True
2026-03-30
Attacco alla famiglia
I genitori della famiglia nel bosco, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
- Il libro di Catherine Birmingham scatena polemiche, ma il caso della famiglia nel bosco rivela contraddizioni sociali: si stigmatizza uno stile di vita alternativo mentre si tollerano altri disagi. Intanto i figli, allontanati, mostrano segni di forte sofferenza.
- Secondo l’avvocato Giorgio Vaccaro, l’allontanamento dei tre figli della famiglia nel bosco è stato troppo rapido e privo delle necessarie verifiche e tutele. Manca un adeguato percorso di supporto e valutazione: una decisione definita abnorme, dannosa per i minori.
- «C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati». Secondo il medico Bruno Mozzanega, l’uso di pillole come EllaOne cresce ma sarebbe presentato in modo fuorviante: venduta come contraccettivo, potrebbe avere effetti abortivi. Denuncia carenze normative, scarsa informazione e un mercato da 15 milioni annui.
Lo speciale contiene tre articoli.
Catherine Birmingham, la mamma della famiglia nel bosco, ha scritto il libro sbagliato. A maggio dovrebbe uscire per Solferino un volume a sua firma intitolato La nostra vita libera. L’editore lo presenta come «un libro che va oltre il caso di cronaca, raccontando una scelta di vita autentica, vicina alla natura, capace di fare appello alla coscienza di molti. Il memoir-manifesto della mamma dei bambini nel bosco».
Come prevedibile, da qualche giorno sui social si leggono attacchi di ogni genere, come se Catherine stesse cercando di lucrare sulla sua tragedia o fosse incoerente perché, invece di rifiutare la modernità, abbraccia il sistema mediatico affidandogli la sua opera. In realtà, questo non è il primo libro di Catherine. Ne ha scritti altri due, di cui uno Ride for Life (Cavalca per la vita) uscito anche in italiano. Posto che una donna sottoposta al trattamento riservato a Catherine ha il sacrosanto diritto di scrivere tutti i libri che vuole per dare la sua versione degli eventi, il fatto che pubblichi un saggio, come dice giustamente Tonino Cantelmi, «dimostra due cose: la prima è che Catherine non è quella persona asociale che hanno cercato di accreditare, ma è una che ha una rete sociale immensa, è intelligente e propone uno stile di vita sicuramente sfidante per noi borghesi. La seconda è che le scelte di questa famiglia sono frutto di un pensiero molto riflettuto, non sono degli instabili che improvvisano, ma delle persone che hanno fatto scelte molto ponderate». Il problema, dicevamo, è che Catherine ha scritto il libro sbagliato, ha scelto lo stile di vita sbagliato. Se avesse pubblicato saggi sul diritto di abortire o sul cambiamento di genere dei suoi figli (come fanno molte madri di ragazzini transgender) oggi probabilmente non sarebbe costretta ad affrontare un dramma che prosegue da mesi.
La vicenda della famiglia nel bosco svela la profonda ipocrisia della nostra società. La quale da un lato consente a ragazzine minorenni di prendere senza ricetta farmaci abortivi o di assumere a spese dello stato bloccanti della pubertà, poi però giudica insana l'esistenza di bambini che vivono nei pressi di un bosco.Quei piccoli sono stati tolti ai genitori perché ritenuti socialmente isolati. Anche se erano sereni, interagivano con i vicini ed erano gioviali con tutti, a differenza di altri minorenni come il tredicenne del bergamasco che ha accoltellato la sua insegnante. Costui viveva in un mondo digitale parallelo fatto di rabbia e violenza, ha assaltato l'insegnante come in un videogioco, e pare abbia detto ai carabinieri di essere «dispiaciuto di non averla uccisa», e di aver avuto in programma di ammazzare anche i propri genitori. Mica viveva nel bosco, questo ragazzo. Stava con i suoi normalissimi genitori nella sua normalissima casa, e almeno una delle sue normalissime amiche sembra si fosse accorta che qualcosa non andava, ma non è scattato alcun meccanismo preventivo.
No, la macchina coercitiva si è mossa per Catherine e i suoi figli, che ora non stanno bene per niente. Nei giorni scorsi i consulenti della famiglia hanno assistito a una videochiamata tra la mamma e i piccoli e, dice Cantelmi, «siamo rimasti impressionati dallo stato di grande sofferenza dei bambini, e non voglio entrare nei dettagli. Questo materiale sarà messo a disposizione dei giudici per la valutazione. Ma la domanda è semplice: a che serve tenere tre bambini di quell’età in quella struttura? Non serve certo socializzare, non serve certo ad andare a scuola, non serve certo a farli stare meglio», prosegue l’esperto. «Ormai è chiaro a tutti che questa situazione procura solo dolore». Ma forse, oggi, provare dolore è considerato normale.L’avvocato: «Normalmente prima di separare i figli dai genitori ci vogliono anni, qui invece si è agito di fretta e “manu militari”. E senza nemmeno usare, come si fa di solito, mediatori linguistici e culturali».
«Ignorata perfino la Cassazione per togliere i bimbi ai Trevallion»
Giorgio Vaccaro è avvocato e docente a Verona, da molti anni si occupa di diritto di famiglia e sta seguendo con attenzione dall’inizio la vicenda della famiglia del bosco.
