
I manager di Atlantia confondono miliardi con milioni
Quella tabella campeggia a piena pagina sul sito di Atlantia nella sezione investor. E racconta i principali dati di bilancio del gruppo nel 2021. Ebbene i numeri sono corretti, peccato che gli uomini di Atlantia che gestiscono il sito abbiano confuso miliardi con milioni.
Tre zeri in meno che fanno apparire ridicolo il bilancio della holding posseduta al 30% dai Benetton. I ricavi non possono essere di 6,4 milioni di euro. Quella è il giro d’affari di una piccolissima impresa. Infatti i ricavi veri sono stati di 6,4 miliardi di euro. Così come il margine operativo lordo (Ebitda) è di ben 4 miliardi, altro che 4 milioni.
E così via: il debito finanziario netto di Atlantia è di 30 miliardi non certo di soli 30 milioni. Una banale svista certo. Ma per un gruppo impegnato in un’Opa miliardaria confondere miliardi con milioni è un segnale preoccupante. Si spera che non si sbaglino gli zeri questa volta.
Achtung baby. Nei corridoi di Rai 3 si aggirano loschi figuri in camicia nera che stanno rastrellando autori e conduttori non allineati, o dichiaratamente «sovversivi», per deportarli... al cancello. Una remigrazione professionale, per dir così.
«Tornate alle vostre occupazioni precedenti, o inventatevene un’altra, ma fuori di qui», sarebbe il messaggio degli scherani di TeleMeloni.
Eja-eja-fatti-più-in-là.
Ma l’Armageddon è davvero tale? Quando, marzullianamente, una stagione tv è appena finita e la nuova non è ancora cominciata, ecco che inizia il rimescolamento di carte. E pure di zebedei (i miei, nella fattispecie). Perché quando c’è la destra, una qualsiasi, al governo, è consuetudine stucchevole alzare la voce contro l’«okkupazione» della «più grande azienda culturale del Paese» da parte di Palazzo Chigi. Il che avviene se a essere chiuso è il «nostro» (perché lo conduciamo o perché lo guardiamo) programma. O se il contratto in scadenza - nostro o dei nostri beniamini - non è rinnovato per tempo.
In quel caso, parte lo Sturm und Drang: il «regime» ci vuole imbavagliati, silenziati, censurati, virtualmente tutti «evirati» (maschile sovraesteso). È il regime degli Indiscutibili.
Prendete gli ultimi tre giorni. Lunedì sera Stefano Bollani e Valentina Cenni annunciano via social che il loro programma Via dei matti n° 0 non tornerà. Lo fanno senza atteggiarsi a martiri, con una punta di naturale rammarico, in sostanza: «È stato bello, peccato, noi avremmo anche continuato, ma vuolsi così colà dove si puote, e più non dimandare».
Figuriamoci se gli indignados in servizio permanente effettivo si facevano sfuggire l’occasione per tuonare contro i «fascisti» al potere: «Vergogna! Schifo! Vomito! Non pagherò più il canone!», etc, etc.
L’altro ieri è stata la volta della radio. Con l’intervista di Zita Dazzi per Repubblica al conduttore di una «storica» trasmissione di Radio 2, titolo «Massimo Cirri: “Così stanno facendo morire Caterpillar”», che peraltro ha debuttato 30 anni fa.
Ieri ancora Repubblica «spara»: «Ora la destra vuole Rai 3. Stop alla show di Stefano Massini», Riserva indiana (con ascolti in linea con il titolo).
Oggi sui giornali ci sarà poi il quarto «inquietante» episodio: Federica Sciarelli fuori da Chi l’ha visto?? Peccato però che sia stata la stessa conduttrice a comunicare all’azienda e alla sua squadra di lavoro: «Scusate, sono un po’ stanchina» (il che dopo 22 anni è pure comprensibile). La separazione è dunque consensuale, con tanto di comunicato congiunto: la tv pubblica e la giornalista «stanno ragionando insieme» su altri possibili impegni comuni.
Nota a margine: il 18 giugno la tv di Stato ne aveva diffuso un altro, in cui si esprimeva «sorpresa» davanti alle esternazioni di Cirri: «Leggiamo con stupore della possibile chiusura della trasmissione Caterpillar, notizia priva di fondamento. La direzione di Radio 2 sta lavorando ai nuovi palinsesti che verranno comunicati nei tempi e nei modi consueti» (curioso che la precisazione sia sfuggita a Repubblica, che sulla presunta «soppressione» è tornata appunto il 23).
