2022-04-14
Banche, gli utili tornano ai livelli pre-Covid, ma soltanto grazie a alle svalutazioni dei crediti

Gli utili delle banche
Le banche italiane archiviano lo stop indotto dal Covid recuperando i livelli di redditività del 2019. È quello che emerge dai conti del 2021 licenziati nelle ultime settimane dalla platea degli istituti bancari. Gli utili sono tornati, dopo la profonda caduta del 2020 che di fatto aveva visto scendere sotto lo zero il monte profitti cumulato dal settore. Di fatto per le prime 5 banche italiane, da Intesa a UniCredit, dal Banco Bpm a Mps e Bper, il conto finale dell’anno appena trascorso segna utili aggregati per 7,12 miliardi. Poco sotto i 7,7 miliardi prodotti nel 2019, l’anno prima dello scoppio della pandemia globale che ha visto utili cumulati delle prime 5 banche andare in rosso per 937 milioni.
LUCI E OMBRE
Si direbbe un buon segno, ma sono più i punti d’ombra che quelli di luce in questa fotografia istantanea. Non che l’attività ordinaria, soprattutto quella del prestare denaro, abbia impresso un cambio di rotta. Tutt’altro. Il margine d’interesse continua in generale a essere debole. La coda di un trend che ormai dura da anni e che vede una continua erosione dei ricavi da impieghi. Lo spread tra tassi attivi e passivi in un quadro di tassi di riferimento schiacciati all’ingiù continua a rendere sempre meno remunerativo prestare denaro. Qualche numero può aiutare a comprendere. Intesa ha visto i ricavi da interessi scendere nel 2021 del 4,6%. UniCredit segna un -4%. Mps vede un calo annuo del 5,4%. Solo Banco Bpm e Bper tra le grandi banche, archiviano l’anno scorso con un segno positivo (+3% il primo e un sonoro +21% la seconda). In termini cumulati, come da elaborazione di Value Partners, le prime cinque banche hanno visto sfumare un secco mezzo miliardo di ricavi da interessi in soli 12 mesi. A sostenere la cronica debolezza sul fronte dei margini d’interesse, ancora una volta sono state le commissioni. Come ormai accade da tempo, le banche stanno sempre più forzando la mano sul terreno del risparmio gestito e dei servizi. Con un doppio vantaggio: non si impegna capitale come per il credito e soprattutto i guadagni da vendita di prodotti finanziari sono ben più ampi di quanto si porta a casa dall’erogazione di mutui e prestiti alle imprese.
LE COMMISSIONI
E così una mano a far salire il margine d’intermediazione l’hanno dato proprio le commissioni. Per Intesa la crescita è stata del 9,3% in un anno. UniCredit ha totalizzato un +12%; il Banco un +14,9%; Bper un sonoro +53% e anche Mps ha visto salire le commissioni del 3,8% a quota 1,48 miliardi, ben sopra i soli 1,22 miliardi dei ricavi da interessi. In termini aggregati ha significato un progresso dei ricavi, sempre per le prime cinque banche, di ben 2,4 miliardi. Questo il tassello sul fronte delle entrate di conto economico che hanno visto i ricavi in progressione positiva per tutte le banche.
I BENEFICI DELLE PULIZIE
Ma in realtà il colpo decisivo per il recupero della redditività complessiva, persa nell’anno dello scoppio della pandemia, viene dalle minori rettifiche sui crediti malati. La voce che da anni pesa di più sui conti delle banche. Ebbene dopo le grandi pulizie e cessioni dei prestiti malati, sono per forza di cose diminuite le svalutazioni (e quindi le perdite) delle sofferenze e degli incagli. È la voce che pesa di più e che ha contribuito per ben 5,75 miliardi a migliorare l’ultima riga di bilancio. Di fatto le banche nel loro insieme hanno dimezzato le rettifiche sui crediti malati nel corso del 2021. Avevano pesato, solo per le prime cinque banche italiane, per 12 miliardi nel 2020, sono state ridotte a poco meno di 5,8 miliardi a fine dello scorso anno. Solo per Intesa le svalutazioni di sofferenze e incagli sono passate da 4,5 miliardi del 2020 a 2,76 miliardi. In Banco Bpm il taglio è stato del 33% con rettifiche portate da 1,33 miliardi a 890 milioni.
