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2023-06-15
Frena l’accordo Ue sulle armi a Kiev. Gli Stati: «Bruxelles ci scavalca»
Thierry Breton e Ursula von der Leyen (Ansa)
Ventuno Paesi dell’Ue, Italia inclusa - a quanto pare aizzati dalla Germania - minacciano di svuotare i caricatori agli ucraini.
Ieri era atteso l’accordo, al Coreper, sull’avvio dei negoziati interistituzionali per il via libera definitivo all’Asap (Act in support of ammunition production). Si tratta della norma voluta dalla Commissione per finanziare, con 500 milioni, la produzione di munizioni da inviare a Kiev. L’Europa consentirebbe di impiegare anche i fondi stanziati per i piani di resilienza. Nelle intenzioni del commissario Thierry Breton, la legge dovrebbe imprimere all’Ue una sterzata verso «un’economia di guerra», consentendo alle industrie continentali della Difesa di fabbricare un milione di proiettili l’anno. Proprio dal comparto, però, si erano levate le prime voci di dissenso. Le perplessità riguardavano l’«invadenza» della Commissione, che avocherebbe a sé il diritto di imporre ordinativi prioritari - per poter dirottare, alla bisogna, le forniture belliche in direzione dell’Ucraina - e quello di farsi consegnare informazioni riservate, per individuare precocemente colli di bottiglia e intoppi nella catena di approvvigionamento.
Adesso, sono i Paesi membri a sposare quelle rimostranze: lamentano che Bruxelles si stia «spingendo troppo oltre» e rilevano che il suo iperdirigismo «non è necessario». Addirittura, il Consiglio proverebbe «disgusto» per la facoltà, concessa alla Commissione e a un gruppo ristretto di Stati, di emettere ordini prioritari. Un’alternativa sarebbe limitare i poteri di precettazione, eliminare le sanzioni, aumentare il controllo dei governi nazionali, garantire che i dati sensibili siano trasmessi su base volontaria e mantenere l’obbligo di autorizzazione statale per il trasferimento intra Ue di equipaggiamenti militari. Certo, ciò depotenzierebbe l’Asap. In più, fonti Ue spiegano che potrebbe volerci «forse anche un anno» a trovare un accordo. La controffensiva può attendere?
Non si direbbe, a leggere il Washington Post. Benché lo Stato maggiore dell’esercito ucraino rivendichi la liberazione di tre chilometri quadrati di territorio in tre giorni, secondo il quotidiano Usa, la Trentasettesima brigata, addestrata e armata dall’Occidente, avrebbe subito pesanti perdite a Sud di Velyka Novosilka, nel Donetsk. Di 50 soldati, 30 non sono tornati indietro, uccisi, feriti, o catturati dal nemico. In fondo, Volodymyr Zelensky l’aveva anticipato: la riconquista sarebbe stata un bagno di sangue. E al ritmo con cui gli aggrediti consumano munizioni, rispetto alla potenza di fuoco russa, di cui l’altra notte è stata tragica testimone Odessa, con almeno tre vittime, l’improvviso incagliamento dell’Asap rischia di avere conseguenze pesanti. Lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia del vertice di Vilnius, pur confermando gli avanzamenti a danno degli aggressori, ha ammesso: «Non sappiamo se sarà una svolta nella guerra». L’Alleanza atlantica ribadisce di volere «accordi credibili per la sicurezza dell’Ucraina», per evitare che Mosca possa «riposare, riarmarsi e rilanciare un nuovo attacco». È quel che minaccia Yevgeny Prigozhin: il leader della Wagner ha annunciato che la milizia tornerà in prima linea ad agosto.
Al prezzo di «battaglie feroci», le forze di Kiev dovrebbero aver guadagnato tra i 200 e i 500 metri a Bakhmut. Il loro contrattacco sfrutta pure tecniche di sabotaggio. Ieri, una forte esplosione ha danneggiato quasi 50 metri di ferrovia a Melitopol, occupata dalle truppe di Vladimir Putin. Lo scoppio ha fatto deragliare cinque treni merci russi, che trasportavano ferro rubato. Ed è nato un giallo attorno al braccio destro del comandante ceceno Ramzan Kadyrov, dato per morto: Adam Delimkhanov, invece, «è vivo e vegeto e non è nemmeno ferito», ha riferito il capo militare. Sarebbe stato lui a diffondere la falsa notizia dell’uccisione del compagno, per smascherare la propaganda ucraina.