Avvocato, che cosa non torna secondo lei nel provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha allontanato i tre bambini dei Trevallion?
«Gli aspetti dei provvedimenti che maggiormente richiamano l’attenzione riguardano la tempistica e la estremizzazione della soluzione adottata sin dall’inizio. Più precisamente la tempistica dei provvedimenti che hanno impattato su questa famiglia è, rispetto alle tantissime altre situazioni nelle quali viene chiamato un Tribunale per i minorenni da una segnalazione dei servizi, singolarmente breve».
Cioè?
«Normalmente un intervento così estremo, come l’allontanamento di tre fratelli dal luogo della loro vita, interviene molto dopo, con una scansione di anni e non certo di pochi mesi. Il tempo che passa dalla segnalazione a un intervento giudiziale così invasivo come quello adottato è quello necessario alla effettuazione di interventi di sostegno con un programma di recupero delle competenze genitoriali. E, nei casi di difficoltà linguistica, come quelli evidentemente esistenti nel caso in questione, con la presenza – a garanzia dei genitori e della conseguente serena crescita nella vita dei minori – di più figure di mediatori, sia linguistici che culturali. Nel caso della famiglia “silvestre” non c’è, nei provvedimenti adottati, alcun richiamo a tali percorsi e al coinvolgimento di tali figure professionali che, per altro, non rappresentano una eccezione, ma sono ben conosciute dagli operatori del Tribunale per i minorenni, perché costantemente presenti, a fianco dei servizi sociali, quando si tratti di intervenire sulle dinamiche familiari. La stella polare dell’intervento è la tutela della serenità dei minori e l’intervento disposto si deve orientare a tutelare le figure genitoriali, esaltandone le competenze e, laddove immaginate deficitarie (dai servizi), adottando degli interventi formativi e di supporto e non certamente ablativi della serena convivenza di una famiglia».
Questo però è un caso particolare rispetto alla media degli interventi.
«Sì, è un caso straordinario rispetto alla normale realtà nella quale si trovano a dover operare i servizi sociali: questi infatti si trovano a svolgere la loro attività normale intervenendo su famiglie difficili in crisi manifesta e che presentano un ambiente quotidiano fatto di violenze fisiche e verbali nella coppia e in danno e in presenza di figli minori, fatto di condotte genitoriali con problematiche di grave dipendenza o abuso di sostanze (droghe o alcool), fatto di abbandoni o gravi inadeguatezze nell’assicurare ai figli conviventi un ambiente affettivo stabile e formativo. Tali specifiche non sono il frutto di un mio ragionamento personale, ma sono il senso che deriva dallo studio di quanto affermato dalle innumerevoli ordinanze della Prima sezione della Suprema Corte di Cassazione , quella che si occupa di “insegnare” ai giudici del Tribunale e a quelli delle Corti di appello la corretta lettura e il corretto modo di interpretare le norme di legge che regolano la materia».
E che possiamo dedurne riguardo ai Trevallion?
«Che nel caso della famiglia del bosco non vi era nessuna delle gravi criticità che sono presenti nella normalità degli interventi dei servizi sociali. A maggior ragione, quindi, era necessario un intervento in punta di piedi per assicurare ai quei minori e a quei genitori di poter raggiungere un grado di funzionamento migliore rispetto a quello immaginato non sufficiente dalla relazione dei servizi. Ma questo non è stato fatto; non è stata assicurata la presenza di mediatori, né linguistici né culturali, e si è preferito intervenire manu militari, come rispondendo ad una provocazione rispetto alle resistenze dei due genitori».
C’è stato un indubbio irrigidimento delle istituzioni.
«Questo è un aspetto centrale, ricordo infatti come il Tribunale per i minorenni abbia il compito di tutelare i minori, rispetto a quelle deficienze genitoriali che siano talmente gravi da poter richiedere l’applicazione di provvedimenti limitativi del libero esercizio della responsabilità genitoriale che, in forza del codice civile, costituisce l’unica legge alla quale deve richiamarsi ogni genitore nel vivere il suo rapporto con i figli. Il codice civile assicura a tutti i genitori in Italia la massima libertà nella esplicazione della responsabilità genitoriale e la sua eventuale limitazione, proprio perché impatta sul diritto del figlio a crescere nella propria famiglia (principio di legge anch’esso), deve essere assicurata non solo da una ipotesi di lettura della relazione dei servizi ma da un intervento specialistico che in un primo momento è quello del servizio pubblico della psichiatria infantile. Poi il processo, come è il caso di cui ci occupiamo, deve svolgersi con le modalità del giusto processo, attraverso la nomina di un consulente del giudice affiancato dall’opera insostituibile dei consulenti delle parti».
Insomma sarebbe stato necessario sentire più consulenti prima di togliere i bambini?
«Prima, e senza una relazione del Ctu, ogni provvedimento che limiti l’esercizio della responsabilità genitoriale, come è accaduto a L’Aquila, deve ritenersi atto straordinario ed è tanto straordinario che la Corte di Cassazione ha statuito come ben possa essere immediatamente ricorso avanti al suo cospetto, senza attendere il provvedimento finale di quel processo. Riassumendo, il tempo dei genitori con i figli è tema delicatissimo e centrale per la serena crescita dei minori e non può essere compresso e limitato senza il controllo immediato della Corte Superiore, proprio perché segna - sulla crescita dei minori coinvolti in una qualsivoglia limitazione del tempo con la mamma o il papà – un vero e proprio danno esistenziale e una compressione del primo diritto di ogni bambino, quello di vedersi assicurata la costante presenza dei genitori nella sua crescita».
