
Lo schiaffo fa male, la gastrite provoca fitte e c’è voglia di chiudersi nella stanza buia. Nessuna parte del corpo del centrodestra è immune dal dolore che percorre il sistema nervoso dalla testa ai piedi. Quella del No al referendum è la prima vera sberla dal settembre 2022 e non basta consolarsi con «ha vinto l’Italia manettara» (vero) o con «il partito dei magistrati esiste, si chiama Anm, e ha qualche milione di elettori» (verissimo).
Serve altro per consolare la coalizione di governo, battuta sulla riforma della giustizia in cui credeva, dopo averla portata in campagna elettorale, presentata con una legge e difesa con ottimi argomenti. Unico conforto sibillino: il referendum l’ha perso anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva promulgato la riforma Nordio considerandola aderente al dettato della Carta.
Nel momento della sintesi, quella più lucida arriva da Enrico Costa (Forza Italia), leader del Sì serio e documentato. «Sono dispiaciuto ma non sorpreso. Purtroppo i temi delle garanzie nella giustizia sono questioni poco popolari, alle quali è facile contrapporsi con la demagogia, come è regolarmente avvenuto. Noi abbiamo basato la campagna sul merito della riforma, mentre dall’altra parte abbiamo avuto una risposta poco legata alla sostanza e molto allarmistica sulla modifica della Costituzione». La forbice è meno ampia che in passato (53 a 47) ma nessuno si aggrappa ai vetri. E su un tema così decisivo per i cittadini fa impressione, prosegue Costa «vedere un’Italia divisa in due. L’esito del voto va rispettato, ma questo non significa smettere di credere nello sviluppo liberale e garantista, della giustizia».
Più che per il risultato in sé, nella maggioranza c’é preoccupazione perché è venuto meno il tocco magico di Giorgia Meloni. È la prima volta, e la bocciatura arriva anche in regioni governate dal centrodestra come Piemonte, Liguria e Lazio, mentre resiste il blocco nordista: Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia hanno detto Sì. Osservando i flussi, si nota che Fdi, Lega e Forza Italia hanno camminato compatte (rispettivamente 89%, 86%, 82%, con qualche defezione azzurra). Nelle grandi città contendibili (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova) - dove è più facile trasformare un referendum in un voto d’opinione politico e il radicalismo woke Ztl resiste - il centrodestra soffre come sempre. Significativo per la coalizione il dato sulle fasce d’età: a blindare la Costituzione da sinistra sono stati generazione Z e millennial, con solo il 39% di Sì, a dimostrazione che i social sono cloache facilmente condizionabili e l’effetto Meloni da Fedez, pur formidabile nei numeri (2 milioni di contatti), è stato quasi nullo nell’urna.
Dopo una rapida elaborazione del lutto è già tempo di guardare a domani. Il premier ha dato la linea: «C’è rammarico per non aver potuto modernizzare l’Italia ma rispettiamo la scelta degli elettori e andiamo avanti». In tempi non sospetti aveva ribadito che porterà a termine la legislatura, ma questa battuta d’arresto è destinata ad appesantire la volata verso le politiche del 2027. Meloni è consapevole che l’intangibilità fideistica della Costituzione, l’incertezza per i dossier bellici (Iran più di Ucraina) e il caso Delmastro non hanno aiutato, ma è determinata a ricompattare la squadra e a gestire il Paese con la grinta di sempre. In queste ore ha ottenuto la fiducia degli alleati Matteo Salvini da Budapest («Avanti compatti e determinati») e Antonio Tajani («Non cambia nulla, basta toni da guerra civile»), ma è innegabile che l’agenda cambia.
A Palazzo Chigi sono convinti che il rilancio passi dall’economia. E non significherà solo gestione oculata delle risorse nello stile di Giancarlo Giorgetti, ma investimento programmatico sui grandi temi come energia, capacità espansiva nel favorire la produzione, sollievo fiscale per aziende e cittadini. Insomma, una manovra finalmente generosa. La mission è ambiziosa e la congiuntura internazionale è maledettamente sfavorevole ma dai dossier economici può partire il rilancio in vista delle prossime elezioni. La vela liberal-conservatrice ha bisogno di vento fresco e una strambata per uscire dalle secche referendarie è necessaria.
Quanto ai sogni, tornano nel cassetto. Il primo progetto meloniano a essere accantonato è quello del premierato. Per due motivi: la tempistica stretta per i passaggi parlamentari del disegno di legge e il matematico snodo referendario. Poiché la riforma tocca la Costituzione, ci sarebbe il rischio altissimo di una nuova consultazione, di una nuova strumentalizzazione da «allarme democratico» e di un nuovo, rovinoso showdown. Meglio lasciar perdere. Anche la legge elettorale diventa pericolosa. Il centrodestra ha i numeri per farla passare e dare un consistente premio di maggioranza a chi vincerà le prossime politiche nel segno della stabilità, ma verrebbe accusato dalla sinistra e dalle mosche cocchiere di redazione di farlo «solo per blindare l’argenteria». E non troverebbe mai un consenso bipartisan.
Dai magistrati, che di fatto hanno vinto le loro prime elezioni da partito politico, la maggioranza si aspetta nuove e ancora più vendicative trappole. Efficienza, meritocrazia, terzietà sono parole destinate a essere bandite per decenni. Aprite l’ombrello, è tempo di vendette. Gira una battuta: «Voi giornalisti garantisti verrete spediti al confino nei centri in Albania. Ma non essendo clandestini non troverete un giudice che vi riporti indietro».






