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2023-06-15
Frena l’accordo Ue sulle armi a Kiev. Gli Stati: «Bruxelles ci scavalca»
Thierry Breton e Ursula von der Leyen (Ansa)
Ventuno Paesi dell’Ue, Italia inclusa - a quanto pare aizzati dalla Germania - minacciano di svuotare i caricatori agli ucraini.
Ieri era atteso l’accordo, al Coreper, sull’avvio dei negoziati interistituzionali per il via libera definitivo all’Asap (Act in support of ammunition production). Si tratta della norma voluta dalla Commissione per finanziare, con 500 milioni, la produzione di munizioni da inviare a Kiev. L’Europa consentirebbe di impiegare anche i fondi stanziati per i piani di resilienza. Nelle intenzioni del commissario Thierry Breton, la legge dovrebbe imprimere all’Ue una sterzata verso «un’economia di guerra», consentendo alle industrie continentali della Difesa di fabbricare un milione di proiettili l’anno. Proprio dal comparto, però, si erano levate le prime voci di dissenso. Le perplessità riguardavano l’«invadenza» della Commissione, che avocherebbe a sé il diritto di imporre ordinativi prioritari - per poter dirottare, alla bisogna, le forniture belliche in direzione dell’Ucraina - e quello di farsi consegnare informazioni riservate, per individuare precocemente colli di bottiglia e intoppi nella catena di approvvigionamento.
Adesso, sono i Paesi membri a sposare quelle rimostranze: lamentano che Bruxelles si stia «spingendo troppo oltre» e rilevano che il suo iperdirigismo «non è necessario». Addirittura, il Consiglio proverebbe «disgusto» per la facoltà, concessa alla Commissione e a un gruppo ristretto di Stati, di emettere ordini prioritari. Un’alternativa sarebbe limitare i poteri di precettazione, eliminare le sanzioni, aumentare il controllo dei governi nazionali, garantire che i dati sensibili siano trasmessi su base volontaria e mantenere l’obbligo di autorizzazione statale per il trasferimento intra Ue di equipaggiamenti militari. Certo, ciò depotenzierebbe l’Asap. In più, fonti Ue spiegano che potrebbe volerci «forse anche un anno» a trovare un accordo. La controffensiva può attendere?
Non si direbbe, a leggere il Washington Post. Benché lo Stato maggiore dell’esercito ucraino rivendichi la liberazione di tre chilometri quadrati di territorio in tre giorni, secondo il quotidiano Usa, la Trentasettesima brigata, addestrata e armata dall’Occidente, avrebbe subito pesanti perdite a Sud di Velyka Novosilka, nel Donetsk. Di 50 soldati, 30 non sono tornati indietro, uccisi, feriti, o catturati dal nemico. In fondo, Volodymyr Zelensky l’aveva anticipato: la riconquista sarebbe stata un bagno di sangue. E al ritmo con cui gli aggrediti consumano munizioni, rispetto alla potenza di fuoco russa, di cui l’altra notte è stata tragica testimone Odessa, con almeno tre vittime, l’improvviso incagliamento dell’Asap rischia di avere conseguenze pesanti. Lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia del vertice di Vilnius, pur confermando gli avanzamenti a danno degli aggressori, ha ammesso: «Non sappiamo se sarà una svolta nella guerra». L’Alleanza atlantica ribadisce di volere «accordi credibili per la sicurezza dell’Ucraina», per evitare che Mosca possa «riposare, riarmarsi e rilanciare un nuovo attacco». È quel che minaccia Yevgeny Prigozhin: il leader della Wagner ha annunciato che la milizia tornerà in prima linea ad agosto.
Al prezzo di «battaglie feroci», le forze di Kiev dovrebbero aver guadagnato tra i 200 e i 500 metri a Bakhmut. Il loro contrattacco sfrutta pure tecniche di sabotaggio. Ieri, una forte esplosione ha danneggiato quasi 50 metri di ferrovia a Melitopol, occupata dalle truppe di Vladimir Putin. Lo scoppio ha fatto deragliare cinque treni merci russi, che trasportavano ferro rubato. Ed è nato un giallo attorno al braccio destro del comandante ceceno Ramzan Kadyrov, dato per morto: Adam Delimkhanov, invece, «è vivo e vegeto e non è nemmeno ferito», ha riferito il capo militare. Sarebbe stato lui a diffondere la falsa notizia dell’uccisione del compagno, per smascherare la propaganda ucraina.
