati dalla Corte dei conti come inutilizzati, che erano destinati alla manutenzione e alla messa in sicurezza dei corsi d’acqua.
L’Ue a Lampedusa vede solo le Ong
Difficile pensare che non vi sia il dolo, dietro l’atteggiamento assunto ieri dal presidente della Commissione per le libertà civili del Parlamento europeo, il socialista spagnolo Juan Fernando Lopez Aguilar nella sua visita istituzionale a Lampedusa. Una visita programmata per toccare con mano le criticità legate alla situazione cronica di collasso, dovuta alla mole di sbarchi illegali nell’isola siciliana e alle condizioni inumane in cui versa il locale hotspot, perennemente al limite della capienza.In barba a ogni cerimoniale, infatti, Lopez Aguilar ha cambiato il programma della sua visita, evitando di essere accolto dal primo cittadino Filippo Mannino che lo ha aspettato invano all’aeroporto assieme al suo vice Attilio Lucia. Non pago del primo sgarbo, l’eurodeputato iberico ha poi iniziato la conferenza stampa senza attendere il resto della delegazione che lo ha accompagnato a Lampedusa, di cui facevano parte gli eurodeputati italiani di centrodestra Alessandra Mussolini (Fi), Giuseppe Milazzo (FdI) e Annalisa Tardino (Lega). Un atteggiamento che è apparso immediatamente strumentale a livello politico, visto che Lopez Aguilar, dopo aver «dribblato» le autorità locali, ha preferito incontrare i rappresentanti delle Ong che operano nel Mediterraneo (spesso non seguendo le norme vigenti sui soccorsi in mare e qualche volta intrattenendo contatti non leciti con gli scafisti). La giornata del presidente della commissione europarlamentare doveva iniziare, come accade sempre in queste occasioni, con il benvenuto ufficiale da parte del sindaco nello scalo dell’isola, a cui avrebbe dovuto seguire un breve colloquio tra i due. Colloquio che non ha avuto luogo, poiché il presidente ha rilasciato delle dichiarazioni senza attendere i suoi colleghi delle altri componenti politiche, e poi è salito assieme a questi ultimi sulla nave Dattilo della Guardia costiera per partecipare ad una dimostrazione di un'operazione Sar, senza coinvolgere Mannino che quindi è rimasto a terra. Non appena informati dell’accaduto, gli eurodeputati italiani e le segreterie dei rispettivi partiti hanno manifestato il proprio stupore e la propria contrarietà per l'atteggiamento tenuto da Lopez Aguilar, ritenuto scorretto anche dalla sua compagna di partito francese Sylvie Guillaume. Ma il massimo della scorrettezza è stato raggiunto nel corso dell'incontro con le Ong, per il quale lo stesso Lopez-Aguilar ha organizzato una «coreografia» in cui si è messo al tavolo assieme alle organizzazioni non governative, relegando i membri del centrodestra nel pubblico e polemizzando violentemente con loro quando questi ultimi gli hanno fatto presente lo sgarbo. L’eurodeputato Milazzo, interpellato direttamente dal nostro giornale, ha raccontato che alle 9 di ieri mattina era in aeroporto per incontrare il sindaco assieme agli altri membri della commissione, quando è stato «preso dallo staff del presidente e catapultato al porto» per la dimostrazione sulla Dattilo. «L’Ammiraglio ci ha detto che se fosse stato avvertito avrebbe atteso il sindaco, Lopez ha stravolto tutto il calendario e non ha avuto l’accortezza di fissare un nuovo appuntamento col sindaco». Milazzo è stato anche testimone di come Lopez ha condotto l'incontro con le Ong: «Li ha fatti sedere sul tavolo riservato a noi e si è messo in mezzo a loro, dando la stura a una sorta di processo contro il governo italiano e le legge italiani, a partire dal Dl Cutro». Il sindaco Mannino e i deputati italiani presenti sull'isola hanno immediatamente protestato con un nota, riservandosi anche di investire della questione la presidente dell'Europarlamento Roberta Metsola, così come ha fatto i rispettivi partiti: «Grave - ha osservato il Carroccio - che le sinistre Ue e il Parlamento Europeo strumentalizzino una missione della commissione Libe a Lampedusa per farla diventare una passerella e un palcoscenico per le Ong per attaccare il governo italiano».
