Partono i rimborsi di Autostrade agli automobilisti rimasti in coda per cantieri

Partono i rimborsi di Autostrade per chi è rimasto in coda per i cantieri
Via libera ai rimborsi del pedaggio autostradale per i consumatori colpiti dai disagi di cantieri e lavori sulla rete di Autostrade per l'Italia. Ma solo un «buffetto» alla società stessa per essersi attivata in ritardo.
L'Antitrust ha così concluso il procedimento su Aspi dando via libera, dopo alcune modifiche, al sistema di «cashback che consentirà «il diritto di ottenere rimborsi tra il 25% e il 100% del pedaggio a seconda della fascia chilometrica percorsa e del tempo di ritardo accumulato a causa dei disservizi generati dai cantieri di lavoro». Considerato poi «l'impegno di Aspi ad istituire un meccanismo automatico di rimborso tramite il Cashback» l'Antitrust ha ritenuto di applicare una sanzione nella misura minima (10.000 euro).
LE TAPPE
L'Antitrust si era mossa dopo che la società non aveva adottato alcuna misura che contemplasse una riduzione del pedaggio. Subito dopo l'avvio del procedimento, Aspi aveva presentato un programma sperimentale di rimborso progressivo del pedaggio, denominato Cashback.«Le misure assunte - sottolinea l'Antitrust - consentiranno ad una vasta platea di utenti che ne matureranno il diritto di ottenere rimborsi. In particolare, già entro il mese di maggio, sono previsti rimborsi per ritardi a partire da 10 minuti per viaggi fino a 99 km e ad almeno 15 minuti per tutte le altre fasce (fino oltre i 500 km), calcolati prendendo a riferimento la velocità media storica che per i veicoli leggeri è pari a 100 chilometri mentre per i veicoli pesanti è pari a 70 chilometri».
Semaforo verde dell'Antitrust alle modalità di erogazione del rimborso, il cui processo è gestito tramite apposita applicazione denominata “Free to X”, scaricabile gratuitamente dagli utenti, ed in futuro, anche tramite apposita sezione del sito internet di Aspi. L'erogazione del rimborso avverrà in maniera automatica, anche nell'ipotesi di ritardo minimo, con qualsiasi metodo di pagamento (telepedaggio, carte o contanti).
L'Antitrust ha rilevato però che l'attuazione di tutte le misure proposte si concluderà entro la fine del 2022 e questo è il motivo per il quale ha comunque ritenuto che il comportamento di Aspi attuasse una violazione del Codice del Consumo. Tuttavia, considerato lo sforzo di ASPI connesso all'introduzione del Cashback, che costituisce un'iniziativa senza precedenti nel panorama europeo dei servizi di trasporto su strada, l'Antitrust ha ritenuto di applicare una sanzione pecuniaria minima di 10.000 euro.
LE REAZIONI
«Il via libera dell'Antitrusi sul cashback ci fa piacere perché' denota una misura di attenzione all'utenza - ha detto l'Ad di Aspi Roberto Tomasi, a Genova per un convegno sulle infrastrutture. «Nel cashback ci sono potenzialita molto piu elevate - ha aggiunto l’Ad - e ovviamente la Liguria è la palestra di verifica della nostra capacita di essere vicini ai nostro utenti che tutti i giorni comprendiamo che vivono grandi complicazioni di trasporto. Dobbiamo anche far capire quanto sia importante la necessita di ammodernare la regione più' complessa a livello nazionale»
Reazione diversa da parte dei Consumatori. « Si stabilisce il sacrosanto principio, da noi sempre sostenuto, che chi viaggia in autostrada, dato che paga un pedaggio, ha diritto di poter andare velocemente e non certo di restare in coda per ore per colpa dei cantieri" afferma Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori - Perplessità, invece, per l'importo irrisorio della sanzione» «Insufficienti - per il Codacons i rimborsi del pedaggio per gli automobilisti coinvolti nei disservizi autostradali, e devono essere previsti anche indennizzi in denaro per i disagi subiti lungo la rete».
