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2021-01-20
Berlino ce lo scrive nero su bianco. «Da Biontech 30 milioni di dosi extra»
Angela Merkel (Getty images)
«La Germania si è assicurata la fornitura di 30 milioni di dosi aggiuntive da Biontech». Più chiaro di così si muore, specialmente se a parlare è un portavoce del governo capitanato da Angela Merkel. Contattato dalla Verità, il ministero della Salute tedesco ha confermato senza troppi giri di parole un sospetto che aleggiava ormai da svariate settimane. Lo scorso 8 gennaio, Reuters aveva fornito alcuni importanti dettagli riguardanti la trattativa svoltasi in estate tra l'esecutivo di Berlino e le due case farmaceutiche tedesche Curevac e Biontech, per l'approvvigionamento rispettivamente di 20 milioni e 30 milioni di dosi di vaccino anti Covid. Tutte rigorosamente fuori dagli accordi Ue. Nella sua inchiesta, l'agenzia di stampa londinese aveva tirato in ballo come fonti un leak del ministero e la testimonianza di un funzionario che aveva chiesto di rimanere anonimo. Nelle mani del nostro quotidiano, invece, c'è addirittura un messaggio di posta elettronica firmato da un addetto del dicastero guidato da Jens Spahn.
Secondo le indiscrezioni riportate da Reuters, l'esecutivo avrebbe firmato due distinti «memorandum of understanding»: il primo con Curevac risalente al 31 agosto 2020, e l'altro con Biontech, datato 8 settembre. E un'attenzione particolare va riservata proprio alle date, perché in entrambi i casi i contratti con l'Unione europea non erano ancora stati firmati. L'intesa definitiva con Pfizer-Biontech, infatti, è stata firmata l'11 novembre, mentre quella con Curevac otto giorni più tardi. Quindi, mentre la Commissione trattava con i produttori per «tirare» i prezzi del vaccino, Berlino si muoveva per conto proprio. Tutto ciò in barba all'articolo 7 della «Strategia sui vaccini contro il coronavirus» condivisa dai partner dell'Ue il 18 giugno scorso, con la quale gli Stati membri si impegnavano a «non avviare procedure di acquisto preliminare (i cosiddetti Apa, ndr) per un determinato vaccino con il medesimo produttore». Una norma solo in apparenza chiara e tra le cui pieghe, come vedremo più avanti, la Germania si sarebbe insinuata senza violare gli accordi continentali.
Contestato in patria per aver negoziato un numero insufficiente di dosi a favore del proprio Paese, Jens Spahn si è difeso tirando fuori dal cilindro gli accordi con le case farmaceutiche per accaparrarsi fiale extra. Ora che Pfizer e Biontech sono finite nell'occhio del ciclone per aver tagliato le forniture in tutta Europa, però, il sospetto è che le due aziende abbiano chiuso accordi per un quantitativo di dosi superiore alla propria capacità produttiva. Magari finendo per dare priorità al migliore offerente. Non va dimenticato, d'altronde, che quello strappato dalla Commissione europea dovrebbe essere - almeno sulla carta - un prezzo di favore. Se invece la cancelliera avesse messo sul piatto più soldi, quella di una corsia preferenziale per Berlino non si rivelerebbe un'ipotesi poi tanto assurda. Un'eventualità ancora più grave se inserita nell'attuale contesto di scarsità del vaccino, dal momento che equivarrebbe di fatto a sottrarre dosi agli altri Paesi. Alla faccia della solidarietà europea.
L'imbarazzo di Biontech è palpabile. Contattato dal nostro quotidiano, un responsabile dell'azienda tedesca ha prima negato qualsiasi tipo di accordo preliminare di acquisto con il governo tedesco: «Non esiste alcun contratto e nessuna dose è stata acquistata, tutti gli accordi di fornitura sono stati firmati con la Commissione europea per conto degli Stati membri». Poi, una precisazione sibillina. «Un memorandum of understanding è cosa diversa da una procedura preliminare di acquisto». E qui torniamo alla normativa europea, perché in effetti a essere proibiti sono gli Apa, e non le altre tipologie di accordo. Paradossalmente, dunque, sfruttando questo cavillo il governo tedesco avrebbe evitato di violare formalmente gli accordi. Rimane il fatto che così facendo, a prescindere dall'aver infranto o meno le regole, la Merkel ha tradito la fiducia delle istituzioni europee e dei Paesi partner.
