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2024-03-28
Biden provoca lo zar: «Macellaio». E su Kharkiv piovono missili russi
Joe Biden (Ansa)
Livello della tensione alle stelle tra Russia e Occidente e il premier, Giorgia Meloni, torna a parlare di Ucraina. Lo fa con Mario Giordano a Fuori dal coro, in onda ieri sera su Rete 4. «Vladimir Putin aveva in testa una guerra lampo e oggi chi cerca di aiutare l’Ucraina allontana la guerra rispetto alla possibilità che arrivi nel cuore d’Europa», ha spiegato Meloni, che si dice convinta che «se non molliamo lo costringiamo anche a sedersi a un tavolo delle trattative per cercare una pace giusta». E ricorda: «Ovviamente è l’obiettivo che abbiamo».
Ma è sui toni delle ultime settimane che si concentra il premier, riferendosi alle parole del presidente francese, Emmanuel Macron, circa la possibilità di inviare truppe in Ucraina: «Non ho condiviso le sue parole, l’ho detto anche a lui. Si deve fare attenzione ai toni», spiega. Anche se «non vuol dire che non si debba fare ciò che è giusto». Infine chiarisce: «Arrivo da un Consiglio Ue dove si parlava di Protezione civile e mi ritrovo su diversi quotidiani che noi staremmo preparando l’Europa alla guerra, perché c’era un passaggio che diceva che bisogna mettere in cooperazione la risposta alla crisi, ma si parlava di Protezione civile». Segue la linea il vicepremier, Antonio Tajani: «Non invieremo mai soldati italiani a combattere in guerra contro la Russia».
E mentre in Europa si cerca di abbassare i toni, le parole del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, non aiutano allo scopo. Durante un incontro in Carolina del Nord, Biden è tornato a definire il presidente russo «macellaio». Non è la prima volta, accadeva già nel marzo del 2022 con i rifugiati ucraini a Varsavia, ma ora l’escalation è ancora più preoccupante. Il Pentagono ha infatti affermato che gli Usa sono pronti ad adempiere ai propri obblighi di protezione dei Paesi Nato, compresi quelli relativi agli attacchi missilistici russi che potrebbero minacciare la Polonia. «Difenderemo ogni centimetro della Nato», le parole della vice portavoce del Pentagono, Sabrina Singh, intervenuta dopo che il viceministro degli Esteri polacco, Andrzej Szejna, ha ammesso che «si sta considerando la possibilità di abbattere i missili quando sono già molto vicini al confine».
Allo stesso tempo, risulta quantomeno ambigua la posizione americana circa i bombardamenti ucraini in territorio russo. «La nostra posizione dall’inizio della guerra è sempre stata quella di non incoraggiare né sostenere l’Ucraina a colpire al di fuori del proprio territorio», ha ribadito ancora una volta il portavoce per il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Matthew Miller. Ambiguità che però potrebbe essere parte di una strategia. Lo suggeriscono le dichiarazioni del ministro degli Esteri svedese, Tobias Billström, che si è mostrato molto chiaro nel dire che per fermare l’aggressione contro l’Ucraina, «l’Occidente dovrebbe mirare a creare maggiori difficoltà strategiche nel tentativo di controllare il comportamento della Russia». Secondo Billström, la Nato non starebbe facendo abbastanza in Ucraina perché le forze armate di Kiev hanno bisogno «di quasi tutto». «Fornire più attrezzature militari all’Ucraina non è una questione di capacità industriale», ha chiarito, «è una questione di volontà politica». E mentre Kiev conta le munizioni, Mosca colpisce duro a Kharkiv - dove i missili sono caduti, facendo un morto e diversi feriti - e continua a perfezionare il lancio di quelli ipersonici. La loro particolarità è quella di viaggiare ad altissima velocità: ci vogliono due minuti per raggiungere Odessa e poco meno di sei per colpire Kiev e la popolazione non avrebbe il tempo di fuggire. Come se non bastasse, secondo l’intelligence britannica, Mosca starebbe preparando una flotta fluviale per contrastare le forze ucraine sul Dnipro. «La Russia vuole probabilmente impedire e negare le operazioni fluviali ucraine, come l’operazione per stabilire e mantenere la testa di ponte di Krynky».
