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2021-07-17
Bergoglio depenna la messa in latino e crea un’altra frattura in Vaticano
Papa Francesco (Ansa)
La ricreazione è finita, come avevamo anticipato ieri su La Verità. Con il Motu proprio Traditioni custodes di papa Francesco, puntualmente pubblicato ieri, è suonata la campanella per l'altro Motu proprio, il Summorum pontificum di Benedetto XVI del 7 luglio 2007. Chiodo scaccia chiodo, Motu proprio oblitera Motu proprio, e della forma extraordinaria del rito cattolico, la messa celebrata con il messale romano del 1962, non resta praticamente nulla. I libri liturgici post concilio Vaticano II, quelli di Paolo VI e Giovanni Paolo II, recita il nuovo Motu proprio, «sono l'unica espressione della lex orandi del rito romano».
Con un colpo solo sparisce l'asse portante del tentativo fatto con l'altro Motu proprio, quello di Benedetto XVI, di arricchire l'unico rito cattolico con la coesistenza pacifica delle due forme, novus e vetus, ordinaria ed extraordinaria. Qui si consuma tutta la vendetta, se così si può dire, di vescovi e teologi e liturgisti, che hanno fatto opposizione dura e pura alla «riforma della riforma» tentata dal papa emerito, che vedeva nella crisi liturgica la fonte della crisi della fede. Non basterà nemmeno il green pass per assistere alla messa secondo il fu rito extraordinario, la cosiddetta messa in latino, perché d'ora in avanti una tale messa per essere celebrata dovrà avere l'autorizzazione del vescovo diocesano. Di più: se a un novello sacerdote, ordinato dopo la pubblicazione della riforma di ieri, venisse la malaugurata idea di voler celebrare utilizzando il messale pre conciliarie, allora dovrebbe avere l'autorizzazione direttamente dalla Santa Sede. Un esempio poco chiaro di quella valorizzazione delle periferie tanto care al Papa, che in questo caso, invece, pare proprio valorizzare l'autorità del centro.
Al vescovo diocesano viene chiesto anche di indagare sui cosiddetti gruppi stabili che in giro per l'orbe cattolico celebrano sulla base del Summorum pontificum per verificare che «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici». Peraltro i gruppi esistenti, una volta usciti indenni dall'indagine del vescovo, non potranno celebrare nelle parrocchie, ma solo in altri imprecisati luoghi a discrezione del solito vescovo. E comunque, al contrario di quello che diceva Benedetto XVI, d'ora in avanti il vescovo «avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi». E così non si dica che il liberalismo ha fatto breccia nella Chiesa, perché di certo non lo ha fatto nel campo liturgico. Se il green pass per il Covid a qualcuno sembra un obbligo alla vaccinazione malcelato, il Motu proprio di ieri ha il pregio di essere chiaro: questa messa antica è meglio che non si faccia. Al massimo si tollera.
Semmai non si comprende perché una tale chiarezza, che qualcuno nelle sacre stanze definisce «durezza», non sia mai stata riservata agli abusi liturgici nell'uso del messale post conciliare, abusi che vengono sì stigmatizzati anche nel Motu proprio di ieri, ma che mai sono stati sanzionati in questo modo. Esistono i preti che cantano i Ricchi e poveri durante la messa, il canto dell'Alleluia per apprendisti elettricisti, le messe con processioni offertoriali che sembrano la fiera di paese, le preghiere dei fedeli che non si capisce a chi si rivolgono, le musiche rock, pop, beat, folk, tutto questo e molto altro evidentemente non abbisogna di Motu proprio e indagini del pastore diocesano.
Nella lettera ai vescovi del mondo in cui Francesco spiega il suo intervento si comprende che tale diktat si è reso necessario in quanto, dice, «l'intento pastorale dei miei predecessori [Giovanni Paolo II a partire dall'indulto del 1984 e appunto Benedetto XVI con il Summorum pontificum]… è stato spesso gravemente disatteso». Il Papa parla di uso «strumentale» e «distorto» del messale pre conciliare. «Mi rattrista», scrive Francesco, «un uso strumentale del Missale romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l'affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa"».