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Il governatore si lagna con Giorgia Meloni per i mancati rimborsi, ma le indennità liquidate per il dramma di quattro anni fa sono solo il 43% del richiesto. Ed è mancata la manutenzione: i fiumi straripati sono gli stessi di allora.Il presidente socialista della commissione per i diritti, in visita all’isola per gli sbarchi, snobba il sindaco e inizia la conferenza stampa senza gli eurodeputati del centrodestra.Lo speciale contiene due articoli. Gli interventi per adeguare il territorio a eventi meteorologici estremi risultano scarsi. I lavori per mitigare il dissesto idrogeologico, ridotti. E le pratiche di sostegno a chi è stato in passato colpito dalle calamità, da sempre lunghe e farraginose. Il governatore dem della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, da qualche giorno, si lagna col governo per i tempi d’intervento, ma sembra non aver fatto i conti con il suo passato. L’analisi dell’attività della Regione per gli interventi post alluvione del 2019 dovrebbe imbarazzare non poco la giunta emiliana. La Regione ha approvato le pratiche per gli aiuti a metà 2020. Il termine ultimo per presentare le istanze di collaudo era fissato al 31 gennaio 2022. Da quella data sarebbero dovuti partire i pagamenti, per i quali, di solito, spiegano i tecnici, ci vogliono circa quattro o cinque mesi. Una delle pratiche esaminate dalla Verità, che riguarda un'azienda colpita, è rimasta in piedi per circa tre anni. Grazie a un’istruttoria rompicapo: si parte da una perizia, almeno tre preventivi, un quadro di raffronto sulla congruità e un computo metrico estimativo. Alla richiesta di collaudo bisogna allegare, poi, le fatture quietanzate e la copia dei bonifici. Ai richiedenti-danneggiati, insomma, viene fatto pelo e contro pelo. Poi, però, i rossi bofonchiano quando il viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami afferma che dalla Regione Emilia Romagna sono stati chiesti «2,3 miliardi subito, sulla fiducia (perché non è stato presentato alcun elenco degli interventi da eseguire, ndr)» e quando il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci sostiene che il governo è stato preso per «un bancomat». Ma basta tornare agli aiuti per gli alluvionati del 2019 per scoprire anche qualcos'altro. Una premessa è d'obbligo: non è detto che tutte le richieste debbano essere accolte così come vengono presentate. Ma alla pagina 17 della determina della Regione che contiene il riepilogo dei pagamenti, e che elenca le 22 aziende ammesse (nei territori delle province di Reggio Emilia, Piacenza, Bologna, Forlì-cesena e Modena), si apprende che le indennità liquidate sono pari al 43 per cento del contributo richiesto. Un bel taglio praticato da Bonaccini, che a un mese dall’alluvione pianta grane, lamentando la mancata nomina del commissario per l’emergenza. Ieri il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha ribadito: «Il commissario arriverà, l’importante è che siano arrivati i soldi. Il commissario senza soldi non serve. Attualmente c’è e si chiama Bonaccini». Ma il governatore dem continua anche a ripetere che ci sono presunti ritardi nell’arrivo dei fondi. Basta tornare al 2019, però, per scoprire che, dopo l’alluvione di febbraio, i primi fondi arrivarono a giugno 2020, 130 milioni di euro, ovvero 14 mesi dopo la richiesta dello stato d’emergenza. Tutto contento, all’epoca, Bonaccini disse: «Noi riusciremo a risarcire tutte le famiglie e le imprese che hanno avuto danni. E riusciremo anche ad avere risorse per proseguire in quella grande azione di intervento ordinario e straordinario sul nodo idraulico di Modena, Secchia e Panaro». Il Comune di Nonantola, particolarmente colpito, però, nel 2021 uscì allo scoperto: «Amministrazione e cittadini hanno