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2024-12-05
Bergoglio «santifica» la ciurma di Casarini che al posto della fede predica la rivolta
Luca Casarini e Papa Francesco (Ansa)
Rivoluzione, occupazione, disobbedienza: è il Vangelo secondo i Casarini boys. Chissà se il Papa, prima di autorizzare l’ex no global e don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Ong, a pubblicare i suoi scritti nei loro libri, si è reso conto di quale fede professino costoro. Ormai affiancati, in mare, pure da un veliero messo a disposizione dalla Cei. Francesco ha consentito di piazzare in apertura di La cospirazione del bene, saggio che il gruppettaro del G8 2001 ha firmato insieme a Gianfranco Bettin, la sua catechesi del 28 agosto scorso. Nella quale emerge una grande contraddizione.
Da un lato il Pontefice ribadisce la condanna di chi «opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti»: è «un peccato grave», ammonisce, «il Signore è con loro, non con quelli che li respingono». Dall’altro lato, però, il successore di Pietro ammette che occorre unire «le forze per combattere la tratta di esseri umani, per fermare i criminali trafficanti che senza pietà sfruttano la miseria altrui». Secondo Jorge Mario Bergoglio, non servono leggi restrittive e rimpatri, bensì più «vie di accesso sicure» e «regolari […] per chi scappa da guerre, dalle violenze, dalle persecuzioni e dalle tante calamità». Così sia. Ma siamo sicuri che i «buoni samaritani» delle Ong offrano corridoi protetti e legali, piuttosto che rendere un servizio, sia pure involontariamente e in buona fede, a chi gestisce il crudele mercato dei disperati? Uomini privi di scrupoli guidano le carovane di migranti, li stipano e li torturano nelle carceri del Nord Africa, li mettono su imbarcazioni di fortuna facendosi pagare a peso d’oro, li lasciano in balìa delle onde; e i «bravi che stanno lì in prima linea» pattugliano le acque, in attesa di caricare le vittime di un commercio che, intanto, può continuare a prosperare.
Ospite del Sinodo, pubblicamente elogiato dal vicario di Cristo, Luca Casarini è ormai un prediletto del Papa. «Sei parte dell’equipaggio», gli avevano detto gli attivisti di Saving Humans durante un incontro riservato in Vaticano, del quale l’ex tuta bianca ha dato conto nel volume Feltrinelli da poco in vendita. «Certo che lo sono!», avrebbe esclamato Francesco. Occhio alla gente con cui ci si accompagna...
La filosofia di Casarini, che nel frattempo si è messo a studiare da teologo, in realtà è rimasta più o meno la stessa del periodo genovese: «Cospirare» significa, si legge nel suo libro, «studiare le tecniche per sfuggire al controllo, spesso oppressivo e sempre insistente, degli apparati che avevano il compito istituzionale di non farci agire». Per la precisione, i magistrati, le forze dell’ordine, le autorità pubbliche. E quali imprese i cattivi hanno sempre voluto vietare ai «buoni samaritani»? «Occupare uno spazio abbandonato da trasformare in un centro sociale, o una casa sfitta da restituire alla sua funzione: essere abitata da qualcuno che ne ha bisogno»; sbafare le consumazioni al ristorante che ospitava il gala della Nato; invadere una base militare. Tutte incursioni che, negli anni, hanno dato ai professionisti della protesta «un peculiare know-how», cioè una certa abilità a infrangere la legge. La legge italiana, la legge di uno Stato straniero che forse, dal Vaticano, meriterebbe rispetto. A meno che, come scrive don Ferrari nella sua raffinata disamina politologica - Salvato dai migranti, Edb, presentazione di Bergoglio e postfazione di Marco Damilano, a proposito di ottime compagnie - la legalità non sia un concetto opinabile: funziona solo «se è al servizio di leggi che tutelano la giustizia e l’umanità». Certo, l’ordine costituito non può silenziare la voce della coscienza. Ma in democrazia, le leggi sarebbe meglio cambiarle che violarle. Specie se la coscienza coincide con l’arbitrio di una ciurma delle Ong. Anzi, di una «banda», come la definisce l’ex leader dei Disobbedienti citando il film The Blues brothers. Si sentirà pure lui in missione per conto di Dio?
