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2024-12-05
Bergoglio «santifica» la ciurma di Casarini che al posto della fede predica la rivolta
Luca Casarini e Papa Francesco (Ansa)
Rivoluzione, occupazione, disobbedienza: è il Vangelo secondo i Casarini boys. Chissà se il Papa, prima di autorizzare l’ex no global e don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Ong, a pubblicare i suoi scritti nei loro libri, si è reso conto di quale fede professino costoro. Ormai affiancati, in mare, pure da un veliero messo a disposizione dalla Cei. Francesco ha consentito di piazzare in apertura di La cospirazione del bene, saggio che il gruppettaro del G8 2001 ha firmato insieme a Gianfranco Bettin, la sua catechesi del 28 agosto scorso. Nella quale emerge una grande contraddizione.
Da un lato il Pontefice ribadisce la condanna di chi «opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti»: è «un peccato grave», ammonisce, «il Signore è con loro, non con quelli che li respingono». Dall’altro lato, però, il successore di Pietro ammette che occorre unire «le forze per combattere la tratta di esseri umani, per fermare i criminali trafficanti che senza pietà sfruttano la miseria altrui». Secondo Jorge Mario Bergoglio, non servono leggi restrittive e rimpatri, bensì più «vie di accesso sicure» e «regolari […] per chi scappa da guerre, dalle violenze, dalle persecuzioni e dalle tante calamità». Così sia. Ma siamo sicuri che i «buoni samaritani» delle Ong offrano corridoi protetti e legali, piuttosto che rendere un servizio, sia pure involontariamente e in buona fede, a chi gestisce il crudele mercato dei disperati? Uomini privi di scrupoli guidano le carovane di migranti, li stipano e li torturano nelle carceri del Nord Africa, li mettono su imbarcazioni di fortuna facendosi pagare a peso d’oro, li lasciano in balìa delle onde; e i «bravi che stanno lì in prima linea» pattugliano le acque, in attesa di caricare le vittime di un commercio che, intanto, può continuare a prosperare.
Ospite del Sinodo, pubblicamente elogiato dal vicario di Cristo, Luca Casarini è ormai un prediletto del Papa. «Sei parte dell’equipaggio», gli avevano detto gli attivisti di Saving Humans durante un incontro riservato in Vaticano, del quale l’ex tuta bianca ha dato conto nel volume Feltrinelli da poco in vendita. «Certo che lo sono!», avrebbe esclamato Francesco. Occhio alla gente con cui ci si accompagna...
La filosofia di Casarini, che nel frattempo si è messo a studiare da teologo, in realtà è rimasta più o meno la stessa del periodo genovese: «Cospirare» significa, si legge nel suo libro, «studiare le tecniche per sfuggire al controllo, spesso oppressivo e sempre insistente, degli apparati che avevano il compito istituzionale di non farci agire». Per la precisione, i magistrati, le forze dell’ordine, le autorità pubbliche. E quali imprese i cattivi hanno sempre voluto vietare ai «buoni samaritani»? «Occupare uno spazio abbandonato da trasformare in un centro sociale, o una casa sfitta da restituire alla sua funzione: essere abitata da qualcuno che ne ha bisogno»; sbafare le consumazioni al ristorante che ospitava il gala della Nato; invadere una base militare. Tutte incursioni che, negli anni, hanno dato ai professionisti della protesta «un peculiare know-how», cioè una certa abilità a infrangere la legge. La legge italiana, la legge di uno Stato straniero che forse, dal Vaticano, meriterebbe rispetto. A meno che, come scrive don Ferrari nella sua raffinata disamina politologica - Salvato dai migranti, Edb, presentazione di Bergoglio e postfazione di Marco Damilano, a proposito di ottime compagnie - la legalità non sia un concetto opinabile: funziona solo «se è al servizio di leggi che tutelano la giustizia e l’umanità». Certo, l’ordine costituito non può silenziare la voce della coscienza. Ma in democrazia, le leggi sarebbe meglio cambiarle che violarle. Specie se la coscienza coincide con l’arbitrio di una ciurma delle Ong. Anzi, di una «banda», come la definisce l’ex leader dei Disobbedienti citando il film The Blues brothers. Si sentirà pure lui in missione per conto di Dio?
I preferiti del Pontefice sono maestri nel ribaltare il mondo. Nell’opera di don Barchino, Casarini diventa uno che «ha sempre lottato dalla parte degli ultimi»; lo Spin Time, il palazzo occupato di Roma al quale l’Elemosiniere della Santa Sede riallacciò la corrente, un «centro di rigenerazione urbana», in cui «si svolgono attività e laboratori che costruiscono fraternità e giustizia». A essere sinceri, ci si svolgono dei rave party, ma pazienza. E il cardinale Konrad Krajewski, ricollegando l’alimentazione elettrica, «ha fatto quello che avrebbe fatto Gesù». Il quale, però, non elargiva la carità a spese dei contribuenti e, anzi, invitava a pagare le tasse. In nome dei migranti, Bergoglio compra il pacchetto completo? Traversate nel Mediterraneo più scorribande al fianco dei centri sociali?