completato la fase di ricognizione in tempi strettissimi per accelerare l'iter. Abbiamo avuto rassicurazioni e letto annunci, che sono però caduti in un silenzio non più accettabile». Insomma, il turbo Bonaccini lo pretende solo ora. Anche perché i fiumi straripati nel 2019 sono gli stessi che hanno investito con acqua e fango i centri urbani anche un mese fa. Le ricerche della Verità trovano conferma anche negli interventi per l'alluvione del 2014, che causò la rottura degli argini del Secchia e del San Matteo: «Per gli aiuti si è arrivati a coprire più o meno la metà dei richiedenti e per sbrigare le pratiche ci sono voluti circa tre anni», spiega l’ex consigliere comunale di Bastiglia Antonio Spica, autore anche di esposti in Procura sui flop degli interventi post alluvione ma anche post terremoto. Secondo Spica «i fondi arrivati furono irrisori rispetto ai danni subiti da una zona che contribuiva per il 2 per cento al pil nazionale. Vero è che all'epoca il presidente era Vasco Errani, ma l’assessore con delega al territorio era Paola Gazzolo, oggi nello staff di Bonaccini, quindi una sorta di continuità politica c’è». E i dati sembrano dimostrarlo. Nel frattempo la Regione cosa ha fatto? La piattaforma Rendis di Ispra ricostruisce che in Emilia Romagna sono stati messi in cantiere 529 interventi per la mitigazione del dissesto idrogeologico tra il 1999 e il 2022, ma solo 368 risultano conclusi. Inoltre, da quando Bonaccini fa il governatore sono stati stanziati 190 milioni di euro per costruire 23 nuove opere idrauliche. Il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, però, ha scoperto che ne funzionano soltanto 12. E c’è ancora da chiarire una restituzione di fondi, per 55 milioni di euro, certificati dalla Corte dei conti come inutilizzati, che erano destinati alla manutenzione e alla messa in sicurezza dei corsi d’acqua.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bonaccini-oggi-parla-di-ritardi-2661621581.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lue-a-lampedusa-vede-solo-le-ong" data-post-id="2661621581" data-published-at="1687345544" data-use-pagination="False"> L’Ue a Lampedusa vede solo le Ong Difficile pensare che non vi sia il dolo, dietro l’atteggiamento assunto ieri dal presidente della Commissione per le libertà civili del Parlamento europeo, il socialista spagnolo Juan Fernando Lopez Aguilar nella sua visita istituzionale a Lampedusa. Una visita programmata per toccare con mano le criticità legate alla situazione cronica di collasso, dovuta alla mole di sbarchi illegali nell’isola siciliana e alle condizioni inumane in cui versa il locale hotspot, perennemente al limite della capienza.In barba a ogni cerimoniale, infatti, Lopez Aguilar ha cambiato il programma della sua visita, evitando di essere accolto dal primo cittadino Filippo Mannino che lo ha aspettato invano all’aeroporto assieme al suo vice Attilio Lucia. Non pago del primo sgarbo, l’eurodeputato iberico ha poi iniziato la conferenza stampa senza attendere il resto della delegazione che lo ha accompagnato a Lampedusa, di cui facevano parte gli eurodeputati italiani di centrodestra Alessandra Mussolini (Fi), Giuseppe Milazzo (FdI) e Annalisa Tardino (Lega). Un atteggiamento che è apparso immediatamente strumentale a livello politico, visto che Lopez Aguilar, dopo aver «dribblato» le autorità locali, ha preferito incontrare i rappresentanti delle Ong che operano nel Mediterraneo (spesso non seguendo le norme vigenti sui soccorsi in mare e qualche volta intrattenendo contatti non leciti con gli scafisti). La giornata del presidente della commissione europarlamentare doveva iniziare, come accade sempre in queste occasioni, con il benvenuto ufficiale da parte del sindaco nello scalo dell’isola, a cui avrebbe dovuto seguire