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2023-06-15
Frena l’accordo Ue sulle armi a Kiev. Gli Stati: «Bruxelles ci scavalca»
Thierry Breton e Ursula von der Leyen (Ansa)
Ventuno Paesi dell’Ue, Italia inclusa - a quanto pare aizzati dalla Germania - minacciano di svuotare i caricatori agli ucraini.
Ieri era atteso l’accordo, al Coreper, sull’avvio dei negoziati interistituzionali per il via libera definitivo all’Asap (Act in support of ammunition production). Si tratta della norma voluta dalla Commissione per finanziare, con 500 milioni, la produzione di munizioni da inviare a Kiev. L’Europa consentirebbe di impiegare anche i fondi stanziati per i piani di resilienza. Nelle intenzioni del commissario Thierry Breton, la legge dovrebbe imprimere all’Ue una sterzata verso «un’economia di guerra», consentendo alle industrie continentali della Difesa di fabbricare un milione di proiettili l’anno. Proprio dal comparto, però, si erano levate le prime voci di dissenso. Le perplessità riguardavano l’«invadenza» della Commissione, che avocherebbe a sé il diritto di imporre ordinativi prioritari - per poter dirottare, alla bisogna, le forniture belliche in direzione dell’Ucraina - e quello di farsi consegnare informazioni riservate, per individuare precocemente colli di bottiglia e intoppi nella catena di approvvigionamento.
Adesso, sono i Paesi membri a sposare quelle rimostranze: lamentano che Bruxelles si stia «spingendo troppo oltre» e rilevano che il suo iperdirigismo «non è necessario». Addirittura, il Consiglio proverebbe «disgusto» per la facoltà, concessa alla Commissione e a un gruppo ristretto di Stati, di emettere ordini prioritari. Un’alternativa sarebbe limitare i poteri di precettazione, eliminare le sanzioni, aumentare il controllo dei governi nazionali, garantire che i dati sensibili siano trasmessi su base volontaria e mantenere l’obbligo di autorizzazione statale per il trasferimento intra Ue di equipaggiamenti militari. Certo, ciò depotenzierebbe l’Asap. In più, fonti Ue spiegano che potrebbe volerci «forse anche un anno» a trovare un accordo. La controffensiva può attendere?
Non si direbbe, a leggere il Washington Post. Benché lo Stato maggiore dell’esercito ucraino rivendichi la liberazione di tre chilometri quadrati di territorio in tre giorni, secondo il quotidiano Usa, la Trentasettesima brigata, addestrata e armata dall’Occidente, avrebbe subito pesanti perdite a Sud di Velyka Novosilka, nel Donetsk. Di 50 soldati, 30 non sono tornati indietro, uccisi, feriti, o catturati dal nemico. In fondo, Volodymyr Zelensky l’aveva anticipato: la riconquista sarebbe stata un bagno di sangue. E al ritmo con cui gli aggrediti consumano munizioni, rispetto alla potenza di fuoco russa, di cui l’altra notte è stata tragica testimone Odessa, con almeno tre vittime, l’improvviso incagliamento dell’Asap rischia di avere conseguenze pesanti. Lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia del vertice di Vilnius, pur confermando gli avanzamenti a danno degli aggressori, ha ammesso: «Non sappiamo se sarà una svolta nella guerra». L’Alleanza atlantica ribadisce di volere «accordi credibili per la sicurezza dell’Ucraina», per evitare che Mosca possa «riposare, riarmarsi e rilanciare un nuovo attacco». È quel che minaccia Yevgeny Prigozhin: il leader della Wagner ha annunciato che la milizia tornerà in prima linea ad agosto.
