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2019-02-22
Boeri aveva descritto l’inferno. Invece i posti fissi raddoppiano
Premessa. I dati dell'osservatorio Inps sul lavoro e il precariato non brillano. Il totale della variazione tra cessazioni e nuove assunzioni nel 2018 è stato di 1 milione e 611.000 unità. L'anno prima la cifra era stata di 1 milione e 684.000 contratti. Il saldo è ancora sfavorevole. Dunque non si può festeggiare. Sono però i valori qualitativi a essere interessanti e vanno presi in considerazione per capire che il decreto Dignità non è stato quell'enorme fallimento che Tito Boeri, presidente Inps, appena decaduto, aveva preventivato. Il calcolo aveva creato particolare scalpore perché era finito, prima volta nella storia della Repubblica, direttamente dentro il testo del decreto. Luigi Di Maio aveva denunciato una anonima manina. E l'opposizione ha cavalcato la tesi di Boeri per mesi. In realtà, il calo delle assunzioni scema con il finire dell'anno e soprattutto si può vedere che i contratti a tempo indeterminato hanno un saldo complessivo di circa 200.000 unità. L'anno prima il dato era negativo per quasi 150.000 persone.
«Complessivamente le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nel 2018 sono state 7.424.000: sono aumentate del 5,1% rispetto al 2017. In crescita risultano i contratti a tempo indeterminato (+7,9%), i contratti a tempo determinato (+4,5%), i contratti di apprendistato (+12,1%), i contratti di lavoro stagionale (+6,4%) e i contratti di lavoro intermittente (+7,9%); i contratti in somministrazione risultano pressoché stabili (+0,5%)», si legge nel documento Inps.
Per le assunzioni in somministrazione e a tempo determinato la fase di crescita si è conclusa tra luglio e agosto 2018: per i contratti a tempo determinato si registra una dinamica negativa nell'ultimo bimestre; per i contratti di somministrazione il calo è netto e rilevante (attorno al 20%) a partire da agosto.
«Nel 2018 si registra, rispetto al 2017, un importante incremento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato», prosegue l'Inps, «che risultano quasi raddoppiate (da 299.000 a 527.000: +228.000, +76,2%)». Il trend di crescita, già elevato fin dai primi mesi dell'anno, evidenzia un'ulteriore accelerazione nell'ultimo bimestre con incrementi tendenziali superiori al 100%. Nel 2018 risultano in contrazione, invece, le conferme dei rapporti di apprendistato giunti alla conclusione del periodo formativo (-13,1%): tale flessione può essere ricondotta alla scadenza del triennio formativo degli apprendisti assunti nel 2015, anno in cui, a causa della possibilità di utilizzo dell'esonero triennale, le assunzioni con contratto di apprendistato si erano notevolmente ridimensionate.
«Sono i primi effetti del decreto Dignità e mi danno tanto entusiasmo per andare avanti su questa strada», ha commentato Di Maio. Una strada da compiere «ancora lunga», visto che «ci sono ancora troppi precari che meritano una vita migliore» ma «oggi, quantomeno, sappiamo di aver preso quella giusta». Di Maio ha colto l'occasione anche per ricordare che era stato «chiamato ministro della disoccupazione» e per attaccare di nuovo il Jobs act, «che ha smantellato i diritti dei lavoratori». Dai dati sulla cassa integrazione, aggiornati invece a gennaio scorso, le ore autorizzate nel mese risultano 15,2 milioni, in diminuzione del 12,3% rispetto allo stesso mese del 2018 (17,3 milioni). Ma rispetto a dicembre 2018 (14 milioni) in aumento dell'8,2%.
Sul tema ieri, ovviamente, sono intervenuti anche i sindacati. «Dati in chiaroscuro. Sembra di poter leggere i primi effetti sul mercato del lavoro della congiuntura recessiva che il governo sta affrontando, anziché con misure anticicliche, con il blocco delle infrastrutture e la riduzione degli investimenti su crescita e formazione», ha sentenziato il segretario generale aggiunto della Cisl, Luigi Sbarra.
«Chiediamo al governo un segnale di discontinuità nella politica economica, come abbiamo sottolineato con le proposte contenute nella piattaforma unitaria, con investimenti su infrastrutture materiali e immateriali, politiche industriali, redistribuzione fiscale, nonché modifiche ragionate al decreto Dignità, a partire dalla possibilità per gli accordi collettivi aziendali di specificare le causali per l'utilizzo dei contratti a termine e di somministrazione». Il tema degli investimenti pubblici sarà fondamentale nei prossimi mesi. Per spingere l'economia e pure per scontrarsi con l'Unione europea in tempi di campagna elettorale. Il tutto in una sintesi difficile che si chiama Def e che va scritto entro il 10 aprile.
