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2021-07-17
Bergoglio depenna la messa in latino e crea un’altra frattura in Vaticano
Papa Francesco (Ansa)
La ricreazione è finita, come avevamo anticipato ieri su La Verità. Con il Motu proprio Traditioni custodes di papa Francesco, puntualmente pubblicato ieri, è suonata la campanella per l'altro Motu proprio, il Summorum pontificum di Benedetto XVI del 7 luglio 2007. Chiodo scaccia chiodo, Motu proprio oblitera Motu proprio, e della forma extraordinaria del rito cattolico, la messa celebrata con il messale romano del 1962, non resta praticamente nulla. I libri liturgici post concilio Vaticano II, quelli di Paolo VI e Giovanni Paolo II, recita il nuovo Motu proprio, «sono l'unica espressione della lex orandi del rito romano».
Con un colpo solo sparisce l'asse portante del tentativo fatto con l'altro Motu proprio, quello di Benedetto XVI, di arricchire l'unico rito cattolico con la coesistenza pacifica delle due forme, novus e vetus, ordinaria ed extraordinaria. Qui si consuma tutta la vendetta, se così si può dire, di vescovi e teologi e liturgisti, che hanno fatto opposizione dura e pura alla «riforma della riforma» tentata dal papa emerito, che vedeva nella crisi liturgica la fonte della crisi della fede. Non basterà nemmeno il green pass per assistere alla messa secondo il fu rito extraordinario, la cosiddetta messa in latino, perché d'ora in avanti una tale messa per essere celebrata dovrà avere l'autorizzazione del vescovo diocesano. Di più: se a un novello sacerdote, ordinato dopo la pubblicazione della riforma di ieri, venisse la malaugurata idea di voler celebrare utilizzando il messale pre conciliarie, allora dovrebbe avere l'autorizzazione direttamente dalla Santa Sede. Un esempio poco chiaro di quella valorizzazione delle periferie tanto care al Papa, che in questo caso, invece, pare proprio valorizzare l'autorità del centro.
Al vescovo diocesano viene chiesto anche di indagare sui cosiddetti gruppi stabili che in giro per l'orbe cattolico celebrano sulla base del Summorum pontificum per verificare che «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici». Peraltro i gruppi esistenti, una volta usciti indenni dall'indagine del vescovo, non potranno celebrare nelle parrocchie, ma solo in altri imprecisati luoghi a discrezione del solito vescovo. E comunque, al contrario di quello che diceva Benedetto XVI, d'ora in avanti il vescovo «avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi». E così non si dica che il liberalismo ha fatto breccia nella Chiesa, perché di certo non lo ha fatto nel campo liturgico. Se il green pass per il Covid a qualcuno sembra un obbligo alla vaccinazione malcelato, il Motu proprio di ieri ha il pregio di essere chiaro: questa messa antica è meglio che non si faccia. Al massimo si tollera.
Semmai non si comprende perché una tale chiarezza, che qualcuno nelle sacre stanze definisce «durezza», non sia mai stata riservata agli abusi liturgici nell'uso del messale post conciliare, abusi che vengono sì stigmatizzati anche nel Motu proprio di ieri, ma che mai sono stati sanzionati in questo modo. Esistono i preti che cantano i Ricchi e poveri durante la messa, il canto dell'Alleluia per apprendisti elettricisti, le messe con processioni offertoriali che sembrano la fiera di paese, le preghiere dei fedeli che non si capisce a chi si rivolgono, le musiche rock, pop, beat, folk, tutto questo e molto altro evidentemente non abbisogna di Motu proprio e indagini del pastore diocesano.
Nella lettera ai vescovi del mondo in cui Francesco spiega il suo intervento si comprende che tale diktat si è reso necessario in quanto, dice, «l'intento pastorale dei miei predecessori [Giovanni Paolo II a partire dall'indulto del 1984 e appunto Benedetto XVI con il Summorum pontificum]… è stato spesso gravemente disatteso». Il Papa parla di uso «strumentale» e «distorto» del messale pre conciliare. «Mi rattrista», scrive Francesco, «un uso strumentale del Missale romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l'affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa"».
