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2018-11-16
Bavaglio Agcom: ecco la vera puttanata sulla stampa
Zitto zitto, mentre tutti sono impegnati a indignarsi per le frasi forti contro i giornalisti pronunciate da Luigi Di Maio e da Alessandro Di Battista dopo l'assoluzione di Virginia Raggi, c'è qualcuno che prepara un bavaglio per la stampa. Altro che preoccuparsi perché un vicepremier o un ex deputato in vacanza danno delle puttane agli scribacchini. Ai pennivendoli c'è chi, senza farsi notare, si prepara a strappare le penne. E non è un modo di dire. (...)(...) Di che cosa parliamo? Di un regolamento che sta per essere approvato mentre l'attenzione del sindacato e dell'Ordine dei giornalisti è tutta concentrata sulle frasi sconvenienti pronunciate dai pentastellati. Il mansionario a uso e consumo delle piattaforme digitali, anche giornalistiche, lo sta predisponendo l'Agcom, ovvero l'Authority per le comunicazioni, una specie di supremo garante della corretta informazione. Di solito l'Agcom si occupa di servizio pubblico, ovvero di Rai, essendo chiamata a garantire l'imparzialità delle trasmissioni della televisione di Stato. Durante le campagne elettorali interviene anche sull'equilibrio dei vari programmi televisivi privati, affinché sia rispettata la par condicio di scalfariana memoria (alludiamo a Oscar Luigi Scalfaro, non a Eugenio Scalfari). E non di rado ha da ridire pure sui contenuti, perché nel perimetro di competenza dell'agenzia vi è anche la tutela dei diritti costituzionali e il rispetto dei minori, la cura delle minoranze e dei migranti.Per farla breve, l'Agcom è una specie di polizia della tv, che con atteggiamento occhiuto passa in rassegna ciò che viene messo in onda, impartendo direttive e, se del caso, sanzioni anche pesanti nei confronti delle emittenti. Quelli dell'Agcom, in genere, stanno alla larga dalla carta stampata, perché la legge non impone all'authority una competenza specifica, in quanto ai giornali non è fatto obbligo di adeguarsi alla par condicio e anche in materia di opinioni è garantita la libertà di dire ciò che si pensa, senza risparmiare le critiche se si ritiene che qualcuno le meriti. O, per lo meno, la libertà era assicurata fino a ora, ma da domani qualche cosa potrebbe cambiare, perché la longa manus del nuovo Minculpop potrebbe estendersi fino alle piattaforme digitali di quotidiani e periodici, applicando una serie di regole che impedirebbero a chi fa il nostro mestiere di raccontare le cose come stanno. Esageriamo? Niente affatto, perché il regolamento che si vorrebbe introdurre punta tappare la bocca non a chi diffonde notizie false, la qual cosa si potrebbe anche comprendere, ma perfino a chi edita notizie vere che però screditino qualcuno. Facendo un esempio pratico, prendete il titolo del nostro giornale, che ieri pubblicava le frasi di Matteo Renzi sulla Tav quando l'ex presidente del Consiglio era contrario all'opera. È ovvio che l'articolo ha fatto fare una figura del piffero al senatore semplice di Scandicci. Le notizie erano vere, ma la figura di palta era altrettanto vera. Dunque, che si fa? In ossequio al regolamento che i cervelloni dell'Agcom stanno preparando, la nostra piattaforma digitale dovrebbe astenersi dal pubblicare l'articolo, perché metterebbe a repentaglio la reputazione dell'ex segretario del Pd. E già, perché in teoria chi ha scritto della faccenda potrebbe averlo fatto per gettare discredito sul noto politico di Rignano e dunque l'intenzione potrebbe essere censurata dall'Authority. Ma di questo passo, oltre all'articolo della piattaforma, presto potrebbe essere censurata anche la versione cartacea, perché è evidente che se il tribunale supremo della Correttezza informativa punta a entrare nella testa dell'autore di uno scritto, stabilendo che se anche le notizie sono vere vanno censurate perché l'intenzione del giornalista è malevola, prima o poi si passerà direttamente al bavaglio, impedendo la pubblicazione di articoli critici nei confronti di chiunque.I funzionari dell'Agcom certo non dicono, come Di Maio o Di Battista, che i giornalisti sono puttane e pennivendoli. Ma ciò che si preparano a fare è molto più pericoloso delle parole di dubbio gusto dei due esponenti a 5 stelle. Ma state tranquilli, contro gli occhiuti burocrati non ci sarà nessun flash mob del sindacato o dell'Ordine, perché l'Authority è imbottita di personcine a modo, tutte politicamente corrette, che spennano i giornalisti senza farli strillare.
