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2018-04-22
Berlusconi ci mette qualche pezza: «Mai detto di governare con il Pd»
ANSA
«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». La pancia della Lega evoca una metafora culinaria per fotografare la dialettica nel centrodestra nell'ultimo weekend di ricreazione concesso da Sergio Mattarella e commentare l'ennesima manovra di riavvicinamento alle posizioni care a Matteo Salvini.
Così ieri Silvio Berlusconi a Campobasso ha provato a rimettere l'alleanza al centro del villaggio: «Lo stato di salute del centrodestra? Tutto bene. Ho parlato con Giancarlo Giorgetti e siamo sempre assolutamente convinti che dobbiamo fare un governo: il centrodestra è unito e Salvini è la persona che deve esprimere il leader». Poi ha rassicurato i leghisti escludendo di avere un filo diretto con il Pd. «Non ho mai detto di voler fare un governo coi voti del Pd. Non c'è nessun contatto in atto con il Pd. Ho solo detto che avremmo dovuto presentarci in Parlamento con il nostro programma e raccogliere i voti di tutti coloro che non ritenessero cosa buona per l'Italia e per loro andare a nuove elezioni».
Il riposizionamento di Berlusconi, considerato molto positivo dalla Lega, è anche determinato dall'effetto dei numeri, che sempre sono tenuti in gran conto dal leader di Forza Italia. Dopo un mese di tira-e-molla, di appoggio esterno nei giorni dispari e di strizzatine d'occhio ai dem, ha notato che il consenso degli italiani sta calando (-1% nei sondaggi per il partito rispetto al 14% di partenza). Chi litiga è bocciato: così sintetizza Nando Pagnoncelli nell'ultima rilevazione Ipsos, accomunando al Cavaliere anche Luigi Di Maio, che con la sua muraglia cinese di veti ha perso cinque punti di gradimento (da 49 al 43) a vantaggio di Salvini, premiato per il ruolo di tessitore (da 43 a 44). Ma il numero uno del Carroccio non si gode il risultato. Guarda avanti e vede nuvole nere: la sabbia nella clessidra si sta esaurendo. Così ha detto ai suoi nell'ultima riunione al vertice: «Gli italiani hanno premiato alle elezioni noi e i 5 stelle perché rappresentiamo la novità e la diversità dagli altri, ma ancora una settimana di questa solfa e ci metteranno tutti nello stesso mazzo. Entreremo nella banda di quelli che non fanno».
Un'accelerazione nel formare il governo, a costo di andare in Parlamento a cercare i voti di chi si riconosce nel programma di centrodestra, è anche l'auspicio che arriva dal summit di Trieste, dove due governatori pesanti come Giovanni Toti (Liguria) e Luca Zaia (Veneto) dicono cose che si somigliano. Toti: «Al di là della giornata tesa di ieri credo che i veti li abbiano sempre posti i 5 stelle; non sono mai arrivati dal centrodestra, che è disponibile a dialogare apertamente. Mi auguro che per una volta vogliano scendere dalla torre in cui si sono chiusi e vogliano confrontarsi con i reali problemi del Paese». Zaia: «Salvini e la Lega hanno dimostrato una condotta ineccepibile. Non ci siamo prestati a polemiche, non ci siamo prestati a provocazioni perché noi abbiamo un solo obiettivo: rispettare i patti con i cittadini e fare in modo che si metta in piedi un governo che vada realmente a governare». Sulle possibili elezioni in fondo al turbolento orizzonte il leghista è lapidario: «Non incontro in giro gente che abbia voglia di andare a votare. Quindi si faccia un governo e lo si faccia rispettoso del risultato delle urne».
Sull'ipotesi voto anticipato sta calando il deterrente supremo: il primo cedolino dello stipendio in arrivo il 27 aprile a tutti i parlamentari. «Siamo umani e andare in Parlamento è come vincere al Superenalotto», sibila un vecchio deputato di Forza Italia. Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni).
Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l'accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l'ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. In Friuli Venezia Giulia si prevede invece una valanga della Lega, con il candidato Massimiliano Fedriga in grado perfino di far saltare il banco al primo turno.
Ma emergono le prime tensioni a livello locale. A Mantova la coordinatrice provinciale di Fi, Anna Lisa Baroni, è stata contestata da un gruppo di militanti vicini all'ex candidato alle regionali, Michele Falcone. Il tema era l'esito delle elezioni del 4 marzo.
L'avanzata leghista è una gran bella notizia per la Lega e pessima per Bruxelles, che sta spingendo nei confronti dell'establishment italiano per impedire un governo con Salvini in posizione preminente (premier o ministro-chiave). Le uscite a favore di Vladimir Putin e critiche alla politica di Washington in Siria hanno irrigidito gli euroburocrati. Il presidente della Repubblica sa tutto e potrebbe inventarsi un incarico di rottura, per esempio a Roberto Fico, che piace al Pd ma è inviso allo stesso Di Maio. Mangiarla al burro o al sugo? Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.
Giorgio Gandola
Mattarella pronto a cogliere il Fico
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salvo clamorosi imprevisti, domani archivierà definitivamente la possibilità di un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che è stato ampiamente esplorato sia nella prima fase delle consultazioni, quelle effettuate direttamente dal capo dello Stato, che con il mandato ad hoc conferito alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Lo scenario di un governo dei «ragazzi», vale a dire Luigi Di Maio e Matteo Salvini, finisce in freezer, salvo essere scongelato se e quando il leader della Lega romperà ufficialmente e formalmente l'alleanza con Forza Italia (sul rapporto con Fratelli d'Italia si attende la decisione che il partito di Giorgia Meloni non ha ancora preso circa il proprio destino all'interno della coalizione), aprendo uno scenario nuovo, e sempre che intanto M5s e Pd non trovino un'intesa.
L'addio di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, per il momento, è una ipotesi giornalistica, probabile quanto si vuole ma mai concretizzata in un documento. Così ora Mattarella può passare alla fase due: verificare le possibili convergenze tra M5s e Pd.