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Mattinata di paura ieri a Modena, dove, intorno alle 10, don Rodrigo Grajales Gaviria, un sacerdote colombiano di 45 anni, è stato accoltellato alla schiena e alla gola in via Castelmaraldo, nel centro della città. Il religioso, vice parroco della parrocchia San Giovanni Evangelista di via Diena e sacerdote di riferimento della comunità sudamericana di Modena, è stato trasportato all’ospedale di Baggiovara dal personale del 118, dove è stato operato d’urgenza. Secondo le informazioni diffuse nel pomeriggio di ieri don Rodrigo non sarebbe in pericolo di vita.
A salvarlo, probabilmente, è stato l’immediato intervento di un residente di via Castelmaraldo, che ha poi chiesto aiuto al personale di una vicina trattoria. Il sacerdote perdeva sangue vistosamente, ma i camerieri hanno bloccato l’uscita del sangue con stracci e canovacci e chiamato immediatamente i soccorsi, che sono intervenuti con un’ambulanza e l’auto medica del 118. Sull’episodio sono in corso indagini dei carabinieri, accorsi sul posto insieme al personale sanitario, che vista la brutalità dell’aggressione procedono con l’ipotesi di reato di tentato omicidio. Al momento i militari dell’Arma sono al lavoro per cercare di dare un volto e un nome all’aggressore. Le indiscrezioni diffuse nella tarda serata di ieri parlano di un giovane, probabilmente nordafricano, fuggito dopo aver colpito (sembra senza proferire parola) il missionario, che si trovava in centro per alcune commissioni prima di partire per una missione all’estero. Una ricerca resa ancora più complessa dall’assenza di telecamere nell’incrocio dove è avvenuta l’aggressione.
Al riguardo, i carabinieri del nucleo investigativo hanno ascoltato testimoni e hanno acquisito le immagini delle telecamere della zona per identificare il responsabile. Come detto, gli investigatori sarebbero sulle tracce di una persona giovane. Si sta cercando anche di chiarire se possono arrivare elementi utili dai contatti avuti dal prete nelle ultime ore. La parrocchia di San Giovanni Evangelista dista circa un chilometro e mezzo dal luogo dell’accoltellamento del sacerdote, poco più di 20 minuti a piedi. Un tragitto che, al momento, rende impossibile ipotizzare concretamente un legame tra l’aggressione e la missione pastorale del sacerdote colombiano. Il fatto che l’assalitore abbia colpito don Rodrigo alle spalle rende però poco verosimile l’ipotesi di una rapita finita male.
Le prime risposte arriveranno probabilmente quando il sacerdote potrà essere ascoltato dagli investigatori e raccontare se in passato c’erano state tensioni con qualche parrocchiano. O se invece (e sarebbe l’ipotesi più inquietante) l’aggressore non conosceva il sacerdote, e ha scelto la vittima senza una ragione precisa.
Chi lavora nella zona punta il dito sulla sicurezza. In una dichiarazione al Resto del Carlino il barista di un locale vicino al luogo dell’aggressione non usa mezzi termini: «Quando sono arrivato era ancora a terra È stato trafitto alla giugulare, non si sa ancora da chi». Poi attacca: «In questa zona siamo messi così». Immediata la reazione del sindaco Massimo Mezzetti, a capo di una giunta di centrosinistra, che ha parlato di «un gravissimo fatto, accaduto in pieno giorno in una zona non certo isolata», chiedendo che «venga fatta piena luce». A don Rodrigo, aggiunge Mezzetti, «la massima solidarietà», e l’augurio che «si rimetta presto in forze». Belle parole, sicuramente sincere, ma che sostanzialmente ignorano l’escalation di episodi inquietanti che dopo Natale hanno investito Modena e i Comuni limitrofi.
A Castelfranco Emilia, la sera del 28 dicembre, una ventiquattrenne di Vignola, mentre era in compagnia sua amica nei pressi di un esercizio pubblico, è stata vittima di un atto di molestia da parte di un uomo, descritto come uno straniero di corporatura robusta tra 25 e 30 anni Circa un’ora dopo, mentre la ragazza stava tornando verso la sua auto insieme a due amiche, la giovane è stata nuovamente assalita dallo stesso uomo, che l’ha scaraventata a terra con brutalità. Una ventottenne del gruppo, intervenuta in difesa dell’amica, è stata a sua volta spintonata con forza contro un muro, riportando contusioni al volto e alla mano. L’aggressione si è fermata solo grazie all’intervento di un conoscente dell’uomo, che lo ha convinto ad andare via.
