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2023-09-17
Baci e balli dopo gli sbarchi? Non è la realtà
C’è il racconto, e poi c’è la realtà. Ci sono i video che mostrano danze, canti e grande festa. E le foto che ritraggono amorosi scambi tra i lampedusani e gli stranieri appena sbarcati, tutti uniti in un dolce girotondo multiculturale. I balli, gli abbracci, i gelati offerti e mangiati con gusto, una umanità radiosa, splendente. E poi, nascosta e non troppo esibita sui giornali, c’è la rabbia. C’è la frustrazione di chi deve ancora una volta spalancare le porte senza che nessuno gliene abbia chiarito il motivo, di chi paga il conto di errori e manovre altrui. Ci sono tutti i singoli episodi violenti piccoli e grandi, che magari non emergono a prima vista dalle statistiche però cambiano in profondità la vita dei singoli e talvolta la distruggono.
Da una parte c’è, insomma, l’immigrazione di massa presentata come una piacevole cena al ristorante etnico, fatta di scoperta e di emozione, di colori e profumi suggestivi. Solo che, purtroppo, a questa cena non è invitato chi, dell’invasione, patisce la brutale ricaduta nel reale. E sia chiaro che la patiscono gli italiani in mille modi diversi, dal più piccino e irritante al più clamoroso e spaventoso. Ma la subiscono pure gli immigrati, le cui aspettative spesso s’infrangono sui marciapiedi e le strade d’Italia e d’Europa.
Il dramma è che ogni volta questa dicotomia si ripete uguale a sé stessa. Con tutta evidenza, negli ultimi giorni ogni previsione è saltata, sono state modificate le dosi di ognuna delle ricette possibili. C’è una emergenza pari almeno a quella del 2016/2017, potenzialmente anche peggiore. Non si può fare altro che prenderne atto e correre ai ripari, tentando di arginare i flussi, respingere gli irregolari e proteggere la nazione.
Il governo di centrodestra ha la responsabilità di proporre e concretizzare un approccio nuovo, severo magari, ma soprattutto realista. Un approccio che permetta di evitare morti tra i flutti e pure, però, di non replicare lo scempio visto in altre occasioni. All’opposizione, in tale frangente, si richiederebbe responsabilità. Certo: dialogo e critiche, come no. Ma almeno riconoscimento del reale, accettazione dei fatti.
E invece, per l’ennesima volta, tocca notare che a sinistra amano rifugiarsi nell’irrealtà. Ciò che propongono è la stessa mistificazione di sempre: balli, canti e gelati. Banalità sulla necessità di soccorrere i naufraghi e sulla cosiddetta accoglienza diffusa che la destra avrebbe cancellato. Tuttavia l’immigrazione di massa non è un pranzo di gala e sarebbe anche ora di riconoscerlo. Sappiamo tutti benissimo dove ci ha condotto la narrazione della accoglienza quale meraviglioso strumento di arricchimento spirituale: alle cooperative vere o farlocche che si placcavano le viscere d’oro, alle ecatombi nel Mediterraneo, agli omicidi brutali di ragazze innocenti, agli stupri, ai furti, ai migranti che dormono all’aperto nell’odore di orina.
Perché questa è, signori, l’immigrazione fuori controllo: il puzzo di lercio alla stazione Centrale di Milano o a Roma Termini; l’ubriachezza molesta e le botte; la miseria economica e morale. Poi, certo, le conosciamo anche noi le umane necessità, li comprendiamo i desideri e intuiamo pure i sogni. Sappiamo che qui non sbarcano solo criminali, che esiste un sacrosanto diritto a immaginare una vita migliore e che nell’altro essere umano si possono celare anche tesori meravigliosi.
Vorremmo che fossero sempre danze e gelati. Ma siamo abbastanza onesti da ammettere che non funziona così e lo facciamo perché abbiamo le prove. Abbiamo già vissuto questi momenti e ricordiamo come sia andata a finire. Con qualche bella storia di integrazione, come no. Ma pure con Pamela e Desiree. Con le ruberie e gli scontri, la rabbia e la paura.