In tutto questo si realizza anche un paradosso, perché in queste ore si può dire che hanno di che festeggiare i sacerdoti membri della Fraternità San Pio X, il gruppo fondato dal vescovo francese Marcel Lefebvre nel 1970 soprattutto a difesa della tradizione liturgica, ma anche in aperta polemica e rottura con il Concilio Vaticano II. Ebbene, proprio la Fraternità San Pio X aveva sempre guardato in cagnesco il Summorum pontificum di Benedetto XVI, ritenuto, dal loro punto di vista, un tentativo di scippo della tradizione da parte di Roma per una sua «normalizzazione». Di certo si crea ora una forte spaccatura all'interno della Chiesa, un altro fronte che si apre oltre a quelli già caldissimi in Germania, con il «cammino sinodale» voluto dal cardinale Rehinard Marx e lanciato verso il progresso più liberal, e quello statunitense, dove i vescovi disputano sull'accesso all'eucaristia anche per i politici sedicenti cattolici (tra cui nientedimeno che il presidente Joe Biden) che si fanno promotori di politiche pro choice in campo di vita, famiglia e educazione. Perché aprire un altro fronte?
Prete arrestato per abusi su minori
Concluso da pochi giorni il processo per pedofilia contro don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nel Milanese, condannato in Appello a 5 anni e 6 mesi per aver abusato sessualmente, nel dicembre 2011, di un ragazzino che all'epoca aveva 15 anni, ed ecco che la diocesi meneghina - la più grande d'Europa - è travolta da un altro scandalo.
Don Emanuele Tempesta, 29 anni, vicario parrocchiale delle parrocchie Santa Geltrude e Santi Salvatore e Margherita di Busto Garolfo, Comune di 14.000 abitanti a nordovest del capoluogo, è stato infatti arrestato su ordine del gip di Busto Arsizio, Luisa Bovitutti: il sacerdote, che ora si trova ai domiciliari, è accusato di abusi sessuali su minori nel periodo che va da febbraio 2020 a maggio 2021. Sette le vittime, di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, secondo le indagini coordinate dal pm Flavia Salvatore. Quando gli agenti della Mobile si sono presentati a casa del prete per notificargli l'ordinanza di custodia cautelare, lui è rimasto in silenzio.
L'inchiesta è partita dalle denunce di alcune mamme che avevano notato segni di disagio nei figli, poi ascoltati durante le audizioni protette. Per oggi è fissato l'interrogatorio di garanzia per il sacerdote davanti alla gip. Gli abusi sarebbero avvenuti nella casa del prete, nato a Rho, cresciuto a Cornaredo e trasferitosi a Büst Picul - come si identifica in dialetto Busto Garolfo - dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta nel giugno 2019.
La diocesi di Milano in una nota «prende atto con stupore e dolore di questa notizia e si impegna sin da subito ad approfondire i fatti», assicurando la più completa disponibilità alla collaborazione con l'autorità giudiziaria per accertare la verità, precisando che non è mai giunta né alla Curia, né al vicario di zona e né al parroco di Busto Garolfo, don Ambrogio Colombo, alcuna segnalazione relativa a quanto oggetto dell'indagine.
L'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ai tempi della vicenda di don Galli era vicario episcopale e venne assai criticato per aver semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, ma sempre a contatto con gli adolescenti, il sacerdote oggetto di indagine poi condannato, anche in questo caso non si è sbilanciato, esprimendo «la propria vicinanza alle comunità parrocchiali di Busto Garolfo e in particolare a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda». Tutti.
«In questo momento volgo l'attenzione alle famiglie e ai bambini e ragazzi che lo frequentavano», dice invece il sindaco del paese, Susanna Biondi. «Non ho mai saputo nulla, non mi sono mai arrivate neppure voci. Sono senza parole».