«Fare il bene oggi vuol dire fare la rivoluzione», aveva dichiarato Casarini alla presentazione del libro a Milano, una ventina di giorni fa. Don Mattia, abbeveratosi alla fonte dei sociologi della sinistra radicale, ne teorizza addirittura una doppia: «La sovversione politica richiede una sovversione cognitiva». Siamo a un passo dalla «rivolta sociale» della Cgil. Ci manca che Francesco scriva un’introduzione per un testo di Maurizio Landini e poi il cerchio sarà chiuso.
Sono questi gli esempi da presentare ai fedeli? È da loro che dovremmo imparare a rispettare l’undicesimo comandamento sull’accoglienza? Sarà mica che nel nuovo corso teologico regna la confusione? Viene proprio spontanea una domanda semplice, umile, magari ingenua: ai cattolici serve la rivoluzione, oppure la conversione?
Apostolico lascia la magistratura. Via libera in Aula al decreto Flussi
Colpo di scena: ieri il plenum Csm ha accolto le dimissioni dalla magistratura di Iolanda Apostolico, la giudice che, a settembre 2023, aveva disapplicato una norma del governo Meloni sul trattenimento dei richiedenti asilo nei Cpr e che, pochi giorni dopo, era finita nella bufera per un video del 2018, che la ritraeva durante una protesta a Catania contro i decreti Salvini sulla sicurezza.
Intanto, con il via libera in Senato, il decreto Flussi è diventato legge. Oltre al nuovo elenco di Paesi considerati sicuri (Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia), c’è anche quello che l’ opposizione ha ribattezzato «emendamento Musk», ovvero l’affidamento alle Corti d’Appello della valutazione su convalida o proroga dei trattenimenti dei migranti che chiedono la protezione internazionale. Il Csm ha espresso parere negativo all’emendamento, citando, fra le motivazioni, l’allungamento dei tempi e il rischio che a giudicare siano magistrati privi delle competenze necessarie. La competenza prima spettava ai tribunali specializzati che fin qui hanno negato le convalide di fermo nei Cpr albanesi. Decisioni che da alcuni sono state definite politiche. I magistrati da settimane sostengono di non aver fatto altro che disapplicare misure non compatibili con la giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Anche se sono molti i pareri di giuristi che considerano sbagliata l’interpretazione della sentenza della Corte Ue.
Per sciogliere il nodo che si è creato sul tema delle politiche migratorie dovrebbe intervenire una pronuncia della Corte di Cassazione. I sostituti procuratori generali della prima sezione civile, Luisa De Renzis e Anna Maria Soldi, nell’udienza di ieri mattina hanno chiesto di sospendere i trattenimenti dei migranti in Albania in attesa che la Corte di giustizia europea si pronunci in merito alla questione dei Paesi sicuri, il 25 febbraio del 2025. Il verdetto dovrebbe arrivare ad aprile, la procedura d’urgenza inizierà il 25 febbraio.
Rispetto a queste novità restano confermate tutte le altre misure, come la riduzione da 60 a 10 giorni del termine entro il quale può essere impugnato davanti al prefetto il provvedimento di fermo amministrativo delle navi Ong. Il questore potrà disporre l’ispezione dei telefoni dei migranti per accertarne l’identità; saranno secretati i contratti per la cessione di mezzi e materiali a Paesi terzi fatti per rafforzare il controllo delle frontiere e dei flussi migratori, e per le attività di ricerca e soccorso in mare. E altro ancora.
Per quanto riguarda l’Albania, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, riferendo in Aula ha detto: «Siamo al lavoro per superare gli ostacoli incontrati e garantirne piena funzionalità». A chi accusa il governo di spendere troppo per questa operazione, ha risposto: «È un investimento che consentirà di abbattere le spese di accoglienza, che solo nel 2023 sono state di circa 2 miliardi di euro».