In tutto questo si realizza anche un paradosso, perché in queste ore si può dire che hanno di che festeggiare i sacerdoti membri della Fraternità San Pio X, il gruppo fondato dal vescovo francese Marcel Lefebvre nel 1970 soprattutto a difesa della tradizione liturgica, ma anche in aperta polemica e rottura con il Concilio Vaticano II. Ebbene, proprio la Fraternità San Pio X aveva sempre guardato in cagnesco il Summorum pontificum di Benedetto XVI, ritenuto, dal loro punto di vista, un tentativo di scippo della tradizione da parte di Roma per una sua «normalizzazione». Di certo si crea ora una forte spaccatura all'interno della Chiesa, un altro fronte che si apre oltre a quelli già caldissimi in Germania, con il «cammino sinodale» voluto dal cardinale Rehinard Marx e lanciato verso il progresso più liberal, e quello statunitense, dove i vescovi disputano sull'accesso all'eucaristia anche per i politici sedicenti cattolici (tra cui nientedimeno che il presidente Joe Biden) che si fanno promotori di politiche pro choice in campo di vita, famiglia e educazione. Perché aprire un altro fronte?
Prete arrestato per abusi su minori
Concluso da pochi giorni il processo per pedofilia contro don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nel Milanese, condannato in Appello a 5 anni e 6 mesi per aver abusato sessualmente, nel dicembre 2011, di un ragazzino che all'epoca aveva 15 anni, ed ecco che la diocesi meneghina - la più grande d'Europa - è travolta da un altro scandalo.
Don Emanuele Tempesta, 29 anni, vicario parrocchiale delle parrocchie Santa Geltrude e Santi Salvatore e Margherita di Busto Garolfo, Comune di 14.000 abitanti a nordovest del capoluogo, è stato infatti arrestato su ordine del gip di Busto Arsizio, Luisa Bovitutti: il sacerdote, che ora si trova ai domiciliari, è accusato di abusi sessuali su minori nel periodo che va da febbraio 2020 a maggio 2021. Sette le vittime, di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, secondo le indagini coordinate dal pm Flavia Salvatore. Quando gli agenti della Mobile si sono presentati a casa del prete per notificargli l'ordinanza di custodia cautelare, lui è rimasto in silenzio.
L'inchiesta è partita dalle denunce di alcune mamme che avevano notato segni di disagio nei figli, poi ascoltati durante le audizioni protette. Per oggi è fissato l'interrogatorio di garanzia per il sacerdote davanti alla gip. Gli abusi sarebbero avvenuti nella casa del prete, nato a Rho, cresciuto a Cornaredo e trasferitosi a Büst Picul - come si identifica in dialetto Busto Garolfo - dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta nel giugno 2019.
La diocesi di Milano in una nota «prende atto con stupore e dolore di questa notizia e si impegna sin da subito ad approfondire i fatti», assicurando la più completa disponibilità alla collaborazione con l'autorità giudiziaria per accertare la verità, precisando che non è mai giunta né alla Curia, né al vicario di zona e né al parroco di Busto Garolfo, don Ambrogio Colombo, alcuna segnalazione relativa a quanto oggetto dell'indagine.
L'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ai tempi della vicenda di don Galli era vicario episcopale e venne assai criticato per aver semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, ma sempre a contatto con gli adolescenti, il sacerdote oggetto di indagine poi condannato, anche in questo caso non si è sbilanciato, esprimendo «la propria vicinanza alle comunità parrocchiali di Busto Garolfo e in particolare a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda». Tutti.
«In questo momento volgo l'attenzione alle famiglie e ai bambini e ragazzi che lo frequentavano», dice invece il sindaco del paese, Susanna Biondi. «Non ho mai saputo nulla, non mi sono mai arrivate neppure voci. Sono senza parole».