Che vada sempre in questa maniera lo sanno anche i più avveduti e sinceri osservatori di sinistra. Ce ne sono tanti che, da anni, criticano l’immigrazionismo e il presunto antirazzismo esercitato col posteriore altrui. Ci sono i sindaci di ogni colore che sul territorio devono fare i conti con i flussi smisurati e infatti protestano.
Ed è per lo meno curioso che fino a qualche giorno fa proprio dai sindaci progressisti partisse la manfrina contro gli sbarchi in eccesso, una protesta comprensibile ma ipocrita che ora è stata sostituita dalla consueta posa della sinistra: prendiamo tutti, spendiamo più soldi e festeggiamo. Senz’altro quest’ultima è una posizione più coerente rispetto a quella dei primi cittadini che piangono dopo aver celebrato per anni le virtù della integrazione infiocchettata. Ma l’elogio delle porte aperte per forza rimane un suicidio volontario che, per altro, abbiamo già tentato in precedenza, e ancora ci pulsano le cicatrici ai polsi.
Di fronte all’emergenza di queste ore, dunque, non resta che tentare di fermare la fiumana: bisogna tentare di bloccarla a monte, con l’aiuto dell’Europa e con ogni mezzo possibile. Ma se non si avrà successo in questa maniera toccherà bloccarla a valle, per quanto possa risultare ruvido. Cioè nel Mediterraneo, davanti alle nostre coste. Prime che le danze si facciano troppo macabre.
Stupri, omicidi e aggressioni. Un anno di crimini compiuti da chi doveva essere espulso
Più irregolari equivale a più delitti. Gravi. Spesso gravissimi. Di non italiani della specie di Bilel Kubaa, il tunisino di 28 anni senza permesso di soggiorno che ha strangolato l’altro giorno a Milano Yuri Urizio, liberi di circolare e con licenza di uccidere la cronaca è zeppa. L’analisi dell’ultimo anno è la cartina al tornasole della pericolosità di chi è arrivato col barcone confondendosi con i potenziali richiedenti asilo e poi bivacca, spesso senza fissa dimora, ai margini delle città, dove i controlli sono più difficili e dove anche la vita si fa complicata se in tasca, al posto di un permesso di soggiorno, si ha, come è accaduto spesso, un certificato con carichi pendenti giudiziari o di polizia. A Roma, per esempio, solo due settimane fa è stato arrestato Adil Harrati, 45 anni, accusato di aver assassinato a coltellate Rossella Nappini, infermiera, per il solo fatto che lei aveva deciso di chiudere la loro relazione. Un omicidio premeditato, secondo la Procura, che ha scoperto che il marocchino senza permesso di soggiorno era uscito di casa con il coltellaccio da cucina. Per una rapina, invece, a Foggia, Moslli Redouane, 43 anni, ufficialmente espulso ma ancora in Italia, ha assassinato una tabaccaia, Francesca Marasco, che aveva riaperto la sua attività commerciale proprio quel giorno dopo le ferie estive.Meno di un mese prima una donna di 61 anni, Iris Setti, era stata massacrata di botte a Rovereto da Chukwuka Nweke, un vagabondo nigeriano palestrato che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra, i cui precedenti, anche per spaccio di stupefacenti, sono stati definiti robetta dal pm che aveva sulla scrivania la sua pratica. A Prato, il 10 maggio, Habdelhadi Hajjaj detto Madani, 50 anni, pure lui irregolare e con precedenti per droga, violenza sessuale, sequestro di persona e danneggiamento, è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso e poi bruciato il suo coinquilino Said Jaador per una banale lite. Solo un mese prima a Vigevano è finito in manette Mario Arteaga Rodriguez, 35 anni, peruviano senza permesso di soggiorno: gli inquirenti l’hanno accusato di aver ucciso di botte Angel Albaredo Mejla, un connazionale che era fidanzato con la sorella durante un litigio degenerato.A fine dicembre dello scorso anno, invece, è stato stanato in Francia, a Mulhouse, al confine con la Svizzera, dove si era rifugiato, Mohamed Bedoui Gaaloul, tunisino