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2018-04-22
Berlusconi ci mette qualche pezza: «Mai detto di governare con il Pd»
ANSA
«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». La pancia della Lega evoca una metafora culinaria per fotografare la dialettica nel centrodestra nell'ultimo weekend di ricreazione concesso da Sergio Mattarella e commentare l'ennesima manovra di riavvicinamento alle posizioni care a Matteo Salvini.
Così ieri Silvio Berlusconi a Campobasso ha provato a rimettere l'alleanza al centro del villaggio: «Lo stato di salute del centrodestra? Tutto bene. Ho parlato con Giancarlo Giorgetti e siamo sempre assolutamente convinti che dobbiamo fare un governo: il centrodestra è unito e Salvini è la persona che deve esprimere il leader». Poi ha rassicurato i leghisti escludendo di avere un filo diretto con il Pd. «Non ho mai detto di voler fare un governo coi voti del Pd. Non c'è nessun contatto in atto con il Pd. Ho solo detto che avremmo dovuto presentarci in Parlamento con il nostro programma e raccogliere i voti di tutti coloro che non ritenessero cosa buona per l'Italia e per loro andare a nuove elezioni».
Il riposizionamento di Berlusconi, considerato molto positivo dalla Lega, è anche determinato dall'effetto dei numeri, che sempre sono tenuti in gran conto dal leader di Forza Italia. Dopo un mese di tira-e-molla, di appoggio esterno nei giorni dispari e di strizzatine d'occhio ai dem, ha notato che il consenso degli italiani sta calando (-1% nei sondaggi per il partito rispetto al 14% di partenza). Chi litiga è bocciato: così sintetizza Nando Pagnoncelli nell'ultima rilevazione Ipsos, accomunando al Cavaliere anche Luigi Di Maio, che con la sua muraglia cinese di veti ha perso cinque punti di gradimento (da 49 al 43) a vantaggio di Salvini, premiato per il ruolo di tessitore (da 43 a 44). Ma il numero uno del Carroccio non si gode il risultato. Guarda avanti e vede nuvole nere: la sabbia nella clessidra si sta esaurendo. Così ha detto ai suoi nell'ultima riunione al vertice: «Gli italiani hanno premiato alle elezioni noi e i 5 stelle perché rappresentiamo la novità e la diversità dagli altri, ma ancora una settimana di questa solfa e ci metteranno tutti nello stesso mazzo. Entreremo nella banda di quelli che non fanno».
Un'accelerazione nel formare il governo, a costo di andare in Parlamento a cercare i voti di chi si riconosce nel programma di centrodestra, è anche l'auspicio che arriva dal summit di Trieste, dove due governatori pesanti come Giovanni Toti (Liguria) e Luca Zaia (Veneto) dicono cose che si somigliano. Toti: «Al di là della giornata tesa di ieri credo che i veti li abbiano sempre posti i 5 stelle; non sono mai arrivati dal centrodestra, che è disponibile a dialogare apertamente. Mi auguro che per una volta vogliano scendere dalla torre in cui si sono chiusi e vogliano confrontarsi con i reali problemi del Paese». Zaia: «Salvini e la Lega hanno dimostrato una condotta ineccepibile. Non ci siamo prestati a polemiche, non ci siamo prestati a provocazioni perché noi abbiamo un solo obiettivo: rispettare i patti con i cittadini e fare in modo che si metta in piedi un governo che vada realmente a governare». Sulle possibili elezioni in fondo al turbolento orizzonte il leghista è lapidario: «Non incontro in giro gente che abbia voglia di andare a votare. Quindi si faccia un governo e lo si faccia rispettoso del risultato delle urne».
Sull'ipotesi voto anticipato sta calando il deterrente supremo: il primo cedolino dello stipendio in arrivo il 27 aprile a tutti i parlamentari. «Siamo umani e andare in Parlamento è come vincere al Superenalotto», sibila un vecchio deputato di Forza Italia. Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni).
Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l'accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l'ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. In Friuli Venezia Giulia si prevede invece una valanga della Lega, con il candidato Massimiliano Fedriga in grado perfino di far saltare il banco al primo turno.
Ma emergono le prime tensioni a livello locale. A Mantova la coordinatrice provinciale di Fi, Anna Lisa Baroni, è stata contestata da un gruppo di militanti vicini all'ex candidato alle regionali, Michele Falcone. Il tema era l'esito delle elezioni del 4 marzo.
L'avanzata leghista è una gran bella notizia per la Lega e pessima per Bruxelles, che sta spingendo nei confronti dell'establishment italiano per impedire un governo con Salvini in posizione preminente (premier o ministro-chiave). Le uscite a favore di Vladimir Putin e critiche alla politica di Washington in Siria hanno irrigidito gli euroburocrati. Il presidente della Repubblica sa tutto e potrebbe inventarsi un incarico di rottura, per esempio a Roberto Fico, che piace al Pd ma è inviso allo stesso Di Maio. Mangiarla al burro o al sugo? Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.
