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2023-09-17
Baci e balli dopo gli sbarchi? Non è la realtà
C’è il racconto, e poi c’è la realtà. Ci sono i video che mostrano danze, canti e grande festa. E le foto che ritraggono amorosi scambi tra i lampedusani e gli stranieri appena sbarcati, tutti uniti in un dolce girotondo multiculturale. I balli, gli abbracci, i gelati offerti e mangiati con gusto, una umanità radiosa, splendente. E poi, nascosta e non troppo esibita sui giornali, c’è la rabbia. C’è la frustrazione di chi deve ancora una volta spalancare le porte senza che nessuno gliene abbia chiarito il motivo, di chi paga il conto di errori e manovre altrui. Ci sono tutti i singoli episodi violenti piccoli e grandi, che magari non emergono a prima vista dalle statistiche però cambiano in profondità la vita dei singoli e talvolta la distruggono.
Da una parte c’è, insomma, l’immigrazione di massa presentata come una piacevole cena al ristorante etnico, fatta di scoperta e di emozione, di colori e profumi suggestivi. Solo che, purtroppo, a questa cena non è invitato chi, dell’invasione, patisce la brutale ricaduta nel reale. E sia chiaro che la patiscono gli italiani in mille modi diversi, dal più piccino e irritante al più clamoroso e spaventoso. Ma la subiscono pure gli immigrati, le cui aspettative spesso s’infrangono sui marciapiedi e le strade d’Italia e d’Europa.
Il dramma è che ogni volta questa dicotomia si ripete uguale a sé stessa. Con tutta evidenza, negli ultimi giorni ogni previsione è saltata, sono state modificate le dosi di ognuna delle ricette possibili. C’è una emergenza pari almeno a quella del 2016/2017, potenzialmente anche peggiore. Non si può fare altro che prenderne atto e correre ai ripari, tentando di arginare i flussi, respingere gli irregolari e proteggere la nazione.
Il governo di centrodestra ha la responsabilità di proporre e concretizzare un approccio nuovo, severo magari, ma soprattutto realista. Un approccio che permetta di evitare morti tra i flutti e pure, però, di non replicare lo scempio visto in altre occasioni. All’opposizione, in tale frangente, si richiederebbe responsabilità. Certo: dialogo e critiche, come no. Ma almeno riconoscimento del reale, accettazione dei fatti.
E invece, per l’ennesima volta, tocca notare che a sinistra amano rifugiarsi nell’irrealtà. Ciò che propongono è la stessa mistificazione di sempre: balli, canti e gelati. Banalità sulla necessità di soccorrere i naufraghi e sulla cosiddetta accoglienza diffusa che la destra avrebbe cancellato. Tuttavia l’immigrazione di massa non è un pranzo di gala e sarebbe anche ora di riconoscerlo. Sappiamo tutti benissimo dove ci ha condotto la narrazione della accoglienza quale meraviglioso strumento di arricchimento spirituale: alle cooperative vere o farlocche che si placcavano le viscere d’oro, alle ecatombi nel Mediterraneo, agli omicidi brutali di ragazze innocenti, agli stupri, ai furti, ai migranti che dormono all’aperto nell’odore di orina.
Perché questa è, signori, l’immigrazione fuori controllo: il puzzo di lercio alla stazione Centrale di Milano o a Roma Termini; l’ubriachezza molesta e le botte; la miseria economica e morale. Poi, certo, le conosciamo anche noi le umane necessità, li comprendiamo i desideri e intuiamo pure i sogni. Sappiamo che qui non sbarcano solo criminali, che esiste un sacrosanto diritto a immaginare una vita migliore e che nell’altro essere umano si possono celare anche tesori meravigliosi.
Vorremmo che fossero sempre danze e gelati. Ma siamo abbastanza onesti da ammettere che non funziona così e lo facciamo perché abbiamo le prove. Abbiamo già vissuto questi momenti e ricordiamo come sia andata a finire. Con qualche bella storia di integrazione, come no. Ma pure con Pamela e Desiree. Con le ruberie e gli scontri, la rabbia e la paura.