Mosca, secondo il Financial Times, ha ripreso le esportazioni di petrolio verso la Corea del Nord. Intanto, per affrontare l’emergenza scaturita dal crollo della diga di Kakhovka, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha presentato a Zelensky un piano di assistenza. Oggi, il direttore dell’ente, Rafael Grossi, dovrebbe recarsi in visita alla centrale di Zaporizhzhia, dove gli ucraini rivendicano di aver strappato 300-350 metri agli avversari. E a proposito di nucleare, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, ha confermato che Minsk ha iniziato a ricevere atomiche tattiche dalla Russia: basterà una chiamata di Putin perché siano usate, ha minacciato l’autocrate. Da quelle parti, non hanno il Consiglio europeo.
Kosovo, tre agenti arrestati dai serbi
La situazione nel Kosovo rimane bloccata e l’Unione Europea sta perdendo la pazienza sia con i serbi che con i kossovari. Ieri, il portavoce dell’Alto rappresentante dell’Ue, Peter Stano, ha consegnato un duro monito a Pristina e Belgrado: «A causa dell’escalation recente nel Nord del Kosovo, che ha portato al ferimento di 30 soldati della missione Nato in Kosovo (Kfor), l’Ue e gli Stati membri hanno affermato all’unanimità che si aspettano che Kosovo e Serbia riducano le tensioni attuali. Abbiamo chiarito che in assenza di una immediata de-escalation, ci saranno conseguenze negative per le nostre relazioni. Negli ultimi giorni ci sono stati intensi contatti tra l’Ue, i nostri alleati e i partner di entrambe le parti per cercare una soluzione al punto morto nel Kosovo. L’escalation di ieri (martedì, ndr) nelle municipalità a maggioranza serba dimostra che l’escalation è ancora in corso». Alla luce di questa situazione, il portavoce ha ribadito la necessità di: «Ripristinare la calma nel nord del Kosovo» e ha affermato che l’Ue ha preparato proposte di misure immediate. Stano ha precisato che: «Queste misure non sono sanzioni nel senso di misure restrittive, ma sono piuttosto misure incrementali con conseguenze politiche e finanziarie». Ha menzionato la sospensione di visite e contatti di alto livello, nonché della cooperazione finanziaria con il Kosovo. Ha inoltre aggiunto che: «Queste misure sono temporanee e reversibili a seconda degli sviluppi sul campo e dei passi credibili e decisi intrapresi da Kurti (il primo ministro del Kosovo, ndr) per ridurre le tensioni». Riguardo alle responsabilità di Belgrado, Peter Stano ha riconosciuto che il parziale ritiro delle forze armate schierate al confine con il Kosovo rappresenta già un passo verso la de-escalation, tuttavia, ha affermato: «L’Ue è pronta a prendere misure se la Serbia non rispetta le richieste di ridurre le tensioni». Nonostante le minacce dell’Ue, ieri si sono verificati nuovi incidenti tra manifestanti serbi e polizia kosovara a Kosovska Mitrovica.
La tensione è rapidamente salita martedì, quando la polizia ha arrestato Milun Milenkovic, un noto allenatore di kickboxing e responsabile degli scontri avvenuti il 29 maggio scorso a Zvecan. Nel frattempo, le proteste dei serbi contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese continuano. Anche l’Albania, da sempre sostenitrice della causa kosovara, si è stancata di Albin Kurti, tanto che il premier albanese Edi Rama, vista la situazione e la crescente insofferenza della comunità internazionale nei confronti di Pristina, ha cancellato la sua partecipazione a una seduta congiunta dei due governi - albanese e kosovaro - che era in programma ieri a Djakovo, in Kosovo. Il giallo della giornata invece riguarda l’arresto di tre agenti di frontiera kosovari da parte delle forze serbe, lungo la linea di confine nel nord del Kosovo. Kurti ha definito il caso «un tentativo di destabilizzazione e vendetta da parte dei serbi per l’arresto di Milenkovic» e ogni ingresso di merci dalla Serbia al Kosovo è stato interrotto. Il ministero dell’Interno del Kosovo afferma che il rapimento di Rifat Zeka, Beqir Sefi e Mustafa Shem è avvenuto a 300 metri all’interno del territorio del Kosovo, mentre il ministero dell’Interno della Serbia, al contrario, sostiene che si trovavano all’interno del territorio serbo. «Nessun rapimento, i tre sono stati sorpresi chiaramente sul territorio serbo. Spiegatemi cosa cercavano con armi automatiche, mappe, dispositivi Gps e altre apparecchiature di osservazione», ha dichiarato Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo.