di 29 anni, irregolare in Italia e colpito da decreto di espulsione, accusato di aver ucciso Alice Neri, uccisa e trovata carbonizzata a Fossa di Concordia (Modena) il 18 novembre.Non mancano anche gli irregolari finiti dentro per tentati omicidi. Ad Albenga (Savona) lo scorso 10 giugno un maghrebino ubriaco di 26 anni, pregiudicato e senza titoli per soggiornare, è stato arrestato per aver accoltellato un giovane italiano alla nuca. Il fendente, per fortuna, non gli è stato fatale. Quando è stato rintracciato, l’aggressore aveva ancora con sé il coltello da cucina. Con un machete, invece, il 3 marzo, a Genova, un tunisino ha cercato di uccidere un gambiano in una piazza, davanti a passanti e turisti. I due, si è scoperto, avevano già litigato la sera prima: il gambiano aveva fermato il tunisino mentre prendeva a pugni un minorenne straniero. Il giorno seguente il tunisino, irregolare e con precedenti per spaccio, rapine, furti e ricettazione, ha deciso di vendicarsi.Si è scoperto anche che nel 2018 aveva pugnalato a un fianco un connazionale e che era da poco uscito dal carcere. A Bari, a gennaio, sempre durante una lite, un trentatreenne africano, sempre clandestino e con precedenti, ha accoltellato all’addome e a un braccio un italiano. Ha rischiato la pelle anche una giovane poliziotta: a Napoli il 20 ottobre 2022 è stata aggredita e tramortita con una pietra e poi violentata da un bengalese irregolare e con precedenti. La poliziotta aveva appena terminato il turno e stava cercando di raggiungere la sua auto. Le violenze sessuali dei quali sono stati accusati immigrati irregolari, poi, non si contano. Riportiamo solo quelle più eclatanti. A Milano, a fine luglio, un senagalese di 22 anni già denunciato per reati contro il patrimonio, per droga e per atti osceni, avrebbe tentato di stuprare una ragazza nella sua auto. Dopo aver aggredito la ragazza avrebbe anche minacciato dei passanti con un bottiglia di vetro e avrebbe preso a pugni una donna e spintonato una bambina.Sempre a luglio e ancora una volta a Milano, un marocchino di 26 anni ha aggredito alle spalle e trascinato in un’aiuola una ragazza che stava facendo jogging. Si è scoperto che lo straniero, indicato come uno spacciatore, era anche irregolare e senza fissa dimora. Ed era irregolare anche l’autore della clamorosa violenza nella stazione Centrale di Milano dell’aprile scorso. Il presunto aggressore, marocchino di 27 anni, avrebbe abusato di una connazionale trentaseienne, turista proveniente dalla Norvegia e in attesa di un treno per Parigi, addirittura nell’ascensore che porta ai binari. A Ventimiglia, invece, nel novembre 2022, un algerino senza permesso di soggiorno e con precedenti, avrebbe abusato di una ragazzina in un ex albergo nel pieno centro della città di confine.Poi ci sono le aggressioni in strada senza alcun motivo. Le vittime si sono semplicemente trovate nel posto sbagliato. A Napoli, il giorno dopo Capodanno, un marocchino irregolare e con precedenti di polizia ha aggredito con un bastone un dog sitter che stava lavorando in un parco comunale e poi ha bastonato anche i cani. Infine, per impossessarsi dei guinzagli, ha morso a una mano il dog sitter. A luglio, invece, a Mestre, un tunisino diciottenne senza permesso di soggiorno ha creato il panico lanciando gli sgabelli di un bar contro i clienti. Solo pochi mesi prima era stato fermato e, in virtù dei precedenti che aveva collezionato (furto, resistenza a pubblico ufficiale e aggressione nei confronti degli operatori delle comunità che lo avevano ospitato da minorenne), era stato accompagnato in un centro di permanenza, ma era riuscito a fuggire. E sempre a luglio, a Como, un tunisino trentasettenne irregolare e senza domicilio, appena sceso da un treno che arrivava dalla Svizzera ha cominciato ad aggirarsi nei bagni della stazione riservati alle