un breve colloquio tra i due. Colloquio che non ha avuto luogo, poiché il presidente ha rilasciato delle dichiarazioni senza attendere i suoi colleghi delle altri componenti politiche, e poi è salito assieme a questi ultimi sulla nave Dattilo della Guardia costiera per partecipare ad una dimostrazione di un'operazione Sar, senza coinvolgere Mannino che quindi è rimasto a terra. Non appena informati dell’accaduto, gli eurodeputati italiani e le segreterie dei rispettivi partiti hanno manifestato il proprio stupore e la propria contrarietà per l'atteggiamento tenuto da Lopez Aguilar, ritenuto scorretto anche dalla sua compagna di partito francese Sylvie Guillaume. Ma il massimo della scorrettezza è stato raggiunto nel corso dell'incontro con le Ong, per il quale lo stesso Lopez-Aguilar ha organizzato una «coreografia» in cui si è messo al tavolo assieme alle organizzazioni non governative, relegando i membri del centrodestra nel pubblico e polemizzando violentemente con loro quando questi ultimi gli hanno fatto presente lo sgarbo. L’eurodeputato Milazzo, interpellato direttamente dal nostro giornale, ha raccontato che alle 9 di ieri mattina era in aeroporto per incontrare il sindaco assieme agli altri membri della commissione, quando è stato «preso dallo staff del presidente e catapultato al porto» per la dimostrazione sulla Dattilo. «L’Ammiraglio ci ha detto che se fosse stato avvertito avrebbe atteso il sindaco, Lopez ha stravolto tutto il calendario e non ha avuto l’accortezza di fissare un nuovo appuntamento col sindaco». Milazzo è stato anche testimone di come Lopez ha condotto l'incontro con le Ong: «Li ha fatti sedere sul tavolo riservato a noi e si è messo in mezzo a loro, dando la stura a una sorta di processo contro il governo italiano e le legge italiani, a partire dal Dl Cutro». Il sindaco Mannino e i deputati italiani presenti sull'isola hanno immediatamente protestato con un nota, riservandosi anche di investire della questione la presidente dell'Europarlamento Roberta Metsola, così come ha fatto i rispettivi partiti: «Grave - ha osservato il Carroccio - che le sinistre Ue e il Parlamento Europeo strumentalizzino una missione della commissione Libe a Lampedusa per farla diventare una passerella e un palcoscenico per le Ong per attaccare il governo italiano».
Ansa
La Procura di Napoli indagherà anche sui medici di Bolzano autori dell’espianto. Da oggi il bimbo sarà sottoposto a un nuovo percorso terapeutico che prevede l'alleviamento delle sofferenze. Ad annunciarlo, ieri sera in diretta tv alla trasmissione Dritto e Rovescio su Rete 4, è stato il legale della famiglia, Francesco Petruzzi: «Ci tengo a precisare, non è eutanasia, ma per evitare l'accanimento terapeutico, questa procedura è volta a spostare tutta la terapia clinica dalla guarigione soltanto all'alleviamento delle sofferenze».
«Oggi abbiamo preso le cartelle cliniche e i pareri del gruppo interdisciplinare, li abbiamo sottoposti al nostro team medico legale, al dottor Luca Scognamiglio. Un altro elemento è che, una volta tolta la sedazione, il bambino non si è svegliato. Avendo valutato che vi è sicuramente una prognosi certamente e senza ombra di dubbio infausta, un paio di ore fa ho mandato una pec al Monaldi dove per volontà della famiglia abbiamo fatto una richiesta di Pcc, che è la pianificazione condivisa delle cure, un istituto introdotto nel 2017». Così, ieri sera, nel corso della diretta televisiva della trasmissione Dritto e Rovescio in onda su rete 4, l'avvocato della famiglia del piccolo Domenico, Francesco Petruzzi, ha annunciato che il bimbo a cui il 23 dicembre scorso è stato trapiantato un «cuore bruciato» all’ospedale Monaldi di Napoli sarà sottoposto a un nuovo percorso terapeutico che prevede l'alleviamento delle sofferenze.
