Il mago che ha rivoluzionato il suono: «Non canto, la mia voce è la chitarra»

Per dimostrare che Bill Frisell «ha cambiato il suono della musica americana», Philip Watson impiega 560 pagine (Beautiful dreamer). Per mandare in vacca le fatiche di un biografo meticoloso al diretto interessato bastano cinque parole, che non hanno bisogno di traduzione: «Oh man, I don’t know!». L’unico della classe a non credere nel titolo è infatti l’artista di Baltimora (Maryland) che, a 75 anni appena compiuti, si sente ancora al primo giorno di scuola. Anche se il suo maestro, Jim Hall (1930-2013), non esitava a dire: «Bill ha portato la chitarra in un luogo in cui non era mai stata». Non si tratta di falsa modestia: in quegli occhi da Peter Pan lo smarrimento è sincero. Il supereroe c’è, ma è nascosto, innanzitutto a sé stesso. Lo intuì Gene Santoro, il cronista musicale che aveva soprannominato Frisell il «Clark Kent della chitarra elettrica». D’altronde, lo insegnano i fumetti: mai chiedere notizie di Superman al suo alter ego. E soprattutto, nessuno ha mai visto entrambi nella stessa stanza.
Il Torino Jazz Festival 2026 (dal 25 aprile al 2 maggio) la attende con un titolo che sembra proprio nelle sue corde: «The sound of surprise».
«È vero. Ogni giorno mi sveglio, prendo in mano lo strumento e mi sento come se fossi all’inizio di tutto. È molto simile alla prima volta in cui ho provato a muovere le dita sul manico. Non riesco a immaginare la musica senza lo stupore, spero che non mi abbandoni mai».
Nel creare colori inaspettati, mischiando le vibrazioni sonore agli effetti, lei è considerato un punto di riferimento. Ma che suono ha la sorpresa?
«Ad esempio quello di John Abercrombie che, negli anni Settanta, riusciva a trasformare la chitarra in qualcosa di simile a una tromba, grazie a un semplice distorsore. Oppure penso a quel pedale destro che ho sempre invidiato ai pianisti (il sustain, ndr). Grazie a lui, le corde restano libere di vibrare, una volta percosse, e i suoni si mescolano magicamente. Nel mio piccolo ho provato a fare la stessa cosa con il delay. Come vede, non ho inventato nulla. E ultimamente sto tornando indietro. Al posto di aggiungere, levo».
Vuole riscoprire la primordiale voce della chitarra?
«Preferisco continuare a vederla come un’orchestra dalle infinite possibilità. L’unico limite è ciò che riesci a immaginare».
Gli esperti, mi perdoni se glielo ricordo, la inseriscono in quell’elitario club di colleghi che hanno cambiato il suono del mondo. Gli altri soci sarebbero Jimi Hendrix, Pat Metheny e pochi altri.
«Oh... non saprei proprio! Tutto ciò che faccio viene da qualcun altro, è il frutto di quello che ho ascoltato. Io mi limito a cercare e probabilmente lo farò per il resto della mia vita».
Di sicuro va a esplorare luoghi a prima vista inaspettati. Solitamente si pensa al jazz come a una musica ipersofisticata e al country come a un genere più elementare. Eppure lei non si stanca di lodare questa tradizione.
«Per come la vedo io, nella musica tutte le linee si incontrano da qualche parte. A me piace esplorare le intersezioni, quei punti in cui i contorni sembrano sfuocati e confusi».
Cosa intende dire?
«Sprechiamo un sacco di tempo tentando di dare un nome a tutto quello che succede e a dividerlo in generi. Eppure, quando si immagina la musica, l’ultima cosa a cui si pensa è come definirla a parole. Se poi ci mettiamo a spiegarla, rischiamo di rompere l’incantesimo».
Addirittura?
«Sì, perché una volta definito ciò che sta accadendo si rischia di seguire solo quello che è stato codificato e in qualche modo ridotto. Suonare è un’avventura, è come camminare in equilibrio precario: basta poco per uccidere la magia».
Questa visione onirica mi fa tornare in mente un episodio che lei ha raccontato moltissime volte. Una notte, mentre dormiva, ha avuto una visione potente.