Tridico si tiene tutti gli uomini dell’ex presidente
Prima giornata in Inps per Pasquale Tridico. In attesa della nomina a presidente che avverrà fra 60 giorni, il padre del reddito di cittadinanza dovrà occuparsi della riorganizzazione interna dell'istituto. Non sarà comunque per lui un lavoro estremamente gravoso dal momento che le prime linee di impronta marcatamente boeriana avevano già cominciato a ricollocarsi con l'aiuto anche dell'immancabile Stefano Buffagni. Primo su tutti quello che sarebbe in atto da parte del potentissimo ex segretario, Luciano Busacca, promosso dalla gestione Boeri a dirigente generale. Busacca proviene dalla Covip, l'autorità dei fondi pensione, e forse proprio per tale background è sempre andato d'accordo con l'attuale capo che osteggia apertamente quota 100. Busacca nelle ultime settimane si è sentito e incontrato più volte con lo stesso Tridico. Ieri erano a pranzo assieme. Il direttore generale, Gabriella Di Michele, ha cercato sponde nella stessa direzione politica, anche se nelle ultime settimane è stata molto impegnata a indagare sugli articoli pubblicati dalla Verità sulla guerra di spie ai vertici dell'istituto. Il suo incarico resterà saldo almeno per i prossimi tre anni. La Lega non ha nessuna intenzione di intervenire. Sembra aver accettato che l'attuale dg faccia da traghettatore. Interessante sarà comprendere quale ruolo possa ricoprire invece Massimo Antichi. Il suo nome è stato all'attenzione delle cronaca, dopo un articolo della Verità.
Boeri avrebbe voluto nominarlo come responsabile dei rapporti con l'Istat, Massimo Antichi. La mossa è stata impedita dall'intervento del collegio dei sindaci. Dirigente di prima fascia, classe 1958, Antichi era considerato vicino al presidente in carico, collaboratore della società di ricerca e divulgazione scientifica fondata da Boeri Lavoce.info - collocato alla direzione del centro studi Inps e a capo del progetto Visit Inps. Tenere i rapporti con l'Istat significa coordinare i flussi di dati e quindi le statistiche. I numeri sono dati di fatto, ma vanno anche interpretati: flussi pessimistici su quota 100 farebbero comodo all'opposizione. Nessuno in realtà in questo momento è in grado di escludere che Antichi possa tornare in gara per quella poltrona. Anche il dirigente generale, Vincenzo Caridi, non sembra temere alcun tipo di spoils system. Dal primo febbraio del 2017 si occupa della centrale acquisti e dovrebbe rimanere al suo posto. Più complicato invece per Tridico e per il sub commissario Francesco Verbaro definire il team che si occupa di quota 100. Le domande per l'accesso al pensionamento con 62 anni di età e 38 di contributi hanno toccato quota 60.704. La maggior parte delle richieste è arrivata dai lavoratori dipendenti, 22.071 domande mentre 21.779 sono arrivate dai lavoratori della gestione pubblica. Oltre 20.000 domande sono state inoltrate da lavoratori con 63 anni di età; 28.319 tra 63 e 65 anni; 12.299 oltre 65 anni di età. Schiacciante la componente maschile: 45.364 le richieste di uomini mentre le donne si fermano a quota 15.430. Si conferma forte il ruolo dei Caf che hanno inoltrato a oggi 54.555 di richieste; 6.149 quelle arrivate dai singoli cittadini. I dati sono serviti anche a creare una geografia delle necessità della penisola.
«Smentita la tesi che il reddito di cittadinanza va al Sud e quota 100 al Nord perché i dati dimostrano che gran parte delle domande per la pensione anticipata vengono proprio dal Sud», a spiegarlo è Alberto Brambilla, economista e presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali. «L'analisi», spiega Brambilla, «ci dice due cose. La prima è che c'è una vasta platea di quelli che hanno fatto domanda, che ha i requisiti di anzianità contributiva, ma con cifre basse. Dunque, la pensione che percepirà sarà probabilmente al di sotto del minimo di legge e andrà integrata. Poi, per via del divieto di cumulo di redditi imposto a chi usufruisce di quota 100, molti della classe dei commercianti, artigiani, piccolissimi imprenditori, accederà alla prestazione anticipata ma è probabile che continui a lavorare intestando l'azienda alla moglie o al figlio». Vedremo come l'Inps riuscirà a tracciare tutte le domande.
