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2024-08-06
Bibi svela il fiasco di Biden in Medio Oriente
Joe Biden e Benjamin Netanyahu (Ansa)
È uno schiaffo pesante quello inferto da Benjamin Netanyahu a Joe Biden e Kamala Harris. Secondo quanto riferito l’altro ieri da Channel 12, il premier israeliano avrebbe deciso di non arrivare a un’eventuale normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita prima delle elezioni americane di novembre. È chiaro come non si tratti affatto di una buona notizia per l’amministrazione Biden-Harris. In questi anni, l’attuale presidente americano ha cercato di mediare un accordo di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad con l’obiettivo di ottenere un rilevante successo in politica internazionale. A settembre 2023, sembrava che l’intesa fosse ormai in dirittura d’arrivo. Poi, il massacro del 7 ottobre ha cambiato tutto. Il rinfocolarsi del conflitto israeliano-palestinese ha infatti portato l’Arabia Saudita a congelare il processo di normalizzazione: esattamente quanto auspicato dall’Iran. Quello stesso Iran che, oltre a finanziare storicamente Hamas e Hezbollah, aveva contribuito a orchestrare l’attacco del 7 ottobre proprio con l’intento di far deragliare la distensione tra israeliani e sauditi. Un quadro complessivo, questo, le cui responsabilità vanno ricercate soprattutto nella fallimentare politica mediorientale dell’amministrazione Biden-Harris.
Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano tolse infatti gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, cercando poi di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano e non rinunciando a sbloccare vari asset di Teheran precedentemente congelati: un appeasement che irritò israeliani e sauditi, storicamente preoccupati dalla possibilità che il regime khomeinista potesse dotarsi dell’arma atomica. Tendendo la mano agli ayatollah e cercando al contempo di favorire una distensione tra Gerusalemme e Riad, Biden è di fatto caduto in un cortocircuito. Sì, perché la logica degli accordi di Abramo, negoziati da Donald Trump nel 2020, partiva da una premessa ineludibile: isolare Teheran attraverso la strategia della «massima pressione», per poi favorire l’avvicinamento tra Paesi arabi e Israele proprio in virtù della loro comune ostilità nei confronti delle ambizioni atomiche iraniane. Solo in un secondo momento, Trump avrebbe rinegoziato radicalmente l’accordo sul nucleare, dopo aver messo, cioè, il regime khomeinista in ginocchio e con le spalle al muro. Con il suo repentino appeasement verso Teheran, Biden ha invece dilapidato tutto il vantaggio acquisito dagli Stati Uniti, isolando Israele e spingendo Riad tra le braccia di Mosca e Pechino. Non a caso, durante il suo intervento al Congresso americano il 24 luglio scorso, Netanyahu ha pronunciato parole durissime nei confronti degli ayatollah: una stoccata, neppur tanto velata, alla politica filoiraniana di Biden e della Harris. Una Harris che, pur essendo presidente del Senato, a quel discorso ha significativamente deciso di non presenziare. Non solo. A peggiorare i rapporti tra Netanyahu e l’attuale Casa Bianca è stato anche il ritiro elettorale di Biden: una circostanza che ha reso il presidente un’anatra zoppa, aggravando ulteriormente la crisi della deterrenza americana verso l’Iran. Quello stesso Iran che, secondo l’intelligence di Washington, starebbe portando avanti delle operazioni sotto copertura per danneggiare la campagna elettorale di Trump.
Non a caso, al termine del suo recente viaggio negli Stati Uniti, il premier israeliano ha chiesto e ottenuto un incontro con il candidato repubblicano in Florida. Netanyahu punta d’altronde tutto sulla vittoria di un Trump che, qualora tornasse alla Casa Bianca, rispolvererebbe la logica degli accordi di Abramo e la politica della «massima pressione» sugli ayatollah. È anche in quest’ottica che il premier israeliano ha ordinato i vari raid mirati degli ultimi tempi: raid che hanno, guarda caso, irritato Biden. La settimana scorsa, il presidente americano ha infatti lamentato che l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe complicato i negoziati per un cessate il fuoco. Dal canto suo, Netanyahu persegue due obiettivi: ripristinare la capacità di deterrenza israeliana verso Teheran e, dall’altra parte, mettere in difficoltà i democratici statunitensi sul piano elettorale. È infatti chiaro che il proseguire della crisi mediorientale alimenta le storiche divisioni tra l’ala filoisraeliana e quella filopalestinese dell’Asinello: un fattore, questo, che rischia di azzoppare seriamente la candidatura presidenziale della Harris. Ed ecco che il «no» israeliano a un’imminente normalizzazione dei rapporti con Riad implica due complementari chiavi di lettura. Primo: Netanyahu non ritiene che al momento ci siano le condizioni concrete per una svolta del genere, visto che l’attuale Casa Bianca si ostina a non ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran. Secondo: il premier israeliano non vuole dare un assist elettorale alla Harris in vista delle presidenziali di novembre. Biden e la sua vice, insomma, sono rimasti vittime delle loro stesse contraddizioni politiche.