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Come anticipato dalla «Verità», il rito antico dovrà essere autorizzato dal vescovo.Prete arrestato per abusi sui minori. È don Emanuele Tempesta, vicario parrocchiale a Busto Garolfo, nel Milanese. Sette le vittime, tra i 7 e gli 11 anni. L'arcivescovo Mario Delpini: «Vicino a tutti i soggetti coinvolti nella vicenda».Lo speciale contiene due articoli.La ricreazione è finita, come avevamo anticipato ieri su La Verità. Con il Motu proprio Traditioni custodes di papa Francesco, puntualmente pubblicato ieri, è suonata la campanella per l'altro Motu proprio, il Summorum pontificum di Benedetto XVI del 7 luglio 2007. Chiodo scaccia chiodo, Motu proprio oblitera Motu proprio, e della forma extraordinaria del rito cattolico, la messa celebrata con il messale romano del 1962, non resta praticamente nulla. I libri liturgici post concilio Vaticano II, quelli di Paolo VI e Giovanni Paolo II, recita il nuovo Motu proprio, «sono l'unica espressione della lex orandi del rito romano».Con un colpo solo sparisce l'asse portante del tentativo fatto con l'altro Motu proprio, quello di Benedetto XVI, di arricchire l'unico rito cattolico con la coesistenza pacifica delle due forme, novus e vetus, ordinaria ed extraordinaria. Qui si consuma tutta la vendetta, se così si può dire, di vescovi e teologi e liturgisti, che hanno fatto opposizione dura e pura alla «riforma della riforma» tentata dal papa emerito, che vedeva nella crisi liturgica la fonte della crisi della fede. Non basterà nemmeno il green pass per assistere alla messa secondo il fu rito extraordinario, la cosiddetta messa in latino, perché d'ora in avanti una tale messa per essere celebrata dovrà avere l'autorizzazione del vescovo diocesano. Di più: se a un novello sacerdote, ordinato dopo la pubblicazione della riforma di ieri, venisse la malaugurata idea di voler celebrare utilizzando il messale pre conciliarie, allora dovrebbe avere l'autorizzazione direttamente dalla Santa Sede. Un esempio poco chiaro di quella valorizzazione delle periferie tanto care al Papa, che in questo caso, invece, pare proprio valorizzare l'autorità del centro. Al vescovo diocesano viene chiesto anche di indagare sui cosiddetti gruppi stabili che in giro per l'orbe cattolico celebrano sulla base del Summorum pontificum per verificare che «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici». Peraltro i gruppi esistenti, una volta usciti indenni dall'indagine del vescovo, non potranno celebrare nelle parrocchie, ma solo in altri imprecisati luoghi a discrezione del solito vescovo. E comunque, al contrario di quello che diceva Benedetto XVI, d'ora in avanti il vescovo «avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi». E così non si dica che il liberalismo ha fatto breccia nella Chiesa, perché di certo non lo ha fatto nel campo liturgico. Se il green pass per il Covid a qualcuno sembra un obbligo alla vaccinazione malcelato, il Motu proprio di ieri ha il pregio di essere chiaro: questa messa antica è meglio che non si faccia. Al massimo si tollera. Semmai non si comprende perché una tale chiarezza, che qualcuno nelle sacre stanze definisce «durezza», non sia mai stata riservata agli abusi liturgici nell'uso del messale post conciliare, abusi che vengono sì stigmatizzati anche nel Motu proprio di ieri, ma che mai sono stati sanzionati in questo modo. Esistono i preti che cantano i Ricchi e poveri durante la messa, il canto dell'Alleluia per apprendisti elettricisti, le messe con processioni offertoriali che sembrano la fiera di paese, le preghiere dei fedeli che non si capisce a chi si rivolgono, le musiche rock, pop, beat, folk, tutto questo e molto altro evidentemente non abbisogna di Motu proprio e indagini del pastore diocesano.Nella lettera ai vescovi del mondo in cui Francesco spiega il suo intervento si comprende che tale diktat si è reso necessario in quanto, dice, «l'intento pastorale dei miei predecessori [Giovanni Paolo II a partire dall'indulto del 1984 e appunto Benedetto XVI con il Summorum pontificum]… è stato spesso gravemente disatteso». Il Papa parla di uso «strumentale» e «distorto» del messale pre conciliare. «Mi rattrista», scrive Francesco, «un uso strumentale del Missale romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l'affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa"». In tutto questo si realizza anche un paradosso, perché in queste ore si può dire che hanno di che festeggiare i sacerdoti membri della Fraternità San Pio X, il gruppo fondato dal vescovo francese Marcel Lefebvre nel 1970 soprattutto a difesa della tradizione liturgica, ma anche in aperta polemica e rottura con il Concilio Vaticano II. Ebbene, proprio la Fraternità San Pio X aveva sempre guardato in cagnesco il Summorum pontificum di Benedetto XVI, ritenuto, dal loro punto di vista, un tentativo di scippo della tradizione da parte di Roma per una sua «normalizzazione». Di certo si crea ora una forte spaccatura all'interno della Chiesa, un altro fronte che si apre oltre a quelli già caldissimi in Germania, con il «cammino sinodale» voluto dal cardinale Rehinard Marx e lanciato verso il progresso più liberal, e quello statunitense, dove i vescovi disputano sull'accesso all'eucaristia anche per i politici sedicenti cattolici (tra cui nientedimeno che il presidente Joe Biden) che si fanno promotori di politiche pro choice in campo di vita, famiglia e educazione. 