Non si tratta di un caso isolato, perché nella serata di ieri anche Curevac ha confermato alla Verità i contatti con Spahn e soci in merito alle dosi extra accordo Ue: «Le trattative con il governo tedesco sono ancora in corso e non possiamo commentare». Forse a stupire maggiormente è proprio l'atteggiamento della Commissione. Nel corso dell'audizione di fronte al Parlamento europeo svoltasi la scorsa settimana, il direttore della Direzione generale Salute e sicurezza alimentare nonché capo dei negoziati con le case farmaceutiche, Sandra Gallina, ha negato tutto: «Dal mio punto di vista, sulla base di quanto mi è stato detto, questi presunti contratti bilaterali stipulati dagli Stati membri non esistono». Se a noi è stato sufficiente inviare una e-mail per scoprire come stanno le cose, perché il presidente Ursula von der Leyen non ha indagato più a fondo? Viene da pensare che, pur di non dare contro alla Germania, Bruxelles abbia preferito ancora una volta mettere la testa sotto la sabbia.
Curevac, la trasparenza è una farsa
L'operazione trasparenza si è rivelata una farsa. Avevamo dato notizia delle restrizioni imposte la scorsa settimana agli europarlamentari che volevano visionare a Bruxelles, per pochi giorni e in soli 50 minuti, il primo contratto sui vaccini non segretato. Si tratta dell'accordo della Commissione europea con Curevac, società biofarmaceutica domiciliata nei Paesi Bassi ma con sede a Tubinga, in Germania, che sta ancora sperimentando il suo vaccino, noto per ora con la sigla CVnCoV. L'azienda aveva firmato lo scorso luglio un contratto di prestito da 75 milioni di euro con la Banca europea per gli investimenti, per lo sviluppo e la produzione su larga scala di vaccini, e a novembre si era impegnata a fornire 225 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri dell'Ue, più altri 180 milioni se necessari.
Quell'Advance purchase agreement (Apa), l'accordo di acquisto anticipato stipulato con il presidente Ursula von der Leyen, è da ieri consultabile sul sito della Commissione. Peccato che le 67 pagine in inglese siano di utilità zero. Come già denunciato da alcuni eurodeputati, il documento è stato infatti sbianchettato in molte parti, togliendo riferimenti fondamentali per la comprensione della natura dell'accordo. I primi, clamorosi omissis sono quelli relativi al vaccino. Leggiamo che «verrà fornito sotto forma di [***] che richiederà un [***]. Il [***] sarà probabilmente presentato in [***] scatole e [***]. L'imballaggio includerà anche [***]». Insomma, non viene spiegato nulla e ben 15 pagine dell'allegato numero 4, sulle caratteristiche del prodotto, sono state oscurate. Nemmeno è dato sapere quante saranno le dosi necessarie per una vaccinazione: figurano depennate.
La tabella dei quantitativi di vaccino che Curevac, sostenuta anche da Bayer nell'ulteriore sviluppo e per le operazioni nei Paesi dell'Unione europea (oltre che in mercati aggiuntivi selezionati), si è impegnata a fornire dal primo trimestre 2021 a quello del 2021, è inutilmente a due colonne perché la seconda l'hanno annerita. Alla voce «il prezzo del vaccino per dose sarà di euro», una manina ha cancellato l'importo. Impossibile sapere quanto dovrà pagare, al momento dell'ordine, il Paese che vuole dosi aggiuntive, ed entro quanti giorni lo Stato membro potrà fare la sua segnalazione all'azienda se ci saranno stati problemi con il farmaco.
Al capitolo «Responsabilità» non appare il nome della società farmaceutica ma solo che [***] assieme alla «Commissione e gli Stati membri partecipanti, non sono responsabili per eventuali danni o perdite». Ma è forse la sezione «Indennizzi», la più scandalosa, in quanto quasi completamente coperta. «Esistono delle clausole di deresponsabilizzazione per i produttori del vaccino, come temevamo, ma non è dato saperle perché non sono leggibili. Le hanno oscurate», tuona Vincenzo Sofo, eurodeputato della Lega. «L'accordo non fa chiarezza nemmeno sul costo vaccini e se i prezzi cambieranno, alla data di scadenza della pandemia. Dopo mesi di battaglie per avere queste informazioni, la Commissione presenta un documento censurato in tutte le parti sensibili», protesta Sofo che nei prossimi giorni realizzerà un video nel quale mostrerà «la vergogna di questo contratto, di cui anche il nostro Paese è responsabile perché non riesce a pretendere trasparenza dall'Ue».
Intanto Nicola Magrini, direttore generale dell'Aifa, ha espresso dubbi su Astrazeneca che «aveva promesso di arrivare primo nella corsa al vaccino, invece sarà probabilmente il terzo. I dati andranno confrontati, anche se indirettamente, con gli altri due vaccini che si sono dimostrati molto efficaci».
