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2018-04-22
Berlusconi ci mette qualche pezza: «Mai detto di governare con il Pd»
ANSA
«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». La pancia della Lega evoca una metafora culinaria per fotografare la dialettica nel centrodestra nell'ultimo weekend di ricreazione concesso da Sergio Mattarella e commentare l'ennesima manovra di riavvicinamento alle posizioni care a Matteo Salvini.
Così ieri Silvio Berlusconi a Campobasso ha provato a rimettere l'alleanza al centro del villaggio: «Lo stato di salute del centrodestra? Tutto bene. Ho parlato con Giancarlo Giorgetti e siamo sempre assolutamente convinti che dobbiamo fare un governo: il centrodestra è unito e Salvini è la persona che deve esprimere il leader». Poi ha rassicurato i leghisti escludendo di avere un filo diretto con il Pd. «Non ho mai detto di voler fare un governo coi voti del Pd. Non c'è nessun contatto in atto con il Pd. Ho solo detto che avremmo dovuto presentarci in Parlamento con il nostro programma e raccogliere i voti di tutti coloro che non ritenessero cosa buona per l'Italia e per loro andare a nuove elezioni».
Il riposizionamento di Berlusconi, considerato molto positivo dalla Lega, è anche determinato dall'effetto dei numeri, che sempre sono tenuti in gran conto dal leader di Forza Italia. Dopo un mese di tira-e-molla, di appoggio esterno nei giorni dispari e di strizzatine d'occhio ai dem, ha notato che il consenso degli italiani sta calando (-1% nei sondaggi per il partito rispetto al 14% di partenza). Chi litiga è bocciato: così sintetizza Nando Pagnoncelli nell'ultima rilevazione Ipsos, accomunando al Cavaliere anche Luigi Di Maio, che con la sua muraglia cinese di veti ha perso cinque punti di gradimento (da 49 al 43) a vantaggio di Salvini, premiato per il ruolo di tessitore (da 43 a 44). Ma il numero uno del Carroccio non si gode il risultato. Guarda avanti e vede nuvole nere: la sabbia nella clessidra si sta esaurendo. Così ha detto ai suoi nell'ultima riunione al vertice: «Gli italiani hanno premiato alle elezioni noi e i 5 stelle perché rappresentiamo la novità e la diversità dagli altri, ma ancora una settimana di questa solfa e ci metteranno tutti nello stesso mazzo. Entreremo nella banda di quelli che non fanno».
Un'accelerazione nel formare il governo, a costo di andare in Parlamento a cercare i voti di chi si riconosce nel programma di centrodestra, è anche l'auspicio che arriva dal summit di Trieste, dove due governatori pesanti come Giovanni Toti (Liguria) e Luca Zaia (Veneto) dicono cose che si somigliano. Toti: «Al di là della giornata tesa di ieri credo che i veti li abbiano sempre posti i 5 stelle; non sono mai arrivati dal centrodestra, che è disponibile a dialogare apertamente. Mi auguro che per una volta vogliano scendere dalla torre in cui si sono chiusi e vogliano confrontarsi con i reali problemi del Paese». Zaia: «Salvini e la Lega hanno dimostrato una condotta ineccepibile. Non ci siamo prestati a polemiche, non ci siamo prestati a provocazioni perché noi abbiamo un solo obiettivo: rispettare i patti con i cittadini e fare in modo che si metta in piedi un governo che vada realmente a governare». Sulle possibili elezioni in fondo al turbolento orizzonte il leghista è lapidario: «Non incontro in giro gente che abbia voglia di andare a votare. Quindi si faccia un governo e lo si faccia rispettoso del risultato delle urne».
Sull'ipotesi voto anticipato sta calando il deterrente supremo: il primo cedolino dello stipendio in arrivo il 27 aprile a tutti i parlamentari. «Siamo umani e andare in Parlamento è come vincere al Superenalotto», sibila un vecchio deputato di Forza Italia. Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni).
Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l'accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l'ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. In Friuli Venezia Giulia si prevede invece una valanga della Lega, con il candidato Massimiliano Fedriga in grado perfino di far saltare il banco al primo turno.
Ma emergono le prime tensioni a livello locale. A Mantova la coordinatrice provinciale di Fi, Anna Lisa Baroni, è stata contestata da un gruppo di militanti vicini all'ex candidato alle regionali, Michele Falcone. Il tema era l'esito delle elezioni del 4 marzo.
L'avanzata leghista è una gran bella notizia per la Lega e pessima per Bruxelles, che sta spingendo nei confronti dell'establishment italiano per impedire un governo con Salvini in posizione preminente (premier o ministro-chiave). Le uscite a favore di Vladimir Putin e critiche alla politica di Washington in Siria hanno irrigidito gli euroburocrati. Il presidente della Repubblica sa tutto e potrebbe inventarsi un incarico di rottura, per esempio a Roberto Fico, che piace al Pd ma è inviso allo stesso Di Maio. Mangiarla al burro o al sugo? Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.
Giorgio Gandola
Mattarella pronto a cogliere il Fico
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salvo clamorosi imprevisti, domani archivierà definitivamente la possibilità di un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che è stato ampiamente esplorato sia nella prima fase delle consultazioni, quelle effettuate direttamente dal capo dello Stato, che con il mandato ad hoc conferito alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Lo scenario di un governo dei «ragazzi», vale a dire Luigi Di Maio e Matteo Salvini, finisce in freezer, salvo essere scongelato se e quando il leader della Lega romperà ufficialmente e formalmente l'alleanza con Forza Italia (sul rapporto con Fratelli d'Italia si attende la decisione che il partito di Giorgia Meloni non ha ancora preso circa il proprio destino all'interno della coalizione), aprendo uno scenario nuovo, e sempre che intanto M5s e Pd non trovino un'intesa.
L'addio di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, per il momento, è una ipotesi giornalistica, probabile quanto si vuole ma mai concretizzata in un documento. Così ora Mattarella può passare alla fase due: verificare le possibili convergenze tra M5s e Pd.
C'è un dettaglio da non trascurare: il presidente della Repubblica può procedere a cuor leggero a una esplorazione che metta da parte il centrodestra, la coalizione che ha vinto le elezioni, senza essere accusato di agire come un «nuovo Giorgio Napolitano». Mattarella ha concesso, sulla carta, al centrodestra tutte le chance immaginabili per mettere in piedi un'alleanza di governo; anche i due giorni di tempi supplementari concessi dal Quirinale a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per trovare una quadra sono trascorsi invano. La ferrea logica quirinalizia, partita dalla esplorazione dell'ipotesi di alleanza di governo con il maggior consenso in Parlamento, ovvero quella tra centrodestra e M5s, procede a scalare: a questo punto, tocca a M5s e Pd, primo e secondo partito. Poi, se anche questo tentativo dovesse andare male, si passerebbe, sempre che il centrodestra si sia a quel punto «formalmente» diviso, a un tentativo che coinvolga primo e terzo partito: M5s e Lega.
Il Colle ha colto, attraverso i suoi stretti collaboratori, i segnali di apertura giunti dal Pd nei confronti del M5s. È il momento quindi, salvo clamorose iniziative dei due «ragazzi», che si proceda in questa direzione.