I preferiti del Pontefice sono maestri nel ribaltare il mondo. Nell’opera di don Barchino, Casarini diventa uno che «ha sempre lottato dalla parte degli ultimi»; lo Spin Time, il palazzo occupato di Roma al quale l’Elemosiniere della Santa Sede riallacciò la corrente, un «centro di rigenerazione urbana», in cui «si svolgono attività e laboratori che costruiscono fraternità e giustizia». A essere sinceri, ci si svolgono dei rave party, ma pazienza. E il cardinale Konrad Krajewski, ricollegando l’alimentazione elettrica, «ha fatto quello che avrebbe fatto Gesù». Il quale, però, non elargiva la carità a spese dei contribuenti e, anzi, invitava a pagare le tasse. In nome dei migranti, Bergoglio compra il pacchetto completo? Traversate nel Mediterraneo più scorribande al fianco dei centri sociali?
«Fare il bene oggi vuol dire fare la rivoluzione», aveva dichiarato Casarini alla presentazione del libro a Milano, una ventina di giorni fa. Don Mattia, abbeveratosi alla fonte dei sociologi della sinistra radicale, ne teorizza addirittura una doppia: «La sovversione politica richiede una sovversione cognitiva». Siamo a un passo dalla «rivolta sociale» della Cgil. Ci manca che Francesco scriva un’introduzione per un testo di Maurizio Landini e poi il cerchio sarà chiuso.
Sono questi gli esempi da presentare ai fedeli? È da loro che dovremmo imparare a rispettare l’undicesimo comandamento sull’accoglienza? Sarà mica che nel nuovo corso teologico regna la confusione? Viene proprio spontanea una domanda semplice, umile, magari ingenua: ai cattolici serve la rivoluzione, oppure la conversione?
Apostolico lascia la magistratura. Via libera in Aula al decreto Flussi
Colpo di scena: ieri il plenum Csm ha accolto le dimissioni dalla magistratura di Iolanda Apostolico, la giudice che, a settembre 2023, aveva disapplicato una norma del governo Meloni sul trattenimento dei richiedenti asilo nei Cpr e che, pochi giorni dopo, era finita nella bufera per un video del 2018, che la ritraeva durante una protesta a Catania contro i decreti Salvini sulla sicurezza.
Intanto, con il via libera in Senato, il decreto Flussi è diventato legge. Oltre al nuovo elenco di Paesi considerati sicuri (Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia), c’è anche quello che l’ opposizione ha ribattezzato «emendamento Musk», ovvero l’affidamento alle Corti d’Appello della valutazione su convalida o proroga dei trattenimenti dei migranti che chiedono la protezione internazionale. Il Csm ha espresso parere negativo all’emendamento, citando, fra le motivazioni, l’allungamento dei tempi e il rischio che a giudicare siano magistrati privi delle competenze necessarie. La competenza prima spettava ai tribunali specializzati che fin qui hanno negato le convalide di fermo nei Cpr albanesi. Decisioni che da alcuni sono state definite politiche. I magistrati da settimane sostengono di non aver fatto altro che disapplicare misure non compatibili con la giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Anche se sono molti i pareri di giuristi che considerano sbagliata l’interpretazione della sentenza della Corte Ue.
Per sciogliere il nodo che si è creato sul tema delle politiche migratorie dovrebbe intervenire una pronuncia della Corte di Cassazione. I sostituti procuratori generali della prima sezione civile, Luisa De Renzis e Anna Maria Soldi, nell’udienza di ieri mattina hanno chiesto di sospendere i trattenimenti dei migranti in Albania in attesa che la Corte di giustizia europea si pronunci in merito alla questione dei Paesi sicuri, il 25 febbraio del 2025. Il verdetto dovrebbe arrivare ad aprile, la procedura d’urgenza inizierà il 25 febbraio.
Rispetto a queste novità restano confermate tutte le altre misure, come la riduzione da 60 a 10 giorni del termine entro il quale può essere impugnato davanti al prefetto il provvedimento di fermo amministrativo delle navi Ong. Il questore potrà disporre l’ispezione dei telefoni dei migranti per accertarne l’identità; saranno secretati i contratti per la cessione di mezzi e materiali a Paesi terzi fatti per rafforzare il controllo delle frontiere e dei flussi migratori, e per le attività di ricerca e soccorso in mare. E altro ancora.