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È bastata una nostra mail al ministero della Salute per aver conferma del memorandum firmato una settimana prima dell'accordo Ue. L'azienda in difficoltà nicchia. Il governo rivela: «Noi in trattative con un altro fornitore»La Commissione pubblica il contratto ma l'operazione è risibile. Le parti cruciali (costi, effetti avversi, indennizzi ) sono cancellate. Dubbi dell'Aifa su AstrazenecaLo speciale contiene due articoli«La Germania si è assicurata la fornitura di 30 milioni di dosi aggiuntive da Biontech». Più chiaro di così si muore, specialmente se a parlare è un portavoce del governo capitanato da Angela Merkel. Contattato dalla Verità, il ministero della Salute tedesco ha confermato senza troppi giri di parole un sospetto che aleggiava ormai da svariate settimane. Lo scorso 8 gennaio, Reuters aveva fornito alcuni importanti dettagli riguardanti la trattativa svoltasi in estate tra l'esecutivo di Berlino e le due case farmaceutiche tedesche Curevac e Biontech, per l'approvvigionamento rispettivamente di 20 milioni e 30 milioni di dosi di vaccino anti Covid. Tutte rigorosamente fuori dagli accordi Ue. Nella sua inchiesta, l'agenzia di stampa londinese aveva tirato in ballo come fonti un leak del ministero e la testimonianza di un funzionario che aveva chiesto di rimanere anonimo. Nelle mani del nostro quotidiano, invece, c'è addirittura un messaggio di posta elettronica firmato da un addetto del dicastero guidato da Jens Spahn. Secondo le indiscrezioni riportate da Reuters, l'esecutivo avrebbe firmato due distinti «memorandum of understanding»: il primo con Curevac risalente al 31 agosto 2020, e l'altro con Biontech, datato 8 settembre. E un'attenzione particolare va riservata proprio alle date, perché in entrambi i casi i contratti con l'Unione europea non erano ancora stati firmati. L'intesa definitiva con Pfizer-Biontech, infatti, è stata firmata l'11 novembre, mentre quella con Curevac otto giorni più tardi. Quindi, mentre la Commissione trattava con i produttori per «tirare» i prezzi del vaccino, Berlino si muoveva per conto proprio. Tutto ciò in barba all'articolo 7 della «Strategia sui vaccini contro il coronavirus» condivisa dai partner dell'Ue il 18 giugno scorso, con la quale gli Stati membri si impegnavano a «non avviare procedure di acquisto preliminare (i cosiddetti Apa, ndr) per un determinato vaccino con il medesimo produttore». Una norma solo in apparenza chiara e tra le cui pieghe, come vedremo più avanti, la Germania si sarebbe insinuata senza violare gli accordi continentali. Contestato in patria per aver negoziato un numero insufficiente di dosi a favore del proprio Paese, Jens Spahn si è difeso tirando fuori dal cilindro gli accordi con le case farmaceutiche per accaparrarsi fiale extra. Ora che Pfizer e Biontech sono finite nell'occhio del ciclone per aver tagliato le forniture in tutta Europa, però, il sospetto è che le due aziende abbiano chiuso accordi per un quantitativo di dosi superiore alla propria capacità produttiva. Magari finendo per dare priorità al migliore offerente. Non va dimenticato, d'altronde, che quello strappato dalla Commissione europea dovrebbe essere - almeno sulla carta - un prezzo di favore. Se invece la cancelliera avesse messo sul piatto più soldi, quella di una corsia preferenziale per Berlino non si rivelerebbe un'ipotesi poi tanto assurda. Un'eventualità ancora più grave se inserita nell'attuale contesto di scarsità del vaccino, dal momento che equivarrebbe di fatto a sottrarre dosi agli altri Paesi. Alla faccia della solidarietà europea. L'imbarazzo di Biontech è palpabile. Contattato dal nostro quotidiano, un responsabile dell'azienda tedesca ha prima negato qualsiasi tipo di accordo preliminare di acquisto con il governo tedesco: «Non esiste alcun contratto e nessuna dose è stata acquistata, tutti gli accordi di fornitura sono stati firmati con la Commissione europea per conto degli Stati membri». Poi, una precisazione sibillina. «Un memorandum of understanding è cosa diversa da una procedura preliminare di acquisto». E qui torniamo alla normativa europea, perché in effetti a essere proibiti sono gli Apa, e non le altre tipologie di accordo. Paradossalmente, dunque, sfruttando questo cavillo il governo tedesco avrebbe evitato di violare formalmente gli accordi. Rimane il fatto che così facendo, a prescindere dall'aver infranto o meno le regole, la Merkel ha tradito