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Come anticipato dalla «Verità», il rito antico dovrà essere autorizzato dal vescovo.Prete arrestato per abusi sui minori. È don Emanuele Tempesta, vicario parrocchiale a Busto Garolfo, nel Milanese. Sette le vittime, tra i 7 e gli 11 anni. L'arcivescovo Mario Delpini: «Vicino a tutti i soggetti coinvolti nella vicenda».Lo speciale contiene due articoli.La ricreazione è finita, come avevamo anticipato ieri su La Verità. Con il Motu proprio Traditioni custodes di papa Francesco, puntualmente pubblicato ieri, è suonata la campanella per l'altro Motu proprio, il Summorum pontificum di Benedetto XVI del 7 luglio 2007. Chiodo scaccia chiodo, Motu proprio oblitera Motu proprio, e della forma extraordinaria del rito cattolico, la messa celebrata con il messale romano del 1962, non resta praticamente nulla. I libri liturgici post concilio Vaticano II, quelli di Paolo VI e Giovanni Paolo II, recita il nuovo Motu proprio, «sono l'unica espressione della lex orandi del rito romano».Con un colpo solo sparisce l'asse portante del tentativo fatto con l'altro Motu proprio, quello di Benedetto XVI, di arricchire l'unico rito cattolico con la coesistenza pacifica delle due forme, novus e vetus, ordinaria ed extraordinaria. Qui si consuma tutta la vendetta, se così si può dire, di vescovi e teologi e liturgisti, che hanno fatto opposizione dura e pura alla «riforma della riforma» tentata dal papa emerito, che vedeva nella crisi liturgica la fonte della crisi della fede. Non basterà nemmeno il green pass per assistere alla messa secondo il fu rito extraordinario, la cosiddetta messa in latino, perché d'ora in avanti una tale messa per essere celebrata dovrà avere l'autorizzazione del vescovo diocesano. Di più: se a un novello sacerdote, ordinato dopo la pubblicazione della riforma di ieri, venisse la malaugurata idea di voler celebrare utilizzando il messale pre conciliarie, allora dovrebbe avere l'autorizzazione direttamente dalla Santa Sede. Un esempio poco chiaro di quella valorizzazione delle periferie tanto care al Papa, che in questo caso, invece, pare proprio valorizzare l'autorità del centro. Al vescovo diocesano viene chiesto anche di indagare sui cosiddetti gruppi stabili che in giro per l'orbe cattolico celebrano sulla base del Summorum pontificum per verificare che «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici». Peraltro i gruppi esistenti, una volta usciti indenni dall'indagine del vescovo, non potranno celebrare nelle parrocchie, ma solo in altri imprecisati luoghi a discrezione del solito vescovo. E comunque, al contrario di quello che diceva Benedetto XVI, d'ora in avanti il vescovo «avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi». E così non si dica che il liberalismo ha fatto breccia nella Chiesa, perché di certo non lo ha fatto nel campo liturgico. Se il green pass per il Covid a qualcuno sembra un obbligo alla vaccinazione malcelato, il Motu proprio di ieri ha il pregio di essere chiaro: questa messa antica è meglio che non si faccia. Al massimo si tollera. Semmai non si comprende perché una tale chiarezza, che qualcuno nelle sacre stanze definisce «durezza», non sia mai stata riservata agli abusi liturgici nell'uso del messale post conciliare, abusi che vengono sì stigmatizzati anche nel Motu proprio di ieri, ma che mai sono stati sanzionati in questo modo. Esistono i preti che cantano i Ricchi e poveri durante la messa, il canto dell'Alleluia per apprendisti elettricisti, le messe con processioni offertoriali che sembrano la fiera di paese, le preghiere dei fedeli che non si capisce a chi si rivolgono, le musiche rock, pop, beat, folk, tutto questo e molto altro evidentemente non abbisogna di Motu proprio e indagini del pastore diocesano.Nella lettera ai vescovi del mondo in cui Francesco spiega il suo intervento si comprende che tale diktat si è reso necessario in quanto, dice, «l'intento pastorale dei miei