Il dettaglio ci porta però al punto. Al netto della qualità dei format, la domanda sorge spontanea (facendo il verso a certi ritornelli ripetuti a sinistra): se questo non è un Paese per giovani, se la nomenklatura è più o meno sempre quella, se la classe dirigente è sclerotizzata, se ogni ricambio è precluso, com’è possibile, di grazia, che siano i palinsesti televisivi a dover rimanere immutabili?
Della Rai ma anche di Mediaset, che tuttavia è riuscita in una mission impossible: sostituire nella fascia dopo il Tg5 un programma che è nella storia del piccolo schermo come Striscia la notizia con l’edizione riveduta e corretta de La ruota della fortuna, e questo proprio perché è un’azienda privata che bada al sodo (in attesa di scoprire questa mattina quale sarà stato il «bottino Auditel» della prima puntata di Temptation Island).
Come ha rilevato Claudio Plazzotta su Italia Oggi: «Non smette di stupire l’impietoso confronto del dato di share di Canale 5 in prima serata: media del 20,83% nel maggio 2026 e del 13,5% nel maggio 2025, quando ancora esalava gli ultimi respiri l’access di Striscia la notizia» .
Chi lavora per la Rai, invece, si sente in diritto di rivendicare una sorta di usucapione della collocazione in palinsesto: sono qui da tanti anni, lo spazio è mio di diritto. Lo pensava Fabio Fazio, una vita in Rai prima di emigrare - sempre all’insegna dell’après moi le déluge - verso i ricchi lidi della Nove (che comunque ha tratto beneficio dall’acquisto, a differenza di quanto accaduto con Amadeus). Lo pensa sempre Bruno Vespa, che a Panorama il 10 novembre 2024, compiuti gli 80 anni, ha confidato: «L’unico che può mandarmi in pensione è il Padreterno. Indro Montanelli diceva che sarebbe uscito dalla redazione solo con i piedi in avanti? Lo capisco, le persone che non lavorano si deprimono» (ma pure i telespettatori che si sorbiscono sempre le stesse facce...).
L’intervista gliela fece il collega Giorgio Gandola, che scrive per La Verità e che era a Radio Rai in Giù la maschera, dove - con Peter Gomez, Alessandra Ghisleri e Luca Ricolfi - affiancava l’ex presidente Rai Marcello Foa. Trasmissione chiusa all’insaputa del conduttore, uomo di centrodestra. Quindi l’ha epurato la sinistra? Macché. Il «licenziamento» è avvenuto la scorsa estate. Nel silenzio generale.
Come avvenne quando non fu mandata in onda nemmeno la prima puntata, già registrata, di Cyrano, ideato da Massimo Fini, noto irregolare della corporazione giornalistica: fu oscurato dalla destra (era il 2003) e ignorato dalla sinistra. Non faceva parte della conventicola, il giro dei compagnucci della parrocchietta. Quelli che si stracciano le vesti in pubblico, «siamo agli ultimi giorni di Pompei», salvo ricomporsi appena firmano un nuovo accordo, sempre ben remunerato, tra l’altro.
Morale della fav(ol)a. In Rai hanno adattato il motto di Enrico Cuccia a proposito delle azioni societarie: gli ascolti si pesano, e non si contano. E quelli dei format de sinistra, come dicono a Trastevere, sono rilevanti di per sé.
Quindi: se a essere espulsa è una persona di destra, magari appena sbarcata nei palinsesti Rai, chissenefrega, se lo sarà meritato. Se a essere messa in discussione, anche solo in via ipotetica, è una figura «democratica e antifascista», il circo autoreferenziale fa muro. Più incrollabile di quello di Berlino. Perché a sinistra si cade sempre in piedi.
Sfidando ogni logica, secondo cui un percorso di riflessione dovrebbe condurre gradualmente dall’errore alla verità, la segretaria del Pd Elly Schlein, subito dopo la firma a Roma del protocollo Italia-Albania, si era dapprima pronunciata in forma dubitativa («sembra in aperta violazione con il diritto europeo», dichiarava a novembre 2023) per poi non avere più dubbi: «Questa procedura viola le leggi europee», sentenziava un anno dopo, a ottobre 2024.
