Banche, gli utili tornano ai livelli pre-Covid, ma soltanto grazie a alle svalutazioni dei crediti

Gli utili delle banche
Le banche italiane archiviano lo stop indotto dal Covid recuperando i livelli di redditività del 2019. È quello che emerge dai conti del 2021 licenziati nelle ultime settimane dalla platea degli istituti bancari. Gli utili sono tornati, dopo la profonda caduta del 2020 che di fatto aveva visto scendere sotto lo zero il monte profitti cumulato dal settore. Di fatto per le prime 5 banche italiane, da Intesa a UniCredit, dal Banco Bpm a Mps e Bper, il conto finale dell’anno appena trascorso segna utili aggregati per 7,12 miliardi. Poco sotto i 7,7 miliardi prodotti nel 2019, l’anno prima dello scoppio della pandemia globale che ha visto utili cumulati delle prime 5 banche andare in rosso per 937 milioni.
LUCI E OMBRE
Si direbbe un buon segno, ma sono più i punti d’ombra che quelli di luce in questa fotografia istantanea. Non che l’attività ordinaria, soprattutto quella del prestare denaro, abbia impresso un cambio di rotta. Tutt’altro. Il margine d’interesse continua in generale a essere debole. La coda di un trend che ormai dura da anni e che vede una continua erosione dei ricavi da impieghi. Lo spread tra tassi attivi e passivi in un quadro di tassi di riferimento schiacciati all’ingiù continua a rendere sempre meno remunerativo prestare denaro. Qualche numero può aiutare a comprendere. Intesa ha visto i ricavi da interessi scendere nel 2021 del 4,6%. UniCredit segna un -4%. Mps vede un calo annuo del 5,4%. Solo Banco Bpm e Bper tra le grandi banche, archiviano l’anno scorso con un segno positivo (+3% il primo e un sonoro +21% la seconda). In termini cumulati, come da elaborazione di Value Partners, le prime cinque banche hanno visto sfumare un secco mezzo miliardo di ricavi da interessi in soli 12 mesi. A sostenere la cronica debolezza sul fronte dei margini d’interesse, ancora una volta sono state le commissioni. Come ormai accade da tempo, le banche stanno sempre più forzando la mano sul terreno del risparmio gestito e dei servizi. Con un doppio vantaggio: non si impegna capitale come per il credito e soprattutto i guadagni da vendita di prodotti finanziari sono ben più ampi di quanto si porta a casa dall’erogazione di mutui e prestiti alle imprese.
LE COMMISSIONI
E così una mano a far salire il margine d’intermediazione l’hanno dato proprio le commissioni. Per Intesa la crescita è stata del 9,3% in un anno. UniCredit ha totalizzato un +12%; il Banco un +14,9%; Bper un sonoro +53% e anche Mps ha visto salire le commissioni del 3,8% a quota 1,48 miliardi, ben sopra i soli 1,22 miliardi dei ricavi da interessi. In termini aggregati ha significato un progresso dei ricavi, sempre per le prime cinque banche, di ben 2,4 miliardi. Questo il tassello sul fronte delle entrate di conto economico che hanno visto i ricavi in progressione positiva per tutte le banche.
I BENEFICI DELLE PULIZIE
Ma in realtà il colpo decisivo per il recupero della redditività complessiva, persa nell’anno dello scoppio della pandemia, viene dalle minori rettifiche sui crediti malati. La voce che da anni pesa di più sui conti delle banche. Ebbene dopo le grandi pulizie e cessioni dei prestiti malati, sono per forza di cose diminuite le svalutazioni (e quindi le perdite) delle sofferenze e degli incagli. È la voce che pesa di più e che ha contribuito per ben 5,75 miliardi a migliorare l’ultima riga di bilancio. Di fatto le banche nel loro insieme hanno dimezzato le rettifiche sui crediti malati nel corso del 2021. Avevano pesato, solo per le prime cinque banche italiane, per 12 miliardi nel 2020, sono state ridotte a poco meno di 5,8 miliardi a fine dello scorso anno. Solo per Intesa le svalutazioni di sofferenze e incagli sono passate da 4,5 miliardi del 2020 a 2,76 miliardi. In Banco Bpm il taglio è stato del 33% con rettifiche portate da 1,33 miliardi a 890 milioni.
