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2024-08-06
Bibi svela il fiasco di Biden in Medio Oriente
Joe Biden e Benjamin Netanyahu (Ansa)
È uno schiaffo pesante quello inferto da Benjamin Netanyahu a Joe Biden e Kamala Harris. Secondo quanto riferito l’altro ieri da Channel 12, il premier israeliano avrebbe deciso di non arrivare a un’eventuale normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita prima delle elezioni americane di novembre. È chiaro come non si tratti affatto di una buona notizia per l’amministrazione Biden-Harris. In questi anni, l’attuale presidente americano ha cercato di mediare un accordo di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad con l’obiettivo di ottenere un rilevante successo in politica internazionale. A settembre 2023, sembrava che l’intesa fosse ormai in dirittura d’arrivo. Poi, il massacro del 7 ottobre ha cambiato tutto. Il rinfocolarsi del conflitto israeliano-palestinese ha infatti portato l’Arabia Saudita a congelare il processo di normalizzazione: esattamente quanto auspicato dall’Iran. Quello stesso Iran che, oltre a finanziare storicamente Hamas e Hezbollah, aveva contribuito a orchestrare l’attacco del 7 ottobre proprio con l’intento di far deragliare la distensione tra israeliani e sauditi. Un quadro complessivo, questo, le cui responsabilità vanno ricercate soprattutto nella fallimentare politica mediorientale dell’amministrazione Biden-Harris.
Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano tolse infatti gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, cercando poi di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano e non rinunciando a sbloccare vari asset di Teheran precedentemente congelati: un appeasement che irritò israeliani e sauditi, storicamente preoccupati dalla possibilità che il regime khomeinista potesse dotarsi dell’arma atomica. Tendendo la mano agli ayatollah e cercando al contempo di favorire una distensione tra Gerusalemme e Riad, Biden è di fatto caduto in un cortocircuito. Sì, perché la logica degli accordi di Abramo, negoziati da Donald Trump nel 2020, partiva da una premessa ineludibile: isolare Teheran attraverso la strategia della «massima pressione», per poi favorire l’avvicinamento tra Paesi arabi e Israele proprio in virtù della loro comune ostilità nei confronti delle ambizioni atomiche iraniane. Solo in un secondo momento, Trump avrebbe rinegoziato radicalmente l’accordo sul nucleare, dopo aver messo, cioè, il regime khomeinista in ginocchio e con le spalle al muro. Con il suo repentino appeasement verso Teheran, Biden ha invece dilapidato tutto il vantaggio acquisito dagli Stati Uniti, isolando Israele e spingendo Riad tra le braccia di Mosca e Pechino. Non a caso, durante il suo intervento al Congresso americano il 24 luglio scorso, Netanyahu ha pronunciato parole durissime nei confronti degli ayatollah: una stoccata, neppur tanto velata, alla politica filoiraniana di Biden e della Harris. Una Harris che, pur essendo presidente del Senato, a quel discorso ha significativamente deciso di non presenziare. Non solo. A peggiorare i rapporti tra Netanyahu e l’attuale Casa Bianca è stato anche il ritiro elettorale di Biden: una circostanza che ha reso il presidente un’anatra zoppa, aggravando ulteriormente la crisi della deterrenza americana verso l’Iran. Quello stesso Iran che, secondo l’intelligence di Washington, starebbe portando avanti delle operazioni sotto copertura per danneggiare la campagna elettorale di Trump.
Non a caso, al termine del suo recente viaggio negli Stati Uniti, il premier israeliano ha chiesto e ottenuto un incontro con il candidato repubblicano in Florida. Netanyahu punta d’altronde tutto sulla vittoria di un Trump che, qualora tornasse alla Casa Bianca, rispolvererebbe la logica degli accordi di Abramo e la politica della «massima pressione» sugli ayatollah. È anche in quest’ottica che il premier israeliano ha ordinato i vari raid mirati degli ultimi tempi: raid che hanno, guarda caso, irritato Biden. La settimana scorsa, il presidente americano ha infatti lamentato che l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe complicato i negoziati per un cessate il fuoco. Dal canto suo, Netanyahu persegue due obiettivi: ripristinare la capacità di deterrenza israeliana verso Teheran e, dall’altra parte, mettere in difficoltà i democratici statunitensi sul piano elettorale. È infatti chiaro che il proseguire della crisi mediorientale alimenta le storiche divisioni tra l’ala filoisraeliana e quella filopalestinese dell’Asinello: un fattore, questo, che rischia di azzoppare seriamente la candidatura presidenziale della Harris. Ed ecco che il «no» israeliano a un’imminente normalizzazione dei rapporti con Riad implica due complementari chiavi di lettura. Primo: Netanyahu non ritiene che al momento ci siano le condizioni concrete per una svolta del genere, visto che l’attuale Casa Bianca si ostina a non ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran. Secondo: il premier israeliano non vuole dare un assist elettorale alla Harris in vista delle presidenziali di novembre. Biden e la sua vice, insomma, sono rimasti vittime delle loro stesse contraddizioni politiche.