Che vada sempre in questa maniera lo sanno anche i più avveduti e sinceri osservatori di sinistra. Ce ne sono tanti che, da anni, criticano l’immigrazionismo e il presunto antirazzismo esercitato col posteriore altrui. Ci sono i sindaci di ogni colore che sul territorio devono fare i conti con i flussi smisurati e infatti protestano.
Ed è per lo meno curioso che fino a qualche giorno fa proprio dai sindaci progressisti partisse la manfrina contro gli sbarchi in eccesso, una protesta comprensibile ma ipocrita che ora è stata sostituita dalla consueta posa della sinistra: prendiamo tutti, spendiamo più soldi e festeggiamo. Senz’altro quest’ultima è una posizione più coerente rispetto a quella dei primi cittadini che piangono dopo aver celebrato per anni le virtù della integrazione infiocchettata. Ma l’elogio delle porte aperte per forza rimane un suicidio volontario che, per altro, abbiamo già tentato in precedenza, e ancora ci pulsano le cicatrici ai polsi.
Di fronte all’emergenza di queste ore, dunque, non resta che tentare di fermare la fiumana: bisogna tentare di bloccarla a monte, con l’aiuto dell’Europa e con ogni mezzo possibile. Ma se non si avrà successo in questa maniera toccherà bloccarla a valle, per quanto possa risultare ruvido. Cioè nel Mediterraneo, davanti alle nostre coste. Prime che le danze si facciano troppo macabre.
Stupri, omicidi e aggressioni. Un anno di crimini compiuti da chi doveva essere espulso
Più irregolari equivale a più delitti. Gravi. Spesso gravissimi. Di non italiani della specie di Bilel Kubaa, il tunisino di 28 anni senza permesso di soggiorno che ha strangolato l’altro giorno a Milano Yuri Urizio, liberi di circolare e con licenza di uccidere la cronaca è zeppa. L’analisi dell’ultimo anno è la cartina al tornasole della pericolosità di chi è arrivato col barcone confondendosi con i potenziali richiedenti asilo e poi bivacca, spesso senza fissa dimora, ai margini delle città, dove i controlli sono più difficili e dove anche la vita si fa complicata se in tasca, al posto di un permesso di soggiorno, si ha, come è accaduto spesso, un certificato con carichi pendenti giudiziari o di polizia. A Roma, per esempio, solo due settimane fa è stato arrestato Adil Harrati, 45 anni, accusato di aver assassinato a coltellate Rossella Nappini, infermiera, per il solo fatto che lei aveva deciso di chiudere la loro relazione. Un omicidio premeditato, secondo la Procura, che ha scoperto che il marocchino senza permesso di soggiorno era uscito di casa con il coltellaccio da cucina. Per una rapina, invece, a Foggia, Moslli Redouane, 43 anni, ufficialmente espulso ma ancora in Italia, ha assassinato una tabaccaia, Francesca Marasco, che aveva riaperto la sua attività commerciale proprio quel giorno dopo le ferie estive.Meno di un mese prima una donna di 61 anni, Iris Setti, era stata massacrata di botte a Rovereto da Chukwuka Nweke, un vagabondo nigeriano palestrato che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra, i cui precedenti, anche per spaccio di stupefacenti, sono stati definiti robetta dal pm che aveva sulla scrivania la sua pratica. A Prato, il 10 maggio, Habdelhadi Hajjaj detto Madani, 50 anni, pure lui irregolare e con precedenti per droga, violenza sessuale, sequestro di persona e danneggiamento, è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso e poi bruciato il suo coinquilino Said Jaador per una banale lite. Solo un mese prima a Vigevano è finito in manette Mario Arteaga Rodriguez, 35 anni, peruviano senza permesso di soggiorno: gli inquirenti l’hanno accusato di aver ucciso di botte Angel Albaredo Mejla, un connazionale che era fidanzato con la sorella durante un litigio degenerato.A fine dicembre dello scorso anno, invece, è stato stanato in Francia, a Mulhouse, al confine con la Svizzera, dove