True
2018-04-22
Berlusconi ci mette qualche pezza: «Mai detto di governare con il Pd»
ANSA
«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». La pancia della Lega evoca una metafora culinaria per fotografare la dialettica nel centrodestra nell'ultimo weekend di ricreazione concesso da Sergio Mattarella e commentare l'ennesima manovra di riavvicinamento alle posizioni care a Matteo Salvini.
Così ieri Silvio Berlusconi a Campobasso ha provato a rimettere l'alleanza al centro del villaggio: «Lo stato di salute del centrodestra? Tutto bene. Ho parlato con Giancarlo Giorgetti e siamo sempre assolutamente convinti che dobbiamo fare un governo: il centrodestra è unito e Salvini è la persona che deve esprimere il leader». Poi ha rassicurato i leghisti escludendo di avere un filo diretto con il Pd. «Non ho mai detto di voler fare un governo coi voti del Pd. Non c'è nessun contatto in atto con il Pd. Ho solo detto che avremmo dovuto presentarci in Parlamento con il nostro programma e raccogliere i voti di tutti coloro che non ritenessero cosa buona per l'Italia e per loro andare a nuove elezioni».
Il riposizionamento di Berlusconi, considerato molto positivo dalla Lega, è anche determinato dall'effetto dei numeri, che sempre sono tenuti in gran conto dal leader di Forza Italia. Dopo un mese di tira-e-molla, di appoggio esterno nei giorni dispari e di strizzatine d'occhio ai dem, ha notato che il consenso degli italiani sta calando (-1% nei sondaggi per il partito rispetto al 14% di partenza). Chi litiga è bocciato: così sintetizza Nando Pagnoncelli nell'ultima rilevazione Ipsos, accomunando al Cavaliere anche Luigi Di Maio, che con la sua muraglia cinese di veti ha perso cinque punti di gradimento (da 49 al 43) a vantaggio di Salvini, premiato per il ruolo di tessitore (da 43 a 44). Ma il numero uno del Carroccio non si gode il risultato. Guarda avanti e vede nuvole nere: la sabbia nella clessidra si sta esaurendo. Così ha detto ai suoi nell'ultima riunione al vertice: «Gli italiani hanno premiato alle elezioni noi e i 5 stelle perché rappresentiamo la novità e la diversità dagli altri, ma ancora una settimana di questa solfa e ci metteranno tutti nello stesso mazzo. Entreremo nella banda di quelli che non fanno».
Un'accelerazione nel formare il governo, a costo di andare in Parlamento a cercare i voti di chi si riconosce nel programma di centrodestra, è anche l'auspicio che arriva dal summit di Trieste, dove due governatori pesanti come Giovanni Toti (Liguria) e Luca Zaia (Veneto) dicono cose che si somigliano. Toti: «Al di là della giornata tesa di ieri credo che i veti li abbiano sempre posti i 5 stelle; non sono mai arrivati dal centrodestra, che è disponibile a dialogare apertamente. Mi auguro che per una volta vogliano scendere dalla torre in cui si sono chiusi e vogliano confrontarsi con i reali problemi del Paese». Zaia: «Salvini e la Lega hanno dimostrato una condotta ineccepibile. Non ci siamo prestati a polemiche, non ci siamo prestati a provocazioni perché noi abbiamo un solo obiettivo: rispettare i patti con i cittadini e fare in modo che si metta in piedi un governo che vada realmente a governare». Sulle possibili elezioni in fondo al turbolento orizzonte il leghista è lapidario: «Non incontro in giro gente che abbia voglia di andare a votare. Quindi si faccia un governo e lo si faccia rispettoso del risultato delle urne».
Sull'ipotesi voto anticipato sta calando il deterrente supremo: il primo cedolino dello stipendio in arrivo il 27 aprile a tutti i parlamentari. «Siamo umani e andare in Parlamento è come vincere al Superenalotto», sibila un vecchio deputato di Forza Italia. Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni).
Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l'accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l'ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. In Friuli Venezia Giulia si prevede invece una valanga della Lega, con il candidato Massimiliano Fedriga in grado perfino di far saltare il banco al primo turno.
Ma emergono le prime tensioni a livello locale. A Mantova la coordinatrice provinciale di Fi, Anna Lisa Baroni, è stata contestata da un gruppo di militanti vicini all'ex candidato alle regionali, Michele Falcone. Il tema era l'esito delle elezioni del 4 marzo.
L'avanzata leghista è una gran bella notizia per la Lega e pessima per Bruxelles, che sta spingendo nei confronti dell'establishment italiano per impedire un governo con Salvini in posizione preminente (premier o ministro-chiave). Le uscite a favore di Vladimir Putin e critiche alla politica di Washington in Siria hanno irrigidito gli euroburocrati. Il presidente della Repubblica sa tutto e potrebbe inventarsi un incarico di rottura, per esempio a Roberto Fico, che piace al Pd ma è inviso allo stesso Di Maio. Mangiarla al burro o al sugo? Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.
