True
2023-11-30
La fronda a Bergoglio tra i cattolici in America si fa anche col petrolio
Papa Francesco (Ansa)
Le tensioni tra la Santa Sede e la Chiesa statunitense viaggiano anche attraverso la questione climatica. Ieri, Reuters ha pubblicato un’analisi dei rendiconti finanziari di varie diocesi statunitensi, secondo cui queste ultime «detengono milioni di dollari in azioni di società produttrici di combustibili fossili attraverso portafogli destinati a finanziare le operazioni della Chiesa e a pagare gli stipendi del clero. E almeno una dozzina stanno affittando terreni ai trivellatori». Non solo. La Conferenza episcopale statunitense ha riferito alla stessa Reuters di aver, sì, aggiornato le proprie linee guida sugli investimenti socialmente responsabili, ma ha anche negato di aver chiesto disinvestimenti in riferimento al settore delle energie tradizionali. Una posizione che cozza con l’orientamento radicalmente green, dettato da papa Francesco. Ricordiamo che il pontefice aveva originariamente annunciato che avrebbe preso parte di persona alla Cop28 di Dubai: un appuntamento a cui ha tuttavia dovuto rinunciare per motivi di salute («permane l’infiammazione polmonare associata a difficoltà respiratoria», ha precisato ieri la sala stampa vaticana). Inoltre, lo scorso ottobre, il Papa aveva pubblicato l’esortazione apostolica ambientalista Laudate Deum.
Insomma, la questione climatica è soltanto l’ultimo esempio delle tensioni in corso tra il pontefice e i vescovi americani. Cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio del problema. Un primo motivo di attrito è assai probabilmente di carattere dottrinale. La salvaguardia del creato è indubbiamente doverosa. Si tratta però di un obiettivo da perseguire all’interno di un quadro filosofico e teologico che si armonizzi con la dottrina cristiana. L’odierno orientamento green è invece spesso frutto di visioni filosofiche radicali, oltre che pregne di elementi marxisti e panteistici. Un quadro generale che ha verosimilmente suscitato i malumori di vari vescovi americani. A ottobre 2021, il National Catholic Register pubblicò un’analisi significativamente intitolata: «Il sostegno acritico della Santa Sede alla Cop26 suscita preoccupazione».
In secondo luogo, si scorge un tema geopolitico. La svolta green di Papa Francesco è sempre avvenuta in connessione alla sua politica estera di apertura alla Cina. Il presidente della Cop28, Sultan Al Jaber, intrattiene stretti legami con Pechino: quella stessa Pechino a cui il Papa ha esplicitamente strizzato l’occhio nella Laudate Deum. Lo stesso Al Jaber è stato ricevuto in udienza dal pontefice lo scorso 11 ottobre. Tutto questo sta avvenendo all’ombra del controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, originariamente siglato nel 2018, è stato finora rinnovato due volte nel 2020 e nel 2022. Non è forse un caso che tra i porporati maggiormente critici di tale intesa figurino proprio due statunitensi, come Timothy Dolan e Raymond Burke. E, mentre la distensione tra Santa sede e Cina prosegue, il Papa non esita a lanciare stoccate alla Chiesa statunitense: si pensi solo al recente siluramento del vescovo di Tyler, Joseph Strickland, o alle dure parole riservate dal nunzio apostolico negli Usa, Christophe Pierre, al clero d’Oltreatlantico.