Mosca, secondo il Financial Times, ha ripreso le esportazioni di petrolio verso la Corea del Nord. Intanto, per affrontare l’emergenza scaturita dal crollo della diga di Kakhovka, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha presentato a Zelensky un piano di assistenza. Oggi, il direttore dell’ente, Rafael Grossi, dovrebbe recarsi in visita alla centrale di Zaporizhzhia, dove gli ucraini rivendicano di aver strappato 300-350 metri agli avversari. E a proposito di nucleare, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, ha confermato che Minsk ha iniziato a ricevere atomiche tattiche dalla Russia: basterà una chiamata di Putin perché siano usate, ha minacciato l’autocrate. Da quelle parti, non hanno il Consiglio europeo.
Kosovo, tre agenti arrestati dai serbi
La situazione nel Kosovo rimane bloccata e l’Unione Europea sta perdendo la pazienza sia con i serbi che con i kossovari. Ieri, il portavoce dell’Alto rappresentante dell’Ue, Peter Stano, ha consegnato un duro monito a Pristina e Belgrado: «A causa dell’escalation recente nel Nord del Kosovo, che ha portato al ferimento di 30 soldati della missione Nato in Kosovo (Kfor), l’Ue e gli Stati membri hanno affermato all’unanimità che si aspettano che Kosovo e Serbia riducano le tensioni attuali. Abbiamo chiarito che in assenza di una immediata de-escalation, ci saranno conseguenze negative per le nostre relazioni. Negli ultimi giorni ci sono stati intensi contatti tra l’Ue, i nostri alleati e i partner di entrambe le parti per cercare una soluzione al punto morto nel Kosovo. L’escalation di ieri (martedì, ndr) nelle municipalità a maggioranza serba dimostra che l’escalation è ancora in corso». Alla luce di questa situazione, il portavoce ha ribadito la necessità di: «Ripristinare la calma nel nord del Kosovo» e ha affermato che l’Ue ha preparato proposte di misure immediate. Stano ha precisato che: «Queste misure non sono sanzioni nel senso di misure restrittive, ma sono piuttosto misure incrementali con conseguenze politiche e finanziarie». Ha menzionato la sospensione di visite e contatti di alto livello, nonché della cooperazione finanziaria con il Kosovo. Ha inoltre aggiunto che: «Queste misure sono temporanee e reversibili a seconda degli sviluppi sul campo e dei passi credibili e decisi intrapresi da Kurti (il primo ministro del Kosovo, ndr) per ridurre le tensioni». Riguardo alle responsabilità di Belgrado, Peter Stano ha riconosciuto che il parziale ritiro delle forze armate schierate al confine con il Kosovo rappresenta già un passo verso la de-escalation, tuttavia, ha affermato: «L’Ue è pronta a prendere misure se la Serbia non rispetta le richieste di ridurre le tensioni». Nonostante le minacce dell’Ue, ieri si sono verificati nuovi incidenti tra manifestanti serbi e polizia kosovara a Kosovska Mitrovica.
La tensione è rapidamente salita martedì, quando la polizia ha arrestato Milun Milenkovic, un noto allenatore di kickboxing e responsabile degli scontri avvenuti il 29 maggio scorso a Zvecan. Nel frattempo, le proteste dei serbi contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese continuano. Anche l’Albania, da sempre sostenitrice della causa kosovara, si è stancata di Albin Kurti, tanto che il premier albanese Edi Rama, vista la situazione e la crescente insofferenza della comunità internazionale nei confronti di Pristina, ha cancellato la sua partecipazione a una seduta congiunta dei due governi - albanese e kosovaro - che era in programma ieri a Djakovo, in Kosovo. Il giallo della giornata invece riguarda l’arresto di tre agenti di frontiera kosovari da parte delle forze serbe, lungo la linea di confine nel nord del Kosovo. Kurti ha definito il caso «un tentativo di destabilizzazione e vendetta da parte dei serbi per l’arresto di Milenkovic» e ogni ingresso di merci dalla Serbia al Kosovo è stato interrotto. Il ministero dell’Interno del Kosovo afferma che il rapimento di Rifat Zeka, Beqir Sefi e Mustafa Shem è avvenuto a 300 metri all’interno del territorio del Kosovo, mentre il ministero dell’Interno della Serbia, al contrario, sostiene che si trovavano all’interno del territorio serbo. «Nessun rapimento, i tre sono stati sorpresi chiaramente sul territorio serbo. Spiegatemi cosa cercavano con armi automatiche, mappe, dispositivi Gps e altre apparecchiature di osservazione», ha dichiarato Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo.
