Attivisti omosessuali sull’utero in affitto: «L’amore non c’entra è questione di soldi»
  • Un libro si scaglia contro la compravendita di bimbi spacciata per «diritto umano». E la «lobby Lgbt+ aggressiva e misogina».
  • L’associazione del neo Ambrogino ha finanziato il viaggio di un altro suicida fuorilegge.

Lo speciale contiene due articoli.

La cosmesi linguistica è un’arte che la sinistra sta sempre più affinando, con risultati a dir poco sorprendenti. Facciamo un esempio facile facile. I «clandestini» prima sono diventati «profughi». Poi, quando si è scoperto che non scappavano da alcuna guerra, sono diventati «migranti»: un participio presente che, però, vale anche quando hanno fatto capanna ormai da anni nei nostri centri di accoglienza. Infine, dato che il termine non commuove più di tanto, ecco che i caporali dei media nostrani hanno iniziato a chiamarli «fragili» e «naufraghi»Anche se sono ragazzoni in perfetta salute o hanno pagato migliaia di dollari per salire su un barcone creato apposta per affondare. Bene, bravi, bis.

Ma l’esempio forse più clamoroso di questa truffa terminologica – elevata a vero e proprio bon ton politicamente corretto – è rappresentato dalla neolingua gender. Qui anche una pratica abominevole come l’utero in affitto è stata trasformata prima in «maternità surrogata» e poi, come in un crescendo rossiniano, è stata definita «gestazione per altri» e, dulcis in fundo, «maternità solidale». Capito? Anche la compravendita di esseri umani – ché questo è l’utero in affitto – rientra nell’ambito della solidarietà e dell’inclusività.

Per chi non lo sapesse, in Italia e in altre nazioni civili, questo contrabbando di carne umana è ancora un reato. Del resto, nella stragrande maggioranza dei casi funziona così: una coppia di omosessuali piena di soldi offre del denaro a una donna indigente per incubare il bambino che, al termine della gravidanza, le verrà strappato dalle braccia. Il sacro vincolo materno ridotto a mercimonio e mercato delle vacche.

Forse i lettori ricorderanno la famosa foto che, nel 2014, «ha commosso il Web»: due gay canadesi che, in lacrime, stringono al petto il loro pargolo appena nato (e legalmente acquistato). Ma se il Web (tradotto: gli utenti di sinistra) gridarono al miracolo dell’amore, altri si accorsero che, accanto a genitore 1 e genitore 2, si scorgeva la mamma surrogata con sguardo assente e aria disfatta. Una femminista d’antan avrebbe parlato di uomini che mercificano un bambino e sfruttano una donna, ma in quel caso le paladine della lotta al patriarcato si misero a fischiettare.

Visto che le femministe tacciono, e anzi rivendicano il diritto alla sterilità come «emancipazione di genere», non sorprende che a Bruxelles abbiano deciso di pigiare il piede sull’acceleratore. Come denunciato ieri da La Verità, infatti, la Corte europea dei diritti umani ha di fatto sancito la legalità dell’utero in affitto, con un precedente che farà giurisprudenza, mentre la Commissione Ue sta preparando una legge per imporre le adozioni gay a tutti gli Stati membri dell’Unione, Italia inclusa. È il solito copione: quando si tratta dei «diritti», l’ordinamento giuridico delle nazioni può essere tranquillamente calpestato.

Ad ogni modo, non tutte le femministe e non tutti gli omosessuali sono d’accordo con la compravendita di bambini spacciata per «diritto umano». Di certo non sono d’accordo due scrittici e studiose francesi, l’attivista lesbica Marie-Josèphe Devillers e l’attivista per i diritti delle donne Ana-Luana Stoicea-Deram. L’opera che hanno curato di recente, e in cui diversi autori – soprattutto donne – hanno preso posizione, è stata da poco tradotta in italiano con il titolo programmatico Per l’abolizione della maternità surrogata (Ortica Editrice).

Nel libro fresco di stampa si possono leggere passaggi molto sorprendenti, come nel contributo di Gary Powell intitolato Il punto di vista di un uomo gay: «Se la maternità surrogata offre una parità ai gay benestanti in termini di possibilità di diventare genitori, la fornisce principalmente a coloro che godono di una grande ricchezza». E ancora: «La maternità surrogata commerciale è stata gradualmente lavata con l’arcobaleno e Big fertility sta entrando nelle legislazioni occidentali sulla scia di una lobby Lgbt+ aggressiva e misogina che nessuno può offendere, turbare o anche solo mettere in discussione. Qualsiasi critica rischia di essere denunciata come «odio», secondo la neolingua che ci viene imposta da coloro che desiderano colonizzare il nostro linguaggio e i nostri movimenti politici».

Insomma, spiega Powell, l’amore c’entra poco in questa faccenda: è soprattutto una questione d’affari, con un giro di soldi multimiliardario. E poi, ovviamente, c’è anche l’aspetto etico, per non dire persino medico: «La maternità surrogata non solo strumentalizza le donne e i bambini in modo disumanizzante: è anche un processo fisicamente pericoloso che può portare a gravi malattie, traumi psicologici e morte».

Ecco, il problema – sottolinea ancora l’attivista gay – è che denunciare questi dati di fatto è diventato praticamente impossibile: «La reazione frequente degli attori della lobby Lgbt+ nei confronti di chi si esprime contro la maternità surrogata è molto simile a quella che viene riservata a chi si oppone all’ideologia di genere più estrema. Si tratta di gettare fango, di dire mezze verità fuorvianti e subdole e di puro odio». In sostanza, chiosa Powell, «la lobby di attivisti che è la prima ad accusare gli altri di “odio” ad ogni occasione, è essa stessa un corpo completamente intossicato dall’odio e dall’ignoranza intenzionale».

Con queste premesse – note a tutti, eccetto alle Cirinnà e alle Murgia di turno – già possiamo immaginarci in che clima sereno e rilassato verrà affrontato il dibattito in sede europea e nelle nostre trasmissioni televisive. Sempre che questo dibattito abbia effettivamente luogo, beninteso.



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