Riassumendo: sono state fatte tutte le verifiche necessarie prima di togliere i bambini?
«No, non è stata fatta la prima e la più importante verifica a tutela dei bambini, ovvero quella dell’esistenza di una modalità di esercizio della responsabilità genitoriale che fosse di danno alla loro serena crescita, danno tanto grave da creargli dei problemi di sviluppo. Questo accertamento, che come è evidente costituisce il cuore di ogni processo della crisi famigliare, tema che studio ed affronto quotidianamente nei 30 anni della mia professione, è prodromico ad ogni provvedimento ablativo della competenza genitoriale, non per tutelare i genitori, ma proprio per garantire ai minori di non subire quei danni che sono stati somministrati purtroppo ai bambini di cui ci occupiamo. Quella triade di fratellini si è infatti vista - prima di ogni accertamento processuale degno di questo nome e da svolgersi nel loro interesse e che doveva essere il risultato finale della relazione del consulente di ufficio - stravolgere la realtà famigliare fatta non di abusi, urla, violenze o deprivazioni affettive, ma solo di un modo di vivere non consueto, in presenza di una diade genitoriale in armonia ed accogliente per tutti i figli: insomma un provvedimento abnorme».
Che cosa di potrebbe fare concretamente per uscire da questa situazione ?
«Credo che si debba rimettere al primo posto quanto richiesto, da sempre, dalla legge in Italia a tutti i giudici che si occupano delle crisi della famiglia: la centralità dell’interesse dei minori. E non un interesse generico o solo immaginato, ma quello indicato dalla norma stessa, ovvero il diritto di ogni figlio minore a mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori e con i parenti e le famiglie dei genitori: nel nostro caso è stata immaginata una criticità dei genitori tale da troncare frettolosamente, e in assenza di una consulenza svolta con le garanzie del giusto processo, la vita di tre bambini, stravolgendoli e privandoli della figura del padre che hanno sempre avuto vicino con dei tempi di cura molto più importanti di tante altre famiglie, e limitando loro la figura della madre, con una compressione della attività di cura e supporto affettivo, che ha provocato molti più danni di quelli che immaginava di risolvere. Per uscire da questa situazione si potrebbe provvedere a riunire quella famiglia immediatamente, dando loro la possibilità di collocarsi nella casa messa a disposizione da terzi (se tanto preoccupa quella da sempre abitata) e così da proseguire gli accertamenti peritali in un contesto famigliare, che finalmente consenta al consulente esperto nominato, di far conoscere al giudice la verità di quella relazione familiare e non una cosa diversa. Che tutto è, meno che la verità di vita di quella famiglia e di quei minori, che per legge devono essere tutelati nella loro serenità di crescita».
«C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati»
Dall’ultima relazione sull’aborto in Italia, appena resa disponibile dal ministero della Sanità, emerge come l’uso delle pillole abortive in Italia sia in continuo aumento, soprattutto fra le giovani donne. Di questo argomento si occupa da tempo il dottor Bruno Mozzanega, presidente della Sipre (Società Italiana Procreazione Responsabile). Di recente si è occupato soprattutto del farmaco chiamato EllaOne.
Dottore, che differenza c’è tra la nota pillola abortiva Ru486 e un farmaco come EllaOne?
«La Ru486 o mifepristone è ufficialmente utilizzata per l’interruzione di gravidanza e i suoi numeri rientrano in quelli che ha citato lei, nei 65.000 aborti circa riferiti dal ministero. È un farmaco che impedisce l’azione del progesterone, cioè dell’ormone pro-gestazione, pro gravidanza, che prepara l’utero ad accogliere il figlio. E lo è esattamente come EllaOne, che è un farmaco venduto senza alcuna necessità di ricetta nelle farmacie e nei siti medici di alcuni grandi supermercati. Quest’ultimo è un antiprogestinico, viene venduto alle donne come antiovulatorio da usare nella contraccezione d’emergenza fino a cinque giorni dopo il rapporto ritenuto a rischio. Uno studio pubblicato sul più importante giornale mondiale di medicina, il New England Journal of Medicine, ha dimostrato che con l’assunzione di due sole compresse di EllaOne si può interrompere la gravidanza fino a nove settimane».
In sostanza la differenza è che la Ru486 è trattata da pillola abortiva, mentre EllaOne è trattato come un anticoncezionale di emergenza, anche se può provare aborti.
«Questa pillola agisce impedendo l’annidamento di un concepito e i suoi numeri non rientrano in quelli comunicati dal ministero, ma si può stimare che su 500.000 pazienti che attualmente ne fanno uso all’anno solo in Italia, un 5% - quindi 25.000 gravidanze - non compaiano clinicamente perché l’embrione concepito non riesce ad annidarsi. Preciso: la nostra è una specie a bassa fertilità, su 100 rapporti a rischio nel periodo fertile ci si aspettano 6 gravidanze. Con questo farmaco ne compare meno di una, da qui la deduzione che ne spariscano 25.000 su 500.000».