Infine, emerge un dato legato alla politica interna degli Usa. La posizione dei vescovi americani sull’energia tradizionale non sembra discostarsi troppo da quella largamente diffusa nel Partito repubblicano: quest’ultimo esprime storicamente scetticismo verso le rinnovabili e vede nell’autonomia energetica un asset geopolitico da tutelare per evitare la dipendenza da Paesi inaffidabili o potenzialmente ostili. D’altronde, contrari a restrizioni alle energie tradizionali si dicono varie organizzazioni conservatrici d’Oltreatlantico: dalla Heritage Foundation ad Americans for Prosperity (che gravita attorno al miliardario Charles Koch, il quale ha in passato effettuato donazioni alla Catholic University of America). Ora, che papa Francesco non ami il Gop e, in particolare, Donald Trump, non è un mistero. Basti pensare alla campagna elettorale del 2016 o all’enciclica Fratelli tutti, uscita a un mese esatto dalle presidenziali del 2020: in entrambe le occasioni, il pontefice criticò aspramente i «muri», quando l’aspetto centrale del programma di Trump è sempre stato quello della costruzione di un muro al confine con il Messico.
Tuttavia il papa rischia di perdere un alleato sul piano climatico: Joe Biden. Eh sì, perché, nonostante una sbornia green all’inizio della sua presidenza, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha in parte corretto il tiro. A marzo, ha dato l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska: il Willow Project. Inoltre, martedì scorso, la sua amministrazione ha reso noto di aver raccolto 3,4 milioni di dollari dalla vendita dei diritti di estrazione di petrolio e gas nel Wyoming. Lo stesso fatto che Biden non si recherà alla Cop28, quando invece aveva partecipato alle due edizioni precedenti, è significativo.
La sponda principale del Papa nell’attuale Casa Bianca resta l’inviato per il clima, John Kerry, che – guarda caso – è il capofila dell’ala filocinese dell’amministrazione americana. Eppure, nonostante il recente faccia a faccia tra Biden e Xi, sembra che nello studio ovale stia tornando in auge una postura guardinga nei confronti di Pechino. D’altronde, al di là del dossier green, la Casa Bianca e la Santa sede non sembrano esattamente allineate neppure su vari fronti geopolitici: dalla crisi ucraina a quella mediorientale. Segno dunque che la distanza tra Washington e l’attuale pontefice sta aumentando.
«Mr greggio» Koch punta sulla Haley
Il potente network del miliardario Charles Koch, Americans for Prosperity (Afp), ha fatto la sua scelta in vista delle prossime primarie presidenziali repubblicane: appoggerà la candidatura dell’ex ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley. A renderlo noto è stata la ceo di Afp, Emily Seidel, che ha anche criticato Donald Trump, sostenendo che l’ex presidente avrebbe danneggiato il Partito repubblicano durante le ultime elezioni e che non sarebbe in grado di conquistare il voto degli «elettori moderati e indipendenti». In particolare Afp metterà a disposizione della candidata la sua capillare rete di attivisti, garantendo anche finanziamenti per spot elettorali e coinvolgendo influenti donatori in suo sostegno.
Ora, che il network di Koch non amasse Trump non è mai stato un mistero. È tuttavia curiosa la sua scelta di sostenere la Haley. Charles Koch asserisce di essere su posizioni libertarian e sposa delle tesi non esattamente interventiste in politica estera. Basti pensare che nel 2019 ha finanziato, insieme al miliardario George Soros, l’avvio del Quincy Institute: un think tank realista e tendenzialmente avverso a un’agenda internazionale proattiva. Non solo. Nel 2018, il network di Koch criticò Trump, allora presidente, per i suoi dazi contro la Cina. Ebbene, va sottolineato che la Haley è molto distante da tutto questo. Innanzitutto l’ex ambasciatrice porta avanti una linea di netta severità nei confronti di Pechino. In secondo luogo, è fautrice di un approccio proattivo in politica estera, assai lontano da quello propugnato dal Quincy Institute. È inoltre difficile definire la Haley una libertarian: anzi, viste le sue idee sul fronte internazionale è assai probabile che gli apparati del Pentagono e del Dipartimento di Stato apprezzino la sua candidatura.
Dal punto di vista ideologico, sarebbe forse stato allora più comprensibile un endorsement a Ron DeSantis: non a caso, il suo comitato elettorale non ha preso affatto bene l’appoggio di Afp alla Haley. E allora che cosa è successo? È successo che, con ogni probabilità, il network di Koch ha compreso che la forza dell’ex ambasciatrice risiede proprio nella sua vicinanza agli apparati. La Haley, almeno per ora, non dispone del consenso elettorale sufficiente per conquistare la nomination repubblicana. E difficilmente riuscirà ad acquisirlo, se Trump resterà in campo.
Secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, a livello nazionale l’ex ambasciatrice è terza al 10%, mentre l’ex presidente è primo al 61%. In Iowa e New Hampshire Trump è inoltre avanti di oltre 20 punti su di lei. Eppure la forza della Haley non sta nel consenso ma, come detto, nella sua vicinanza agli apparati. Non a caso, a settembre Trump ha detto che gli piacerebbe poter scegliere una donna come proprio vice: sia Politico sia Newsweek hanno inoltre riferito di non escludere che l’ex presidente possa alla fine selezionare proprio la Haley per questo ruolo. Una scelta che, in caso, andrebbe letta (anche) come un suo gesto distensivo verso l’alta burocrazia statale: Trump, dopo un mandato alla Casa Bianca, sa bene di non poter governare, se questi mondi gli remano contro.
Probabilmente Koch, la cui fortuna proviene per larga parte dal settore petrolifero, è consapevole che, almeno per il momento, il destino più probabile della Haley per il 2024 sia quello di una vicepresidenza. L’ex ambasciatrice è inoltre l’unica candidata in campo con le maggiori probabilità di ottenere qualcosa di importante, in caso di vittoria repubblicana: è più solida di DeSantis e non ha i problemi giudiziari di Trump. Scommettere su di lei può quindi forse rivelarsi una scelta tutt’altro che irrazionale da parte di Afp.
Continua a leggereRiduci
Molte diocesi Usa hanno investito nel greggio e non intendono tornare indietro. Ma i vescovi sono altrettanto preoccupati dalle derive panteiste dell’ecologismo. E non vogliono far propria una linea che favorisce la Cina.Il miliardario ha scelto la sua candidata. Vicina alle élites, l’ex ambasciatrice alle Nazioni Unite potrebbe alla fine diventare la vice di Trump alla Casa Bianca. Lo speciale contiene due articoli.Le tensioni tra la Santa Sede e la Chiesa statunitense viaggiano anche attraverso la questione climatica. Ieri, Reuters ha pubblicato un’analisi dei rendiconti finanziari di varie diocesi statunitensi, secondo cui queste ultime «detengono milioni di dollari in azioni di società produttrici di combustibili fossili attraverso portafogli destinati a finanziare le operazioni della Chiesa e a pagare gli stipendi del clero. E almeno una dozzina stanno affittando terreni ai trivellatori». Non solo. La Conferenza episcopale statunitense ha riferito alla stessa Reuters di aver, sì, aggiornato le proprie linee guida sugli investimenti socialmente responsabili, ma ha anche negato di aver chiesto disinvestimenti in riferimento al settore delle energie tradizionali. Una posizione che cozza con l’orientamento radicalmente green, dettato da papa Francesco. Ricordiamo che il pontefice aveva originariamente annunciato che avrebbe preso parte di persona alla Cop28 di Dubai: un appuntamento a cui ha tuttavia dovuto rinunciare per motivi di salute («permane l’infiammazione polmonare associata a difficoltà respiratoria», ha precisato ieri la sala stampa vaticana). Inoltre, lo scorso ottobre, il Papa aveva pubblicato l’esortazione apostolica ambientalista Laudate Deum. Insomma, la questione climatica è soltanto l’ultimo esempio delle tensioni in corso tra il pontefice e i vescovi americani. Cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio del problema. Un primo motivo di attrito è assai probabilmente di carattere dottrinale. La salvaguardia del creato è indubbiamente doverosa. Si tratta però di un obiettivo da perseguire all’interno di un quadro filosofico e teologico che si armonizzi con la dottrina cristiana. L’odierno orientamento green è invece spesso frutto di visioni filosofiche radicali, oltre che pregne di elementi marxisti e panteistici. Un quadro generale che ha verosimilmente suscitato i malumori di vari vescovi americani. A ottobre 2021, il National Catholic Register pubblicò un’analisi significativamente intitolata: «Il sostegno acritico della Santa Sede alla