Per quanto riguarda l’Albania, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, riferendo in Aula ha detto: «Siamo al lavoro per superare gli ostacoli incontrati e garantirne piena funzionalità». A chi accusa il governo di spendere troppo per questa operazione, ha risposto: «È un investimento che consentirà di abbattere le spese di accoglienza, che solo nel 2023 sono state di circa 2 miliardi di euro».
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I testi del Papa nei libri dell’ex tuta bianca e di don Mattia Ferrari, tra contraddizioni sull’immigrazione e apologie di chi viola la legge.Ira del Csm per la norma che trasferisce le competenze sui migranti alle Corti d’Appello.Lo speciale contiene due articoli.Rivoluzione, occupazione, disobbedienza: è il Vangelo secondo i Casarini boys. Chissà se il Papa, prima di autorizzare l’ex no global e don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Ong, a pubblicare i suoi scritti nei loro libri, si è reso conto di quale fede professino costoro. Ormai affiancati, in mare, pure da un veliero messo a disposizione dalla Cei. Francesco ha consentito di piazzare in apertura di La cospirazione del bene, saggio che il gruppettaro del G8 2001 ha firmato insieme a Gianfranco Bettin, la sua catechesi del 28 agosto scorso. Nella quale emerge una grande contraddizione.Da un lato il Pontefice ribadisce la condanna di chi «opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti»: è «un peccato grave», ammonisce, «il Signore è con loro, non con quelli che li respingono». Dall’altro lato, però, il successore di Pietro ammette che occorre unire «le forze per combattere la tratta di esseri umani, per fermare i criminali trafficanti che senza pietà sfruttano la miseria altrui». Secondo Jorge Mario Bergoglio, non servono leggi restrittive e rimpatri, bensì più «vie di accesso sicure» e «regolari […] per chi scappa da guerre, dalle violenze, dalle persecuzioni e dalle tante calamità». Così sia. Ma siamo sicuri che i «buoni samaritani» delle Ong offrano corridoi protetti e legali, piuttosto che rendere un servizio, sia pure involontariamente e in buona fede, a chi gestisce il crudele mercato dei disperati? Uomini privi di scrupoli guidano le carovane di migranti, li stipano e li torturano nelle carceri del Nord Africa, li mettono su imbarcazioni di fortuna facendosi pagare a peso d’oro, li lasciano in balìa delle onde; e i «bravi che stanno lì in prima linea» pattugliano le acque, in attesa di caricare le vittime di un commercio che, intanto, può continuare a prosperare.Ospite del Sinodo, pubblicamente elogiato dal vicario di Cristo, Luca Casarini è ormai un prediletto del Papa. «Sei parte dell’equipaggio», gli avevano detto gli attivisti di Saving Humans durante un incontro riservato in Vaticano, del quale l’ex tuta bianca ha dato conto nel volume Feltrinelli da poco in vendita. «Certo che lo sono!», avrebbe esclamato Francesco. Occhio alla gente con cui ci si accompagna...La filosofia di Casarini, che nel frattempo si è messo a studiare da teologo, in realtà è rimasta più o meno la stessa del periodo genovese: «Cospirare» significa, si legge nel suo libro, «studiare le tecniche per sfuggire al controllo, spesso oppressivo e sempre insistente, degli apparati che avevano il compito istituzionale di non farci agire». Per la precisione, i magistrati, le forze dell’ordine, le autorità pubbliche. E quali imprese i cattivi hanno sempre voluto vietare ai «buoni samaritani»? «Occupare uno spazio abbandonato da trasformare in un centro sociale, o una casa sfitta da restituire alla sua funzione: essere abitata da qualcuno che ne ha bisogno»; sbafare le consumazioni al ristorante che ospitava il gala della Nato; invadere una base militare. Tutte incursioni che, negli anni, hanno dato ai professionisti della protesta «un peculiare know-how», cioè una certa abilità a infrangere la legge. La legge italiana, la legge di uno Stato straniero che forse, dal Vaticano, meriterebbe rispetto. A meno che, come scrive don Ferrari nella sua raffinata disamina politologica - Salvato dai migranti, Edb, presentazione di Bergoglio e postfazione di Marco Damilano, a proposito di ottime compagnie - la legalità non sia un concetto opinabile: funziona solo «se è al servizio di leggi che tutelano la giustizia e l’umanità». Certo, l’ordine costituito non può silenziare la voce della coscienza. Ma in democrazia, le leggi sarebbe meglio cambiarle che violarle. Specie se la coscienza coincide con l’arbitrio di una ciurma delle Ong. Anzi, di una «banda», come la definisce l’ex leader dei Disobbedienti citando il film The Blues brothers. Si sentirà pure lui in missione per conto di Dio?I preferiti del Pontefice sono maestri nel ribaltare il mondo. Nell’opera di don Barchino, Casarini diventa uno che «ha sempre lottato dalla parte degli ultimi»; lo Spin Time, il palazzo occupato di Roma al quale l’Elemosiniere della Santa Sede riallacciò la corrente, un «centro di rigenerazione urbana», in cui «si svolgono attività e laboratori che costruiscono fraternità e giustizia». A essere sinceri, ci si svolgono dei rave party, ma pazienza. E il cardinale Konrad Krajewski, ricollegando l’alimentazione elettrica, «ha fatto quello che avrebbe fatto Gesù». Il quale, però, non elargiva la carità a spese dei contribuenti e, anzi, invitava a pagare le tasse. In nome dei migranti, Bergoglio compra il pacchetto completo? Traversate nel Mediterraneo più scorribande al fianco dei centri sociali?