Quindi sostanzialmente si sta commercializzando una pillola contraccettiva che in realtà può essere considerata una pillola abortiva, questo è il punto?
«Il punto è che si sta commercializzando, presentandola ingannevolmente come antiovulatoria, una pillola che è antinidatoria, meccanismo che non sarebbe permesso dalle nostre leggi. Viene data senza prescrizione e basta che una donna si rechi in due diverse farmacie per ottenerne due, cioè la dose che consente di interrompere la gravidanza fino a nove settimane. Peraltro ne bastano 60 milligrammi contro i 200 della Ru486, quindi è anche molto più potente della Ru486».
Ma lei pensa che chi ne fa uso sappia che può essere usata come pillola abortiva?
«Penso che tutti i medici sappiano queste cose. Mettiamo che io sia un medico che non ha a cuore la tutela della vita umana, un medico che va per le sbrigative. Viene una paziente e mi dice: “Dottore, saltiamola tutta questa trafila della legge, non ho voglia di farmi vedere, non ho voglia di andare in ospedale, di fare le procedure...”».
Ebbene questo medico che potrebbe fare?
«Potrebbe dire: “Prendi queste due compresse in due farmacie diverse, le mangi e quando sanguini vieni da me che ti ricovero per aborto spontaneo”. Questa è una via breve ma le strutture che hanno questo tipo di mentalità esistono: parlando con alcune persone che hanno una visione opposta rispetto alla mia sulla vita, mi hanno risposto che cosi per le donne è più facile abortire».
Come Sipre vi siete rivolti a Aifa, l’agenzia del farmaco, facendo notare questi problemi.
«Sì, il 16 febbraio dello scorso anno abbiamo fatto un’istanza ad Aifa per chiedere che EllaOne venisse trattata esattamente con la stessa normativa con cui è trattata la Ru486, di cui peraltro è più potente. Cioè tolta dalla farmacia e riservata solo a un uso ospedaliero».
Risposta di Aifa?
«Aifa si è riunita soltanto dopo che io ho mandato a tutti i membri della commissione scientifico-economica il testo dell’istanza, perché altrimenti penso che neanche si sarebbero occupati della cosa. Si sono riuniti in novembre e a metà gennaio mi hanno dato una risposta in cui si è scritto che lo studio da me citato è stato fatto in Messico, cioè in un contesto diverso dal nostro. Mi hanno risposto che in quello studio hanno usato due compresse, e che per la contraccezione d’emergenza ne viene raccomandata una e quindi non si possono fare paragoni. Come se la gravidanza in Messico fosse diversa da quella in Italia... Tutto ciò senza tener conto che lo studio che ho citato è stato così irrilevante da essere pubblicato sul più importante giornale medico del mondo, il New England Journal of Medicine. Da Aifa poi hanno aggiunto che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, non se n’è ancora occupata. Dato che noi facciamo quello che dice l’Ema non abbiamo ragione per prendere provvedimenti».
È così?
«Dal 2009 l’Ema descrive questo farmaco come un farmaco potenzialmente abortivo nel documento con cui l’ha messo in commercio in Europa. Nel 2009 hanno discusso del possibile uso off label del farmaco e hanno deciso che non c’è alcuna possibilità di evitare che venga usato per l’aborto. Nel 2015, quando hanno tolto l’obbligo di ricetta medica e deciso di continuare a darlo come anti ovulatorio, hanno scritto di aver chiesto al produttore di documentare che non potesse essere usato per interrompere la gravidanza, e che non era uscito alcuno studio al riguardo. Ma adesso la risposta c’è, ed è venuta da un gruppo indipendente che non ha alcuno sponsor. Aifa avrebbe il dovere di sollecitare Ema ad esaminare il problema, tanto più che per i farmaci che riguardano aborto e contraccezione ogni Stato può far valere la propria legislazione e tutte le nostre leggi tutelano la vita umana dal concepimento».
Forse tutte queste lentezze e reticenze nascono dal fatto che la vendita di questo farmaco genera parecchi soldi.
«Parliamo di un giro d’affari da 15 milioni all’anno solo in Italia».
Quindi limitandone la circolazione si andrebbero a toccare notevoli interessi.
«Questa è una delle spiegazioni più probabili. La seconda cosa che si può pensare è che si voglia continuare ad escludere l’embrione dal novero di chi ha diritto di cittadinanza e di tutela, nonostante le nostre leggi lo ribadiscano: anche la stessa 194 che dice che la vita umana va tutelata dal suo inizio. Inizio che la Corte di giustizia europea riconosce essere nel momento della fecondazione. La cosa grave è che ci sono 500.000 donne che usano questo farmaco e penso che la grande maggioranza di queste credano di impedire l’ovulazione, quindi sono ingannate. E lo sono in un ambito che è estremamente importante dal punto di vista intimo ed esistenziale. Io non posso dire a una donna che questa pillola fermerà l’ovulazione e al contempo sapere che con estrema probabilità quella donna concepirà, ma suo figlio a causa del farmaco non potrà proseguire la vita. Come si può disinformare a questi livelli?».