Giorgio Gandola
Mattarella pronto a cogliere il Fico
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salvo clamorosi imprevisti, domani archivierà definitivamente la possibilità di un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che è stato ampiamente esplorato sia nella prima fase delle consultazioni, quelle effettuate direttamente dal capo dello Stato, che con il mandato ad hoc conferito alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Lo scenario di un governo dei «ragazzi», vale a dire Luigi Di Maio e Matteo Salvini, finisce in freezer, salvo essere scongelato se e quando il leader della Lega romperà ufficialmente e formalmente l'alleanza con Forza Italia (sul rapporto con Fratelli d'Italia si attende la decisione che il partito di Giorgia Meloni non ha ancora preso circa il proprio destino all'interno della coalizione), aprendo uno scenario nuovo, e sempre che intanto M5s e Pd non trovino un'intesa.
L'addio di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, per il momento, è una ipotesi giornalistica, probabile quanto si vuole ma mai concretizzata in un documento. Così ora Mattarella può passare alla fase due: verificare le possibili convergenze tra M5s e Pd.
C'è un dettaglio da non trascurare: il presidente della Repubblica può procedere a cuor leggero a una esplorazione che metta da parte il centrodestra, la coalizione che ha vinto le elezioni, senza essere accusato di agire come un «nuovo Giorgio Napolitano». Mattarella ha concesso, sulla carta, al centrodestra tutte le chance immaginabili per mettere in piedi un'alleanza di governo; anche i due giorni di tempi supplementari concessi dal Quirinale a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per trovare una quadra sono trascorsi invano. La ferrea logica quirinalizia, partita dalla esplorazione dell'ipotesi di alleanza di governo con il maggior consenso in Parlamento, ovvero quella tra centrodestra e M5s, procede a scalare: a questo punto, tocca a M5s e Pd, primo e secondo partito. Poi, se anche questo tentativo dovesse andare male, si passerebbe, sempre che il centrodestra si sia a quel punto «formalmente» diviso, a un tentativo che coinvolga primo e terzo partito: M5s e Lega.
Il Colle ha colto, attraverso i suoi stretti collaboratori, i segnali di apertura giunti dal Pd nei confronti del M5s. È il momento quindi, salvo clamorose iniziative dei due «ragazzi», che si proceda in questa direzione.
Domani, quindi, con ogni probabilità, Mattarella convocherà al Quirinale il presidente della Camera, Roberto Fico, e gli conferirà un incarico esplorativo speculare a quello della Casellati. A Fico toccherà verificare la possibilità di un accordo tra M5s e Pd, accordo che, dal punto di vista della politica estera, dopo il «signorsì signore» di Luigi Di Maio a Donald Trump e l'ok all'attacco alla Siria, e con la svolta ultraeuropeista del «capo politico» del M5s, agli occhi di Mattarella appare non solo possibile, ma meno complicato di un'intesa tra M5s e Salvini. Fico, giovedì scorso, mentre la Casellati esplorava le residue speranze di un accordo tra il centrodestra e il M5s, ha ricevuto a Montecitorio l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Armando Varricchio.
Tra il Movimento 5 stelle e Washington il rapporto è strettissimo, e l'incontro tra Fico e Varricchio non è stato certamente casuale: dalle parti del Dipartimento di Stato le notizie sulla politica italiana, mai come ora, vengono monitorate con estrema attenzione.
Mattarella, dunque, concederà a Fico tutto il tempo che l'esplorazione a sinistra richiederà: rispetto al tentativo della Casellati, la strada appare al Colle meno irta di ostacoli insormontabili. Fico non dovrà confrontarsi con diversi partiti, ma solo con due (uno dei quali è il suo), e il Pd, seppure diviso in numerose correnti interne, ha una direzione nazionale in grado di prendere decisioni che impegnano tutti.
Certo, al netto delle influenze esogene di Matteo Renzi. Luigi Di Maio ha sempre ripetuto che per lui Lega e Pd sono la stessa cosa, perché il M5s l'accordo lo stringerà sui programmi, e non è un caso che proprio ieri Giggino da Pomigliano d'Arco abbia fatto sapere che il lavoro del docente universitario Giovanni della Cananea, che sta verificando le compatibilità tra il programma del M5s da un lato e quelli di Lega e Pd dall'altro sia terminato, e che a breve il risultato di questa istruttoria sarò pubblicato.
Da Salvini a Renzi: Luigi Di Maio si prepara a cambiare «Matteo», ma il contratto alla tedesca permette, secondo i governisti a tutti i costi del M5s, di passare dall'uno all'altro con estrema disinvoltura. Della Cananea, del resto, è una figura gradita al Quirinale: allievo di Sabino Cassese, ottime entrature a Washington e Bruxelles, potrebbe essere il «nome terzo» che metta d'accordo M5s e Pd. Immaginare che Renzi, che ha ancora saldamente in pugno il Pd e che influenza in maniera decisiva le mosse del «reggente» Maurizio Martina dia l'ok a Di Maio a Palazzo Chigi è considerata pura fantascienza anche tra i consiglieri del presidente della Repubblica.