L'esercito di Taiwan schiera un sistema missilistico di difesa aerea all'interno di una base aerea a Hsinchu (Ansa)
«Come presidente, la mia posizione è sempre stata chiara: salvaguardare fermamente la sovranità nazionale, rafforzare la difesa nazionale e la resilienza dell'intera società e costruire in modo completo un meccanismo efficace di deterrenza e di difesa democratica», ha proseguito.
«Le attività militari e la retorica della Cina nei confronti di Taiwan e di altri Paesi della regione aumentano inutilmente le tensioni. Esortiamo Pechino a dar prova di moderazione, a cessare la pressione militare su Taiwan e a impegnarsi invece in un dialogo significativo», ha dichiarato, dal canto suo, il Dipartimento di Stato americano, per poi aggiungere: «Gli Stati Uniti sostengono la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan e si oppongono a cambiamenti unilaterali dello status quo, anche tramite forza o coercizione». Ricordiamo che, a metà dicembre, l’amministrazione Trump aveva approvato una vendita di armi per 11 miliardi di dollari a Taipei: una mossa, questa, che aveva irritato Pechino.
Adesso, nuova incertezza sul dossier taiwanese è arrivata a seguito della cattura di Nicolas Maduro da parte di Washington. Analisti ascoltati dalla Reuters hanno riferito che «l'attacco degli Stati Uniti al Venezuela incoraggerà la Cina a rafforzare le sue rivendicazioni territoriali su aree come Taiwan e parti del Mar Cinese Meridionale, ma non accelererà una potenziale invasione di Taiwan». Tuttavia, dall’altra parte, Bloomberg News domenica titolava: «I social media cinesi la mossa degli Usa su Maduro come un modello per Taiwan».
Non è del resto ancora chiaro come debba essere interpretata la cattura del leader chavista. Un’ipotesi è che vada inserita in una sorta di tacita Jalta 2.0: il che porterebbe a un incremento della pressione cinese su Taipei all’interno di una logica di spartizione dello scacchiere internazionale in zone d’influenza tra grandi potenze. L’altra ipotesi è che la tensione tra Washington e Pechino aumenti proprio perché gli Stati Uniti non avrebbero intenzione di abbandonare l’isola al suo destino. Isola che, ricordiamolo, per Washington risulta strategica soprattutto per quanto concerne il delicato settore dei semiconduttori.
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(Ansa)
Design, ingegneria e sviluppo veicoli al servizio delle case automobilistiche e del network accademico statunitense. L'intervista a Fabrizio Mina, ceo di Italdesign Usa.
Papa Leone XIV (Ansa)
Ieri, però, Donald Trump in una intervista a The Atlantic ha rincarato la dose: «Gli Usa hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa». Ed è certo che ora chi, dopo il blitz di Caracas, grida alle mire espansionistiche del presidente americano avrà nuovi argomenti. Eppure ieri sulla cattura di Maduro si è andati dal minimo sindacale della Cina alla temporanea resurrezione di Kamala Harris. Con una sola voce altissima: quella del Papa.
Robert Francis Prevost è americano e all’Angelus parlava anche a JD Vance, vice di Trump e fervente cattolico: «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando diritti umani e civili. Speciale attenzione ai poveri per la dura crisi economica». La voce del Papa ha un particolare interesse per gli italiani: a Caracas è in carcere da più di un anno senza alcun motivo Alberto Trentini. È uno degli ostaggi su cui si fondava la diplomazia del ricatto di Maduro. Lo lascia intendere il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ribadito: «Stiamo lavorando per vedere cosa si può fare per la liberazione degli italiani detenuti, compreso il cooperante Trentini, speriamo che col cambio di regime si possa riuscire a riportarli a casa».
