Nella bagarre della campagna elettorale è passata sottotraccia una notizia che potrebbe segnare il preludio di una fase nuova nei rapporti economico-finanziari tra Italia e Francia. Con un’inversione di rotta, infatti, e dopo aver esercitato il golden power, il governo ha dato il via libera alla proposta di Safran, la multinazionale dei motori a reazione per l’industria aeronautica, controllata al 30,24% dallo Stato francese, per acquisire Microtecnica, un’azienda con sede a Torino che fornisce tecnologie sensibili per le forze armate italiane. C’era preoccupazione, proprio per la delicatezza del business sul mercato, ma dopo aver ottenuto tutta una serie di garanzie sulla continuità dei servizi di casa nostra, Palazzo Chigi ha detto sì. Chiaro che anche solo temporalmente è difficile trovare una relazione diretta tra l’epocale batosta elettorale di Macron e il lasciapassare a un’operazione così delicata per la difesa nazionale, ma che il voto su Bruxelles possa fare da acceleratore di una tendenza al riallineamento dei rapporti tra i due Paesi, pilotata dalla forza della Meloni e dalla debolezza (che ha preso poi le forme della disfatta) del numero uno di Renaissance, è nelle cose.
Del resto, l’affaire-Safran non è che uno dei molteplici fronti di scontro industriale tra i due leader. In un altro settore delicatissimo, quello delle telecomunicazioni, si combatte da mesi una battaglia ad alzo zero tra il primo socio transalpino di Tim, Vivendi (23,75% delle quote), e il resto del mondo. Nel senso che nella partita oltre a Cdp (secondo azionista di Tim controllato dal Mef) c’è anche Kkr, il fondo strategico Usa che ha chiuso di recente l’acquisizione della rete Telecom. Il vero nodo della discordia con Parigi che non voleva. Macron era (ed è) per la linea dura e Vivendi ha in corso una causa in Italia contro Tim. La famiglia Bollorè, dalle cui costole televisve (la tv Cnews) è nato un altro protagonista della destra francese Éric Zemmour, da un po’ di tempo grazie a Sarkozy si è riavvicinata al presidente e spera di ottenere giustizia (un risarcimento sostanzioso) nella vertenza italiana contro la separazione della rete che dovrebbe arrivare a sentenza a novembre.
Certo che l’ecatombe alle Europee potrebbe cambiare le carte in tavola. Molto dipenderà dal prossimo voto delle politiche francesi, ma è chiaro che vada come vada Macron ne uscirà depotenziato, non fosse che per le concessioni che sarà costretto a fare alle altre potenziali forze del fronte nazionale. Così Vivendi potrebbe giungere a più miti consigli. Resta il problema (non da poco) di trovare qualcuno che accontenti le pretese del colosso dei media francese, ma l’ipotesi di vendita del pacchetto di maggioranza relativa diventa dal dopo voto sempre più credibile.
Allo stesso tempo, il tracollo alle urne e la possibile nascita di un governo (Jordan Bardella più Marine Le Pen) più vicino alla Meloni potrebbe rappresentare una buona notizia per il futuro italiano di Stellantis. La casa automobilistica nata dalla fusione tra Fca e Peugeot, con il cuore che pulsa verso l’Eliseo grazie anche al 6,1% del capitale detenuto dalla Banque publique d’investissement) che vale il 9,6% dei diritti di voto. La Francia, inutile girarci intorno, fa i suoi interessi. E l’Italia è diventata una succursale che si caratterizza per cassa integrazione, stop alle produzioni e ai progetti rimandati sine die come quello della gigafactory di Termoli. Per questo la famosa promessa di produrre un milione di auto da noi è ormai una chimera e un Rinascimento italiano non può prescindere dall’assegnazione di numerosi nuovi modelli ibridi e ridimensionando il piano del full electric. Vedremo.
Così come vedremo che fine faranno le mire, apparentemente in sonno, dei francesi su credito e risparmi italiani. Per Crédit Agricole, che è il primo azionista con il 9,18% di Banco Bpm e che attraverso Amundi controlla il 5% di una delle maggiori società di risparmio gestito del Paese, Anima, l’Italia resterà centrale, ma oggi pensare ad ambizioni o progetti di scalate diventa quantomeno azzardato.
Intanto viene da fare un’altra osservazione. Se con il nuovo Patto di stabilità che ha mantenuto i parametri del 3% e del 60% per i rapporti deficit/Pil e debito/Pil, concedendo peraltro dei piani di rientro più graduali per i Paesi ad alto debito, si fanno già i conti delle manovre correttive e delle procedure di disavanzo per l’Italia, lo stesso discorso andrà fatto anche per Parigi. La Francia ha dei numeri migliori ma con una netta tendenza al peggioramento. Il deficit/Pil nel 2023 ha raggiunto il 5,5% e pensare di arrivare al 3% nel 2027 sembra utopia. Non lo diciamo noi, ma le spesso sovrastimate agenzie di rating che di recente hanno lasciato invariato (Moody’s) il loro giudizio sulla sostenibilità del debito italiano e declassato invece (Standard&Poor’s) quello francese, ritenendolo in crescita nel lungo periodo.
E pensare che ci trovavamo ancora alla vigilia della storica batosta elettorale.