L’Iran: «Colpiamo, ma no escalation». Ancora raid di Hezbollah in Galilea
Resta alle stelle la tensione in Medio Oriente, mentre Israele si prepara all’attacco che il regime khomeinista ha annunciato come ritorsione alla recente uccisione, a Teheran, del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Fonti israeliane ascoltate dal Times of Israel riferivano che l’offensiva iraniana sarebbe probabilmente avvenuta nella tarda serata di ieri. Tuttavia, quando La Verità è andata in stampa, ancora non aveva avuto luogo.
«L’Iran cerca di preservare la stabilità nella regione, ma questo avverrà solo punendo l’aggressore e creando un deterrente contro l’avventurismo del regime sionista», ha tuonato ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani. Teheran ha inoltre convocato per domani una riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, chiedendo di discutere dell’uccisione di Haniyeh e del proprio attacco contro Israele. Sempre ieri, il governo iraniano ha emesso un avviso rivolto alle compagnie aeree, per informare che nel Paese si verificheranno delle interruzioni del segnale Gps. «La portata di queste interruzioni non è immediatamente chiara, né chi possa esserci dietro, sebbene le interruzioni del Gps siano talvolta utilizzate per confondere il puntamento dei missili a guida di precisione», ha riferito il Times of Israel. Secondo Haaretz, un simile avviso era stato diramato poco prima dell’attacco iraniano contro Israele, verificatosi lo scorso 13 aprile. In tutto questo, ieri Hezbollah ha colpito con dei droni la parte settentrionale dello Stato ebraico. Frattanto, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu si è recato a Teheran per tenere dei colloqui con il nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ricordiamo che a febbraio Reuters riferì che l’Iran aveva fornito a Mosca circa 400 missili.
«Voglio che sappiate che i nostri piani offensivi per il futuro sono pronti e siamo preparati per questo, sotto tutti gli aspetti, da me a ogni singolo soldato», ha nel frattempo reso noto il capo del comando settentrionale dell’Idf, Ori Gordin. «Abbiamo attaccato e distrutto molto negli ultimi dieci mesi, ma abbiamo ancora del lavoro da fare. Siamo determinati e impegnati», ha aggiunto. Tutto questo, mentre il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è sentito con Guido Crosetto per aggiornarlo «sulle minacce poste dall’Iran e dai suoi proxy». Washington, dal canto suo, ha fatto sapere che l’attacco iraniano risulterebbe imminente, mentre Joe Biden, oltre a parlare col re di Giordania Abd Allah II, ha riunito il consiglio per la sicurezza nazionale nella situation room con l’obiettivo di monitorare gli sviluppi nello scacchiere mediorientale. Frattanto, il capo di stato maggiore dell’Idf, Herzi Halevi, ha avuto un incontro con il comandante di Centcom, Michael Kurilla. Le forze israeliane hanno anche reso noto di aver ucciso un capo militare di Hamas, Jaber Aziz, durante un attacco aereo svoltosi domenica contro una struttura scolastica a Gaza.
In tutto questo, il portavoce aggiunto del Segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha reso noto che nove dipendenti dell’Unrwa «potrebbero essere stati coinvolti» nell’attacco del 7 ottobre. Per questo sono stati licenziati.