donne. I poliziotti della Polfer sono intervenuti, ma lui ha prima cominciato a lanciare sassi e poi ha raccolto da terra una bottiglia rotta e l’ha brandita contro gli agenti. Che hanno dovuto usare il taser per immobilizzarlo.Stando all’ultimo rapporto di Antigone (maggio 2023) sulla detenzione, gli stranieri detenuti risultavano 17.723, il 31,3% di tutta la popolazione carceraria. E presenta dei clamorosi picchi regionali: l’unico istituto di pena della Valle d’Aosta presenta una percentuale di popolazione detenuta straniera pari al 61,4%, mentre il Trentino Alto Adige una percentuale pari al 61%. Altre Regioni con presenze notevolmente elevate sono la Liguria (54%), il Veneto (50,1%), l’Emilia Romagna (48,1%), la Lombardia (46,2%) e il Friuli Venezia Giulia (41,9%).Molti degli stranieri detenuti sono in attesa di giudizio: rappresentano il 33,7% delle persone in custodia cautelare e il 35% di chi è in attesa di un processo. Marocco, Tunisia e Nigeria sono le nazionalità africane più rappresentate. Il dato complessivo degli stranieri detenuti è anche cresciuto rispetto alla rilevazione di Antigone: l’ultimo aggiornamento presente sul sito del ministero della Giustizia, che è del 31 agosto, conta 18.414 stranieri ristretti. Il 20% sono marocchini, il 10% tunisini e il 6,5% nigeriani. La tipologia di reati? Quelli contro la famiglia: a fronte di 4.324 reati, 1.136 sono stati commessi da stranieri, ovvero il 26.3%. Dei 23.611 reati contro la persona, ben 7.285 (30,9%) portano la firma di uno straniero. Per la droga siamo al 31,6% e per i reati contro la moralità pubblica si sale al 42.5%. Molti di loro erano anche colpiti da decreto di espulsione, ovviamente non rispettato.
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Il racconto buonista della sinistra presenta l’arrivo dei clandestini come un momento gioioso, fatto di abbracci, cene etniche e gelati. Invece esiste la rabbia di chi subisce i contraccolpi veri di questa ondata senza fine: sono gli italiani, ma pure i disperati sui barchini. I casi sono decine: c’è chi ha ucciso per droga o perché ubriaco e chi ha scatenato risse con il machete. Numerose le violenze sulle donne. Botte e morsi per le forze dell’ordine. Lo speciale contiene due articoli.C’è il racconto, e poi c’è la realtà. Ci sono i video che mostrano danze, canti e grande festa. E le foto che ritraggono amorosi scambi tra i lampedusani e gli stranieri appena sbarcati, tutti uniti in un dolce girotondo multiculturale. I balli, gli abbracci, i gelati offerti e mangiati con gusto, una umanità radiosa, splendente. E poi, nascosta e non troppo esibita sui giornali, c’è la rabbia. C’è la frustrazione di chi deve ancora una volta spalancare le porte senza che nessuno gliene abbia chiarito il motivo, di chi paga il conto di errori e manovre altrui. Ci sono tutti i singoli episodi violenti piccoli e grandi, che magari non emergono a prima vista dalle statistiche però cambiano in profondità la vita dei singoli e talvolta la distruggono.Da una parte c’è, insomma, l’immigrazione di massa presentata come una piacevole cena al ristorante etnico, fatta di scoperta e di emozione, di colori e profumi suggestivi. Solo che, purtroppo, a questa cena non è invitato chi, dell’invasione, patisce la brutale ricaduta nel reale. E sia chiaro che la patiscono gli italiani in mille modi diversi, dal più piccino e irritante al più clamoroso e spaventoso. Ma la subiscono pure gli immigrati, le cui aspettative spesso s’infrangono sui marciapiedi e le strade d’Italia e d’Europa.Il dramma è che ogni volta questa dicotomia si ripete uguale a sé stessa. Con tutta evidenza, negli ultimi giorni ogni previsione è saltata, sono state modificate le dosi di ognuna delle ricette possibili. C’è una emergenza pari almeno a quella del 2016/2017, potenzialmente anche peggiore. Non si può fare altro che prenderne