Domani, quindi, con ogni probabilità, Mattarella convocherà al Quirinale il presidente della Camera, Roberto Fico, e gli conferirà un incarico esplorativo speculare a quello della Casellati. A Fico toccherà verificare la possibilità di un accordo tra M5s e Pd, accordo che, dal punto di vista della politica estera, dopo il «signorsì signore» di Luigi Di Maio a Donald Trump e l'ok all'attacco alla Siria, e con la svolta ultraeuropeista del «capo politico» del M5s, agli occhi di Mattarella appare non solo possibile, ma meno complicato di un'intesa tra M5s e Salvini. Fico, giovedì scorso, mentre la Casellati esplorava le residue speranze di un accordo tra il centrodestra e il M5s, ha ricevuto a Montecitorio l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Armando Varricchio.
Tra il Movimento 5 stelle e Washington il rapporto è strettissimo, e l'incontro tra Fico e Varricchio non è stato certamente casuale: dalle parti del Dipartimento di Stato le notizie sulla politica italiana, mai come ora, vengono monitorate con estrema attenzione.
Mattarella, dunque, concederà a Fico tutto il tempo che l'esplorazione a sinistra richiederà: rispetto al tentativo della Casellati, la strada appare al Colle meno irta di ostacoli insormontabili. Fico non dovrà confrontarsi con diversi partiti, ma solo con due (uno dei quali è il suo), e il Pd, seppure diviso in numerose correnti interne, ha una direzione nazionale in grado di prendere decisioni che impegnano tutti.
Certo, al netto delle influenze esogene di Matteo Renzi. Luigi Di Maio ha sempre ripetuto che per lui Lega e Pd sono la stessa cosa, perché il M5s l'accordo lo stringerà sui programmi, e non è un caso che proprio ieri Giggino da Pomigliano d'Arco abbia fatto sapere che il lavoro del docente universitario Giovanni della Cananea, che sta verificando le compatibilità tra il programma del M5s da un lato e quelli di Lega e Pd dall'altro sia terminato, e che a breve il risultato di questa istruttoria sarò pubblicato.
Da Salvini a Renzi: Luigi Di Maio si prepara a cambiare «Matteo», ma il contratto alla tedesca permette, secondo i governisti a tutti i costi del M5s, di passare dall'uno all'altro con estrema disinvoltura. Della Cananea, del resto, è una figura gradita al Quirinale: allievo di Sabino Cassese, ottime entrature a Washington e Bruxelles, potrebbe essere il «nome terzo» che metta d'accordo M5s e Pd. Immaginare che Renzi, che ha ancora saldamente in pugno il Pd e che influenza in maniera decisiva le mosse del «reggente» Maurizio Martina dia l'ok a Di Maio a Palazzo Chigi è considerata pura fantascienza anche tra i consiglieri del presidente della Repubblica.
Carlo Tarallo
Duri e puri del M5s contro Di Maio. Lui vuole resistere e guarda al Pd

LaPresse
Il M5s vive ore di grandissimo tormento. Luigi Di Maio può contare sul sostegno incondizionato solo di una parte del partito, quella che non vede l'ora di avvitare le stellate terga sulle comode poltrone governative. I movimentisti, gli ortodossi, i seguaci di Roberto Fico e Alessandro Di Battista, però, non sopportano più di doversi sorbire gli insulti dei sempre effervescenti elettori, che iniziano a manifestare chiari segni di insofferenza nei confronti della linea «Di Maio a Palazzo Chigi o niente». Anche tra i parlamentari il clima è incandescente: il «capo politico» è sulla graticola, per la sua testardaggine a non voler accettare nessun altro nome come presidente del Consiglio.
Di Maio, ritenendo probabile un incarico da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Roberto Fico per una esplorazione delle possibilità di intesa tra M5s e Partito democratico, si prepara al salto da Matteo Salvini a Maurizio Martina rispolverando il famigerato «contratto alla tedesca», ovvero l'accordo su un programma dettagliatissimo che convinca gli elettori pentastellati della bontà di un'intesa con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Ovvero, con i principali bersagli della propaganda elettorale grillina.
«Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea», ha detto ieri Di Maio, al salone del mobile di Milano, «che ha pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo. Questo lavoro ha già individuato i punti di contatto tra le forze politiche: tra noi e la Lega e tra noi e il Pd. Al centro ci sono i grandi temi dei diritti sociali, della sicurezza, della disoccupazione. A breve renderemo pubblico questo lavoro istruttorio. Da diverse settimane siamo al lavoro per creare un governo fatto bene», ha aggiunto Di Maio, «il M5s vuole mettere in piedi un governo con al centro i cittadini e una maggioranza di governo in grado di cambiare tutto».
In realtà, se nelle prossime ore Sergio Mattarella affiderà a Roberto Fico l'incarico esplorativo, per Luigi Di Maio sarà notte fonda. Fico, infatti, una volta montato a cavallo, difficilmente verrebbe disarcionato, se l'esplorazione andasse a buon fine e si trovasse l'accordo tra M5s e Pd. Il premier potrebbe essere proprio Fico, ideologicamente schierato a sinistra e acerrimo avversario interno di Di Maio; il presidente della Camera, in ogni caso, avrebbe comunque gioco facile a spalancare a un «nome terzo» le porte di Palazzo Chigi.
«Aspettiamo il presidente della Repubblica», ha detto ieri Di Maio a proposito di Fico, «Roberto Fico è il nostro presidente della Camera, guardiamo a lui come una figura che è stata in grado in questo momento fondamentale di partenza dei lavori parlamentari di essere una figura di garanzia e ha saputo assicurare la sua imparzialità. Aspettiamo Mattarella, ma è chiaro che se mi chiedete di Roberto Fico ho solo cose buona da dirvi». Traduzione: «Fico sta bene dove sta». Questo, almeno, secondo Di Maio, che però continua a sperare in un accordo con Matteo Salvini, ben sapendo che il tramonto dell'ipotesi di governo Lega-M5s sancirebbe il suo addio a ogni speranza di premiership. Di Maio continua, tra l'altro, attraverso dichiarazioni pubbliche a raffica, a invitare Salvini a scaricare Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, mettendo in grande difficoltà il leader del Carroccio: più Di Maio insiste a entrare a gamba tesa sul centrodestra, più costringe Salvini a restare incollato, seppure controvoglia, a Berlusconi e alla Meloni.
«Credo fortemente», ha ripetuto anche ieri Di Maio, «che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo Paese. Possiamo fare cose molto importanti. So bene il momento che sta vivendo Salvini, e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega. Ho auto modo di testare la sua affidabilità», ha aggiunto Di Maio, «quando abbiamo eletto le cariche istituzionali in Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti». Tutto molto bello, ma Fico incombe e Salvini non divorzia da Berlusconi. Dunque, a Di Maio non resta che prepararsi all'ipotesi Pd. «Il Partito democratico», ha sottolineato ieri Di Maio, «ha detto che le distanze con il M5s non sono incolmabili. A me fa piacere. Ho sempre detto che la nostra proposta per firmare un contratto di governo era rivolta a due forze politiche: la Lega e il Pd». Alessandro Di Battista ieri ha parlato di immigrazione, tanto per spargere altro sale sulle ferite dell'asse Di Maio-Salvini: «Non si può pensare», ha affermato Di Battista, «di gestire esclusivamente i flussi, quando si è continuato a fare guerre di invasione, spesso mascherate, che hanno poi causato danni incredibili, come in Libia. Per quanto concerne l'accoglienza», ha aggiunto Di Battista, «secondo noi quelli che hanno diritto ad essere accolti devono essere accolti, ma suddivisi equamente tra tutti i Paesi europei».
Carlo Tarallo
I dem si nascondono dietro al Colle ma Sala apre al M5s: «Dialoghiamo»
Tutti appesi alla decisioni del presidente della Repubblica e alle scelte di Matteo Renzi. Nel Pd sono giorni di riflessioni e attesa. Il dilemma è sempre il solito: il dogma renziano dell'opposizione a tutti e tutto è ancora valido?