«Fare il bene oggi vuol dire fare la rivoluzione», aveva dichiarato Casarini alla presentazione del libro a Milano, una ventina di giorni fa. Don Mattia, abbeveratosi alla fonte dei sociologi della sinistra radicale, ne teorizza addirittura una doppia: «La sovversione politica richiede una sovversione cognitiva». Siamo a un passo dalla «rivolta sociale» della Cgil. Ci manca che Francesco scriva un’introduzione per un testo di Maurizio Landini e poi il cerchio sarà chiuso.Sono questi gli esempi da presentare ai fedeli? È da loro che dovremmo imparare a rispettare l’undicesimo comandamento sull’accoglienza? Sarà mica che nel nuovo corso teologico regna la confusione? Viene proprio spontanea una domanda semplice, umile, magari ingenua: ai cattolici serve la rivoluzione, oppure la conversione?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-santifica-la-ciurma-casarini-2670324624.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="apostolico-lascia-la-magistratura-via-libera-in-aula-al-decreto-flussi" data-post-id="2670324624" data-published-at="1733395458" data-use-pagination="False"> Apostolico lascia la magistratura. Via libera in Aula al decreto Flussi Colpo di scena: ieri il plenum Csm ha accolto le dimissioni dalla magistratura di Iolanda Apostolico, la giudice che, a settembre 2023, aveva disapplicato una norma del governo Meloni sul trattenimento dei richiedenti asilo nei Cpr e che, pochi giorni dopo, era finita nella bufera per un video del 2018, che la ritraeva durante una protesta a Catania contro i decreti Salvini sulla sicurezza. Intanto, con il via libera in Senato, il decreto Flussi è diventato legge. Oltre al nuovo elenco di Paesi considerati sicuri (Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia), c’è anche quello che l’ opposizione ha ribattezzato «emendamento Musk», ovvero l’affidamento alle Corti d’Appello della valutazione su convalida o proroga dei trattenimenti dei migranti che chiedono la protezione internazionale. Il Csm ha espresso parere negativo all’emendamento, citando, fra le motivazioni, l’allungamento dei tempi e il rischio che a giudicare siano magistrati privi delle competenze necessarie. La competenza prima spettava ai tribunali specializzati che fin qui hanno negato le convalide di fermo nei Cpr albanesi. Decisioni che da alcuni sono state definite politiche. I magistrati da settimane sostengono di non aver fatto altro che disapplicare misure non compatibili con la giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Anche se sono molti i pareri di giuristi che considerano sbagliata l’interpretazione della sentenza della Corte Ue. Per sciogliere il nodo che si è creato sul tema delle politiche migratorie dovrebbe intervenire una pronuncia della Corte di Cassazione. I sostituti procuratori generali della prima sezione civile, Luisa De Renzis e Anna Maria Soldi, nell’udienza di ieri mattina hanno chiesto di sospendere i trattenimenti dei migranti in Albania in attesa che la Corte di giustizia europea si pronunci in merito alla questione dei Paesi sicuri, il 25 febbraio del 2025. Il verdetto dovrebbe arrivare ad aprile, la procedura d’urgenza inizierà il 25 febbraio. Rispetto a queste novità restano confermate tutte le altre misure, come la riduzione da 60 a 10 giorni del termine entro il quale può essere impugnato davanti al prefetto il provvedimento di fermo amministrativo delle navi Ong. Il questore potrà disporre l’ispezione dei telefoni dei migranti per accertarne l’identità; saranno secretati i contratti per la cessione di mezzi e materiali a Paesi terzi fatti per rafforzare il controllo delle frontiere e dei flussi migratori, e per le attività di ricerca e soccorso in mare. E altro ancora. Per quanto riguarda l’Albania, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, riferendo in Aula ha detto: «Siamo al lavoro per superare gli ostacoli incontrati e garantirne piena funzionalità». A chi accusa il governo di spendere troppo per questa operazione, ha risposto: «È un investimento che consentirà di abbattere le spese di accoglienza, che solo nel 2023 sono state di circa 2 miliardi di euro».