si era rifugiato, Mohamed Bedoui Gaaloul, tunisino di 29 anni, irregolare in Italia e colpito da decreto di espulsione, accusato di aver ucciso Alice Neri, uccisa e trovata carbonizzata a Fossa di Concordia (Modena) il 18 novembre.Non mancano anche gli irregolari finiti dentro per tentati omicidi. Ad Albenga (Savona) lo scorso 10 giugno un maghrebino ubriaco di 26 anni, pregiudicato e senza titoli per soggiornare, è stato arrestato per aver accoltellato un giovane italiano alla nuca. Il fendente, per fortuna, non gli è stato fatale. Quando è stato rintracciato, l’aggressore aveva ancora con sé il coltello da cucina. Con un machete, invece, il 3 marzo, a Genova, un tunisino ha cercato di uccidere un gambiano in una piazza, davanti a passanti e turisti. I due, si è scoperto, avevano già litigato la sera prima: il gambiano aveva fermato il tunisino mentre prendeva a pugni un minorenne straniero. Il giorno seguente il tunisino, irregolare e con precedenti per spaccio, rapine, furti e ricettazione, ha deciso di vendicarsi.Si è scoperto anche che nel 2018 aveva pugnalato a un fianco un connazionale e che era da poco uscito dal carcere. A Bari, a gennaio, sempre durante una lite, un trentatreenne africano, sempre clandestino e con precedenti, ha accoltellato all’addome e a un braccio un italiano. Ha rischiato la pelle anche una giovane poliziotta: a Napoli il 20 ottobre 2022 è stata aggredita e tramortita con una pietra e poi violentata da un bengalese irregolare e con precedenti. La poliziotta aveva appena terminato il turno e stava cercando di raggiungere la sua auto. Le violenze sessuali dei quali sono stati accusati immigrati irregolari, poi, non si contano. Riportiamo solo quelle più eclatanti. A Milano, a fine luglio, un senagalese di 22 anni già denunciato per reati contro il patrimonio, per droga e per atti osceni, avrebbe tentato di stuprare una ragazza nella sua auto. Dopo aver aggredito la ragazza avrebbe anche minacciato dei passanti con un bottiglia di vetro e avrebbe preso a pugni una donna e spintonato una bambina.Sempre a luglio e ancora una volta a Milano, un marocchino di 26 anni ha aggredito alle spalle e trascinato in un’aiuola una ragazza che stava facendo jogging. Si è scoperto che lo straniero, indicato come uno spacciatore, era anche irregolare e senza fissa dimora. Ed era irregolare anche l’autore della clamorosa violenza nella stazione Centrale di Milano dell’aprile scorso. Il presunto aggressore, marocchino di 27 anni, avrebbe abusato di una connazionale trentaseienne, turista proveniente dalla Norvegia e in attesa di un treno per Parigi, addirittura nell’ascensore che porta ai binari. A Ventimiglia, invece, nel novembre 2022, un algerino senza permesso di soggiorno e con precedenti, avrebbe abusato di una ragazzina in un ex albergo nel pieno centro della città di confine.Poi ci sono le aggressioni in strada senza alcun motivo. Le vittime si sono semplicemente trovate nel posto sbagliato. A Napoli, il giorno dopo Capodanno, un marocchino irregolare e con precedenti di polizia ha aggredito con un bastone un dog sitter che stava lavorando in un parco comunale e poi ha bastonato anche i cani. Infine, per impossessarsi dei guinzagli, ha morso a una mano il dog sitter. A luglio, invece, a Mestre, un tunisino diciottenne senza permesso di soggiorno ha creato il panico lanciando gli sgabelli di un bar contro i clienti. Solo pochi mesi prima era stato fermato e, in virtù dei precedenti che aveva collezionato (furto, resistenza a pubblico ufficiale e aggressione nei confronti degli operatori delle comunità che lo avevano ospitato da minorenne), era stato accompagnato in un centro di permanenza, ma era riuscito a fuggire. E sempre a luglio, a Como, un tunisino trentasettenne irregolare e senza domicilio, appena sceso da un