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2024-08-06
Bibi svela il fiasco di Biden in Medio Oriente
Joe Biden e Benjamin Netanyahu (Ansa)
È uno schiaffo pesante quello inferto da Benjamin Netanyahu a Joe Biden e Kamala Harris. Secondo quanto riferito l’altro ieri da Channel 12, il premier israeliano avrebbe deciso di non arrivare a un’eventuale normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita prima delle elezioni americane di novembre. È chiaro come non si tratti affatto di una buona notizia per l’amministrazione Biden-Harris. In questi anni, l’attuale presidente americano ha cercato di mediare un accordo di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad con l’obiettivo di ottenere un rilevante successo in politica internazionale. A settembre 2023, sembrava che l’intesa fosse ormai in dirittura d’arrivo. Poi, il massacro del 7 ottobre ha cambiato tutto. Il rinfocolarsi del conflitto israeliano-palestinese ha infatti portato l’Arabia Saudita a congelare il processo di normalizzazione: esattamente quanto auspicato dall’Iran. Quello stesso Iran che, oltre a finanziare storicamente Hamas e Hezbollah, aveva contribuito a orchestrare l’attacco del 7 ottobre proprio con l’intento di far deragliare la distensione tra israeliani e sauditi. Un quadro complessivo, questo, le cui responsabilità vanno ricercate soprattutto nella fallimentare politica mediorientale dell’amministrazione Biden-Harris.
Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano tolse infatti gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, cercando poi di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano e non rinunciando a sbloccare vari asset di Teheran precedentemente congelati: un appeasement che irritò israeliani e sauditi, storicamente preoccupati dalla possibilità che il regime khomeinista potesse dotarsi dell’arma atomica. Tendendo la mano agli ayatollah e cercando al contempo di favorire una distensione tra Gerusalemme e Riad, Biden è di fatto caduto in un cortocircuito. Sì, perché la logica degli accordi di Abramo, negoziati da Donald Trump nel 2020, partiva da una premessa ineludibile: isolare Teheran attraverso la strategia della «massima pressione», per poi favorire l’avvicinamento tra Paesi arabi e Israele proprio in virtù della loro comune ostilità nei confronti delle ambizioni atomiche iraniane. Solo in un secondo momento, Trump avrebbe rinegoziato radicalmente l’accordo sul nucleare, dopo aver messo, cioè, il regime khomeinista in ginocchio e con le spalle al muro. Con il suo repentino appeasement verso Teheran, Biden ha invece dilapidato tutto il vantaggio acquisito dagli Stati Uniti, isolando Israele e spingendo Riad tra le braccia di Mosca e Pechino. Non a caso, durante il suo intervento al Congresso americano il 24 luglio scorso, Netanyahu ha pronunciato parole durissime nei confronti degli ayatollah: una stoccata, neppur tanto velata, alla politica filoiraniana di Biden e della Harris. Una Harris che, pur essendo presidente del Senato, a quel discorso ha significativamente deciso di non presenziare. Non solo. A peggiorare i rapporti tra Netanyahu e l’attuale Casa Bianca è stato anche il ritiro elettorale di Biden: una circostanza che ha reso il presidente un’anatra zoppa, aggravando ulteriormente la crisi della deterrenza americana verso l’Iran. Quello stesso Iran che, secondo l’intelligence di Washington, starebbe portando avanti delle operazioni sotto copertura per danneggiare la campagna elettorale di Trump.