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Don Emanuele Tempesta, 29 anni, vicario parrocchiale delle parrocchie Santa Geltrude e Santi Salvatore e Margherita di Busto Garolfo, Comune di 14.000 abitanti a nordovest del capoluogo, è stato infatti arrestato su ordine del gip di Busto Arsizio, Luisa Bovitutti: il sacerdote, che ora si trova ai domiciliari, è accusato di abusi sessuali su minori nel periodo che va da febbraio 2020 a maggio 2021. Sette le vittime, di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, secondo le indagini coordinate dal pm Flavia Salvatore. Quando gli agenti della Mobile si sono presentati a casa del prete per notificargli l'ordinanza di custodia cautelare, lui è rimasto in silenzio. L'inchiesta è partita dalle denunce di alcune mamme che avevano notato segni di disagio nei figli, poi ascoltati durante le audizioni protette. Per oggi è fissato l'interrogatorio di garanzia per il sacerdote davanti alla gip. Gli abusi sarebbero avvenuti nella casa del prete, nato a Rho, cresciuto a Cornaredo e trasferitosi a Büst Picul - come si identifica in dialetto Busto Garolfo - dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta nel giugno 2019. La diocesi di Milano in una nota «prende atto con stupore e dolore di questa notizia e si impegna sin da subito ad approfondire i fatti», assicurando la più completa disponibilità alla collaborazione con l'autorità giudiziaria per accertare la verità, precisando che non è mai giunta né alla Curia, né al vicario di zona e né al parroco di Busto Garolfo, don Ambrogio Colombo, alcuna segnalazione relativa a quanto oggetto dell'indagine. L'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ai tempi della vicenda di don Galli era vicario episcopale e venne assai criticato per aver semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, ma sempre a contatto con gli adolescenti, il sacerdote oggetto di indagine poi condannato, anche in questo caso non si è sbilanciato, esprimendo «la propria vicinanza alle comunità parrocchiali di Busto Garolfo e in particolare a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda». Tutti. «In questo momento volgo l'attenzione alle famiglie e ai bambini e ragazzi che lo frequentavano», dice invece il sindaco del paese, Susanna Biondi. «Non ho mai saputo nulla, non mi sono mai arrivate neppure voci. Sono senza parole».
Jerome Powell (Ansa)
Trump affila i coltelli, Powell indossa l’elmetto. I mercati decidono che non è il caso di aspettare. In poche ore argento, platino e oro riscrivono i massimi storici, il dollaro scivola e Wall Street si guarda allo specchio temendo che la festa possa degenerare.
Il detonatore è un fatto senza precedenti. Jerome Powell, il banchiere centrale più potente del mondo, rompe ogni protocollo e si presenta in video. Non per annunciare un taglio dei tassi ma per comunicare che è sotto indagine penale. Roba da tribunali, non da conferenze stampa ovattate. La Procura vuole vederci chiaro sulla ristrutturazione della storica sede della Federal Reserve a Washington: un progetto partito nel 2022 e lievitato fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con almeno 600 milioni in più rispetto al budget. Una cifra che, anche per gli standard americani, fa sobbalzare. Che materiali hanno usato e quanti operai hanno impiegato per spendere tanto? E il costo record dei ponteggi?
L’accusa formale è tecnica: Powell avrebbe mentito o omesso dettagli nella testimonianza resa lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Il problema non è l’edilizia. È la politica monetaria.
Powell lo dice senza giri di parole. Definisce l’indagine «un’azione senza precedenti» e la inserisce in un contesto di «minacce e pressioni continue» da parte della Casa Bianca. Insomma una ritorsione. Il peccato di Powell, nella sua ricostruzione è quello di aver fissato i tassi di interesse sulla base dei dati macroeconomici - inflazione, occupazione - invece che sulle preferenze del presidente.
Trump, naturalmente, nega tutto. «Non ne so nulla», dice a Nbc News. Ma la smentita dura il tempo di un respiro. Subito dopo riparte l’attacco: Powell «non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici». Tradotto: se i tassi fossero più bassi, nessuno parlerebbe dei muri della Fed.