Il 29 dicembre, in pieno giorno, una banda di rapinatori, probabilmente originari dell’Est Europa, ha fatto un colpo in una villa isolata, ubicata nelle campagne modenesi tra l’area dei Torrazzi e il fiume Panaro. Il commando di rapinatori, che sembra fosse composto da sei persone con il volto coperto, ha fatto irruzione armi in pugno nella proprietà intorno alle 9, sorprendendo la famiglia all’interno dell’abitazione. I malviventi avrebbero immobilizzato e legato i proprietari sotto la minaccia delle armi, costringendoli a consegnare denaro e oggetti preziosi. Dopo aver messo a soqquadro tutta la villa, la banda è fuggita a bordo di un’Audi Q7 sottratta alle vittime.
Lo speciale contiene tre articoli
Non si arresta la bufera che sta travolgendo Alfonso Signorini. Il giornalista e conduttore televisivo è indagato dalla Procura di Milano per violenza sessuale ed estorsione sulla base di un esposto presentato nei giorni scorsi dall’ex concorrente del Grande fratello Antonio Medugno.
La notizia, che nel tardo pomeriggio di ieri è stata confermata da fonti investigative, ha agitato il mondo dello spettacolo e non solo. Il «sistema Gf» potrebbe trasformarsi in uno tsunami. L’iscrizione nel registro degli indagati di Signorini è tecnicamente considerata dagli inquirenti «un atto dovuto» per cercare di fare luce su quanto raccontato da Medugno, ex concorrente del noto reality show. Lo scorso 24 dicembre, il giovane modello ha presentato una denuncia contro Signorini per violenza sessuale ed estorsione. La denuncia è stata poi resa nota da Fabrizio Corona in una puntata di Falsissimo, il programma di gossip dell’ex agente fotografico che ha sollevato lo scandalo. È stato lo stesso Corona, nelle scorse settimane, a spiegare come si poteva diventare un concorrente del Gf. A suo dire, l’accesso al Grande fratello sarebbe stato «facilitato» dal giornalista (che è stato conduttore del reality per diverse edizioni) in cambio di «favori sessuali». A dimostrazione di ciò, Corona aveva anche mostrato vari screenshot di scambi di messaggi con alcuni ex partecipanti del Grande fratello. Dopo le accuse lanciate dall’ex paparazzo, Signorini ha presentato una denuncia da cui è scaturita un’inchiesta che vede l’ex «re dei paparazzi» indagato per diffusione di immagini a contenuto sessualmente esplicito.
Ma la vicenda non è finita qui. Signorini si è preso prima una pausa dai social, eliminando i suoi profili, e poi due giorni fa ha annunciato di «autosospendersi» da Mediaset. L’azienda ne ha preso atto. Ma da ieri il «caso» si allarga: Signorini è indagato e denunciato da un ex gieffino. Questo fascicolo è adesso affidato al pm Letizia Mannella. «Abbiamo quanto necessario per dimostrare che quella denunciata è una ricostruzione dei fatti balorda, come lo sono gli autori della denuncia», ha spiegato all’Agi l’avvocato Domenico Aiello, difensore di Alfonso Signorini. «Gli autori della denuncia», ha aggiunto il legale, «sono disposti a tutto, anche a rovinare la vita delle persone, per guadagnare milioni di euro. È quella che definisco l’etica della monnezza».
Sulla vicenda è intervenuto pure l’avvocato Giuseppe Pipitella, che assieme all’avvocato Cristina Morrone assiste l’ex concorrente del Grande fratello Antonio Medugno: «L’apertura del fascicolo di indagine a carico del conduttore televisivo Alfonso Signorini è un atto dovuto, ma questo non riduce l’importanza di questo atto e la necessità di fare chiarezza su una vicenda potenzialmente destabilizzante per buona parte del sistema mediatico italiano». «Abbiamo massima fiducia nella magistratura», ha aggiunto l’avvocato Pipitella, «che ringraziamo. Siamo contenti che l’atto dovuto sia stato messo in atto così rapidamente».