Non a caso, al termine del suo recente viaggio negli Stati Uniti, il premier israeliano ha chiesto e ottenuto un incontro con il candidato repubblicano in Florida. Netanyahu punta d’altronde tutto sulla vittoria di un Trump che, qualora tornasse alla Casa Bianca, rispolvererebbe la logica degli accordi di Abramo e la politica della «massima pressione» sugli ayatollah. È anche in quest’ottica che il premier israeliano ha ordinato i vari raid mirati degli ultimi tempi: raid che hanno, guarda caso, irritato Biden. La settimana scorsa, il presidente americano ha infatti lamentato che l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe complicato i negoziati per un cessate il fuoco. Dal canto suo, Netanyahu persegue due obiettivi: ripristinare la capacità di deterrenza israeliana verso Teheran e, dall’altra parte, mettere in difficoltà i democratici statunitensi sul piano elettorale. È infatti chiaro che il proseguire della crisi mediorientale alimenta le storiche divisioni tra l’ala filoisraeliana e quella filopalestinese dell’Asinello: un fattore, questo, che rischia di azzoppare seriamente la candidatura presidenziale della Harris. Ed ecco che il «no» israeliano a un’imminente normalizzazione dei rapporti con Riad implica due complementari chiavi di lettura. Primo: Netanyahu non ritiene che al momento ci siano le condizioni concrete per una svolta del genere, visto che l’attuale Casa Bianca si ostina a non ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran. Secondo: il premier israeliano non vuole dare un assist elettorale alla Harris in vista delle presidenziali di novembre. Biden e la sua vice, insomma, sono rimasti vittime delle loro stesse contraddizioni politiche.
L’Iran: «Colpiamo, ma no escalation». Ancora raid di Hezbollah in Galilea
Resta alle stelle la tensione in Medio Oriente, mentre Israele si prepara all’attacco che il regime khomeinista ha annunciato come ritorsione alla recente uccisione, a Teheran, del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Fonti israeliane ascoltate dal Times of Israel riferivano che l’offensiva iraniana sarebbe probabilmente avvenuta nella tarda serata di ieri. Tuttavia, quando La Verità è andata in stampa, ancora non aveva avuto luogo.
«L’Iran cerca di preservare la stabilità nella regione, ma questo avverrà solo punendo l’aggressore e creando un deterrente contro l’avventurismo del regime sionista», ha tuonato ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani. Teheran ha inoltre convocato per domani una riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, chiedendo di discutere dell’uccisione di Haniyeh e del proprio attacco contro Israele. Sempre ieri, il governo iraniano ha emesso un avviso rivolto alle compagnie aeree, per informare che nel Paese si verificheranno delle interruzioni del segnale Gps. «La portata di queste interruzioni non è immediatamente chiara, né chi possa esserci dietro, sebbene le interruzioni del Gps siano talvolta utilizzate per confondere il puntamento dei missili a guida di precisione», ha riferito il Times of Israel. Secondo Haaretz, un simile avviso era stato diramato poco prima dell’attacco iraniano contro Israele, verificatosi lo scorso 13 aprile. In tutto questo, ieri Hezbollah ha colpito con dei droni la parte settentrionale dello Stato ebraico. Frattanto, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu si è recato a Teheran per tenere dei colloqui con il nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ricordiamo che a febbraio Reuters riferì che l’Iran aveva fornito a Mosca circa 400 missili.
«Voglio che sappiate che i nostri piani offensivi per il futuro sono pronti e siamo preparati per questo, sotto tutti gli aspetti, da me a ogni singolo soldato», ha nel frattempo reso noto il capo del comando settentrionale dell’Idf, Ori Gordin. «Abbiamo attaccato e distrutto molto negli ultimi dieci mesi, ma abbiamo ancora del lavoro da fare. Siamo determinati e impegnati», ha aggiunto. Tutto questo, mentre il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è sentito con Guido Crosetto per aggiornarlo «sulle minacce poste dall’Iran e dai suoi proxy». Washington, dal canto suo, ha fatto sapere che l’attacco iraniano risulterebbe imminente, mentre Joe Biden, oltre a parlare col re di Giordania Abd Allah II, ha riunito il consiglio per la sicurezza nazionale nella situation room con l’obiettivo di monitorare gli sviluppi nello scacchiere mediorientale. Frattanto, il capo di stato maggiore dell’Idf, Herzi Halevi, ha avuto un incontro con il comandante di Centcom, Michael Kurilla. Le forze israeliane hanno anche reso noto di aver ucciso un capo militare di Hamas, Jaber Aziz, durante un attacco aereo svoltosi domenica contro una struttura scolastica a Gaza.