Il segretario reggente, Maurizio Martina, lascia intendere che ogni decisione sarà presa dopo aver valutato le conclusioni cui giungerà il Colle: «Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedì. Noi vogliamo essere assolutamente rispettosi di questo passaggio che il presidente sta facendo». Se non è una vera e propria apertura, sicuramente non è un «no» a priori simile a quelli pronunciati nelle scorse settimane da altri big del partito. Martina, infatti, lascia aperto uno spiraglio a un'eventuale collaborazione con i pentastellati. Non senza risparmiare qualche accento polemico. Ieri il nuovo affondo: «Quello che abbiamo visto fino a qui da parte dei cosiddetti vincitori è sinceramente uno spettacolo sbagliato. Siamo al quarantottesimo giorno di stallo, di polemiche, veti e controveti. Diciamo che siamo passati da “prima gli italiani" a “prima i fatti loro" e questo è inaccettabile per un Paese che ha bisogno di certezze».
Tra i dem, in ogni caso, le distanze sono importanti. C'è chi vede come fumo negli occhi un'intesa con il M5s. Andrea Orlando, ministro della Giustizia e tra i principali rappresentanti della minoranza, è tranchant: «Mi sembra che oggi il Movimento 5 stelle stia alacremente lavorando per costruire un asse con la destra, ed è una cosa sulla quale è giusto che anche i molti elettori di centrosinistra che hanno votato per i 5 stelle riflettano. I loro voti, dati spesso anche come elemento di critica al centrosinistra e al Pd, oggi saranno utilizzati per costruire un rapporto con Matteo Salvini». Per Orlando, dunque, all'orizzonte c'è la saldatura tra Lega e M5s.
È caustico il post che il renziano capogruppo al Senato Andrea Marcucci dedica a Luigi Di Maio e, indirettamente, a qualsiasi ipotesi di apertura: «Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l'appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon dei Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Davide Casaleggio per accontentare Di Maio?».
Non è d'accordo su questa linea Giuseppe Sala, sindaco di Milano: «Auspico assolutamente il dialogo tra Pd e M5s, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna pure intendersi». «Su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro welfare solidale è chiaro che il modello giusto sia il nostro, però bisogna parlare con tutti», insiste il sindaco. La sensazione è che lo stallo non sia destinato a durare molto. Di fronte a una «chiamata» di Mattarella, Renzi potrebbe chiedere alle truppe parlamentari infarcite di suoi fedelissimi a compiere una giravolta. L'ennesima in questi ultimi mesi.
Antonio Ricchio
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Il leader azzurro prova a rassicurare il Carroccio dopo l'uscita aperturista sui dem: «Ho solo detto di prendere i voti in Parlamento». Fattore «stallo» sempre più cruciale per i sondaggi: Forza Italia perde un punto.Senza una rottura formale tra i due alleati di centrodestra, il Colle è orientato a dare l'incarico esplorativo a Roberto Fico. Obiettivo: sondare l'intesa tra Movimento 5 stelle e Partito democratico.Luigi Di Maio vuole Palazzo Chigi a ogni costo, ma la base sta con il presidente della Camera e Alessandro Di Battista: cambiamo uomo e andiamo al governo. Luigi vuole il leader lumbard («Con lui si può fare un buon lavoro»), ma lancia l'amo pure alla sinistra.Il segretario reggente dem Maurizio Martina si mostra cauto in attesa delle decisioni di Matteo Renzi, mentre il sindaco di Milano Beppe Sala apre ai 5 stelle. Lo speciale contiene quattro articoli.«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». 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Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni). Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l'accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l'ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. 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Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-pronto-a-cogliere-il-fico" data-post-id="2562084654" data-published-at="1775715717" data-use-pagination="False"> Mattarella pronto a cogliere il Fico Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salvo clamorosi imprevisti, domani archivierà definitivamente la possibilità di un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che è stato ampiamente esplorato sia nella prima fase delle consultazioni, quelle effettuate direttamente dal capo dello Stato, che con il mandato ad hoc conferito alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Lo scenario di un governo dei «ragazzi», vale a dire Luigi Di Maio e Matteo Salvini, finisce in freezer, salvo essere scongelato se e quando il leader della Lega romperà ufficialmente e formalmente l'alleanza con Forza Italia (sul rapporto con Fratelli d'Italia si attende la decisione che il partito di Giorgia Meloni non ha ancora preso circa il proprio destino all'interno della coalizione), aprendo uno scenario nuovo, e sempre che intanto M5s e Pd non trovino un'intesa. L'addio di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, per il momento, è una ipotesi giornalistica, probabile quanto si vuole ma mai concretizzata in un documento. Così ora Mattarella può passare alla fase due: verificare le possibili convergenze tra M5s e Pd. C'è un dettaglio da non trascurare: il presidente della Repubblica può procedere a cuor leggero a una esplorazione che metta da parte il centrodestra, la coalizione che ha vinto le elezioni, senza essere accusato di agire come un «nuovo Giorgio Napolitano». Mattarella ha concesso, sulla carta, al centrodestra tutte le chance immaginabili per mettere in piedi un'alleanza di governo; anche i due giorni di tempi supplementari concessi dal Quirinale a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per trovare una quadra sono trascorsi invano. La ferrea logica quirinalizia, partita dalla esplorazione dell'ipotesi di alleanza di governo con il maggior consenso in Parlamento, ovvero quella tra centrodestra e M5s, procede a scalare: a questo punto, tocca a M5s e Pd, primo e secondo partito. Poi, se anche questo tentativo dovesse andare male, si passerebbe, sempre che il centrodestra si sia a quel punto «formalmente» diviso, a un tentativo che coinvolga primo e terzo partito: M5s e Lega. Il Colle ha colto, attraverso i suoi stretti collaboratori, i segnali di apertura giunti dal Pd nei confronti del M5s. È il momento quindi, salvo clamorose iniziative dei due «ragazzi», che si proceda in questa direzione. Domani, quindi, con ogni probabilità, Mattarella convocherà al Quirinale il presidente della Camera, Roberto Fico, e gli conferirà un incarico esplorativo speculare a quello della Casellati. A Fico toccherà verificare la possibilità di un accordo tra M5s e Pd, accordo che, dal punto di vista della politica estera, dopo il «signorsì signore» di Luigi Di Maio a Donald Trump e l'ok all'attacco alla Siria, e con la svolta ultraeuropeista del «capo politico» del M5s, agli occhi di Mattarella appare non solo possibile, ma meno complicato di un'intesa tra M5s e Salvini. Fico, giovedì scorso, mentre la Casellati esplorava le residue speranze di un accordo tra il centrodestra e il M5s, ha ricevuto a Montecitorio l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Armando Varricchio. Tra il Movimento 5 stelle e Washington il rapporto è strettissimo, e l'incontro tra Fico e Varricchio non è stato certamente casuale: dalle parti del Dipartimento di Stato le notizie sulla politica italiana, mai come ora, vengono monitorate con estrema attenzione. Mattarella, dunque, concederà a Fico tutto il tempo che l'esplorazione a sinistra richiederà: rispetto al tentativo della Casellati, la strada appare al Colle meno irta di ostacoli insormontabili. Fico non dovrà confrontarsi con diversi partiti, ma solo con due (uno dei quali è il suo), e il Pd, seppure diviso in numerose correnti interne, ha una direzione nazionale in grado di prendere decisioni che impegnano tutti. Certo, al netto delle influenze esogene di Matteo Renzi. Luigi Di Maio ha sempre ripetuto che per lui Lega e Pd sono la stessa cosa, perché il M5s l'accordo lo stringerà sui programmi, e non è un caso che proprio ieri Giggino da Pomigliano d'Arco abbia fatto sapere che il lavoro del docente universitario Giovanni della Cananea, che sta verificando le compatibilità tra il programma del M5s da un lato e quelli di Lega e Pd dall'altro sia terminato, e che a breve il risultato di questa istruttoria sarò pubblicato. Da Salvini a Renzi: Luigi Di Maio si prepara a cambiare «Matteo», ma il contratto alla tedesca permette, secondo i governisti a tutti i costi del M5s, di passare dall'uno all'altro con estrema disinvoltura. Della Cananea, del resto, è una figura gradita al Quirinale: allievo di Sabino Cassese, ottime entrature a Washington e Bruxelles, potrebbe essere il «nome terzo» che metta d'accordo M5s e Pd. Immaginare che Renzi, che ha ancora saldamente in pugno il Pd e che influenza in maniera decisiva le mosse del «reggente» Maurizio Martina dia l'ok a Di Maio a Palazzo Chigi è considerata pura fantascienza anche tra i consiglieri del presidente della Repubblica. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="duri-e-puri-del-m5s-contro-di-maio-lui-vuole-resistere-e-guarda-al-pd" data-post-id="2562084654" data-published-at="1775715717" data-use-pagination="False"> Duri e puri del M5s contro Di Maio. Lui vuole resistere e guarda al Pd LaPresse Il M5s vive ore di grandissimo tormento. Luigi Di Maio può contare sul sostegno incondizionato solo di una parte del partito, quella che non vede l'ora di avvitare le stellate terga sulle comode poltrone governative. I movimentisti, gli ortodossi, i seguaci di Roberto Fico e Alessandro Di Battista, però, non sopportano più di doversi sorbire gli insulti dei sempre effervescenti elettori, che iniziano a manifestare chiari segni di insofferenza nei confronti della linea «Di Maio a Palazzo Chigi o niente». Anche tra i parlamentari il clima è incandescente: il «capo politico» è sulla graticola, per la sua testardaggine a non voler accettare nessun altro nome come presidente del Consiglio. Di Maio, ritenendo probabile un incarico da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Roberto Fico per una esplorazione delle possibilità di intesa tra M5s e Partito democratico, si prepara al salto da Matteo Salvini a Maurizio Martina rispolverando il famigerato «contratto alla tedesca», ovvero l'accordo su un programma dettagliatissimo che convinca gli elettori pentastellati della bontà di un'intesa con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Ovvero, con i principali bersagli della propaganda elettorale grillina. «Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea», ha detto ieri Di Maio, al salone del mobile di Milano, «che ha pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo. Questo lavoro ha già individuato i punti di contatto tra le forze politiche: tra noi e la Lega e tra noi e il Pd. Al centro ci sono i grandi temi dei diritti sociali, della sicurezza, della disoccupazione. A breve renderemo pubblico questo lavoro istruttorio. Da diverse settimane siamo al lavoro per creare un governo fatto bene», ha aggiunto Di Maio, «il M5s vuole mettere in piedi un governo con al centro i cittadini e una maggioranza di governo in grado di cambiare tutto». In realtà, se nelle prossime ore Sergio Mattarella affiderà a Roberto Fico l'incarico esplorativo, per Luigi Di Maio sarà notte fonda. Fico, infatti, una volta montato a cavallo, difficilmente verrebbe disarcionato, se l'esplorazione andasse a buon fine e si trovasse l'accordo tra M5s e Pd. Il premier potrebbe essere proprio Fico, ideologicamente schierato a sinistra e acerrimo avversario interno di Di Maio; il presidente della Camera, in ogni caso, avrebbe comunque gioco facile a spalancare a un «nome terzo» le porte di Palazzo Chigi. «Aspettiamo il presidente della Repubblica», ha detto ieri Di Maio a proposito di Fico, «Roberto Fico è il nostro presidente della Camera, guardiamo a lui come una figura che è stata in grado in questo momento fondamentale di partenza dei lavori parlamentari di essere una figura di garanzia e ha saputo assicurare la sua imparzialità. Aspettiamo Mattarella, ma è chiaro che se mi chiedete di Roberto Fico ho solo cose buona da dirvi». Traduzione: «Fico sta bene dove sta». Questo, almeno, secondo Di Maio, che però continua a sperare in un accordo con Matteo Salvini, ben sapendo che il tramonto dell'ipotesi di governo Lega-M5s sancirebbe il suo addio a ogni speranza di premiership. Di Maio continua, tra l'altro, attraverso dichiarazioni pubbliche a raffica, a invitare Salvini a scaricare Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, mettendo in grande difficoltà il leader del Carroccio: più Di Maio insiste a entrare a gamba tesa sul centrodestra, più costringe Salvini a restare incollato, seppure controvoglia, a Berlusconi e alla Meloni. «Credo fortemente», ha ripetuto anche ieri Di Maio, «che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo Paese. Possiamo fare cose molto importanti. So bene il momento che sta vivendo Salvini, e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega. Ho auto modo di testare la sua affidabilità», ha aggiunto Di Maio, «quando abbiamo eletto le cariche istituzionali in Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti». Tutto molto bello, ma Fico incombe e Salvini non divorzia da Berlusconi. Dunque, a Di Maio non resta che prepararsi all'ipotesi Pd. «Il Partito democratico», ha sottolineato ieri Di Maio, «ha detto che le distanze con il M5s non sono incolmabili. A me fa piacere. Ho sempre detto che la nostra proposta per firmare un contratto di governo era rivolta a due forze politiche: la Lega e il Pd». Alessandro Di Battista ieri ha parlato di immigrazione, tanto per spargere altro sale sulle ferite dell'asse Di Maio-Salvini: «Non si può pensare», ha affermato Di Battista, «di gestire esclusivamente i flussi, quando si è continuato a fare guerre di invasione, spesso mascherate, che hanno poi causato danni incredibili, come in Libia. Per quanto concerne l'accoglienza», ha aggiunto Di Battista, «secondo noi quelli che hanno diritto ad essere accolti devono essere accolti, ma suddivisi equamente tra tutti i Paesi europei». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-dem-si-nascondono-dietro-al-colle-ma-sala-apre-al-m5s-dialoghiamo" data-post-id="2562084654" data-published-at="1775715717" data-use-pagination="False"> I dem si nascondono dietro al Colle ma Sala apre al M5s: «Dialoghiamo» Tutti appesi alla decisioni del presidente della Repubblica e alle scelte di Matteo Renzi. Nel Pd sono giorni di riflessioni e attesa. Il dilemma è sempre il solito: il dogma renziano dell'opposizione a tutti e tutto è ancora valido? Il segretario reggente, Maurizio Martina, lascia intendere che ogni decisione sarà presa dopo aver valutato le conclusioni cui giungerà il Colle: «Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedì. Noi vogliamo essere assolutamente rispettosi di questo passaggio che il presidente sta facendo». Se non è una vera e propria apertura, sicuramente non è un «no» a priori simile a quelli pronunciati nelle scorse settimane da altri big del partito. Martina, infatti, lascia aperto uno spiraglio a un'eventuale collaborazione con i pentastellati. Non senza risparmiare qualche accento polemico. Ieri il nuovo affondo: «Quello che abbiamo visto fino a qui da parte dei cosiddetti vincitori è sinceramente uno spettacolo sbagliato. Siamo al quarantottesimo giorno di stallo, di polemiche, veti e controveti. Diciamo che siamo passati da “prima gli italiani" a “prima i fatti loro" e questo è inaccettabile per un Paese che ha bisogno di certezze». Tra i dem, in ogni caso, le distanze sono importanti. C'è chi vede come fumo negli occhi un'intesa con il M5s. Andrea Orlando, ministro della Giustizia e tra i principali rappresentanti della minoranza, è tranchant: «Mi sembra che oggi il Movimento 5 stelle stia alacremente lavorando per costruire un asse con la destra, ed è una cosa sulla quale è giusto che anche i molti elettori di centrosinistra che hanno votato per i 5 stelle riflettano. I loro voti, dati spesso anche come elemento di critica al centrosinistra e al Pd, oggi saranno utilizzati per costruire un rapporto con Matteo Salvini». Per Orlando, dunque, all'orizzonte c'è la saldatura tra Lega e M5s. È caustico il post che il renziano capogruppo al Senato Andrea Marcucci dedica a Luigi Di Maio e, indirettamente, a qualsiasi ipotesi di apertura: «Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l'appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon dei Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Davide Casaleggio per accontentare Di Maio?». Non è d'accordo su questa linea Giuseppe Sala, sindaco di Milano: «Auspico assolutamente il dialogo tra Pd e M5s, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna pure intendersi». «Su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro welfare solidale è chiaro che il modello giusto sia il nostro, però bisogna parlare con tutti», insiste il sindaco. La sensazione è che lo stallo non sia destinato a durare molto. Di fronte a una «chiamata» di Mattarella, Renzi potrebbe chiedere alle truppe parlamentari infarcite di suoi fedelissimi a compiere una giravolta. L'ennesima in questi ultimi mesi. Antonio Ricchio
Ansa
Quasi a ridosso della scadenza dell’ultimatum imposto dalla Casa Bianca è stata raggiunta la tregua in Medio Oriente. Ma mentre tutti i protagonisti del conflitto cantavano vittoria, i raid non si sono fermati.