Giorgio Gandola
Mattarella pronto a cogliere il Fico
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salvo clamorosi imprevisti, domani archivierà definitivamente la possibilità di un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che è stato ampiamente esplorato sia nella prima fase delle consultazioni, quelle effettuate direttamente dal capo dello Stato, che con il mandato ad hoc conferito alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Lo scenario di un governo dei «ragazzi», vale a dire Luigi Di Maio e Matteo Salvini, finisce in freezer, salvo essere scongelato se e quando il leader della Lega romperà ufficialmente e formalmente l'alleanza con Forza Italia (sul rapporto con Fratelli d'Italia si attende la decisione che il partito di Giorgia Meloni non ha ancora preso circa il proprio destino all'interno della coalizione), aprendo uno scenario nuovo, e sempre che intanto M5s e Pd non trovino un'intesa.
L'addio di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, per il momento, è una ipotesi giornalistica, probabile quanto si vuole ma mai concretizzata in un documento. Così ora Mattarella può passare alla fase due: verificare le possibili convergenze tra M5s e Pd.
C'è un dettaglio da non trascurare: il presidente della Repubblica può procedere a cuor leggero a una esplorazione che metta da parte il centrodestra, la coalizione che ha vinto le elezioni, senza essere accusato di agire come un «nuovo Giorgio Napolitano». Mattarella ha concesso, sulla carta, al centrodestra tutte le chance immaginabili per mettere in piedi un'alleanza di governo; anche i due giorni di tempi supplementari concessi dal Quirinale a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per trovare una quadra sono trascorsi invano. La ferrea logica quirinalizia, partita dalla esplorazione dell'ipotesi di alleanza di governo con il maggior consenso in Parlamento, ovvero quella tra centrodestra e M5s, procede a scalare: a questo punto, tocca a M5s e Pd, primo e secondo partito. Poi, se anche questo tentativo dovesse andare male, si passerebbe, sempre che il centrodestra si sia a quel punto «formalmente» diviso, a un tentativo che coinvolga primo e terzo partito: M5s e Lega.
Il Colle ha colto, attraverso i suoi stretti collaboratori, i segnali di apertura giunti dal Pd nei confronti del M5s. È il momento quindi, salvo clamorose iniziative dei due «ragazzi», che si proceda in questa direzione.
Domani, quindi, con ogni probabilità, Mattarella convocherà al Quirinale il presidente della Camera, Roberto Fico, e gli conferirà un incarico esplorativo speculare a quello della Casellati. A Fico toccherà verificare la possibilità di un accordo tra M5s e Pd, accordo che, dal punto di vista della politica estera, dopo il «signorsì signore» di Luigi Di Maio a Donald Trump e l'ok all'attacco alla Siria, e con la svolta ultraeuropeista del «capo politico» del M5s, agli occhi di Mattarella appare non solo possibile, ma meno complicato di un'intesa tra M5s e Salvini. Fico, giovedì scorso, mentre la Casellati esplorava le residue speranze di un accordo tra il centrodestra e il M5s, ha ricevuto a Montecitorio l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Armando Varricchio.
Tra il Movimento 5 stelle e Washington il rapporto è strettissimo, e l'incontro tra Fico e Varricchio non è stato certamente casuale: dalle parti del Dipartimento di Stato le notizie sulla politica italiana, mai come ora, vengono monitorate con estrema attenzione.
Mattarella, dunque, concederà a Fico tutto il tempo che l'esplorazione a sinistra richiederà: rispetto al tentativo della Casellati, la strada appare al Colle meno irta di ostacoli insormontabili. Fico non dovrà confrontarsi con diversi partiti, ma solo con due (uno dei quali è il suo), e il Pd, seppure diviso in numerose correnti interne, ha una direzione nazionale in grado di prendere decisioni che impegnano tutti.
Certo, al netto delle influenze esogene di Matteo Renzi. Luigi Di Maio ha sempre ripetuto che per lui Lega e Pd sono la stessa cosa, perché il M5s l'accordo lo stringerà sui programmi, e non è un caso che proprio ieri Giggino da Pomigliano d'Arco abbia fatto sapere che il lavoro del docente universitario Giovanni della Cananea, che sta verificando le compatibilità tra il programma del M5s da un lato e quelli di Lega e Pd dall'altro sia terminato, e che a breve il risultato di questa istruttoria sarò pubblicato.
Da Salvini a Renzi: Luigi Di Maio si prepara a cambiare «Matteo», ma il contratto alla tedesca permette, secondo i governisti a tutti i costi del M5s, di passare dall'uno all'altro con estrema disinvoltura. Della Cananea, del resto, è una figura gradita al Quirinale: allievo di Sabino Cassese, ottime entrature a Washington e Bruxelles, potrebbe essere il «nome terzo» che metta d'accordo M5s e Pd. Immaginare che Renzi, che ha ancora saldamente in pugno il Pd e che influenza in maniera decisiva le mosse del «reggente» Maurizio Martina dia l'ok a Di Maio a Palazzo Chigi è considerata pura fantascienza anche tra i consiglieri del presidente della Repubblica.