atto e correre ai ripari, tentando di arginare i flussi, respingere gli irregolari e proteggere la nazione. Il governo di centrodestra ha la responsabilità di proporre e concretizzare un approccio nuovo, severo magari, ma soprattutto realista. Un approccio che permetta di evitare morti tra i flutti e pure, però, di non replicare lo scempio visto in altre occasioni. All’opposizione, in tale frangente, si richiederebbe responsabilità. Certo: dialogo e critiche, come no. Ma almeno riconoscimento del reale, accettazione dei fatti.E invece, per l’ennesima volta, tocca notare che a sinistra amano rifugiarsi nell’irrealtà. Ciò che propongono è la stessa mistificazione di sempre: balli, canti e gelati. Banalità sulla necessità di soccorrere i naufraghi e sulla cosiddetta accoglienza diffusa che la destra avrebbe cancellato. Tuttavia l’immigrazione di massa non è un pranzo di gala e sarebbe anche ora di riconoscerlo. Sappiamo tutti benissimo dove ci ha condotto la narrazione della accoglienza quale meraviglioso strumento di arricchimento spirituale: alle cooperative vere o farlocche che si placcavano le viscere d’oro, alle ecatombi nel Mediterraneo, agli omicidi brutali di ragazze innocenti, agli stupri, ai furti, ai migranti che dormono all’aperto nell’odore di orina. Perché questa è, signori, l’immigrazione fuori controllo: il puzzo di lercio alla stazione Centrale di Milano o a Roma Termini; l’ubriachezza molesta e le botte; la miseria economica e morale. Poi, certo, le conosciamo anche noi le umane necessità, li comprendiamo i desideri e intuiamo pure i sogni. Sappiamo che qui non sbarcano solo criminali, che esiste un sacrosanto diritto a immaginare una vita migliore e che nell’altro essere umano si possono celare anche tesori meravigliosi. Vorremmo che fossero sempre danze e gelati. Ma siamo abbastanza onesti da ammettere che non funziona così e lo facciamo perché abbiamo le prove. Abbiamo già vissuto questi momenti e ricordiamo come sia andata a finire. Con qualche bella storia di integrazione, come no. Ma pure con Pamela e Desiree. Con le ruberie e gli scontri, la rabbia e la paura.Che vada sempre in questa maniera lo sanno anche i più avveduti e sinceri osservatori di sinistra. Ce ne sono tanti che, da anni, criticano l’immigrazionismo e il presunto antirazzismo esercitato col posteriore altrui. Ci sono i sindaci di ogni colore che sul territorio devono fare i conti con i flussi smisurati e infatti protestano. Ed è per lo meno curioso che fino a qualche giorno fa proprio dai sindaci progressisti partisse la manfrina contro gli sbarchi in eccesso, una protesta comprensibile ma ipocrita che ora è stata sostituita dalla consueta posa della sinistra: prendiamo tutti, spendiamo più soldi e festeggiamo. Senz’altro quest’ultima è una posizione più coerente rispetto a quella dei primi cittadini che piangono dopo aver celebrato per anni le virtù della integrazione infiocchettata. Ma l’elogio delle porte aperte per forza rimane un suicidio volontario che, per altro, abbiamo già tentato in precedenza, e ancora ci pulsano le cicatrici ai polsi.Di fronte all’emergenza di queste ore, dunque, non resta che tentare di fermare la fiumana: bisogna tentare di bloccarla a monte, con l’aiuto dell’Europa e con ogni mezzo possibile. Ma se non si avrà successo in questa maniera toccherà bloccarla a valle, per quanto possa risultare ruvido. Cioè nel Mediterraneo, davanti alle nostre coste. 