Ma la parte del leone l’hanno fatta sia UniCredit che Mps, guarda caso le due banche che negli anni hanno perso di più proprio per il peso delle svalutazioni dei prestiti malandati. UniCredit infatti, reduce da una profonda pulizia di bilancio sotto Mustier, ha messo a bilancio svalutazioni per soli 1,63 miliardi contro i 5 miliardi spesati nel 2020. Un taglio del 67% e di fatto una differenza di ben 3,36 miliardi che ha consentito alla banca oggi guidata da Andrea Orcel di ritrovare un utile di 1,5 miliardi dopo il profondo rosso di 2,78 miliardi del 2020. Un saldo tra un anno e l’altro di 4,3 miliardi coperto per meno di un miliardo dalla crescita dei ricavi e per ben 3,36 miliardi dalle minori rettifiche. Per Mps film analogo: dopo le imponenti cessioni di crediti marci, la banca di Siena ha diminuito anch’essa del 67% le rettifiche, scese a 250 milioni da 773 milioni del 2020, con un contributo all’utile di ben 523 milioni.
Come si vede dai casi eclatanti di UniCredit e Mps più che l’andamento dei ricavi, è proprio il peso delle maggiori o minori svalutazioni sugli impieghi deteriorati a cambiare volto ai bilanci bancari. A farli passare dalle perdite agli utili e viceversa. Ovvio che dopo le pesanti pulizie degli anni passati, con le conseguenti perdite, il tema della qualità degli attivi bancari è oggi di fatto rientrato in una cornice fisiologica. I cosiddetti Npl ratio sono per quasi tutte le banche tornati a livelli che vanno dal 4-5% (quelli lordi) a un 2-3% di quelli netti. Un bel ritorno alla normalità dopo il drammatico picco delle sofferenze nel 2015 quando le banche avevano in media crediti malati lordi pari al 15% degli impieghi e quelli netti che veleggiavano in media al 7-8%.
I NUOVI RISCHI
Le pulizie condotte in passato hanno voluto dire (di fatto con l’eccezione di Intesa che non ha mai chiuso un bilancio in perdita negli anni post crisi finanziaria e anzi ha cumulato utili per oltre 25 miliardi di euro) perdite miliardarie per il sistema bancario italiano. Ora quell’era sembra alle spalle. Con un ma, però. Tra moratorie Covid che hanno tamponato finora un nuovo rialzo delle sofferenze e il nuovo quadro mondiale con la guerra in Ucraina, le tensioni inflazionistiche e lo spettro del rallentamento economico, molti pensano che la stagione delle sofferenze al rialzo potrebbe facilmente ripartire. E allora per le banche le lancette dell’orologio, nei prossimi 12-24 mesi, potrebbero tornare drammaticamente indietro. All’epoca drammatica delle poderose pulizie dei bilanci. Molti analisti pensano che non sarà cosi. Ci si aspettano tassi futuri di default delle imprese del 2-3% non certo dell’8-9% come nel picco della crisi. Ma comunque vada, brindare troppo ai ritrovati utili del sistema bancario può apparire fin da ora eccessivo.
Ancora guai per il centrosinistra e per il Pd in Puglia. Il presidente della Provincia Bat (Barletta-Andria-Trani), Bernardo Lodispoto, 74 anni, è indagato in un’inchiesta per una presunta vicenda di corruzione, che un mese fa, secondo quanto riferito dalla Gazzetta del Mezzogiorno, ha portato la Guardia di finanza a eseguire una serie di perquisizioni. Secondo la ricostruzione del quotidiano, oltre a Lodispoto, che è anche sindaco di Margherita di Savoia, nell’indagine sono coinvolti, a vario titolo, il suo ex vice Lorenzo Marchio Rossi, 70 anni, ex segretario provinciale del Pd, e il consigliere comunale di Andria Emanuele Sgarra, 64 anni, anche lui fino a poco tempo fa esponente dem. Non è però escluso che possano già esserci anche altri indagati.