Fabrizio Corona ha subito detto la sua dopo la notizia dell’autosospensione da Mediaset di Signorini e ha sbottato in un video pubblicato sui suoi canali social: «Che strano Paese che è l’Italia: quando suona l’allarme non vanno a vedere se c’è qualcuno in casa, ma corrono a spegnere l’allarme. Vergogna! E sapete perché? Perché l’allarme sono io». «L’allarme non si spegne, tornerò a gennaio e vi dimostrerò che è vero…», ha assicurato Corona. Che ha voluto respingere al mittente le accuse di chi gli diceva che «si è inventato tutto». «Ho tante di quelle chat ancora da farvi leggere, ho tante di quelle prove, ho tanti di quei documenti che vi faranno tremare», è la «bomba» anticipata da Corona. La bufera che ha travolto Signorini e il Gf non tende a placarsi. Mentre la vicenda prosegue sul piano giudiziario, ci si interroga anche sul futuro del Grande fratello vip. Dopo la decisione del conduttore di autosospendersi, si apre ufficialmente la corsa alla successione per uno dei programmi di punta del Biscione, il cui ritorno in onda è previsto per marzo 2026. La partenza del programma non sembra al momento in discussione, si è ufficialmente aperto il toto-nomi per il nuovo conduttore.
Secondo le prime indiscrezioni, sarebbero due i profili favoriti. Il primo è quello di Ilary Blasi, che rappresenterebbe un ritorno alle origini avendo lei condotto il programma con i vip dal 2016 al 2018. Il secondo nome forte è quello di Michelle Hunziker, volto di punta della rete e gradita sia al pubblico sia ai vertici. Ma la rosa dei candidati è più ampia. Dall’azienda amministrata da Piersilvio Berlusconi, però, non è arrivata al momento nessuna smentita e nessuna conferma. Alfonso Signorini, due giorni fa, attraverso i suoi legali, aveva spiegato la decisione di autosospendersi in «via cautelativa da ogni suo impegno editoriale in corso con Mediaset». Il gruppo di Cologno Monzese ne ha preso subito atto ribadendo il «dovere di tutelare l’integrità delle proprie attività e dei prodotti editoriali».
Alfonso, una vita in mezzo ai vip tra foto, moda, scoop e inchieste
Poliedrico è dir poco. Melomane e regista di opera lirica, raffinato uomo di lettere, ma anche re del gossip e adesso pure indagato per violenza sessuale ed estorsione. Alfonso Signorini è questo e molto altro. Nato nella periferia di Milano, nel quartiere Affori, il 7 aprile 1964. Figlio della media borghesia (papà impiegato e mamma casalinga), ha una solida formazione scolastica.
Diploma al Liceo Classico Omero, laurea in Lettere classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore, diploma di pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi. Ha ottenuto anche una laurea in Filologia medievale e umanistica, con una tesi su Lorenzo Valla, filologo e umanista del 1400. Terminati gli studi inizia a insegnare italiano, latino, greco, storia e geografia al liceo classico dell’Istituto Leone XIII, a Milano. Più tardi, scriverà libri apprezzati e di successo tra cui una ricca biografia di Maria Callas.
All’epoca era anche fidanzato in casa con una ragazza. Ma superati i 30 anni decide di cambiare radicalmente la propria vita e di fare coming out, senza, però, dare un peso politico alla sua omosessualità. Comincia a fare il giornalista alla Provincia di Como e poi entra in Mondadori, dove scala tutti i gradi del cursus honorum all’interno del settimanale Chi, dove diventa condirettore di Silvana Giacobini. Ma tra i due qualcosa si rompe e Signorini viene allontanato. Nel frattempo è entrato nelle grazie di Carlo Rossella, direttore di Panorama, di Piero Chiambretti (che lo ha ingaggiato, nel 2002, come ospite fisso, in veste di esperto di costume e gossip, nella sua trasmissione Chiambretti c’è) e di Lele Mora, che lo ha inserito nella sua scuderia di personaggi televisivi, uno dei suoi «talent», la sua faccia sorridente compare sul sito dell’agenzia LM Management tra Costantino Vitagliano e Daniele Interrante. Signorini scrive per Panorama e la sua consacrazione è proprio una copertina insieme a Chiambretti, entrambi vestiti da bambini (il titolo è «Rimbambini»). Signorini, da oscuro collaboratore di giornali diventa un personaggio da prima pagina. E la Mondadori decide di puntare su di lui. Pensa di affiancarlo in veste di condirettore anche a Umberto Brindani, chiamato a sostituire la Giacobini alla guida di Chi. Alla fine Signorini si deve accontentare dei gradi di vicedirettore e deve accettare di farsi cancellare dall’elenco dei «talent» di Mora.