C'è un dettaglio da non trascurare: il presidente della Repubblica può procedere a cuor leggero a una esplorazione che metta da parte il centrodestra, la coalizione che ha vinto le elezioni, senza essere accusato di agire come un «nuovo Giorgio Napolitano». Mattarella ha concesso, sulla carta, al centrodestra tutte le chance immaginabili per mettere in piedi un'alleanza di governo; anche i due giorni di tempi supplementari concessi dal Quirinale a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per trovare una quadra sono trascorsi invano. La ferrea logica quirinalizia, partita dalla esplorazione dell'ipotesi di alleanza di governo con il maggior consenso in Parlamento, ovvero quella tra centrodestra e M5s, procede a scalare: a questo punto, tocca a M5s e Pd, primo e secondo partito. Poi, se anche questo tentativo dovesse andare male, si passerebbe, sempre che il centrodestra si sia a quel punto «formalmente» diviso, a un tentativo che coinvolga primo e terzo partito: M5s e Lega.
Il Colle ha colto, attraverso i suoi stretti collaboratori, i segnali di apertura giunti dal Pd nei confronti del M5s. È il momento quindi, salvo clamorose iniziative dei due «ragazzi», che si proceda in questa direzione.
Domani, quindi, con ogni probabilità, Mattarella convocherà al Quirinale il presidente della Camera, Roberto Fico, e gli conferirà un incarico esplorativo speculare a quello della Casellati. A Fico toccherà verificare la possibilità di un accordo tra M5s e Pd, accordo che, dal punto di vista della politica estera, dopo il «signorsì signore» di Luigi Di Maio a Donald Trump e l'ok all'attacco alla Siria, e con la svolta ultraeuropeista del «capo politico» del M5s, agli occhi di Mattarella appare non solo possibile, ma meno complicato di un'intesa tra M5s e Salvini. Fico, giovedì scorso, mentre la Casellati esplorava le residue speranze di un accordo tra il centrodestra e il M5s, ha ricevuto a Montecitorio l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Armando Varricchio.
Tra il Movimento 5 stelle e Washington il rapporto è strettissimo, e l'incontro tra Fico e Varricchio non è stato certamente casuale: dalle parti del Dipartimento di Stato le notizie sulla politica italiana, mai come ora, vengono monitorate con estrema attenzione.
Mattarella, dunque, concederà a Fico tutto il tempo che l'esplorazione a sinistra richiederà: rispetto al tentativo della Casellati, la strada appare al Colle meno irta di ostacoli insormontabili. Fico non dovrà confrontarsi con diversi partiti, ma solo con due (uno dei quali è il suo), e il Pd, seppure diviso in numerose correnti interne, ha una direzione nazionale in grado di prendere decisioni che impegnano tutti.
Certo, al netto delle influenze esogene di Matteo Renzi. Luigi Di Maio ha sempre ripetuto che per lui Lega e Pd sono la stessa cosa, perché il M5s l'accordo lo stringerà sui programmi, e non è un caso che proprio ieri Giggino da Pomigliano d'Arco abbia fatto sapere che il lavoro del docente universitario Giovanni della Cananea, che sta verificando le compatibilità tra il programma del M5s da un lato e quelli di Lega e Pd dall'altro sia terminato, e che a breve il risultato di questa istruttoria sarò pubblicato.
Da Salvini a Renzi: Luigi Di Maio si prepara a cambiare «Matteo», ma il contratto alla tedesca permette, secondo i governisti a tutti i costi del M5s, di passare dall'uno all'altro con estrema disinvoltura. Della Cananea, del resto, è una figura gradita al Quirinale: allievo di Sabino Cassese, ottime entrature a Washington e Bruxelles, potrebbe essere il «nome terzo» che metta d'accordo M5s e Pd. Immaginare che Renzi, che ha ancora saldamente in pugno il Pd e che influenza in maniera decisiva le mosse del «reggente» Maurizio Martina dia l'ok a Di Maio a Palazzo Chigi è considerata pura fantascienza anche tra i consiglieri del presidente della Repubblica.
Carlo Tarallo
Duri e puri del M5s contro Di Maio. Lui vuole resistere e guarda al Pd

LaPresse
Il M5s vive ore di grandissimo tormento. Luigi Di Maio può contare sul sostegno incondizionato solo di una parte del partito, quella che non vede l'ora di avvitare le stellate terga sulle comode poltrone governative. I movimentisti, gli ortodossi, i seguaci di Roberto Fico e Alessandro Di Battista, però, non sopportano più di doversi sorbire gli insulti dei sempre effervescenti elettori, che iniziano a manifestare chiari segni di insofferenza nei confronti della linea «Di Maio a Palazzo Chigi o niente». Anche tra i parlamentari il clima è incandescente: il «capo politico» è sulla graticola, per la sua testardaggine a non voler accettare nessun altro nome come presidente del Consiglio.
Di Maio, ritenendo probabile un incarico da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Roberto Fico per una esplorazione delle possibilità di intesa tra M5s e Partito democratico, si prepara al salto da Matteo Salvini a Maurizio Martina rispolverando il famigerato «contratto alla tedesca», ovvero l'accordo su un programma dettagliatissimo che convinca gli elettori pentastellati della bontà di un'intesa con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Ovvero, con i principali bersagli della propaganda elettorale grillina.
«Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea», ha detto ieri Di Maio, al salone del mobile di Milano, «che ha pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo. Questo lavoro ha già individuato i punti di contatto tra le forze politiche: tra noi e la Lega e tra noi e il Pd. Al centro ci sono i grandi temi dei diritti sociali, della sicurezza, della disoccupazione. A breve renderemo pubblico questo lavoro istruttorio. Da diverse settimane siamo al lavoro per creare un governo fatto bene», ha aggiunto Di Maio, «il M5s vuole mettere in piedi un governo con al centro i cittadini e una maggioranza di governo in grado di cambiare tutto».
In realtà, se nelle prossime ore Sergio Mattarella affiderà a Roberto Fico l'incarico esplorativo, per Luigi Di Maio sarà notte fonda. Fico, infatti, una volta montato a cavallo, difficilmente verrebbe disarcionato, se l'esplorazione andasse a buon fine e si trovasse l'accordo tra M5s e Pd. Il premier potrebbe essere proprio Fico, ideologicamente schierato a sinistra e acerrimo avversario interno di Di Maio; il presidente della Camera, in ogni caso, avrebbe comunque gioco facile a spalancare a un «nome terzo» le porte di Palazzo Chigi.
