
Il governo spagnolo se ne infischia degli allarmi sulla tenuta del sistema elettrico e rifiuta di posticipare lo spegnimento delle centrali. Un suicidio energetico frutto delle direttive ideologiche green della Ribera. Il 2025 sarà cruciale per l’energia nucleare, viste le previsione di crescita senza precedenti di elettricità. Secondo i dati dell’Aie (Agenzia internazionale dell’energia) l’atomo sta per raggiungere quasi il 10% della produzione mondiale, alimentando settori chiave come l’industria, i veicoli elettrici, l’intelligenza artificiale e i data center. A livello globale, sono in costruzione oltre 70 gigawatt di nuova capacità nucleare, uno dei livelli più alti degli ultimi 30 anni. Tra i Paesi che stanno spingendo su questa tecnologia, spicca la Cina che si prepara a raggiungere il primato anche qui. Dei 52 reattori in costruzione nel mondo dal 2017, 25 sono di progettazione cinese. In questo scenario, il contesto europeo appare sempre più diviso e problematico. La Francia, infatti, punta ancora sull’atomo. Infatti sta costruendo un altro reattore da aggiungere ai 56 già attivi.Dall’altra parte c’è la Spagna, decisa invece a spegnere progressivamente le sue centrali atomiche nonostante il contesto internazionale e la crescente instabilità dei mercati tradizionali dell’energia.Il governo di Pedro Sánchez, le cui scelte sono ispirate ispirate da Teresa Ribera, oggi a Bruxelles come commissario alla transizione esclude la possibilità di prorogare la vita degli impianti in funzione, segnando un allontanamento netto dalla politica di lungo termine adottata da altri Paesi. Nonostante l’allarme lanciato dal presidente del Forum Nucleare spagnolo, Ignacio Araluce, circa il rischio di blackout in alcune regioni come Madrid, Catalogna e Valencia, il governo non ha nessuna intenzione di tornare indietro. Araluce ha sottolineato che il sistema elettrico spagnolo necessita di fonti di energia «come quella nucleare per garantire stabilità e continuità, a prescindere dalle condizioni climatiche». La scelta della Spagna di abbandonare gradualmente il nucleare potrebbe portare, nei prossimi anni, a una maggiore vulnerabilità, proprio mentre la domanda di elettricità sta crescendo a livello globale. Le direttive ideologiche imposte Teresa Ribera rischiano di relegare la Spagna e ora anche l’Europa in una posizione subalterna. Tanto più che l’estremismo green del neo-commissario non conosce limiti. Uno dei suoi primi interventi da quando è a Bruxelles è stato quello di mettere il bastone fra le ruote alla prima centrale nucleare polacca. Ha aperto un’indagine sui sussidi di Stato destinati alla sua costruzione e al suo funzionamento, perché considerati eccessivi. Una scelta assolutamente suicida come quella fatta da Angela Merkel quando ordinò la chiusura degli impianti tedeschi. Lo stop è diventato operativo alla fine del 2022 (anche se c’è stata una proroga fino al marzo successivo) aumentando la dipendenza dal gas russo. Una scelta che l’ex ministro liberale Lindner ha definito «ideologica e dogmatica». Ma soprattutto causa principale della crisi economica che ha colpito la Germania.Una riflessione importante in questo contesto riguarda i dati globali. La produzione di energia, infatti, è destinata a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni Gli studi Aie prevedono che l’Intelligenza artificiale possa consumare tra gli 85 e i 134 terawattora (TWh) annui entro il 2027. Un’enormità. Per avere un termine di paragone basterà ricordare che l’Italia consuma ogni anno 300 terawattora. In un mondo che sta cercando di soddisfare una domanda energetica in continua espansione, l’atomo emerge come una delle soluzioni più concrete per garantire una produzione stabile e a basse emissioni di CO2.Contrariamente a questo trend globale, la Spagna intende seguire una strategia che non tiene conto del futuro. La decisione di spegnere le centrali nucleari non solo contrasta con l’evoluzione delle politiche energetiche a livello mondiale, ma metterà il Paese in una posizione di debolezza. Una malattia contagiosa considerando che Europa sta facendo i conti con una progressiva diminuzione della sua produzione nucleare, scesa dal 35% al 25% dal 1990, e con previsioni che indicano una riduzione ulteriore, sotto il 15%, nei prossimi 10 anni. Lungo questa strada la Ue dovrà fare i conti con la mancanza di energia oppure essere costretta ad acquistarla a caro prezzo.La transizione verso fonti rinnovabili, come spiega il direttore esecutivo dell’Agenzia, Fatih Birol non può prescindere da un sistema di produzione stabile e affidabile. L’Europa seguendo l’esempio della Spagna e della Germania sta perdendo un’opportunità vitale, in un momento in cui altre nazioni stanno investendo sull’atomo. Prolungare la vita delle centrali nucleari esistenti, come proposto dal Forum Nucleare spagnolo, sarebbe una soluzione pragmatica per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento e contribuire alla stabilità del sistema energetico.La Spagna come gran parte dell’Europa si trova a un bivio: affrontare le sfide energetiche con una politica che guarda al lungo termine, oppure cedere alla pressione ideologica che spinge verso la chiusura delle centrali, rischiando di compromettere la stabilità energetica e mettendo a rischio il futuro delle prossime generazioni. La decisione di chiudere le sue centrali nucleari potrebbe rivelarsi un errore strategico, in un contesto globale che vede il nucleare come una risorsa chiave per affrontare le sfide energetiche e climatiche del futuro.