Carlo Tarallo
Duri e puri del M5s contro Di Maio. Lui vuole resistere e guarda al Pd

LaPresse
Il M5s vive ore di grandissimo tormento. Luigi Di Maio può contare sul sostegno incondizionato solo di una parte del partito, quella che non vede l'ora di avvitare le stellate terga sulle comode poltrone governative. I movimentisti, gli ortodossi, i seguaci di Roberto Fico e Alessandro Di Battista, però, non sopportano più di doversi sorbire gli insulti dei sempre effervescenti elettori, che iniziano a manifestare chiari segni di insofferenza nei confronti della linea «Di Maio a Palazzo Chigi o niente». Anche tra i parlamentari il clima è incandescente: il «capo politico» è sulla graticola, per la sua testardaggine a non voler accettare nessun altro nome come presidente del Consiglio.
Di Maio, ritenendo probabile un incarico da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Roberto Fico per una esplorazione delle possibilità di intesa tra M5s e Partito democratico, si prepara al salto da Matteo Salvini a Maurizio Martina rispolverando il famigerato «contratto alla tedesca», ovvero l'accordo su un programma dettagliatissimo che convinca gli elettori pentastellati della bontà di un'intesa con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Ovvero, con i principali bersagli della propaganda elettorale grillina.
«Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea», ha detto ieri Di Maio, al salone del mobile di Milano, «che ha pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo. Questo lavoro ha già individuato i punti di contatto tra le forze politiche: tra noi e la Lega e tra noi e il Pd. Al centro ci sono i grandi temi dei diritti sociali, della sicurezza, della disoccupazione. A breve renderemo pubblico questo lavoro istruttorio. Da diverse settimane siamo al lavoro per creare un governo fatto bene», ha aggiunto Di Maio, «il M5s vuole mettere in piedi un governo con al centro i cittadini e una maggioranza di governo in grado di cambiare tutto».
In realtà, se nelle prossime ore Sergio Mattarella affiderà a Roberto Fico l'incarico esplorativo, per Luigi Di Maio sarà notte fonda. Fico, infatti, una volta montato a cavallo, difficilmente verrebbe disarcionato, se l'esplorazione andasse a buon fine e si trovasse l'accordo tra M5s e Pd. Il premier potrebbe essere proprio Fico, ideologicamente schierato a sinistra e acerrimo avversario interno di Di Maio; il presidente della Camera, in ogni caso, avrebbe comunque gioco facile a spalancare a un «nome terzo» le porte di Palazzo Chigi.
«Aspettiamo il presidente della Repubblica», ha detto ieri Di Maio a proposito di Fico, «Roberto Fico è il nostro presidente della Camera, guardiamo a lui come una figura che è stata in grado in questo momento fondamentale di partenza dei lavori parlamentari di essere una figura di garanzia e ha saputo assicurare la sua imparzialità. Aspettiamo Mattarella, ma è chiaro che se mi chiedete di Roberto Fico ho solo cose buona da dirvi». Traduzione: «Fico sta bene dove sta». Questo, almeno, secondo Di Maio, che però continua a sperare in un accordo con Matteo Salvini, ben sapendo che il tramonto dell'ipotesi di governo Lega-M5s sancirebbe il suo addio a ogni speranza di premiership. Di Maio continua, tra l'altro, attraverso dichiarazioni pubbliche a raffica, a invitare Salvini a scaricare Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, mettendo in grande difficoltà il leader del Carroccio: più Di Maio insiste a entrare a gamba tesa sul centrodestra, più costringe Salvini a restare incollato, seppure controvoglia, a Berlusconi e alla Meloni.
«Credo fortemente», ha ripetuto anche ieri Di Maio, «che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo Paese. Possiamo fare cose molto importanti. So bene il momento che sta vivendo Salvini, e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega. Ho auto modo di testare la sua affidabilità», ha aggiunto Di Maio, «quando abbiamo eletto le cariche istituzionali in Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti». Tutto molto bello, ma Fico incombe e Salvini non divorzia da Berlusconi. Dunque, a Di Maio non resta che prepararsi all'ipotesi Pd. «Il Partito democratico», ha sottolineato ieri Di Maio, «ha detto che le distanze con il M5s non sono incolmabili. A me fa piacere. Ho sempre detto che la nostra proposta per firmare un contratto di governo era rivolta a due forze politiche: la Lega e il Pd». Alessandro Di Battista ieri ha parlato di immigrazione, tanto per spargere altro sale sulle ferite dell'asse Di Maio-Salvini: «Non si può pensare», ha affermato Di Battista, «di gestire esclusivamente i flussi, quando si è continuato a fare guerre di invasione, spesso mascherate, che hanno poi causato danni incredibili, come in Libia. Per quanto concerne l'accoglienza», ha aggiunto Di Battista, «secondo noi quelli che hanno diritto ad essere accolti devono essere accolti, ma suddivisi equamente tra tutti i Paesi europei».