treno che arrivava dalla Svizzera ha cominciato ad aggirarsi nei bagni della stazione riservati alle donne. I poliziotti della Polfer sono intervenuti, ma lui ha prima cominciato a lanciare sassi e poi ha raccolto da terra una bottiglia rotta e l’ha brandita contro gli agenti. Che hanno dovuto usare il taser per immobilizzarlo.Stando all’ultimo rapporto di Antigone (maggio 2023) sulla detenzione, gli stranieri detenuti risultavano 17.723, il 31,3% di tutta la popolazione carceraria. E presenta dei clamorosi picchi regionali: l’unico istituto di pena della Valle d’Aosta presenta una percentuale di popolazione detenuta straniera pari al 61,4%, mentre il Trentino Alto Adige una percentuale pari al 61%. Altre Regioni con presenze notevolmente elevate sono la Liguria (54%), il Veneto (50,1%), l’Emilia Romagna (48,1%), la Lombardia (46,2%) e il Friuli Venezia Giulia (41,9%).Molti degli stranieri detenuti sono in attesa di giudizio: rappresentano il 33,7% delle persone in custodia cautelare e il 35% di chi è in attesa di un processo. Marocco, Tunisia e Nigeria sono le nazionalità africane più rappresentate. Il dato complessivo degli stranieri detenuti è anche cresciuto rispetto alla rilevazione di Antigone: l’ultimo aggiornamento presente sul sito del ministero della Giustizia, che è del 31 agosto, conta 18.414 stranieri ristretti. Il 20% sono marocchini, il 10% tunisini e il 6,5% nigeriani. La tipologia di reati? Quelli contro la famiglia: a fronte di 4.324 reati, 1.136 sono stati commessi da stranieri, ovvero il 26.3%. Dei 23.611 reati contro la persona, ben 7.285 (30,9%) portano la firma di uno straniero. Per la droga siamo al 31,6% e per i reati contro la moralità pubblica si sale al 42.5%. Molti di loro erano anche colpiti da decreto di espulsione, ovviamente non rispettato.
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Il racconto buonista della sinistra presenta l’arrivo dei clandestini come un momento gioioso, fatto di abbracci, cene etniche e gelati. Invece esiste la rabbia di chi subisce i contraccolpi veri di questa ondata senza fine: sono gli italiani, ma pure i disperati sui barchini. I casi sono decine: c’è chi ha ucciso per droga o perché ubriaco e chi ha scatenato risse con il machete. Numerose le violenze sulle donne. Botte e morsi per le forze dell’ordine. Lo speciale contiene due articoli.C’è il racconto, e poi c’è la realtà. Ci sono i video che mostrano danze, canti e grande festa. E le foto che ritraggono amorosi scambi tra i lampedusani e gli stranieri appena sbarcati, tutti uniti in un dolce girotondo multiculturale. I balli, gli abbracci, i gelati offerti e mangiati con gusto, una umanità radiosa, splendente. E poi, nascosta e non troppo esibita sui giornali, c’è la rabbia. C’è la frustrazione di chi deve ancora una volta spalancare le porte senza che nessuno gliene abbia chiarito il motivo, di chi paga il conto di errori e manovre altrui. Ci sono tutti i singoli episodi violenti piccoli e grandi, che magari non emergono a prima vista dalle statistiche però cambiano in profondità la vita dei singoli e talvolta la distruggono.Da una parte c’è, insomma, l’immigrazione di massa presentata come una piacevole cena al ristorante etnico, fatta di scoperta e di emozione, di colori e profumi suggestivi. Solo che, purtroppo, a questa cena non è invitato chi, dell’invasione, patisce la brutale ricaduta nel reale. E sia chiaro che la patiscono gli italiani in mille modi diversi, dal più piccino e irritante al più clamoroso e spaventoso. Ma la subiscono pure gli immigrati, le cui aspettative spesso s’infrangono sui marciapiedi e le strade d’Italia e d’Europa.Il dramma è che ogni volta questa dicotomia si ripete uguale a sé stessa. Con tutta evidenza, negli ultimi giorni ogni previsione è saltata, sono state modificate le dosi di