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L’analisi dell’ultimo anno è la cartina al tornasole della pericolosità di chi è arrivato col barcone confondendosi con i potenziali richiedenti asilo e poi bivacca, spesso senza fissa dimora, ai margini delle città, dove i controlli sono più difficili e dove anche la vita si fa complicata se in tasca, al posto di un permesso di soggiorno, si ha, come è accaduto spesso, un certificato con carichi pendenti giudiziari o di polizia. A Roma, per esempio, solo due settimane fa è stato arrestato Adil Harrati, 45 anni, accusato di aver assassinato a coltellate Rossella Nappini, infermiera, per il solo fatto che lei aveva deciso di chiudere la loro relazione. Un omicidio premeditato, secondo la Procura, che ha scoperto che il marocchino senza permesso di soggiorno era uscito di casa con il coltellaccio da cucina. Per una rapina, invece, a Foggia, Moslli Redouane, 43 anni, ufficialmente espulso ma ancora in Italia, ha assassinato una tabaccaia, Francesca Marasco, che aveva riaperto la sua attività commerciale proprio quel giorno dopo le ferie estive.Meno di un mese prima una donna di 61 anni, Iris Setti, era stata massacrata di botte a Rovereto da Chukwuka Nweke, un vagabondo nigeriano palestrato che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra, i cui precedenti, anche per spaccio di stupefacenti, sono stati definiti robetta dal pm che aveva sulla scrivania la sua pratica. A Prato, il 10 maggio, Habdelhadi Hajjaj detto Madani, 50 anni, pure lui irregolare e con precedenti per droga, violenza sessuale, sequestro di persona e danneggiamento, è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso e poi bruciato il suo coinquilino Said Jaador per una banale lite. Solo un mese prima a Vigevano è finito in manette Mario Arteaga Rodriguez, 35 anni, peruviano senza permesso di soggiorno: gli inquirenti l’hanno accusato di aver ucciso di botte Angel Albaredo Mejla, un connazionale che era fidanzato con la sorella durante un litigio degenerato.A fine dicembre dello scorso anno, invece, è stato stanato in Francia, a Mulhouse, al confine con la Svizzera, dove si era rifugiato, Mohamed Bedoui Gaaloul, tunisino di 29 anni, irregolare in Italia e colpito da decreto di espulsione, accusato di aver ucciso Alice Neri, uccisa e trovata carbonizzata a Fossa di Concordia (Modena) il 18 novembre.Non mancano anche gli irregolari finiti dentro per tentati omicidi. Ad Albenga (Savona) lo scorso 10 giugno un maghrebino ubriaco di 26 anni, pregiudicato e senza titoli per soggiornare, è stato arrestato per aver accoltellato un giovane italiano alla nuca. Il fendente, per fortuna, non gli è stato fatale. Quando è stato rintracciato, l’aggressore aveva ancora con sé il coltello da cucina. Con un machete, invece, il 3 marzo, a Genova, un tunisino ha cercato di uccidere un gambiano in una piazza, davanti a passanti e turisti. I due, si è scoperto, avevano già litigato la sera prima: il gambiano aveva fermato il tunisino mentre prendeva a pugni un minorenne straniero. Il giorno seguente il tunisino, irregolare e con precedenti per spaccio, rapine, furti e ricettazione, ha deciso di vendicarsi.Si è scoperto anche che nel 2018 aveva pugnalato a un fianco un connazionale e che era da poco uscito dal carcere. A Bari, a gennaio, sempre durante una lite, un trentatreenne africano, sempre clandestino e con precedenti, ha accoltellato all’addome e a un braccio un italiano. Ha rischiato la pelle anche una giovane poliziotta: a Napoli il 20 ottobre 2022 è stata aggredita e tramortita con una pietra e poi violentata da un bengalese irregolare e con precedenti. La poliziotta aveva appena terminato il turno e stava cercando di raggiungere la sua auto. Le violenze sessuali dei quali sono stati accusati immigrati irregolari, poi, non si contano. Riportiamo solo quelle più eclatanti. A Milano, a fine luglio, un senagalese di 22 anni già denunciato per reati contro il patrimonio, per droga e per atti osceni, avrebbe tentato di stuprare una ragazza nella sua auto. Dopo aver aggredito la ragazza avrebbe anche minacciato dei passanti con un bottiglia di vetro e avrebbe preso a pugni una donna e spintonato una bambina.Sempre a luglio e ancora una volta a Milano, un marocchino di 26 anni ha aggredito alle spalle e