Carlo Tarallo
Duri e puri del M5s contro Di Maio. Lui vuole resistere e guarda al Pd

LaPresse
Il M5s vive ore di grandissimo tormento. Luigi Di Maio può contare sul sostegno incondizionato solo di una parte del partito, quella che non vede l'ora di avvitare le stellate terga sulle comode poltrone governative. I movimentisti, gli ortodossi, i seguaci di Roberto Fico e Alessandro Di Battista, però, non sopportano più di doversi sorbire gli insulti dei sempre effervescenti elettori, che iniziano a manifestare chiari segni di insofferenza nei confronti della linea «Di Maio a Palazzo Chigi o niente». Anche tra i parlamentari il clima è incandescente: il «capo politico» è sulla graticola, per la sua testardaggine a non voler accettare nessun altro nome come presidente del Consiglio.
Di Maio, ritenendo probabile un incarico da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Roberto Fico per una esplorazione delle possibilità di intesa tra M5s e Partito democratico, si prepara al salto da Matteo Salvini a Maurizio Martina rispolverando il famigerato «contratto alla tedesca», ovvero l'accordo su un programma dettagliatissimo che convinca gli elettori pentastellati della bontà di un'intesa con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Ovvero, con i principali bersagli della propaganda elettorale grillina.
«Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea», ha detto ieri Di Maio, al salone del mobile di Milano, «che ha pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo. Questo lavoro ha già individuato i punti di contatto tra le forze politiche: tra noi e la Lega e tra noi e il Pd. Al centro ci sono i grandi temi dei diritti sociali, della sicurezza, della disoccupazione. A breve renderemo pubblico questo lavoro istruttorio. Da diverse settimane siamo al lavoro per creare un governo fatto bene», ha aggiunto Di Maio, «il M5s vuole mettere in piedi un governo con al centro i cittadini e una maggioranza di governo in grado di cambiare tutto».
In realtà, se nelle prossime ore Sergio Mattarella affiderà a Roberto Fico l'incarico esplorativo, per Luigi Di Maio sarà notte fonda. Fico, infatti, una volta montato a cavallo, difficilmente verrebbe disarcionato, se l'esplorazione andasse a buon fine e si trovasse l'accordo tra M5s e Pd. Il premier potrebbe essere proprio Fico, ideologicamente schierato a sinistra e acerrimo avversario interno di Di Maio; il presidente della Camera, in ogni caso, avrebbe comunque gioco facile a spalancare a un «nome terzo» le porte di Palazzo Chigi.
«Aspettiamo il presidente della Repubblica», ha detto ieri Di Maio a proposito di Fico, «Roberto Fico è il nostro presidente della Camera, guardiamo a lui come una figura che è stata in grado in questo momento fondamentale di partenza dei lavori parlamentari di essere una figura di garanzia e ha saputo assicurare la sua imparzialità. Aspettiamo Mattarella, ma è chiaro che se mi chiedete di Roberto Fico ho solo cose buona da dirvi». Traduzione: «Fico sta bene dove sta». Questo, almeno, secondo Di Maio, che però continua a sperare in un accordo con Matteo Salvini, ben sapendo che il tramonto dell'ipotesi di governo Lega-M5s sancirebbe il suo addio a ogni speranza di premiership. Di Maio continua, tra l'altro, attraverso dichiarazioni pubbliche a raffica, a invitare Salvini a scaricare Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, mettendo in grande difficoltà il leader del Carroccio: più Di Maio insiste a entrare a gamba tesa sul centrodestra, più costringe Salvini a restare incollato, seppure controvoglia, a Berlusconi e alla Meloni.
«Credo fortemente», ha ripetuto anche ieri Di Maio, «che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo Paese. Possiamo fare cose molto importanti. So bene il momento che sta vivendo Salvini, e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega. Ho auto modo di testare la sua affidabilità», ha aggiunto Di Maio, «quando abbiamo eletto le cariche istituzionali in Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti». Tutto molto bello, ma Fico incombe e Salvini non divorzia da Berlusconi. Dunque, a Di Maio non resta che prepararsi all'ipotesi Pd. «Il Partito democratico», ha sottolineato ieri Di Maio, «ha detto che le distanze con il M5s non sono incolmabili. A me fa piacere. Ho sempre detto che la nostra proposta per firmare un contratto di governo era rivolta a due forze politiche: la Lega e il Pd». Alessandro Di Battista ieri ha parlato di immigrazione, tanto per spargere altro sale sulle ferite dell'asse Di Maio-Salvini: «Non si può pensare», ha affermato Di Battista, «di gestire esclusivamente i flussi, quando si è continuato a fare guerre di invasione, spesso mascherate, che hanno poi causato danni incredibili, come in Libia. Per quanto concerne l'accoglienza», ha aggiunto Di Battista, «secondo noi quelli che hanno diritto ad essere accolti devono essere accolti, ma suddivisi equamente tra tutti i Paesi europei».
Carlo Tarallo
I dem si nascondono dietro al Colle ma Sala apre al M5s: «Dialoghiamo»
Tutti appesi alla decisioni del presidente della Repubblica e alle scelte di Matteo Renzi. Nel Pd sono giorni di riflessioni e attesa. Il dilemma è sempre il solito: il dogma renziano dell'opposizione a tutti e tutto è ancora valido?