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I testi del Papa nei libri dell’ex tuta bianca e di don Mattia Ferrari, tra contraddizioni sull’immigrazione e apologie di chi viola la legge.Ira del Csm per la norma che trasferisce le competenze sui migranti alle Corti d’Appello.Lo speciale contiene due articoli.Rivoluzione, occupazione, disobbedienza: è il Vangelo secondo i Casarini boys. Chissà se il Papa, prima di autorizzare l’ex no global e don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Ong, a pubblicare i suoi scritti nei loro libri, si è reso conto di quale fede professino costoro. Ormai affiancati, in mare, pure da un veliero messo a disposizione dalla Cei. Francesco ha consentito di piazzare in apertura di La cospirazione del bene, saggio che il gruppettaro del G8 2001 ha firmato insieme a Gianfranco Bettin, la sua catechesi del 28 agosto scorso. Nella quale emerge una grande contraddizione.Da un lato il Pontefice ribadisce la condanna di chi «opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti»: è «un peccato grave», ammonisce, «il Signore è con loro, non con quelli che li respingono». Dall’altro lato, però, il successore di Pietro ammette che occorre unire «le forze per combattere la tratta di esseri umani, per fermare i criminali trafficanti che senza pietà sfruttano la miseria altrui». Secondo Jorge Mario Bergoglio, non servono leggi restrittive e rimpatri, bensì più «vie di accesso sicure» e «regolari […] per chi scappa da guerre, dalle violenze, dalle persecuzioni e dalle tante calamità». Così sia. Ma siamo sicuri che i «buoni samaritani» delle Ong offrano corridoi protetti e legali, piuttosto che rendere un servizio, sia pure involontariamente e in buona fede, a chi gestisce il crudele mercato dei disperati? Uomini privi di scrupoli guidano le carovane di migranti, li stipano e li torturano nelle carceri del Nord Africa, li mettono su imbarcazioni di fortuna facendosi pagare a peso d’oro, li lasciano in balìa delle onde; e i «bravi che stanno lì in prima linea» pattugliano le acque, in attesa di caricare le vittime di un commercio che, intanto, può continuare a prosperare.Ospite del Sinodo, pubblicamente elogiato dal vicario di Cristo, Luca Casarini è ormai un prediletto del Papa. «Sei parte dell’equipaggio», gli avevano detto gli attivisti di Saving Humans durante un incontro riservato in Vaticano, del quale l’ex tuta bianca ha dato conto nel volume Feltrinelli da poco in vendita. «Certo che lo sono!», avrebbe esclamato Francesco. Occhio alla gente con cui ci si accompagna...La filosofia di Casarini, che nel frattempo si è messo a studiare da teologo, in realtà è rimasta più o meno la stessa del periodo genovese: «Cospirare» significa, si legge nel suo libro, «studiare le tecniche per sfuggire al controllo, spesso oppressivo e sempre insistente, degli apparati che avevano il compito istituzionale di non farci agire». Per la precisione, i magistrati, le forze dell’ordine, le autorità pubbliche. E quali imprese i cattivi hanno sempre voluto vietare ai «buoni samaritani»? «Occupare uno spazio abbandonato da trasformare in un centro sociale, o una casa sfitta da restituire alla sua funzione: essere abitata da qualcuno che ne ha bisogno»; sbafare le consumazioni al ristorante che ospitava il gala della Nato; invadere una base militare. Tutte incursioni che, negli anni, hanno dato ai professionisti della protesta «un peculiare know-how», cioè una certa abilità a infrangere la legge. La legge italiana, la legge di uno Stato straniero che forse, dal Vaticano, meriterebbe rispetto. A meno che, come scrive don Ferrari nella sua raffinata disamina politologica - Salvato dai migranti, Edb, presentazione di Bergoglio e postfazione di Marco Damilano, a proposito di ottime compagnie - la legalità non sia un concetto opinabile: funziona solo «se è al servizio di leggi che tutelano la giustizia e l’umanità». Certo, l’ordine costituito non può silenziare la voce della coscienza. Ma in democrazia, le leggi sarebbe meglio cambiarle che violarle. Specie se la coscienza coincide con l’arbitrio di una ciurma delle Ong. Anzi, di una «banda», come la definisce l’ex leader dei Disobbedienti citando il film The Blues brothers. Si sentirà pure lui in missione per conto di Dio?I preferiti del Pontefice sono maestri nel ribaltare il mondo. Nell’opera di don Barchino, Casarini diventa uno che «ha sempre lottato dalla parte degli ultimi»; lo Spin Time, il palazzo occupato di Roma al quale l’Elemosiniere della Santa Sede riallacciò la corrente, un «centro di rigenerazione urbana», in cui «si svolgono attività e laboratori che costruiscono fraternità e giustizia». A essere sinceri, ci si svolgono dei rave party, ma pazienza. E il cardinale Konrad Krajewski, ricollegando l’alimentazione elettrica, «ha fatto quello che avrebbe fatto Gesù». Il quale, però, non elargiva la carità a spese dei contribuenti e, anzi, invitava a pagare le tasse. In nome dei migranti, Bergoglio compra il pacchetto completo? Traversate nel Mediterraneo più scorribande al fianco dei centri sociali?«Fare il bene oggi vuol dire fare la rivoluzione», aveva dichiarato Casarini alla presentazione del libro a Milano, una ventina di giorni fa. Don Mattia, abbeveratosi alla fonte dei sociologi della sinistra radicale, ne teorizza addirittura una doppia: «La sovversione politica richiede una sovversione cognitiva». Siamo a un passo dalla «rivolta sociale» della Cgil. Ci manca che Francesco scriva un’introduzione per un testo di Maurizio Landini e poi il cerchio sarà chiuso.Sono questi gli esempi da presentare ai fedeli? È da loro che dovremmo imparare a rispettare l’undicesimo comandamento sull’accoglienza? Sarà mica che nel nuovo corso teologico regna la confusione? Viene proprio spontanea una domanda semplice, umile, magari ingenua: ai cattolici serve la rivoluzione, oppure la conversione?