Per un giornalista essere associato a un personaggio chiacchierato come l’ex parrucchiere di Bagnolo di Po non è un gran biglietto da visita. Ma c’è un dato che accompagna la biografia di Signorini come una costante: il suo nome torna attorno ad alcuni dei più seguiti e delicati meccanismi del mondo vip. Il primo grande snodo è Vallettopoli, l’inchiesta coordinata nel 2007 a Potenza dal pm Henry John Woodcock, che scoperchiò il sistema delle foto, dei favori e delle mediazioni attorno a personaggi pubblici, politici e dello spettacolo. In quel contesto, durante gli interrogatori dei fotografi delle agenzie di stampa, emerse anche il nome del direttore di Chi. La spiegazione fornita fotografava un ruolo centrale: Chi, infatti, secondo i fotografi era l’approdo. Signorini, chiamato in causa come direttore della testata di riferimento del gossip italiano, rispose con una linea netta e invariata nel tempo, parlando di «assoluta estraneità» e di «totale trasparenza e correttezza nello svolgimento della sua attività professionale». Vallettopoli, però, non rimase un caso isolato. Negli anni successivi, a Milano, il pm Frank Di Maio indagò su altri filoni legati al mercato delle immagini dei vip, alle foto ritirate, alle mediazioni tra fotografi, agenzie e settimanali. Gli investigatori non volevano più sapere solo dei «malamente» che provavano a ricattare i vip, ma volevano salire di livello e scoprire chi offriva loro una sponda, accettando di acquistare servizi fotografici compromettenti e di metterli in un cassetto. E cominciarono a puntare sulle figure chiave di quel mondo: i direttori delle riviste a cui tutti si rivolgevano quando c’era uno scatto sensibile o una foto che poteva danneggiare le carriere. Ma il pm si ammalò e morì, portandosi dietro i segreti di quell’inchiesta.
Ma il nome di Signorini ricomparve con il caso di Piero Marrazzo, il governatore dem del Lazio finito in una brutta storia di trans e cocaina.
Nel 2009 i titolari di un’agenzia fotografica cercarono di vendere il video in cui il politico era in compagnia della escort Natalie. Signorini, in Tribunale, spiegò che non era pubblicabile, perché «era una chiara violazione della privacy». E, così, decise di informare il suo editore. Lo stesso accadde con Silvio Sircana (allora portavoce del premier Romano Prodi immortalato mentre parla con un trans in una strada di Roma): «Informai i vertici aziendali, anche se in quel caso non era in gioco la violazione della privacy ma quella della sfera sessuale». Di quel video, spiegò Signorini, conservò «una copia nel pc», che poi consegnò ai carabinieri. Emerge una dimestichezza totale non solo con la dimensione dei vip, ma anche con i risvolti politici.