Mamma Patrizia adesso chiede «silenzio». Dopo il no a un nuovo trapianto per il piccolo Domenico, lei continua a stare accanto al suo bimbo di due anni e mezzo. Domenico resta attaccato a una macchina cuore-polmone, così da oltre 50 giorni.
Patrizia era ottimista, poi è arrivato il parere negativo dei massimi esperti nazionali. Però non vuole rassegnarsi: finché il piccolo ha gli occhi aperti lei spera, vive e lotta per entrambi.
Nella giornata di ieri l’ospedale partenopeo ha rilasciato alla famiglia la documentazione medica relativa al ricovero, alle terapie e all’operazione di trapianto. Ora sarà il medico legale, nominato dagli avvocati della famiglia, a esaminare la relazione. Le condizioni del bimbo continuano a essere «gravi ma stabili nella loro criticità». Da quanto si è appreso, non è escluso che, dopo lo studio della relazione, la famiglia possa individuare altre soluzioni alternative anche all’estero. Al momento, però, serve cautela e silenzio.
La famiglia è stretta in un dolore composto che racchiude tanto amore. Nel tardo pomeriggio di ieri, in tanti sono scesi in piazza a Nola (Comune dove vive la famiglia) per una fiaccolata dedicata al piccolo.
Intanto, proseguono le indagini sul «cuore bruciato». Al momento sono sei gli indagati tra medici e paramedici del Monaldi, ma il numero sembra destinato ad aumentare. L’inchiesta della Procura di Napoli si sta concentrando sul trasporto dell’organo e, in particolare, sul contenitore che custodiva il cuore da Bolzano a Napoli, simile a una borsa frigo per le bibite. Ma dal verbale dell’indagine interna del Monaldi emergono dettagli agghiaccianti, pubblicati dal quotidiano La Repubblica e ripresi ieri da diverse agenzie di stampa. «All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio», è scritto nella relazione dell’ospedale.
Le attenzioni degli inquirenti sono rivolte al contenitore che non avrebbe avuto il sistema di monitoraggio della temperatura e alle procedure di trasporto. Da quanto è emerso il cuore era congelato, ma nonostante «il forte sospetto di un grave danno da congelamento dell’organo, in assenza di alternative», visto che il cuore malato del piccolo era stato già espiantato, «si decideva di procedere ugualmente e con la massima rapidità all’impianto». Ma quel cuoricino non ripartiva e dopo tre ore si è reso necessario utilizzare l’Ecmo, il macchinario extracorporeo che tiene in vita il bambino mentre «contestualmente veniva inoltrata la richiesta urgente per la disponibilità di un nuovo organo». «Abbiamo trovato una serie di organi compromessi», ha detto all’Adkronos Carlo Pace Napoleone, direttore della struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e Cardiopatie congenite dell’ospedale Regina Margherita di Torino che ha fatto parte dell’Heart team del Monaldi.
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Il caso Tortora è la storia del più clamoroso abbaglio della giustizia italiana. Insieme a Vittorio Pezzuto, autore di «Applausi e sputi», ripercorriamo l'arresto di Enzo Tortora, le bugie dei falsi pentiti e la gogna mediatica di un uomo che trasformò il proprio calvario in una battaglia di civiltà per tutti i cittadini.
Paolo Petrecca (Ansa)
Dopo 13 giorni in trincea nel suo ufficio di viale Mazzini, assediato dai comunicati dell’Usigrai e frustrato da un gelo paragonabile a quello di Sofia Goggia davanti agli exploit di Federica Brignone, ieri Petrecca si è arreso. Ha rimesso il mandato nelle mani dell’ad ma nel farlo ha voluto esagerare, postando su Instagram l’immagine di un affresco che rappresenta l’apostolo Matteo corredata dalla citazione di Cristo nell’Ultima cena: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Il paragone è un tantino impegnativo ma le coordinate allegate «Mt 26, 20-29» dimostrano che questa volta non ha preso cantonate.
