- Da quando Matteo Salvini è ministro, centinaia di raid e intimidazioni ai danni di sedi e eletti Il solo vicepremier è stato oggetto di 227 episodi: dagli insulti, alle minacce di morte.
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Lo speciale contiene tre articoli.
«Tanti nemici, molto onore». Chi l’ha detto? Il condottiero tedesco Georg von Frundsberg oppure l’imperatore romano Giulio Cesare? Disputa ancora aperta. Comunque sia: la massima ben si attaglia al ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Che difatti, mesi fa, aveva lestamente fatto suo il motto. Incorrendo, però, nelle funeste ire di chi attribuiva la frase a Benito Mussolini. Polemiche bagatellari. È indubbio che ormai i nemici di Salvini rischino di eguagliare il suo onore. Le ire funeste contro il leader della Lega hanno raggiunto vette inesplorate. Così, dopo dieci mesi vissuti pericolosamente, il Viminale ha tirato le somme di quest’ondata di malevolenza.
Il vicepremier ha collezionato 227 intimidazioni e vandalismi, di vario ordine e grado. In pratica, quasi ogni giorno di governo ha portato con sé una pena. Lettere minatorie, missive ornate di cartucce, telefonate d’insulti, scritte ingiuriose, provocatorie incursioni. Episodi spesso seguiti da denunce: 70 solo nell’ultimo anno. A cui vanno sommati, ancora da giugno 2018 a oggi, i 138 atti intimidatori contro politici leghisti. Nonché i 38 danneggiamenti di sedi del Carroccio.
Come la bomba carta esplosa il 6 gennaio 2019 a San Valentino Torio, in provincia di Salerno, per cui sono indagati due marocchini. O l’ordigno artigianale scoppiato, due settimane dopo, davanti alla saracinesca degli uffici di Milano. E le bottiglie incendiarie lanciate nell’ultima settimana: prima contro il cancello di un circolo romano e, due giorni fa, sulla serranda della sede di Casoria, nel napoletano.
Il bersaglio grosso, negli ultimi dieci mesi, è stato però indubitabilmente lui: Matteo Salvini. E vista l’abbondanza, ci limiteremo a segnalare le squisitezze più salienti dell’anno corrente. Indossiamo l’elmetto. E cominciamo dalla sequela di improperi che imbrattano le nostre città.
Si parte da Milano, gennaio 2019. Sul muro di una farmacia del centro, il prode vicepremier è ritratto in divisa da gerarca nazista. Sotto, l’eloquente didascalia: «Salvini fascista». Un grande classico di questi tempi. Pochi giorni dopo, un gruppo di anarchici, indispettito per l’arresto del terrorista Cesare Battisti, opportunamente segnala: «Battisti uomo in manette. Salvini merda in divisa». Ultra legalitario motto seguito dalla A cerchiata: indimenticabile sigla degli anarchici. Alla stessa ineffabile sintesi giungono gli ignoti che, una settimana più tardi, adornano Parma con l’inebriante rima: «Ma quale caso Battisti? Salvini e Di Maio veri terroristi». E, del resto, come non solidarizzare con un pluriomicida?
Ancora a Milano, il 19 gennaio 2019, alla stazione Bovisa è invece vergata dai centri sociali una mega scritta contro il 41 bis. Ovvero: il carcere duro. Stavolta il vicepremier diventa «uno sciacallo». Dozzinale. Così come quel «vigliacco» scelto a Lecco. Abusato. O lo «scemo» apparso a Bari. Stantio. E poi «morto», «appeso», «bimbominkia», «boia», «infame». Ogni città, un’ingiuria. Vuoi mettere però con il gioco di parole ideato a Brescia? A corredo di un manifesto che ritrae il ministro, abbigliato con l’amata giubba della polizia, ecco il sontuoso calembour: «La bestia dell’Interno».
In molti altri casi, segnala il Viminale, i ribaldi non si sono però limitati all’ignota delazione. E sono passati all’azione. Vedi la trentina di attivisti dei centri sociali andati in scena a Napoli, a fine gennaio, durante una riunione della scuola di formazione politica della Lega. Proteste, slogan, striscioni. Diversivo, in nome dell’evocata democrazia, durato un’oretta.
A Trento, qualche giorno dopo, è stato il turno di un collettivo universitario, indispettito per il decreto sicurezza. A Giulianova e dintorni, invece, è salito in cattedra il mai domo movimento anarco-insurrezionalista. L’occorrenza, del resto, era imperdibile: Salvini che arriva in terra d’Abruzzo. Così, durante incontri e comizi, gli irriducibili si sono adoperati: contestazioni, insulti e lanci di uova. Una calorosa accoglienza che ha inspiegabilmente indispettito sia la Digos che i carabinieri. Risultato: nove persone, nell’orbita della locale sinistra antagonista, sono state denunciate.
Nessuno però ha eguagliato il festoso benvenuto riservato al vicepremier, due mesi orsono, in occasione della sua vista ai cantieri della Tav. Un centinaio di baldi sovversivi: militanti del centro sociale Askatasuna, movimentisti contrari all’opera e anarchici. Tutti insieme, per un roccioso presidio di dissenso. Finito con tafferugli tra polizia e manifestanti. Mentre a Taranto, ancora lo scorso febbraio, una quarantina di antagonisti si sono limitati a scandire, al cospetto del leader leghista, usuali invettive antigovernative.
Infine, non poteva mancare la Resistenza. A Potenza, alcuni simpatizzanti di Potere al popolo, intonano a più riprese Bella ciao, mentre Salvini è sul palco. Vengono denunciati per vilipendio e aver turbato un comizio elettorale. Fino ad arrivare al 25 aprile. Quando a Reggio Calabria, durante i festeggiamenti dell’anniversario della Liberazione, viene esposto lo striscione «Fermiamo Mussalvini». E qui, di fronte all’arguta crasi, non resta che inchinarsi. Ma è solo l’ultima prodezza. Un insulto via l’altro, il ministro dell’Interno ha già totalizzato 227 episodi, tra intimidazioni e vandalismi. Un record inespugnabile nella storia politica italiana. E l’avvilente conta è destinata a proseguire. Intanto, l’atroce sospetto avanza: non è che, alla fine, tutto questo livore finisca per favorire l’odiatissimo Salvini?
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