
I manager di Atlantia confondono miliardi con milioni
Quella tabella campeggia a piena pagina sul sito di Atlantia nella sezione investor. E racconta i principali dati di bilancio del gruppo nel 2021. Ebbene i numeri sono corretti, peccato che gli uomini di Atlantia che gestiscono il sito abbiano confuso miliardi con milioni.
Tre zeri in meno che fanno apparire ridicolo il bilancio della holding posseduta al 30% dai Benetton. I ricavi non possono essere di 6,4 milioni di euro. Quella è il giro d’affari di una piccolissima impresa. Infatti i ricavi veri sono stati di 6,4 miliardi di euro. Così come il margine operativo lordo (Ebitda) è di ben 4 miliardi, altro che 4 milioni.
E così via: il debito finanziario netto di Atlantia è di 30 miliardi non certo di soli 30 milioni. Una banale svista certo. Ma per un gruppo impegnato in un’Opa miliardaria confondere miliardi con milioni è un segnale preoccupante. Si spera che non si sbaglino gli zeri questa volta.
Siviglia, Valencia, Lisbona e Atene sono perfette in primavera: clima mite, città vivaci e prezzi ancora accessibili. Tra mare, cultura e tradizioni, quattro destinazioni ideali per vivere la stagione tra sole e vita all’aperto.
C’è un momento, ogni anno, in cui l’Europa ancora dorme sotto cieli grigi, ma a sud la luce cambia già colore. Si riaccendono i giardini, i balconi si riempiono di fiori, e la vita torna a scorrere più lenta e sorridente. La primavera, nel Vecchio Continente, non sboccia ovunque nello stesso momento: ci sono città che la sentono prima, che la accolgono con la grazia di chi vive da sempre a un passo dal mare e dal sole.
Siviglia, Valencia, Lisbona e Atene sono quattro tappe perfette per un viaggio che anticipa la bella stagione: luoghi dove si può già stare all’aperto, pranzare sotto un pergolato o ascoltare una chitarra nell’aria tiepida. E dove il portafoglio, se si viaggia con intelligenza, non si svuota.

Siviglia: la regina del sole andaluso
Visitare Siviglia in primavera è un’esperienza sensoriale totale. A marzo e ad aprile, quando l’arancio dolce inonda l’aria e le giornate superano già i 20 gradi, la città si veste per due degli eventi più belli della Spagna: la Semana Santa e la Feria de Abril, che trasforma le rive del Guadalquivir in una festa di colori, musica e flamenco.
Tra le vie bianche del Barrio de Santa Cruz, si cammina fra patio fioriti, chiese e piccole taverne dove il tempo sembra fluire più lento. L’Alcázar, con i suoi cortili moreschi, è un trionfo di geometrie e luce. E quando il tramonto colora di rosso la Plaza de España, si capisce come mai Siviglia sia considerata una delle città più fotogeniche d’Europa.
Dove mangiare:
- Bodega Santa Cruz – Las Columnas: per assaggiare la vera cucina andalusa senza spendere troppo. Questa storica bodega si trova a due passi dalla cattedrale: tapas semplici, jamón tagliato al momento e vino locale.
- La Brunilda per chi vuole un tocco più moderno, ma sempre a prezzi accessibili.
Dove dormire: gli hotel boutique di Siviglia sono spesso ospitati in antichi palazzi con patio interno.
- Hotel Casa 1800, centralissimo e romantico, ma anche buon rapporto qualità-prezzo.
- Hotel Simon, a due minuti dalla Cattedrale, con fascino d’altri tempi e tariffe gentili.
La primavera è la stagione perfetta per esplorare l’Andalusia: clima ideale, luce limpida e prezzi ancora fuori dall’alta stagione.

Valencia: il mare, gli aranci e la città che rinasce
Valencia è una delle città spagnole più vivibili e sottovalutate, e in primavera esplode. Il clima è ideale, con 22-23 gradi a marzo-aprile e brezze profumate che arrivano dal mare. È conosciuta per Las Fallas, la festa di marzo durante la quale enormi figure di cartapesta vengono bruciate tra musica e fuochi d’artificio: un mix di arte, ironia e follia tutta valenciana.