Cop26 suscita preoccupazione». In secondo luogo, si scorge un tema geopolitico. La svolta green di Papa Francesco è sempre avvenuta in connessione alla sua politica estera di apertura alla Cina. Il presidente della Cop28, Sultan Al Jaber, intrattiene stretti legami con Pechino: quella stessa Pechino a cui il Papa ha esplicitamente strizzato l’occhio nella Laudate Deum. Lo stesso Al Jaber è stato ricevuto in udienza dal pontefice lo scorso 11 ottobre. Tutto questo sta avvenendo all’ombra del controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi che, originariamente siglato nel 2018, è stato finora rinnovato due volte nel 2020 e nel 2022. Non è forse un caso che tra i porporati maggiormente critici di tale intesa figurino proprio due statunitensi, come Timothy Dolan e Raymond Burke. E, mentre la distensione tra Santa sede e Cina prosegue, il Papa non esita a lanciare stoccate alla Chiesa statunitense: si pensi solo al recente siluramento del vescovo di Tyler, Joseph Strickland, o alle dure parole riservate dal nunzio apostolico negli Usa, Christophe Pierre, al clero d’Oltreatlantico. Infine, emerge un dato legato alla politica interna degli Usa. La posizione dei vescovi americani sull’energia tradizionale non sembra discostarsi troppo da quella largamente diffusa nel Partito repubblicano: quest’ultimo esprime storicamente scetticismo verso le rinnovabili e vede nell’autonomia energetica un asset geopolitico da tutelare per evitare la dipendenza da Paesi inaffidabili o potenzialmente ostili. D’altronde, contrari a restrizioni alle energie tradizionali si dicono varie organizzazioni conservatrici d’Oltreatlantico: dalla Heritage Foundation ad Americans for Prosperity (che gravita attorno al miliardario Charles Koch, il quale ha in passato effettuato donazioni alla Catholic University of America). Ora, che papa Francesco non ami il Gop e, in particolare, Donald Trump, non è un mistero. Basti pensare alla campagna elettorale del 2016 o all’enciclica Fratelli tutti, uscita a un mese esatto dalle presidenziali del 2020: in entrambe le occasioni, il pontefice criticò aspramente i «muri», quando l’aspetto centrale del programma di Trump è sempre stato quello della costruzione di un muro al confine con il Messico. Tuttavia il papa rischia di perdere un alleato sul piano climatico: Joe Biden. Eh sì, perché, nonostante una sbornia green all’inizio della sua presidenza, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha in parte corretto il tiro. A marzo, ha dato l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska: il Willow Project. Inoltre, martedì scorso, la sua amministrazione ha reso noto di aver raccolto 3,4 milioni di dollari dalla vendita dei diritti di estrazione di petrolio e gas nel Wyoming. Lo stesso fatto che Biden non si recherà alla Cop28, quando invece aveva partecipato alle due edizioni precedenti, è significativo. La sponda principale del Papa nell’attuale Casa Bianca resta l’inviato per il clima, John Kerry, che – guarda caso – è il capofila dell’ala filocinese dell’amministrazione americana. Eppure, nonostante il recente faccia a faccia tra Biden e Xi, sembra che nello studio ovale stia tornando in auge una postura guardinga nei confronti di Pechino. D’altronde, al di là del dossier green, la Casa Bianca e la Santa sede non sembrano esattamente allineate neppure su vari fronti geopolitici: dalla crisi ucraina a quella mediorientale. Segno dunque che la distanza tra Washington e l’attuale pontefice sta aumentando. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-cattolici-america-petrolio-2666397035.