Ad annunciare il cessate il fuoco, dopo l’intensa attività di mediazione svolta soprattutto dal Pakistan, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale». La condizione imposta dal tycoon a Teheran è «l’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha accolto la richiesta: «Se gli attacchi nei confronti dell’Iran cessano, le nostre potenti forze armate fermeranno le operazioni difensive. Per un periodo di due settimane, sarà possibile il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz in coordinamento con le forze armate dell’Iran». Poco dopo, anche Israele ha confermato di aver accettato la fine temporanea delle ostilità, escludendo però il Libano.
L’appuntamento tra Washington e Teheran per sedersi al tavolo delle delicate trattative per porre fine alla guerra è già stato deciso. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, che guiderà la delegazione americana, si incontrerà sabato a Islamabad con la delegazione iraniana.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha tuttavia affermato che «gli Stati Uniti hanno violato tre disposizioni fondamentali del cessate il fuoco ancor prima dell’inizio dei negoziati: l’invasione del Libano, la violazione dello spazio aereo iraniano e la negazione del diritto all’arricchimento dell’uranio. Dopo queste violazioni, un cessate il fuoco o negoziati bilaterali sono irragionevoli».
I raid israeliani nel territorio libanese sono uno degli scogli. Peraltro, dopo che le forze israeliane hanno danneggiato un mezzo militare italiano della missione Unifil, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto convocare l’ambasciatore di Israele in Italia. L’altra spina nel fianco alle trattative sono stati gli attacchi in Iran, dopo la tregua. È stata infatti presa di mira una raffineria di petrolio nell’isola iraniana di Lavan e l’isola di Siri. Ma anche il regime iraniano non ha risparmiato i Paesi del Golfo. Il Financial Times ha rivelato che è stato colpito un oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita. In Kuwait, i droni iraniani hanno attaccato gli impianti petroliferi e le centrali elettriche. E anche gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Bahrein hanno segnalato dei raid.
Nel frattempo, Aragchi si è mobilitato, facendo presente al capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, le presunte violazioni del cessate il fuoco. Poco dopo, il Wall street journal ha riferito che Teheran avrebbe partecipato ai negoziati di Islamabad a patto che la tregua coinvolgesse anche il Libano. In caso contrario, il regime avrebbe rivisto la sua decisione sulla riapertura dello Stretto. A confermare, almeno in parte, l’indiscrezione è stato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian: al premier pakistano, Shehbaz Sharif, ha riferito che la sicurezza dello Stretto è collegata alla «completa cessazione degli attacchi», anche nel territorio libanese. A confondere le acque, in serata, è stato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, affermando che Teheran ha rinunciato alla precondizione del cessate il fuoco in Libano. Dalla Casa Bianca è stato poi reso noto che Beirut «non rientra nell’accordo per il cessate il fuoco».
Sullo Stretto, Trump ha comunicato: «Gli Stati Uniti aiuteranno a gestire il traffico nello Stretto di Hormuz. Si guadagneranno un sacco di soldi». Ma la visione iraniana resta piuttosto distante, con il regime che ha ribadito la necessità di ottenere «il permesso dalla Marina dei Pasdaran per attraversare lo Stretto». La confusione riguarda anche i 10 punti proposti dall’Iran. Inizialmente Trump ha comunicato che il piano iraniano è una «base praticabile su cui negoziare». Ma la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito, sostenendo che la proposta iraniana è «ridicola, inaccettabile e completamente scartata da Trump». Quello su cui è al lavoro l’amministrazione americana «è un piano di pace modificato che rispecchierebbe una proposta di 15 punti avanzata settimane fa». Anche perché, secondo Axios, i 10 punti iraniani includerebbero anche il diritto di arricchire l’uranio. Questione su cui gli americani sono assolutamente contrari. Il tycoon ha infatti rassicurato che «non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio» e anzi «gli Stati Uniti, in collaborazione con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la polvere nucleare». E il capo del Pentagono Pete Hegseth ha già minacciato che se Teheran non consegnerà le sue scorte di uranio arricchito, gli Stati Uniti se lo andranno «a prendere». Il presidente degli Stati Uniti ha poi precisato che «c’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse».
Di certo, è chiaro che tutti siano voluti apparire come vincitori. Secondo il presidente americano, sono stati «raggiunti e superati tutti gli obiettivi militari». Dello stesso tenore sono state le affermazioni di Hegseth: «L’operazione Epic Fury è stata una vittoria storica e schiacciante sul campo di battaglia». A suo dire, Trump «ha fatto la storia». Dall’altra parte, anche il regime iraniano ha cantato vittoria. Il Supremo consiglio di sicurezza nazionale della Repubblica islamica ha dichiarato: «Ci congratuliamo con il popolo dell’Iran per questa vittoria e ribadiamo che funzionari e cittadini devono rimanere uniti e determinati».
Quello che resta è infatti un diffuso stato di allerta e sfiducia. Il capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha sottolineato che se i negoziati falliranno, le forze americane riprenderanno la guerra. I pasdaran hanno già detto di avere «le mani sul grilletto», sbandierando che «qualsiasi aggressione riceverà una risposta di livello superiore». Tra l’altro, pare che a convincere l’Iran ad accettare la tregua, oltre alla Cina, sia stato l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Diverse fonti hanno svelato ad Axios che «senza il suo via libera, non ci sarebbe stato alcun accordo».