L’Iran: «Colpiamo, ma no escalation». Ancora raid di Hezbollah in Galilea
Resta alle stelle la tensione in Medio Oriente, mentre Israele si prepara all’attacco che il regime khomeinista ha annunciato come ritorsione alla recente uccisione, a Teheran, del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Fonti israeliane ascoltate dal Times of Israel riferivano che l’offensiva iraniana sarebbe probabilmente avvenuta nella tarda serata di ieri. Tuttavia, quando La Verità è andata in stampa, ancora non aveva avuto luogo.
«L’Iran cerca di preservare la stabilità nella regione, ma questo avverrà solo punendo l’aggressore e creando un deterrente contro l’avventurismo del regime sionista», ha tuonato ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani. Teheran ha inoltre convocato per domani una riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, chiedendo di discutere dell’uccisione di Haniyeh e del proprio attacco contro Israele. Sempre ieri, il governo iraniano ha emesso un avviso rivolto alle compagnie aeree, per informare che nel Paese si verificheranno delle interruzioni del segnale Gps. «La portata di queste interruzioni non è immediatamente chiara, né chi possa esserci dietro, sebbene le interruzioni del Gps siano talvolta utilizzate per confondere il puntamento dei missili a guida di precisione», ha riferito il Times of Israel. Secondo Haaretz, un simile avviso era stato diramato poco prima dell’attacco iraniano contro Israele, verificatosi lo scorso 13 aprile. In tutto questo, ieri Hezbollah ha colpito con dei droni la parte settentrionale dello Stato ebraico. Frattanto, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu si è recato a Teheran per tenere dei colloqui con il nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ricordiamo che a febbraio Reuters riferì che l’Iran aveva fornito a Mosca circa 400 missili.
«Voglio che sappiate che i nostri piani offensivi per il futuro sono pronti e siamo preparati per questo, sotto tutti gli aspetti, da me a ogni singolo soldato», ha nel frattempo reso noto il capo del comando settentrionale dell’Idf, Ori Gordin. «Abbiamo attaccato e distrutto molto negli ultimi dieci mesi, ma abbiamo ancora del lavoro da fare. Siamo determinati e impegnati», ha aggiunto. Tutto questo, mentre il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è sentito con Guido Crosetto per aggiornarlo «sulle minacce poste dall’Iran e dai suoi proxy». Washington, dal canto suo, ha fatto sapere che l’attacco iraniano risulterebbe imminente, mentre Joe Biden, oltre a parlare col re di Giordania Abd Allah II, ha riunito il consiglio per la sicurezza nazionale nella situation room con l’obiettivo di monitorare gli sviluppi nello scacchiere mediorientale. Frattanto, il capo di stato maggiore dell’Idf, Herzi Halevi, ha avuto un incontro con il comandante di Centcom, Michael Kurilla. Le forze israeliane hanno anche reso noto di aver ucciso un capo militare di Hamas, Jaber Aziz, durante un attacco aereo svoltosi domenica contro una struttura scolastica a Gaza.
In tutto questo, il portavoce aggiunto del Segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha reso noto che nove dipendenti dell’Unrwa «potrebbero essere stati coinvolti» nell’attacco del 7 ottobre. Per questo sono stati licenziati.
Dal canto suo, ieri il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha affermato che Ankara si unirà alla causa per genocidio contro Israele, intentata dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia. «Netanyahu non vuole la pace. Vuole diffondere la violenza da Gaza in tutta la regione», ha tuonato Fidan nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo egiziano Badr Abdelatty al Cairo. I rapporti tra Gerusalemme e Ankara si stanno insomma facendo sempre più tesi. Ricordiamo che, a fine luglio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva lasciato intendere di essere disposto a invadere il territorio israeliano. Una posizione che aveva spinto il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, a invocare l’espulsione della Turchia dalla Nato.