Il segretario reggente, Maurizio Martina, lascia intendere che ogni decisione sarà presa dopo aver valutato le conclusioni cui giungerà il Colle: «Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedì. Noi vogliamo essere assolutamente rispettosi di questo passaggio che il presidente sta facendo». Se non è una vera e propria apertura, sicuramente non è un «no» a priori simile a quelli pronunciati nelle scorse settimane da altri big del partito. Martina, infatti, lascia aperto uno spiraglio a un'eventuale collaborazione con i pentastellati. Non senza risparmiare qualche accento polemico. Ieri il nuovo affondo: «Quello che abbiamo visto fino a qui da parte dei cosiddetti vincitori è sinceramente uno spettacolo sbagliato. Siamo al quarantottesimo giorno di stallo, di polemiche, veti e controveti. Diciamo che siamo passati da “prima gli italiani" a “prima i fatti loro" e questo è inaccettabile per un Paese che ha bisogno di certezze».
Tra i dem, in ogni caso, le distanze sono importanti. C'è chi vede come fumo negli occhi un'intesa con il M5s. Andrea Orlando, ministro della Giustizia e tra i principali rappresentanti della minoranza, è tranchant: «Mi sembra che oggi il Movimento 5 stelle stia alacremente lavorando per costruire un asse con la destra, ed è una cosa sulla quale è giusto che anche i molti elettori di centrosinistra che hanno votato per i 5 stelle riflettano. I loro voti, dati spesso anche come elemento di critica al centrosinistra e al Pd, oggi saranno utilizzati per costruire un rapporto con Matteo Salvini». Per Orlando, dunque, all'orizzonte c'è la saldatura tra Lega e M5s.
È caustico il post che il renziano capogruppo al Senato Andrea Marcucci dedica a Luigi Di Maio e, indirettamente, a qualsiasi ipotesi di apertura: «Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l'appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon dei Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Davide Casaleggio per accontentare Di Maio?».
Non è d'accordo su questa linea Giuseppe Sala, sindaco di Milano: «Auspico assolutamente il dialogo tra Pd e M5s, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna pure intendersi». «Su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro welfare solidale è chiaro che il modello giusto sia il nostro, però bisogna parlare con tutti», insiste il sindaco. La sensazione è che lo stallo non sia destinato a durare molto. Di fronte a una «chiamata» di Mattarella, Renzi potrebbe chiedere alle truppe parlamentari infarcite di suoi fedelissimi a compiere una giravolta. L'ennesima in questi ultimi mesi.
Antonio Ricchio
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Il leader azzurro prova a rassicurare il Carroccio dopo l'uscita aperturista sui dem: «Ho solo detto di prendere i voti in Parlamento». Fattore «stallo» sempre più cruciale per i sondaggi: Forza Italia perde un punto.Senza una rottura formale tra i due alleati di centrodestra, il Colle è orientato a dare l'incarico esplorativo a Roberto Fico. Obiettivo: sondare l'intesa tra Movimento 5 stelle e Partito democratico.Luigi Di Maio vuole Palazzo Chigi a ogni costo, ma la base sta con il presidente della Camera e Alessandro Di Battista: cambiamo uomo e andiamo al governo. Luigi vuole il leader lumbard («Con lui si può fare un buon lavoro»), ma lancia l'amo pure alla sinistra.Il segretario reggente dem Maurizio Martina si mostra cauto in attesa delle decisioni di Matteo Renzi, mentre il sindaco di Milano Beppe Sala apre ai 5 stelle. Lo speciale contiene quattro articoli.«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». 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Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni). Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l'accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l'ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. 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Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-pronto-a-cogliere-il-fico" data-post-id="2562084654" data-published-at="1771709195" data-use-pagination="False"> Mattarella pronto a cogliere il Fico Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salvo clamorosi imprevisti, domani archivierà definitivamente la possibilità di un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che è stato ampiamente esplorato sia nella prima fase delle consultazioni, quelle effettuate direttamente dal capo dello Stato, che con il mandato ad hoc conferito alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Lo scenario di un governo dei «ragazzi», vale a dire Luigi Di Maio e Matteo Salvini, finisce in freezer, salvo essere scongelato se e quando il leader della Lega romperà ufficialmente e formalmente l'alleanza con Forza Italia (sul rapporto con Fratelli d'Italia si attende la decisione che il partito di Giorgia Meloni non ha ancora preso circa il proprio destino all'interno della coalizione), aprendo uno scenario nuovo, e sempre che intanto M5s e Pd non trovino un'intesa. L'addio di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, per il momento, è una ipotesi giornalistica, probabile quanto si vuole ma mai concretizzata in un documento. Così ora Mattarella può passare alla fase due: verificare le possibili convergenze tra M5s e Pd. C'è un dettaglio da non trascurare: il presidente della Repubblica può procedere a cuor leggero a una esplorazione che metta da parte il centrodestra, la coalizione che ha vinto le elezioni, senza essere accusato di agire come un «nuovo Giorgio Napolitano». Mattarella ha concesso, sulla carta, al centrodestra tutte le chance immaginabili per mettere in piedi un'alleanza di governo; anche i due giorni di tempi supplementari concessi dal Quirinale a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per trovare una quadra sono trascorsi invano. La ferrea logica quirinalizia, partita dalla