«Aspettiamo il presidente della Repubblica», ha detto ieri Di Maio a proposito di Fico, «Roberto Fico è il nostro presidente della Camera, guardiamo a lui come una figura che è stata in grado in questo momento fondamentale di partenza dei lavori parlamentari di essere una figura di garanzia e ha saputo assicurare la sua imparzialità. Aspettiamo Mattarella, ma è chiaro che se mi chiedete di Roberto Fico ho solo cose buona da dirvi». Traduzione: «Fico sta bene dove sta». Questo, almeno, secondo Di Maio, che però continua a sperare in un accordo con Matteo Salvini, ben sapendo che il tramonto dell'ipotesi di governo Lega-M5s sancirebbe il suo addio a ogni speranza di premiership. Di Maio continua, tra l'altro, attraverso dichiarazioni pubbliche a raffica, a invitare Salvini a scaricare Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, mettendo in grande difficoltà il leader del Carroccio: più Di Maio insiste a entrare a gamba tesa sul centrodestra, più costringe Salvini a restare incollato, seppure controvoglia, a Berlusconi e alla Meloni.
«Credo fortemente», ha ripetuto anche ieri Di Maio, «che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo Paese. Possiamo fare cose molto importanti. So bene il momento che sta vivendo Salvini, e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega. Ho auto modo di testare la sua affidabilità», ha aggiunto Di Maio, «quando abbiamo eletto le cariche istituzionali in Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti». Tutto molto bello, ma Fico incombe e Salvini non divorzia da Berlusconi. Dunque, a Di Maio non resta che prepararsi all'ipotesi Pd. «Il Partito democratico», ha sottolineato ieri Di Maio, «ha detto che le distanze con il M5s non sono incolmabili. A me fa piacere. Ho sempre detto che la nostra proposta per firmare un contratto di governo era rivolta a due forze politiche: la Lega e il Pd». Alessandro Di Battista ieri ha parlato di immigrazione, tanto per spargere altro sale sulle ferite dell'asse Di Maio-Salvini: «Non si può pensare», ha affermato Di Battista, «di gestire esclusivamente i flussi, quando si è continuato a fare guerre di invasione, spesso mascherate, che hanno poi causato danni incredibili, come in Libia. Per quanto concerne l'accoglienza», ha aggiunto Di Battista, «secondo noi quelli che hanno diritto ad essere accolti devono essere accolti, ma suddivisi equamente tra tutti i Paesi europei».
Carlo Tarallo
I dem si nascondono dietro al Colle ma Sala apre al M5s: «Dialoghiamo»
Tutti appesi alla decisioni del presidente della Repubblica e alle scelte di Matteo Renzi. Nel Pd sono giorni di riflessioni e attesa. Il dilemma è sempre il solito: il dogma renziano dell'opposizione a tutti e tutto è ancora valido?
Il segretario reggente, Maurizio Martina, lascia intendere che ogni decisione sarà presa dopo aver valutato le conclusioni cui giungerà il Colle: «Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedì. Noi vogliamo essere assolutamente rispettosi di questo passaggio che il presidente sta facendo». Se non è una vera e propria apertura, sicuramente non è un «no» a priori simile a quelli pronunciati nelle scorse settimane da altri big del partito. Martina, infatti, lascia aperto uno spiraglio a un'eventuale collaborazione con i pentastellati. Non senza risparmiare qualche accento polemico. Ieri il nuovo affondo: «Quello che abbiamo visto fino a qui da parte dei cosiddetti vincitori è sinceramente uno spettacolo sbagliato. Siamo al quarantottesimo giorno di stallo, di polemiche, veti e controveti. Diciamo che siamo passati da “prima gli italiani" a “prima i fatti loro" e questo è inaccettabile per un Paese che ha bisogno di certezze».
Tra i dem, in ogni caso, le distanze sono importanti. C'è chi vede come fumo negli occhi un'intesa con il M5s. Andrea Orlando, ministro della Giustizia e tra i principali rappresentanti della minoranza, è tranchant: «Mi sembra che oggi il Movimento 5 stelle stia alacremente lavorando per costruire un asse con la destra, ed è una cosa sulla quale è giusto che anche i molti elettori di centrosinistra che hanno votato per i 5 stelle riflettano. I loro voti, dati spesso anche come elemento di critica al centrosinistra e al Pd, oggi saranno utilizzati per costruire un rapporto con Matteo Salvini». Per Orlando, dunque, all'orizzonte c'è la saldatura tra Lega e M5s.
È caustico il post che il renziano capogruppo al Senato Andrea Marcucci dedica a Luigi Di Maio e, indirettamente, a qualsiasi ipotesi di apertura: «Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l'appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon dei Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Davide Casaleggio per accontentare Di Maio?».
Non è d'accordo su questa linea Giuseppe Sala, sindaco di Milano: «Auspico assolutamente il dialogo tra Pd e M5s, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna pure intendersi». «Su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro welfare solidale è chiaro che il modello giusto sia il nostro, però bisogna parlare con tutti», insiste il sindaco. La sensazione è che lo stallo non sia destinato a durare molto. Di fronte a una «chiamata» di Mattarella, Renzi potrebbe chiedere alle truppe parlamentari infarcite di suoi fedelissimi a compiere una giravolta. L'ennesima in questi ultimi mesi.
