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2019-07-09
Papa Bergoglio benedice le Ong
Ansa
«Il mio pensiero va agli ultimi che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono». Nel sesto anniversario della sua visita a Lampedusa, papa Francesco identifica gli ultimi e i poveri soprattutto con i migranti. E a loro dedica la messa nella basilica di San Pietro, caratterizzando decisamente il suo pontificato come quello dell'accoglienza «senza se e senza ma» di tutti i profughi d'oltremare. Il Pontefice è categorico: «Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un'accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare».
Per il Papa sulla Sea Watch gli italiani non esistono. Non le persone, non i cattolici, non gli ammalati, non i disperati, non i vecchi, non i bisognosi, non i dubbiosi, non gli impauriti, non coloro che alzano le mani verso il cielo alla ricerca della verità. Anzi, questi uomini e queste donne hanno un senso solo quando compiono il gesto di abbracciare i profughi. E infatti il Santo Padre ha un pensiero anche per coloro che soccorrono fra le onde: «Gesù benedici i soccorritori nel Mar Mediterraneo, e fa crescere in ciascuno di noi il coraggio della verità e il rispetto per ogni vita umana».
L'omelia è appassionata e il suo significato politico è micidiale. Senza mai nominare Matteo Salvini (non avrebbe avuto senso), Bergoglio demolisce la dialettica sull'argomento più delicato di questa stagione diplomatico-istituzionale e azzera il significato del decreto Sicurezza che un Paese sovrano ha tutto il diritto di varare e far rispettare. Con la sua dolce capacità affabulatoria mette in riga gli elettori: i buoni stanno con le Ong (e con Carola Rackete che forza il blocco e per proprietà transitiva con gli scafisti che per primi mettono in mare i disperati), i cattivi con lo Stato.
Secondo lui non è il momento di avere dubbi né di muovere distinguo perché «sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie. Non si tratta solo di migranti». La parola assume il tono dell'anatema e scava un solco fra chi - pur conoscendo e praticando tutti i giorni in silenzio il principio della solidarietà - rispetta le regole civiche dello Stato laico e chi acriticamente, quasi fideisticamente, sposa quel disastro sociale nel quale si è trasformata l'accoglienza diffusa. L'accelerazione di papa Francesco è forte e avviene nel momento più delicato dell'estate, in un'Italia presa letteralmente di mira dalle navi delle Organizzazioni non governative, con lo scopo di creare l'incidente diplomatico prima ancora che quello di condurre in salvo donne e bambini. Questi ultimi peraltro in quota-parte minima rispetto alla composizione delle squadre di profughi, formate nella quasi totalità da uomini dai 25 ai 30 anni, destinati ad essere respinti o a ciondolare fuori dalle stazioni ferroviarie e nei quartieri già di per sé degradati delle nostre città.
A papa Francesco e ai vertici curiali va bene così. Forse perché sono distanti dalle problematiche del cittadino comune che frequenta le parrocchie. Problematiche di sicurezza, di integrazione, di dignità umana ben presenti invece nelle canoniche, nelle sacrestie, negli oratori gestiti da quel gran numero di sacerdoti silenziosi che rappresentano l'esercito di Dio. Che non hanno diritto di parola e neppure se lo prendono. Però vedono e sanno contare. Vedono i fedeli allontanarsi, vedono le chiese svuotarsi, vedono la rappresentatività istituzionale delle tonache perdere di significato. Si parla solo di migranti, ci si spende solo per i migranti.
Secondo un'inchiesta di Doxa, negli ultimi cinque anni il numero dei cattolici in Italia è sceso del 7,7 per cento, ma dalle parole dei potenti della Chiesa sembra che questo non sia un problema. Forse perché la salvaguardia più importante era quella del business degli aiuti di Stato a chi si occupa dei profughi, crollati dopo le ultime elezioni e il cambio di cocktail governativo. Vero motivo del malumore perenne degli alti prelati. In questo senso, e con ancora più determinazione, arriva in soccorso del Papa un altro gesuita dal granitico piedistallo, il novantenne Bartolomeo Sorge, che dalle colonne di Repubblica ieri ha paragonato il decreto Sicurezza alle leggi razziali fasciste.