Borse europee in ripresa, Milano fa +3,7%
La tregua temporanea tra Stati Uniti e Iran ha innescato un immediato saliscendi globale sui mercati, con una rapida compressione del premio per il rischio energetico e un riassorbimento della volatilità implicita su molte classi di investimento. Il mercato ha interpretato il cessate il fuoco (orizzonte di due settimane) come un segnale credibile di de-escalation nello snodo critico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% dei flussi petroliferi globali, riducendo i rischi su inflazione e crescita e mettendo il segno più su molte piazze azionarie globali.
In Europa, il rialzo è stato diffuso e sincronizzato. Il Dax ha chiuso a +5,06%, il Cac 40 a +4,49%, l’Euro Stoxx 50 a +4,097, il Ftse 100 a +2,61% e il Ftse Mib a +3,70%, con volumi in aumento rispetto alla media degli ultimi 30 giorni. A livello settoriale, Stoxx Banks (+5,9% circa), Industrial Goods e Auto hanno guidato i rialzi, mentre quello Energy ha sottoperformato per effetto leva del petrolio.
Negli Stati Uniti, quando in Italia era tardo pomeriggio, l’S&P 500 ieri viaggiava a oltre +2,32%, Nasdaq Composite a +2,77% e Dow Jones +2,61%. Il Vix, l’indice che misura la volatilità dei mercati, ieri è sceso sotto area 15 (-10% circa), mentre gli indici di volatilità su Treasury (Move) hanno tirato il freno, segnalando minore incertezza macro. Hanno messo il turbo i semiconduttori e le società tecnologiche a grande capitalizzazione. In Asia, il Nikkei 225 ha chiuso a +5,39%, lo Shanghai Composite +2,69% e l’Hang Seng a +3,09%, con contributo positivo anche da export e immobiliare.
Sul mercato obbligazionario si è osservato un movimento piuttosto chiaro verso un allentamento delle pressioni sui rendimenti, soprattutto negli Stati Uniti. Il Treasury decennale è sceso al -1,24%, mentre il tratto a cinque anni si è posizionato intorno al 3,95% e il biennale al 3,7 (-1,3%). Non da meno è stato il rendimento del Btp a 10 anni che ieri è sceso dal 4 al 3,7% circa, con un crollo simile a quando Mario Draghi pronunciò il suo famoso «whatever it takes» (in quel caso il calo giornaliero fu da 6,35% a 6,1%).
Si tratta di una dinamica coerente con un ridimensionamento delle aspettative inflazionistiche, in particolare di quelle legate all’energia. In questa direzione si muovono anche i Tips, con il breakeven a 10 anni in discesa verso area 2,25%, segnale che il mercato sta rivedendo al ribasso le pressioni sui prezzi nel medio periodo.
In area euro, il quadro appare più stabile e meno direzionale. Il Bund decennale si attesta al 2,95% (+0,28 pb), mentre i rendimenti degli altri principali titoli sovrani restano su livelli contenuti: l’Oat francese intorno al 3,18% e il Bonos spagnolo al 3,34%. Il Btp decennale si è mantenuto al 3,717%, con uno spread rispetto al Bund di circa 77 punti base. Anche il differenziale Bonos-Bund resta a 44 punti base, indicando una sostanziale stabilità del rischio sovrano lungo tutta la struttura delle scadenze.
Anche sul fronte della politica monetaria il quadro resta impostato su toni comunque restrittivi. I contratti Euribor futures e gli OIS continuano infatti a prezzare un tasso sui depositi della Bce intorno in salita entro la fine dell’anno, segnalando che il mercato non si attende un allentamento imminente. Negli Stati Uniti, i Fed Funds futures indicano un percorso simile: il livello dei tassi resta elevato e gli eventuali tagli vengono visti come graduali e non immediati.
Il movimento più marcato della giornata si è comunque registrato ieri sulle materie prime, in particolare sull’energia. Il Wti è sceso a 94,64 dollari, con un calo del 16,21%, mentre il Brent si è portato a 95,73 dollari (-13,62%).
Anche il gas naturale ha seguito la stessa direzione, scendendo a 3,22 (-3,91%). Sul fronte dei metalli, il rame ha guadagnato il 3,92% a 5,7615, riflettendo un miglioramento delle aspettative cicliche, mentre l’alluminio ha registrato un rialzo più contenuto e il ferro si è mantenuto sostanzialmente stabile.
L’oro, in aumento a 4.786,37 (+2,17%), continua invece a beneficiare di una domanda di copertura ancora presente nei portafogli.
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Ansa
Processo di appello bis per il trentatreenne Alessandro Impagnatiello: la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale circa l’aggravante della premeditazione nell’omicidio di Giulia Tramontano, compagna dell’imputato, da lui uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023, mentre era al settimo mese di gravidanza, a Senago, nel Milanese, nell’abitazione della coppia. «Quello di Giulia Tramontano fu un agguato organizzato e premeditato», sostiene la Procura generale, che aveva richiesto un ulteriore processo di appello proprio per il riconoscimento dell’aggravante.
Secondo la ricostruzione della pg Elisabetta Ceniccola, gli elementi emersi delineano un quadro niente affatto compatibile con un impeto repentino. Troppi i dettagli ben pianificati: la rimozione del tappeto di casa, la scelta dell’arma, il tempo trascorso tra l’ideazione e l’esecuzione dell’omicidio sono indice di una volontà manifesta e organizzata. «Tra il progetto e l’azione c’è stato molto tempo per riflettere, l’imputato era arrivato alla conclusione di quella che sarebbe stata la propria azione omicidiaria», rimarca il magistrato. Nel giudizio di secondo grado, l’ex bartender dell’Armani Bamboo Bar di Milano era stato condannato all’ergastolo, ma la premeditazione non era stata inclusa tra le aggravanti. Quest’ultima era stata valutata in primo grado assieme a numerosi elementi, come il rapporto affettivo tra assassino e vittima, e la crudeltà dell’azione. Il dubbio sulla premeditazione era legato ai tentativi di Impagnatiello di interrompere la gravidanza della vittima somministrandole di nascosto veleno per topi, come testimoniano le ricerche effettuate online dall’imputato fin dal 2022. Per la Corte d’Appello, in una prima istanza, Impagnatiello avrebbe voluto provocare un aborto, ma uccidere la donna non era tra i suoi scopi primari. Ora si fa strada l’aggravante di una strategia delittuosa studiata a lungo. I giudici di secondo grado hanno anche respinto la richiesta dell’avvocato Giulia Gerardini, rappresentante della difesa, di accedere alla giustizia riparativa, sottolineando come l’imputato non abbia ancora «sviluppato una reale consapevolezza critica delle ragioni e degli impulsi alla base del gesto, né intrapreso un autentico percorso di responsabilizzazione e rielaborazione personale».
Per Nicodemo Gentile, avvocato dei Tramontano è «una decisione da accogliere con favore perché l’imputato è un uomo privo di empatia, caratterizzato da un evidente gelo interiore. Ha ucciso per spirito punitivo: una eliminazione lucidamente pianificata della compagna e del bambino che portava in grembo». La vicenda è tragica e ha monopolizzato le attenzioni della cronaca fin dal ritrovamento del cadavere di Giulia (che aveva 29 anni). Nata in provincia di Napoli, si era trasferita a Milano nel 2018 per svolgere il mestiere di mediatrice immobiliare e andare a vivere con Impagnatiello, già padre di un bambino di 6 anni avuto da una precedente relazione. Il 28 maggio 2023, il giorno successivo al delitto, il barman denunciò ai carabinieri la scomparsa di Giulia. Dichiarò di averla vista alla mattina sul letto, in pigiama, mentre lui usciva di casa per andare a lavorare, ma il suo racconto risultò subito contraddittorio. Venne escluso un allontanamento volontario, si mobilitò la trasmissione tv Chi l’ha visto?. Fino a scoprire che Giulia aveva da qualche tempo parlato con una collega del fidanzato, una donna Italo-inglese che le aveva raccontato di esserne da tempo l’amante e di aver abortito perché rimasta incinta di lui. Nell’auto di Impagnatiello vennero ritrovate tracce biologiche della Tramontano che spinsero gli inquirenti a indagarlo per omicidio.