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-santifica-la-ciurma-casarini-2670324624.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="apostolico-lascia-la-magistratura-via-libera-in-aula-al-decreto-flussi" data-post-id="2670324624" data-published-at="1733395458" data-use-pagination="False"> Apostolico lascia la magistratura. Via libera in Aula al decreto Flussi Colpo di scena: ieri il plenum Csm ha accolto le dimissioni dalla magistratura di Iolanda Apostolico, la giudice che, a settembre 2023, aveva disapplicato una norma del governo Meloni sul trattenimento dei richiedenti asilo nei Cpr e che, pochi giorni dopo, era finita nella bufera per un video del 2018, che la ritraeva durante una protesta a Catania contro i decreti Salvini sulla sicurezza. Intanto, con il via libera in Senato, il decreto Flussi è diventato legge. Oltre al nuovo elenco di Paesi considerati sicuri (Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia), c’è anche quello che l’ opposizione ha ribattezzato «emendamento Musk», ovvero l’affidamento alle Corti d’Appello della valutazione su convalida o proroga dei trattenimenti dei migranti che chiedono la protezione internazionale. Il Csm ha espresso parere negativo all’emendamento, citando, fra le motivazioni, l’allungamento dei tempi e il rischio che a giudicare siano magistrati privi delle competenze necessarie. La competenza prima spettava ai tribunali specializzati che fin qui hanno negato le convalide di fermo nei Cpr albanesi. Decisioni che da alcuni sono state definite politiche. I magistrati da settimane sostengono di non aver fatto altro che disapplicare misure non compatibili con la giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Anche se sono molti i pareri di giuristi che considerano sbagliata l’interpretazione della sentenza della Corte Ue. Per sciogliere il nodo che si è creato sul tema delle politiche migratorie dovrebbe intervenire una pronuncia della Corte di Cassazione. I sostituti procuratori generali della prima sezione civile, Luisa De Renzis e Anna Maria Soldi, nell’udienza di ieri mattina hanno chiesto di sospendere i trattenimenti dei migranti in Albania in attesa che la Corte di giustizia europea si pronunci in merito alla questione dei Paesi sicuri, il 25 febbraio del 2025. Il verdetto dovrebbe arrivare ad aprile, la procedura d’urgenza inizierà il 25 febbraio. Rispetto a queste novità restano confermate tutte le altre misure, come la riduzione da 60 a 10 giorni del termine entro il quale può essere impugnato davanti al prefetto il provvedimento di fermo amministrativo delle navi Ong. Il questore potrà disporre l’ispezione dei telefoni dei migranti per accertarne l’identità; saranno secretati i contratti per la cessione di mezzi e materiali a Paesi terzi fatti per rafforzare il controllo delle frontiere e dei flussi migratori, e per le attività di ricerca e soccorso in mare. E altro ancora. Per quanto riguarda l’Albania, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, riferendo in Aula ha detto: «Siamo al lavoro per superare gli ostacoli incontrati e garantirne piena funzionalità». A chi accusa il governo di spendere troppo per questa operazione, ha risposto: «È un investimento che consentirà di abbattere le spese di accoglienza, che solo nel 2023 sono state di circa 2 miliardi di euro».
Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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Dal 28 al 30 marzo Parma ospita Eos European outdoor show ’26, la fiera italiana più importante di caccia, tiro sportivo e outdoor. Dopo le edizioni veronesi, l’evento si presenta con padiglioni rinnovati, campi prova armi e oltre 350 espositori, promettendo tre giorni di novità per appassionati e operatori del settore.
Dal 28 al 30 marzo Parma sarà il punto di riferimento per chi vive di caccia, tiro sportivo e outdoor. Eos European outdoor show 2026 si prepara a un’edizione che promette di alzare ancora l’asticella, puntando su novità, spazi più funzionali e un’offerta pensata sia per gli appassionati sia per gli operatori del settore.
Il cambio di collocazione nel calendario, a fine marzo, viene presentato come un vantaggio soprattutto per il mondo del turismo venatorio. A fare da cornice sarà Fiere di Parma, che si presenta con un quartiere fieristico rinnovato: tre grandi padiglioni su un unico livello (3, 5 e 6), due ingressi, viabilità migliorata, ristorazione, servizi e ampi parcheggi. Parma, del resto, è facile da raggiungere: dista poco più di un’ora da Milano, Bologna, Verona e Brescia. E porta con sé quasi 80 anni di esperienza fieristica. Una delle carte vincenti dello spostamento a Parma è la possibilità di provare le armi: all’esterno dei padiglioni sarà allestito un campo temporaneo con 13 linee di tiro per testare le novità della canna liscia. Per pistole e carabine, invece, saranno attive navette verso il Tiro a Segno Nazionale di Parma, a circa sette minuti, con linee a 10, 25, 50 e 100 metri. Molte aziende metteranno a disposizione i modelli più recenti, e anche le federazioni di tiro inviteranno i visitatori a cimentarsi con il bersaglio e con diverse discipline.