esplorazione dell'ipotesi di alleanza di governo con il maggior consenso in Parlamento, ovvero quella tra centrodestra e M5s, procede a scalare: a questo punto, tocca a M5s e Pd, primo e secondo partito. Poi, se anche questo tentativo dovesse andare male, si passerebbe, sempre che il centrodestra si sia a quel punto «formalmente» diviso, a un tentativo che coinvolga primo e terzo partito: M5s e Lega. Il Colle ha colto, attraverso i suoi stretti collaboratori, i segnali di apertura giunti dal Pd nei confronti del M5s. È il momento quindi, salvo clamorose iniziative dei due «ragazzi», che si proceda in questa direzione. Domani, quindi, con ogni probabilità, Mattarella convocherà al Quirinale il presidente della Camera, Roberto Fico, e gli conferirà un incarico esplorativo speculare a quello della Casellati. A Fico toccherà verificare la possibilità di un accordo tra M5s e Pd, accordo che, dal punto di vista della politica estera, dopo il «signorsì signore» di Luigi Di Maio a Donald Trump e l'ok all'attacco alla Siria, e con la svolta ultraeuropeista del «capo politico» del M5s, agli occhi di Mattarella appare non solo possibile, ma meno complicato di un'intesa tra M5s e Salvini. Fico, giovedì scorso, mentre la Casellati esplorava le residue speranze di un accordo tra il centrodestra e il M5s, ha ricevuto a Montecitorio l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Armando Varricchio. Tra il Movimento 5 stelle e Washington il rapporto è strettissimo, e l'incontro tra Fico e Varricchio non è stato certamente casuale: dalle parti del Dipartimento di Stato le notizie sulla politica italiana, mai come ora, vengono monitorate con estrema attenzione. Mattarella, dunque, concederà a Fico tutto il tempo che l'esplorazione a sinistra richiederà: rispetto al tentativo della Casellati, la strada appare al Colle meno irta di ostacoli insormontabili. Fico non dovrà confrontarsi con diversi partiti, ma solo con due (uno dei quali è il suo), e il Pd, seppure diviso in numerose correnti interne, ha una direzione nazionale in grado di prendere decisioni che impegnano tutti. Certo, al netto delle influenze esogene di Matteo Renzi. Luigi Di Maio ha sempre ripetuto che per lui Lega e Pd sono la stessa cosa, perché il M5s l'accordo lo stringerà sui programmi, e non è un caso che proprio ieri Giggino da Pomigliano d'Arco abbia fatto sapere che il lavoro del docente universitario Giovanni della Cananea, che sta verificando le compatibilità tra il programma del M5s da un lato e quelli di Lega e Pd dall'altro sia terminato, e che a breve il risultato di questa istruttoria sarò pubblicato. Da Salvini a Renzi: Luigi Di Maio si prepara a cambiare «Matteo», ma il contratto alla tedesca permette, secondo i governisti a tutti i costi del M5s, di passare dall'uno all'altro con estrema disinvoltura. Della Cananea, del resto, è una figura gradita al Quirinale: allievo di Sabino Cassese, ottime entrature a Washington e Bruxelles, potrebbe essere il «nome terzo» che metta d'accordo M5s e Pd. Immaginare che Renzi, che ha ancora saldamente in pugno il Pd e che influenza in maniera decisiva le mosse del «reggente» Maurizio Martina dia l'ok a Di Maio a Palazzo Chigi è considerata pura fantascienza anche tra i consiglieri del presidente della Repubblica. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="duri-e-puri-del-m5s-contro-di-maio-lui-vuole-resistere-e-guarda-al-pd" data-post-id="2562084654" data-published-at="1771709195" data-use-pagination="False"> Duri e puri del M5s contro Di Maio. Lui vuole resistere e guarda al Pd LaPresse Il M5s vive ore di grandissimo tormento. Luigi Di Maio può contare sul sostegno incondizionato solo di una parte del partito, quella che non vede l'ora di avvitare le stellate terga sulle comode poltrone governative. I movimentisti, gli ortodossi, i seguaci di Roberto Fico e Alessandro Di Battista, però, non sopportano più di doversi sorbire gli insulti dei sempre effervescenti elettori, che iniziano a manifestare chiari segni di insofferenza nei confronti della linea «Di Maio a Palazzo Chigi o niente». Anche tra i parlamentari il clima è incandescente: il «capo politico» è sulla graticola, per la sua testardaggine a non voler accettare nessun altro nome come presidente del Consiglio. Di Maio, ritenendo probabile un incarico da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Roberto Fico per una esplorazione delle possibilità di intesa tra M5s e Partito democratico, si prepara al salto da Matteo Salvini a Maurizio Martina rispolverando il famigerato «contratto alla tedesca», ovvero l'accordo su un programma dettagliatissimo che convinca gli elettori pentastellati della bontà di un'intesa con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Ovvero, con i principali bersagli della propaganda elettorale grillina. «Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea», ha detto ieri Di Maio, al salone del mobile di Milano, «che ha pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo. Questo lavoro ha già individuato i punti di contatto tra le forze politiche: tra noi e la Lega e tra noi e il Pd. Al centro ci sono i grandi temi dei diritti sociali, della sicurezza, della disoccupazione. A breve renderemo pubblico questo lavoro istruttorio. Da diverse settimane siamo al lavoro per creare un governo fatto bene», ha aggiunto Di Maio, «il M5s vuole mettere in piedi un governo con al centro i cittadini e una maggioranza di governo in grado di cambiare tutto». In realtà, se nelle prossime ore Sergio Mattarella affiderà a Roberto Fico l'incarico esplorativo, per Luigi Di Maio sarà notte fonda. Fico, infatti, una volta montato a cavallo, difficilmente verrebbe disarcionato, se l'esplorazione andasse a buon fine e si trovasse l'accordo tra M5s e Pd. Il premier potrebbe essere proprio Fico, ideologicamente schierato a sinistra e acerrimo avversario interno di Di Maio; il