Il libro di Catherine Birmingham scatena polemiche, ma il caso della famiglia nel bosco rivela contraddizioni sociali: si stigmatizza uno stile di vita alternativo mentre si tollerano altri disagi. Intanto i figli, allontanati, mostrano segni di forte sofferenza.Secondo l’avvocato Giorgio Vaccaro, l’allontanamento dei tre figli della famiglia nel bosco è stato troppo rapido e privo delle necessarie verifiche e tutele. Manca un adeguato percorso di supporto e valutazione: una decisione definita abnorme, dannosa per i minori.«C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati». Secondo il medico Bruno Mozzanega, l’uso di pillole come EllaOne cresce ma sarebbe presentato in modo fuorviante: venduta come contraccettivo, potrebbe avere effetti abortivi. Denuncia carenze normative, scarsa informazione e un mercato da 15 milioni annui.Lo speciale contiene tre articoli.Catherine Birmingham, la mamma della famiglia nel bosco, ha scritto il libro sbagliato. A maggio dovrebbe uscire per Solferino un volume a sua firma intitolato La nostra vita libera. L’editore lo presenta come «un libro che va oltre il caso di cronaca, raccontando una scelta di vita autentica, vicina alla natura, capace di fare appello alla coscienza di molti. Il memoir-manifesto della mamma dei bambini nel bosco».Come prevedibile, da qualche giorno sui social si leggono attacchi di ogni genere, come se Catherine stesse cercando di lucrare sulla sua tragedia o fosse incoerente perché, invece di rifiutare la modernità, abbraccia il sistema mediatico affidandogli la sua opera. In realtà, questo non è il primo libro di Catherine. Ne ha scritti altri due, di cui uno Ride for Life (Cavalca per la vita) uscito anche in italiano. Posto che una donna sottoposta al trattamento riservato a Catherine ha il sacrosanto diritto di scrivere tutti i libri che vuole per dare la sua versione degli eventi, il fatto che pubblichi un saggio, come dice giustamente Tonino Cantelmi, «dimostra due cose: la prima è che Catherine non è quella persona asociale che hanno cercato di accreditare, ma è una che ha una rete sociale immensa, è intelligente e propone uno stile di vita sicuramente sfidante per noi borghesi. La seconda è che le scelte di questa famiglia sono frutto di un pensiero molto riflettuto, non sono degli instabili che improvvisano, ma delle persone che hanno fatto scelte molto ponderate». Il problema, dicevamo, è che Catherine ha scritto il libro sbagliato, ha scelto lo stile di vita sbagliato. Se avesse pubblicato saggi sul diritto di abortire o sul cambiamento di genere dei suoi figli (come fanno molte madri di ragazzini transgender) oggi probabilmente non sarebbe costretta ad affrontare un dramma che prosegue da mesi.La vicenda della famiglia nel bosco svela la profonda ipocrisia della nostra società. La quale da un lato consente a ragazzine minorenni di prendere senza ricetta farmaci abortivi o di assumere a spese dello stato bloccanti della pubertà, poi però giudica insana l'esistenza di bambini che vivono nei pressi di un bosco.Quei piccoli sono stati tolti ai genitori perché ritenuti socialmente isolati. Anche se erano sereni, interagivano con i vicini ed erano gioviali con tutti, a differenza di altri minorenni come il tredicenne del bergamasco che ha accoltellato la sua insegnante. Costui viveva in un mondo digitale parallelo fatto di rabbia e violenza, ha assaltato l'insegnante come in un videogioco, e pare abbia detto ai carabinieri di essere «dispiaciuto di non averla uccisa», e di aver avuto in programma di ammazzare anche i propri genitori. Mica viveva nel bosco, questo ragazzo. Stava con i suoi normalissimi genitori nella sua normalissima casa, e almeno una delle sue normalissime amiche sembra si fosse accorta che qualcosa non andava, ma non è scattato alcun meccanismo preventivo.No, la macchina coercitiva si è mossa per Catherine e i suoi figli, che ora non stanno bene per niente. Nei giorni scorsi i consulenti della famiglia hanno assistito a una videochiamata tra la mamma e i piccoli e, dice Cantelmi, «siamo rimasti impressionati dallo stato di grande sofferenza dei bambini, e non voglio entrare nei dettagli. Questo materiale sarà messo a disposizione dei giudici per la valutazione. Ma la domanda è semplice: a che serve tenere tre bambini di quell’età in quella struttura? Non serve certo socializzare, non serve certo ad andare a scuola, non serve certo a farli stare meglio», prosegue l’esperto. «Ormai è chiaro a tutti che questa situazione procura solo dolore». Ma forse, oggi, provare dolore è considerato normale.L’avvocato: «Normalmente prima di separare i figli dai genitori ci vogliono anni, qui invece si è agito di fretta e “manu militari”. E senza nemmeno usare, come si fa di solito, mediatori linguistici e culturali».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attacco-alla-famiglia-2676636695.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ignorata-perfino-la-cassazione-per-togliere-i-bimbi-ai-trevallion" data-post-id="2676636695" data-published-at="1774869320" data-use-pagination="False"> «Ignorata perfino la Cassazione per togliere i bimbi ai Trevallion» Giorgio Vaccaro è avvocato e docente a Verona, da molti anni si occupa di diritto di famiglia e sta seguendo con attenzione dall’inizio la vicenda della famiglia del bosco.Avvocato, che cosa non torna secondo lei nel provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha allontanato i tre bambini dei Trevallion?