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mr-greggio-koch-punta-sulla-haley" data-post-id="2666397035" data-published-at="1701337756" data-use-pagination="False"> «Mr greggio» Koch punta sulla Haley Il potente network del miliardario Charles Koch, Americans for Prosperity (Afp), ha fatto la sua scelta in vista delle prossime primarie presidenziali repubblicane: appoggerà la candidatura dell’ex ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley. A renderlo noto è stata la ceo di Afp, Emily Seidel, che ha anche criticato Donald Trump, sostenendo che l’ex presidente avrebbe danneggiato il Partito repubblicano durante le ultime elezioni e che non sarebbe in grado di conquistare il voto degli «elettori moderati e indipendenti». In particolare Afp metterà a disposizione della candidata la sua capillare rete di attivisti, garantendo anche finanziamenti per spot elettorali e coinvolgendo influenti donatori in suo sostegno.Ora, che il network di Koch non amasse Trump non è mai stato un mistero. È tuttavia curiosa la sua scelta di sostenere la Haley. Charles Koch asserisce di essere su posizioni libertarian e sposa delle tesi non esattamente interventiste in politica estera. Basti pensare che nel 2019 ha finanziato, insieme al miliardario George Soros, l’avvio del Quincy Institute: un think tank realista e tendenzialmente avverso a un’agenda internazionale proattiva. Non solo. Nel 2018, il network di Koch criticò Trump, allora presidente, per i suoi dazi contro la Cina. Ebbene, va sottolineato che la Haley è molto distante da tutto questo. Innanzitutto l’ex ambasciatrice porta avanti una linea di netta severità nei confronti di Pechino. In secondo luogo, è fautrice di un approccio proattivo in politica estera, assai lontano da quello propugnato dal Quincy Institute. È inoltre difficile definire la Haley una libertarian: anzi, viste le sue idee sul fronte internazionale è assai probabile che gli apparati del Pentagono e del Dipartimento di Stato apprezzino la sua candidatura.Dal punto di vista ideologico, sarebbe forse stato allora più comprensibile un endorsement a Ron DeSantis: non a caso, il suo comitato elettorale non ha preso affatto bene l’appoggio di Afp alla Haley. E allora che cosa è successo? È successo che, con ogni probabilità, il network di Koch ha compreso che la forza dell’ex ambasciatrice risiede proprio nella sua vicinanza agli apparati. La Haley, almeno per ora, non dispone del consenso elettorale sufficiente per conquistare la nomination repubblicana. E difficilmente riuscirà ad acquisirlo, se Trump resterà in campo.Secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, a livello nazionale l’ex ambasciatrice è terza al 10%, mentre l’ex presidente è primo al 61%. In Iowa e New Hampshire Trump è inoltre avanti di oltre 20 punti su di lei. Eppure la forza della Haley non sta nel consenso ma, come detto, nella sua vicinanza agli apparati. Non a caso, a settembre Trump ha detto che gli piacerebbe poter scegliere una donna come proprio vice: sia Politico sia Newsweek hanno inoltre riferito di non escludere che l’ex presidente possa alla fine selezionare proprio la Haley per questo ruolo. Una scelta che, in caso, andrebbe letta (anche) come un suo gesto distensivo verso l’alta burocrazia statale: Trump, dopo un mandato alla Casa Bianca, sa bene di non poter governare, se questi mondi gli remano contro.Probabilmente Koch, la cui fortuna proviene per larga parte dal settore petrolifero, è consapevole che, almeno per il momento, il destino più probabile della Haley per il 2024 sia quello di una vicepresidenza. L’ex ambasciatrice è inoltre l’unica candidata in campo con le maggiori probabilità di ottenere qualcosa di importante, in caso di vittoria repubblicana: è più solida di DeSantis e non ha i problemi giudiziari di Trump. Scommettere su di lei può quindi forse rivelarsi una scelta tutt’altro che irrazionale da parte di Afp.
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
Continua a leggereRiduci
I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
Continua a leggereRiduci
Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
Continua a leggereRiduci