Antonio Ricchio
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Il leader azzurro prova a rassicurare il Carroccio dopo l'uscita aperturista sui dem: «Ho solo detto di prendere i voti in Parlamento». Fattore «stallo» sempre più cruciale per i sondaggi: Forza Italia perde un punto.Senza una rottura formale tra i due alleati di centrodestra, il Colle è orientato a dare l'incarico esplorativo a Roberto Fico. Obiettivo: sondare l'intesa tra Movimento 5 stelle e Partito democratico.Luigi Di Maio vuole Palazzo Chigi a ogni costo, ma la base sta con il presidente della Camera e Alessandro Di Battista: cambiamo uomo e andiamo al governo. Luigi vuole il leader lumbard («Con lui si può fare un buon lavoro»), ma lancia l'amo pure alla sinistra.Il segretario reggente dem Maurizio Martina si mostra cauto in attesa delle decisioni di Matteo Renzi, mentre il sindaco di Milano Beppe Sala apre ai 5 stelle. Lo speciale contiene quattro articoli.«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». 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Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni). Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l'accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l'ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. 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Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-pronto-a-cogliere-il-fico" data-post-id="2562084654" data-published-at="1774930325" data-use-pagination="False"> Mattarella pronto a cogliere il Fico Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salvo clamorosi imprevisti, domani archivierà definitivamente la possibilità di un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che è stato ampiamente esplorato sia nella prima fase delle consultazioni, quelle effettuate direttamente dal capo dello Stato, che con il mandato ad hoc conferito alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Lo scenario di un governo dei «ragazzi», vale a dire Luigi Di Maio e Matteo Salvini, finisce in freezer, salvo essere scongelato se e quando il leader della Lega romperà ufficialmente e formalmente l'alleanza con Forza Italia (sul rapporto con Fratelli d'Italia si attende la decisione che il partito di Giorgia Meloni non ha ancora preso circa il proprio destino all'interno della coalizione), aprendo uno scenario nuovo, e sempre che intanto M5s e Pd non trovino un'intesa. L'addio di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, per il momento, è una ipotesi giornalistica, probabile quanto si vuole ma mai concretizzata in un documento. Così ora Mattarella può passare alla fase due: verificare le possibili convergenze tra M5s e Pd. C'è un dettaglio da non trascurare: il presidente della Repubblica può procedere a cuor leggero a una esplorazione che metta da parte il centrodestra, la coalizione che ha vinto le elezioni, senza essere accusato di agire come un «nuovo Giorgio Napolitano». Mattarella ha concesso, sulla carta, al centrodestra tutte le chance immaginabili per mettere in piedi un'alleanza di governo; anche i due giorni di tempi supplementari concessi dal Quirinale a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per trovare una quadra sono trascorsi invano. La ferrea logica quirinalizia, partita dalla esplorazione dell'ipotesi di alleanza di governo con il maggior consenso in Parlamento, ovvero quella tra centrodestra e M5s, procede a scalare: a questo punto, tocca a M5s e Pd, primo e secondo partito. Poi, se anche questo tentativo dovesse andare male, si passerebbe, sempre che il centrodestra si sia a quel punto «formalmente» diviso, a un tentativo che coinvolga primo e terzo partito: M5s e Lega. Il Colle ha colto, attraverso i suoi stretti collaboratori, i segnali di apertura giunti dal Pd nei confronti del M5s. È il momento quindi, salvo clamorose iniziative dei due «ragazzi», che si proceda in questa direzione. Domani, quindi, con ogni probabilità, Mattarella convocherà al Quirinale il presidente della Camera, Roberto Fico, e gli conferirà un incarico esplorativo speculare a quello della Casellati. A Fico toccherà verificare la possibilità di un accordo tra M5s e Pd, accordo che, dal punto di vista della politica estera, dopo il «signorsì signore» di Luigi Di Maio a Donald Trump e l'ok all'attacco alla Siria, e con la svolta ultraeuropeista del «capo politico» del M5s, agli occhi di Mattarella appare non solo possibile, ma meno complicato di un'intesa tra M5s e Salvini. Fico, giovedì scorso, mentre la Casellati esplorava le residue speranze di un accordo tra il centrodestra e il M5s, ha ricevuto a Montecitorio l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Armando Varricchio. Tra il Movimento 5 stelle e Washington il rapporto è strettissimo, e l'incontro tra Fico e Varricchio non è stato certamente casuale: dalle parti del Dipartimento di Stato le notizie sulla politica italiana, mai come ora, vengono monitorate con estrema attenzione. Mattarella, dunque, concederà a Fico tutto il tempo che l'esplorazione a sinistra richiederà: rispetto al tentativo della Casellati, la strada appare al Colle meno irta di ostacoli insormontabili. Fico non dovrà confrontarsi con diversi partiti, ma solo con due (uno dei quali è il suo), e il Pd, seppure diviso in numerose correnti interne, ha una direzione nazionale in grado di prendere decisioni che impegnano tutti. Certo, al netto delle influenze esogene di Matteo Renzi. Luigi Di Maio ha sempre ripetuto che per lui Lega e Pd sono la stessa cosa, perché il M5s l'accordo lo stringerà sui programmi, e non è un caso che proprio ieri Giggino da Pomigliano d'Arco abbia fatto sapere che il lavoro del docente universitario Giovanni della Cananea, che sta verificando le compatibilità tra il programma del M5s da un lato e quelli di Lega e Pd dall'altro sia terminato, e che a breve il risultato di questa istruttoria sarò pubblicato. Da Salvini a Renzi: Luigi Di Maio si prepara a cambiare «Matteo», ma il contratto alla tedesca permette, secondo i governisti a tutti i costi del M5s, di passare dall'uno all'altro con estrema disinvoltura. Della Cananea, del resto, è una figura gradita al Quirinale: allievo di Sabino Cassese, ottime entrature a Washington e Bruxelles, potrebbe essere il «nome terzo» che metta d'accordo M5s e Pd. Immaginare che Renzi, che ha ancora saldamente in pugno il Pd e che influenza in maniera decisiva le mosse del «reggente» Maurizio Martina dia l'ok a Di Maio a Palazzo Chigi è considerata pura fantascienza anche tra i consiglieri del presidente della Repubblica. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="duri-e-puri-del-m5s-contro-di-maio-lui-vuole-resistere-e-guarda-al-pd" data-post-id="2562084654" data-published-at="1774930325" data-use-pagination="False"> Duri e puri del M5s contro Di Maio. Lui vuole resistere e guarda al Pd LaPresse Il M5s vive ore di grandissimo tormento. Luigi Di Maio può contare sul sostegno incondizionato solo di una parte del partito, quella che non vede l'ora di avvitare le stellate terga sulle comode poltrone governative. I movimentisti, gli ortodossi, i seguaci di Roberto Fico e Alessandro Di Battista, però, non sopportano più di doversi sorbire gli insulti dei sempre effervescenti elettori, che iniziano a manifestare chiari segni di insofferenza nei confronti della linea «Di Maio a Palazzo Chigi o niente». Anche tra i parlamentari il clima è incandescente: il «capo politico» è sulla graticola, per la sua testardaggine a non voler accettare nessun altro nome come presidente del Consiglio. Di Maio, ritenendo probabile un incarico da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Roberto Fico per una esplorazione delle possibilità di intesa tra M5s e Partito democratico, si prepara al salto da Matteo Salvini a Maurizio Martina rispolverando il famigerato «contratto alla tedesca», ovvero l'accordo su un programma dettagliatissimo che convinca gli elettori pentastellati della bontà di un'intesa con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Ovvero, con i principali bersagli della propaganda elettorale grillina. «Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea», ha detto ieri Di Maio, al salone del mobile di Milano, «che ha pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo. Questo lavoro ha già individuato i punti di contatto tra le forze politiche: tra noi e la Lega e tra noi e il Pd. Al centro ci sono i grandi temi dei diritti sociali, della sicurezza, della disoccupazione. A breve renderemo pubblico questo lavoro istruttorio. Da diverse settimane siamo al lavoro per creare un governo fatto bene», ha aggiunto Di Maio, «il M5s vuole mettere in piedi un governo con al centro i cittadini e una maggioranza di governo in grado di cambiare tutto». In realtà, se nelle prossime ore Sergio Mattarella affiderà a Roberto Fico l'incarico esplorativo, per Luigi Di Maio sarà notte fonda. Fico, infatti, una volta montato a cavallo, difficilmente verrebbe disarcionato, se l'esplorazione andasse a buon fine e si trovasse l'accordo tra M5s e Pd. Il premier potrebbe essere proprio Fico, ideologicamente schierato a sinistra e acerrimo avversario interno di Di Maio; il presidente della Camera, in ogni caso, avrebbe comunque gioco facile a spalancare a un «nome terzo» le porte di Palazzo Chigi. «Aspettiamo il presidente della Repubblica», ha detto ieri Di Maio a proposito di Fico, «Roberto Fico è il nostro presidente della Camera, guardiamo a lui come una figura che è stata in grado in questo momento fondamentale di partenza dei lavori parlamentari di essere una figura di garanzia e ha saputo assicurare la sua imparzialità. Aspettiamo Mattarella, ma è chiaro che se mi chiedete di Roberto Fico ho solo cose buona da dirvi». Traduzione: «Fico sta bene dove sta». Questo, almeno, secondo Di Maio, che però continua a sperare in un accordo con Matteo Salvini, ben sapendo che il tramonto dell'ipotesi di governo Lega-M5s sancirebbe il suo addio a ogni speranza di premiership. Di Maio continua, tra l'altro, attraverso dichiarazioni pubbliche a raffica, a invitare Salvini a scaricare Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, mettendo in grande difficoltà il leader del Carroccio: più Di Maio insiste a entrare a gamba tesa sul centrodestra, più costringe Salvini a restare incollato, seppure controvoglia, a Berlusconi e alla Meloni. «Credo fortemente», ha ripetuto anche ieri Di Maio, «che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo Paese. Possiamo fare cose molto importanti. So bene il momento che sta vivendo Salvini, e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega. Ho auto modo di testare la sua affidabilità», ha aggiunto Di Maio, «quando abbiamo eletto le cariche istituzionali in Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti». Tutto molto bello, ma Fico incombe e Salvini non divorzia da Berlusconi. Dunque, a Di Maio non resta che prepararsi all'ipotesi Pd. «Il Partito democratico», ha sottolineato ieri Di Maio, «ha detto che le distanze con il M5s non sono incolmabili. A me fa piacere. Ho sempre detto che la nostra proposta per firmare un contratto di governo era rivolta a due forze politiche: la Lega e il Pd». Alessandro Di Battista ieri ha parlato di immigrazione, tanto per spargere altro sale sulle ferite dell'asse Di Maio-Salvini: «Non si può pensare», ha affermato Di Battista, «di gestire esclusivamente i flussi, quando si è continuato a fare guerre di invasione, spesso mascherate, che hanno poi causato danni incredibili, come in Libia. Per quanto concerne l'accoglienza», ha aggiunto Di Battista, «secondo noi quelli che hanno diritto ad essere accolti devono essere accolti, ma suddivisi equamente tra tutti i Paesi europei». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-dem-si-nascondono-dietro-al-colle-ma-sala-apre-al-m5s-dialoghiamo" data-post-id="2562084654" data-published-at="1774930325" data-use-pagination="False"> I dem si nascondono dietro al Colle ma Sala apre al M5s: «Dialoghiamo» Tutti appesi alla decisioni del presidente della Repubblica e alle scelte di Matteo Renzi. Nel Pd sono giorni di riflessioni e attesa. Il dilemma è sempre il solito: il dogma renziano dell'opposizione a tutti e tutto è ancora valido? Il segretario reggente, Maurizio Martina, lascia intendere che ogni decisione sarà presa dopo aver valutato le conclusioni cui giungerà il Colle: «Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedì. Noi vogliamo essere assolutamente rispettosi di questo passaggio che il presidente sta facendo». Se non è una vera e propria apertura, sicuramente non è un «no» a priori simile a quelli pronunciati nelle scorse settimane da altri big del partito. Martina, infatti, lascia aperto uno spiraglio a un'eventuale collaborazione con i pentastellati. Non senza risparmiare qualche accento polemico. Ieri il nuovo affondo: «Quello che abbiamo visto fino a qui da parte dei cosiddetti vincitori è sinceramente uno spettacolo sbagliato. Siamo al quarantottesimo giorno di stallo, di polemiche, veti e controveti. Diciamo che siamo passati da “prima gli italiani" a “prima i fatti loro" e questo è inaccettabile per un Paese che ha bisogno di certezze». Tra i dem, in ogni caso, le distanze sono importanti. C'è chi vede come fumo negli occhi un'intesa con il M5s. Andrea Orlando, ministro della Giustizia e tra i principali rappresentanti della minoranza, è tranchant: «Mi sembra che oggi il Movimento 5 stelle stia alacremente lavorando per costruire un asse con la destra, ed è una cosa sulla quale è giusto che anche i molti elettori di centrosinistra che hanno votato per i 5 stelle riflettano. I loro voti, dati spesso anche come elemento di critica al