Avrebbe mai immaginato Schlein che un gruppo influente di nazioni europee (Danimarca, Austria, Grecia, Germania e Paesi Bassi), sta valutando - la notizia l’ha anticipata la testata Politico - la possibilità concreta di replicare il modello Meloni trasferendo in Paesi terzi (il Ruanda e l’Uzbekistan, forse anche l’Uganda) i richiedenti asilo che hanno ricevuto un provvedimento di respingimento definitivo? Il ministro dell’immigrazione di Cipro, Nicholas Ioannides, aveva già anticipato che l’«idea generale» è quella di impostare i centri «forse in Africa o in Asia», ma «non vicino ai confini europei». E ora c’è anche una lettera in cui più della metà dei 27 Stati membri dell’Unione europea chiede alla Commissione di accelerare i tempi per la creazione di queste strutture di rimpatrio dislocate al di fuori dei confini comunitari, dove rimpatriare quei migranti che hanno già esaurito infruttuosamente tutte le vie legali per ottenere l’asilo politico e che si trovano quindi in una condizione giuridica di irregolarità che ne impone l’espulsione dal territorio europeo. Eppure, a Schlein erano andati dietro tutti: Giuseppe Conte (M5s) in commissione affari costituzionali («L’impianto del modello Albania viola le direttive sulle procedure d’asilo dell’Unione Europea», ottobre 2024), l’altro ex presidente del consiglio Matteo Renzi («L’accordo vìola lo spirito delle regole europee e della decenza», giugno 2024, «è solo un pasticcio giuridico e morale», ottobre 2024), il prezzemolino del piccolo schermo Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra che pochi mesi fa, a marzo, aveva definito la soluzione di Giorgia Meloni «un’operazione che è andata a sbattere contro le leggi europee e la realtà dei fatti». Anche secondo Nicola Fratoianni l’esternalizzazione delle frontiere era «una vergogna etica e una clamorosa violazione del diritto d’asilo europeo» (novembre 2023) e l’impianto normativo era «totalmente illegittimo. Le sentenze europee parlano chiaro: non si possono inventare “Paesi sicuri” per aggirare le tutele del diritto comunitario» (autunno 2024, durante i tavoli dell’opposizione e i ricorsi in tribunale). Per non parlare di Riccardo Magi (ironia della sorte, leader del partito +Europa) che a novembre 2023 si era spinto a parlare di «Guantanamo italiana» bofonchiando di una presunta «violazione del principio di non-refoulement» e insistendo, un anno dopo, sul «tentativo del governo di aggirare le tutele comunitarie giuridicamente incompatibile con il diritto europeo, che è sovra ordinato a quello nazionale». Così tanto «giuridicamente incompatibile» che lo scorso 1 giugno il Consiglio Ue e il Parlamento europeo hanno siglato l’accordo sul nuovo Regolamento rimpatri, approvato in via definitiva il 17 giugno, che ha introdotto la possibilità di allontanare i richiedenti asilo respinti verso hub o nei cosiddetti «Paesi terzi» (territori situati al di fuori dei confini dell’Ue) seguendo un modello simile proprio a quello del governo italiano di Giorgia Meloni. E oggi si apprestano - è il caso di dirlo, vista l’urgenza geopolitica e la pressione migratoria interna - a definire un cronoprogramma stringente per la realizzazione del progetto. «Il nostro obiettivo politico ed esecutivo è concludere i primi accordi bilaterali per la creazione di queste strutture esterne entro il 2026, in modo che l’intero sistema logistico e giuridico sia pienamente operativo a partire dal 2027», ha dichiarato il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Il modello Meloni della gestione extra-Ue dei flussi è, insomma, integrato e apprezzato dai principali governi Ue, guidati da coalizioni trasversali e nessuno lo vede come una provocazione ideologica italiana: è diventato, passo dopo passo, una linea programmatica condivisa a livello europeo, dopo che il cortocircuito burocratico in salsa Ue si è rivelato un sistema perfetto per alimentare l’irregolarità diffusa, la marginalità sociale e, di conseguenza, la profonda sfiducia del corpo elettorale europeo nei confronti delle istituzioni comunitarie.
Schlein però rimane sempre lì, sul «no» preventivo e categorico nonostante l’intera Europa, sinistra progressista inclusa, segua la strada pionieristica indicata dall’Italia. E c’è ancora chi contesta lo schema e si unisce alla coda dei «contrari per principio», ad esempio il presidente della Repubblica francese: «Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero», ha dichiarato Emmanuel Macron, aggiungendo di non essere sicuro che questa soluzione rappresenti «la nostra Europa». La sua, se Dio vuole, finalmente no.