Dentro questa traiettoria, fatta di carta patinata, televisione generalista e costume, a un certo punto compare anche un racconto antagonista. È quello di Fabrizio Corona, che, con La Verità, da Dubai, dove è in vacanza, rivendica il ruolo di detonatore del caso e che, parlando di Signorini, proprio a proposito dell’inchiesta di Woodcock usa toni e parole senza mediazioni. Costruisce subito un parallelismo con il suo passato, rivendicando una differenza numerica e morale: «Io su 10.000 servizi fotografici ne ho ritirati otto in dieci anni. Lui ne avrà ritirati 500». Ma l’amarcord non è finito: «Ora è come a Potenza. All’epoca, nel mio caso, tutti i testimoni riferirono che non era un’estorsione, che le foto ritirate e non pubblicate venivano percepite come un favore, ma per i giudici era un’estorsione». E parte con un’equazione mediatica: «Prendiamo il caso Signorini: è uguale. Probabilmente molti testimoni diranno che non era violenza sessuale, ma il punto è che in cambio andavano al Grande fratello, bum, bum, bum». Poi riflette: «Qua c’è uno snodo sessuale». E aggiunge: «Lo agganci dal nulla (un aspirante, ndr), esponi il tuo potere, lo chiami, lo seduci, la butti sul sesso e poi dici: “Vuoi fare il Grande fratello?”. È il Me too italiano, l’ho detto». Corona, nel suo format Falsissimo, riconosce a Signorini di aver «fatto una carriera stratosferica». Ricordando, però, che «era seduto nell’ultimo posto a tavola, nell’angolino, a casa di Lele Mora. Me lo ricordo come se fosse ieri quando è arrivato Bobo Vieri che lo ha attaccato al muro perché faceva lo scrivano delle notiziole. Poi di colpo, attraverso una serie di cose, diventa direttore di Chi, comincia a scrivere libri e a condurre programmi, e comincia a diventare il capo della Bibbia del gossip, togliendo il posto a tutte le conduttrici». E a questo punto lo imita: «Beh, vabbeh, adoro». Un altro che ha conosciuto bene «Alfonsina la pazza» (copyright di Dagospia) è Gabriele Parpiglia, per anni braccio destro di Signorini a Chi. È Parpiglia a restituire, con parole personali, un’immagine filtrata dalla delusione. Risponde da New York: «Sto per entrare a teatro, ma in questi giorni ho dedicato ad Alfonso diversi pensieri». Uno è questo: «Se fossi ancora in rapporti con Alfonso, so che mi direbbe: “Parpi, per carità, ci mancava solo il Codacons (autore di un esposto dopo le rivelazioni di Falsissimo, ndr). Tu li conosci? Chiamali! Capisci!”. Perché in fondo è sempre stato così, la mano l’ho data continuamente io. Ma la sua, di mano, non l’ho mai trovata». Il racconto di Parpiglia si fa introspettivo e cupo: «In aereo ho fatto una gag dedicata a tutti quelli che sono riapparsi in questo periodo, desiderosi di farmi sentire il loro sostegno. Ma ora mi chiedo dov’erano quando in un anno solo ho perso Maurizio Costanzo, Bruganelli (Sonia, ex moglie di Paolo Bonolis del quale Parpiglia è stato un collaboratore, ndr) e Signorini?». Il racconto diventa ancora più crudo: «Dov’erano quando ho pensato davvero di farla finita? Dov’erano quando anche mia madre si è ridotta a mandare una mail a Signorini perché mi vedeva colpito sia nella mente che nel fisico, mentre annaspavo? Secondo voi il Sommo (Signorini, ndr) ha risposto a mia madre? Manco per idea e solo per questo non lo perdonerò mai e non proverò nemmeno pena». Il giudizio finale è netto, personale, senza appello: «Alfonso ha perso e sta male. Lo conosco. Non lotta, perché lui in guerra sarebbe l’ultimo dei soldati che si farebbe sparare. Preferirebbe nascondersi dietro un collega per sacrificarlo al posto suo». E conclude: «Gli mancherà la lucina rossa (quella della regia televisiva, ndr). Pazienza. Il mondo va avanti».
E anche le inchieste.
Si apre uno scorcio anche sul Me too gay?
Ieri è stata una grande giornata per il mondo arcobaleno: può finalmente dire di avere raggiunto la piena eguaglianza di diritti con gli eterosessuali. Tutto grazie alla vicenda che coinvolge, suo malgrado, Alfonso Signorini, indagato dalla Procura di Milano per estorsione e violenza sessuale.
Anche l’universo Lgbt, con qualche anno di ritardo, colma dunque una lacuna: ha il suo Me too, il suo scandalo catodico-sessuale a base di molestie. Il primo a spingere su questo tema è stato il gran maestro di cerimonie di questo grottesco circo del pettegolezzo esondato nelle aule di giustizia, ovvero Fabrizio Corona. Nel suo podcast Falsissimo ha indossato le vesti del giustiziere delle notti brave e ha sventolato sotto il naso degli italiani (che a milioni si sono avventati sul banchetto) risme di carta contenenti i messaggini inviati da Signorini medesimo ad alcuni giovanotti gonfi di muscoli e ambizioni. Più o meno si tratta dei peccati di cui fu chiesto conto ad Harvey Weinstein, il potentissimo produttore hollywoodiano che pretendeva qualche gentilezza a sfondo sessuale per favorire la carriera di questa o quella aspirante diva.