«Come le leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938 furono accolte, anche nella Chiesa, da un clima di indifferenza collettiva salvo poi anni dopo tutti prenderne le distanze, così anche il Sicurezza bis e questa politica di chiusure apprezzati da una parte del Paese, e da alcuni credenti, mostreranno in futuro la propria disumanità. È così che vanno le cose», spiega il teologo, ex direttore di Civiltà Cattolica, molto vicino a Leoluca Orlando nella sua stagione palermitana, tanto da essere inserito da Leonardo Sciascia fra i «professionisti dell'antimafia».
Dopo aver definito Carola Rackete «eroica», padre Sorge spinge la Chiesa politicamente ancora più a sinistra. «Le leggi non sono tutte sbagliate. Così anche le ideologie. Il Sicurezza bis ha una parte di verità: nasce dalla paura della gente che pensa che il proprio Paese venga invaso. Non è così, ma la paura è comprensibile. La furbizia di Salvini è di assolutizzare questa parte di verità a discapito del fatto che nel complesso si tratta di misure disumane». Dimentica di aggiungere che il minor numero di carrette del mare in partenza dalla Libia, per effetto di quelle misure disumane, ha quasi azzerato i morti. Quegli stessi morti per i quali, sei anni fa, papa Francesco pianse a Lampedusa.
Giorgio Gandola
L’élite della mia Chiesa si commuove per gli ultimi solo se non sono italiani
Stefano Semplici, docente di Etica sociale all'Università di Roma «Tor Vergata», nell'edizione di domenica 7, pone un quesito sul giornale vaticano Osservatore Romano, che appare scontato, ovvio ma anche fastidioso: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?».
Nella lunga filippica il professore arriva ad affermare che «quando si tratta della povertà e della diseguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza» per poi concludere che «c'è un'ingiustizia che grida verso il cielo mentre per gli ultimi la speranza di una via d'uscita è un posto su un barcone».
Belle parole che certamente faranno felice qualche fan del giornale vaticano che nessuno, tra i normali mortali, legge più, ma che ingenerano alibi insostenibili, specie se poi argomentazioni più o meno forbite non vengono fornite quando si parla della povera gente italiana, delle situazioni insostenibili di popolazioni colpite da calamità naturali che vengono sistematicamente dimenticate e mutiliate da burocrazie, tasse e gabelle varie.
Luis Sepulveda, in un interessante volumetto, Il Potere dei sogni, dice di se stesso: «Prima di tutto sono un cittadino e un uomo libero, e poi uno scrittore. Credo che uno sia uomo prima di essere artista o scrittore. Credo che uno sia responsabile prima di essere celebre, credo che uno sia giusto prima di essere famoso, perché in caso contrario l'arte, la celebrità e la fama non sono altro che scuse per sottrarsi ai doveri dell'uomo e del cittadino».
La stessa osservazione dovrebbe valere anche per il nostro professor Semplici, e anche per tutti i cristiani (compresi i membri della gerarchia «ecclesiastica»): prima di tutto essere uomo. Le pratiche religiose, le devozioni, i pistolotti moralistici non possono essere alibi per trascurare il dovere fondamentale di essere uomo e, checché se ne dica, i doveri del cittadino e del rispetto delle leggi.
La fede proclamata ed esibita non può costituire una copertura per sottrarsi agli obblighi di giustizia, onestà, rettitudine, lealtà nei confronti dello Stato, e mi si permetta compreso il rispetto del denaro pubblico.
Esiste una categoria di persone, ed è formata da coloro (anche in abito ecclesiastico) i quali, non avendo mai sentito il puzzo della disperazione, della mancanza di speranza, credono di risolvere i problemi dei poveri regalando loro nuvole di incenso, di false speranze.
