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2023-10-21
Basta con i pretesti. Lega e Forze armate hanno il diritto di scendere in piazza
La celebrazione all'Altare della Patria del giorno dell'Unità Nazionale e della giornata delle Forze armate dello scorso anno (Ansa)
Si discute molto della manifestazione pro Israele convocata per sabato 4 novembre. La Verità ha sempre tenuto una linea precisa, anche all’indomani dell’attacco di Hamas: lasciare la libertà di manifestazione in piazza libera per chiunque, salvo per chi commette reati, scontri con la polizia e altro che possa portare alla dispersione legittima delle persone che vi stanno partecipando. Del resto, questo è il sale di una società che ha posto la libertà di pensiero e di espressione di esso come uno dei diritti centrali della Costituzione, perché la questione non è ciò per cui uno manifesta ma il fatto stesso che manifesti e lo faccia - ovviamente - come abbiamo detto prima, legalmente. A me può far venire anche l’orticaria ciò per cui uno manifesta ma questa orticaria la devo curare con i medicinali non vietando le manifestazioni. È uno dei fondamenti della democrazia la libertà di manifestare le proprie idee, non solo in circoli ristretti ma anche in piazza con organizzazioni che le preparino.
Si discute per la manifestazione di Matteo Salvini pro Israele ma dov’è il problema? Nel fatto che la faccia Salvini? Nel fatto che la faccia la Lega? Capite che è incomprensibile opporsi a una manifestazione di questo tipo? In questo momento, in cui il mondo è zeppo di focolai di guerra e di guerre vere, in tutto il mondo si manifesta a favore di questo o di quello, si vuole scendere in piazza a sostegno di un popolo, di un’etnia, di una cultura, di una storia, ma ci sono sempre dei soggetti per i quali la libertà di manifestazione dell’altro è un po’ meno di quella che ha lui stesso ed è evidentemente questo il caso della manifestazione della Lega. Altro discorso sono le questioni relative alla sicurezza di queste manifestazioni ma, per la verità, è difficile trovare nella storia di questi 25 anni qualche manifestazione di gruppi del centrodestra (esclusa ovviamente l’estrema destra) nella quale si siano consumate scene di violenza, distruzione di vetrine, auto infiammate o cariche della polizia, e se questo è successo non è, come dice qualcuno, che in questo la polizia ha un occhio di riguardo per la destra e un occhio malevolo per la sinistra perché questa, come disse Fantozzi dopo la visione della Corazzata Potëmkin, «è una cagata pazzesca». È solo che il centrodestra ha un modo di manifestare non violento. Per carità, anche il Pd ha un modo di manifestare non violento ma spesso è successo che qualche violento si sia inserito in quelle manifestazioni. È colpa del Pd? No, però registriamo che è successo lì e non da un’altra parte.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha manifestato la volontà di non celebrare le Forze armate in modo diciamo solenne per questioni legate, appunto, alla sicurezza avendo evidentemente pensato che la festa delle Forze armate potesse richiamare l’intenzione di qualche sciagurato, esasperato e, perché no, anche radicalizzato. Capiamo perfettamente le considerazioni dell’onorevole Crosetto, ma ci rendiamo anche conto che questo non può diventare, in questo periodo, un modello da seguire perché di questo passo, allora, dovremmo cancellare anche la Festa della Repubblica del 2 giugno. E sempre di questo passo dovremmo cancellare chissà quante manifestazioni istituzionali, con la presenza di cariche pubbliche, riguardanti le Regioni o lo Stato e, allora, perché no, anche quelle di singoli cittadini o associazioni su vasta scala.
In termini metaforici la guerra non può diventare la causa di una gestione delle manifestazioni pubbliche sulla base del «modello Covid». Perché, se è vero che ci sono i rischi di attentati, come sono già avvenuti in Francia e a Bruxelles, è pur vero, dall’altra parte, che i cittadini italiani vengono da anni difficili in cui è successo di tutto, dalla salute all’economia, dall’energia al caro prezzi, e sono naturalmente stanchi di avere sempre qualche problema più grande di loro davanti a loro stessi. Quindi la strada da seguire non è una strada fatta di regole precise e indiscutibili, ma piuttosto una strada fatta di ponderazione tra due poli che sono da una parte i rischi e dall’altra l’esercizio delle libertà costituzionali. Il Covid non è stato un modello da questo punto di vista. Certamente non può essere un modello per questo periodo che vede il rinascere della questione di Israele a causa di un’associazione terroristica di stampo islamico che non ha alcun diritto di esistere ma che sta facendo dei danni irreparabili.