La fiera è organizzata per aree tematiche: armi, munizioni e accessori per caccia, tiro e outdoor nei padiglioni 5 e 6; associazioni venatorie e federazioni di tiro ancora al 6; lo shopping nel padiglione 3. Gli espositori superano quota 350, con molte nuove presenze rispetto alle edizioni precedenti. In totale, si parla di 60.000 metri quadrati da percorrere, con un’offerta ampia sia per chi cerca viaggi venatori sia per chi vuole acquistare attrezzature e prodotti specializzati.
Eos Show si conferma così come la principale fiera italiana dedicata a caccia, tiro sportivo e outdoor, settori in cui l’Italia vanta un’eccellenza riconosciuta sul piano tecnico, organizzativo e produttivo. Dopo quattro edizioni di successo, Fiere di Parma punta a dare al salone un respiro ancora più internazionale: è in programma un progetto di incoming che dovrebbe portare a Parma circa 250 operatori stranieri da oltre 100 Paesi e 170 giornalisti da tutto il mondo, in collaborazione con le aziende del settore e con le associazioni di categoria, ANPAM e Consorzio Armaioli Italiani.
Nel padiglione 5 ci sarà anche lo spazio di Fondazione Una che, in occasione dei suoi dieci anni, allestirà un’area dedicata alla degustazione di piatti a base di selvaggina, preparati da chef di rilievo. «Fiere di Parma ha un’esperienza ventennale nei grandi eventi di pubblico dedicati anche al settore outdoor», ha spiegato l’amministratore delegato Antonio Cellie, sottolineando come gli spazi, la posizione e la collaborazione con le associazioni siano elementi chiave per far crescere una manifestazione che punta a un ruolo di primo piano in Europa.
Intanto, i numeri dei biglietti venduti online fanno pensare a un’affluenza elevata. L’acquisto anticipato conviene: il biglietto costa 16 euro, 12 per i gruppi da dieci persone, contro i 25 euro alla cassa. Sono già disponibili anche gli abbonamenti da due giorni (30 euro) e da tre giorni (42). L’ingresso è gratuito per i minori di 12 anni, per le forze dell’ordine e per le persone con disabilità con accompagnatore.
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Christine Lagarde (Ansa)
Per anni Francoforte ha condotto una silenziosa ma costante guerra al contante. Tassi negativi, limiti ai pagamenti cash, retorica sulla tracciabilità e sulla lotta all’evasione: il messaggio era chiaro, il futuro è digitale. E il futuro, puntualmente, è arrivato. Secondo i dati della stessa Bce, nell’Eurozona la quota di pagamenti in contanti è scesa dal 79% del 2016 al 52% del 2024. Nei Paesi Bassi il cash vale appena il 22% delle transazioni, in Finlandia il 27%. Anche negli Stati tradizionalmente affezionati alle banconote, come Italia (55% dei consumi si paga digitalmente) e Germania, la tendenza è al ribasso. I cittadini hanno fatto quello che le istituzioni chiedevano: hanno digitalizzato i propri pagamenti.
Il problema, scopre ora la Bce, è che quella digitalizzazione parla soprattutto americano. Visa e Mastercard dominano le carte, Apple Pay e Google Pay presidiano i wallet, le infrastrutture critiche non sono europee. Lo ha ammesso apertamente Piero Cipollone, membro del consiglio della Banca centrale europea: in 13 Paesi dell’area euro i cittadini dipendono esclusivamente da circuiti internazionali per i pagamenti al dettaglio. La sovranità monetaria, improvvisamente, diventa una questione geopolitica. Così nasce l’urgenza dell’euro digitale. Non più solo innovazione, ma «autonomia strategica». Christine Lagarde lo ripete: è «più necessario che mai». Ma vista l’insistenza e la situazione sfuggita di mano, ci si chiede: l’euro digitale è solo un mezzo di pagamento o è uno strumento di potere? Oggi il contante è l’unica forma di moneta pubblica direttamente garantita dalla Banca centrale. Se il contante scompare, la Bce perde il contatto diretto con i cittadini e resta mediata dalle banche commerciali e dai circuiti privati. L’euro digitale ricrea quel legame, ma in forma elettronica. Non è difficile intravedere l’interesse istituzionale dietro l’operazione. Anche perché se Francoforte perdesse il controllo sulla moneta, addio sogni di gloria per la moneta unica e, soprattutto, rischi di attacchi finanziari.