«È successo una quarantina di anni fa, ma lo ricordo come se fosse oggi. Ho sognato di trovarmi all’interno di un’enorme biblioteca, abitata da strani personaggi, simili a elfi o monaci. Erano gentili. “Ora”, mi dissero, “ti faremo vedere la vera essenza dei colori”. Così mi mostrarono il rosso più intenso e incredibile che si possa immaginare...».
E poi?
«Per qualche strano motivo, sapevano che ero un musicista. Per cui mi fecero ascoltare un suono indescrivibile che conteneva tutta la musica che amavo e molto altro ancora. Da Thelonious Monk a Sonny Rollins, da Charles Ives a Jimi Hendrix passando attraverso Andrés Segovia e Nino Rota...».
Un’esperienza che deve averla davvero segnata. Il suo ultimo album, a distanza di decenni, si intitola My Dreams (Blue Note), I miei sogni.
«Spero sempre di poterla rivivere. In qualche modo è quello che provo a fare sul palcoscenico».
È per questo che i colori la influenzano così tanto? In un documentario di Emma Franz (Bill Frisell. A Portrait) si intravede una piccola parte della sua variopinta collezione di chitarre, oltre 60, tra Gibson, Fender Telecaster e modelli realizzati su misura. C’è una scena in cui realizza con dolore che la maggior parte di questi capolavori non potrà seguirla in tour.
«Ciascuna di loro mi regala qualcosa di diverso, anche se sono dello stesso modello. È inspiegabile: c’entrano i colori, ma anche quello che sentono le mie dita, il luogo in cui nasce l’immaginazione...».
Ma che relazione c’è tra musica e colori?
«Quando traccio una linea su un foglio o creo una melodia, nella mia mente accade qualcosa di simile. Da bambino disegnavo continuamente automobili, razzi e dinosauri. Oggi sento lo stesso fremito imbracciando la chitarra».
Lei ha spalancato il repertorio del jazz, improvvisando sulla musica di Aaron Copland, John Lennon, Madonna e tanti altri. È l’istinto a dirle che può funzionare?
«Se qualcosa mi tocca nel profondo, inizia a risuonare nel mio cuore. A quel punto, il genere non è importante, mi viene solo voglia di cantare».
Lei canta spesso?
«Nemmeno sotto la doccia».
Ma come?
«Senza chitarra non riesco. Lei possiede la mia vera voce, più di quella con la quale le sto rispondendo adesso».
Cosa le smuovono le canzoni di Bob Dylan?
«Quando uscirono i suoi primi dischi avevo 12 anni: hanno accompagnato tutta la mia esistenza. Non bisogna vergognarsi di ciò che si ama».
Certo.
«Ai giovani che mi chiedono consigli dico sempre: per trovare il proprio stile bisogna partire dalla musica a cui si vuole bene, senza calcoli. Nel mio caso vale per il country, per Dylan, che è un chitarrista formidabile, e per tante altre fonti d’ispirazione».
Del Menestrello ammira anche le doti strumentali?
«Oh sì, è straordinario. Divento matto quando sento dire che le sue canzoni hanno solo tre accordi. È tutto molto più complesso di come sembra. Nel suo stile risento Woody Guthrie, Robert Johnson, Lonnie Johnson... La musica, come dicevamo, svela connessioni eccezionali».
Il Primo maggio a Torino, insieme al violino di Eyvind Kang, darà una voce alle immagini del film di Bill Morrison, The Great Flood, sulla catastrofica alluvione del Mississippi, che nel 1927 uccise centinaia di persone.
«È una tragedia che mi ha colpito molto. Gli afroamericani furono costretti a spostarsi in massa verso Nord e questo dolore rivoluzionò la musica. Ho voluto ripercorrere quell’itinerario, i temi sono nati lasciandosi trasportare dal fiume».
Non è la prima volta che si confronta con il cinema, penso alla colonna sonora del film La scuola di Daniele Luchetti, ma non solo.
«È un mondo affascinante. Mi piacerebbe saper creare quei legami emotivi indissolubili tra melodie e personaggi di cui era capace Ennio Morricone».
A cosa sta pensando?
«Al piccolo Noodles in C’era una volta in America di Sergio Leone. Ha tra le mani un dolce alla panna: prova a resistere, ma è inutile. La musica che Morricone scrive per quella scena scavalca la realtà, è puro sogno».