Ma Valencia è anche cultura e architettura contemporanea. La Città delle Arti e delle Scienze di Santiago Calatrava stupisce con le sue forme futuristiche, mentre il Mercado Central, sotto una cupola liberty, è il posto perfetto per un pranzo a base di paella autentica e frutti di mare.
Dove mangiare:
- per la paella valenciana, il consiglio è scendere fino alla Malvarrosa, il quartiere marittimo: il ristorante La Pepica, storico e vista mare, serve la versione tradizionale con pollo e coniglio.
- Chi preferisce uno spot più giovane e informale, troverà nel Mercado de Colón molti bistrot di ottimo livello.
Dove dormire:
- vicino al centro storico, Zalamera BnB offre camere curate e una terrazza assolata per la colazione.
- Per chi cerca un’atmosfera più bohémienne, le pensioni nel quartiere di Ruzafa sono piene di arte, caffè e locali autentici, con prezzi ancora abbordabili.
Valencia è perfetta anche per chi ama le due ruote: le piste ciclabili collegano il centro al mare, seguendo il verde del parco del Turia, un ex letto del fiume trasformato in un giardino urbano tra i più belli d’Europa.

Lisbona: luce d’oceano e malinconia felice
Lisbona in primavera è pura poesia. La città si risveglia prima, sospesa tra la brezza dell’Atlantico e le note malinconiche del fado. Le jacarande fioriscono già a fine marzo colorando le colline di lilla, mentre i tram gialli arrancano sulle salite del Bairro Alto sotto un cielo azzurro che sa già d’estate.
È il momento ideale per scoprire la città senza la folla dei mesi caldi: si può salire al Castelo de São Jorge senza code, camminare per l’Alfama perdendosi tra le case color pastello, o prendere il treno fino a Belém, tra la Torre e il Monastero dos Jerónimos, due capolavori manuelini che brillano al sole.
Dove mangiare:
- niente batte un pranzo al Mercado da Ribeira (Time Out Market), dove si può scegliere tra le proposte di chef e locali storici con ampia scelta a prezzi medi.
- Per la sera, nel quartiere di Graça, O Pitéu da Graça è un ristorante che offre cucina tipica portoghese. Ottimo rapporto qualità-prezzo.
Dove dormire: Lisbona offre sistemazioni per ogni portafoglio.
- Per comfort e fascino, l’LX Boutique Hotel vicino a Cais do Sodré regala viste sul Tago e camere intorno ai 100 euro a notte.
- Chi vuole risparmiare può puntare sul Lost Inn Lisbon, moderno ostello con camere private e atmosfera da viaggio d’autore.
La primavera è la stagione ideale per vivere Lisbona in modo autentico: vie fiorite, clima mite e vita culturale in pieno fermento, ma ancora senza la ressa estiva.

Atene: la luce delle origini
Poche città al mondo sanno accogliere la primavera come Atene. La capitale greca, sospesa tra mito e caos, si trasforma da marzo in un regalo di luce: giornate già calde, cieli limpidi e profumo di timo e limoni. L’Acropoli, vista al tramonto, è un’esperienza quasi mistica; ma anche i quartieri più semplici, come Psiri o Koukaki, emanano un’energia vitale e sincera.
Aprile è anche il mese della Pasqua ortodossa, una delle più sentite d’Europa: le processioni, i fuochi e i canti che si levano nelle chiese fino a notte fonda offrono uno spettacolo unico, tra sacro e umano.
Dove mangiare: Atene è sorprendentemente accessibile.
- In centro, Kostas (ad Agias Irinis Square) prepara il miglior souvlaki della città a pochi euro.
- Per una cena più rilassata, Diodos, ai piedi dell’Acropoli, ha una terrazza panoramica e piatti greci curati a prezzi onesti.
Dove dormire:
- A for Athens è un classico con vista accecante su Monastiraki e sull’Acropoli;
- ma ottimo è anche Cecil Hotel, in un edificio neoclassico con tariffe molto vantaggiose.
Fuori dal centro, il quartiere di Exarchia offre B&B gestiti da artisti, con atmosfere alternative e prezzi più che umani.