Dal canto suo, ieri il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha affermato che Ankara si unirà alla causa per genocidio contro Israele, intentata dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia. «Netanyahu non vuole la pace. Vuole diffondere la violenza da Gaza in tutta la regione», ha tuonato Fidan nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo egiziano Badr Abdelatty al Cairo. I rapporti tra Gerusalemme e Ankara si stanno insomma facendo sempre più tesi. Ricordiamo che, a fine luglio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva lasciato intendere di essere disposto a invadere il territorio israeliano. Una posizione che aveva spinto il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, a invocare l’espulsione della Turchia dalla Nato.
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Il premier israeliano ha scelto di non intraprendere un percorso di riavvicinamento con l’Arabia Saudita prima delle elezioni Usa. Uno schiaffo per Sleepy Joe, la cui politica filoiraniana ha sempre irritato Tel Aviv. Che ora serve la vendetta (aspettando Trump).Intanto l’Onu licenzia nove dipendenti «forse coinvolti negli attacchi del 7 ottobre».Lo speciale contiene due articoli.È uno schiaffo pesante quello inferto da Benjamin Netanyahu a Joe Biden e Kamala Harris. Secondo quanto riferito l’altro ieri da Channel 12, il premier israeliano avrebbe deciso di non arrivare a un’eventuale normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita prima delle elezioni americane di novembre. È chiaro come non si tratti affatto di una buona notizia per l’amministrazione Biden-Harris. In questi anni, l’attuale presidente americano ha cercato di mediare un accordo di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad con l’obiettivo di ottenere un rilevante successo in politica internazionale. A settembre 2023, sembrava che l’intesa fosse ormai in dirittura d’arrivo. Poi, il massacro del 7 ottobre ha cambiato tutto. Il rinfocolarsi del conflitto israeliano-palestinese ha infatti portato l’Arabia Saudita a congelare il processo di normalizzazione: esattamente quanto auspicato dall’Iran. Quello stesso Iran che, oltre a finanziare storicamente Hamas e Hezbollah, aveva contribuito a orchestrare l’attacco del 7 ottobre proprio con l’intento di far deragliare la distensione tra israeliani e sauditi. Un quadro complessivo, questo, le cui responsabilità vanno ricercate soprattutto nella fallimentare politica mediorientale dell’amministrazione Biden-Harris.Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano tolse infatti gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, cercando poi di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano e non rinunciando a sbloccare vari asset di Teheran precedentemente congelati: un appeasement che irritò israeliani e sauditi, storicamente preoccupati dalla possibilità che il regime khomeinista potesse dotarsi dell’arma atomica. Tendendo la mano agli ayatollah e cercando al contempo di favorire una distensione tra Gerusalemme e Riad, Biden è di fatto caduto in un cortocircuito. Sì, perché la logica degli accordi di Abramo, negoziati da Donald Trump nel 2020, partiva da una premessa ineludibile: isolare Teheran attraverso la strategia della «massima pressione», per poi favorire l’avvicinamento tra Paesi arabi e Israele proprio in virtù della loro comune ostilità nei confronti delle ambizioni atomiche iraniane. Solo in un secondo momento, Trump avrebbe rinegoziato radicalmente l’accordo sul nucleare, dopo aver messo, cioè, il regime khomeinista in ginocchio e con le spalle al muro. Con il suo repentino appeasement verso Teheran, Biden ha invece dilapidato tutto il vantaggio acquisito dagli Stati Uniti, isolando Israele e spingendo Riad tra le braccia di Mosca e Pechino. Non a caso, durante il suo intervento al Congresso americano il 24 luglio scorso, Netanyahu ha pronunciato parole durissime nei confronti degli ayatollah: una stoccata, neppur tanto velata, alla politica filoiraniana di Biden e della Harris. Una Harris che, pur essendo presidente del Senato, a quel discorso ha significativamente deciso di non presenziare. Non solo. A peggiorare i rapporti tra Netanyahu e l’attuale Casa Bianca è stato anche il ritiro elettorale di Biden: una circostanza che ha reso il presidente un’anatra zoppa, aggravando ulteriormente la crisi della deterrenza americana verso l’Iran. Quello stesso Iran che, secondo l’intelligence di Washington, starebbe portando avanti delle operazioni sotto copertura per danneggiare la campagna elettorale di Trump.Non a caso, al termine del suo recente viaggio negli Stati Uniti, il premier israeliano ha chiesto e ottenuto un incontro con il candidato repubblicano in Florida. Netanyahu punta d’altronde tutto sulla vittoria di un Trump che, qualora tornasse alla Casa Bianca, rispolvererebbe la logica degli accordi di Abramo e la politica della «massima pressione» sugli ayatollah. È anche in quest’ottica che il premier israeliano ha ordinato i vari raid mirati degli ultimi tempi: raid che hanno, guarda caso, irritato Biden. La settimana scorsa, il presidente americano ha infatti lamentato che l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe complicato i negoziati per un cessate il fuoco. Dal canto suo, Netanyahu persegue due obiettivi: ripristinare