ognuna delle ricette possibili. C’è una emergenza pari almeno a quella del 2016/2017, potenzialmente anche peggiore. Non si può fare altro che prenderne atto e correre ai ripari, tentando di arginare i flussi, respingere gli irregolari e proteggere la nazione. Il governo di centrodestra ha la responsabilità di proporre e concretizzare un approccio nuovo, severo magari, ma soprattutto realista. Un approccio che permetta di evitare morti tra i flutti e pure, però, di non replicare lo scempio visto in altre occasioni. All’opposizione, in tale frangente, si richiederebbe responsabilità. Certo: dialogo e critiche, come no. Ma almeno riconoscimento del reale, accettazione dei fatti.E invece, per l’ennesima volta, tocca notare che a sinistra amano rifugiarsi nell’irrealtà. Ciò che propongono è la stessa mistificazione di sempre: balli, canti e gelati. Banalità sulla necessità di soccorrere i naufraghi e sulla cosiddetta accoglienza diffusa che la destra avrebbe cancellato. Tuttavia l’immigrazione di massa non è un pranzo di gala e sarebbe anche ora di riconoscerlo. Sappiamo tutti benissimo dove ci ha condotto la narrazione della accoglienza quale meraviglioso strumento di arricchimento spirituale: alle cooperative vere o farlocche che si placcavano le viscere d’oro, alle ecatombi nel Mediterraneo, agli omicidi brutali di ragazze innocenti, agli stupri, ai furti, ai migranti che dormono all’aperto nell’odore di orina. Perché questa è, signori, l’immigrazione fuori controllo: il puzzo di lercio alla stazione Centrale di Milano o a Roma Termini; l’ubriachezza molesta e le botte; la miseria economica e morale. Poi, certo, le conosciamo anche noi le umane necessità, li comprendiamo i desideri e intuiamo pure i sogni. Sappiamo che qui non sbarcano solo criminali, che esiste un sacrosanto diritto a immaginare una vita migliore e che nell’altro essere umano si possono celare anche tesori meravigliosi. Vorremmo che fossero sempre danze e gelati. Ma siamo abbastanza onesti da ammettere che non funziona così e lo facciamo perché abbiamo le prove. Abbiamo già vissuto questi momenti e ricordiamo come sia andata a finire. Con qualche bella storia di integrazione, come no. Ma pure con Pamela e Desiree. Con le ruberie e gli scontri, la rabbia e la paura.Che vada sempre in questa maniera lo sanno anche i più avveduti e sinceri osservatori di sinistra. Ce ne sono tanti che, da anni, criticano l’immigrazionismo e il presunto antirazzismo esercitato col posteriore altrui. Ci sono i sindaci di ogni colore che sul territorio devono fare i conti con i flussi smisurati e infatti protestano. Ed è per lo meno curioso che fino a qualche giorno fa proprio dai sindaci progressisti partisse la manfrina contro gli sbarchi in eccesso, una protesta comprensibile ma ipocrita che ora è stata sostituita dalla consueta posa della sinistra: prendiamo tutti, spendiamo più soldi e festeggiamo. Senz’altro quest’ultima è una posizione più coerente rispetto a quella dei primi cittadini che piangono dopo aver celebrato per anni le virtù della integrazione infiocchettata. Ma l’elogio delle porte aperte per forza rimane un suicidio volontario che, per altro, abbiamo già tentato in precedenza, e ancora ci pulsano le cicatrici ai polsi.Di fronte all’emergenza di queste ore, dunque, non resta che tentare di fermare la fiumana: bisogna tentare di bloccarla a monte, con l’aiuto dell’Europa e con ogni mezzo possibile. Ma se non si avrà successo in questa maniera toccherà bloccarla a valle, per quanto possa risultare ruvido. Cioè nel Mediterraneo, davanti alle nostre coste. 