Un tour del tepore e della luce
Il filo rosso che lega Siviglia, Valencia, Lisbona e Atene è la luce — quella che arriva presto, accarezza i muri color crema, scalda i caffè all’aperto e invita a restare fuori fino a tardi. In queste città la vita, in primavera, torna a respirare a pieni polmoni.
Non servono grandi budget né itinerari complicati: bastano scarpe comode, curiosità e la voglia di rallentare. Il bello del Sud, in fondo, è proprio questo — l’arte di vivere bene, anche con poco.
Così, mentre il Nord ingrigito aspetta ancora la bella stagione, laggiù gli alberi sono già in fiore, i tavolini si riempiono, e il sole disegna sulle piazze quell’ombra leggera che sa di rinascita.
La primavera in anticipo è un privilegio che vale il viaggio.
A poco più di due mesi dal via, la città messicana che dovrà ospitare quattro partite del Mondiale vive sospesa fra il grande racconto dell'evento e una realtà fatta di violenza, narcotrafficanti, desaparecidos, piani speciali di sicurezza e ferite mai chiuse.
C’è un’immagine che racconta Guadalajara in Messico meglio di qualsiasi slogan promozionale: lo stadio Akron illuminato, i tornelli aperti, le maglie delle nazionali in campo e, tutto attorno, un anello fitto di uomini armati, convogli scortati, pattuglie, controlli, corridoi protetti. Il playoff mondiale del 27 marzo tra Giamaica e Nuova Caledonia, quasi cinquantamila spettatori sugli spalti, è stato presentato come una prova generale riuscita. Ed è vero. Ma è stato anche qualcos’altro: la dimostrazione plastica che, qui, il prossimo Mondiale non arriverà soltanto con il suo carico di bandiere, sponsor e televisioni. Arriverà, semmai, sotto scorta.
Guadalajara è una delle città simbolo del calcio messicano, una metropoli dove il pallone ha una densità emotiva diversa da quella di tanti altri luoghi del centro America. Non è una sede di complemento. Nel 2026 ospiterà quattro partite della fase a gironi, fra cui una gara del Messico, e proprio per questo il suo peso è maggiore del semplice numero delle date in calendario. Una cosa è riempire uno stadio; un’altra è garantire che attorno a quello stadio, e attorno alla città che lo ospita, regga l’ordine pubblico necessario a un evento globale.
Il punto di rottura è arrivato a fine febbraio. Dopo l’operazione militare che ha portato alla morte di Nemesio Oseguera Cervantes, «El Mencho», capo del Cartello Jalisco Nueva Generación, il Jalisco è stato attraversato da una scia di ritorsioni: auto incendiate, blocchi stradali, scontri, paura. Reuters ha riferito che quattro partite del calcio messicano vennero rinviate per ragioni di sicurezza; Ap ha parlato di almeno 70 morti nell’ondata di violenza successiva, con Guadalajara improvvisamente finita al centro di una domanda che fino a poche settimane prima sembrava quasi sconveniente porre: e se il problema, per il Mondiale, non fosse il calcio ma tutto il resto?
In quei giorni il governo federale ha dovuto fare una doppia operazione. Da una parte rassicurare la Fifa e il pubblico internazionale; dall’altra mostrare ai messicani che la situazione non stava sfuggendo di mano. Il presidente Claudia Sheinbaum ha detto che per i visitatori «non c’è rischio»; Gianni Infantino ha parlato di «piena fiducia» nel Messico come Paese ospitante. Sono parole necessarie, quasi obbligate, ma proprio per questo rivelatrici: quando bisogna rassicurare così tanto, è perché la crepa si vede già.
La risposta formale è stata il Plan Kukulkán, illustrato a marzo in Jalisco dalla presidente insieme ai vertici della sicurezza. A quanto pare il piano coinvolge più di 20 agenzie federali e locali; il dispositivo complessivo annunciato per il torneo in Messico ruota attorno a circa 100 mila effettivi fra forze armate, Guardia Nacional, polizie e sicurezza privata. Sono previste task force dedicate per ciascuna delle tre città ospitanti, addestramento specializzato, sistemi di allerta, protezione per stadi, hotel, aeroporti e tratte stradali, oltre a un monitoraggio rafforzato sulla mobilità urbana, tema che Fifa stessa considera cruciale quanto quello della sicurezza pura.