La Polizia scientifica in via Nerino a Milano, luogo della morte di Oleksandr Adarich, nel riquadro (Ansa)
In alcuni articoli di denuncia, Adarich viene definito senza mezzi termini «un banchiere truffatore, un imbroglione della famiglia Yanukovych», accusato di aver usato banche e società collegate per spremere l’azienda ucraina Tomak attraverso pignoramenti e passaggi societari pilotati, con l’appoggio di apparati statali deviati. Vicino all’area politica di Sylna Ukrayina, confluita nel sistema di Yanukovych, Adarich incarnava il profilo di un banchiere inserito nelle reti economico-politiche pre-Maidan, oggi invise al governo di Volodymyr Zelensky. Con questo fardello, il 54enne nato a Kiev, sposato, padre di due figli e con doppia cittadinanza ucraina e romena, è morto la sera del 23 gennaio a Milano, precipitando dal quarto piano di un B&b in via Nerino, a pochi passi dal Duomo.
L’indagine, coordinata dal pm Rosario Ferracane e dalla Squadra Mobile, ipotizza un suicidio inscenato. Il B&b era stato affittato con un alias; nella stanza sono stati trovati documenti d’identità multipli; testimoni e telecamere indicano presenze subito dopo la caduta e sul corpo ci sono segni di costrizione. L’autopsia, attesa nei prossimi giorni, dovrà chiarire se fosse già morto prima del volo di 15 metri. Adarich era arrivato dalla Spagna, dove viveva, per affari mai chiariti.
Secondo i registri aziendali ucraini, il banchiere non era stato solo il proprietario di Fidobank, ma controllava una rete di società con sede a Kiev, tra cui Eurobank, Deviza e Fido investments, ed era stato dirigente di Ukrsibbank: una presenza economica strutturata nel cuore della finanza ucraina.
Circa 260-270 milioni di euro bruciati: 62-64 milioni rimborsati dallo Stato ai correntisti, 16-17 milioni rimasti congelati sui conti, un presunto schema da 50-52 milioni legato all’acquisto di Erste Bank e oltre 140 milioni di euro fatti uscire all’estero. Una ricostruzione delle autorità che ha travolto decine di migliaia di famiglie e imprese, lasciando migliaia di risparmiatori senza recuperare i propri soldi.
La storia parte a Kiev nei primi anni Duemila: Adarich cresce come manager, diventa banchiere-padrone tra il 2012 e il 2013 ed entra nella politica regionale. Dopo Maidan incarna un sistema che il Paese vuole smantellare. Nel 2016 la Banca nazionale dichiara insolventi Fidobank ed Eurobank e avvia la liquidazione. A Kiev partono indagini amministrative e penali, con sequestri e verifiche sui flussi di capitale. Le accuse più dure arrivano dal Fondo di garanzia dei depositi: Kateryna Mysnyk, direttrice del dipartimento investigativo, aveva parlato di «uno dei primi e più grandi schemi fraudolenti» del settore, descrivendo una catena di operazioni da circa 55-56 milioni di dollari, fondi fatti uscire come importazioni fittizie per oltre 150 milioni di dollari e rientrati come presunti investimenti, seguiti dall’acquisto di Erste per 82 milioni di dollari e dall’acquisizione di oltre 180 immobili, poi rivenduti - secondo il Fondo - a prezzi sottostimati. Anche dopo il crac, gli asset di Fidobank hanno continuato a circolare: nel 2020 i suoi crediti sono finiti a società poi emerse in inchieste di Radio liberty per legami opachi e connessioni con Mosca.