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L’analisi dell’ultimo anno è la cartina al tornasole della pericolosità di chi è arrivato col barcone confondendosi con i potenziali richiedenti asilo e poi bivacca, spesso senza fissa dimora, ai margini delle città, dove i controlli sono più difficili e dove anche la vita si fa complicata se in tasca, al posto di un permesso di soggiorno, si ha, come è accaduto spesso, un certificato con carichi pendenti giudiziari o di polizia. A Roma, per esempio, solo due settimane fa è stato arrestato Adil Harrati, 45 anni, accusato di aver assassinato a coltellate Rossella Nappini, infermiera, per il solo fatto che lei aveva deciso di chiudere la loro relazione. Un omicidio premeditato, secondo la Procura, che ha scoperto che il marocchino senza permesso di soggiorno era uscito di casa con il coltellaccio da cucina. Per una rapina, invece, a Foggia, Moslli Redouane, 43 anni, ufficialmente espulso ma ancora in Italia, ha assassinato una tabaccaia, Francesca Marasco, che aveva riaperto la sua attività commerciale proprio quel giorno dopo le ferie estive.Meno di un mese prima una donna di 61 anni, Iris Setti, era stata massacrata di botte a Rovereto da Chukwuka Nweke, un vagabondo nigeriano palestrato che si allenava nei giardini tra una birra e un’altra, i cui precedenti, anche per spaccio di stupefacenti, sono stati definiti robetta dal pm che aveva sulla scrivania la sua pratica. A Prato, il 10 maggio, Habdelhadi Hajjaj detto Madani, 50 anni, pure lui irregolare e con precedenti per droga, violenza sessuale, sequestro di persona e danneggiamento, è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso e poi bruciato il suo coinquilino Said Jaador per una banale lite. Solo un mese prima a Vigevano è finito in manette Mario Arteaga Rodriguez, 35 anni, peruviano senza permesso di soggiorno: gli inquirenti l’hanno accusato di aver ucciso di botte Angel Albaredo Mejla, un connazionale che era fidanzato con la sorella durante un litigio degenerato.A fine dicembre dello scorso anno, invece, è stato stanato in Francia, a Mulhouse, al confine con la Svizzera, dove si era rifugiato, Mohamed Bedoui Gaaloul, tunisino di 29 anni, irregolare in Italia e colpito da decreto di espulsione, accusato di aver ucciso Alice Neri, uccisa e trovata carbonizzata a Fossa di Concordia (Modena) il 18 novembre.Non mancano anche gli irregolari finiti dentro per tentati omicidi. Ad Albenga (Savona) lo scorso 10 giugno un maghrebino ubriaco di 26 anni, pregiudicato e senza titoli per soggiornare, è stato arrestato per aver accoltellato un giovane italiano alla nuca. Il fendente, per fortuna, non gli è stato fatale. Quando è stato rintracciato, l’aggressore aveva ancora con sé il coltello da cucina. Con un machete, invece, il 3 marzo, a Genova, un tunisino ha cercato di uccidere un gambiano in una piazza, davanti a passanti e turisti. I due, si è scoperto, avevano già litigato la sera prima: il gambiano aveva fermato il tunisino mentre prendeva a pugni un minorenne straniero. Il giorno seguente il tunisino, irregolare e con precedenti per spaccio, rapine, furti e ricettazione, ha deciso di vendicarsi.Si è scoperto anche che nel 2018 aveva pugnalato a un fianco un connazionale e che era da poco uscito dal carcere. A Bari, a gennaio, sempre durante una lite, un trentatreenne africano, sempre clandestino e con precedenti, ha accoltellato all’addome e a un braccio un italiano. Ha rischiato la pelle anche una giovane poliziotta: a Napoli il 20 ottobre 2022 è stata aggredita e tramortita con una pietra e poi violentata da un bengalese irregolare e con precedenti. La poliziotta aveva appena terminato il turno e stava cercando di raggiungere la sua auto. Le violenze sessuali dei quali sono stati accusati immigrati irregolari, poi, non si contano. Riportiamo solo quelle più eclatanti. A Milano, a fine luglio, un senagalese di 22 anni già denunciato per reati contro il patrimonio, per droga e per atti osceni, avrebbe tentato di stuprare una ragazza nella sua auto. Dopo