presidente della Camera, in ogni caso, avrebbe comunque gioco facile a spalancare a un «nome terzo» le porte di Palazzo Chigi. «Aspettiamo il presidente della Repubblica», ha detto ieri Di Maio a proposito di Fico, «Roberto Fico è il nostro presidente della Camera, guardiamo a lui come una figura che è stata in grado in questo momento fondamentale di partenza dei lavori parlamentari di essere una figura di garanzia e ha saputo assicurare la sua imparzialità. Aspettiamo Mattarella, ma è chiaro che se mi chiedete di Roberto Fico ho solo cose buona da dirvi». Traduzione: «Fico sta bene dove sta». Questo, almeno, secondo Di Maio, che però continua a sperare in un accordo con Matteo Salvini, ben sapendo che il tramonto dell'ipotesi di governo Lega-M5s sancirebbe il suo addio a ogni speranza di premiership. Di Maio continua, tra l'altro, attraverso dichiarazioni pubbliche a raffica, a invitare Salvini a scaricare Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, mettendo in grande difficoltà il leader del Carroccio: più Di Maio insiste a entrare a gamba tesa sul centrodestra, più costringe Salvini a restare incollato, seppure controvoglia, a Berlusconi e alla Meloni. «Credo fortemente», ha ripetuto anche ieri Di Maio, «che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo Paese. Possiamo fare cose molto importanti. So bene il momento che sta vivendo Salvini, e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega. Ho auto modo di testare la sua affidabilità», ha aggiunto Di Maio, «quando abbiamo eletto le cariche istituzionali in Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti». Tutto molto bello, ma Fico incombe e Salvini non divorzia da Berlusconi. Dunque, a Di Maio non resta che prepararsi all'ipotesi Pd. «Il Partito democratico», ha sottolineato ieri Di Maio, «ha detto che le distanze con il M5s non sono incolmabili. A me fa piacere. Ho sempre detto che la nostra proposta per firmare un contratto di governo era rivolta a due forze politiche: la Lega e il Pd». Alessandro Di Battista ieri ha parlato di immigrazione, tanto per spargere altro sale sulle ferite dell'asse Di Maio-Salvini: «Non si può pensare», ha affermato Di Battista, «di gestire esclusivamente i flussi, quando si è continuato a fare guerre di invasione, spesso mascherate, che hanno poi causato danni incredibili, come in Libia. Per quanto concerne l'accoglienza», ha aggiunto Di Battista, «secondo noi quelli che hanno diritto ad essere accolti devono essere accolti, ma suddivisi equamente tra tutti i Paesi europei». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-dem-si-nascondono-dietro-al-colle-ma-sala-apre-al-m5s-dialoghiamo" data-post-id="2562084654" data-published-at="1771709195" data-use-pagination="False"> I dem si nascondono dietro al Colle ma Sala apre al M5s: «Dialoghiamo» Tutti appesi alla decisioni del presidente della Repubblica e alle scelte di Matteo Renzi. Nel Pd sono giorni di riflessioni e attesa. Il dilemma è sempre il solito: il dogma renziano dell'opposizione a tutti e tutto è ancora valido? Il segretario reggente, Maurizio Martina, lascia intendere che ogni decisione sarà presa dopo aver valutato le conclusioni cui giungerà il Colle: «Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedì. Noi vogliamo essere assolutamente rispettosi di questo passaggio che il presidente sta facendo». Se non è una vera e propria apertura, sicuramente non è un «no» a priori simile a quelli pronunciati nelle scorse settimane da altri big del partito. Martina, infatti, lascia aperto uno spiraglio a un'eventuale collaborazione con i pentastellati. Non senza risparmiare qualche accento polemico. Ieri il nuovo affondo: «Quello che abbiamo visto fino a qui da parte dei cosiddetti vincitori è sinceramente uno spettacolo sbagliato. Siamo al quarantottesimo giorno di stallo, di polemiche, veti e controveti. Diciamo che siamo passati da “prima gli italiani" a “prima i fatti loro" e questo è inaccettabile per un Paese che ha bisogno di certezze». Tra i dem, in ogni caso, le distanze sono importanti. C'è chi vede come fumo negli occhi un'intesa con il M5s. Andrea Orlando, ministro della Giustizia e tra i principali rappresentanti della minoranza, è tranchant: «Mi sembra che oggi il Movimento 5 stelle stia alacremente lavorando per costruire un asse con la destra, ed è una cosa sulla quale è giusto che anche i molti elettori di centrosinistra che hanno votato per i 5 stelle riflettano. I loro voti, dati spesso anche come elemento di critica al centrosinistra e al Pd, oggi saranno utilizzati per costruire un rapporto con Matteo Salvini». Per Orlando, dunque, all'orizzonte c'è la saldatura tra Lega e M5s. È caustico il post che il renziano capogruppo al Senato Andrea Marcucci dedica a Luigi Di Maio e, indirettamente, a qualsiasi ipotesi di apertura: «Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l'appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon dei Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Davide Casaleggio per accontentare Di Maio?». Non è d'accordo su questa linea Giuseppe Sala, sindaco di Milano: «Auspico assolutamente il dialogo tra Pd e M5s, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna pure intendersi». «Su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro welfare solidale è chiaro che il modello giusto sia il nostro, però bisogna parlare con tutti», insiste il sindaco. La sensazione è che lo stallo non sia destinato a durare molto. Di fronte a una «chiamata» di Mattarella, Renzi potrebbe chiedere alle truppe parlamentari infarcite di suoi fedelissimi a compiere una giravolta. L'ennesima in questi ultimi mesi. Antonio Ricchio
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Operazione internazionale contro il Locale di ’ndrangheta di Siderno: sette arresti e sequestro di un’impresa. Indagini dal 2019 al 2025 sui legami con Stati Uniti e Canada.