«Gli aspetti dei provvedimenti che maggiormente richiamano l’attenzione riguardano la tempistica e la estremizzazione della soluzione adottata sin dall’inizio. Più precisamente la tempistica dei provvedimenti che hanno impattato su questa famiglia è, rispetto alle tantissime altre situazioni nelle quali viene chiamato un Tribunale per i minorenni da una segnalazione dei servizi, singolarmente breve».Cioè?«Normalmente un intervento così estremo, come l’allontanamento di tre fratelli dal luogo della loro vita, interviene molto dopo, con una scansione di anni e non certo di pochi mesi. Il tempo che passa dalla segnalazione a un intervento giudiziale così invasivo come quello adottato è quello necessario alla effettuazione di interventi di sostegno con un programma di recupero delle competenze genitoriali. E, nei casi di difficoltà linguistica, come quelli evidentemente esistenti nel caso in questione, con la presenza – a garanzia dei genitori e della conseguente serena crescita nella vita dei minori – di più figure di mediatori, sia linguistici che culturali. Nel caso della famiglia “silvestre” non c’è, nei provvedimenti adottati, alcun richiamo a tali percorsi e al coinvolgimento di tali figure professionali che, per altro, non rappresentano una eccezione, ma sono ben conosciute dagli operatori del Tribunale per i minorenni, perché costantemente presenti, a fianco dei servizi sociali, quando si tratti di intervenire sulle dinamiche familiari. La stella polare dell’intervento è la tutela della serenità dei minori e l’intervento disposto si deve orientare a tutelare le figure genitoriali, esaltandone le competenze e, laddove immaginate deficitarie (dai servizi), adottando degli interventi formativi e di supporto e non certamente ablativi della serena convivenza di una famiglia».Questo però è un caso particolare rispetto alla media degli interventi.«Sì, è un caso straordinario rispetto alla normale realtà nella quale si trovano a dover operare i servizi sociali: questi infatti si trovano a svolgere la loro attività normale intervenendo su famiglie difficili in crisi manifesta e che presentano un ambiente quotidiano fatto di violenze fisiche e verbali nella coppia e in danno e in presenza di figli minori, fatto di condotte genitoriali con problematiche di grave dipendenza o abuso di sostanze (droghe o alcool), fatto di abbandoni o gravi inadeguatezze nell’assicurare ai figli conviventi un ambiente affettivo stabile e formativo. Tali specifiche non sono il frutto di un mio ragionamento personale, ma sono il senso che deriva dallo studio di quanto affermato dalle innumerevoli ordinanze della Prima sezione della Suprema Corte di Cassazione , quella che si occupa di “insegnare” ai giudici del Tribunale e a quelli delle Corti di appello la corretta lettura e il corretto modo di interpretare le norme di legge che regolano la materia».E che possiamo dedurne riguardo ai Trevallion?«Che nel caso della famiglia del bosco non vi era nessuna delle gravi criticità che sono presenti nella normalità degli interventi dei servizi sociali. A maggior ragione, quindi, era necessario un intervento in punta di piedi per assicurare ai quei minori e a quei genitori di poter raggiungere un grado di funzionamento migliore rispetto a quello immaginato non sufficiente dalla relazione dei servizi. Ma questo non è stato fatto; non è stata assicurata la presenza di mediatori, né linguistici né culturali, e si è preferito intervenire manu militari, come rispondendo ad una provocazione rispetto alle resistenze dei due genitori».C’è stato un indubbio irrigidimento delle istituzioni.«Questo è un aspetto centrale, ricordo infatti come il Tribunale per i minorenni abbia il compito di tutelare i minori, rispetto a quelle deficienze genitoriali che siano talmente gravi da poter richiedere l’applicazione di provvedimenti limitativi del libero esercizio della responsabilità genitoriale che, in forza del codice civile, costituisce l’unica legge alla quale deve richiamarsi ogni genitore nel vivere il suo rapporto con i figli. Il codice civile assicura a tutti i genitori in Italia la massima libertà nella esplicazione della responsabilità genitoriale e la sua eventuale limitazione, proprio perché impatta sul diritto del figlio a crescere nella propria famiglia (principio di legge anch’esso), deve essere assicurata non solo da una ipotesi di lettura della relazione dei servizi ma da un intervento specialistico che in un primo momento è quello del servizio pubblico della psichiatria infantile. Poi il processo, come è il caso di cui ci occupiamo, deve svolgersi con le modalità del giusto processo, attraverso la nomina di un consulente del giudice affiancato dall’opera insostituibile dei consulenti delle parti».Insomma sarebbe stato necessario sentire più consulenti prima di togliere i bambini?«Prima, e senza una relazione del Ctu, ogni provvedimento che limiti l’esercizio della responsabilità genitoriale, come è accaduto a L’Aquila, deve ritenersi atto straordinario ed è tanto straordinario che la Corte di Cassazione ha statuito come ben possa essere immediatamente ricorso avanti al suo cospetto, senza attendere il provvedimento finale di quel processo. Riassumendo, il tempo dei genitori con i figli è tema delicatissimo e centrale per la serena crescita dei minori e non può essere compresso e limitato senza il controllo immediato della Corte Superiore, proprio perché segna - sulla crescita dei minori coinvolti in una qualsivoglia limitazione del tempo con la mamma o il papà – un vero e proprio danno esistenziale e una compressione del primo diritto di ogni bambino, quello di vedersi assicurata la costante presenza dei genitori nella sua crescita».Riassumendo: sono state fatte tutte le verifiche necessarie prima di togliere i bambini?