Secondo l’ipotesi investigativa, il presunto corruttore sarebbe un imprenditore della zona, piuttosto conosciuto, nonché quasi omonimo di un altro imprenditore già coinvolto in un’altra indagine che riguarda la Provincia. I due sarebbero legati da un rapporto di parentela. Le Fiamme gialle che hanno eseguito un decreto firmato dai pm della Procura di Trani, Marco Gambardella e Francesco Tosto, che coordinano un fascicolo aperto lo scorso anno e che si fonda su una serie di intercettazioni, cercavano in particolare una cartellina gialla, convinte, probabilmente dal contenuto delle conversazioni captate, che all’interno ci fosse il denaro, ovvero il corrispettivo di una possibile mazzetta.
Secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano locale, il contenitore sarebbe effettivamente stato trovato dai finanzieri che hanno effettuato la perquisizione, ma all’interno non ci sarebbero stati i contanti.
Proprio le intercettazioni avrebbero fatto emergere gli indizi di un presunto patto corruttivo che coinvolgerebbe Lodispoto, Marchio Rossi e il consigliere Sgarra, ai quali a vario titolo l’imprenditore si sarebbe rivolto per aggiudicarsi un appalto relativo a una strada sul territorio provinciale. Secondo quanto risulta a La Verità, alcuni degli indagati potrebbero aver presentato ricorso al tribunale del Riesame. E forse gli atti che verranno depositati in quella sede potranno rendere più chiare le singole responsabilità che i pm attribuiscono agli indagati. Lodispoto, che nella vita svolge la professione di avvocato, è alla guida della Provincia Bat dal 26 settembre 2019, con il sostegno anche di una parte del centrodestra, ed è una delle colonne della politica del territorio. Sindaco di Santa Margherita di Savoia per la prima volta dal 1987 al 1990, è stato poi eletto due volte, nel 1994 e nel 1998, consigliere della Provincia di Foggia. Incarico lasciato nel 1999 per andare a ricoprire la carica di assessore provinciale alle Risorse economiche e finanziarie. Nel 2008, racconta il suo curriculum, viene di nuovo eletto consigliere provinciale a Foggia, ruolo che ricopre contestualmente, tra il 2009 e il 2014, nella neonata Provincia Bat. Nel 2018 viene di nuovo eletto sindaco a Santa Margherita di Savoia e poi confermato nel 2023, in entrambi casi sostenuto da una coalizione civica.
Nel 2019, come detto, viene eletto presidente della Provincia Bat. Non senza tensioni, almeno nell’ultimo anno, visto che nel luglio scorso gli esponenti del Pd della giunta provinciale hanno rimesso le deleghe, chiedendo discontinuità su ambiente e rifiuti. Insomma, una carriera politica quasi quarantennale, finora senza inciampi giudiziari. Tanto che la notizia dell’indagine su di lui, filtrata un mese dopo le perquisizioni, ha colto molti di sorpresa. Nel 2020, però, Lodispoto era scivolato su una buccia di banana comunicativa, che aveva scatenato una polemica a livello nazionale.
In un video promozionale sulle iniziative della notte di San Silvestro, si vedeva Lodispoto che, imitando il dialetto siciliano con panama in testa e occhiali da sole specchiati, prometteva di lavorare bene per tutti. Una mossa che, in virtù del fatto che la che manifestazione era prevista in piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale ucciso dalla mafia, aveva scatenato le ire dei parlamentari di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato e Fabio Rampelli, che avevano anche presentato un’interrogazione parlamentare. Lodispoto si era difeso sostenendo di essere stato inserito nello spot a sua insaputa, ma la vicenda aveva portato a una polemica tra l’allora governatore della Puglia Michele Emiliano, che accusava i due deputati di Fdi di aver «inventato» un suo «coinvolgimento su una vicenda che non solo non mi riguarda ma di cui tutti ignoravano l’esistenza, me compreso, sino a poche ore fa. Io non ho problemi a dire che con la mafia non si scherza e che quel video non mi piace».
L’ormai ex presidente della Puglia aveva anche annunciato un’azione legale nei confronti di Gemmato e Rampelli: «Ci vediamo in tribunale». I due parlamentari si erano detti stupiti «della mancata reazione a questa vergogna del governatore Emiliano, magistrato in aspettativa che ha combattuto la mafia pugliese nella sua carriera togata forse perché sostenuto nelle elezioni primarie per la presidenza della Regione dallo stesso Lodispoto».
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