Il progetto dell’euro digitale, nella pratica, prevede un portafoglio digitale con un tetto di circa 3.000 euro, collegato automaticamente al conto bancario tramite un meccanismo «a cascata»: se il saldo non basta, si attinge al conto; se supera il limite, l’eccedenza torna in banca. Una soluzione presentata come prudente per evitare fughe di depositi. Eppure il rischio resta evidente. Se milioni di cittadini spostassero anche solo una parte dei loro risparmi verso una passività diretta della Bce, le banche vedrebbero ridursi i depositi, cioè la materia prima con cui finanziano famiglie e imprese. Meno depositi, meno credito. Meno credito, meno crescita. Secondo Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Socgen, ciò comporterebbe anche un’espansione del bilancio della Bce, che dovrebbe impiegare le nuove passività acquistando titoli di alta qualità, in primis titoli di Stato. In altre parole, l’euro digitale potrebbe tradursi in un aumento strutturale degli acquisti di debito pubblico, proprio mentre l’istituto centrale cerca di ridurre il proprio intervento sui mercati.
C’è, poi, il nodo dei costi. La Bce ha parlato di circa 5 miliardi per l’adeguamento del sistema bancario. Ma le stime circolate nel settore sono molto più elevate: almeno 18 miliardi per le banche, tra investimenti tecnologici, compliance, integrazione dei sistemi e gestione operativa. Una cifra che difficilmente resterà confinata nei bilanci degli istituti. In un settore già gravato da requisiti patrimoniali stringenti e margini sotto pressione, è prevedibile che una parte rilevante di questi costi venga trasferita su famiglie e imprese, sotto forma di commissioni o minori servizi.
E la privacy? Ovvio che i pagamenti saranno tracciati. Dall’Eurotower giurano e spergiurano che i tracciamenti resteranno anonimi. Anche in Grecia, in effetti, era anonimo il limite di prelevamento ai bancomat, circa 20 euro al giorno, per imporre la troika e la ricetta lacrime e sangue. Anonimo, insomma, non significa innocuo. Ma vuol dire che si possono colpire popolazioni intere, tipo magari quelle di un Paese a caso che non ratifica il Mes, il famoso fondo salva-Stati… A inizio settimana la maggioranza degli eurodeputati ha votato due risoluzioni a favore dell’euro digitale nella doppia forma immaginata da Bce e Commissione Ue, invitando implicitamente a scartare ogni ipotesi alternativa come quella avanzata dal relatore al regolamento, Fernando Navarrete Rojas. Capite? L’Europarlamento ha votato contro il relatore… L’eurodeputato iberico ha chiesto apertamente: «Abbiamo davvero bisogno dell’euro digitale? Una soluzione a quale problema esattamente?». Si capisce che la questione, allora, non è solo tecnologica. A Francoforte hanno solo paura di contare sempre meno, non padroneggiando più il denaro, al punto che - novità citata dal quotidiano tedesco Handelsblatt - Christine Lagarde chiede pure un indebitamento congiunto permanente sotto forma di eurobond e propone, inoltre, che tutti i cittadini dell’Unione europea abbiano un conto di risparmio pensionistico obbligatorio. Lo scrive in una lettera inviata ai leader e ai capi di Stato e di governo della Ue. Secondo quanto trapelato, il rapporto della Bce inizia affermando che «l’Europa può raggiungere una crescita maggiore, diventare più resiliente e rafforzare la propria autonomia politica e il proprio livello di prosperità attraverso un’azione congiunta coordinata e decisa». Il tutto attraverso «unione dei risparmi e degli investimenti» e… «euro digitale». Ora manca solo che impongano di pagare le pensioni in euro digitali…
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il vertice informale dei capi di governo, che si terrà oggi in Belgio nel castello di Alden Biesen, può essere inquadrato con una similitudine: affidare a Ursula von der Leyen, Enrico Letta e Mario Draghi soluzioni per migliorare la competitività della Ue è come affidare al capocantiere la ristrutturazione della vostra abitazione. Dimenticandosi che è lo stesso che vi aveva chiesto le chiavi di casa, promettendovi di riconsegnarvela più bella di prima, ma ve l’ha devastata.
La Von der Leyen è il presidente della Commissione che all’inizio del suo primo mandato ha varato il Green deal che ha azzoppato mezza industria continentale seppellendola sotto burocrazia e regole e inseguendo il mito della coesistenza tra competitività e decarbonizzazione. Di Enrico Letta ricordiamo ancora con un brivido di paura i 300 giorni del suo governo tra 2013 e 2014, con il Pil in calo rispettivamente del 1,9% e 0,4%. Di Mario Draghi non possiamo scordare la lettera dell’agosto 2011 al governo Berlusconi, con l’intimazione ad attuare una serie di misure di politica economica che fecero precipitare il Paese in anni di recessione e stagnazione, interrotti solo dalla ripresa post Covid. Per non parlare del famoso «pace o condizionatore acceso?», quando era capo del governo; abbiamo spento i condizionatori (e le fabbriche, con il gas oltre i 300 €/mwh nel 2022) senza ottenere la pace.