«No, non è stata fatta la prima e la più importante verifica a tutela dei bambini, ovvero quella dell’esistenza di una modalità di esercizio della responsabilità genitoriale che fosse di danno alla loro serena crescita, danno tanto grave da creargli dei problemi di sviluppo. Questo accertamento, che come è evidente costituisce il cuore di ogni processo della crisi famigliare, tema che studio ed affronto quotidianamente nei 30 anni della mia professione, è prodromico ad ogni provvedimento ablativo della competenza genitoriale, non per tutelare i genitori, ma proprio per garantire ai minori di non subire quei danni che sono stati somministrati purtroppo ai bambini di cui ci occupiamo. Quella triade di fratellini si è infatti vista - prima di ogni accertamento processuale degno di questo nome e da svolgersi nel loro interesse e che doveva essere il risultato finale della relazione del consulente di ufficio - stravolgere la realtà famigliare fatta non di abusi, urla, violenze o deprivazioni affettive, ma solo di un modo di vivere non consueto, in presenza di una diade genitoriale in armonia ed accogliente per tutti i figli: insomma un provvedimento abnorme».Che cosa di potrebbe fare concretamente per uscire da questa situazione ?«Credo che si debba rimettere al primo posto quanto richiesto, da sempre, dalla legge in Italia a tutti i giudici che si occupano delle crisi della famiglia: la centralità dell’interesse dei minori. E non un interesse generico o solo immaginato, ma quello indicato dalla norma stessa, ovvero il diritto di ogni figlio minore a mantenere rapporti significativi con entrambi i genitori e con i parenti e le famiglie dei genitori: nel nostro caso è stata immaginata una criticità dei genitori tale da troncare frettolosamente, e in assenza di una consulenza svolta con le garanzie del giusto processo, la vita di tre bambini, stravolgendoli e privandoli della figura del padre che hanno sempre avuto vicino con dei tempi di cura molto più importanti di tante altre famiglie, e limitando loro la figura della madre, con una compressione della attività di cura e supporto affettivo, che ha provocato molti più danni di quelli che immaginava di risolvere. Per uscire da questa situazione si potrebbe provvedere a riunire quella famiglia immediatamente, dando loro la possibilità di collocarsi nella casa messa a disposizione da terzi (se tanto preoccupa quella da sempre abitata) e così da proseguire gli accertamenti peritali in un contesto famigliare, che finalmente consenta al consulente esperto nominato, di far conoscere al giudice la verità di quella relazione familiare e non una cosa diversa. Che tutto è, meno che la verità di vita di quella famiglia e di quei minori, che per legge devono essere tutelati nella loro serenità di crescita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attacco-alla-famiglia-2676636695.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="ce-un-farmaco-abortivo-venduto-senza-ricetta-nei-supermercati" data-post-id="2676636695" data-published-at="1774869320" data-use-pagination="False"> «C’è un farmaco abortivo venduto senza ricetta nei supermercati» Dall’ultima relazione sull’aborto in Italia, appena resa disponibile dal ministero della Sanità, emerge come l’uso delle pillole abortive in Italia sia in continuo aumento, soprattutto fra le giovani donne. Di questo argomento si occupa da tempo il dottor Bruno Mozzanega, presidente della Sipre (Società Italiana Procreazione Responsabile). Di recente si è occupato soprattutto del farmaco chiamato EllaOne.Dottore, che differenza c’è tra la nota pillola abortiva Ru486 e un farmaco come EllaOne?«La Ru486 o mifepristone è ufficialmente utilizzata per l’interruzione di gravidanza e i suoi numeri rientrano in quelli che ha citato lei, nei 65.000 aborti circa riferiti dal ministero. È un farmaco che impedisce l’azione del progesterone, cioè dell’ormone pro-gestazione, pro gravidanza, che prepara l’utero ad accogliere il figlio. E lo è esattamente come EllaOne, che è un farmaco venduto senza alcuna necessità di ricetta nelle farmacie e nei siti medici di alcuni grandi supermercati. Quest’ultimo è un antiprogestinico, viene venduto alle donne come antiovulatorio da usare nella contraccezione d’emergenza fino a cinque giorni dopo il rapporto ritenuto a rischio. Uno studio pubblicato sul più importante giornale mondiale di medicina, il New England Journal of Medicine, ha dimostrato che con l’assunzione di due sole compresse di EllaOne si può interrompere la gravidanza fino a nove settimane».In sostanza la differenza è che la Ru486 è trattata da pillola abortiva, mentre EllaOne è trattato come un anticoncezionale di emergenza, anche se può provare aborti.