Un’operazione costruita negli anni e chiusa con un asse investigativo tra Italia e Stati Uniti. Il Raggruppamento Operativo Speciale, in collaborazione con l’Federal Bureau of Investigation, ha colpito il cuore del Locale di Siderno, ritenuto snodo strategico delle proiezioni nordamericane della ’ndrangheta. L’inchiesta ricostruisce gerarchie, raccordi e canali di collegamento tra la Calabria e Albany, nello Stato di New York, fino al Canada. Un quadro che rafforza la tesi di una struttura globale ma ancora saldamente ancorata alla casa madre calabrese. Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari: vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
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I giocatori del Como festeggiano il gol di Maxence Caqueret nella vittoria per 2-0 contro la Juventus (Ansa)
È vero, sulla carta i bianconeri avevano un impegno più complicato rispetto a quello dei nerazzurri, ma la squadra di Luciano Spalletti sembra essere sprofondata in una crisi irreversibile, evidenziata in maniera netta dai lariani, bravi e concreti a imporsi 2-0 allo Stadium, dove di fatto non c’è mai stata partita. Dopo un primo tentativo di Yildiz respinto da Butez, al minuto 11 è arrivato infatti l’episodio che ha indirizzato l’incontro: McKennie sbaglia un retropassaggio, Douvikas intercetta e serve Vojvoda sulla destra. Il kosovaro rientra su Cambiaso e calcia sul primo palo sorprendendo Di Gregorio, tutt’altro che impeccabile.
Come sottolineato nel post partita da Spalletti, la Juve si è ritrovata a incassare gol al primo tiro in porta degli avversari per la tredicesima volta in stagione: «Così è chiaro che dopo ci sono delle difficoltà», ha ammesso il tecnico di Certaldo, «perché poi tenti di riprendere la partita con le pressioni individuali». Ed è stato esattamente con questo atteggiamento che i bianconeri hanno tentato di raggiungere un Como che viaggia sulle ali dell’entusiasmo e che a differenza di altre volte ha saputo chiudere il match con il raddoppio in contropiede al minuto 61 di Caqueret. Per la Juventus la sconfitta contro la squadra di Cesc Fàbregas rischia di avere ora conseguenze sia sul piano emotivo che su quello del raggiungimento del minimo obiettivo stagionale rappresentato dalla qualificazione alla prossima Champions. Il quarto posto occupato dalla Roma è adesso distante un punto, ma i giallorossi avranno, domani sera alle 20.45 all’Olimpico contro la Cremonese, la possibilità di allungare. Tuttavia, gli uomini di Spalletti devono guardarsi le spalle: sia dal Como, che con i tre punti portati via dallo Stadium si sono rifatti sotto nella lotta per l’Europa che conta e inseguono i bianconeri a un punto; sia dalla risalita dell’Atalanta, settima a -4 dalla Juve e in campo domani pomeriggio contro il Napoli.
A proposito di lotta Champions, lo stesso Fàbregas prova a mantenere alta la concentrazione di tutto l’ambiente: «La Champions? Per noi non è importante, magari possiamo dirlo tra 2-3 anni», ha spiegato dopo la vittoria di Torino, «ora dobbiamo stare calmi e continuare a crescere per far diventare il Como sempre più forte». E se per la competizione europea più importante si profila una bagarre fino alla fine del campionato, per lo Scudetto pare esserci spazio soltanto per l’Inter. I nerazzurri, dopo il brutto scivolone di mercoledì in Norvegia con il Bodø/Glimt e in vista della gara di ritorno in programma martedì a San Siro, hanno ripreso la marcia verso il tricolore con un 2-0, non senza difficoltà, sul campo del Lecce. I salentini hanno costretto l’Inter a una partita sporca arroccandosi in difesa e resistendo per oltre un’ora: 24 tiri totali, di cui ben 9 nello specchio della porta per l’Inter, un palo colpito da Pio Esposito, un gol annullato per fuorigioco a Dimarco, a certificare un predominio offensivo netto prima della rete stappa match firmata da Mkhitaryan al minuto 75 e del punto esclamativo messo dal colpo di testa di Akanji all’82’.