Da questo punto di vista sarà molto interessante misurare concretamente il possibile attrito tra il nuovo asse Roma-Berlino e la linea dettagliata ieri dalla stessa Von der Leyen, che ha parlato davanti all’Europarlamento in plenaria a Strasburgo e, a distanza di poche ore, ad Anversa per il tradizionale summit annuale degli industriali europei. Per sommi capi la linea della Commissione è questa: ampia deregolamentazione e semplificazione, apertura a grandi mercati internazionali (Mercosur, India, Messico, Indonesia) attraverso accordi di libero scambio, eliminazione delle barriere all’interno del mercato unico, unione del mercato dei capitali. Il tutto spinto dalla necessità di «fare presto» - che, per esperienza diretta, noi italiani sappiamo bene quanto sia diverso da «fare bene» - e dalla minaccia di andare avanti con chi ci sta. Cioè attivare la cosiddetta «cooperazione rafforzata», con un minimo di nove Stati aderenti, come già accaduto di recente in occasione delle garanzie per il prestito all’Ucraina.
Nemmeno una parola sugli Eurobond, su cui si era speso proprio due giorni fa Emmanuel Macron intervenendo su numerosi quotidiani europei. Un’idea, nemmeno così originale, che i tedeschi avevano prontamente respinto al mittente, cosa che fanno regolarmente da anni e che la loro Corte costituzionale non farebbe mai passare, tanti e tali sono i paletti che ha già posto in occasione dell’iniziativa una-tantum del Next Generation Eu. La posizione di Macron è peraltro comprensibile, considerato il modesto o nullo spazio di manovra offerto dal bilancio francese che, nonostante mesi di trattative e tentativi di contenimento, nel 2026 è previsto attestarsi al 5% di deficit/Pil e con una traiettoria di debito/Pil fuori controllo. Meno comprensibile è che, in Italia, Elly Schlein e Giuseppe Conte si siano subito precipitati ieri a sostenere questa causa persa.
Con queste premesse, e con le presidenziali francesi del 2027 già in vista e Macron fuori gioco, è normale che il Cancelliere Friedrich Merz abbia cercato una sponda con il presidente Giorgia Meloni. Per quanto le soluzioni - a trazione tedesca - siano per definizione da prendere con le pinze, l’accordo con l’Italia sulla possibilità di restituire poteri agli Stati nazionali pare cozzare con il famigerato «federalismo pragmatico» accentratore di Draghi, e può costituire un tentativo promettente di allentare la morsa di potere della Commissione.
Il cui presidente, ieri, si è ben guardata dal precisare che le «ricette» presentate servirebbero a correggere i frutti avvelenati del suo precedente mandato di presidente. Invece, ha addirittura accusato gli Stati membri di essere i colpevoli delle complicazioni perché spesso le direttive Ue sono state recepite aggiungendo regole, obblighi o controlli più severi di quelli minimi richiesti dalle Ue. Insomma, cornuti e mazziati. La Von der Leyen ha annunciato la proposta per il cosiddetto «ventottesimo regime»: come leggete anche qui sotto, si tratta di un corpo di regole applicabile uniformemente a qualsiasi impresa stabilita nei 27 Paesi, per costituirsi, finanziarsi, gestire le crisi. Decenni di stratificazione di diritto commerciale, civile, fallimentare, tipici di ogni Stato membro, all’improvviso messi da parte per consentire l’accesso a un nuovo corpo di regole tutto da scrivere in poche settimane. Non osiamo nemmeno immaginare la confusione che ne deriverà: altro che semplificazione.
Mani (quasi) libere sugli aiuti di Stato, con la scusa dei progetti «green» e grande attenzione per la spesa pubblica che privilegerà prodotti europei. Due misure protezioniste molto care a Berlino, che però mandano in soffitta anni di retorica sulle virtù del libero mercato. Attenzione riservata anche al sistema di scambio delle quote di CO2, con la promessa di restituire all’industria quei proventi. Pochi ripensamenti sul fronte delle energie rinnovabili, ma focus sull’interconnessione delle reti, anche questo un tema su cui Berlino e Parigi potrebbero non essere d’accordo.
L’industria italiana potrebbe trarne dei vantaggi, ma è meglio non illudersi troppo: i tedeschi ovviamente privilegeranno i loro interessi.