Ma basta leggere le cronache del test-match di marzo per capire che Guadalajara non sta solo «preparando» il Mondiale: lo sta già simulando dentro una cornice eccezionale. Reuters racconta di oltre duemila agenti impiegati per il playoff dello stadio Akron, di scorte alle delegazioni, di una presenza armata ben visibile e di dirigenti locali che lo hanno definito uno dei test più importanti prima del torneo. È un lessico che dice molto. In una città normale, la vigilia di una Coppa del Mondo si misurerebbe in lavori, hospitality, trasporti, percorsi tifosi. Qui si misura in uomini schierati, perimetri e deterrenza.
E tuttavia sarebbe un errore pensare che il caso Guadalajara si esaurisca nella violenza di febbraio. Il nodo è più profondo, più sedimentato, più doloroso. In Messico le persone scomparse sono oltre 132 mila e che il solo Jalisco pesa per circa il 10% del totale nazionale. Nei reportarge giornalistici si legge che, dallo scorso anno, gruppi civici di ricerca hanno rinvenuto almeno 500 sacchi con resti umani in quattro fosse entro un raggio di 20 chilometri dallo stadio Akron. Non è un dettaglio laterale: è il controcampo del Mondiale. Mentre il mondo si prepara a guardare le partite, il territorio che dovrebbe ospitarle continua a fare i conti con una geografia della scomparsa.
A questa ferita se n’è aggiunta un’altra, ancora più simbolica, emersa nei mesi scorsi sempre in Jalisco: il caso del ranch di Teuchitlán, dove attivisti e investigatori hanno trovato ceneri, frammenti ossei, vestiti e strutture compatibili con forni clandestini. Reuters ha riferito che la procura generale messicana ha poi denunciato gravi falle nell’indagine iniziale e ha aperto accertamenti sull’origine dei resti e sulle possibili complicità locali. Teuchitlán dista circa 65 chilometri da Guadalajara: abbastanza per non coincidere con la città-vetrina, troppo poco per poter fingere che si tratti di un altro mondo.
È da questa sovrapposizione di piani che nasce l’inquietudine attorno a Guadalajara. Da una parte c’è il racconto del futuro: i lavori, i flussi turistici attesi, le nazionali che scelgono la città come base, la speranza di un ritorno d’immagine enorme per il Messico. Dall’altra c’è la cronaca del presente: i desaparecidos, i collettivi che cercano fosse clandestine, i cittadini che vedono nell’evento anche il rischio di una gigantesca operazione cosmetica, un modo per ripulire il perimetro urbano senza affrontare la sostanza del problema. Reuters ha raccolto la voce di Héctor Flores, padre di un ragazzo scomparso, che ha definito il Messico una «fossa comune».
Anche la stampa statunitense ha colto questo cortocircuito. Le agenzie di stampa statunitensi raccontanl Guadalajara come il luogo in cui l’hype del Mondiale si scontra più bruscamente con la realtà del Jalisco: da un lato i trofei esibiti, i grandi eventi di avvicinamento, la retorica della normalità ristabilita; dall’altro i dubbi dei residenti, la paura che la morte di «El Mencho» apra nuovi squilibri interni al cartello, l’idea che il torneo finisca per essere protetto da una tregua armata più che da una sicurezza davvero consolidata. È un sospetto che nessun governo dirà mai ad alta voce, ma che attraversa il discorso pubblico.
Eppure il paradosso di Guadalajara è proprio questo: più la città mostra di essere pronta, più rende visibile ciò da cui deve difendersi.
Alla fine, il vero tema non è se lo stadio Akron sia pronto. Probabilmente lo sarà. Il tema è se lo saranno i suoi dintorni, le sue arterie, i suoi quartieri, la sua reputazione, la capacità dello Stato messicano di convincere il mondo che la sicurezza non è soltanto un apparato visibile, ma una condizione reale. Perché il calcio, a Guadalajara, resta la parte semplice: i novanta minuti, il rumore del pubblico, l’inno, la liturgia dell’evento. Il difficile è tutto quello che viene prima. E tutto quello che, fuori dall’inquadratura, continua a ricordare che il Mondiale del 2026, da queste parti, non si giocherà soltanto in campo.
La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore), leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare... Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani... Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».