«Questa pillola agisce impedendo l’annidamento di un concepito e i suoi numeri non rientrano in quelli comunicati dal ministero, ma si può stimare che su 500.000 pazienti che attualmente ne fanno uso all’anno solo in Italia, un 5% - quindi 25.000 gravidanze - non compaiano clinicamente perché l’embrione concepito non riesce ad annidarsi. Preciso: la nostra è una specie a bassa fertilità, su 100 rapporti a rischio nel periodo fertile ci si aspettano 6 gravidanze. Con questo farmaco ne compare meno di una, da qui la deduzione che ne spariscano 25.000 su 500.000». Quindi sostanzialmente si sta commercializzando una pillola contraccettiva che in realtà può essere considerata una pillola abortiva, questo è il punto?«Il punto è che si sta commercializzando, presentandola ingannevolmente come antiovulatoria, una pillola che è antinidatoria, meccanismo che non sarebbe permesso dalle nostre leggi. Viene data senza prescrizione e basta che una donna si rechi in due diverse farmacie per ottenerne due, cioè la dose che consente di interrompere la gravidanza fino a nove settimane. Peraltro ne bastano 60 milligrammi contro i 200 della Ru486, quindi è anche molto più potente della Ru486».Ma lei pensa che chi ne fa uso sappia che può essere usata come pillola abortiva?«Penso che tutti i medici sappiano queste cose. Mettiamo che io sia un medico che non ha a cuore la tutela della vita umana, un medico che va per le sbrigative. Viene una paziente e mi dice: “Dottore, saltiamola tutta questa trafila della legge, non ho voglia di farmi vedere, non ho voglia di andare in ospedale, di fare le procedure...”».Ebbene questo medico che potrebbe fare?«Potrebbe dire: “Prendi queste due compresse in due farmacie diverse, le mangi e quando sanguini vieni da me che ti ricovero per aborto spontaneo”. Questa è una via breve ma le strutture che hanno questo tipo di mentalità esistono: parlando con alcune persone che hanno una visione opposta rispetto alla mia sulla vita, mi hanno risposto che cosi per le donne è più facile abortire».Come Sipre vi siete rivolti a Aifa, l’agenzia del farmaco, facendo notare questi problemi.«Sì, il 16 febbraio dello scorso anno abbiamo fatto un’istanza ad Aifa per chiedere che EllaOne venisse trattata esattamente con la stessa normativa con cui è trattata la Ru486, di cui peraltro è più potente. Cioè tolta dalla farmacia e riservata solo a un uso ospedaliero».Risposta di Aifa?«Aifa si è riunita soltanto dopo che io ho mandato a tutti i membri della commissione scientifico-economica il testo dell’istanza, perché altrimenti penso che neanche si sarebbero occupati della cosa. Si sono riuniti in novembre e a metà gennaio mi hanno dato una risposta in cui si è scritto che lo studio da me citato è stato fatto in Messico, cioè in un contesto diverso dal nostro. Mi hanno risposto che in quello studio hanno usato due compresse, e che per la contraccezione d’emergenza ne viene raccomandata una e quindi non si possono fare paragoni. Come se la gravidanza in Messico fosse diversa da quella in Italia... Tutto ciò senza tener conto che lo studio che ho citato è stato così irrilevante da essere pubblicato sul più importante giornale medico del mondo, il New England Journal of Medicine. Da Aifa poi hanno aggiunto che l’Ema, l’agenzia europea del farmaco, non se n’è ancora occupata. Dato che noi facciamo quello che dice l’Ema non abbiamo ragione per prendere provvedimenti».È così?«Dal 2009 l’Ema descrive questo farmaco come un farmaco potenzialmente abortivo nel documento con cui l’ha messo in commercio in Europa. Nel 2009 hanno discusso del possibile uso off label del farmaco e hanno deciso che non c’è alcuna possibilità di evitare che venga usato per l’aborto. Nel 2015, quando hanno tolto l’obbligo di ricetta medica e deciso di continuare a darlo come anti ovulatorio, hanno scritto di aver chiesto al produttore di documentare che non potesse essere usato per interrompere la gravidanza, e che non era uscito alcuno studio al riguardo. Ma adesso la risposta c’è, ed è venuta da un gruppo indipendente che non ha alcuno sponsor. Aifa avrebbe il dovere di sollecitare Ema ad esaminare il problema, tanto più che per i farmaci che riguardano aborto e contraccezione ogni Stato può far valere la propria legislazione e tutte le nostre leggi tutelano la vita umana dal concepimento».Forse tutte queste lentezze e reticenze nascono dal fatto che la vendita di questo farmaco genera parecchi soldi.«Parliamo di un giro d’affari da 15 milioni all’anno solo in Italia».Quindi limitandone la circolazione si andrebbero a toccare notevoli interessi.«Questa è una delle spiegazioni più probabili. La seconda cosa che si può pensare è che si voglia continuare ad escludere l’embrione dal novero di chi ha diritto di cittadinanza e di tutela, nonostante le nostre leggi lo ribadiscano: anche la stessa 194 che dice che la vita umana va tutelata dal suo inizio. Inizio che la Corte di giustizia europea riconosce essere nel momento della fecondazione. La cosa grave è che ci sono 500.000 donne che usano questo farmaco e penso che la grande maggioranza di queste credano di impedire l’ovulazione, quindi sono ingannate. E lo sono in un ambito che è estremamente importante dal punto di vista intimo ed esistenziale. Io non posso dire a una donna che questa pillola fermerà l’ovulazione e al contempo sapere che con estrema probabilità quella donna concepirà, ma suo figlio a causa del farmaco non potrà proseguire la vita. Come si può disinformare a questi livelli?».
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
Continua a leggereRiduci
Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
Continua a leggereRiduci