«Delusione 4 novembre: non è ancora festa nazionale»
«I militari non hanno colore, chi indossa la divisa può essere di destra o di sinistra. Deve essere a chiaro che le Forze armate sono le prime a non volere la guerra». Pasquale Trabucco, già ufficiale dei parà e presidente del Comitato 4 novembre, spiega a La Verità il suo punto di vista sulle polemiche che stanno accompagnando la giornata che si svolgerà tra meno di due settimane, data importante per il nostro Paese: la vittoria della prima guerra mondiale, l’Italia del Piave e dell’Isonzo e delle battaglie che contribuirono a costruire la nostra nazione. La guerra in corso tra Russia e Ucraina, unita ai recenti fatti in Medio Oriente, sta di nuovo risvegliando il mondo pacifista. «Il 9 marzo è stato istituito l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole» aggiunge Trabucco. «Penso siano iniziative totalmente fuori dal mondo. Bisognerebbe far capire anche ai più giovani che non sono i militari quelli che vogliono la guerra ma che, come diceva il generale Carl von Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”».
È bene quindi che anche i giovani ne siano a conoscenza. Proprio il centrodestra lo scorso anno aveva promesso di istituzionalizzare la data del 4 novembre, rendendola di nuovo festa nazionale. Ma nell’ultimo anno il Parlamento non ha fatto grossi passi in avanti. Anzi, solo il 18 ottobre la commissione Difesa ha dato via all’esame del ddl numero 170 del Senato inviato il 15 luglio alla Camera. «Per noi è una grande delusione», sottolinea Trabucco. «A meno di una corsa contro il tempo, questo 4 novembre non sarà festa nazionale. Ma soprattutto non potranno essere portate avanti le iniziative contenute nel disegno di legge, tra cui il fatto che tutti i Comuni possano organizzare iniziative a favore di questa data o che nelle scuole si favorisca lo studio di un periodo che è stato importantissimo per il nostro Paese».
Se il Parlamento finora non è riuscito a far passare un disegno di legge che non sarebbe costato nulla alla collettività, c’è persino il rischio che la giornata passi in sordina, dopo l’innalzamento del livello di sicurezza legato alla guerra tra Israele e Hamas. Dopo gli attacchi terroristici delle scorse settimane, unito al fatto che il pericolo attentati si sta rapidamente spostando in Europa, il ministro della Difesa Guido Crosetto, la scorsa settimana, aveva ipotizzato che la consueta parata militare del 4 novembre (vero simbolo dell’unità d’Italia) che quest’anno si svolgerà a Cagliari alla presenza del capo dello Stato potesse essere sospesa. Tutto ruota attorno al rischio di attentati. «È chiaro che in questo momento stiamo vivendo una vita diversa da quella che abbiamo vissuto fino a oggi», dice Trabucco, «Ma ormai siamo abituati sin dall’11 settembre del 2001, quando furono abbattute le Torri Gemelle» Anzi, aggiunge, «l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush aveva detto che avremmo dovuto convivere con il terrorismo per i prossimi 30 anni. Noi ci dobbiamo abituare a questa situazione, facendo affidamento su noi stessi e sui nostri comportamenti individuali. E ci dobbiamo poi affidare alle nostre forze di polizia, di intelligence e ai nostri militari». Del resto, ribadisce Trabucco, «sono d’accordo con le preoccupazioni del ministro Crosetto ma noi non possiamo bloccare tutti gli avvenimenti che riguardano il 4 novembre o quelli che riguardano la nostra nazione, come il campionato di calcio. Il 4 novembre all’Altare della Patria ci sarà di sicuro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, così come a Cagliari e, penso che anche le altre celebrazioni alla fine avverranno».
Ma il fatto che il disegno di legge non sia ancora passato «rappresenta l’ennesima delusione» conclude Trabucco. «Come comitato e come associazioni d’Arma lo ribadiremo anche quest’anno: non cediamo sul 4 novembre, l’unica data che sancisce il compimento dell’unità nazionale».