Nelle stesse ore la tensione continua a essere alimentata a causa del dibattito circa la matrice dell’attacco alla Crocus City Hall, la sala concerti di Mosca colpita da un attentato lo scorso venerdì. Putin ha ammesso che potrebbero essere stati i jihadisti, (che hanno più volte rivendicato l’attacco), ma non rinuncia all’idea che Kiev abbia partecipato in qualche modo all’operazione. Secondo la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, «è difficile credere» che l’Isis possa avere avuto la capacità di realizzare un attacco del genere». Mentre il capo dei servizi di sicurezza russi (Fsb), Alexander Bortnikov, è tornato sul tema ribadendo che «l’azione sarebbe stata preparata sia dagli islamici radicali che, ovviamente, facilitata dai servizi segreti occidentali e ucraini». Ma non solo, perché Bortnikov, che si dice certo che l’Ucraina addestri miliziani islamisti in Medio Oriente, avverte: «Il capo dei servizi segreti militari ucraini, Kirylo Budanov, è un obiettivo legittimo per le forze militari russe».
Anche il premier Meloni a Giordano ha confessato: «Immaginare in una città blindata, in uno Stato che è coinvolto in un conflitto, quattro attentatori che entrano e uccidono decine di persone e si allontanano praticamente indisturbati, obiettivamente colpisce».
Intanto risultano esserci ancora 95 persone disperse dopo l’attentato alla sala concerti e si conta ancora una vittima: 140 morti il bilancio attuale.
Allarme spie turche nelle Procure
Repubblica ha riferito in questi giorni che l’agenzia d’intelligence turca, il Milli Istihbarat Teskilati (Mit), dispone di una vasta rete di informatori in Italia. A differenza di quanto gli uomini del Mit fanno in altri Paesi Ue, dove operano illegalmente protetti dallo status di «diplomatici», in Italia si servirebbero di traduttori che secondo il quotidiano «collaborano con le Procure su inchieste rilevanti». La sensibilità sul tema è elevatissima dato che coinvolge un Paese alleato della Nato, con il quale non sono mancati gli scontri nel recente passato, vedi quando l’allora premier, Mario Draghi, parlando del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, disse: «Con i dittatori bisogna essere franchi, ma cooperare». Che non tutti i cittadini turchi che fanno i traduttori o che lavorano per le Procure siano coinvolti in questa storia è evidente, tuttavia, secondo Repubblica «è stato emesso un avviso all’interno delle nostre forze dell’ordine e degli apparati di sicurezza».
Ma perché proprio l’Italia e soprattutto le Procure? Secondo un alto funzionario di un servizio segreto del Nord Europa che parla alla Verità protetto dall’anonimato, nel nostro Paese «sono attualmente in corso importanti inchieste a proposito di finanziamento al terrorismo, che toccano direttamente importanti personalità turche. Lo stesso vale per alcune vicende relative al traffico d’armi ed è evidente come al deep State turco tutto questo interessi e molto. Ma non accade solo da voi perché è un fenomeno diffuso in tutto il Vecchio continente».
