L’ex Primo ministro pakistano è stato arrestato ieri con l'accusa di corruzione. Il fermo arriva al culmine della crisi politica che vive da mesi il Paese. Negli ultimi mesi Imran Khan ha più volte apertamente sfidato l'esercito pakistano e l'attuale governo, dicendo che «stanno cospirando contro di lui». I militari invece accusano l'ex leader «di aver mosso false accuse» contro un alto funzionario dell'intelligence.
L’ex Primo ministro pakistano è stato arrestato ieri con l'accusa di corruzione. Il fermo arriva al culmine della crisi politica che vive da mesi il Paese. Negli ultimi mesi Imran Khan ha più volte apertamente sfidato l'esercito pakistano e l'attuale governo, dicendo che «stanno cospirando contro di lui». I militari invece accusano l'ex leader «di aver mosso false accuse» contro un alto funzionario dell'intelligence.Khan è stato arrestato dalle truppe paramilitari mentre si trovava ad un'udienza in tribunale a Islamabad. L’ex premier è stato arrestato in relazione da un caso riguardante il trasferimento di terreni per l'Università al-Qadir, vicino a Islamabad. Khan è accusato di aver concesso favori a Malik Riaz Hussain, un potente magnate del settore immobiliare, al pari di alcuni funzionari dell’università che ha ottenuto in cambio terreni e donazioni. Dopo essere stato rimosso dall'incarico con un voto di sfiducia parlamentare nell'aprile dello scorso anno, Khan sta affrontando dozzine di procedimenti giudiziari con accuse che includono terrorismo e corruzione; inoltre ha ripetutamente affrontato minacce di arresto per non essersi mai presentato in tribunale. Come facilmente prevedibile non appena si è diffusa la notizia in tutto il Paese sono scoppiati disordini. A Islamabad i suoi sostenitori hanno cercato di bloccare una grande autostrada mentre a Lahore una folla minacciosa ha dato alle fiamme delle auto parcheggiate vicino alle residenze degli ufficiali militari. Gravissima la situazione a Quetta (Balochistan) dove l’esercito pakistano ha aperto il fuoco contro la popolazione durante le proteste e secondo le prime notizie diversi dimostranti sono stati uccisi e feriti dai proiettili e allo stato la situazione è fuori controllo.Nonostante Imran Khan abbia perso il potere la sua popolarità è addirittura cresciuta e lo stesso vale per il suo partito Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI) che l’estate scorsa ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni locali nel Punjab — una provincia che è stata spesso il punto di riferimento per la politica nazionale — e anche nella città portuale di Karachi. Secondo il New York Times «quelle vittorie politiche sono state viste anche come una risposta al peggioramento delle condizioni economiche che il nuovo governo ha faticato ad affrontare, e come un ripudio dell'establishment militare, che ha esercitato a lungo una mano pesante nella politica pakistana. Ma hanno provocato una crescente repressione nei confronti di Khan e dei suoi sostenitori, in uno sforzo che molti osservatori ritengono essere un coordinato impegno delle autorità per smorzare le sue prospettive politiche».Ma chi è Imran Khan? Nato nel 1952 da una famiglia agiata di etnia pashtun, non è mai stato un fervente musulmano: già leggenda nazionale della nazionale pachistana di cricket, ex playboy (tre mogli e un numero di imprecisato di figli), era un grande consumatore di alcol e, secondo le accusa di una delle sue ex mogli, anche di cocaina e di giovani uomini. Tutte pratiche aborrite dall'Islam, per alcune delle quali vige la pena di morte. Fortunatamente per lui, ha sposato in terze nozze Bushra Bibi Khan (che in Pakistan viene considerata come una donna in possesso di poteri soprannaturali) e si è rifatto l'immagine di un pio musulmano, al quale si può perdonare anche un passato a dir poco spericolato. Le tensioni politiche intorno a Khan sono arrivate al culmine nel novembre scorso, quando l'ex primo ministro è stato ferito durante un comizio dopo che un uomo non identificato ha aperto il fuoco sul suo convoglio, in quello che gli assistenti hanno definito un tentativo di omicidio. Da allora, Imran Khan si è trasferito nella sua residenza di Lahore, la seconda città più grande del Pakistan. I giornalisti conosciuto per essere schierati con l’ex premier affermano di essere stati molestati dalle autorità. Le trasmissioni in diretta dei discorsi di Khan sono state vietate dai canali televisivi di notizie.Un canale mainstream, ARY News, è stato costretto a chiudere la trasmissione dopo aver mandato in onda un'intervista con uno dei migliori collaboratori di Khan in cui faceva osservazioni anti-militari. Evidente che il suo arresto possa inasprire i toni del confronto politico e nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà nelle piazze del Pakistan paese complicatissimo fatto chiaroscuri, intrighi internazionali e doppie e talvolta triple verità. Basta pensare al ruolo che Islamabad ricopre a livello internazionale: alleato strategico degli Stati Uniti in Asia centrale, è al tempo stesso lo Stato che ha nascosto e protetto Osama Bin Laden, e che oggi favorisce i talebani afghani e i loro alleati, compreso il gruppo armato della rete Haqqani, protagonisti del narcoterrorismo e della guerriglia contro l'Occidente nelle «terre dell'Islam». In Pakistan, inoltre, vivono indisturbati molti terroristi globali: attualmente nella lista figura anche Sajid Mir, la mente delle stragi di Mumbai del novembre 2018, che fecero 200 morti e oltre 300 feriti. Sia l'India che gli Stati Uniti ne hanno chiesto l'estradizione, senza ottenere alcuna risposta. Per capirne le ragioni, bisogna guardare alla complessa macchina dei servizi segreti nazionali: ovvero l'Isi, acronimo di Inter services intelligence, che sin dalla sua fondazione si è contraddistinto per condotte politiche spregiudicate e ben al di là delle leggi, spaziando dagli omicidi politici (di cui è stata vittima la stessa premier Benazir Bhutto nel 2007) a traffici di ogni tipo: droga, armi e componenti nucleari. Senza dimenticare lo stato delle relazioni con l'India, altra potenza nucleare con cui il governo pachistano scambia continui colpi d'artiglieria in relazione al possesso del Kashmir, la regione contesa dove solo nei primi mesi del 2020 ci sono state circa 500 violazioni del cessate il fuoco. Ma la preoccupazione più grande quando si parla di Pakistan è il fatto che possiede al marzo 2022 un arsenale nucleare stimato in circa 165 testate atomiche. Secondo l'Aca (Arms control association) è l'arsenale atomico in più veloce crescita rispetto a qualsiasi altro Paese. Il Pakistan conseguì lo status di potenza nucleare con gli esperimenti del 1998 sotto il premier Nawaz Sharif e con il coordinamento dell'ingegnere Ahmed Qadeer Khan. L'espansione del programma e le violazioni al Trattato di non proliferazione hanno determinato le sanzioni statunitensi a numerosi enti e persone. Inoltre, si ritiene che il Pakistan continui attivamente ad esportare armi e tecnologie nucleari.