centrosinistra e al Pd, oggi saranno utilizzati per costruire un rapporto con Matteo Salvini». Per Orlando, dunque, all'orizzonte c'è la saldatura tra Lega e M5s. È caustico il post che il renziano capogruppo al Senato Andrea Marcucci dedica a Luigi Di Maio e, indirettamente, a qualsiasi ipotesi di apertura: «Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l'appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon dei Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Davide Casaleggio per accontentare Di Maio?». Non è d'accordo su questa linea Giuseppe Sala, sindaco di Milano: «Auspico assolutamente il dialogo tra Pd e M5s, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna pure intendersi». «Su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro welfare solidale è chiaro che il modello giusto sia il nostro, però bisogna parlare con tutti», insiste il sindaco. La sensazione è che lo stallo non sia destinato a durare molto. Di fronte a una «chiamata» di Mattarella, Renzi potrebbe chiedere alle truppe parlamentari infarcite di suoi fedelissimi a compiere una giravolta. L'ennesima in questi ultimi mesi. Antonio Ricchio
Renato Guttuso. Stretto di Messina Scilla, 1949
Una mostra che definirei «essenziale » e sintetica, sia per l’allestimento minimale che per le opere esposte, ma che nella sua semplicità rende bene l’idea di quella che è stata la parabola artistica di Renato Guttuso (1911-1987), politico, intellettuale e tra i più importanti pittori neorealisti italiani del XX secolo.
Siciliano di Bagheria, una passione per l’arte trasmessagli sin dall’infanzia dal padre Gioacchino, agrimensore e acquarellista, già dalla prima adolescenza Renato Guttuso comincia a distinguersi per alcune sue opere, paesaggi soprattutto, rilievi montuosi e scorci della sua Sicilia e di Bagheria, quelle origini che porterà sempre nel cuore e che saranno fonte di ispirazione durante tutta la sua carriera. Artista impegnato politicamente, amico di Sciascia e Pasolini, antifascista convinto e fedele al PCI sino alla morte (nel 1940 aderì al Partito Comunista d’Italia clandestino e nel 1976 fu eletto senatore nel collegio di Sciacca ), l’arte di Guttuso è il riflesso della sua coscienza politica, che con quel suo straordinario Neorealismo fatto di tratti decisi e colori accesi (i suoi potenti rossi innanzitutto, ma anche il giallo sole, il verde brillante, il blu intenso...), da voce al dolore, alla fatica, alle ingiustizie sociali , all’emarginazione di contadini e operai. E se uno dei suoi più noti capolavori, I funerali di Togliatti (1976), è forse l’espressione più evidente del suo credo politico, una sorta di manifesto del «realismo comunista», nell’ altrettanto famosa Vucciria (1974) come nell’ Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949), passando per il Raccoglitore di olive (opera esposta nella mostra di Sarzana)e Contadini al lavoro (1951), emerge a tutto tondo non solo il legame viscerale per la sua terra natia, ma anche tutto il suo interesse, profondo e genuino, per quel mondo oppresso, sfruttato e bistrattato, fatto di proletari , sottoproletari e poveri agricoltori. Ma se impegno politico e sociale sono tematiche costanti nell’arte del Maestro siciliano, altrettanto ricorrenti sono l’eros, il paesaggio, le nature morte e il ritratto, la sua esperienza personale che si unisce alla dimensione collettiva, arte e vita che si fondono in un unico, indissolubile gesto. Per Guttuso dipingere era un modo per prendere posizione, per dialogare con la storia e la politica non in modo astratto, ma concretamente e con partecipata sofferenza. Esponente di punta del gruppo di Corrente, costituitosi a Milano nel 1938 in contrapposizione alla cultura e al linguaggio retorico del regime fascista, Guttuso, al pari di Vedova, Sassu, Morlotti, Birolli e Treccani (quest’ultimo fondatore del gruppo), guardava all’Ottocento francese, alle Avanguardie internazionali e a quegli artisti così eccezionali da sfuggire ad ogni tentativo di «classificazione»: Van Gogh, ma soprattutto Picasso ,la cui influenza cubista emerge chiaramente in molte delle sue opere. Nella Marsigliese contadina (1947) per esempio, ma anche nello Stretto di Messina (1949), una delle tele in mostra a Sarzana.
La Mostra
Ospitata negli spazi rinascimentali della Fortezza Firmafede , come ha ben sottolineato il curatore, Lorenzo Canova «…La mostra attraversa quarant’anni della ricerca di Guttuso, dall’impegno politico e civile al paesaggio, dalla natura morta all’eros, mettendo in dialogo opere emblematiche come Figure sedute, Stretto di Messina: Scilla, I Falsari, Donna al telefono, fino a Donne nello studio di Velate. Un percorso che restituisce tutta la coerenza, la forza e l’attualità di un artista che ha sempre vissuto la pittura come un atto vitale e necessario». Certo, è innegabile che il visitatore possa «sentire la mancanza» di qualche opera iconica (per esempio le già citate Vucceria e I funerali di Togliatti), ma il percorso espositivo offre comunque l’opportunità di seguire tutta la parabola artistica del Maestro , ben equilibrandosi fra dipinti, disegni e opere grafiche, partendo dalle influenze cubiste e postcubiste picassiane degli anni ‘40 fino ad arrivare alle tele dedicate alla natura, al paesaggio, agli oggetti quotidiani e, naturalmente all’eros, altro elemento ( o forse è meglio dire energia) che attraversa tutta l’opera di Guttuso. La sua rappresentazione dell’eros è potente e sensuale, fatta di corpi femminili che attraggono e inquietano, luoghi di desiderio e di tensione emotiva, di immaginato e di reale. Che siano contadine o donne sensuali, reduci dai campi o da una notte d’amore, le donne di Guttuso sono personaggi più che persone fisiche, donne indagate e rappresentate in tutte le forme artistiche, pittoriche e grafiche, ma mai volgari, nemmeno quando si mostrano in una potente, spregiudicata nudità. Disegnatore «seriale» (è risaputo che Guttuso disegnasse sempre e ovunque) , parte della mostra accoglie anche un ciclo di interessanti disegni (bellissimi Emigranti e l’allucinata visione infernale dei Falsari ) e una piccola sezione dedicata alla grafica, che con tratti e segni raffinati, spesso arricchiti da un'intensa componente cromatica, rappresenta e unisce natura, figure femminili, politica e impegno civile. In pratica, tutto Guttuso…
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La scuola di Trescore dove è avvenuta l'aggressione. Nel riquadro, Chiara Mocchi (Ansa)
«Dettata con voce flebile» dalla professoressa di 57 anni, accoltellata mercoledì scorso al collo e al torace da un tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca. Le condizioni di Mocchi sono migliorate, ieri pomeriggio ha potuto lasciare l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove era ricoverata e tornare a casa, a Berzo San Fermo.