trascinato in un’aiuola una ragazza che stava facendo jogging. Si è scoperto che lo straniero, indicato come uno spacciatore, era anche irregolare e senza fissa dimora. Ed era irregolare anche l’autore della clamorosa violenza nella stazione Centrale di Milano dell’aprile scorso. Il presunto aggressore, marocchino di 27 anni, avrebbe abusato di una connazionale trentaseienne, turista proveniente dalla Norvegia e in attesa di un treno per Parigi, addirittura nell’ascensore che porta ai binari. A Ventimiglia, invece, nel novembre 2022, un algerino senza permesso di soggiorno e con precedenti, avrebbe abusato di una ragazzina in un ex albergo nel pieno centro della città di confine.Poi ci sono le aggressioni in strada senza alcun motivo. Le vittime si sono semplicemente trovate nel posto sbagliato. A Napoli, il giorno dopo Capodanno, un marocchino irregolare e con precedenti di polizia ha aggredito con un bastone un dog sitter che stava lavorando in un parco comunale e poi ha bastonato anche i cani. Infine, per impossessarsi dei guinzagli, ha morso a una mano il dog sitter. A luglio, invece, a Mestre, un tunisino diciottenne senza permesso di soggiorno ha creato il panico lanciando gli sgabelli di un bar contro i clienti. Solo pochi mesi prima era stato fermato e, in virtù dei precedenti che aveva collezionato (furto, resistenza a pubblico ufficiale e aggressione nei confronti degli operatori delle comunità che lo avevano ospitato da minorenne), era stato accompagnato in un centro di permanenza, ma era riuscito a fuggire. E sempre a luglio, a Como, un tunisino trentasettenne irregolare e senza domicilio, appena sceso da un treno che arrivava dalla Svizzera ha cominciato ad aggirarsi nei bagni della stazione riservati alle donne. I poliziotti della Polfer sono intervenuti, ma lui ha prima cominciato a lanciare sassi e poi ha raccolto da terra una bottiglia rotta e l’ha brandita contro gli agenti. Che hanno dovuto usare il taser per immobilizzarlo.Stando all’ultimo rapporto di Antigone (maggio 2023) sulla detenzione, gli stranieri detenuti risultavano 17.723, il 31,3% di tutta la popolazione carceraria. E presenta dei clamorosi picchi regionali: l’unico istituto di pena della Valle d’Aosta presenta una percentuale di popolazione detenuta straniera pari al 61,4%, mentre il Trentino Alto Adige una percentuale pari al 61%. Altre Regioni con presenze notevolmente elevate sono la Liguria (54%), il Veneto (50,1%), l’Emilia Romagna (48,1%), la Lombardia (46,2%) e il Friuli Venezia Giulia (41,9%).Molti degli stranieri detenuti sono in attesa di giudizio: rappresentano il 33,7% delle persone in custodia cautelare e il 35% di chi è in attesa di un processo. Marocco, Tunisia e Nigeria sono le nazionalità africane più rappresentate. Il dato complessivo degli stranieri detenuti è anche cresciuto rispetto alla rilevazione di Antigone: l’ultimo aggiornamento presente sul sito del ministero della Giustizia, che è del 31 agosto, conta 18.414 stranieri ristretti. Il 20% sono marocchini, il 10% tunisini e il 6,5% nigeriani. La tipologia di reati? Quelli contro la famiglia: a fronte di 4.324 reati, 1.136 sono stati commessi da stranieri, ovvero il 26.3%. Dei 23.611 reati contro la persona, ben 7.285 (30,9%) portano la firma di uno straniero. Per la droga siamo al 31,6% e per i reati contro la moralità pubblica si sale al 42.5%. Molti di loro erano anche colpiti da decreto di espulsione, ovviamente non rispettato.
Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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Trump detta l’agenda globale: dopo il Venezuela, l’Iran è nel mirino e la Groenlandia diventa un dossier di sicurezza strategica contro Cina e Russia. Gli Usa tornano potenza muscolare, l’Europa reagisce con appelli e retorica. La lezione, quindi, è: il mondo è cambiato e l’Ue, così com’è, non conta più.