Accusa ammessa dallo stesso indagato tra il 31 maggio e il primo giugno dello stesso anno. L’uomo fornì indicazioni per il ritrovamento del cadavere: Giulia risultò essere stata uccisa con 37 coltellate, nessuna delle quali però inferta su un punto vitale. La donna sarebbe dunque morta per dissanguamento. L’assassino improvvisò due tentativi di bruciare il suo corpo: prima nella vasca da bagno di casa, poi all’aperto, in un campo, con della benzina. Nella cronologia web di lui, emerse pure che aveva effettuato ricerche su come sbarazzarsi dei cadaveri e sulla quantità di veleno per topi necessaria a uccidere una persona. Proprio nel sangue della vittima furono riscontrate tracce di topicida, e alcune amiche di Giulia raccontarono di come, da molti mesi, lei lamentasse forti dolori allo stomaco. Il proposito a poco a poco è diventato chiaro: tentare di porre fine alla gravidanza della fidanzata perché d’intralcio alla sua carriera e alla sua relazione con l’amante, fino al punto di ammazzare la fidanzata stessa.
Ammazzò l’amante con il pancione. Condanna ridotta con la Cartabia
Quando il 9 luglio scorso la Corte d’assise di Treviso aveva condannato all’ergastolo il kosovaro Bujar Fandaj per l’omicidio della ventisettenne Vanessa Ballan i genitori della giovane, dopo essere scoppiati in un pianto liberatorio avevano commentato: «È fatta giustizia, ma non è una vittoria».
Ma adesso, in virtù di una norma introdotta dalla riforma Cartabia - che prevede una riduzione della pena qualora l’imputato già condannato in primo grado rinunci al ricorso per il successivo grado di giudizio - la pena pronunciata nel luglio dello scorso anno nei confronti di Fandaj è stata convertita in una detenzione di 26 anni e 10 mesi, grazie al raggiungimento di un’intesa tra le parti in occasione dell’apertura del processo d’appello.
L’omicidio, che aveva colpito per la sua particolare efferatezza, è avvenuto il 19 dicembre 2023 nell’abitazione della donna a Riese Pio X. Vanessa, che era in attesa del secondo figlio, venne sorpresa dal suo assassino che si era introdotto in casa e accoltellata a morte. All’uomo era stato contestato il reato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, della precedente relazione affettiva e del fatto che la vittima era incinta.
A inchiodare Fandaj, imbianchino edile residente ad Altivole, a pochi chilometri di distanza da Riese Pio X, erano stati anche i frame di un video di una telecamera di sicurezza di un’abitazione vicina a quella di Vanessa. Nelle immagini si vedeva un uomo, con gli abiti che indossava Fandaj quando è stato fermato, e con una corporatura compatibile, mentre si aggirava nella zona nella tarda mattinata del giorno dell’omicidio, gettando nel giardino un borsone nero, lo stesso sequestrato con attrezzi e strumenti di lavoro. All’interno c’era anche un martello con scritto il nome dell’azienda dove lavorava l’omicida, abbandonato sul luogo del delitto e usato per entrare nella casa rompendo il vetro di una portafinestra. In mano agli inquirenti c’era poi anche un coltello, con il manico di legno e con una lama di 20 centimetri, recuperato nel lavello della cucina, dove era stato in parte lavato.
La donna fu trovata priva di vita dal compagno al suo rientro a casa, con varie ferite di arma da taglio. I sospetti si erano concentrarti subito su Fandaj con il quale, in precedenza, Ballan aveva intrattenuto una relazione sentimentale clandestina, interrotta però nell’estate del 2023 per decisione della stessa.
Una scelta che l’uomo che poi diventerà il suo assassino non avrebbe accettato e per la quale si sarebbe vendicato inviando all’utenza telefonica del convivente della donna immagini esplicite del rapporto clandestino intercorso con la sua compagna.
Per questo Fandaj fu anche denunciato per stalking e revenge porn, iniziativa che riuscì a porre fine per qualche tempo agli atti persecutori, fino a quando l’uomo avrebbe scelto di «punirla» nel modo più cruento.
E proprio per questo, nei giorni successivi al delitto, dopo le ammissioni del procuratore di Treviso a proposito della sottovalutazione della situazione di pericolo per Vanessa (che aveva presentato una denuncia contro Fandaj, accompagnata dal marito e padre del loro bimbo di 4 anni), il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva chiesto agli uffici del dicastero di via Arenula di acquisire una relazione dettagliata.
Al momento del delitto la Ballan, cassiera in un supermercato del posto e già madre di un bambino, aveva da poco iniziato un periodo di assenza per la seconda maternità. Entrato nell’abitazione della coppia forzando una porta finestra, Bujar aggredì la giovane colpendola con un coltello per otto volte prima di andarsene per cercare di organizzare un tentativo di allontanamento dall’Italia. L’uomo fu tuttavia fermato dai carabinieri poche ore dopo in casa sua e ammise le proprie responsabilità pur cercando, in seguito, di negare la premeditazione del gesto.
Durante la prima udienza del processo, iniziato a febbraio del 2025, l’imputato si era detto disponibile a seguire un percorso di giustizia riparativa che, con il consenso dei familiari della vittima, gli avrebbe consentito di accorciare la pena futura di circa un terzo. L’opzione era però stata respinta dai legali dei familiari di Vanessa.
Il pm però, nonostante l’efferatezza del delitto, non aveva chiesto l’ergastolo per Fandaj, ma una pena di 28 anni. I giudici tuttavia avevano deciso per il massimo della pena.
Adesso l’accordo tra la Procura generale di Venezia e il condannato ribalta tutto, e Fandaj sconterà una pena ancora più bassa di quella chiesta dall’accusa durante il processo di primo grado. Con non pochi vantaggi per il kosovaro.
Grazie i benefici previsti dall’ordinamento penitenziario per la buona condotta, Fandaj potrebbe già avere accesso alle misure alternative e alla libertà vigilata dopo aver scontato circa 10 anni di carcere.
I familiari e i legali di Vanessa, che non hanno avuto modo di incidere sull’accordo raggiunto fra accusa e difesa, non hanno commentato la decisione.
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Nel riquadro l'ex magistrato e giudice di Cassazione Carlo Maria Grillo (Imagoeconomica)
A conti rifatti, meno di due milioni di voti (su 28.300.000 di effettivi elettori) hanno separato i due schieramenti. Con circa un milione di voti in più di quelli ottenuti, quindi, il fronte del Sì avrebbe prevalso. Sarebbe stato sufficiente che i «musulmani d’Italia» che hanno votato (circa 1.200.000, a detta di Roberto Hamza Piccardo, figura apicale dell’islam italiano, e di suo figlio Davide, che ne segue la scia) non avessero fedelmente eseguito l’ordine di scuderia. E che fossero stati meno determinati i tifosi del reddito di cittadinanza, speranzosi di riottenerlo con la caduta dell’attuale governo, come dimostra il crollo del Sì nelle regioni meridionali (anche in quelle a guida centrodestra), nonostante i voti di malavitosi, pregiudicati e delinquenti vari.