Mentre era ancora in reparto, ha messo insieme altri particolari dell’aggressione. Scrive della sua «potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio». L’insegnante vuole ringraziare i soccorritori, tra questi l’adolescente che ha sentito la sua prof urlare e non ha esitato a intervenire. Mentre Mocchi tentava di difendersi e cadeva a terra, l’alunno di terza media ha affrontato il compagno armato di coltello prendendolo a calci e facendolo scappare. «È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita», ha dichiarato l’avvocato Murtas.
C’è un tredicenne che non sembra smettere di odiare, non dimostra alcun pentimento durante gli interrogatori, anzi ribadisce che la sua volontà era di uccidere l’insegnante di francese perché si considera «vittima di ingiustizie da parte sua»; è c’è uno studente che non si fa frenare dalla giovanissima età per arginare un atto di violenza estrema.
Non è scappato a nascondersi, anche se nessuno l’avrebbe biasimato: ogni allievo poteva essere vittima di altri fendenti in quegli attimi di terrore. «E» non ha dato retta alla paura che certamente l’avrà assalito, ma non bloccato. Si è buttato in difesa della donna che ha visto colpire più volte e crollare a terra. Il giovane, poco più di un bambino, era a mani nude ma le gambe sono scattate e ha preso a calci quel coetaneo impazzito. Con l’adrenalina a mille, ha reagito allo spavento sferrando colpi con i piedi riuscendo a fermare l’accanimento sull’insegnante e a far scappare l’accoltellatore.
Immaginarlo, mentre così giovane reagisce temerario e coraggioso, fa un gran bene. Perché significa che non c’è solo indifferenza, rassegnazione al male, alla violenza o, peggio, voglia di commetterla come testimonia la volontà di trasmettere in diretta su Telegram un omicidio che risultava programmato con dovizia di particolari.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dopo aver fatto visita a Mocchi nella giornata di domenica, ha chiamato la preside dell’istituto per invitare il ragazzo e la sua classe al ministero per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio. L’insegnante aveva rischiato di non raggiungere viva l’ospedale. «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”», scrive nella seconda lettera. Durante il volo dell’eliambulanza, la trasfusione di sangue ha scongiurato l’esito letale. Ricorda: «Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
L’insegnante nomina tutti i componenti dell’equipaggio Blood on Board che definisce «professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». Un pensiero speciale, commosso, lo rivolge al suo legale: «Penso - e non è un sogno - che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita».
L’insegnante si augura che il lettore «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore», se ancora non l’ha fatto e conclude con un pensiero al padre che «fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”».
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Si chiama Fomo e sembra il nome di un locale all’ultima moda, invece è quello di una patologia psicologica. Il termine «fomo», infatti, in realtà è l’acronimo di Fear Of Missing Out, che significa paura di essere esclusi. Da che cosa? Non - intendiamoci - letteralmente dalla società tutta, quanto dalla socialità. E da quella esercitata da chi ci è più vicino. La paura, quindi, riguarda qualunque piccolo o grande gruppo sociale: la paura di essere esclusi dall’invito alla cena di Capodanno dei familiari oppure al matrimonio del cugino, il gruppo sociale in questo caso è familiare; la paura di essere esclusi dall’invito a pausa pranzo dal gruppo di cui si fa parte in ufficio; esclusi dall’invito del condominio alla festicciola per gli auguri di Natale. Di qualunque gruppo si faccia parte, la Fomo è il timore che il gruppo ci escluda e che, a causa di quell’esclusione, si perdano opportunità, eventi, esperienze piacevoli e il senso di appartenenza al gruppo stesso. La Fomo è, quindi, direttamente collegata al bisogno evolutivo di connessione sociale.