aver aggredito la ragazza avrebbe anche minacciato dei passanti con un bottiglia di vetro e avrebbe preso a pugni una donna e spintonato una bambina.Sempre a luglio e ancora una volta a Milano, un marocchino di 26 anni ha aggredito alle spalle e trascinato in un’aiuola una ragazza che stava facendo jogging. Si è scoperto che lo straniero, indicato come uno spacciatore, era anche irregolare e senza fissa dimora. Ed era irregolare anche l’autore della clamorosa violenza nella stazione Centrale di Milano dell’aprile scorso. Il presunto aggressore, marocchino di 27 anni, avrebbe abusato di una connazionale trentaseienne, turista proveniente dalla Norvegia e in attesa di un treno per Parigi, addirittura nell’ascensore che porta ai binari. A Ventimiglia, invece, nel novembre 2022, un algerino senza permesso di soggiorno e con precedenti, avrebbe abusato di una ragazzina in un ex albergo nel pieno centro della città di confine.Poi ci sono le aggressioni in strada senza alcun motivo. Le vittime si sono semplicemente trovate nel posto sbagliato. A Napoli, il giorno dopo Capodanno, un marocchino irregolare e con precedenti di polizia ha aggredito con un bastone un dog sitter che stava lavorando in un parco comunale e poi ha bastonato anche i cani. Infine, per impossessarsi dei guinzagli, ha morso a una mano il dog sitter. A luglio, invece, a Mestre, un tunisino diciottenne senza permesso di soggiorno ha creato il panico lanciando gli sgabelli di un bar contro i clienti. Solo pochi mesi prima era stato fermato e, in virtù dei precedenti che aveva collezionato (furto, resistenza a pubblico ufficiale e aggressione nei confronti degli operatori delle comunità che lo avevano ospitato da minorenne), era stato accompagnato in un centro di permanenza, ma era riuscito a fuggire. E sempre a luglio, a Como, un tunisino trentasettenne irregolare e senza domicilio, appena sceso da un treno che arrivava dalla Svizzera ha cominciato ad aggirarsi nei bagni della stazione riservati alle donne. I poliziotti della Polfer sono intervenuti, ma lui ha prima cominciato a lanciare sassi e poi ha raccolto da terra una bottiglia rotta e l’ha brandita contro gli agenti. Che hanno dovuto usare il taser per immobilizzarlo.Stando all’ultimo rapporto di Antigone (maggio 2023) sulla detenzione, gli stranieri detenuti risultavano 17.723, il 31,3% di tutta la popolazione carceraria. E presenta dei clamorosi picchi regionali: l’unico istituto di pena della Valle d’Aosta presenta una percentuale di popolazione detenuta straniera pari al 61,4%, mentre il Trentino Alto Adige una percentuale pari al 61%. Altre Regioni con presenze notevolmente elevate sono la Liguria (54%), il Veneto (50,1%), l’Emilia Romagna (48,1%), la Lombardia (46,2%) e il Friuli Venezia Giulia (41,9%).Molti degli stranieri detenuti sono in attesa di giudizio: rappresentano il 33,7% delle persone in custodia cautelare e il 35% di chi è in attesa di un processo. Marocco, Tunisia e Nigeria sono le nazionalità africane più rappresentate. Il dato complessivo degli stranieri detenuti è anche cresciuto rispetto alla rilevazione di Antigone: l’ultimo aggiornamento presente sul sito del ministero della Giustizia, che è del 31 agosto, conta 18.414 stranieri ristretti. Il 20% sono marocchini, il 10% tunisini e il 6,5% nigeriani. La tipologia di reati? Quelli contro la famiglia: a fronte di 4.324 reati, 1.136 sono stati commessi da stranieri, ovvero il 26.3%. Dei 23.611 reati contro la persona, ben 7.285 (30,9%) portano la firma di uno straniero. Per la droga siamo al 31,6% e per i reati contro la moralità pubblica si sale al 42.5%. Molti di loro erano anche colpiti da decreto di espulsione, ovviamente non rispettato.
(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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