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L’Italia, con altri 20 Paesi, sposa i dubbi del settore Difesa e rallenta sul piano per rafforzare la produzione di munizioni. Intanto, il «Washington Post» rivela: «Pesanti perdite tra i soldati ucraini nella controffensiva».Kosovo: per Belgrado i poliziotti avevano oltrepassato il confine. Pristina accusa: «Sono stati rapiti». L’Ue avverte: «De-escalation fallita, pronte misure con effetto immediato».Lo speciale contiene due articoli.Ventuno Paesi dell’Ue, Italia inclusa - a quanto pare aizzati dalla Germania - minacciano di svuotare i caricatori agli ucraini. Ieri era atteso l’accordo, al Coreper, sull’avvio dei negoziati interistituzionali per il via libera definitivo all’Asap (Act in support of ammunition production). Si tratta della norma voluta dalla Commissione per finanziare, con 500 milioni, la produzione di munizioni da inviare a Kiev. L’Europa consentirebbe di impiegare anche i fondi stanziati per i piani di resilienza. Nelle intenzioni del commissario Thierry Breton, la legge dovrebbe imprimere all’Ue una sterzata verso «un’economia di guerra», consentendo alle industrie continentali della Difesa di fabbricare un milione di proiettili l’anno. Proprio dal comparto, però, si erano levate le prime voci di dissenso. Le perplessità riguardavano l’«invadenza» della Commissione, che avocherebbe a sé il diritto di imporre ordinativi prioritari - per poter dirottare, alla bisogna, le forniture belliche in direzione dell’Ucraina - e quello di farsi consegnare informazioni riservate, per individuare precocemente colli di bottiglia e intoppi nella catena di approvvigionamento. Adesso, sono i Paesi membri a sposare quelle rimostranze: lamentano che Bruxelles si stia «spingendo troppo oltre» e rilevano che il suo iperdirigismo «non è necessario». Addirittura, il Consiglio proverebbe «disgusto» per la facoltà, concessa alla Commissione e a un gruppo ristretto di Stati, di emettere ordini prioritari. Un’alternativa sarebbe limitare i poteri di precettazione, eliminare le sanzioni, aumentare il controllo dei governi nazionali, garantire che i dati sensibili siano trasmessi su base volontaria e mantenere l’obbligo di autorizzazione statale per il trasferimento intra Ue di equipaggiamenti militari. Certo, ciò depotenzierebbe l’Asap. In più, fonti Ue spiegano che potrebbe volerci «forse anche un anno» a trovare un accordo. La controffensiva può attendere?Non si direbbe, a leggere il Washington Post. Benché lo Stato maggiore dell’esercito ucraino rivendichi la liberazione di tre chilometri quadrati di territorio in tre giorni, secondo il quotidiano Usa, la Trentasettesima brigata, addestrata e armata dall’Occidente, avrebbe subito pesanti perdite a Sud di Velyka Novosilka, nel Donetsk. Di 50 soldati, 30 non sono tornati indietro, uccisi, feriti, o catturati dal nemico. In fondo, Volodymyr Zelensky l’aveva anticipato: la riconquista sarebbe stata un bagno di sangue. E al ritmo con cui gli aggrediti consumano munizioni, rispetto alla potenza di fuoco russa, di cui l’altra notte è stata tragica testimone Odessa, con almeno tre vittime, l’improvviso incagliamento dell’Asap rischia di avere conseguenze pesanti. Lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia del vertice di Vilnius, pur confermando gli avanzamenti a danno degli aggressori, ha ammesso: «Non sappiamo se sarà una svolta nella guerra». L’Alleanza atlantica ribadisce di volere «accordi credibili per la sicurezza dell’Ucraina», per evitare che Mosca possa «riposare, riarmarsi e rilanciare un nuovo attacco». È quel che minaccia Yevgeny Prigozhin: il leader della Wagner ha annunciato che la milizia tornerà in prima linea ad agosto. Al prezzo di «battaglie feroci», le forze di Kiev dovrebbero aver guadagnato tra i 200 e i 500 metri a Bakhmut. Il loro contrattacco sfrutta pure tecniche di sabotaggio. Ieri, una forte esplosione ha danneggiato quasi 50 metri di ferrovia a Melitopol, occupata dalle truppe di Vladimir Putin. Lo scoppio ha fatto deragliare cinque treni merci russi, che trasportavano ferro rubato. Ed è nato un giallo attorno al braccio destro del comandante ceceno Ramzan Kadyrov, dato per morto: Adam Delimkhanov, invece, «è vivo e vegeto e non è nemmeno ferito», ha riferito il capo militare. Sarebbe stato lui a diffondere la falsa notizia dell’uccisione del compagno, per smascherare la propaganda ucraina. Mosca, secondo il Financial Times, ha ripreso le esportazioni di petrolio verso la Corea del Nord. Intanto, per affrontare l’emergenza scaturita dal crollo della diga di Kakhovka, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha presentato a Zelensky un piano di assistenza. Oggi, il direttore dell’ente, Rafael Grossi, dovrebbe recarsi in visita alla centrale di Zaporizhzhia, dove gli ucraini rivendicano di aver strappato 300-350 metri agli avversari. E a proposito di nucleare, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, ha confermato che Minsk ha iniziato a ricevere atomiche tattiche dalla Russia: basterà una chiamata di Putin perché siano usate, ha minacciato l’autocrate. Da quelle parti, non hanno il Consiglio europeo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-ucraina-ue-2661354900.