Carlo Tarallo
I dem si nascondono dietro al Colle ma Sala apre al M5s: «Dialoghiamo»
Tutti appesi alla decisioni del presidente della Repubblica e alle scelte di Matteo Renzi. Nel Pd sono giorni di riflessioni e attesa. Il dilemma è sempre il solito: il dogma renziano dell'opposizione a tutti e tutto è ancora valido?
Il segretario reggente, Maurizio Martina, lascia intendere che ogni decisione sarà presa dopo aver valutato le conclusioni cui giungerà il Colle: «Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedì. Noi vogliamo essere assolutamente rispettosi di questo passaggio che il presidente sta facendo». Se non è una vera e propria apertura, sicuramente non è un «no» a priori simile a quelli pronunciati nelle scorse settimane da altri big del partito. Martina, infatti, lascia aperto uno spiraglio a un'eventuale collaborazione con i pentastellati. Non senza risparmiare qualche accento polemico. Ieri il nuovo affondo: «Quello che abbiamo visto fino a qui da parte dei cosiddetti vincitori è sinceramente uno spettacolo sbagliato. Siamo al quarantottesimo giorno di stallo, di polemiche, veti e controveti. Diciamo che siamo passati da “prima gli italiani" a “prima i fatti loro" e questo è inaccettabile per un Paese che ha bisogno di certezze».
Tra i dem, in ogni caso, le distanze sono importanti. C'è chi vede come fumo negli occhi un'intesa con il M5s. Andrea Orlando, ministro della Giustizia e tra i principali rappresentanti della minoranza, è tranchant: «Mi sembra che oggi il Movimento 5 stelle stia alacremente lavorando per costruire un asse con la destra, ed è una cosa sulla quale è giusto che anche i molti elettori di centrosinistra che hanno votato per i 5 stelle riflettano. I loro voti, dati spesso anche come elemento di critica al centrosinistra e al Pd, oggi saranno utilizzati per costruire un rapporto con Matteo Salvini». Per Orlando, dunque, all'orizzonte c'è la saldatura tra Lega e M5s.
È caustico il post che il renziano capogruppo al Senato Andrea Marcucci dedica a Luigi Di Maio e, indirettamente, a qualsiasi ipotesi di apertura: «Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l'appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon dei Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Davide Casaleggio per accontentare Di Maio?».
Non è d'accordo su questa linea Giuseppe Sala, sindaco di Milano: «Auspico assolutamente il dialogo tra Pd e M5s, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna pure intendersi». «Su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro welfare solidale è chiaro che il modello giusto sia il nostro, però bisogna parlare con tutti», insiste il sindaco. La sensazione è che lo stallo non sia destinato a durare molto. Di fronte a una «chiamata» di Mattarella, Renzi potrebbe chiedere alle truppe parlamentari infarcite di suoi fedelissimi a compiere una giravolta. L'ennesima in questi ultimi mesi.
Antonio Ricchio
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
Il leader azzurro prova a rassicurare il Carroccio dopo l'uscita aperturista sui dem: «Ho solo detto di prendere i voti in Parlamento». Fattore «stallo» sempre più cruciale per i sondaggi: Forza Italia perde un punto.Senza una rottura formale tra i due alleati di centrodestra, il Colle è orientato a dare l'incarico esplorativo a Roberto Fico. Obiettivo: sondare l'intesa tra Movimento 5 stelle e Partito democratico.Luigi Di Maio vuole Palazzo Chigi a ogni costo, ma la base sta con il presidente della Camera e Alessandro Di Battista: cambiamo uomo e andiamo al governo. Luigi vuole il leader lumbard («Con lui si può fare un buon lavoro»), ma lancia l'amo pure alla sinistra.Il segretario reggente dem Maurizio Martina si mostra cauto in attesa delle decisioni di Matteo Renzi, mentre il sindaco di Milano Beppe Sala apre ai 5 stelle. Lo speciale contiene quattro articoli.«Un colpo a Di Maio e uno alla botte; il Cavaliere deve decidere se mangiarla al burro o al sugo». La pancia della Lega evoca una metafora culinaria per fotografare la dialettica nel centrodestra nell'ultimo weekend di ricreazione concesso da Sergio Mattarella e commentare l'ennesima manovra di riavvicinamento alle posizioni care a Matteo Salvini.Così ieri Silvio Berlusconi a Campobasso ha provato a rimettere l'alleanza al centro del villaggio: «Lo stato di salute del centrodestra? Tutto bene. Ho parlato con Giancarlo Giorgetti e siamo sempre assolutamente convinti che dobbiamo fare un governo: il centrodestra è unito e Salvini è la persona che deve esprimere il leader». Poi ha rassicurato i leghisti escludendo di avere un filo diretto con il Pd. «Non ho mai detto di voler fare un governo