Ma la parte del leone l’hanno fatta sia UniCredit che Mps, guarda caso le due banche che negli anni hanno perso di più proprio per il peso delle svalutazioni dei prestiti malandati. UniCredit infatti, reduce da una profonda pulizia di bilancio sotto Mustier, ha messo a bilancio svalutazioni per soli 1,63 miliardi contro i 5 miliardi spesati nel 2020. Un taglio del 67% e di fatto una differenza di ben 3,36 miliardi che ha consentito alla banca oggi guidata da Andrea Orcel di ritrovare un utile di 1,5 miliardi dopo il profondo rosso di 2,78 miliardi del 2020. Un saldo tra un anno e l’altro di 4,3 miliardi coperto per meno di un miliardo dalla crescita dei ricavi e per ben 3,36 miliardi dalle minori rettifiche. Per Mps film analogo: dopo le imponenti cessioni di crediti marci, la banca di Siena ha diminuito anch’essa del 67% le rettifiche, scese a 250 milioni da 773 milioni del 2020, con un contributo all’utile di ben 523 milioni.
Come si vede dai casi eclatanti di UniCredit e Mps più che l’andamento dei ricavi, è proprio il peso delle maggiori o minori svalutazioni sugli impieghi deteriorati a cambiare volto ai bilanci bancari. A farli passare dalle perdite agli utili e viceversa. Ovvio che dopo le pesanti pulizie degli anni passati, con le conseguenti perdite, il tema della qualità degli attivi bancari è oggi di fatto rientrato in una cornice fisiologica. I cosiddetti Npl ratio sono per quasi tutte le banche tornati a livelli che vanno dal 4-5% (quelli lordi) a un 2-3% di quelli netti. Un bel ritorno alla normalità dopo il drammatico picco delle sofferenze nel 2015 quando le banche avevano in media crediti malati lordi pari al 15% degli impieghi e quelli netti che veleggiavano in media al 7-8%.
I NUOVI RISCHI
Le pulizie condotte in passato hanno voluto dire (di fatto con l’eccezione di Intesa che non ha mai chiuso un bilancio in perdita negli anni post crisi finanziaria e anzi ha cumulato utili per oltre 25 miliardi di euro) perdite miliardarie per il sistema bancario italiano. Ora quell’era sembra alle spalle. Con un ma, però. Tra moratorie Covid che hanno tamponato finora un nuovo rialzo delle sofferenze e il nuovo quadro mondiale con la guerra in Ucraina, le tensioni inflazionistiche e lo spettro del rallentamento economico, molti pensano che la stagione delle sofferenze al rialzo potrebbe facilmente ripartire. E allora per le banche le lancette dell’orologio, nei prossimi 12-24 mesi, potrebbero tornare drammaticamente indietro. All’epoca drammatica delle poderose pulizie dei bilanci. Molti analisti pensano che non sarà cosi. Ci si aspettano tassi futuri di default delle imprese del 2-3% non certo dell’8-9% come nel picco della crisi. Ma comunque vada, brindare troppo ai ritrovati utili del sistema bancario può apparire fin da ora eccessivo.
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La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
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2026-03-07
Rete elettrica e rinnovabili: le leve per la sicurezza e la competitività dell’Italia
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
Studio Teha-Terna sul ruolo dell’infrastruttura di trasmissione: l’espansione di eolico e fotovoltaico, con nuovi investimenti, rafforza l’indipendenza energetica e riduce i costi.
La rete di trasmissione elettrica si conferma una delle infrastrutture strategiche per il futuro energetico ed economico dell’Italia. In un contesto caratterizzato dalla crescita delle fonti rinnovabili e dalla necessità di rafforzare sicurezza e autonomia energetica, il sistema elettrico nazionale è chiamato a evolversi per integrare in modo efficiente nuova produzione da solare ed eolico e sistemi di accumulo. È questo il quadro che emerge dallo studio “Sicurezza e indipendenza energetica: la rete di trasmissione come leva per la competitività dell’Italia”, promosso da Teha Group in collaborazione con Terna e presentato a Roma, che analizza l’evoluzione del mix energetico e gli effetti economici degli investimenti nella rete.
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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Don Giussani (Ansa)
A 21 anni dalla scomparsa, e a poche settimane dalla conclusione della fase diocesana della causa di beatificazione, nasce un Centro internazionale dedicato al fondatore di CL. Che chiude anni di distanza degli ambienti accademici dal suo pensiero.
«Quando [nel 1954 don Luigi] Giussani lasciò la docenza teologica per dedicarsi a tempo pieno ai ragazzi del liceo Berchet di Milano, non aveva il convincimento di iniziare qualcosa di inedito. Voleva semplicemente far conoscere in maniera più efficace, più coerente, più persuasiva il cristianesimo di sempre agli adolescenti che gli si presentavano». Con queste parole il cardinale Giacomo Biffi, amico personale di don Giussani (1922-2005), descrive in modo plastico l’opera del prete brianzolo per cui il prossimo 14 maggio sarà dichiarata conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione.
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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