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Federico Tomasoni, Simone Deromedis e Alex Fiva sul podio dello Ski Cross maschile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Il capolavoro del trentino Deromedis vale il decimo oro, il suo è un dominio. Quando è certo del trionfo si volta ad abbracciare Tomasoni, baffi e pizzetto da D’Artagnan, felice per sé e per la fondazione Sole in nome della sfortunata Matilde. Il bergamasco deve aspettare il fotofinish per essere sicuro di avere sopravanzato di un centimetro lo svizzero Alex Fiva. Poi il guerriero di Castione della Presolana esplode di gioia. «Le favole esistono. È stato emozionante immaginare questo momento realizzarsi. Lei mi ha aiutato a concentrarmi, a non pensare ad altro, a salire su questo podio che avrebbe potuto essere suo». Oro e argento in una specialità inventata 15 anni fa per aumentare il peso specifico dei Giochi invernali e accontentare le esigenze televisive. Qualcuno obietta che non è una Libera, non è uno Slalom, le gobbe non sono gobbe e i salti non sono salti. Quello che non è lo skicross lo sappiamo. Oggi abbiamo scoperto quello che è: uno spettacolo capace di regalare emozioni infinite.
Se i metalli preziosi arrivano dalla montagna, il bronzo matura in pista. La solita pista, quella dello Speed skating a Rho Fiera, dove il finanziere trentino Andrea Giovannini s’inventa una rimonta assurda dopo una mass start di Pattinaggio nervosissima e va in medaglia battendo addirittura il fenomeno americano Jordan Stolz. Troppo lontani l’olandese Jorit Bergsma (oro) e il danese Viktor Thorup (argento). Quando arriva in fondo, l’azzurro si mette le mani sul casco come a dire: cosa ho lasciato per strada. «È proprio così, le gambe andavano, c’erano i presupposti per una giornata ancora più speciale». Per Giovannini, che da ragazzo pattinava sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè, è il secondo podio dopo l’oro in staffetta.
Tricolore, inno, lacrime. È lui a lenire la delusione per la medaglia di legno di Francesca Lollobrigida, la nuova Lollo nazionale dal sorriso che stende. Ormai stanca e appagata, la mammina di Ladispoli si fa intrappolare nel gruppone, non riesce a dispiegare le ali nella voliera colorata e quando si scrolla di dosso le avversarie è tardi: Marijke Groenewoud (Olanda), Lise Blondin (Canada) e Mia Manganello (Usa) sono irraggiungibili. Francesca si arrende ma è ugualmente in paradiso con due ori. Riassunto delle due settimane con il piccolo Tommaso in braccio: «È stato incredibile, ho sentito la spinta degli italiani. Sono sulle nuvole». I trionfi sul ghiaccio milanese consentono all’Olanda di superare l’Italia nel medagliere dietro a Norvegia e Stati Uniti, pure a parità di ori con noi (10).
Potrebbe andare meglio nel Biathlon ad Anterselva, dove Dorothea Wierer trova le condizioni ideali per chiudere la carriera con un exploit storico nella mass start con Lisa Vittozzi. L’altoatesina va perfino in testa, poi sbaglia al poligono e finisce quinta. Il dominio è francese: Oceane Michelon e Julia Simon non fanno prigionieri, signore della fatica e della cattiveria agonistica, più vicine a personaggi di Emmanuel Carrère che alle mollezze parigine di Emmanuel Macron.
La giornata è lunga e comincia male: alla partenza della 50 km di Fondo non si presenta l’italiano numero uno, anch’egli all’ultimo valzer: Federico Pellegrino è rimasto a letto per un attacco influenzale e le speranze azzurre vanno a zero. La gara è una passerella norvegese: tre sul podio, con l’incoronazione definitiva di Johannes Klaebo, sei prove, sei medaglie d’oro. Niente da fare neppure nella durissima staffetta mista di sci alpinismo a Bormio, con l’inedita coppia marito e moglie, Michele Boscacci-Alba De Silvestro. Mentre lei guadagna posizioni, lui le perde. Mentre lei recupera su Francia, Spagna e Svizzera, lui proprio non ce la fa a tenere il passo. Alla fine gli azzurri sono quinti, stasera letti separati.
Oggi il Team Italia chiude bottega con il bottino più clamoroso di sempre: 30 medaglie, 10 ori, nazioni ricche come Francia, Germania, Austria, Svezia, Canada alle spalle. Quasi impossibile aumentare i podi nella 50 km di Fondo donne e nel Bob a 4, a meno di un miracolo di Patrick Baumgartner sulla meravigliosa pista di Cortina, dove oggi si sono ribaltati senza conseguenze i bolidi di Austria, Francia e Trinidad.
Prima della passerella finale all’Arena di Verona davanti al premier Giorgia Meloni, i Giochi chiudono con la finale più attesa: Stati Uniti-Canada di hockey. Spettacolo puro che non riguarda noi ma riguarda tutti.
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