coi voti del Pd. Non c'è nessun contatto in atto con il Pd. Ho solo detto che avremmo dovuto presentarci in Parlamento con il nostro programma e raccogliere i voti di tutti coloro che non ritenessero cosa buona per l'Italia e per loro andare a nuove elezioni».Il riposizionamento di Berlusconi, considerato molto positivo dalla Lega, è anche determinato dall'effetto dei numeri, che sempre sono tenuti in gran conto dal leader di Forza Italia. Dopo un mese di tira-e-molla, di appoggio esterno nei giorni dispari e di strizzatine d'occhio ai dem, ha notato che il consenso degli italiani sta calando (-1% nei sondaggi per il partito rispetto al 14% di partenza). Chi litiga è bocciato: così sintetizza Nando Pagnoncelli nell'ultima rilevazione Ipsos, accomunando al Cavaliere anche Luigi Di Maio, che con la sua muraglia cinese di veti ha perso cinque punti di gradimento (da 49 al 43) a vantaggio di Salvini, premiato per il ruolo di tessitore (da 43 a 44). Ma il numero uno del Carroccio non si gode il risultato. Guarda avanti e vede nuvole nere: la sabbia nella clessidra si sta esaurendo. Così ha detto ai suoi nell'ultima riunione al vertice: «Gli italiani hanno premiato alle elezioni noi e i 5 stelle perché rappresentiamo la novità e la diversità dagli altri, ma ancora una settimana di questa solfa e ci metteranno tutti nello stesso mazzo. Entreremo nella banda di quelli che non fanno».Un'accelerazione nel formare il governo, a costo di andare in Parlamento a cercare i voti di chi si riconosce nel programma di centrodestra, è anche l'auspicio che arriva dal summit di Trieste, dove due governatori pesanti come Giovanni Toti (Liguria) e Luca Zaia (Veneto) dicono cose che si somigliano. Toti: «Al di là della giornata tesa di ieri credo che i veti li abbiano sempre posti i 5 stelle; non sono mai arrivati dal centrodestra, che è disponibile a dialogare apertamente. Mi auguro che per una volta vogliano scendere dalla torre in cui si sono chiusi e vogliano confrontarsi con i reali problemi del Paese». Zaia: «Salvini e la Lega hanno dimostrato una condotta ineccepibile. Non ci siamo prestati a polemiche, non ci siamo prestati a provocazioni perché noi abbiamo un solo obiettivo: rispettare i patti con i cittadini e fare in modo che si metta in piedi un governo che vada realmente a governare». Sulle possibili elezioni in fondo al turbolento orizzonte il leghista è lapidario: «Non incontro in giro gente che abbia voglia di andare a votare. Quindi si faccia un governo e lo si faccia rispettoso del risultato delle urne».Sull'ipotesi voto anticipato sta calando il deterrente supremo: il primo cedolino dello stipendio in arrivo il 27 aprile a tutti i parlamentari. «Siamo umani e andare in Parlamento è come vincere al Superenalotto», sibila un vecchio deputato di Forza Italia. Conta sul fatto che il 65% dei neoparlamentari è alla prima esperienza e non ha mai visto 14.000 euro tutti insieme per 30 giorni di lavoro. È sicuro che dal 28 mattina nessuno, tantomeno i grillini, avrà voglia di tornare alle urne e rinunciare al bengodi (tutto o a metà, a seconda degli accordi interni). Nel centrodestra il weekend è stato il benvenuto, le acque si stanno calmando (anche se forse solo in superficie) e tutti sembrano pronti ad ascoltare il capo dello Stato. Berlusconi si è messo il cuore in pace: dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia, l'accordo con i grillini non si farà. Di Maio aveva bisogno di una manina amica che lo aiutasse a tenere lontano il Cavaliere e l'ha ottenuta (come spesso è avvenuto in passato) dai giudici. In questo contesto in movimento, irromperanno i risultati delle elezioni regionali. In Molise, dove si vota oggi, centrodestra e 5 stelle vanno verso un testa a testa, con il Pd a picco. In Friuli Venezia Giulia si prevede invece una valanga della Lega, con il candidato Massimiliano Fedriga in grado perfino di far saltare il banco al primo turno.Ma emergono le prime tensioni a livello locale. A Mantova la coordinatrice provinciale di Fi, Anna Lisa Baroni, è stata contestata da un gruppo di militanti vicini all'ex candidato alle regionali, Michele Falcone. Il tema era l'esito delle elezioni del 4 marzo.L'avanzata leghista è una gran bella notizia per la Lega e pessima per Bruxelles, che sta spingendo nei confronti dell'establishment italiano per impedire un governo con Salvini in posizione preminente (premier o ministro-chiave). Le uscite a favore di Vladimir Putin e critiche alla politica di Washington in Siria hanno irrigidito gli euroburocrati. Il presidente della Repubblica sa tutto e potrebbe inventarsi un incarico di rottura, per esempio a Roberto Fico, che piace al Pd ma è inviso allo stesso Di Maio. Mangiarla al burro o al sugo? Sono in tanti ad essere travolti da angosce culinarie, non solo il Cavaliere elettrico.