In tutto questo, il portavoce aggiunto del Segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha reso noto che nove dipendenti dell’Unrwa «potrebbero essere stati coinvolti» nell’attacco del 7 ottobre. Per questo sono stati licenziati.
Dal canto suo, ieri il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha affermato che Ankara si unirà alla causa per genocidio contro Israele, intentata dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia. «Netanyahu non vuole la pace. Vuole diffondere la violenza da Gaza in tutta la regione», ha tuonato Fidan nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo egiziano Badr Abdelatty al Cairo. I rapporti tra Gerusalemme e Ankara si stanno insomma facendo sempre più tesi. Ricordiamo che, a fine luglio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva lasciato intendere di essere disposto a invadere il territorio israeliano. Una posizione che aveva spinto il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, a invocare l’espulsione della Turchia dalla Nato.
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Il premier israeliano ha scelto di non intraprendere un percorso di riavvicinamento con l’Arabia Saudita prima delle elezioni Usa. Uno schiaffo per Sleepy Joe, la cui politica filoiraniana ha sempre irritato Tel Aviv. Che ora serve la vendetta (aspettando Trump).Intanto l’Onu licenzia nove dipendenti «forse coinvolti negli attacchi del 7 ottobre».Lo speciale contiene due articoli.È uno schiaffo pesante quello inferto da Benjamin Netanyahu a Joe Biden e Kamala Harris. Secondo quanto riferito l’altro ieri da Channel 12, il premier israeliano avrebbe deciso di non arrivare a un’eventuale normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita prima delle elezioni americane di novembre. È chiaro come non si tratti affatto di una buona notizia per l’amministrazione Biden-Harris. In questi anni, l’attuale presidente americano ha cercato di mediare un accordo di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad con l’obiettivo di ottenere un rilevante successo in politica internazionale. A settembre 2023, sembrava che l’intesa fosse ormai in dirittura d’arrivo. Poi, il massacro del 7 ottobre ha cambiato tutto. Il rinfocolarsi del conflitto israeliano-palestinese ha infatti portato l’Arabia Saudita a congelare il processo di normalizzazione: esattamente quanto auspicato dall’Iran. Quello stesso Iran che, oltre a finanziare storicamente Hamas e Hezbollah, aveva contribuito a orchestrare l’attacco del 7 ottobre proprio con l’intento di far deragliare la distensione tra israeliani e sauditi. Un quadro complessivo, questo, le cui responsabilità vanno ricercate soprattutto nella fallimentare politica mediorientale dell’amministrazione Biden-Harris.Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano tolse infatti gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, cercando poi di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano e non rinunciando a sbloccare vari asset di Teheran precedentemente congelati: un appeasement che irritò israeliani e sauditi, storicamente preoccupati dalla possibilità che il regime khomeinista potesse dotarsi dell’arma atomica. Tendendo la mano agli ayatollah e cercando al contempo di favorire una distensione tra Gerusalemme e Riad, Biden è di fatto caduto in un cortocircuito. Sì, perché la logica degli accordi di Abramo, negoziati da Donald Trump nel 2020, partiva da una premessa ineludibile: isolare Teheran attraverso la strategia della «massima pressione», per poi favorire l’avvicinamento tra Paesi arabi e Israele proprio in virtù della loro comune ostilità nei confronti delle ambizioni atomiche iraniane. Solo in un secondo momento, Trump avrebbe rinegoziato radicalmente l’accordo sul nucleare, dopo aver messo, cioè, il regime khomeinista in ginocchio e con le spalle al muro. Con il suo repentino appeasement verso Teheran, Biden ha invece dilapidato tutto il vantaggio acquisito dagli Stati Uniti, isolando Israele e spingendo Riad tra le braccia di Mosca e Pechino. Non a caso, durante il suo intervento al Congresso americano il 24 luglio scorso, Netanyahu ha pronunciato parole durissime nei confronti degli ayatollah: una stoccata, neppur tanto velata, alla politica filoiraniana di Biden e della Harris. Una Harris che, pur essendo presidente del Senato, a quel discorso ha significativamente deciso di non presenziare. Non solo. A peggiorare i rapporti tra Netanyahu