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Nel 2018, tra cessazioni e trasformazioni, i contratti sono stati 400.000 in più, di cui 200.000 stabili. In tutto le assunzioni crescono del 5%. La profezia dell'ex capo Inps: «Il dl Dignità lascerà a casa 88.000 persone».Pasquale Tridico si tiene tutti gli uomini dell'ex presidente. Il direttore generale Gabriella Di Michele resterà per tre anni. No allo spoils system per Luciano Busacca e Massimo Antichi. Già 60.000 domande per quota 100. Lo speciale contiene due articoli. Premessa. I dati dell'osservatorio Inps sul lavoro e il precariato non brillano. Il totale della variazione tra cessazioni e nuove assunzioni nel 2018 è stato di 1 milione e 611.000 unità. L'anno prima la cifra era stata di 1 milione e 684.000 contratti. Il saldo è ancora sfavorevole. Dunque non si può festeggiare. Sono però i valori qualitativi a essere interessanti e vanno presi in considerazione per capire che il decreto Dignità non è stato quell'enorme fallimento che Tito Boeri, presidente Inps, appena decaduto, aveva preventivato. Il calcolo aveva creato particolare scalpore perché era finito, prima volta nella storia della Repubblica, direttamente dentro il testo del decreto. Luigi Di Maio aveva denunciato una anonima manina. E l'opposizione ha cavalcato la tesi di Boeri per mesi. In realtà, il calo delle assunzioni scema con il finire dell'anno e soprattutto si può vedere che i contratti a tempo indeterminato hanno un saldo complessivo di circa 200.000 unità. L'anno prima il dato era negativo per quasi 150.000 persone. «Complessivamente le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nel 2018 sono state 7.424.000: sono aumentate del 5,1% rispetto al 2017. In crescita risultano i contratti a tempo indeterminato (+7,9%), i contratti a tempo determinato (+4,5%), i contratti di apprendistato (+12,1%), i contratti di lavoro stagionale (+6,4%) e i contratti di lavoro intermittente (+7,9%); i contratti in somministrazione risultano pressoché stabili (+0,5%)», si legge nel documento Inps. Per le assunzioni in somministrazione e a tempo determinato la fase di crescita si è conclusa tra luglio e agosto 2018: per i contratti a tempo determinato si registra una dinamica negativa nell'ultimo bimestre; per i contratti di somministrazione il calo è netto e rilevante (attorno al 20%) a partire da agosto.«Nel 2018 si registra, rispetto al 2017, un importante incremento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato», prosegue l'Inps, «che risultano quasi raddoppiate (da 299.000 a 527.000: +228.000, +76,2%)». Il trend di crescita, già elevato fin dai primi mesi dell'anno, evidenzia un'ulteriore accelerazione nell'ultimo bimestre con incrementi tendenziali superiori al 100%. Nel 2018 risultano in contrazione, invece, le conferme dei rapporti di apprendistato giunti alla conclusione del periodo formativo (-13,1%): tale flessione può essere ricondotta alla scadenza del triennio formativo degli apprendisti assunti nel 2015, anno in cui, a causa della possibilità di utilizzo dell'esonero triennale, le assunzioni con contratto di apprendistato si erano notevolmente ridimensionate. «Sono i primi effetti del decreto Dignità e mi danno tanto entusiasmo per andare avanti su questa strada», ha commentato Di Maio. Una strada da compiere «ancora lunga», visto che «ci sono ancora troppi precari che meritano una vita migliore» ma «oggi, quantomeno, sappiamo di aver preso quella giusta». Di Maio ha colto l'occasione anche per ricordare che era stato «chiamato ministro della disoccupazione» e per attaccare di nuovo il Jobs act, «che ha smantellato i diritti dei lavoratori». Dai dati sulla cassa integrazione, aggiornati invece a gennaio scorso, le ore autorizzate nel mese risultano 15,2 milioni, in diminuzione del 12,3% rispetto allo stesso mese del 2018 (17,3 milioni). Ma rispetto a dicembre 2018 (14 milioni) in aumento dell'8,2%.Sul tema ieri, ovviamente, sono intervenuti anche i sindacati. «Dati in chiaroscuro. Sembra di poter leggere i primi effetti sul mercato del lavoro della congiuntura recessiva che il governo sta affrontando, anziché con misure anticicliche, con il blocco delle infrastrutture e la riduzione degli investimenti su crescita e formazione», ha sentenziato il segretario generale aggiunto della Cisl, Luigi Sbarra.«Chiediamo al governo un segnale di discontinuità nella politica economica, come abbiamo sottolineato con le proposte contenute nella piattaforma unitaria, con investimenti su infrastrutture materiali e immateriali, politiche industriali, redistribuzione fiscale, nonché modifiche ragionate al decreto Dignità, a partire dalla possibilità per gli accordi collettivi aziendali di specificare le causali per l'utilizzo dei contratti a termine e di somministrazione». Il tema degli investimenti pubblici sarà fondamentale nei prossimi mesi. Per spingere l'economia e pure per scontrarsi con l'Unione europea in tempi di campagna elettorale. Il tutto in una sintesi difficile che si chiama Def e che va scritto entro il 10 aprile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/boeri-aveva-descritto-linferno-invece-i-posti-fissi-raddoppiano-2629633848.