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-pronto-a-cogliere-il-fico" data-post-id="2562084654" data-published-at="1778608525" data-use-pagination="False"> Mattarella pronto a cogliere il Fico Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, salvo clamorosi imprevisti, domani archivierà definitivamente la possibilità di un governo tra il centrodestra e il Movimento 5 stelle, che è stato ampiamente esplorato sia nella prima fase delle consultazioni, quelle effettuate direttamente dal capo dello Stato, che con il mandato ad hoc conferito alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Lo scenario di un governo dei «ragazzi», vale a dire Luigi Di Maio e Matteo Salvini, finisce in freezer, salvo essere scongelato se e quando il leader della Lega romperà ufficialmente e formalmente l'alleanza con Forza Italia (sul rapporto con Fratelli d'Italia si attende la decisione che il partito di Giorgia Meloni non ha ancora preso circa il proprio destino all'interno della coalizione), aprendo uno scenario nuovo, e sempre che intanto M5s e Pd non trovino un'intesa. L'addio di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi, per il momento, è una ipotesi giornalistica, probabile quanto si vuole ma mai concretizzata in un documento. Così ora Mattarella può passare alla fase due: verificare le possibili convergenze tra M5s e Pd. C'è un dettaglio da non trascurare: il presidente della Repubblica può procedere a cuor leggero a una esplorazione che metta da parte il centrodestra, la coalizione che ha vinto le elezioni, senza essere accusato di agire come un «nuovo Giorgio Napolitano». Mattarella ha concesso, sulla carta, al centrodestra tutte le chance immaginabili per mettere in piedi un'alleanza di governo; anche i due giorni di tempi supplementari concessi dal Quirinale a Matteo Salvini e Luigi Di Maio per trovare una quadra sono trascorsi invano. La ferrea logica quirinalizia, partita dalla esplorazione dell'ipotesi di alleanza di governo con il maggior consenso in Parlamento, ovvero quella tra centrodestra e M5s, procede a scalare: a questo punto, tocca a M5s e Pd, primo e secondo partito. Poi, se anche questo tentativo dovesse andare male, si passerebbe, sempre che il centrodestra si sia a quel punto «formalmente» diviso, a un tentativo che coinvolga primo e terzo partito: M5s e Lega. Il Colle ha colto, attraverso i suoi stretti collaboratori, i segnali di apertura giunti dal Pd nei confronti del M5s. È il momento quindi, salvo clamorose iniziative dei due «ragazzi», che si proceda in questa direzione. Domani, quindi, con ogni probabilità, Mattarella convocherà al Quirinale il presidente della Camera, Roberto Fico, e gli conferirà un incarico esplorativo speculare a quello della Casellati. A Fico toccherà verificare la possibilità di un accordo tra M5s e Pd, accordo che, dal punto di vista della politica estera, dopo il «signorsì signore» di Luigi Di Maio a Donald Trump e l'ok all'attacco alla Siria, e con la svolta ultraeuropeista del «capo politico» del M5s, agli occhi di Mattarella appare non solo possibile, ma meno complicato di un'intesa tra M5s e Salvini. Fico, giovedì scorso, mentre la Casellati esplorava le residue speranze di un accordo tra il centrodestra e il M5s, ha ricevuto a Montecitorio l'ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Armando Varricchio. Tra il Movimento 5 stelle e Washington il rapporto è strettissimo, e l'incontro tra Fico e Varricchio non è stato certamente casuale: dalle parti del Dipartimento di Stato le notizie sulla politica italiana, mai come ora, vengono monitorate con estrema attenzione. Mattarella, dunque, concederà a Fico tutto il tempo che l'esplorazione a sinistra richiederà: rispetto al tentativo della Casellati, la strada appare al Colle meno irta di ostacoli insormontabili. Fico non dovrà confrontarsi con diversi partiti, ma solo con due (uno dei quali è il suo), e il Pd, seppure diviso in numerose correnti interne, ha una direzione nazionale in grado di prendere decisioni che impegnano tutti. Certo, al netto delle influenze esogene di Matteo Renzi. Luigi Di Maio ha sempre ripetuto che per lui Lega e Pd sono la stessa cosa, perché il M5s l'accordo lo stringerà sui programmi, e non è un caso che proprio ieri Giggino da Pomigliano d'Arco abbia fatto sapere che il lavoro del docente universitario Giovanni della Cananea, che sta verificando le compatibilità tra il programma del M5s da un lato e quelli di Lega e Pd dall'altro sia terminato, e