e l’attuale Casa Bianca è stato anche il ritiro elettorale di Biden: una circostanza che ha reso il presidente un’anatra zoppa, aggravando ulteriormente la crisi della deterrenza americana verso l’Iran. Quello stesso Iran che, secondo l’intelligence di Washington, starebbe portando avanti delle operazioni sotto copertura per danneggiare la campagna elettorale di Trump.Non a caso, al termine del suo recente viaggio negli Stati Uniti, il premier israeliano ha chiesto e ottenuto un incontro con il candidato repubblicano in Florida. Netanyahu punta d’altronde tutto sulla vittoria di un Trump che, qualora tornasse alla Casa Bianca, rispolvererebbe la logica degli accordi di Abramo e la politica della «massima pressione» sugli ayatollah. È anche in quest’ottica che il premier israeliano ha ordinato i vari raid mirati degli ultimi tempi: raid che hanno, guarda caso, irritato Biden. La settimana scorsa, il presidente americano ha infatti lamentato che l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe complicato i negoziati per un cessate il fuoco. Dal canto suo, Netanyahu persegue due obiettivi: ripristinare la capacità di deterrenza israeliana verso Teheran e, dall’altra parte, mettere in difficoltà i democratici statunitensi sul piano elettorale. È infatti chiaro che il proseguire della crisi mediorientale alimenta le storiche divisioni tra l’ala filoisraeliana e quella filopalestinese dell’Asinello: un fattore, questo, che rischia di azzoppare seriamente la candidatura presidenziale della Harris. Ed ecco che il «no» israeliano a un’imminente normalizzazione dei rapporti con Riad implica due complementari chiavi di lettura. Primo: Netanyahu non ritiene che al momento ci siano le condizioni concrete per una svolta del genere, visto che l’attuale Casa Bianca si ostina a non ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran. Secondo: il premier israeliano non vuole dare un assist elettorale alla Harris in vista delle presidenziali di novembre. Biden e la sua vice, insomma, sono rimasti vittime delle loro stesse contraddizioni politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibi-fiasco-biden-medio-oriente-2668902348.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liran-colpiamo-ma-no-escalation-ancora-raid-di-hezbollah-in-galilea" data-post-id="2668902348" data-published-at="1722936795" data-use-pagination="False"> L’Iran: «Colpiamo, ma no escalation». Ancora raid di Hezbollah in Galilea Resta alle stelle la tensione in Medio Oriente, mentre Israele si prepara all’attacco che il regime khomeinista ha annunciato come ritorsione alla recente uccisione, a Teheran, del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Fonti israeliane ascoltate dal Times of Israel riferivano che l’offensiva iraniana sarebbe probabilmente avvenuta nella tarda serata di ieri. Tuttavia, quando La Verità è andata in stampa, ancora non aveva avuto luogo. «L’Iran cerca di preservare la stabilità nella regione, ma questo avverrà solo punendo l’aggressore e creando un deterrente contro l’avventurismo del regime sionista», ha tuonato ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani. Teheran ha inoltre convocato per domani una riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, chiedendo di discutere dell’uccisione di Haniyeh e del proprio attacco contro Israele. Sempre ieri, il governo iraniano ha emesso un avviso rivolto alle compagnie aeree, per informare che nel Paese si verificheranno delle interruzioni del segnale Gps. «La portata di queste interruzioni non è immediatamente chiara, né chi possa esserci dietro, sebbene le interruzioni del Gps siano talvolta utilizzate per confondere il puntamento dei missili a guida di precisione», ha riferito il Times of Israel. Secondo Haaretz, un simile avviso era stato diramato poco prima dell’attacco iraniano contro Israele, verificatosi lo scorso 13 aprile. In tutto questo, ieri Hezbollah ha colpito con dei droni la parte settentrionale dello Stato ebraico. Frattanto, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu si è recato a Teheran per tenere dei colloqui con il nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ricordiamo che a febbraio Reuters riferì che l’Iran aveva fornito a Mosca circa 400 missili. «Voglio che sappiate che i nostri piani offensivi per il futuro sono pronti e siamo preparati per questo, sotto tutti gli aspetti, da me a ogni singolo soldato», ha nel frattempo reso noto il capo del comando