I mercati non aspettano le Procure. Reagiscono. L’oro vola oltre 4.600 dollari l’oncia, chiudendo intorno 4.620. L’argento schizza a 86 dollari, con rialzi giornalieri da capogiro. Il platino sfiora i 2.400 dollari, il palladio si avvicina ai 2.000. È la corsa ai beni rifugio nella sua forma più pura, quasi didattica. Il dollaro, invece, paga il conto. Inverte la rotta della settimana precedente e perde terreno contro l’euro. I Treasury a 10 anni salgono al 4,2%, i trentennali al 4,86%. Segnali chiari di tensione. Segnali che raccontano una cosa sola: la fiducia non è infinita. E quando viene messa in discussione la credibilità della banca centrale americana, il mondo intero prende appunti. In Europa si fa finta di niente, come spesso accade quando il problema è grande. Milano e Parigi restano immobili, Londra avanza di un timido +0,16%, Francoforte sale dello 0,57% trainata dai titoli della difesa - perché in tempi di guerra, vera o metaforica, qualcuno guadagna sempre. Wall Street galleggia appena sopra la parità, con l’aria di chi spera che sia solo un brutto sogno. Ma non lo è. Perché qui non siamo più alle schermaglie verbali, ai tweet, ai soprannomi irridenti. Qui siamo allo scontro istituzionale. E se è vero che il capo dellla Fed non può sentirsi al di sopra della legge è altrettanto vero che l’atmosfera intorno alla banca centrale Usa si è fatta incandescente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e possibile successore di Powell, butta benzina sul fuoco parlando di un edificio «enormemente più costoso di qualsiasi altro nella storia di Washington». Un messaggio neanche troppo cifrato.
Il mandato di Powell scade a maggio. Da qui ad allora i mercati resteranno nervosi. Perché nessuno sa dove porterà questa escalation. Se l’indagine andrà avanti. Se il precedente diventerà prassi. Se, domani, ogni decisione sui tassi dovrà passare al vaglio della politica. È questo lo spettro che spaventa gli investitori molto più di un bilancio fuori controllo.
La guerra nucleare dei mercati, insomma, è già iniziata. Non fa rumore, non lascia crateri visibili, ma brucia fiducia, erode certezze e spinge capitali a nascondersi sotto terra, in lingotti luccicanti. E come in ogni guerra, c’è una sola verità: quando saltano i tabù, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno la Federal Reserve.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci rivela i retroscena delle strategie di Usa, Russia e Cina.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia durante il dibattito sulla Pac (Politica agricola comune) all'Eurocamera di Strasburgo.
Ettore Prandini (Imagoeconomica)
Presidente Prandini, allora è il Mercosur o è il Marcosur?
«Non c’è alcun dubbio: è il Marcosur! La Germania è tornata a dettare legge in Europa e Ursula von der Leyen esegue pedissequamente gli ordini e tutela gli interessi di Berlino. I tedeschi hanno una loro idea dello sviluppo dell’Europa, vogliono dettare le loro regole a tutti. Un esempio incontrovertibile è che la Germania non vuole la reciprocità, non la vuole su ciò che esporta e nell’accordo del Mercosur non c’è la reciprocità, senza la quale quell’accordo diventa un boomerang per le imprese agricole, ma io credo anche per molte altre imprese europee e soprattutto per i cittadini. Speriamo in un sussulto del Parlamento che ponga freno a questa deriva e si renda conto che viene esautorato».
A darle ragione c’è il ricorso che la Polonia vuole presentare e le mozioni di sfiducia dei francesi contro la Von der Leyen che vuole evitare la ratifica dall’Eurocamera. Vede un deficit di democrazia e di democrazia alimentare in Europa?
«Sulla democrazia alimentare ci siamo spesi con ogni forza: senza sovranità alimentare non c’è la possibilità di un accesso al cibo uguale per tutti, ma quanto sta accadendo sull’accordo è paradossale. Il Parlamento, che è il livello più alto di democrazia in Europa, viene esautorato da un organismo come la Commissione che non è eletto direttamente. La presidente ha eroso la centralità del Parlamento e impone con una estremizzazione dei suoi comportamenti e il sostegno di una struttura burocratica cosa deve decidere l’Eurocamera. Per noi è inaccettabile».
In cosa risiede la «pericolosità» del Mercosur?