che a breve il risultato di questa istruttoria sarò pubblicato. Da Salvini a Renzi: Luigi Di Maio si prepara a cambiare «Matteo», ma il contratto alla tedesca permette, secondo i governisti a tutti i costi del M5s, di passare dall'uno all'altro con estrema disinvoltura. Della Cananea, del resto, è una figura gradita al Quirinale: allievo di Sabino Cassese, ottime entrature a Washington e Bruxelles, potrebbe essere il «nome terzo» che metta d'accordo M5s e Pd. Immaginare che Renzi, che ha ancora saldamente in pugno il Pd e che influenza in maniera decisiva le mosse del «reggente» Maurizio Martina dia l'ok a Di Maio a Palazzo Chigi è considerata pura fantascienza anche tra i consiglieri del presidente della Repubblica. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="duri-e-puri-del-m5s-contro-di-maio-lui-vuole-resistere-e-guarda-al-pd" data-post-id="2562084654" data-published-at="1778608525" data-use-pagination="False"> Duri e puri del M5s contro Di Maio. Lui vuole resistere e guarda al Pd LaPresse Il M5s vive ore di grandissimo tormento. Luigi Di Maio può contare sul sostegno incondizionato solo di una parte del partito, quella che non vede l'ora di avvitare le stellate terga sulle comode poltrone governative. I movimentisti, gli ortodossi, i seguaci di Roberto Fico e Alessandro Di Battista, però, non sopportano più di doversi sorbire gli insulti dei sempre effervescenti elettori, che iniziano a manifestare chiari segni di insofferenza nei confronti della linea «Di Maio a Palazzo Chigi o niente». Anche tra i parlamentari il clima è incandescente: il «capo politico» è sulla graticola, per la sua testardaggine a non voler accettare nessun altro nome come presidente del Consiglio. Di Maio, ritenendo probabile un incarico da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Roberto Fico per una esplorazione delle possibilità di intesa tra M5s e Partito democratico, si prepara al salto da Matteo Salvini a Maurizio Martina rispolverando il famigerato «contratto alla tedesca», ovvero l'accordo su un programma dettagliatissimo che convinca gli elettori pentastellati della bontà di un'intesa con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Ovvero, con i principali bersagli della propaganda elettorale grillina. «Ho incontrato il professor Giacinto Della Cananea», ha detto ieri Di Maio, al salone del mobile di Milano, «che ha pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo. Questo lavoro ha già individuato i punti di contatto tra le forze politiche: tra noi e la Lega e tra noi e il Pd. Al centro ci sono i grandi temi dei diritti sociali, della sicurezza, della disoccupazione. A breve renderemo pubblico questo lavoro istruttorio. Da diverse settimane siamo al lavoro per creare un governo fatto bene», ha aggiunto Di Maio, «il M5s vuole mettere in piedi un governo con al centro i cittadini e una maggioranza di governo in grado di cambiare tutto». In realtà, se nelle prossime ore Sergio Mattarella affiderà a Roberto Fico l'incarico esplorativo, per Luigi Di Maio sarà notte fonda. Fico, infatti, una volta montato a cavallo, difficilmente verrebbe disarcionato, se l'esplorazione andasse a buon fine e si trovasse l'accordo tra M5s e Pd. Il premier potrebbe essere proprio Fico, ideologicamente schierato a sinistra e acerrimo avversario interno di Di Maio; il presidente della Camera, in ogni caso, avrebbe comunque gioco facile a spalancare a un «nome terzo» le porte di Palazzo Chigi. «Aspettiamo il presidente della Repubblica», ha detto ieri Di Maio a proposito di Fico, «Roberto Fico è il nostro presidente della Camera, guardiamo a lui come una figura che è stata in grado in questo momento fondamentale di partenza dei lavori parlamentari di essere una figura di garanzia e ha saputo assicurare la sua imparzialità. Aspettiamo Mattarella, ma è chiaro che se mi chiedete di Roberto Fico ho solo cose buona da dirvi». Traduzione: «Fico sta bene dove sta». Questo, almeno, secondo Di Maio, che però continua a sperare in un accordo con Matteo Salvini, ben sapendo che il tramonto dell'ipotesi di governo Lega-M5s sancirebbe il suo addio a ogni speranza di premiership. Di Maio continua, tra l'altro, attraverso dichiarazioni pubbliche a raffica, a invitare Salvini a scaricare Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, mettendo in grande difficoltà il leader del Carroccio: più Di Maio insiste a entrare a gamba tesa sul centrodestra, più costringe Salvini a restare incollato, seppure controvoglia, a Berlusconi e alla Meloni. «Credo fortemente», ha ripetuto anche ieri Di Maio, «che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo Paese. Possiamo fare cose