settentrionale dell’Idf, Ori Gordin. «Abbiamo attaccato e distrutto molto negli ultimi dieci mesi, ma abbiamo ancora del lavoro da fare. Siamo determinati e impegnati», ha aggiunto. Tutto questo, mentre il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è sentito con Guido Crosetto per aggiornarlo «sulle minacce poste dall’Iran e dai suoi proxy». Washington, dal canto suo, ha fatto sapere che l’attacco iraniano risulterebbe imminente, mentre Joe Biden, oltre a parlare col re di Giordania Abd Allah II, ha riunito il consiglio per la sicurezza nazionale nella situation room con l’obiettivo di monitorare gli sviluppi nello scacchiere mediorientale. Frattanto, il capo di stato maggiore dell’Idf, Herzi Halevi, ha avuto un incontro con il comandante di Centcom, Michael Kurilla. Le forze israeliane hanno anche reso noto di aver ucciso un capo militare di Hamas, Jaber Aziz, durante un attacco aereo svoltosi domenica contro una struttura scolastica a Gaza. In tutto questo, il portavoce aggiunto del Segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha reso noto che nove dipendenti dell’Unrwa «potrebbero essere stati coinvolti» nell’attacco del 7 ottobre. Per questo sono stati licenziati. Dal canto suo, ieri il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha affermato che Ankara si unirà alla causa per genocidio contro Israele, intentata dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia. «Netanyahu non vuole la pace. Vuole diffondere la violenza da Gaza in tutta la regione», ha tuonato Fidan nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo egiziano Badr Abdelatty al Cairo. I rapporti tra Gerusalemme e Ankara si stanno insomma facendo sempre più tesi. Ricordiamo che, a fine luglio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva lasciato intendere di essere disposto a invadere il territorio israeliano. Una posizione che aveva spinto il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, a invocare l’espulsione della Turchia dalla Nato.
Sergio Mattarella (Getty Images)
Il «Picconatore» si oppose alla pretesa di trasformare il Consiglio superiore in una specie di terza Camera dello Stato e ritenne che l’intervento a gamba tesa di un ristretto gruppo di magistrati nei confronti del capo del governo fosse ai limiti dell’insurrezione e al di fuori dei poteri previsti dalla Costituzione.
Ma appunto quella di Cossiga fu un’azione che appartiene a una stagione passata, perché adesso, qualsiasi cosa faccia o decida il Csm non trova un altolà da parte del Quirinale, ma semmai un via libera. Lo si è visto anche ieri, quando a sorpresa Mattarella ha deciso di partecipare al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Pur essendone il presidente, il capo dello Stato non è mai stato presente alle riunioni dell’organo di autogoverno. I suoi interventi del resto sono limitati alle occasioni in cui il Colle ha qualche messaggio da recapitare. E ieri di certo ce n’era uno importante, da rendere noto proprio nel mezzo della polemica politica in vista del referendum. Ma Mattarella non è andato a Palazzo dei Marescialli per rimettere in riga le toghe e per ribadire che al pari di tanti altri anche i magistrati sono servitori dello Stato, i quali pur se tutelati da indipendenza e autonomia garantita dalla Costituzione devono rispettare e applicare le leggi della Repubblica. No, il presidente ha voluto presiedere il plenum per ribadire il suo sostegno all’organismo di autogoverno dei magistrati, ma soprattutto per dare una botta al governo, che proprio in questi giorni è impegnato in una campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
Il capo dello Stato non ha sentito il bisogno di replicare al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, il quale ha detto che massoni, indagati e imputati voteranno Sì alla riforma, arruolando dunque nel malaffare chiunque non si opponga come lui alla separazione delle carriere. No, il presidente non ha trovato nulla da ridire sul fatto che un importante magistrato considerasse pendagli da forca coloro che non si intruppano nella battaglia dell’Anm contro la legge Nordio. Né ha invocato la presunzione di innocenza per chi pur indagato potrebbe essere vittima della giustizia e da vittima decidere che gli errori dei magistrati debbano essere oggetto di un procedimento disciplinare indipendente, non condizionato dall’appartenenza ad alcuna corrente della quale magari gli stessi pm e giudici facciano parte.