Se ai poveracci, ostaggi provenienti dal mediterraneo, non resta che gridare verso il cielo, e come speranza un posto sul barcone, alla nostra povera gente umiliata, indebitata e senza speranza per il futuro dei propri figli che speranza concediamo? Probabilmente, come si è avuto modo di constatare in questi anni rimarrà la dimenticanza e il castigo di essere sempre ultimi…
Ermanno Caccia
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Il Papa schiera Gesù a favore dell'accoglienza «senza se e senza ma», per padre Sorge Carola Rackete «è eroica» e il dl Sicurezza come le leggi razziali. Nell'accresciuto interesse per i profughi c'entra il calo del business?Pistolotti moralistici e prediche di tanti ecclesiastici alimentano false speranze e dimenticano le sofferenze di tanta nostra gente.Lo speciale contiene due articoli«Il mio pensiero va agli ultimi che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono». Nel sesto anniversario della sua visita a Lampedusa, papa Francesco identifica gli ultimi e i poveri soprattutto con i migranti. E a loro dedica la messa nella basilica di San Pietro, caratterizzando decisamente il suo pontificato come quello dell'accoglienza «senza se e senza ma» di tutti i profughi d'oltremare. Il Pontefice è categorico: «Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un'accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare».Per il Papa sulla Sea Watch gli italiani non esistono. Non le persone, non i cattolici, non gli ammalati, non i disperati, non i vecchi, non i bisognosi, non i dubbiosi, non gli impauriti, non coloro che alzano le mani verso il cielo alla ricerca della verità. Anzi, questi uomini e queste donne hanno un senso solo quando compiono il gesto di abbracciare i profughi. E infatti il Santo Padre ha un pensiero anche per coloro che soccorrono fra le onde: «Gesù benedici i soccorritori nel Mar Mediterraneo, e fa crescere in ciascuno di noi il coraggio della verità e il rispetto per ogni vita umana». L'omelia è appassionata e il suo significato politico è micidiale. Senza mai nominare Matteo Salvini (non avrebbe avuto senso), Bergoglio demolisce la dialettica sull'argomento più delicato di questa stagione diplomatico-istituzionale e azzera il significato del decreto Sicurezza che un Paese sovrano ha tutto il diritto di varare e far rispettare. Con la sua dolce capacità affabulatoria mette in riga gli elettori: i buoni stanno con le Ong (e con Carola Rackete che forza il blocco e per proprietà transitiva con gli scafisti che per primi mettono in mare i disperati), i cattivi con lo Stato. Secondo lui non è il momento di avere dubbi né di muovere distinguo perché «sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie. Non si tratta solo di migranti». La parola assume il tono dell'anatema e scava un solco fra chi - pur conoscendo e praticando tutti i giorni in silenzio il principio della solidarietà - rispetta le regole civiche dello Stato laico e chi acriticamente, quasi fideisticamente, sposa quel disastro sociale nel quale si è trasformata l'accoglienza diffusa. L'accelerazione di papa Francesco è forte e avviene nel momento più delicato dell'estate, in un'Italia presa letteralmente di mira dalle navi delle Organizzazioni non governative, con lo scopo di creare l'incidente diplomatico prima ancora che quello di condurre in salvo donne e bambini. Questi ultimi peraltro in quota-parte minima rispetto alla composizione delle squadre di profughi, formate nella quasi totalità da uomini dai 25 ai 30 anni, destinati ad essere respinti o a ciondolare fuori dalle stazioni ferroviarie e nei quartieri già di per sé degradati delle nostre città. A papa Francesco e ai vertici curiali va bene così. Forse perché sono distanti dalle problematiche del cittadino comune che frequenta le parrocchie. Problematiche di sicurezza, di integrazione, di dignità umana ben presenti invece nelle canoniche, nelle sacrestie, negli oratori gestiti da quel gran numero di sacerdoti silenziosi che rappresentano l'esercito di Dio. Che non hanno diritto di parola e neppure se lo prendono. Però vedono e sanno contare. Vedono i fedeli allontanarsi, vedono le chiese svuotarsi, vedono la rappresentatività istituzionale delle tonache perdere di significato. Si parla solo di migranti, ci si spende solo per i migranti. Secondo un'inchiesta di Doxa, negli ultimi cinque anni il numero dei cattolici in Italia è sceso del 7,7 per cento, ma dalle parole dei potenti della Chiesa sembra che questo non sia un problema. Forse perché la salvaguardia più importante era quella del business degli aiuti di Stato a chi si occupa dei profughi, crollati dopo le ultime elezioni e il cambio di cocktail governativo. Vero motivo del malumore perenne degli alti prelati. In questo senso, e con ancora più determinazione, arriva in soccorso del Papa un altro gesuita dal granitico piedistallo, il novantenne Bartolomeo