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Il premier israeliano ha scelto di non intraprendere un percorso di riavvicinamento con l’Arabia Saudita prima delle elezioni Usa. Uno schiaffo per Sleepy Joe, la cui politica filoiraniana ha sempre irritato Tel Aviv. Che ora serve la vendetta (aspettando Trump).Intanto l’Onu licenzia nove dipendenti «forse coinvolti negli attacchi del 7 ottobre».Lo speciale contiene due articoli.È uno schiaffo pesante quello inferto da Benjamin Netanyahu a Joe Biden e Kamala Harris. Secondo quanto riferito l’altro ieri da Channel 12, il premier israeliano avrebbe deciso di non arrivare a un’eventuale normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita prima delle elezioni americane di novembre. È chiaro come non si tratti affatto di una buona notizia per l’amministrazione Biden-Harris. In questi anni, l’attuale presidente americano ha cercato di mediare un accordo di normalizzazione tra Gerusalemme e Riad con l’obiettivo di ottenere un rilevante successo in politica internazionale. A settembre 2023, sembrava che l’intesa fosse ormai in dirittura d’arrivo. Poi, il massacro del 7 ottobre ha cambiato tutto. Il rinfocolarsi del conflitto israeliano-palestinese ha infatti portato l’Arabia Saudita a congelare il processo di normalizzazione: esattamente quanto auspicato dall’Iran. Quello stesso Iran che, oltre a finanziare storicamente Hamas e Hezbollah, aveva contribuito a orchestrare l’attacco del 7 ottobre proprio con l’intento di far deragliare la distensione tra israeliani e sauditi. Un quadro complessivo, questo, le cui responsabilità vanno ricercate soprattutto nella fallimentare politica mediorientale dell’amministrazione Biden-Harris.Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano tolse infatti gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, cercando poi di rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano e non rinunciando a sbloccare vari asset di Teheran precedentemente congelati: un appeasement che irritò israeliani e sauditi, storicamente preoccupati dalla possibilità che il regime khomeinista potesse dotarsi dell’arma atomica. Tendendo la mano agli ayatollah e cercando al contempo di favorire una distensione tra Gerusalemme e Riad, Biden è di fatto caduto in un cortocircuito. Sì, perché la logica degli accordi di Abramo, negoziati da Donald Trump nel 2020, partiva da una premessa ineludibile: isolare Teheran attraverso la strategia della «massima pressione», per poi favorire l’avvicinamento tra Paesi arabi e Israele proprio in virtù della loro comune ostilità nei confronti delle ambizioni atomiche iraniane. Solo in un secondo momento, Trump avrebbe rinegoziato radicalmente l’accordo sul nucleare, dopo aver messo, cioè, il regime khomeinista in ginocchio e con le spalle al muro. Con il suo repentino appeasement verso Teheran, Biden ha invece dilapidato tutto il vantaggio acquisito dagli Stati Uniti, isolando Israele e spingendo Riad tra le braccia di Mosca e Pechino. Non a caso, durante il suo intervento al Congresso americano il 24 luglio scorso, Netanyahu ha pronunciato parole durissime nei confronti degli ayatollah: una stoccata, neppur tanto velata, alla politica filoiraniana di Biden e della Harris. Una Harris che, pur essendo presidente del Senato, a quel discorso ha significativamente deciso di non presenziare. Non solo. A peggiorare i rapporti tra Netanyahu e l’attuale Casa Bianca è stato anche il ritiro elettorale di Biden: una circostanza che ha reso il presidente un’anatra zoppa, aggravando ulteriormente la crisi della deterrenza americana verso l’Iran. Quello stesso Iran che, secondo l’intelligence di Washington, starebbe portando avanti delle operazioni sotto copertura per danneggiare la campagna elettorale di Trump.Non a caso, al termine del suo recente viaggio negli Stati Uniti, il premier israeliano ha chiesto e ottenuto un incontro con il candidato repubblicano in Florida. Netanyahu punta d’altronde tutto sulla vittoria di un Trump che, qualora tornasse alla Casa Bianca, rispolvererebbe la logica degli accordi di Abramo e la politica della «massima pressione» sugli ayatollah. È anche in quest’ottica che il premier israeliano ha ordinato i vari raid mirati degli ultimi tempi: raid che hanno, guarda caso, irritato Biden. La settimana scorsa, il presidente americano ha infatti lamentato che l’uccisione del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avrebbe complicato i negoziati per un cessate il fuoco. Dal canto suo, Netanyahu persegue due obiettivi: ripristinare la capacità di deterrenza israeliana verso Teheran e, dall’altra parte, mettere in difficoltà i democratici statunitensi sul piano elettorale. È infatti chiaro che il proseguire della crisi mediorientale alimenta le storiche divisioni tra l’ala filoisraeliana e quella filopalestinese dell’Asinello: un fattore, questo, che rischia di azzoppare seriamente la candidatura presidenziale della Harris. Ed ecco che il «no» israeliano a un’imminente normalizzazione dei rapporti con Riad implica due complementari chiavi di lettura. Primo: Netanyahu non ritiene che al momento ci siano le condizioni concrete per una svolta del genere, visto che l’attuale Casa Bianca si ostina a non ripristinare la politica della «massima pressione» su Teheran. Secondo: il premier israeliano non vuole dare un assist elettorale alla Harris in vista delle presidenziali di novembre. Biden e la sua vice, insomma, sono rimasti vittime delle loro stesse contraddizioni politiche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibi-fiasco-biden-medio-oriente-2668902348.