Qui, ovviamente, è tutto in tono minore e leggermente più pecoreccio. Parliamo di bellimbusti ossessionati dalla famosità e pronti a tutto pur di arrivare alla agognata meta, cioè la vetrina del Grande fratello. Ecco l’accusa terribile: Signorini offriva un viatico per la fugace e tristanzuola gloria del reality, ma solo a chi si mostrava generoso con lui. Molto generoso. A quanto pare, qualcuno ha ceduto alle lusinghe della fama e alle voglie dell’imperatore Alfonso, eterosessuali compresi. E qui precipitiamo di nuovo nel profondo interrogativo già spalancato da Weinstein: si tratta di violenze sessuali vere e proprie, cose anche solo vagamente paragonabili agli stupri?
Si tratta realmente di vessazioni intollerabili ai danni di povere vittime del poteraccio di turno? A essere un po’ cinici, viene da pensare che qui diritti, dignità e altre parolone simili c’entrino poco. Sono, piuttosto, un bel vestito con cui agghindare un gustosissimo caso di guardonismo per le masse, uno spettacolo che Corona ha allestito con la perizia di un guru e la crudeltà di un gladiatore romano. Insomma, entrare al Grande Fratello non è mica un diritto umano o un obbligo sanitario. Se qualcuno per esibirsi in quella casa arriva al punto di offrire le proprie grazie, si potrebbe anche pensare che la pena stia nella colpa.
È il violento mercato della celebrità, la legge terribile del successo mondano. Per enormi obiettivi ci si vende l’anima, per più basse aspettative bastano i lombi. D’altra parte, però, non si può trascurare l’ipocrisia sanguinolenta del piccolo schermo, dentro cui si fanno dei gran discorsi e si tessono arazzi di morale, mentre nel privato ci si dedica a ben altre attività in costume da infermiera (già, nemmeno questo ci è stato risparmiato, tra le varie immagini di Signorini sventolate da Corona).
Starà ovviamente ai giudici stabilire se si tratti davvero di violenze e pesanti reati o solo della antichissima storia del potente che fa il potente e dei cacciatori di celebrità che fanno tutto il resto, anche l’indicibile, per saziare la fame che li divora. A noi non resta che stare a guardare, e raccontare quel che accadrà, apprezzando la mortifera ironia della sorte: nel Grande Fratello si esibisce l’intimità a ogni livello, e forse è persino giusto che proprio da quel feticcio televisivo parta la miccia di una deflagrazione basata sullo sputtanamento totale, sul disvelamento di ogni sporco segreto. Siamo nel Me too arcobaleno, anche se dentro ci sono pure volenterosi eterosessuali, e sembra di stare in un romanzo di James Ellroy, una versione con pummarola di American Tabloid, fra paparazzi spietati e celebrità piccine che si divorano a vicenda. Corona fa il regista, è l’Howard Hughes che ci meritiamo, pronto a illuminare ogni luogo oscuro con le sue telecamere e macchine fotografiche.
Non lo dimentichiamo: la crociata puritana del Me too si è conclusa molto male, con pochi condannati e troppi linciati, e una scorpacciata di voyeurismo per il mondo intero. Ci auguriamo solo che l’orgia spionistica non si ripeta nello stesso modo, e notiamo che stavolta la stampa è stata più reticente del solito. Non ci sono le indignazioni e le plateali lamentazioni sentite in occasione della precedente buriana scopereccia, chissà perché. In compenso c’è il medesimo filo conduttore, che non è il sesso bensì il potere. Del corpo, amara realtà, si fa gran commercio. E la denuncia delle molestie - di questo tipo di molestie - serve a terremotare equilibri e a triturare i nemici. Molte arrampicatrici fecero strada sgominando i maschi con il me too originale.
La cannonata sparata a Signorini è come uno tsunami nel brillante universo parallelo della tv e nei corridoi di Mediaset. Non sesso, potere. Beati gli uomini saggi che sapranno evitare di mescolarli.