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La sinistra, a favore di ogni corteo, attacca quello di Matteo Salvini. Ma neanche il rischio attentati giustifica stop alle manifestazioni.Pasquale Trabucco, già ufficiale dei parà e presidente del Comitato 4 novembre: «Ddl impantanato. Capisco Crosetto ma il momento ci deve far riscoprire questa data come quella della vera Unità».Lo speciale contiene due articoli.Si discute molto della manifestazione pro Israele convocata per sabato 4 novembre. La Verità ha sempre tenuto una linea precisa, anche all’indomani dell’attacco di Hamas: lasciare la libertà di manifestazione in piazza libera per chiunque, salvo per chi commette reati, scontri con la polizia e altro che possa portare alla dispersione legittima delle persone che vi stanno partecipando. Del resto, questo è il sale di una società che ha posto la libertà di pensiero e di espressione di esso come uno dei diritti centrali della Costituzione, perché la questione non è ciò per cui uno manifesta ma il fatto stesso che manifesti e lo faccia - ovviamente - come abbiamo detto prima, legalmente. A me può far venire anche l’orticaria ciò per cui uno manifesta ma questa orticaria la devo curare con i medicinali non vietando le manifestazioni. È uno dei fondamenti della democrazia la libertà di manifestare le proprie idee, non solo in circoli ristretti ma anche in piazza con organizzazioni che le preparino.Si discute per la manifestazione di Matteo Salvini pro Israele ma dov’è il problema? Nel fatto che la faccia Salvini? Nel fatto che la faccia la Lega? Capite che è incomprensibile opporsi a una manifestazione di questo tipo? In questo momento, in cui il mondo è zeppo di focolai di guerra e di guerre vere, in tutto il mondo si manifesta a favore di questo o di quello, si vuole scendere in piazza a sostegno di un popolo, di un’etnia, di una cultura, di una storia, ma ci sono sempre dei soggetti per i quali la libertà di manifestazione dell’altro è un po’ meno di quella che ha lui stesso ed è evidentemente questo il caso della manifestazione della Lega. Altro discorso sono le questioni relative alla sicurezza di queste manifestazioni ma, per la verità, è difficile trovare nella storia di questi 25 anni qualche manifestazione di gruppi del centrodestra (esclusa ovviamente l’estrema destra) nella quale si siano consumate scene di violenza, distruzione di vetrine, auto infiammate o cariche della polizia, e se questo è successo non è, come dice qualcuno, che in questo la polizia ha un occhio di riguardo per la destra e un occhio malevolo per la sinistra perché questa, come disse Fantozzi dopo la visione della Corazzata Potëmkin, «è una cagata pazzesca». È solo che il centrodestra ha un modo di manifestare non violento. Per carità, anche il Pd ha un modo di manifestare non violento ma spesso è successo che qualche violento si sia inserito in quelle manifestazioni. È colpa del Pd? No, però registriamo che è successo lì e non da un’altra parte. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha manifestato la volontà di non celebrare le Forze armate in modo diciamo solenne per questioni legate, appunto, alla sicurezza avendo evidentemente pensato che la festa delle Forze armate potesse richiamare l’intenzione di qualche sciagurato, esasperato e, perché no, anche radicalizzato. Capiamo perfettamente le considerazioni dell’onorevole Crosetto, ma ci rendiamo anche conto che questo non può diventare, in questo periodo, un modello da seguire perché di questo passo, allora, dovremmo cancellare anche la Festa della Repubblica del 2 giugno. E sempre di questo passo dovremmo cancellare chissà quante manifestazioni istituzionali, con la presenza di cariche pubbliche, riguardanti le Regioni o lo Stato e, allora, perché no, anche quelle di singoli cittadini o associazioni su vasta scala. In termini metaforici la guerra non può diventare la causa di una gestione delle manifestazioni pubbliche sulla base del «modello Covid». Perché, se è vero che ci sono i rischi di attentati, come sono già avvenuti in Francia e a Bruxelles, è pur vero, dall’altra parte, che i cittadini italiani vengono da anni difficili in cui è successo di tutto, dalla salute all’economia, dall’energia al caro prezzi, e sono naturalmente stanchi di avere sempre qualche problema più grande di loro davanti a loro stessi. Quindi la strada da seguire non è una strada fatta di regole precise e indiscutibili, ma piuttosto una strada fatta di ponderazione tra due poli che sono da una parte i rischi e dall’altra l’esercizio delle libertà costituzionali. Il Covid non è stato un modello da questo punto di vista. Certamente non può essere un modello per questo periodo che vede il rinascere della questione di Israele a causa di un’associazione terroristica di stampo islamico che non ha alcun diritto di esistere ma che sta facendo dei danni irreparabili.