Si potrebbe pensare che essa nasca con i social network, in realtà la Fomo esiste da ben prima che i social network diventassero i fili che manovrano molte persone come burattini da mane a sera e da sera a mane. Facebook, per esempio, è arrivato in Italia in lingua italiana nel 2008, ma in un primo momento usufruivano dei social network soltanto coloro che in qualche modo erano fortemente digitali. Chi, per esempio, aveva un personal computer a casa o in ufficio (se l’ufficio permetteva di connettersi ad Internet anche per cose personali). Gli «scrivoni internettiani» prima dei social network avevano i propri blog oppure partecipavano coi commenti a blog altrui. Chi scrive aveva il proprio blog (e il proprio sito Internet personale), che smise di aggiornare quando si iscrisse a Facebook e Twitter oggi X. In quel primo decennio del secondo millennio, Internet non era ancora una rete capillare come oggi, si trattava di una rete per pochi smanettoni, una rete con pochi nodi: chi non aveva molto da dire, chi non avrebbe potuto riempire giornalmente un blog non aveva alcun interesse a porsi sui social network. Dopo qualche anno dalla sua nascita, avvenuta nel 2007, per la precisione con la diffusione delle antenne 3G, divenne diffusissimo lo smartphone Apple. Era almeno un quinquennio dopo il 2007 quando tutti, veramente tutti, iniziarono a possedere uno smartphone sempre connesso e ad iscriversi in massa ai social network. Se i primi modelli di iPhone Apple e prima ancora dell’iPhone Apple il pioniere dello smartphone, il Blackberry, che permetteva le notifiche push delle e-mail, erano stati appannaggio di chi doveva essere sempre connesso per lavoro, quindi liberi professionisti, politici, Vip, quadri e impiegati in settori tecnologici, con la massiccia diffusione dell’iPhone e contemporaneamente delle antenne 3G tutto il mondo si è riversato sui social network, anche se non aveva davvero niente di interessante da dire (se ricordate, in un primo momento nemmeno i politici erano sui social network. Solo poi hanno capito la potenzialità comunicativa barra propagandistica della rete, anche osservando cosa era riuscito a fare Beppe Grillo, negli anni addietro, col suo blog, cioè che movimento era riuscito a creare, divenuto poi voti in sede elettorale). Insomma, tutto il mondo si è riversato sui social network, in una sorta di Fomo collettiva di non appartenere alla rete. Tutto il mondo, infatti, ci si è riversato per essere connesso, quindi parte di un gruppo sociale, che fosse quello della famiglia, dell’ufficio, della squadra di calcetto, degli ex compagni di scuola. Giusto, bene. Ma questo, determinando la possibilità di avere sempre davanti agli occhi la vita degli altri, ha trasformato la Fomo da semplice paura che si poteva vivere una tantum, in una vita non connessa tramite la rete Internet, a paura continua. Oggi si definisce Fomo l’ansia che nasce dal timore di perdere esperienze gratificanti vissute da altri, spesso amplificata dall’uso dei social network. Ragioniamoci. Prima dei social network, per sapere chi era stato invitato, mentre noi no, al matrimonio del cugino di secondo grado a Gradoli, per dire, bisognava agire in qualunque modo per saperlo. E nemmeno era facile riuscirci. Coi social network, la vita degli altri con cui siamo connessi è continuamente rappresentata sotto i nostri occhi, basta entrare nella app sullo smartphone a seguito, innanzitutto, delle notifiche. Ma quando la dipendenza è instaurata, nemmeno si aspettano le notifiche. Si entra e si va a guardare. Quindi la Fomo digitale è sì collegata ad atavici e normali bisogni psicologici di appartenenza e connessione sociale insoddisfatti come era la Fomo prima dell’avvento dei social network, ma dopo questo avvento è divenuta un’ansia più diffusa e più pericolosa, causata dagli stessi social network che inducono le persone a controllare frequentemente aggiornamenti e interazioni online e così possono trovarsi a sapere che, per dire, alcuni colleghi di ufficio sono andati a fare l’aperitivo, ma non li hanno invitati, l’amico che aveva detto a Ruggero che sarebbe andato a dormire in realtà è andato a ballare con Mattia e Matteo e Ruggero, poverino, si sente tradito, a causa della menzogna di colui che credeva amico, e abbandonato e così via. Considerato che già il meraviglioso viaggio della vita offre comunque una serie di difficoltà, potevamo sicuramente fare a meno delle novelle difficoltà procurate dalla rete… Ma ci siamo dentro e allora conviene conoscerle per restarne lontani. I social network, se ci pensiamo, sono quei luoghi in cui la possibilità della visione delle vite altrui non ha pari. Ci fanno assaporare l’onniscienza divina, ma allo stesso tempo se non sappiamo fregarcene ci possono far dannare come se fossimo all’inferno, non nel paradiso, che è il luogo in cui risiede Dio. Fino a prima dei social network si poteva osservare fisicamente la propria realtà fisica: ora, grazie alla rete, si può osservare da remoto la rappresentazione elettronica della vita di chiunque ed essere connesso con chiunque, soffrendo se si è esclusi. I paragoni che possono ingenerare sofferenza tramite l’osservazione sui social network sono molti, ma di solito chi è saggio ne sta al riparo. Purtroppo, non tutti sono o sanno divenire saggi, tutelare la propria serenità ed alimentare correttamente la propria autostima.
Stare al riparo dai tanti problemi causati dai social network e, nello specifico, dalla Fomo, insomma, per tanti è difficile. Innanzitutto per i giovani che sono nati e crescono in un ambiente già sempre connesso e sempre digitale e quindi si trovano dentro una vita già completamente pregna di connettività praticamente obbligata. Il giovane non deve scegliere se essere connesso, la connessione è normale, ovvia, da molti coetanei si sarebbe considerati degli spostati rifiutandola in tutto o in parte. Ma non è semplice nemmeno per gli adulti. A ulteriore testimonianza del fatto che la Fomo odierna digitale è direttamente indotta dalla stessa digitalità social, spesso esordisce in maniera apparentemente blanda, per poi vivere un crescendo dei sintomi. Quali sono? L’esordio è caratterizzato dal controllo continuo dei social network, l’incapacità di trattenersi dal leggere le notifiche delle attività condivise dagli altri o, addirittura, andare a cercare direttamente le novità delle vite altrui, poi la necessità di condividere ogni propria attività per apparire interessanti. Faccio, dunque sono. Faccio anch’io, dunque valgo anche io. Quando la verità è che si è e si vale a prescindere dal fare e dal mostrarlo sui social network. Si soffre di Fomo digitale se si presentano questi due precisi elementi: sintomi di ansia, angoscia e depressione all’idea che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli a cui il soggetto con Fomo non partecipa e poi aumento del controllo degli altri tramite i social network proprio per vedere cosa stanno facendo, stando ulteriormente male (altra ansia, altra angoscia, altra depressione) se si vede che stanno facendo cose che il soggetto con Fomo trova migliori di quelle che sta facendo lui.
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Il "consiglio non richiesto" suona come un ultimo avviso ai naviganti. Il centrodestra rischia di scivolare nel più classico degli errori: chiudersi nei vertici, perdersi nei "rimpastini" e farsi distrarre dai salotti televisivi, mentre il Paese reale chiede risposte.