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="liran-colpiamo-ma-no-escalation-ancora-raid-di-hezbollah-in-galilea" data-post-id="2668902348" data-published-at="1722936795" data-use-pagination="False"> L’Iran: «Colpiamo, ma no escalation». Ancora raid di Hezbollah in Galilea Resta alle stelle la tensione in Medio Oriente, mentre Israele si prepara all’attacco che il regime khomeinista ha annunciato come ritorsione alla recente uccisione, a Teheran, del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh. Fonti israeliane ascoltate dal Times of Israel riferivano che l’offensiva iraniana sarebbe probabilmente avvenuta nella tarda serata di ieri. Tuttavia, quando La Verità è andata in stampa, ancora non aveva avuto luogo. «L’Iran cerca di preservare la stabilità nella regione, ma questo avverrà solo punendo l’aggressore e creando un deterrente contro l’avventurismo del regime sionista», ha tuonato ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani. Teheran ha inoltre convocato per domani una riunione d’emergenza dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, chiedendo di discutere dell’uccisione di Haniyeh e del proprio attacco contro Israele. Sempre ieri, il governo iraniano ha emesso un avviso rivolto alle compagnie aeree, per informare che nel Paese si verificheranno delle interruzioni del segnale Gps. «La portata di queste interruzioni non è immediatamente chiara, né chi possa esserci dietro, sebbene le interruzioni del Gps siano talvolta utilizzate per confondere il puntamento dei missili a guida di precisione», ha riferito il Times of Israel. Secondo Haaretz, un simile avviso era stato diramato poco prima dell’attacco iraniano contro Israele, verificatosi lo scorso 13 aprile. In tutto questo, ieri Hezbollah ha colpito con dei droni la parte settentrionale dello Stato ebraico. Frattanto, il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu si è recato a Teheran per tenere dei colloqui con il nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Ricordiamo che a febbraio Reuters riferì che l’Iran aveva fornito a Mosca circa 400 missili. «Voglio che sappiate che i nostri piani offensivi per il futuro sono pronti e siamo preparati per questo, sotto tutti gli aspetti, da me a ogni singolo soldato», ha nel frattempo reso noto il capo del comando settentrionale dell’Idf, Ori Gordin. «Abbiamo attaccato e distrutto molto negli ultimi dieci mesi, ma abbiamo ancora del lavoro da fare. Siamo determinati e impegnati», ha aggiunto. Tutto questo, mentre il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, si è sentito con Guido Crosetto per aggiornarlo «sulle minacce poste dall’Iran e dai suoi proxy». Washington, dal canto suo, ha fatto sapere che l’attacco iraniano risulterebbe imminente, mentre Joe Biden, oltre a parlare col re di Giordania Abd Allah II, ha riunito il consiglio per la sicurezza nazionale nella situation room con l’obiettivo di monitorare gli sviluppi nello scacchiere mediorientale. Frattanto, il capo di stato maggiore dell’Idf, Herzi Halevi, ha avuto un incontro con il comandante di Centcom, Michael Kurilla. Le forze israeliane hanno anche reso noto di aver ucciso un capo militare di Hamas, Jaber Aziz, durante un attacco aereo svoltosi domenica contro una struttura scolastica a Gaza. In tutto questo, il portavoce aggiunto del Segretario generale delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha reso noto che nove dipendenti dell’Unrwa «potrebbero essere stati coinvolti» nell’attacco del 7 ottobre. Per questo sono stati licenziati. Dal canto suo, ieri il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha affermato che Ankara si unirà alla causa per genocidio contro Israele, intentata dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia. «Netanyahu non vuole la pace. Vuole diffondere la violenza da Gaza in tutta la regione», ha tuonato Fidan nel corso di una conferenza stampa con il suo omologo egiziano Badr Abdelatty al Cairo. I rapporti tra Gerusalemme e Ankara si stanno insomma facendo sempre più tesi. Ricordiamo che, a fine luglio, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva lasciato intendere di essere disposto a invadere il territorio israeliano. Una posizione che aveva spinto il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, a invocare l’espulsione della Turchia dalla Nato.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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