Nell’Ucraina oggi in guerra con la Russia, figure come Adarich sono invise a Kiev perché incarnano l’intreccio tra banche, politica e vecchie élite, lo stesso contesto da dove arriva l’ex ministro Yuriy Kolobov, arrestato in Spagna, da dove Adarich era partito per Milano.
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Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa)
E che il diktat di Zelensky non si traduca in una mossa vincente ne è convinto anche il Lussemburgo. Il ministro degli Esteri lussemburghese, Xavier Bettel, prima di varcare le porte del Consiglio esteri dell’Ue, ha dichiarato: «Ho sentito che il presidente Zelensky ha detto che devono diventare membri l’anno prossimo. Mi dispiace, gliel’ho detto più volte: non dare ultimatum, non è nel tuo interesse». Il rischio di imboccare la strada di due pesi e due misure è infatti dietro l’angolo: «Il fatto è che esistono delle regole, i criteri di Copenaghen, e devono essere rispettati. Non possiamo dire che ci sono criteri per alcuni e non per altri».
Sulla questione, il premier ungherese Viktor Orbán è tornato a criticare Bruxelles. «Tre quarti degli europei respingono l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione europea. Eppure, Bruxelles continua a procedere. Non le importa cosa pensa la gente» ha scritto su X. Tra l’altro Orbán aveva rivelato l’esistenza di un documento segreto, discusso nell’Ue, che dovrebbe prevedere proprio la procedura accelerata per l’adesione di Kiev il prossimo anno. L’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio esteri, non ha risposto a chi le ha chiesto chiarimenti sulle rivelazioni del premier ungherese. Si è limitata a sostenere vagamente che «ciò che è chiaro è che il futuro dell’Ucraina è nell’Unione europea. Stiamo quindi lavorando su questo, sul processo di adesione all’Ue».
Ma oltre al percorso accelerato, tra le varie richieste del presidente ucraino rientra anche la creazione di un esercito europeo: aveva lanciato l’appello la scorsa settimana dal palco di Davos. A esprimersi in merito è stato ieri l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa» ha dichiarato, precisando che «i militari americani rimangono fondamentali». Ha poi aggiunto: «Adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari». A commentare le parole di Dragone, è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante la prima edizione del «Forum Difesa», promosso da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Iai. Il ministro ha chiarito che «nessuno pensa di avere domani mattina un esercito europeo», anche perché «la difesa resta nazionale per Costituzione». Sull’Europa si tratta piuttosto «della possibilità di interoperare tra eserciti, aeronautiche e marine dei diversi Paesi» ma sempre «secondo gli schemi della Nato».
E mentre Bruxelles ha sbandierato alcune misure discusse contro Mosca, dall’inclusione della Russia nella lista nera antiriciclaggio all’intenzione di presentare il 20° pacchetto di sanzioni, il presidente americano Donald Trump ha annunciato la tregua di una settimana.
La proposta della Casa Bianca sarebbe stata infatti accettata dallo zar russo, Vladimir Putin. «A causa del freddo estremo, ho chiesto personalmente al presidente Putin di non aprire il fuoco su Kiev e le altre città per una settimana durante questo periodo e lui ha accettato di farlo. E devo dire che è stato molto bello», ha detto il tycoon durante la riunione di gabinetto. Prima dell’annuncio, dai blogger militari russi e dai media ucraini era trapelata la notizia, non confermata dal Cremlino, di un possibile cessate il fuoco inerente alle infrastrutture energetiche. Stando a quanto riferito da Axios, la tregua per il freddo era stata proposta dagli Stati Uniti durante il trilaterale della scorsa settimana, ma Mosca aveva preso tempo. L’inviato americano, Steve Witkoff, ha poi fatto il punto su quanto raggiunto ad Abu Dhabi: si sono registrati «sviluppi positivi» sulla questione territoriale che stanno proseguendo e sono «in gran parte completati» gli accordi «sul protocollo di sicurezza» e «sulla prosperità».