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L’Italia, con altri 20 Paesi, sposa i dubbi del settore Difesa e rallenta sul piano per rafforzare la produzione di munizioni. Intanto, il «Washington Post» rivela: «Pesanti perdite tra i soldati ucraini nella controffensiva».Kosovo: per Belgrado i poliziotti avevano oltrepassato il confine. Pristina accusa: «Sono stati rapiti». L’Ue avverte: «De-escalation fallita, pronte misure con effetto immediato».Lo speciale contiene due articoli.Ventuno Paesi dell’Ue, Italia inclusa - a quanto pare aizzati dalla Germania - minacciano di svuotare i caricatori agli ucraini. Ieri era atteso l’accordo, al Coreper, sull’avvio dei negoziati interistituzionali per il via libera definitivo all’Asap (Act in support of ammunition production). Si tratta della norma voluta dalla Commissione per finanziare, con 500 milioni, la produzione di munizioni da inviare a Kiev. L’Europa consentirebbe di impiegare anche i fondi stanziati per i piani di resilienza. Nelle intenzioni del commissario Thierry Breton, la legge dovrebbe imprimere all’Ue una sterzata verso «un’economia di guerra», consentendo alle industrie continentali della Difesa di fabbricare un milione di proiettili l’anno. Proprio dal comparto, però, si erano levate le prime voci di dissenso. Le perplessità riguardavano l’«invadenza» della Commissione, che avocherebbe a sé il diritto di imporre ordinativi prioritari - per poter dirottare, alla bisogna, le forniture belliche in direzione dell’Ucraina - e quello di farsi consegnare informazioni riservate, per individuare precocemente colli di bottiglia e intoppi nella catena di approvvigionamento. Adesso, sono i Paesi membri a sposare quelle rimostranze: lamentano che Bruxelles si stia «spingendo troppo oltre» e rilevano che il suo iperdirigismo «non è necessario». Addirittura, il Consiglio proverebbe «disgusto» per la facoltà, concessa alla Commissione e a un gruppo ristretto di Stati, di emettere ordini prioritari. Un’alternativa sarebbe limitare i poteri di precettazione, eliminare le sanzioni, aumentare il controllo dei governi nazionali, garantire che i dati sensibili siano trasmessi su base volontaria e mantenere l’obbligo di autorizzazione statale per il trasferimento intra Ue di equipaggiamenti militari. Certo, ciò depotenzierebbe l’Asap. In più, fonti Ue spiegano che potrebbe volerci «forse anche un anno» a trovare un accordo. La controffensiva può attendere?Non si direbbe, a leggere il Washington Post. Benché lo Stato maggiore dell’esercito ucraino rivendichi la liberazione di tre chilometri quadrati di territorio in tre giorni, secondo il quotidiano Usa, la Trentasettesima brigata, addestrata e armata dall’Occidente, avrebbe subito pesanti perdite a Sud di Velyka Novosilka, nel Donetsk. Di 50 soldati, 30 non sono tornati indietro, uccisi, feriti, o catturati dal nemico. In fondo, Volodymyr Zelensky l’aveva anticipato: la riconquista sarebbe stata un bagno di sangue. E al ritmo con cui gli aggrediti consumano munizioni, rispetto alla potenza di fuoco russa, di cui l’altra notte è stata tragica testimone Odessa, con almeno tre vittime, l’improvviso incagliamento dell’Asap rischia di avere conseguenze pesanti. Lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia del vertice di Vilnius, pur confermando gli avanzamenti a danno degli aggressori, ha ammesso: «Non sappiamo se sarà una svolta nella guerra». L’Alleanza atlantica ribadisce di volere «accordi credibili per la sicurezza dell’Ucraina», per evitare che Mosca possa «riposare, riarmarsi e rilanciare un nuovo attacco». È quel che minaccia Yevgeny Prigozhin: il leader della Wagner ha annunciato che la milizia tornerà in prima linea ad agosto. Al prezzo di «battaglie feroci», le forze di Kiev dovrebbero aver guadagnato tra i 200 e i 500 metri a Bakhmut. Il loro contrattacco sfrutta pure tecniche di sabotaggio. Ieri, una forte esplosione ha danneggiato quasi 50 metri di ferrovia a Melitopol, occupata dalle truppe di Vladimir Putin. Lo scoppio ha fatto deragliare cinque treni merci russi, che trasportavano ferro rubato. Ed è nato un giallo attorno al braccio destro del comandante ceceno Ramzan Kadyrov, dato per morto: Adam Delimkhanov, invece, «è vivo e vegeto e non è nemmeno ferito», ha riferito il capo militare. Sarebbe stato lui a diffondere la falsa notizia dell’uccisione del compagno, per smascherare la propaganda ucraina. Mosca, secondo il Financial Times, ha ripreso le esportazioni di petrolio verso la Corea del Nord. Intanto, per affrontare l’emergenza scaturita dal crollo della diga di Kakhovka, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha presentato a Zelensky un piano di assistenza. Oggi, il direttore dell’ente, Rafael Grossi, dovrebbe recarsi in visita alla centrale di Zaporizhzhia, dove gli ucraini rivendicano di aver strappato 300-350 metri agli avversari. E a proposito di nucleare, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, ha confermato che Minsk ha iniziato a ricevere atomiche tattiche dalla Russia: basterà una chiamata di Putin perché siano usate, ha minacciato l’autocrate. Da quelle parti, non hanno il Consiglio europeo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-ucraina-ue-2661354900.