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tridico-si-tiene-tutti-gli-uomini-dellex-presidente" data-post-id="2629633848" data-published-at="1777514466" data-use-pagination="False"> Tridico si tiene tutti gli uomini dell’ex presidente Prima giornata in Inps per Pasquale Tridico. In attesa della nomina a presidente che avverrà fra 60 giorni, il padre del reddito di cittadinanza dovrà occuparsi della riorganizzazione interna dell'istituto. Non sarà comunque per lui un lavoro estremamente gravoso dal momento che le prime linee di impronta marcatamente boeriana avevano già cominciato a ricollocarsi con l'aiuto anche dell'immancabile Stefano Buffagni. Primo su tutti quello che sarebbe in atto da parte del potentissimo ex segretario, Luciano Busacca, promosso dalla gestione Boeri a dirigente generale. Busacca proviene dalla Covip, l'autorità dei fondi pensione, e forse proprio per tale background è sempre andato d'accordo con l'attuale capo che osteggia apertamente quota 100. Busacca nelle ultime settimane si è sentito e incontrato più volte con lo stesso Tridico. Ieri erano a pranzo assieme. Il direttore generale, Gabriella Di Michele, ha cercato sponde nella stessa direzione politica, anche se nelle ultime settimane è stata molto impegnata a indagare sugli articoli pubblicati dalla Verità sulla guerra di spie ai vertici dell'istituto. Il suo incarico resterà saldo almeno per i prossimi tre anni. La Lega non ha nessuna intenzione di intervenire. Sembra aver accettato che l'attuale dg faccia da traghettatore. Interessante sarà comprendere quale ruolo possa ricoprire invece Massimo Antichi. Il suo nome è stato all'attenzione delle cronaca, dopo un articolo della Verità. Boeri avrebbe voluto nominarlo come responsabile dei rapporti con l'Istat, Massimo Antichi. La mossa è stata impedita dall'intervento del collegio dei sindaci. Dirigente di prima fascia, classe 1958, Antichi era considerato vicino al presidente in carico, collaboratore della società di ricerca e divulgazione scientifica fondata da Boeri Lavoce.info - collocato alla direzione del centro studi Inps e a capo del progetto Visit Inps. Tenere i rapporti con l'Istat significa coordinare i flussi di dati e quindi le statistiche. I numeri sono dati di fatto, ma vanno anche interpretati: flussi pessimistici su quota 100 farebbero comodo all'opposizione. Nessuno in realtà in questo momento è in grado di escludere che Antichi possa tornare in gara per quella poltrona. Anche il dirigente generale, Vincenzo Caridi, non sembra temere alcun tipo di spoils system. Dal primo febbraio del 2017 si occupa della centrale acquisti e dovrebbe rimanere al suo posto. Più complicato invece per Tridico e per il sub commissario Francesco Verbaro definire il team che si occupa di quota 100. Le domande per l'accesso al pensionamento con 62 anni di età e 38 di contributi hanno toccato quota 60.704. La maggior parte delle richieste è arrivata dai lavoratori dipendenti, 22.071 domande mentre 21.779 sono arrivate dai lavoratori della gestione pubblica. Oltre 20.000 domande sono state inoltrate da lavoratori con 63 anni di età; 28.319 tra 63 e 65 anni; 12.299 oltre 65 anni di età. Schiacciante la componente maschile: 45.364 le richieste di uomini mentre le donne si fermano a quota 15.430. Si conferma forte il ruolo dei Caf che hanno inoltrato a oggi 54.555 di richieste; 6.149 quelle arrivate dai singoli cittadini. I dati sono serviti anche a creare una geografia delle necessità della penisola. «Smentita la tesi che il reddito di cittadinanza va al Sud e quota 100 al Nord perché i dati dimostrano che gran parte delle domande per la pensione anticipata vengono proprio dal Sud», a spiegarlo è Alberto Brambilla, economista e presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali. «L'analisi», spiega Brambilla, «ci dice due cose. La prima è che c'è una vasta platea di quelli che hanno fatto domanda, che ha i requisiti di anzianità contributiva, ma con cifre basse. Dunque, la pensione che percepirà sarà probabilmente al di sotto del minimo di legge e andrà integrata. Poi, per via del divieto di cumulo di redditi imposto a chi usufruisce di quota 100, molti della classe dei commercianti, artigiani, piccolissimi imprenditori, accederà alla prestazione anticipata ma è probabile che continui a lavorare intestando l'azienda alla moglie o al figlio». Vedremo come l'Inps riuscirà a tracciare tutte le domande.
iStock
Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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