molto importanti. So bene il momento che sta vivendo Salvini, e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega. Ho auto modo di testare la sua affidabilità», ha aggiunto Di Maio, «quando abbiamo eletto le cariche istituzionali in Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti». Tutto molto bello, ma Fico incombe e Salvini non divorzia da Berlusconi. Dunque, a Di Maio non resta che prepararsi all'ipotesi Pd. «Il Partito democratico», ha sottolineato ieri Di Maio, «ha detto che le distanze con il M5s non sono incolmabili. A me fa piacere. Ho sempre detto che la nostra proposta per firmare un contratto di governo era rivolta a due forze politiche: la Lega e il Pd». Alessandro Di Battista ieri ha parlato di immigrazione, tanto per spargere altro sale sulle ferite dell'asse Di Maio-Salvini: «Non si può pensare», ha affermato Di Battista, «di gestire esclusivamente i flussi, quando si è continuato a fare guerre di invasione, spesso mascherate, che hanno poi causato danni incredibili, come in Libia. Per quanto concerne l'accoglienza», ha aggiunto Di Battista, «secondo noi quelli che hanno diritto ad essere accolti devono essere accolti, ma suddivisi equamente tra tutti i Paesi europei». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlusconi-ci-mette-qualche-pezza-2562084654.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="i-dem-si-nascondono-dietro-al-colle-ma-sala-apre-al-m5s-dialoghiamo" data-post-id="2562084654" data-published-at="1778608525" data-use-pagination="False"> I dem si nascondono dietro al Colle ma Sala apre al M5s: «Dialoghiamo» Tutti appesi alla decisioni del presidente della Repubblica e alle scelte di Matteo Renzi. Nel Pd sono giorni di riflessioni e attesa. Il dilemma è sempre il solito: il dogma renziano dell'opposizione a tutti e tutto è ancora valido? Il segretario reggente, Maurizio Martina, lascia intendere che ogni decisione sarà presa dopo aver valutato le conclusioni cui giungerà il Colle: «Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedì. Noi vogliamo essere assolutamente rispettosi di questo passaggio che il presidente sta facendo». Se non è una vera e propria apertura, sicuramente non è un «no» a priori simile a quelli pronunciati nelle scorse settimane da altri big del partito. Martina, infatti, lascia aperto uno spiraglio a un'eventuale collaborazione con i pentastellati. Non senza risparmiare qualche accento polemico. Ieri il nuovo affondo: «Quello che abbiamo visto fino a qui da parte dei cosiddetti vincitori è sinceramente uno spettacolo sbagliato. Siamo al quarantottesimo giorno di stallo, di polemiche, veti e controveti. Diciamo che siamo passati da “prima gli italiani" a “prima i fatti loro" e questo è inaccettabile per un Paese che ha bisogno di certezze». Tra i dem, in ogni caso, le distanze sono importanti. C'è chi vede come fumo negli occhi un'intesa con il M5s. Andrea Orlando, ministro della Giustizia e tra i principali rappresentanti della minoranza, è tranchant: «Mi sembra che oggi il Movimento 5 stelle stia alacremente lavorando per costruire un asse con la destra, ed è una cosa sulla quale è giusto che anche i molti elettori di centrosinistra che hanno votato per i 5 stelle riflettano. I loro voti, dati spesso anche come elemento di critica al centrosinistra e al Pd, oggi saranno utilizzati per costruire un rapporto con Matteo Salvini». Per Orlando, dunque, all'orizzonte c'è la saldatura tra Lega e M5s. È caustico il post che il renziano capogruppo al Senato Andrea Marcucci dedica a Luigi Di Maio e, indirettamente, a qualsiasi ipotesi di apertura: «Ormai Di Maio, pur di fare il premier, chiede l'appoggio esterno a tutti, anche a Qui, Quo, Qua. Ma loro, come è noto, vogliono Paperino alla presidenza del Consiglio. Forse mediazione su Paperon dei Paperoni. Quante revisioni del programma dovrà prevedere Davide Casaleggio per accontentare Di Maio?». Non è d'accordo su questa linea Giuseppe Sala, sindaco di Milano: «Auspico assolutamente il dialogo tra Pd e M5s, partendo dal presupposto che ovviamente su alcuni principi fondamentali bisogna pure intendersi». «Su alcuni principi fondamentali bisogna intendersi. Tra reddito di cittadinanza e il nostro welfare solidale è chiaro che il modello giusto sia il nostro, però bisogna parlare con tutti», insiste il sindaco. La sensazione è che lo stallo non sia destinato a durare molto. Di fronte a una «chiamata» di Mattarella, Renzi potrebbe chiedere alle truppe parlamentari infarcite di suoi fedelissimi a compiere una giravolta. L'ennesima in questi ultimi mesi. Antonio Ricchio
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
Continua a leggereRiduci