Ma com’è organizzato il Mit? Il numero esatto di uomini che lo compongono non è pubblicamente noto, tuttavia, le stime variano a seconda della fonte, con alcuni che ipotizzano un organico di circa 6.000 persone, mentre altri arrivano fino a 15.000. Il budget annuale è stimato in circa 2 miliardi di dollari, che servono a mantenere una macchina complessa (nella quale ci sono almeno due altre agenzie segretissime), operativa tra la raccolta d’intelligence, il controspionaggio, la lotta al terrorismo e la sicurezza informatica. Il Mit, oggi diretto da Ibrahim Kalin, ha uffici in tutto il mondo, con una forte concentrazione in Medio Oriente, Africa ed Europa, dove si occupa in prevalenza di spiare i connazionali, non di rado rapiti e condotti in patria se sgraditi al regime islamista di Ankara. In aggiunta ai circa 6.000-15.000 agenti stipendiati, il Mit si avvale anche di una impressionante rete di informatori, tra i quali spiccano molti imam inviati e stipendiati in Europa dal Diyanet (presidenza degli Affari religiosi), un’importante istituzione statale turca che svolge un ruolo primario nella promozione dell’islam in patria e all’estero. Come scrive Repubblica, che ha visionato gli atti, gli investigatori italiani «hanno già individuato due collaboratori del Mit che, poche settimane fa, sono stati contattati dalla questura di Milano proprio per fornire servizi di interpretariato turco-italiano nell’ambito di un’indagine verosimilmente della Procura». Inoltre, ai due «sono stati offerti altri incarichi anche da parte di altre Procure del Sud». Ora è fondamentale sapere da quanto tempo è attiva questa rete e quante persone ne facciano parte.
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Il premier a «Fuori dal coro»: «Non condivido le parole dell’Eliseo. Se non molliamo, Putin tratterà». Tajani: «Non invieremo mai soldati italiani». Mosca: «Difficile credere che l’attentato sia dell’Isis».Spie turche, allertati gli apparati di sicurezza italiani: le talpe avrebbero partecipato a indagini rilevanti spacciandosi per traduttori. Due sarebbero già state identificate a Milano.Lo speciale contiene due articoli.Livello della tensione alle stelle tra Russia e Occidente e il premier, Giorgia Meloni, torna a parlare di Ucraina. Lo fa con Mario Giordano a Fuori dal coro, in onda ieri sera su Rete 4. «Vladimir Putin aveva in testa una guerra lampo e oggi chi cerca di aiutare l’Ucraina allontana la guerra rispetto alla possibilità che arrivi nel cuore d’Europa», ha spiegato Meloni, che si dice convinta che «se non molliamo lo costringiamo anche a sedersi a un tavolo delle trattative per cercare una pace giusta». E ricorda: «Ovviamente è l’obiettivo che abbiamo». Ma è sui toni delle ultime settimane che si concentra il premier, riferendosi alle parole del presidente francese, Emmanuel Macron, circa la possibilità di inviare truppe in Ucraina: «Non ho condiviso le sue parole, l’ho detto anche a lui. Si deve fare attenzione ai toni», spiega. Anche se «non vuol dire che non si debba fare ciò che è giusto». Infine chiarisce: «Arrivo da un Consiglio Ue dove si parlava di Protezione civile e mi ritrovo su diversi quotidiani che noi staremmo preparando l’Europa alla guerra, perché c’era un passaggio che diceva che bisogna mettere in cooperazione la risposta alla crisi, ma si parlava di Protezione civile». Segue la linea il vicepremier, Antonio Tajani: «Non invieremo mai soldati italiani a combattere in guerra contro la Russia». E mentre in Europa si cerca di abbassare i toni, le parole del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, non aiutano allo scopo. Durante un incontro in Carolina del Nord, Biden è tornato a definire il presidente russo «macellaio». Non è la prima volta, accadeva già nel marzo del 2022 con i rifugiati ucraini a Varsavia, ma ora l’escalation è ancora più preoccupante. Il Pentagono ha infatti affermato che gli Usa sono pronti ad adempiere ai propri obblighi di protezione dei Paesi Nato, compresi quelli relativi agli attacchi missilistici russi che potrebbero minacciare la Polonia. «Difenderemo ogni centimetro della Nato», le parole della vice portavoce del Pentagono, Sabrina Singh, intervenuta dopo che il viceministro degli Esteri polacco, Andrzej Szejna, ha ammesso che «si