Gli italiani «residui» dunque, e cioè i non islamici e redditieri (di cittadinanza) per intenderci, hanno invece chiaramente espresso - e a larga maggioranza - la disistima, se non la sfiducia, per questa magistratura e quindi per questa giustizia da essa rappresentata, con buona pace dei magistrati bellaciaoisti, palesemente indipendenti e apolitici, dunque sicuramente «affidabili».
Ecco perché è stata, a mio avviso, una «vittoria di Pirro». L’Associazione nazionale magistrati (Anm) - a sostanziale guida «democratica» anche se col paravento di un presidente amico, scelto tra i magistrati dell’opposta fazione - non può prescindere dai risultati di questo referendum, apparentemente stravinto: deve farsene invece una ragione e darsi finalmente una regolata, visto che nessun governo ci è finora riuscito.
Ma non ci fidiamo. E per fortuna non è il solo antidoto. Infatti, considerato che la cordata per il No è stata di fatto tirata proprio dall’Anm, per non rinunciare all’abituale «occupazione» del Consiglio superiore della magistratura (Csm) - attraverso l’elezione pilotata di esponenti delle correnti che la compongono (e perciò a loro volta pilotabili) - sarebbe sufficiente recidere tale liaison dangereuse, cioè il cordone ombelicale che lega l’Anm (sindacato unico dei magistrati, rappresentandone formalmente oltre il 95%) al Csm, organo di rilevanza costituzionale, presieduto dal presidente della Repubblica a garanzia dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Occorre però muoversi non in ambito legislativo, percorso rivelatosi molto ostico, ma più callidamente. Operazione ardua, è vero, ma non impossibile.
Indicherò due vie alternative che ritengo entrambe percorribili. La prima l’ho personalmente imboccata nel 2015, con alcuni eroici colleghi giudici tributari. Pochi sanno che anche la giustizia tributaria (dal 1996) ha il proprio Consiglio superiore (ad imitazione del Csm per i magistrati ordinari) ma che, non essendo previsto in Costituzione, si chiama Consiglio di presidenza, come del resto quelli che governano la giustizia amministrativa e la giustizia contabile. Ebbene, giacché i cattivi esempi sono i più seguiti, alcuni importanti magistrati ordinari, che avevano già fatto parte del Csm, tutti in quota «Unità per la Costituzione», la premiata ditta Palamara per intenderci, costituirono l’Associazione magistrati tributari (Amt), sulle orme dell’Anm, occupando poi, attraverso essa e con la stessa sperimentata metodologia, il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt). Con l’aggravante però che - a differenza dell’Anm, aperta a diverse correnti - l’Amt era di fatto espressione solo di quella sopra menzionata, con la ovvia conseguenza che chi non ne faceva parte non avrebbe mai avuto voce in capitolo, né potuto aspirare al «soglio» del Cpgt. Dopo aver tentato invano di far sentire voci dissenzienti all’interno dell’Amt, si rese inevitabile una scissione, dandosi vita ad una distinta associazione sindacale, l’Unione giudici tributari (Ugt) che, pur restando sempre minoritaria, ha fatto sentire tuttavia la propria voce sia a livello consultivo che propositivo, riuscendo anche a far eleggere propri esponenti in tutte le successive consiliature, compresa quella in corso.
Questa prima via, quantunque non agevole, la si è voluta ricordare e indicare proprio perché potrebbe essere intrapresa anche da quei magistrati ordinari che non si sentono rappresentati da questa Anm, geneticamente modificata ormai in soggetto politico, tanto da costituire e finanziare un Comitato per contrastare la proposta di una legge costituzionale ritualmente adottata dal Parlamento. Il potere giudiziario contro quello legislativo, pregiudicando il perfetto equilibrio tra i poteri dello Stato predicato da Montesquieu. La creazione di un’altra associazione, e non di un’ulteriore corrente dell’Anm - che col tempo si uniformerebbe alle esistenti, partecipando all’indegno e tristemente noto «mercato delle indulgenze» - è favorita anche dalla circostanza che solo il 25% circa dei magistrati iscritti all’Anm risulta aderire ad una delle quattro attuali correnti, forse perché non ne condividono appieno l’orientamento o per restare indipendenti, per non esporsi o altro.
Quindi la creazione di una diversa associazione di categoria potrebbe essere attrattiva per gli oltre 6.000 magistrati «agnostici», sempre che si munisse degli anticorpi per non diventare un duplicato dell’Anm con ogni sua negatività. Ci si riferisce soprattutto al «correntismo», degenerazione delle correnti, queste assolutamente indispensabili invece per assicurare la dialettica di idee e di valori. Sarebbe anche auspicabile che la costituenda associazione, per individuare i candidati al Consiglio superiore, facesse ricorso al tanto deprecato «sorteggio» in modo da fugare ogni tentazione di correntismo e di nepotismo. Ritengo, poi, molto importante che lo Statuto di tale nuovo soggetto - pur con le debite differenziazioni e peculiarità - esplicitasse la piena compatibilità e la non conflittualità con quello dell’Anm, rendendo così possibile l’appartenenza ad entrambe le associazioni. Ricordo, infine, che la presenza di due associazioni di categoria non è nuova per la nostra magistratura; infatti, quando vi ho fatto ingresso nel 1969, oltre all’Anm, era in vita, e lo è rimasta per quasi un decennio, anche l’Umi (Unione magistrati italiani), poi confluita nell’Anm.
La seconda possibilità di smuovere l’attuale critica situazione stagnante, in cui è adagiata la magistratura, prescinde dalla creazione di una seconda associazione di categoria, quindi appare a prima vista di più facile attuazione, ma invece è forse ancora maggiormente impegnativa sotto il profilo operativo, sebbene con l’attuale livello di informatizzazione e possibilità di incrociare dati, la ritengo tuttavia una strada percorribile. È un’utopia, ma potrebbe davvero recidere quel nefasto collegamento tra Anm e Csm, rispettando tuttavia l’art. 104 della Costituzione, che prescrive l’elettività dei componenti dello stesso. La considerazione di partenza è che non sono segreti né gli elenchi dei magistrati in servizio, né quelli dei magistrati iscritti all’Anm (da cui si possono evincere i non iscritti), così come quelli dei magistrati aderenti alle varie correnti. Tutti costoro infatti hanno autorizzato il ministero di Giustizia alle ritenute mensili sullo stipendio, relative alla quota d’iscrizione all’Anm e anche eventualmente ad una corrente. E allora, una volta raccolti i dati dei magistrati non iscritti all’Anm e di quelli iscritti ma non ufficialmente aderenti ad una corrente, ovviamente con ogni cautela per assicurare il rispetto della privacy, sarebbe sufficiente un interpello personale per sapere, innanzitutto, chi di essi acconsenta ad essere sorteggiato come candidato per il Csm; in secondo luogo, chi assicuri comunque di votare i candidati che risulteranno sorteggiati. Ovviamente il sorteggio dovrebbe essere assicurato con ogni garanzia e la massima trasparenza. Se si riuscisse a creare una banca dati ed effettuare un coordinamento del genere – ma, come ho detto, sembra utopico – una base di 5/6.000 magistrati assicurerebbe, con un’attenta regia di spartizione voti, l’elezione di quasi tutti e venti i componenti togati del Csm, espropriando così di fatto l’Anm della sua più importante funzione e di ogni prospettiva politica. E anche by-passando le «forche caudine» della legge costituzionale. Idee, suggestioni, forse utopie. Per non demordere.
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