Ma i prossimi colloqui, che si terranno domenica sempre nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, si svolgeranno senza la mediazione americana. A confermarlo è stato il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov: «Questo è ciò su cui americani e ucraini hanno concordato: instaurare contatti bilaterali a un livello inferiore». Lo stesso Witkoff ha comunicato che il secondo round del trilaterale, che prevede quindi anche la partecipazione americana, si terrà «tra circa una settimana».
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Ali Khamenei (Ansa)
L’amministrazione Trump sta aumentando la pressione sull’Iran. Ieri, Washington ha portato a un totale di dieci unità le navi da guerra schierate in Medio Oriente. Dall’altra parte, le forze armate della Repubblica islamica hanno ricevuto un lotto di mille droni. «In linea con le minacce future, l’esercito mantiene e potenzia i suoi vantaggi strategici per un combattimento rapido e per imporre una risposta schiacciante contro qualsiasi aggressore», ha dichiarato il comandante in capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami. Non solo. Teheran ha altresì annunciato che, la settimana prossima, effettuerà delle esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz. «Oggi dobbiamo essere preparati a uno stato di guerra. La nostra strategia è che non inizieremo mai una guerra, ma se verrà imposta, ci difenderemo», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, che ha poi invocato delle «garanzie» per eventuali negoziati con Washington. Reuters ha intanto riferito che il regime di Ali Khamenei starebbe attuando una campagna di arresti di massa per dissuadere il sorgere di nuove proteste.
Che la tensione complessiva stia aumentando è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, ha reso noto che Mosca sarebbe pronta a ritirare il personale russo dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, mentre la stessa Ankara si sta preparando all’ipotesi di un attacco statunitense contro la Repubblica islamica. «Se gli Stati Uniti attaccassero l’Iran e il regime cadesse, la Turchia sta pianificando ulteriori misure per rafforzare la sicurezza del confine», ha affermato un funzionario turco.
È nel mezzo di queste fibrillazioni che si sono registrate varie manovre diplomatiche. Axios ha riferito che, entro la fine di questa settimana, alti funzionari israeliani e sauditi saranno a Washington per discutere della crisi iraniana. Mosca, dal canto suo, sta cercando di calmare le acque. «Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di Iran ha parlato, ieri, anche Vladimir Putin nell’incontro che ha avuto con il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed al-Nahyan. Non è del resto un mistero che, dopo aver perso un alleato chiave come Bashar al Assad in Siria, la Russia tema adesso di veder crollare anche il regime khomeinista.
Tutto questo, mentre, mercoledì, il vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, Pavan Kapoor, si è recato a Teheran per incontrare il suo omologo iraniano, Ali Bagheri Kani. Dall’altra parte, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è sentito al telefono ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Nel frattempo, oggi il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, si recherà ad Ankara: il suo obiettivo è quello di far leva sulla Turchia per scongiurare un eventuale attacco statunitense. Del resto, l’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha avuto un colloquio con l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack.
Insomma, l’incremento della tensione e tutta questa fibrillazione diplomatica evidenziano che potrebbe succedere presto qualcosa. Per quanto non ci sia ancora nulla di certo, sembra che, negli ultimi giorni, la frustrazione di Trump nei confronti di Teheran sia aumentata. Il presidente americano, in particolare, sarebbe irritato dalla mancanza di progressi nelle trattative inerenti a due delicate questioni: quella del programma nucleare e quella del programma balistico. Ragion per cui, sarebbe al momento orientato all’opzione militare contro la Repubblica islamica: il che significherebbe probabilmente un attacco o ad alcuni siti atomici o agli impianti per la fabbricazione missilistica. In quest’ottica, il presidente americano potrebbe decidere di ordinare un’azione militare proprio per mettere gli ayatollah con le spalle al muro, costringendoli a cedere alle sue richieste negoziali. «Hanno tutte le possibilità di raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari. Saremo pronti a fare tutto ciò che questo presidente si aspetta dal dipartimento della Guerra, proprio come abbiamo fatto questo mese in Venezuela», ha detto, ieri sera, il capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Ma non è tutto. Sul tavolo, secondo la Cnn, ci sarebbero anche azioni militari mirate contro i leader del regime khomeinista. E qui veniamo a un punto cruciale. Più che a un regime change classico, Trump sarebbe interessato ad adottare con l’Iran una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime, per poi scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima però di averlo adeguatamente addomesticato. L’obiettivo sarebbe quello di esercitare la pressione per riorientare la politica estera di Teheran: esattamente quello che la Casa Bianca sta facendo a Caracas, in nome della cosiddetta «coercizione senza proprietà».