«È di tutta evidenza che già in queste ore si moltiplicano le pressioni per fare accordi con l’India, con il Vietnam secondo le convenienze della Germania e che l’agricoltura viene usata come merce di scambio. L’agricoltura in Europa ha perso la sua centralità a favore di altri interessi».
Sì, però vi hanno dato dei soldi in più…
«E dove sono questi soldi in più? Abbiamo semplicemente recuperato il taglio di 92 miliardi che la Von der Leyen aveva deciso. 45 miliardi sono contributi agricoli, gli altri li abbiamo recuperati facendo in modo che i fondi per lo sviluppo rurale vadano tutti alle aziende agricole. Ma non c’è stato dato un euro in più. E questo mentre tutto il mondo dagli Usa alla Cina sta triplicando gli investimenti in agricoltura, il che testimonia l’assoluta miopia della Von der Leyen. Grazie al nostro governo, all’impegno dei ministri Francesco Lollobrigida e Antonio Tajani e alla pressione esercitata dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni siamo riusciti a recuperare un miliardo in più per l’Italia nella prossima Pac. Ma non c’entra nulla col Mercosur, non può essere una compensazione: senza reciprocità, senza clausole di salvaguardia quell’accordo resta deleterio».
Per quali ragioni?
«Se non si mette la reciprocità domani con l’India, piuttosto che con il Vietnam sarà lo stesso schema: per vendere ciò che interessa ad alcuni si penalizza l’agricoltura. E non mi convince chi dice che alcune filiere ne traggono vantaggio. Ci danno qualcosa da una parte per toglierci tutto il resto. Lo abbiamo già sperimentato col Ceta: la filiera cerealicola è in ginocchio e i canadesi fanno arrivare il grano senza condizioni, succederà così anche col Mercosur».
Ha a che fare col fatto che la nostra è un’agricoltura polifunzionale?
«Anche, ma il tema è un altro: è la reciprocità. Come posso stare sul mercato se è consentito importare in Europa prodotti coltivati con fertilizzanti, diserbanti, fitofarmaci vietatissimi da noi? Com’è possibile far entrare merce che viene coltivata con standard ambientali, di benessere animale ed etici distantissimi dai nostri? Se i vincoli europei fossero applicati a un’azienda agricola del Mercosur fallirebbe in un giorno. Lo sanno a Bruxelles che lì possono andare in farmacia senza nessun vincolo a comprare antibiotici e ormoni che accelerano l’accrescimento degli animali, sostanze che da noi sono giustamente vietatissime e che però i consumatori si ritrovano nel piatto? Come si difende la filiera della carne rossa, del pollame da questo attacco? E come tutelo la filiera del riso se sfruttando i bambini, perché pesano meno e non distruggono le piante, si usano per spargere veleni chimici sulle coltivazioni? È di questo che stiamo parlando. Poi mi dicono, ma il vino ha vantaggio e mi raccontano che col Mercosur si mitiga l’italian sounding. A parte che è tutto da vedere, ma una volta azzerata l’agricoltura che ce ne facciamo? Il sistema agroalimentare produce la prima voce di esportazione dell’Europa e proprio questo sistema è messo a rischio e usato come merce di scambio. È incomprensibile».
Ci saranno i controlli?
«Siamo convinti che i brasiliani faranno andare gli europei a controllare le loro produzioni? Se mi dite dove danno questo film di fantascienza lo vado a vedere. È per questo che noi insistiamo per avere in Italia l’autorità delle dogane europee. Siamo il Paese all’avanguardia nei controlli sanitari e di qualità. Siamo in un continente che oggi controlla appena il 3% delle merci che importa! Meglio di noi fa anche l’Africa. E qui sta un altro paradosso: loro continueranno a fare controlli severissimi sulle nostre merci che importano, come hanno sempre fatto per costituire un’artificiosa barriera doganale».
Voi andate a protestare a Strasburgo, siete sicuri che la gente vi segua?
«Sì e lo vediamo tutti i giorni: i cittadini ci chiedono controlli sulla qualità e la salubrità dei prodotti. Appena ieri il ministro della Sanità ha posto il problema della sostenibilità del sistema di assistenza e cura. Sappiamo tutti che è da ciò che mangiamo che inizia e si rafforza la tutela della nostra salute. E tutti sanno che i prodotti della nostra agricoltura sono i più sani e i più controllati. Quando ci battiamo per le nostre aziende agricole ci battiamo anche per la salute dei cittadini. E gli italiani lo sanno».
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