la capacità di deterrenza israeliana verso Teheran e, dall’altra parte, mettere in difficoltà i democratici statunitensi sul piano elettorale. È infatti chiaro che il proseguire della crisi mediorientale alimenta le storiche divisioni tra l’ala filoisraeliana e quella filopalestinese dell’Asinello: un fattore, questo, che rischia di azzoppare seriamente la candidatura presidenziale della Harris. Ed ecco che il «no» israeliano a un’imminente normalizzazione dei rapporti con Riad implica due complementari chiavi di lettura. Primo: Netanyahu non ritiene che al momento ci siano le condizioni concrete per una svolta del genere, visto che l’attuale Casa Bianca si ostina a non ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran. Secondo: il premier israeliano non vuole dare un assist elettorale alla Harris in vista delle presidenziali di novembre. Biden e la sua vice, insomma, sono rimasti vittime delle loro stesse contraddizioni politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibi-fiasco-biden-medio-oriente-2668902348.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liran-colpiamo-ma-no-escalation-ancora-raid-di-hezbollah-in-galilea" data-post-id="2668902348" data-published-at="1722936795" data-use-pagination="False"> L’Iran: «Colpiamo, ma no escalation». Ancora raid di Hezbollah in Galilea Resta alle stelle la tensione in Medio Oriente, mentre Israele si prepara all’attacco che il regime khomeinista ha annunciato come ritorsione alla recente uccisione, a Teheran, del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Fonti israeliane ascoltate dal Times of Israel riferivano che l’offensiva iraniana sarebbe probabilmente avvenuta nella tarda serata di ieri. Tuttavia, quando La Verità è andata in stampa, ancora non aveva avuto luogo. «L’Iran cerca di preservare la stabilità nella regione, ma questo avverrà solo punendo l’aggressore e creando un deterrente contro l’avventurismo del regime sionista», ha tuonato ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani. Teheran ha inoltre convocato per domani una riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, chiedendo di discutere dell’uccisione di Haniyeh e del proprio attacco contro Israele. Sempre ieri, il governo iraniano ha emesso un avviso rivolto alle compagnie aeree, per informare che nel Paese si verificheranno delle interruzioni del segnale Gps. «La portata di queste interruzioni non è immediatamente chiara, né chi possa esserci dietro, sebbene le interruzioni del Gps siano talvolta utilizzate per confondere il puntamento dei missili a guida di precisione», ha riferito il Times of Israel. Secondo Haaretz, un simile avviso era stato diramato poco prima dell’attacco iraniano contro Israele, verificatosi lo scorso 13 aprile. In tutto questo, ieri Hezbollah ha colpito con dei droni la parte settentrionale dello Stato ebraico. Frattanto, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu si è recato a Teheran per tenere dei colloqui con il nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ricordiamo che a febbraio Reuters riferì che l’Iran aveva fornito a Mosca circa 400 missili. «Voglio che sappiate che i nostri piani offensivi per il futuro sono pronti e siamo preparati per questo, sotto tutti gli aspetti, da me a ogni singolo soldato», ha nel frattempo reso noto il capo del comando settentrionale dell’Idf, Ori Gordin. «Abbiamo attaccato e distrutto molto negli ultimi dieci mesi, ma abbiamo ancora del lavoro da fare. Siamo determinati e impegnati», ha aggiunto. Tutto questo, mentre il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è sentito con Guido Crosetto per aggiornarlo «sulle minacce poste dall’Iran e dai suoi proxy». Washington, dal canto suo, ha fatto sapere che l’attacco iraniano risulterebbe imminente, mentre Joe Biden, oltre a parlare col re di Giordania Abd Allah II, ha riunito il consiglio per la sicurezza nazionale nella situation room con l’obiettivo di monitorare gli sviluppi nello scacchiere mediorientale. Frattanto, il capo di stato maggiore dell’Idf, Herzi Halevi, ha avuto un incontro con il comandante di Centcom, Michael Kurilla. Le forze israeliane hanno anche reso noto di aver ucciso un capo militare di Hamas, Jaber Aziz, durante un attacco aereo svoltosi domenica contro una struttura scolastica a Gaza. In tutto questo, il portavoce aggiunto del Segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha reso noto che nove dipendenti dell’Unrwa «potrebbero essere stati coinvolti» nell’attacco del 7 ottobre. Per questo sono stati licenziati. Dal canto suo, ieri il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha affermato che Ankara si unirà alla causa per genocidio contro Israele, intentata dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia. «Netanyahu non vuole la pace. Vuole diffondere la violenza da Gaza in tutta la regione», ha tuonato Fidan nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo egiziano Badr Abdelatty al Cairo. I rapporti tra Gerusalemme e Ankara si stanno insomma facendo sempre più tesi. Ricordiamo che, a fine luglio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva lasciato intendere di essere disposto a invadere il territorio israeliano. Una posizione che aveva spinto il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, a invocare l’espulsione della Turchia dalla Nato.