sta considerando la possibilità di abbattere i missili quando sono già molto vicini al confine». Allo stesso tempo, risulta quantomeno ambigua la posizione americana circa i bombardamenti ucraini in territorio russo. «La nostra posizione dall’inizio della guerra è sempre stata quella di non incoraggiare né sostenere l’Ucraina a colpire al di fuori del proprio territorio», ha ribadito ancora una volta il portavoce per il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Matthew Miller. Ambiguità che però potrebbe essere parte di una strategia. Lo suggeriscono le dichiarazioni del ministro degli Esteri svedese, Tobias Billström, che si è mostrato molto chiaro nel dire che per fermare l’aggressione contro l’Ucraina, «l’Occidente dovrebbe mirare a creare maggiori difficoltà strategiche nel tentativo di controllare il comportamento della Russia». Secondo Billström, la Nato non starebbe facendo abbastanza in Ucraina perché le forze armate di Kiev hanno bisogno «di quasi tutto». «Fornire più attrezzature militari all’Ucraina non è una questione di capacità industriale», ha chiarito, «è una questione di volontà politica». E mentre Kiev conta le munizioni, Mosca colpisce duro a Kharkiv - dove i missili sono caduti, facendo un morto e diversi feriti - e continua a perfezionare il lancio di quelli ipersonici. La loro particolarità è quella di viaggiare ad altissima velocità: ci vogliono due minuti per raggiungere Odessa e poco meno di sei per colpire Kiev e la popolazione non avrebbe il tempo di fuggire. Come se non bastasse, secondo l’intelligence britannica, Mosca starebbe preparando una flotta fluviale per contrastare le forze ucraine sul Dnipro. «La Russia vuole probabilmente impedire e negare le operazioni fluviali ucraine, come l’operazione per stabilire e mantenere la testa di ponte di Krynky». Nelle stesse ore la tensione continua a essere alimentata a causa del dibattito circa la matrice dell’attacco alla Crocus City Hall, la sala concerti di Mosca colpita da un attentato lo scorso venerdì. Putin ha ammesso che potrebbero essere stati i jihadisti, (che hanno più volte rivendicato l’attacco), ma non rinuncia all’idea che Kiev abbia partecipato in qualche modo all’operazione. Secondo la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, «è difficile credere» che l’Isis possa avere avuto la capacità di realizzare un attacco del genere». Mentre il capo dei servizi di sicurezza russi (Fsb), Alexander Bortnikov, è tornato sul tema ribadendo che «l’azione sarebbe stata preparata sia dagli islamici radicali che, ovviamente, facilitata dai servizi segreti occidentali e ucraini». Ma non solo, perché Bortnikov, che si dice certo che l’Ucraina addestri miliziani islamisti in Medio Oriente, avverte: «Il capo dei servizi segreti militari ucraini, Kirylo Budanov, è un obiettivo legittimo per le forze militari russe». Anche il premier Meloni a Giordano ha confessato: «Immaginare in una città blindata, in uno Stato che è coinvolto in un conflitto, quattro attentatori che entrano e uccidono decine di persone e si allontanano praticamente indisturbati, obiettivamente colpisce».Intanto risultano esserci ancora 95 persone disperse dopo l’attentato alla sala concerti e si conta ancora una vittima: 140 morti il bilancio attuale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-putin-2667622739.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="allarme-spie-turche-nelle-procure" data-post-id="2667622739" data-published-at="1711620586" data-use-pagination="False"> Allarme spie turche nelle Procure Repubblica ha riferito in questi giorni che l’agenzia d’intelligence turca, il Milli Istihbarat Teskilati (Mit), dispone di una vasta rete di informatori in Italia. A differenza di quanto gli uomini del Mit fanno in altri Paesi Ue, dove operano illegalmente protetti dallo status di «diplomatici», in Italia si servirebbero di traduttori che secondo il quotidiano «collaborano con le Procure su inchieste rilevanti». La sensibilità sul tema è elevatissima dato che coinvolge un Paese alleato della Nato, con il quale non sono mancati gli scontri nel recente passato, vedi quando l’allora premier, Mario Draghi, parlando del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, disse: «Con i dittatori bisogna essere franchi, ma