Ansa
Pubblicate le motivazioni della decisione della Corte dei Conti di bloccare l’opera: sarebbero state violate due direttive Ue e manca il parere dell’Autorità dei trasporti. Palazzo Chigi: «Risponderemo».
Quel ponte non s’ha da fare né domani né mai. Paiono ispirati dai Bravi i giudici contabili e Don Rodrigo è il timor panico di fronte all’annuncio che il referendum sulla riforma Nordio con tutta probabilità si fa a marzo. È questo il senso che si ricava dalla lettura delle motivazioni addotte dalla Corte dei conti per spiegare la negazione del visto di legittimità con ordinanza del 29 ottobre scorso alla delibera con cui il 6 agosto il Cipess ha approvato il progetto definitivo del ponte sullo stretto di Messina.
Palazzo Chigi ha accusato ricevuta e in una nota dice: «Le motivazioni saranno oggetto di attento approfondimento da parte del governo, in particolare dalle amministrazioni coinvolte che da subito sono state impegnate a verificare gli aspetti ancora dubbi. Il governo è convinto che si tratti di profili con un ampio margine di chiarimento davanti alla stessa Corte in un confronto che intende essere costruttivo e teso a garantire all’Italia una infrastruttura strategica attesa da decenni».
Michele Emiliano (Ansa)
Dopo 22 anni di politica, l’ex governatore chiede di rientrare in magistratura (con uno stipendio raddoppiato). E se dovesse indagare su esponenti di partito?
Dipendenza dalla toga: dopo ben 22 anni di attività politica, Michele Emiliano vuole tornare a fare il magistrato. Non ha intenzione di restare disoccupato neanche per un paio d’anni (sono insistenti le voci di una sua candidatura in Parlamento nel 2027) questo istrionico protagonista della vita pubblica italiana, che ha appeso la toga al chiodo nel 2003, quando è diventato sindaco di Bari, carica ricoperta per due volte e alla quale è seguita quella di presidente della Regione Puglia, un altro decennio di attività istituzionale. Emiliano, prima di indossare la fascia tricolore a Bari, dal 1990 al 1995 aveva lavorato presso la Procura di Brindisi occupandosi di lotta alla mafia; poi si era trasferito a Bari come sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia. Emiliano viene rieletto primo cittadino nel 2009, dopo aver tentato invano la scalata alla presidenza della Regione Puglia, e resta in carica fino al 2014. Prima di diventare governatore, nel 2015, ricopre l’incarico di assessore alla legalità di San Severo.
Sullo sfondo Palazzo Marino a Milano (iStock). Nei due riquadri gli slogan dell’associazione Mica Macho
Bufera sul «Tavolo permanente» dedicato alla correzione degli uomini, annunciato dal Consiglio comunale. Critica Forza Italia: «Impostazione woke». Mentre i dati dicono che queste attività sono inutili. E resta il mistero sui fondi impiegati da Palazzo Marino.
A Milano il nuovo Tavolo permanente sulla «rieducazione maschile», annunciato dal Consiglio comunale, si apre tra polemiche e dubbi sulla sua reale utilità. Le critiche del centrodestra sono arrivate subito, mentre le ricerche internazionali mostrano da anni risultati incerti sui percorsi rivolti agli uomini.
Nel primo pomeriggio sul sito del «Corriere» esce la notizia che Caltagirone, il numero uno di Delfin e l’ad del Monte sono indagati per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza per l’Opa su Mediobanca. Scattano forti vendite in Borsa. Uno sgambetto anche al Tesoro.
In Italia c’è sempre un istante preciso in cui la giustizia decide di scendere in campo con un provvedimento a orologeria. Non è mai un caso, mai un incidente: è una coreografia. E così, nel giorno in cui Mps perde il 4,56%, Mediobanca scivola di un altro -1,9%, e il mercato si chiede cosa stia succedendo, arriva il colpo di teatro: la Procura di Milano notifica avvisi di garanzia a Borsa aperta, come se si trattasse di un profit warning. Tempismo chirurgico. L’effetto è devastante: Mps affonda a 8,330 euro, Mediobanca scivola a 16,750. E tutto perché la notizia - trapelata prima da Corriere.it e poi confermata da un comunicato di Rocca Salimbeni - corre come una scintilla tra gli operatori: Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e il ceo Luigi Lovaglio sono indagati nell’inchiesta sulla scalata che ha portato l’istituto senese a conquistare l’86,3% di Mediobanca.