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-pretesti-lega-diritto-manifestare-2666034894.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="delusione-4-novembre-non-e-ancora-festa-nazionale" data-post-id="2666034894" data-published-at="1697827746" data-use-pagination="False"> «Delusione 4 novembre: non è ancora festa nazionale» «I militari non hanno colore, chi indossa la divisa può essere di destra o di sinistra. Deve essere a chiaro che le Forze armate sono le prime a non volere la guerra». Pasquale Trabucco, già ufficiale dei parà e presidente del Comitato 4 novembre, spiega a La Verità il suo punto di vista sulle polemiche che stanno accompagnando la giornata che si svolgerà tra meno di due settimane, data importante per il nostro Paese: la vittoria della prima guerra mondiale, l’Italia del Piave e dell’Isonzo e delle battaglie che contribuirono a costruire la nostra nazione. La guerra in corso tra Russia e Ucraina, unita ai recenti fatti in Medio Oriente, sta di nuovo risvegliando il mondo pacifista. «Il 9 marzo è stato istituito l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole» aggiunge Trabucco. «Penso siano iniziative totalmente fuori dal mondo. Bisognerebbe far capire anche ai più giovani che non sono i militari quelli che vogliono la guerra ma che, come diceva il generale Carl von Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”». È bene quindi che anche i giovani ne siano a conoscenza. Proprio il centrodestra lo scorso anno aveva promesso di istituzionalizzare la data del 4 novembre, rendendola di nuovo festa nazionale. Ma nell’ultimo anno il Parlamento non ha fatto grossi passi in avanti. Anzi, solo il 18 ottobre la commissione Difesa ha dato via all’esame del ddl numero 170 del Senato inviato il 15 luglio alla Camera. «Per noi è una grande delusione», sottolinea Trabucco. «A meno di una corsa contro il tempo, questo 4 novembre non sarà festa nazionale. Ma soprattutto non potranno essere portate avanti le iniziative contenute nel disegno di legge, tra cui il fatto che tutti i Comuni possano organizzare iniziative a favore di questa data o che nelle scuole si favorisca lo studio di un periodo che è stato importantissimo per il nostro Paese». Se il Parlamento finora non è riuscito a far passare un disegno di legge che non sarebbe costato nulla alla collettività, c’è persino il rischio che la giornata passi in sordina, dopo l’innalzamento del livello di sicurezza legato alla guerra tra Israele e Hamas. Dopo gli attacchi terroristici delle scorse settimane, unito al fatto che il pericolo attentati si sta rapidamente spostando in Europa, il ministro della Difesa Guido Crosetto, la scorsa settimana, aveva ipotizzato che la consueta parata militare del 4 novembre (vero simbolo dell’unità d’Italia) che quest’anno si svolgerà a Cagliari alla presenza del capo dello Stato potesse essere sospesa. Tutto ruota attorno al rischio di attentati. «È chiaro che in questo momento stiamo vivendo una vita diversa da quella che abbiamo vissuto fino a oggi», dice Trabucco, «Ma ormai siamo abituati sin dall’11 settembre del 2001, quando furono abbattute le Torri Gemelle» Anzi, aggiunge, «l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush aveva detto che avremmo dovuto convivere con il terrorismo per i prossimi 30 anni. Noi ci dobbiamo abituare a questa situazione, facendo affidamento su noi stessi e sui nostri comportamenti individuali. E ci dobbiamo poi affidare alle nostre forze di polizia, di intelligence e ai nostri militari». Del resto, ribadisce Trabucco, «sono d’accordo con le preoccupazioni del ministro Crosetto ma noi non possiamo bloccare tutti gli avvenimenti che riguardano il 4 novembre o quelli che riguardano la nostra nazione, come il campionato di calcio. Il 4 novembre all’Altare della Patria ci sarà di sicuro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, così come a Cagliari e, penso che anche le altre celebrazioni alla fine avverranno». Ma il fatto che il disegno di legge non sia ancora passato «rappresenta l’ennesima delusione» conclude Trabucco. «Come comitato e come associazioni d’Arma lo ribadiremo anche quest’anno: non cediamo sul 4 novembre, l’unica data che sancisce il compimento dell’unità nazionale».
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 3 giugno 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela i dettagli delle indagini sulla strage dei braccianti di Amendolara.