L’interim della direzione di Raisport va al vice Marco Lollobrigida, giornalista sportivo di comprovato valore, impegnato a cantare le gesta dei pattinatori azzurri dall’Ice skating Arena di Assago. Comprese quelle della lontana cugina Francesca Lollobrigida, doppio oro con il piccolo Tommaso in braccio. Per proprietà transitiva è pure parente dell’attrice Gina detta la Bersagliera e del ministro meloniano Francesco Lollobrigida, dettaglio che per riflesso pavloviano potrebbe rimandare sulle barricate Usigrai, comitati di redazione e pattuglie di pasdaran di redazione legati a doppio filo a Pd e Movimento 5stelle.
Petrecca paga le gaffe della cerimonia d’apertura che ha dovuto commentare dopo il siluramento voluto dal Quirinale di Auro Bulbarelli, reo di avere rivelato in anticipo il giretto in tram del presidente Sergio Mattarella. Petrecca sconta banalità assortite («gli atleti spagnoli sono calienti, i brasiliani hanno la musica nel sangue») e l’aver scambiato la presidente del Cio per la figlia del capo dello Stato. Insomma era il capro espiatorio ideale per lenire la gastrite della sinistra tutta nei confronti di un’Olimpiade stupenda e osteggiata in ogni modo. Da qui il voto di sfiducia e l’accusa di «avere provocato la peggior figura di sempre alla Rai e alle redazioni. Un danno per i lavoratori e per gli spettatori che pagano il canone».
Mentre l’autonominato San Paolo si dirige verso il Golgota, è interessante notare come «dei lavoratori e dei paganti il canone» importasse meno di zero ad Usigrai, dirigenti e affini tre anni fa quando, sul palco del festival di Sanremo e davanti a 12 milioni di italiani, Fedez e Rosa Chemical mimarono un amplesso gay con lingue guizzanti mentre Chiara Ferragni faceva pubblicità occulta a Instagram danneggiando l’azienda. O quando, all’inizio della guerra in Ucraina (febbraio 2022), la Rai mandò in onda i videogiochi ArmA3 e War Thunder scambiandoli «per la contraerea di Kiev che cerca di abbattere un aereo da combattimento di Putin». O ancora quando Rainews24 fece credere che una vecchia esplosione a Tianjin in Cina fosse «un bombardamento russo sulle città ucraine». Con la comica postilla: «Lo abbiamo trovato in rete. Questa è una guerra tradizionale ma anche una narrazione social».
Erano fake news da nascondersi per un decennio, altro che le amenità di Petrecca. Ma allora nessuno fiatò, evidentemente i telespettatori (che si scompisciavano dal ridere) e i lavoratori della più grande azienda culturale del paese potevano essere gabbati senza un plissè. Nessun comunicato, nessuno sciopero, nessuna fiducia revocata. Il motivo era nobile: come stigmatizzare l’operato di direttori che trascorrevano i giorni di corta sul palco delle feste de L’Unità a intervistare in ginocchio Enrico Letta e Massimo D’Alema? E se Lucia Annunziata definiva gli ucraini «cameriere, camerieri, badanti, amanti» cosa vuoi che sia? Bastavano due righe di scusa.
Dos pesos y dos misuras, come da contratto. È simpatico notare l’indignazione irredimibile «per l’autorevolezza perduta» da parte degli stessi giornalisti che, subito dopo l’insediamento del governo di centrodestra, scrivevano sui loro profili che «se queste sono le Camere non oso immaginare il cesso». Con varianti letterarie del tipo: «Una Camera ai fasci e l’altra ai talebani, a posto». Servizio pubblico, chiamatela pure TeleMeloni. Il sindacato era in ferie anche quando, durante i mondiali di nuoto di Fukuoka, su RaiPlay si ascoltarono idiozie del tipo «Le olandesi sono grosse ma tanto a letto sono tutte alte uguali» e «Questa si chiama Harper, una suonatrice d’arpa. Non la si tocca, la si pizzica». Sessismo, bodyshaming? Ma va, vuoi mettere con i brasiliani che hanno la musica nel sangue?