Una strategia, questa, che consentirebbe a Washington di tutelare gli interessi nazionali, evitando al contempo che gli Usa si ritrovino direttamente impelagati in qualche pantano militare. Trump ha d’altronde sempre nutrito significativo scetticismo verso i processi di nation building. Chiaramente, al netto di alcuni parallelismi, la situazione venezuelana non è completamente sovrapponibile a quella iraniana.
Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche
«La repressione non può rimanere impunita». Con queste parole Kaja Kallas ha commentato la svolta impressa dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che hanno compiuto un passo ritenuto ormai irreversibile: l’avvio del processo per inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Un regime che elimina migliaia di cittadini al proprio interno - ha scritto Kallas - sta preparando la propria fine».
Allo stesso tempo, il consiglio Affari esteri ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di misure restrittive contro Teheran. Secondo fonti diplomatiche europee, le sanzioni prevedono il divieto di ingresso nell’Ue e il congelamento dei beni per 21 soggetti: 15 persone fisiche e sei entità coinvolte nella repressione delle proteste interne, oltre a dieci individui legati alla fornitura di armamenti iraniani alla Russia, impiegati nella guerra in Ucraina. Le sanzioni individuali sono state approvate formalmente all’apertura dei lavori dei Ventisette, riuniti a Bruxelles.
Diverso, ma strettamente collegato, il percorso che riguarda la designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione come organizzazione terroristica. La decisione finale è attesa in una fase successiva, anche se - secondo fonti europee - diversi Stati membri avrebbero già espresso il proprio assenso. Un orientamento confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «È emerso il consenso sulla definizione dei pasdaran come organizzazione terroristica, ma questo non significa che non si debba dialogare con Teheran». Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha definito «storica», in un’intervista televisiva, la possibilità di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista nera dell’Ue. «È una richiesta avanzata dall’Eurocamera fin dal 2023 - ha ricordato - e oggi ciò che sembrava irrealizzabile diventa finalmente possibile». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato l’Europa di contribuire all’escalation delle tensioni regionali e ha definito la decisione un grave errore strategico: «Diversi Paesi stanno attualmente cercando di evitare lo scoppio di una guerra totale nella nostra regione. Nessuno di loro è europeo. L’Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco», ha scritto su X il capo della diplomazia di Teheran. Per l’ambasciatore in Italia dello Stato di Israele, Jonathan Peled, «è una decisione storica dell’Unione europea che chiama le cose con il loro nome. I Guardiani della Rivoluzione iraniana sono il principale motore del terrorismo e dell’instabilità. Esprimiamo il nostro apprezzamento per il contributo apportato dall’Italia a una decisione dell’Ue che costituisce un passo decisivo sulla via della responsabilità e della sicurezza».
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nasce nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista, su impulso diretto della nuova leadership religiosa. La sua missione ufficiale è «difendere e diffondere i principi della rivoluzione islamica». Oltre al controllo interno, il Corpo rappresenta lo strumento principale della proiezione regionale iraniana. Attraverso la Forza Quds, unità specializzata nelle operazioni esterne, Teheran sostiene e coordina alleati come Hezbollah in Libano e le milizie sciite Hashd al-Shaabi in Iraq. La stessa Forza Quds è sospettata di aver preso parte a numerose attività clandestine sul suolo europeo, tra cui un attentato contro una sinagoga a Bochum, in Germania, nel 2021: un episodio che costituisce la base giuridica utilizzata per avviare la procedura di designazione terroristica a livello Ue.
Una decisione attesa da anni dall’opposizione iraniana. Azar Karimi, portavoce dell’associazione Giovani iraniani in Italia, parla di «un passaggio storico»: «L’Ue riconosce ciò che il popolo iraniano denuncia da 47 anni: repressione, violenza, terrorismo e violazioni sistematiche dei diritti umani. È una vittoria morale e politica per milioni di iraniani. Non cancella il dolore, ma manda un segnale chiaro: questo regime è agli sgoccioli. È un momento di speranza, responsabilità e memoria».
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