cooperare». Che non tutti i cittadini turchi che fanno i traduttori o che lavorano per le Procure siano coinvolti in questa storia è evidente, tuttavia, secondo Repubblica «è stato emesso un avviso all’interno delle nostre forze dell’ordine e degli apparati di sicurezza». Ma perché proprio l’Italia e soprattutto le Procure? Secondo un alto funzionario di un servizio segreto del Nord Europa che parla alla Verità protetto dall’anonimato, nel nostro Paese «sono attualmente in corso importanti inchieste a proposito di finanziamento al terrorismo, che toccano direttamente importanti personalità turche. Lo stesso vale per alcune vicende relative al traffico d’armi ed è evidente come al deep State turco tutto questo interessi e molto. Ma non accade solo da voi perché è un fenomeno diffuso in tutto il Vecchio continente». Ma com’è organizzato il Mit? Il numero esatto di uomini che lo compongono non è pubblicamente noto, tuttavia, le stime variano a seconda della fonte, con alcuni che ipotizzano un organico di circa 6.000 persone, mentre altri arrivano fino a 15.000. Il budget annuale è stimato in circa 2 miliardi di dollari, che servono a mantenere una macchina complessa (nella quale ci sono almeno due altre agenzie segretissime), operativa tra la raccolta d’intelligence, il controspionaggio, la lotta al terrorismo e la sicurezza informatica. Il Mit, oggi diretto da Ibrahim Kalin, ha uffici in tutto il mondo, con una forte concentrazione in Medio Oriente, Africa ed Europa, dove si occupa in prevalenza di spiare i connazionali, non di rado rapiti e condotti in patria se sgraditi al regime islamista di Ankara. In aggiunta ai circa 6.000-15.000 agenti stipendiati, il Mit si avvale anche di una impressionante rete di informatori, tra i quali spiccano molti imam inviati e stipendiati in Europa dal Diyanet (presidenza degli Affari religiosi), un’importante istituzione statale turca che svolge un ruolo primario nella promozione dell’islam in patria e all’estero. Come scrive Repubblica, che ha visionato gli atti, gli investigatori italiani «hanno già individuato due collaboratori del Mit che, poche settimane fa, sono stati contattati dalla questura di Milano proprio per fornire servizi di interpretariato turco-italiano nell’ambito di un’indagine verosimilmente della Procura». Inoltre, ai due «sono stati offerti altri incarichi anche da parte di altre Procure del Sud». Ora è fondamentale sapere da quanto tempo è attiva questa rete e quante persone ne facciano parte.
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Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
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Donald Trump (Ansa)
È stata una giornata di tensione, quella di ieri, tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre l’Europarlamento sospendeva indefinitamente la ratifica dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Ue, Donald Trump è intervenuto al Forum di Davos, tenendo un intervento battagliero in cui ha criticato i Paesi europei su svariati fronti. «Certi luoghi in Europa, francamente, non sono più riconoscibili», ha dichiarato. «Vorrei che l’Europa andasse bene, ma non sta andando nella giusta direzione», ha aggiunto, citando «l’aumento della spesa pubblica, l’immigrazione di massa incontrollata e le importazioni straniere senza fine». «Qui in Europa abbiamo visto il destino che la sinistra radicale ha cercato di imporre all’America», ha anche affermato. Trump ha poi criticato il Vecchio continente sulla questione energetica. «Grazie alla mia vittoria elettorale a valanga, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha avuto luogo in ogni nazione europea, che ha perseguito il “Green new scam”: forse il più grande imbroglio della Storia», ha dichiarato, storpiando il nome del Green new deal («scam», in inglese, significa infatti «truffa»). Sotto questo aspetto, l’inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino l’energia eolica e ha sottolineato come il ricorso alla tecnologia green aumenti la dipendenza da Pechino. «Più turbine a vento ha un Paese, più ci perde. Gli stupidi le comprano, ma la Cina vince», ha detto. Trump è poi andato all’attacco della Danimarca sulla questione della Groenlandia («un pezzo di ghiaccio in cambio della pace»). «La