Acqua passata, Petrecca all’ultima cena dopo i presunti sprechi. Ora il problema di Rossi e dei rossi è la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona. Probabile il ripristino di Bulbarelli, al quale andrebbe pure il premio Usigrai per il reporter dell’anno. Lo stramerita come risarcimento. In fondo quello di Mattarella sul tram è stato l’unico scoop Rai da medaglia d’oro.
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Ansa
Eppure, il secondo comma è chiaro: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non appartiene al Quirinale e nemmeno al Csm, men che meno è di proprietà dei giudici i quali, vale la pena di ricordarlo, sono servitori dello Stato, tenuti ad applicare le leggi, non a interpretarle e nemmeno a stravolgerle. Eppure, noi ogni giorno assistiamo ormai a un rovesciamento della realtà e pure del diritto.
L’ultimo esempio è stato fornito dalle recenti sentenze che coinvolgono alcuni migranti e le Ong che da anni fanno la spola tra le sponde africane e quelle italiane. Partiamo dal caso della Sea Watch e di Carola Rackete, la capitana tedesca che, ignorando le disposizioni delle autorità, decise di forzare il blocco che era stato imposto all’imbarcazione di cui era al comando, schiantandosi contro una motovedetta della Guardia di finanza. Il tribunale ha stabilito un risarcimento. Non nei confronti dello Stato italiano, le cui disposizioni sono state bellamente ignorate. E nemmeno a vantaggio del corpo delle fiamme gialle, il cui mezzo navale pure subì dei danni. Nessun indennizzo neppure per i poveri finanzieri, che se la sono vista brutta e hanno rischiato di essere schiacciati dalla Sea Watch contro la banchina. No, i soldi – 76.000 euro – andranno all’organizzazione della capitana. Cioè: aver disubbidito all’altolà è valso un premio. Il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ex segretario delle toghe rosse, dice che la sentenza non è altro che la presa d’atto di un comportamento dell’amministrazione pubblica non conforme alla legge. In pratica, aver tenuto ferma la nave condotta da Carola Rackete avrebbe generato un diritto al risarcimento della Ong per il «danno» subito. E il danneggiamento della motovedetta della Gdf? Il detrimento patito dallo Stato che ha visto un’organizzazione infischiarsene allegramente delle disposizioni imposte dalle autorità? Chi pagherà mai le perdite derivanti per esempio dal processo intentato contro l'allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per aver bloccato un’imbarcazione carica di migranti ed essere stato imputato della fantasiosa accusa di «sequestro di persona» (mai peraltro usata nei confronti del ministro Luciana Lamorgese, che pure una volta succeduta a Salvini fermò come il suo predecessore le barche degli extracomunitari)?
Morosini, cioè l’ex capo di Magistratura democratica e oggi alla guida del tribunale palermitano, dice che il risarcimento della Sea Watch non ha nulla a che vedere con lo speronamento della stessa imbarcazione. Sarà, ma è forte la sensazione che alcuni procedimenti procedano speditamente, mentre altri arranchino. Prendete il caso dell’algerino risarcito per essere stato trasferito in un centro per il rimpatrio in Albania. Com’è possibile che il presunto danno patito dallo straniero giunga a sentenza prima delle infinite vicende giudiziarie che lo riguardano e che dovrebbero valere la sua espulsione a vita?
Qui non si tratta di mancare di rispetto alle istituzioni, ma di rispettare la volontà popolare. Gli italiani hanno votato Giorgia Meloni perché arginasse l’immigrazione e cacciasse chi non ha diritto a restare in Italia, soprattutto a seguito di reati. E perché la magistratura non rispetta le decisioni di un popolo che secondo la Costituzione è sovrano? Tre elettori di sinistra su quattro vogliono le espulsioni degli stranieri condannati e uno su quattro chiede il blocco navale. Perfino i compagni hanno capito che cosa bisogna fare. I soli a non averlo compreso e a continuare a tifare invasione a quanto pare sono alcuni magistrati.
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