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Nella sede della Lega Serie A dirigenti del calcio e istituzioni si sono confrontati sulla sostenibilità economico-finanziaria delle società. Presenti il vice ministro dell'Economia Maurizio Leo, l’Inps e l’Agenzia delle Entrate. Al centro trasparenza dei bilanci e nuovi strumenti di controllo.
I conti del calcio italiano tornano sotto la lente di istituzioni e club. Nella sede della Lega Serie A, a Milano, dirigenti delle società e rappresentanti dello Stato si sono ritrovati per una giornata di confronto dedicata alla sostenibilità economico-finanziaria del sistema. Un tema sempre più centrale per il futuro dei club, chiamati a coniugare competitività sportiva e solidità dei bilanci.
All’incontro ha partecipato anche il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo. L’obiettivo è stato quello di rafforzare il dialogo tra il mondo del calcio e alcune delle principali istituzioni coinvolte nei controlli economici: Agenzia delle Entrate, Inps e la Commissione indipendente incaricata di verificare l’equilibrio finanziario delle società.
Ad aprire i lavori è stato Massimiliano Atelli, presidente della nuova Commissione incaricata di monitorare i conti dei club e verificarne la solidità economica. Il confronto è poi entrato nel merito dei rapporti tra le società e gli enti pubblici. Gabriele Fava, presidente dell’Inps e membro della Commissione indipendente, ha affrontato il tema dei contributi previdenziali e delle relazioni tra i club e l’istituto, soffermandosi sulle possibili forme di collaborazione. A seguire è intervenuto Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia delle Entrate e membro della Commissione, che ha presentato il modello della cosiddetta «cooperative compliance», il sistema di adempimento collaborativo pensato per favorire un rapporto più diretto tra amministrazione finanziaria e contribuenti. Nelle conclusioni, il vice ministro Maurizio Leo ha sottolineato proprio l’importanza di questo approccio basato sulla collaborazione e sulla trasparenza, indicando possibili sviluppi futuri per sostenere il sistema calcio. Per il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, il confronto rappresenta «un passaggio molto importante per il futuro del calcio». Simonelli ha ricordato come la Lega abbia già attivato, all’interno della propria Commissione fiscale, un tavolo dedicato al sistema di controllo del rischio fiscale, con l’obiettivo di definire una valutazione specifica per il settore.
Il dialogo con le istituzioni – dalla Commissione indipendente all’Inps, dall’Agenzia delle Entrate al ministero dell’Economia – secondo il numero uno della Lega conferma la volontà di rafforzare i principi di sostenibilità e trasparenza nella gestione delle società sportive. Un percorso che punta a costruire un modello più solido per il calcio italiano nei prossimi anni.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 marzo 2026. La nostra Francesca Ronchin ci rivela i dettagli dell'egemonia della sinistra nelle associazioni degli italiani all'estero.
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Uno studio del King’s College di Londra mette alla prova i principali modelli di intelligenza artificiale in simulazioni di crisi geopolitiche. Nel 95% dei casi l’escalation termina con l’uso di armi nucleari tattiche: per gli algoritmi la vittoria strategica conta più di qualsiasi tabù morale.