(IStock)
Il tentativo politico di spacciare come certa la colpevolezza dell’uomo per i problemi del globo è sprovvisto di basi solide. Chi svela queste lacune viene escluso dal dibattito.
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto della prefazione di Alberto Prestininzi al libro di Franco Battaglia, Guus Berkhout e Nicola Cafetta dal titolo «Clima, lasciamo parlare i dati» (21mo secolo, 228 pagine, 20 euro).
2025-11-28
La Cop30 fa solo danni. Nasce l’Inquisizione per chi non si allinea all’allarme sul clima
(Ansa)
L’Unesco crea un tribunale della verità sulla salute del pianeta. Parigi entusiasta e Ong in prima fila nella caccia al negazionista.
Mentre si smantellano le scenografie della sudata e inconcludente Cop30 di Belém, dal polverone emerge l’ennesima trovata antiliberale. L’Iniziativa globale per l’integrità delle informazioni sui cambiamenti climatici (sic), nata qualche mese fa da una trovata dell’Unesco, del governo brasiliano e delle Nazioni Unite, ha lanciato il 12 novembre la Dichiarazione sull’integrità delle informazioni sui cambiamenti climatici, stabilendo «impegni internazionali condivisi per affrontare la disinformazione sul clima e promuovere informazioni accurate e basate su prove concrete sulle questioni climatiche». Sul sito dell’Unesco si legge che l’iniziativa nasce «per contribuire a indagare, denunciare e smantellare la disinformazione relativa ai cambiamenti climatici, nonché a diffondere i risultati della ricerca».
L'Assemblea Nazionale Francese (Ansa)
L’Assemblea nazionale transalpina boccia all’unanimità l’accordo di libero scambio tra Ue e Sudamerica che nuoce agli agricoltori. Spaccatura nell’Unione e pressing della Commissione in vista della ratifica entro Natale. L’Italia, per una volta, può seguire Parigi.
Ogni giorno per Ursula von der Leyen ha la sua croce. Ieri non è stato il Parlamento europeo, che due giorni fa l’ha di fatto messa in minoranza, a darle un dispiacere, ma quello francese. L’Assemblée national ha votato praticamente all’unanimità una mozione che impegna il governo a bloccare qualsiasi trattativa sul Mercosur. Questa presa di posizione ha una tripla valenza: è contro Emmanuel Macron, che pur di salvare la faccia essendosi intestato «i volenterosi», deve farsi vedere ipereuropeista e dopo anni e anni di netta opposizione francese al trattato commerciale con Argentina, Brasile, Paraguay , Uruguay, Bolivia, Cile, Perù, Colombia, Ecuador, ha sostenuto che Parigi era pronta a dare il via libera; è un voto contro l’Europa dove già i Verdi all’Eurocamera si sono schierati apertamente per bloccare l’intesa al punto da inviare l’accordo al giudizio della Corte di giustizia europea; è un voto a salvaguardia degli interessi nazionali transalpini a cominciare da quelli degli agricoltori e delle piccole imprese.
«Stranger Things 5» (Netflix)
L’ultima stagione di Stranger Things intreccia nostalgia anni Ottanta e toni più cupi: Hawkins è militarizzata, il Sottosopra invade la realtà e Vecna tiene la città in ostaggio. Solo ritrovando lo spirito dell’infanzia il gruppo può tentare l’ultima sfida.
C'è un che di dissonante, nelle prime immagini di Stranger Things 5: i sorrisi dei ragazzi, quei Goonies del nuovo millennio, la loro leggerezza, nel contrasto aperto con la militarizzazione della cittadina che hanno sempre considerato casa. Il volume finale della serie Netflix, in arrivo sulla piattaforma giovedì 27 novembre, sembra aver voluto tener fede allo spirito iniziale, alla magia degli anni Ottanta, alla nostalgia sottile per un'epoca ormai persa, per l'ottimismo e il pensiero positivo.