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kosovo-tre-agenti-arrestati-dai-serbi" data-post-id="2661354900" data-published-at="1686823321" data-use-pagination="False"> Kosovo, tre agenti arrestati dai serbi La situazione nel Kosovo rimane bloccata e l’Unione Europea sta perdendo la pazienza sia con i serbi che con i kossovari. Ieri, il portavoce dell’Alto rappresentante dell’Ue, Peter Stano, ha consegnato un duro monito a Pristina e Belgrado: «A causa dell’escalation recente nel Nord del Kosovo, che ha portato al ferimento di 30 soldati della missione Nato in Kosovo (Kfor), l’Ue e gli Stati membri hanno affermato all’unanimità che si aspettano che Kosovo e Serbia riducano le tensioni attuali. Abbiamo chiarito che in assenza di una immediata de-escalation, ci saranno conseguenze negative per le nostre relazioni. Negli ultimi giorni ci sono stati intensi contatti tra l’Ue, i nostri alleati e i partner di entrambe le parti per cercare una soluzione al punto morto nel Kosovo. L’escalation di ieri (martedì, ndr) nelle municipalità a maggioranza serba dimostra che l’escalation è ancora in corso». Alla luce di questa situazione, il portavoce ha ribadito la necessità di: «Ripristinare la calma nel nord del Kosovo» e ha affermato che l’Ue ha preparato proposte di misure immediate. Stano ha precisato che: «Queste misure non sono sanzioni nel senso di misure restrittive, ma sono piuttosto misure incrementali con conseguenze politiche e finanziarie». Ha menzionato la sospensione di visite e contatti di alto livello, nonché della cooperazione finanziaria con il Kosovo. Ha inoltre aggiunto che: «Queste misure sono temporanee e reversibili a seconda degli sviluppi sul campo e dei passi credibili e decisi intrapresi da Kurti (il primo ministro del Kosovo, ndr) per ridurre le tensioni». Riguardo alle responsabilità di Belgrado, Peter Stano ha riconosciuto che il parziale ritiro delle forze armate schierate al confine con il Kosovo rappresenta già un passo verso la de-escalation, tuttavia, ha affermato: «L’Ue è pronta a prendere misure se la Serbia non rispetta le richieste di ridurre le tensioni». Nonostante le minacce dell’Ue, ieri si sono verificati nuovi incidenti tra manifestanti serbi e polizia kosovara a Kosovska Mitrovica. La tensione è rapidamente salita martedì, quando la polizia ha arrestato Milun Milenkovic, un noto allenatore di kickboxing e responsabile degli scontri avvenuti il 29 maggio scorso a Zvecan. Nel frattempo, le proteste dei serbi contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese continuano. Anche l’Albania, da sempre sostenitrice della causa kosovara, si è stancata di Albin Kurti, tanto che il premier albanese Edi Rama, vista la situazione e la crescente insofferenza della comunità internazionale nei confronti di Pristina, ha cancellato la sua partecipazione a una seduta congiunta dei due governi - albanese e kosovaro - che era in programma ieri a Djakovo, in Kosovo. Il giallo della giornata invece riguarda l’arresto di tre agenti di frontiera kosovari da parte delle forze serbe, lungo la linea di confine nel nord del Kosovo. Kurti ha definito il caso «un tentativo di destabilizzazione e vendetta da parte dei serbi per l’arresto di Milenkovic» e ogni ingresso di merci dalla Serbia al Kosovo è stato interrotto. Il ministero dell’Interno del Kosovo afferma che il rapimento di Rifat Zeka, Beqir Sefi e Mustafa Shem è avvenuto a 300 metri all’interno del territorio del Kosovo, mentre il ministero dell’Interno della Serbia, al contrario, sostiene che si trovavano all’interno del territorio serbo. «Nessun rapimento, i tre sono stati sorpresi chiaramente sul territorio serbo. Spiegatemi cosa cercavano con armi automatiche, mappe, dispositivi Gps e altre apparecchiature di osservazione», ha dichiarato Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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