Mattarella invece ha voluto sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura», bacchettando dunque, pur senza nominarlo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, colpevole di aver ripetuto ciò che disse un giudice antimafia come Nino Di Matteo, ovvero che la gestione delle nomine degli uffici giudiziari risponde spesso a un sistema molto simile a quello mafioso. Che altro è il Sistema emerso con le intercettazioni a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara se non uno scambio di favori, un traffico di interessi, una lottizzazione della giustizia e una spartizione delle poltrone in nome della legge? Ma di tutto ciò Mattarella non ha parlato. Si è limitato a esercitare quella che i giornali hanno chiamato una «moral suasion energica». Nei confronti delle balle che il fronte del No sta propagandando, dicendo che il governo vuole mettere i pm sotto il controllo della politica? Macché: il richiamo energico è a Palazzo Chigi e al ministro della Giustizia, a cui è chiesto «il rispetto che occorre ribadire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Con le sue frasi felpate il presidente non dice di essere schierato in questa battaglia referendaria, da una parte, ossia quella dei magistrati. Ma il suo No anche senza essere stato pronunciato si è sentito forte e chiaro.
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I volenterosi (Ansa)
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oggi, su mandato del governo e del Parlamento, sarà a Washington per partecipare «in qualità di osservatore» alla riunione inaugurale del Board of peace, l’organismo internazionale voluto da Donald Trump per sovrintendere alla pacificazione e alla ricostruzione di Gaza. Oltre non era possibile andare, perché la nostra Costituzione impedisce all’Italia di partecipare ad organismi sovranazionali se non in condizione di assoluta parità con tutti gli altri Stati membri, cosa che lo statuto di Board of peace non prevede.
Per la sinistra, manco a dirlo, la scelta di essere comunque presenti all’atto costitutivo è una dimostrazione di subordinazione e servilismo nei confronti di Trump, che di quell’organismo è l’ideatore e coordinatore con ampi poteri decisionali. Insomma, partecipare a una coalizione di Paesi che spontaneamente si mettono insieme sotto l’egida di uno o più di essi con l’obiettivo di affrontare emergenze internazionali per l’opposizione è uno scandalo. In verità non è sempre uno scandalo. A Giorgia Meloni, per esempio, è stato rinfacciato di non essersi iscritta ai primi passi alla «Coalizione dei volenterosi», associazione spontanea e non riconosciuta internazionalmente che Francia e Gran Bretagna hanno messo su per affrontare in modo comune la crisi ucraina. Eppure, anche quella voluta da Macron e Starmer è una alleanza temporanea tra diverse nazioni per dare il via a operazioni militari o umanitarie che non si pongono sotto l’egida delle Nazioni unite. Questi hanno un concetto assai elastico della Costituzione: la interpretano in modo diverso a seconda che ci sia di mezzo Trump oppure Macron. Ma, soprattutto, interpretano malamente il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. Mi spiego meglio.
L’interesse primario del nostro Paese è avere un ruolo in tutto ciò che accade nell’area del Mediterraneo dove madre natura ci ha piazzato all’inizio dei tempi. Ma non è soltanto una questione di pura geografia: è che qualsiasi onda di Mare nostrum, anche quella che parte dalla coste più lontane tipo Gaza, prima o poi si infrange sulle nostre spiagge, a volte con effetti simili a uno tsunami.