L’IA e il vizio del nucleare: nelle simulazioni di guerra effettuate con l’intelligenza artificiale l’arma atomica non è un tabù
Gli appassionati di cinema ricorderanno certamente Skynet, la malvagia super-intelligenza artificiale che nel mondo fantascientifico della saga Terminator inizia la sua guerra all’umanità scatenando l’apocalisse nucleare. Quella era fantascienza, per fortuna. Eppure, nelle simulazioni di guerra effettuate al King’s College di Londra utilizzando i tre principali modelli di IA (ChatGPT, Gemini e Claude Sonnet), questi ultimi appaiono molto più disposti a ricorrere all’arma atomica rispetto alla controparte umana di fronte a crisi geopolitiche simulate.
L’esperimento voleva replicare i war games, quei giochi di guerra effettuati dagli Stati Maggiori di tutte le principali forze armate del mondo in cui vengono simulati scenari di crisi. Tra esse vi erano intensi scontri internazionali, dispute sui confini, competizione per risorse scarse e minacce esistenziali alla sopravvivenza dei regimi. Le simulazioni sono state ben 21, con un vasto range di opzioni fornito ai tre modelli IA, che andavano dalle semplici proteste diplomatiche alla resa completa fino alla guerra nucleare strategica totale. Ebbene, nel 95% dei casi la simulazione è terminata con l’utilizzo di almeno un’arma nucleare tattica da parte dei modelli di IA.
Appare quindi chiaro che per l’intelligenza artificiale il tabù nucleare non sia poi così tanto un tabù. Mentre un leader umano è (o dovrebbe essere) condizionato da un insieme di fattori etici, emotivi e politici, tali da rendere l’opzione atomica l’ultima risorsa assoluta, i modelli di intelligenza artificiale, invece, sembrano operare secondo una logica puramente utilitaristica e strategica.
Per l’IA, la vittoria è l’obiettivo primario, e se l’uso di armi nucleari tattiche rappresenta il percorso più efficiente per raggiungerla, allora quella diventa la scelta preferibile, scevra da remore morali o dalla paura delle conseguenze a lungo termine. Durante le simulazioni svolte dal King’s College, infatti, in nessun caso i modelli hanno optato per la resa, anche di fronte a una sconfitta palese, preferendo sempre un’escalation della violenza.
Può sembrare cosa da poco, ma l'intelligenza artificiale è già stata testata in giochi di guerra da Paesi di tutto il mondo. Di più, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa è una realtà che appare ormai inarrestabile.
Basti pensare che per l’anno fiscale 2026 il Pentagono ha allocato 9,8 miliardi di dollari solo per sistemi autonomi e IA, mentre la Russia, secondo un report del Center for Strategic and International Studies, effettua ormai l’80% delle sue missioni di fuoco con droni, e sta puntando forte sull’integrazione dell’IA per il comando e controllo di tali missioni.
L’attrattiva è innegabile. Essa promette di accelerare il ciclo decisionale, analizzando enormi quantità di dati in tempo reale; dalla logistica alla sorveglianza, dalla cyberguerra alla guida di veicoli autonomi. L’impronta nel settore militare è insomma destinata a crescere in modo esponenziale. Ma è proprio per questo che l’esperimento del King’s College suona come un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Affidare a un’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, decisioni che implicano l’uso di forza letale, e in particolare di armi di distruzione di massa, richiede una riflessione profonda e un’attenzione meticolosa alla sua programmazione.
D’altra parte è proprio questo uno dei motivi di forte attrito tra il Ceo di Anthropic, Dario Amodei, e il Pentagono. Il proprietario di Sonnet vuole che il suo software IA non venga utilizzato in armi autonome e per la sorveglianza di massa, mentre il governo americano desidera l’accesso completo al software senza restrizioni. Non si tratta solo di scrivere un codice efficiente, ma di infondere nei sistemi di IA dei principi etici solidi, dei vincoli morali invalicabili e delle “linee rosse” che non possano essere superate neanche nel perseguimento dell’obiettivo strategico.
La sfida è anche filosofica, oltre che politica. Come possiamo insegnare a una macchina il valore della vita umana e il principio di proporzionalità? La risposta a questa domanda determinerà se l’intelligenza artificiale sarà un utile strumento per la sicurezza o un acceleratore di distruzione.
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Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.