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kosovo-tre-agenti-arrestati-dai-serbi" data-post-id="2661354900" data-published-at="1686823321" data-use-pagination="False"> Kosovo, tre agenti arrestati dai serbi La situazione nel Kosovo rimane bloccata e l’Unione Europea sta perdendo la pazienza sia con i serbi che con i kossovari. Ieri, il portavoce dell’Alto rappresentante dell’Ue, Peter Stano, ha consegnato un duro monito a Pristina e Belgrado: «A causa dell’escalation recente nel Nord del Kosovo, che ha portato al ferimento di 30 soldati della missione Nato in Kosovo (Kfor), l’Ue e gli Stati membri hanno affermato all’unanimità che si aspettano che Kosovo e Serbia riducano le tensioni attuali. Abbiamo chiarito che in assenza di una immediata de-escalation, ci saranno conseguenze negative per le nostre relazioni. Negli ultimi giorni ci sono stati intensi contatti tra l’Ue, i nostri alleati e i partner di entrambe le parti per cercare una soluzione al punto morto nel Kosovo. L’escalation di ieri (martedì, ndr) nelle municipalità a maggioranza serba dimostra che l’escalation è ancora in corso». Alla luce di questa situazione, il portavoce ha ribadito la necessità di: «Ripristinare la calma nel nord del Kosovo» e ha affermato che l’Ue ha preparato proposte di misure immediate. Stano ha precisato che: «Queste misure non sono sanzioni nel senso di misure restrittive, ma sono piuttosto misure incrementali con conseguenze politiche e finanziarie». Ha menzionato la sospensione di visite e contatti di alto livello, nonché della cooperazione finanziaria con il Kosovo. Ha inoltre aggiunto che: «Queste misure sono temporanee e reversibili a seconda degli sviluppi sul campo e dei passi credibili e decisi intrapresi da Kurti (il primo ministro del Kosovo, ndr) per ridurre le tensioni». Riguardo alle responsabilità di Belgrado, Peter Stano ha riconosciuto che il parziale ritiro delle forze armate schierate al confine con il Kosovo rappresenta già un passo verso la de-escalation, tuttavia, ha affermato: «L’Ue è pronta a prendere misure se la Serbia non rispetta le richieste di ridurre le tensioni». Nonostante le minacce dell’Ue, ieri si sono verificati nuovi incidenti tra manifestanti serbi e polizia kosovara a Kosovska Mitrovica. La tensione è rapidamente salita martedì, quando la polizia ha arrestato Milun Milenkovic, un noto allenatore di kickboxing e responsabile degli scontri avvenuti il 29 maggio scorso a Zvecan. Nel frattempo, le proteste dei serbi contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese continuano. Anche l’Albania, da sempre sostenitrice della causa kosovara, si è stancata di Albin Kurti, tanto che il premier albanese Edi Rama, vista la situazione e la crescente insofferenza della comunità internazionale nei confronti di Pristina, ha cancellato la sua partecipazione a una seduta congiunta dei due governi - albanese e kosovaro - che era in programma ieri a Djakovo, in Kosovo. Il giallo della giornata invece riguarda l’arresto di tre agenti di frontiera kosovari da parte delle forze serbe, lungo la linea di confine nel nord del Kosovo. Kurti ha definito il caso «un tentativo di destabilizzazione e vendetta da parte dei serbi per l’arresto di Milenkovic» e ogni ingresso di merci dalla Serbia al Kosovo è stato interrotto. Il ministero dell’Interno del Kosovo afferma che il rapimento di Rifat Zeka, Beqir Sefi e Mustafa Shem è avvenuto a 300 metri all’interno del territorio del Kosovo, mentre il ministero dell’Interno della Serbia, al contrario, sostiene che si trovavano all’interno del territorio serbo. «Nessun rapimento, i tre sono stati sorpresi chiaramente sul territorio serbo. Spiegatemi cosa cercavano con armi automatiche, mappe, dispositivi Gps e altre apparecchiature di osservazione», ha dichiarato Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo.
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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