la fiducia delle istituzioni europee e dei Paesi partner. Non si tratta di un caso isolato, perché nella serata di ieri anche Curevac ha confermato alla Verità i contatti con Spahn e soci in merito alle dosi extra accordo Ue: «Le trattative con il governo tedesco sono ancora in corso e non possiamo commentare». Forse a stupire maggiormente è proprio l'atteggiamento della Commissione. Nel corso dell'audizione di fronte al Parlamento europeo svoltasi la scorsa settimana, il direttore della Direzione generale Salute e sicurezza alimentare nonché capo dei negoziati con le case farmaceutiche, Sandra Gallina, ha negato tutto: «Dal mio punto di vista, sulla base di quanto mi è stato detto, questi presunti contratti bilaterali stipulati dagli Stati membri non esistono». Se a noi è stato sufficiente inviare una e-mail per scoprire come stanno le cose, perché il presidente Ursula von der Leyen non ha indagato più a fondo? 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Si tratta dell'accordo della Commissione europea con Curevac, società biofarmaceutica domiciliata nei Paesi Bassi ma con sede a Tubinga, in Germania, che sta ancora sperimentando il suo vaccino, noto per ora con la sigla CVnCoV. L'azienda aveva firmato lo scorso luglio un contratto di prestito da 75 milioni di euro con la Banca europea per gli investimenti, per lo sviluppo e la produzione su larga scala di vaccini, e a novembre si era impegnata a fornire 225 milioni di dosi per conto di tutti gli Stati membri dell'Ue, più altri 180 milioni se necessari. Quell'Advance purchase agreement (Apa), l'accordo di acquisto anticipato stipulato con il presidente Ursula von der Leyen, è da ieri consultabile sul sito della Commissione. Peccato che le 67 pagine in inglese siano di utilità zero. Come già denunciato da alcuni eurodeputati, il documento è stato infatti sbianchettato in molte parti, togliendo riferimenti fondamentali per la comprensione della natura dell'accordo. I primi, clamorosi omissis sono quelli relativi al vaccino. Leggiamo che «verrà fornito sotto forma di [***] che richiederà un [***]. Il [***] sarà probabilmente presentato in [***] scatole e [***]. L'imballaggio includerà anche [***]». Insomma, non viene spiegato nulla e ben 15 pagine dell'allegato numero 4, sulle caratteristiche del prodotto, sono state oscurate. Nemmeno è dato sapere quante saranno le dosi necessarie per una vaccinazione: figurano depennate. La tabella dei quantitativi di vaccino che Curevac, sostenuta anche da Bayer nell'ulteriore sviluppo e per le operazioni nei Paesi dell'Unione europea (oltre che in mercati aggiuntivi selezionati), si è impegnata a fornire dal primo trimestre 2021 a quello del 2021, è inutilmente a due colonne perché la seconda l'hanno annerita. Alla voce «il prezzo del vaccino per dose sarà di euro», una manina ha cancellato l'importo. Impossibile sapere quanto dovrà pagare, al momento dell'ordine, il Paese che vuole dosi aggiuntive, ed entro quanti giorni lo Stato membro potrà fare la sua segnalazione all'azienda se ci saranno stati problemi con il farmaco. Al capitolo «Responsabilità» non appare il nome della società farmaceutica ma solo che [***] assieme alla «Commissione e gli Stati membri partecipanti, non sono responsabili per eventuali danni o perdite». Ma è forse la sezione «Indennizzi», la più scandalosa, in quanto quasi completamente coperta. «Esistono delle clausole di deresponsabilizzazione per i produttori del vaccino, come temevamo, ma non è dato saperle perché non sono leggibili. Le hanno oscurate», tuona Vincenzo Sofo, eurodeputato della Lega. «L'accordo non fa chiarezza nemmeno sul costo vaccini e se i prezzi cambieranno, alla data di scadenza della pandemia. Dopo mesi di battaglie per avere queste informazioni, la Commissione presenta un documento censurato in tutte le parti sensibili», protesta Sofo che nei prossimi giorni realizzerà un video nel quale mostrerà «la vergogna di questo contratto, di cui anche il nostro Paese è responsabile perché non riesce a pretendere trasparenza dall'Ue». Intanto Nicola Magrini, direttore generale dell'Aifa, ha espresso dubbi su Astrazeneca che «aveva promesso di arrivare primo nella corsa al vaccino, invece sarà probabilmente il terzo. I dati andranno confrontati, anche se indirettamente, con gli altri due vaccini che si sono dimostrati molto efficaci».
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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