La sola idea di rimanere completamente tagliati fuori, sia pure per presunti «motivi costituzionali», dal futuro di Gaza è un suicidio politico bello e buono, una mancanza di visione e strategia. Per stare in gioco bisogna giocare al gioco di Trump? Giochiamo, con cautela e buon senso ma giochiamo anche nell’interesse delle nostre aziende (la bonifica e la ricostruzione della Striscia sarà, probabilmente, il più grande affare dei prossimi anni). E giochiamo pure nell’interesse del popolo palestinese che, per la prima volta nella sua millenaria storia, ha la possibilità di uscire dalla miseria e dal degrado in cui i suoi leader lo hanno tenuto e vorrebbero tenerlo all’infinito per poter continuare ad arricchirsi personalmente con gli aiuti umanitari senza fondo.
Rendere civile e vivibile quella terra arida è possibile, Israele lo dimostra. E se per farlo bisogna accompagnarsi a Trump e non all’Onu, beh, a mio avviso ne vale la pena.
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Carlo Nordio (Ansa)
Insomma Nordio è come se sottolineasse di non aver iniziato lui ad alzare i toni aggiungendo che si adeguerà come riteneva di aver già fatto perché «certe espressioni che ho usato non erano mie, ho citato espressioni altrui» riferendosi alla frase sul sistema paramafioso delle correnti. Il suo invito è quello «di entrare in una fase di dialogo costruttivo che sia essenzialmente contenutistico» chiarendo infine che «ci sono stati dei momenti in cui hanno detto piduista, revanscista, addirittura contiguo con la camorra o altro e allora qualche reazione magari c’è, ma se come auspico e auspichiamo tutti, manteniamo il dialogo in un ambito civile, pacato e razionale i toni si abbasseranno e finalmente ragioneremo sul contenuto della riforma».
«Importanti e significative le parole del presidente Mattarella che come sempre va ascoltato con grande attenzione», il commento molto istituzionale del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami. Il vicepremier Antonio Tajani, pur d’accordo con i colleghi di maggioranza ha colto l’occasione per precisare: «Mattarella ha invitato ad abbassare i toni in generale, ma tutti quanti dovrebbero farlo a cominciare dai magistrati che hanno incarichi di grande responsabilità, come il procuratore Gratteri, che talvolta usa un linguaggio che non è consono al ruolo che svolge».
La sinistra come prevedibile tenta di mettere il cappello sulle parole del capo dello Stato interpretandole a proprio favore. «Sono parole, le sue, che vanno ascoltate e per le quali va ringraziato. In particolare per aver ricordato il necessario rispetto reciproco tra le istituzioni per il bene del Paese» ha detto il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Anche il Movimento 5 stelle fa suo l’intervento di Mattarella. «Il nostro auspicio è che questo messaggio sia stato ben compreso da chi ha lanciato attacchi e ingiurie al Csm per sostenere una riforma costituzionale che punta a scardinare proprio quell’autonomia e quell’indipendenza». Il leader pentastellato Giuseppe Conte aggiunge: «Le polemiche, gli attacchi al Csm avevano superato i livelli di guardia. Addirittura avevano convolto anche il ministro della Giustizia Nordio». Dimenticandosi tuttavia di citare Nicola Gratteri.
Tra i membri del Csm, a commentare la notizia, Isabella Bertolini, consigliere laico, che così ha interpretato quelle parole: «Mattarella non ha fatto una difesa corporativa della magistratura, ma anzi ha messo in luce i problemi e le carenze che ci sono anche nel Csm. Mi auguro che adesso il confronto torni ad essere nel merito della riforma, in modo da aiutare tutti gli Italiani a capire il quesito referendario». «Non intendo rilasciare alcun commento», ha detto invece il presidente dell’Anm, Cesare Parodi. «Non perché è un fatto che non è importante, ma perché è talmente importante, significativo ed eccezionale che non merita un mio commento».
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