Una liberazione la chiede anche il ministro degli esteri cinese, ma quella di Maduro: «La Cina chiede agli Usa di garantire la sicurezza del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, di rilasciarli e di fermare il rovesciamento del governo in Venezuela che è una chiara violazione del diritto internazionale». Il minimo sindacale, appunto, che fa sembrare rivoluzionaria Kamala Harris, l’antagonista democratica di Donald Trump. Sostiene su X: «Il fatto che Maduro sia un dittatore brutale e illegittimo non cambia il fatto che questa azione sia stata illegale e imprudente. Guerre per il cambio di regime o per il petrolio che vengono vendute come forza si trasformano in caos e le famiglie americane, stanche di menzogne, ne pagano il prezzo». La Corea del Nord s’impanca: «Siamo di fronte a una grave violazione del diritto internazionale, che conferma la natura canaglia e brutale degli Usa». E il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo venezuelano, Yvan Eduardo Gil Pinto, per dirgli: «L’Iran condanna fermamente l’aggressione militare statunitense e la considera un chiaro esempio di terrorismo di Stato». Pinto ha risposto: «Siamo determinati a difendere il diritto all’autodeterminazione contro le politiche prepotenti e illegali degli Usa». Luiz Inácio Lula da Silva, dal Brasile, sostiene che l’azione ricorda i peggiori momenti dell’interferenza nella politica dell’America Latina, ma Javier Milei, presidente argentino, brinda alla cattura di Maduro. Mosca cerca di compattare i Brics sulla posizione espressa da Sergej Lavrov: «Gli Usa hanno compiuto un atto di aggressione basato su pretesti insostenibili». Anche Matteo Salvini prende una qualche distanza e cita Prevost: «Nessuno avrà nostalgia di Maduro. Per la Lega la strada maestra deve tornare a essere la diplomazia. Illuminanti le parole del Papa».
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Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Nell’attesa di assistere a un più imponente schieramento di forze, ci limitiamo a notare qualche contraddizione fra le varie che emergono dalle profonde esternazioni di ambito geopolitico della sinistra italiana. I più coerenti sono, manco a dirlo, i più radicali della compagine parlamentare sinistrorsa. «L’attacco militare degli Stati Uniti al Venezuela è gravissimo e inaccettabile. Occorre che la comunità internazionale e il nostro Paese condannino immediatamente quanto accaduto e si attivino per fermare questa aggressione», dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E non c’è dubbio: gli Stati Uniti hanno aggredito. Ma rimane curioso che Bonelli e Fratoianni, antifascisti di professione pronti a sbracciarsi ogni ora per il presunto ritorno del fascismo, non notino le analogie fra quanto compiuto da Trump nei riguardi del Venezuela e quanto fatto dagli americani con il regime italiano alla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno forse dimenticato, i nostri formidabili antifascisti, come si tolgano dalle scene i capi carismatici sgraditi? Sul versante moderato la memoria non pare più robusta e i cortocircuiti sono egualmente scoppiettanti. Secondo Elly Schlein l’azione degli Usa «viola palesemente il diritto internazionale». Certo, il Pd condanna «il regime brutale di Maduro», ma spiega che «la democrazia non si esporta con le bombe». Tesi interessante, che tuttavia non fu granché applicata dall’amico Barack Obama. Il Pd, nella persona di Peppe Provenzano, incita pure l’Ue «a essere meno timida contro le violazioni americane». Ma lo sdegno appunto si ferma lì. Non risulta che vi siano, per ora, pesanti censure ai danni di autori o direttori d’orchestra americani, o che vengano cancellati pubblici eventi con partecipanti trumpiani. Il doppio standard rispetto a Putin (o il triplo se inseriamo nella partita pure Netanyahu e Israele) è piuttosto evidente. Evitiamo, per pietà, di ricordare i casi del libico Gheddafi e del siriano Assad. Tuttavia, a voler essere puntigliosi, si potrebbe anche ricordare come la sinistra italiana abbia, nel recente passato, approvato altre forme di golpe, meno esplicitamente violente ma altrettanto unilaterali e autoritarie. Ai tempi di Silvio Berlusconi i nostri eroi progressisti invocavano ogni giorno il cambio di regime, la liberazione dal fascismo berlusconiano. Quando in effetti il golpetto avvenne, con la collaborazione dell’allora inquilino del Colle, fu accolto dagli applausi. Eppure anche il Cavaliere era un presidente del Consiglio regolarmente eletto. Solo che in quel frangente la rimozione forzata, poiché il rimosso era sgradito, fu largamente apprezzata. Niente di sorprendente: la sinistra italica appoggia ogni intervento extraparlamentare (giudiziario, europeo o internazionale) a patto che sia rivolto contro i suoi nemici. Quando i cambi di regime invece non giovano al racconto progressista del mondo si tende a rimuoverli. Si dimentica tutto: da Euromaidan in Ucraina alla cacciata di Berlusconi. Maduro, in compenso, può servire per sostenere la tesi della particolare ferocia di Trump, dunque può essere trattato da vittima. Al solito, ai sinceri democratici la democrazia va bene soltanto se al comando ci sono loro.
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