Danimarca è caduta in mano alla Germania dopo appena sei ore di combattimenti ed è stata totalmente incapace di difendere sia sé stessa sia la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti sono stati costretti a farlo e lo abbiamo fatto», ha tuonato, riferendosi all’invasione della Danimarca da parte del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il presidente americano ha inoltre bollato Copenaghen come «ingrata», ribadendo di aver bisogno della Groenlandia per una necessità di «sicurezza nazionale strategica». Al tempo stesso, Trump ha però escluso l’uso della forza per acquisire l’isola più grande del mondo. «Non devo usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia», ha dichiarato, senza tuttavia rinunciare a mettere sotto pressione gli europei. «Potete dire di sì e vi saremo molto grati, oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo», ha infatti affermato, riferendosi all’acquisizione dell’isola. In questo quadro, il presidente americano ne ha anche approfittato per dare una bacchettata alla Nato. «Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla Nato. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio». Insomma, Trump non ha risparmiato dure critiche agli alleati europei. Ma il presidente americano, ieri, si è occupato anche di vari dossier internazionali, a partire della crisi ucraina. «Credo che ora siano arrivati al punto in cui possono unirsi e raggiungere un accordo», ha affermato, parlando di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. «Se non ci riescono», ha continuato, «sono stupidi. Questo vale per entrambi. E so che non sono stupidi. Ma se non ci riescono, sono stupidi». Ieri pomeriggio, la Cnn ha, in particolare, riferito che Trump dovrebbe incontrare oggi il presidente ucraino a Davos. Ma non è tutto. Oltre a sottolineare di avere un «ottimo rapporto» con il leader cinese, Xi Jinping, l’inquilino della Casa Bianca si è infatti espresso anche sul Medio Oriente, auspicando che Hamas proceda con il disarmo. «Se non lo faranno, saranno spazzati via. Molto rapidamente», ha affermato, per poi rivendicare gli attacchi statunitensi di giugno ai siti nucleari iraniani. «Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare e li abbiamo colpiti duramente, e la distruzione è stata totale», ha detto. Tra l’altro, proprio ieri, il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, ha reso noto che Trump ha invitato papa Leone XIV a entrare nel Board of peace per Gaza. Inoltre, sempre ieri, l’inquilino della Casa Bianca, a margine del Forum di Davos, ha avuto degli incontri con il presidente polacco, Karol Nawrocki, con quello egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e con quello elvetico, Guy Parmelin, oltre che con il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte. Con quest’ultimo, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia che, se dovesse concretizzarsi, offrirebbe un’«ottima soluzione» per i Paesi della Nato e scongiurerebbe i nuovi dazi americani ai Paesi europei.Nel suo intervento in Svizzera, Trump ha parlato anche di questioni interne: ha definito Jerome Powell uno «stupido», rendendo noto che annuncerà presto la scelta del suo successore. La centralità è comunque spettata alla politica internazionale, con speciale riferimento, alle crescenti tensioni con gli alleati europei. In particolare, chi, nel Vecchio continente, sta tornando a premere per la linea dura nei confronti della Casa Bianca è Emmanuel Macron che, proprio ieri, Trump ha deriso per gli occhiali da sole con cui si era presentato martedì. Il presidente francese sta del resto cercando di spingere Bruxelles a ricorrere allo strumento anti coercizione: uno scenario che acuirebbe le fibrillazioni transatlantiche. Non dimentichiamo che il vicepremier cinese, He Lifeng, ha criticato i dazi statunitensi. E che l’inquilino dell’Eliseo ha rafforzato i legami con Pechino. In Svizzera sta, insomma, andando in scena uno scontro geopolitico particolarmente serrato. Tuttavia, spingendo sul pedale della linea dura con Washington - soprattutto su input francese - gli europei rischiano di finire tra le braccia della Cina. Il che non sarebbe uno scenario esattamente allettante.
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