Sorge, che dalle colonne di Repubblica ieri ha paragonato il decreto Sicurezza alle leggi razziali fasciste. «Come le leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938 furono accolte, anche nella Chiesa, da un clima di indifferenza collettiva salvo poi anni dopo tutti prenderne le distanze, così anche il Sicurezza bis e questa politica di chiusure apprezzati da una parte del Paese, e da alcuni credenti, mostreranno in futuro la propria disumanità. È così che vanno le cose», spiega il teologo, ex direttore di Civiltà Cattolica, molto vicino a Leoluca Orlando nella sua stagione palermitana, tanto da essere inserito da Leonardo Sciascia fra i «professionisti dell'antimafia». Dopo aver definito Carola Rackete «eroica», padre Sorge spinge la Chiesa politicamente ancora più a sinistra. «Le leggi non sono tutte sbagliate. Così anche le ideologie. Il Sicurezza bis ha una parte di verità: nasce dalla paura della gente che pensa che il proprio Paese venga invaso. Non è così, ma la paura è comprensibile. La furbizia di Salvini è di assolutizzare questa parte di verità a discapito del fatto che nel complesso si tratta di misure disumane». Dimentica di aggiungere che il minor numero di carrette del mare in partenza dalla Libia, per effetto di quelle misure disumane, ha quasi azzerato i morti. Quegli stessi morti per i quali, sei anni fa, papa Francesco pianse a Lampedusa. Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bergoglio-benedice-i-taxi-del-mare-il-vaticano-va-sempre-piu-a-sinistra-2639131039.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lelite-della-mia-chiesa-si-commuove-per-gli-ultimi-solo-se-non-sono-italiani" data-post-id="2639131039" data-published-at="1781434882" data-use-pagination="False"> L’élite della mia Chiesa si commuove per gli ultimi solo se non sono italiani Stefano Semplici, docente di Etica sociale all'Università di Roma «Tor Vergata», nell'edizione di domenica 7, pone un quesito sul giornale vaticano Osservatore Romano, che appare scontato, ovvio ma anche fastidioso: «Esiste o no - in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali - un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?». Nella lunga filippica il professore arriva ad affermare che «quando si tratta della povertà e della diseguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza» per poi concludere che «c'è un'ingiustizia che grida verso il cielo mentre per gli ultimi la speranza di una via d'uscita è un posto su un barcone». Belle parole che certamente faranno felice qualche fan del giornale vaticano che nessuno, tra i normali mortali, legge più, ma che ingenerano alibi insostenibili, specie se poi argomentazioni più o meno forbite non vengono fornite quando si parla della povera gente italiana, delle situazioni insostenibili di popolazioni colpite da calamità naturali che vengono sistematicamente dimenticate e mutiliate da burocrazie, tasse e gabelle varie. Luis Sepulveda, in un interessante volumetto, Il Potere dei sogni, dice di se stesso: «Prima di tutto sono un cittadino e un uomo libero, e poi uno scrittore. Credo che uno sia uomo prima di essere artista o scrittore. Credo che uno sia responsabile prima di essere celebre, credo che uno sia giusto prima di essere famoso, perché in caso contrario l'arte, la celebrità e la fama non sono altro che scuse per sottrarsi ai doveri dell'uomo e del cittadino». La stessa osservazione dovrebbe valere anche per il nostro professor Semplici, e anche per tutti i cristiani (compresi i membri della gerarchia «ecclesiastica»): prima di tutto essere uomo. Le pratiche religiose, le devozioni, i pistolotti moralistici non possono essere alibi per trascurare il dovere fondamentale di essere uomo e, checché se ne dica, i doveri del cittadino e del rispetto delle leggi. La fede proclamata ed esibita non può costituire una copertura per sottrarsi agli obblighi di giustizia, onestà, rettitudine, lealtà nei confronti dello Stato, e mi si permetta compreso il rispetto del denaro pubblico. Esiste una categoria di persone, ed è formata da coloro (anche in abito ecclesiastico) i quali, non avendo mai sentito il puzzo della disperazione, della mancanza di speranza, credono di risolvere i problemi dei poveri regalando loro nuvole di incenso, di false speranze. Se ai poveracci, ostaggi provenienti dal mediterraneo, non resta che gridare verso il cielo, e come speranza un posto sul barcone, alla nostra povera gente umiliata, indebitata e senza speranza per il futuro dei propri figli che speranza concediamo? Probabilmente, come si è avuto modo di constatare in questi anni rimarrà la dimenticanza e il castigo di essere sempre ultimi… Ermanno Caccia
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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(iStock)
Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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