«Registrare un’impresa? In 48 ore». Un’altra promessa campata per aria
Il molto annunciato ventottesimo regime ipotizzato dall’Unione europea per le imprese sta per arrivare. «Il mese prossimo proporremo il ventottesimo regime: si chiamerà Eu Inc, un insieme unico e semplice di regole che si applicherà senza soluzione di continuità in tutta l’Unione, in modo che le imprese possano operare molto più facilmente in tutti gli Stati membri», ha detto ieri Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria, nel corso del dibattito sulla competitività. Gli imprenditori potranno «registrare una società in qualsiasi Stato membro entro 48 ore, online», mentre il nuovo regime legale «consentirà operazioni transfrontaliere senza intoppi e permetterà una rapida liquidazione in caso di fallimento di un’impresa».L’iniziativa era già stata presentata al forum di Davos il 20 gennaio scorso, ma ora Von der Leyen l’ha annunciata al Parlamento europeo. Si parla di ventottesimo regime perché si tratta di un gruppo di regole che si aggiungerà ai 27 sistemi giuridici nazionali esistenti nell’Unione e che le imprese potrebbero liberamente scegliere, optando per questo nuovo regime. Pensato per le aziende di nuova costituzione, dovrebbe essere aperto anche a quelle già esistenti, anche se ancora non si conoscono i dettagli.Il progetto, proposto da un think tank e ripreso dai rapporti su mercato unico e competitività di Enrico Letta e Mario Draghi, è già noto. Le tasse e le leggi sul lavoro resterebbero nazionali, mentre il livello aziendale diventerebbe comune ai 27 Paesi membri dell’Unione. Il rapporto Letta, in realtà, proponeva una massiccia unificazione del diritto commerciale e societario, del diritto fallimentare, del lavoro, dei mercati finanziari, bancario e della fiscalità d’impresa. Un’impresa titanica e destinata al fallimento. Draghi, più prudentemente, proponeva una cooperazione rafforzata solo su alcuni aspetti (fiscale, societario, fallimentare). Va detto che esistono già due ventottesimi regimi, quello della società europea e quello della società cooperativa europea, assai poco diffusi e ormai superati.Del resto, l’Ue non ha competenza per la costituzione di nuovi tipi di imprese, essendo questo argomento di competenza degli Stati. Il Consiglio, però, può promuovere azioni specifiche «per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine», secondo l’articolo 352 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ne consegue che il ventottesimo regime dovrà essere sancito con un Regolamento del Consiglio che dovrà essere approvato con l’unanimità degli Stati membri, dopo trilogo con Parlamento e Commissione. Percorso molto lungo e accidentato.Si tratterebbe, in realtà, di un regime armonizzato per la registrazione digitale, il riconoscimento transfrontaliero e gli standard di governance e finanziamento, mentre le questioni fiscali, del lavoro e della responsabilità resterebbero nel livello nazionale.Le parole di Von der Leyen sul diritto fallimentare che regolerebbe le Eu Inc, però, aprono diversi interrogativi. Non è chiaro, ad esempio, come si possa conciliare una procedura fallimentare «europea» con le protezioni sociali legate al privilegio dei crediti verso i dipendenti dell’azienda fallita, istituto del diritto fallimentare nazionale. Più ancora, la questione fiscale resta indeterminata. Se i regimi fiscali restano quelli nazionali, aprire una società è già molto conveniente in Olanda o in Estonia, ad esempio, e non si vede il vantaggio di costituire un nuovo regime giuridico non territoriale. Si tratta solo di uno snellimento burocratico? Se è così, l’enfasi sul progetto Eu Inc appare a dire poco eccessiva. Se, invece, prima o poi il nodo fiscale verrà al pettine, il rischio è che si crei una sorta di area franca fiscale, che dovrà essere più conveniente dei regimi nazionali per essere attrattiva, altrimenti il tutto perde di senso. Ma è molto difficile che gli Stati vogliano perdere entrate fiscali. Neppure è chiaro come sarebbero trattati i rapporti contrattuali con imprese nei regimi nazionali ed anche sul diritto del lavoro occorre prestare attenzione, poiché esso è regolato sempre dalle norme del luogo in cui l’attività di svolge. Il ventottesimo regime fornirà una sorta di scudo sulle normative del lavoro? Lo vedremo, ma la sensazione è che la Eu Inc nasca soprattutto per le start-up tecnologiche e per le relative necessità di raccolta dei fondi e di finanziamento. L’idea sembra più essere quella di scimmiottare il capitalismo americano, fatta di venture capital e fondi di investimento che non hanno particolari vincoli o obblighi legali. I singoli Stati hanno normative particolari e diverse su come sono regolate le stock option, ad esempio, o i requisiti patrimoniali dei fondi e delle società, le partecipazioni azionarie, o la concessione di azioni ai dipendenti. Un regime che uniformi questi diversi sistemi sarebbe ben vista dagli investitori. La Eu Inc, cioè, sembra pensata più per favorire i flussi finanziari verso imprese tecnologiche incorporate in Europa, per competere con le start-up americane o cinesi, che non per dare fiato al mercato unico o alla competitività.Al di là della fattibilità di questa nuova Eu Inc, comunque, vi è a monte un problema che riguarda la responsabilità delle imprese nei confronti dello stato. Nel caso di un ventottesimo regime pervasivo, e non limitato alle questioni di finanziamento, sarebbero le aziende a scegliere il regime giuridico a loro applicabile, con ciò scegliendo anche quali rapporti avere con la società circostante, fatta di lavoratori, clienti, ambiente. La Apple europea del futuro nata nel ventottesimo regime, per capirsi, alle leggi di quale Stato risponderà?
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