predecessori [Giovanni Paolo II a partire dall'indulto del 1984 e appunto Benedetto XVI con il Summorum pontificum]… è stato spesso gravemente disatteso». Il Papa parla di uso «strumentale» e «distorto» del messale pre conciliare. «Mi rattrista», scrive Francesco, «un uso strumentale del Missale romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l'affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa"». In tutto questo si realizza anche un paradosso, perché in queste ore si può dire che hanno di che festeggiare i sacerdoti membri della Fraternità San Pio X, il gruppo fondato dal vescovo francese Marcel Lefebvre nel 1970 soprattutto a difesa della tradizione liturgica, ma anche in aperta polemica e rottura con il Concilio Vaticano II. Ebbene, proprio la Fraternità San Pio X aveva sempre guardato in cagnesco il Summorum pontificum di Benedetto XVI, ritenuto, dal loro punto di vista, un tentativo di scippo della tradizione da parte di Roma per una sua «normalizzazione». Di certo si crea ora una forte spaccatura all'interno della Chiesa, un altro fronte che si apre oltre a quelli già caldissimi in Germania, con il «cammino sinodale» voluto dal cardinale Rehinard Marx e lanciato verso il progresso più liberal, e quello statunitense, dove i vescovi disputano sull'accesso all'eucaristia anche per i politici sedicenti cattolici (tra cui nientedimeno che il presidente Joe Biden) che si fanno promotori di politiche pro choice in campo di vita, famiglia e educazione. 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Don Emanuele Tempesta, 29 anni, vicario parrocchiale delle parrocchie Santa Geltrude e Santi Salvatore e Margherita di Busto Garolfo, Comune di 14.000 abitanti a nordovest del capoluogo, è stato infatti arrestato su ordine del gip di Busto Arsizio, Luisa Bovitutti: il sacerdote, che ora si trova ai domiciliari, è accusato di abusi sessuali su minori nel periodo che va da febbraio 2020 a maggio 2021. Sette le vittime, di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, secondo le indagini coordinate dal pm Flavia Salvatore. Quando gli agenti della Mobile si sono presentati a casa del prete per notificargli l'ordinanza di custodia cautelare, lui è rimasto in silenzio. L'inchiesta è partita dalle denunce di alcune mamme che avevano notato segni di disagio nei figli, poi ascoltati durante le audizioni protette. Per oggi è fissato l'interrogatorio di garanzia per il sacerdote davanti alla gip. Gli abusi sarebbero avvenuti nella casa del prete, nato a Rho, cresciuto a Cornaredo e trasferitosi a Büst Picul - come si identifica in dialetto Busto Garolfo - dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta nel giugno 2019. La diocesi di Milano in una nota «prende atto con stupore e dolore di questa notizia e si impegna sin da subito ad approfondire i fatti», assicurando la più completa disponibilità alla collaborazione con l'autorità giudiziaria per accertare la verità, precisando che non è mai giunta né alla Curia, né al vicario di zona e né al parroco di Busto Garolfo, don Ambrogio Colombo, alcuna segnalazione relativa a quanto oggetto dell'indagine. L'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ai tempi della vicenda di don Galli era vicario episcopale e venne assai criticato per aver semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, ma sempre a contatto con gli adolescenti, il sacerdote oggetto di indagine poi condannato, anche in questo caso non si è sbilanciato, esprimendo «la propria vicinanza alle comunità parrocchiali di Busto Garolfo e in particolare a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda». Tutti. «In questo momento volgo l'attenzione alle famiglie e ai bambini e ragazzi che lo frequentavano», dice invece il sindaco del paese, Susanna Biondi. «Non ho mai saputo nulla, non mi sono mai arrivate neppure voci. Sono senza parole».
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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