Al prezzo di «battaglie feroci», le forze di Kiev dovrebbero aver guadagnato tra i 200 e i 500 metri a Bakhmut. Il loro contrattacco sfrutta pure tecniche di sabotaggio. Ieri, una forte esplosione ha danneggiato quasi 50 metri di ferrovia a Melitopol, occupata dalle truppe di Vladimir Putin. Lo scoppio ha fatto deragliare cinque treni merci russi, che trasportavano ferro rubato. Ed è nato un giallo attorno al braccio destro del comandante ceceno Ramzan Kadyrov, dato per morto: Adam Delimkhanov, invece, «è vivo e vegeto e non è nemmeno ferito», ha riferito il capo militare. Sarebbe stato lui a diffondere la falsa notizia dell’uccisione del compagno, per smascherare la propaganda ucraina.
Mosca, secondo il Financial Times, ha ripreso le esportazioni di petrolio verso la Corea del Nord. Intanto, per affrontare l’emergenza scaturita dal crollo della diga di Kakhovka, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha presentato a Zelensky un piano di assistenza. Oggi, il direttore dell’ente, Rafael Grossi, dovrebbe recarsi in visita alla centrale di Zaporizhzhia, dove gli ucraini rivendicano di aver strappato 300-350 metri agli avversari. E a proposito di nucleare, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, ha confermato che Minsk ha iniziato a ricevere atomiche tattiche dalla Russia: basterà una chiamata di Putin perché siano usate, ha minacciato l’autocrate. Da quelle parti, non hanno il Consiglio europeo.
Kosovo, tre agenti arrestati dai serbi
La situazione nel Kosovo rimane bloccata e l’Unione Europea sta perdendo la pazienza sia con i serbi che con i kossovari. Ieri, il portavoce dell’Alto rappresentante dell’Ue, Peter Stano, ha consegnato un duro monito a Pristina e Belgrado: «A causa dell’escalation recente nel Nord del Kosovo, che ha portato al ferimento di 30 soldati della missione Nato in Kosovo (Kfor), l’Ue e gli Stati membri hanno affermato all’unanimità che si aspettano che Kosovo e Serbia riducano le tensioni attuali. Abbiamo chiarito che in assenza di una immediata de-escalation, ci saranno conseguenze negative per le nostre relazioni. Negli ultimi giorni ci sono stati intensi contatti tra l’Ue, i nostri alleati e i partner di entrambe le parti per cercare una soluzione al punto morto nel Kosovo. L’escalation di ieri (martedì, ndr) nelle municipalità a maggioranza serba dimostra che l’escalation è ancora in corso». Alla luce di questa situazione, il portavoce ha ribadito la necessità di: «Ripristinare la calma nel nord del Kosovo» e ha affermato che l’Ue ha preparato proposte di misure immediate. Stano ha precisato che: «Queste misure non sono sanzioni nel senso di misure restrittive, ma sono piuttosto misure incrementali con conseguenze politiche e finanziarie». Ha menzionato la sospensione di visite e contatti di alto livello, nonché della cooperazione finanziaria con il Kosovo. Ha inoltre aggiunto che: «Queste misure sono temporanee e reversibili a seconda degli sviluppi sul campo e dei passi credibili e decisi intrapresi da Kurti (il primo ministro del Kosovo, ndr) per ridurre le tensioni». Riguardo alle responsabilità di Belgrado, Peter Stano ha riconosciuto che il parziale ritiro delle forze armate schierate al confine con il Kosovo rappresenta già un passo verso la de-escalation, tuttavia, ha affermato: «L’Ue è pronta a prendere misure se la Serbia non rispetta le richieste di ridurre le tensioni». Nonostante le minacce dell’Ue, ieri si sono verificati nuovi incidenti tra manifestanti serbi e polizia kosovara a Kosovska Mitrovica.
La tensione è rapidamente salita martedì, quando la polizia ha arrestato Milun Milenkovic, un noto allenatore di kickboxing e responsabile degli scontri avvenuti il 29 maggio scorso a Zvecan. Nel frattempo, le proteste dei serbi contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese continuano. Anche l’Albania, da sempre sostenitrice della causa kosovara, si è stancata di Albin Kurti, tanto che il premier albanese Edi Rama, vista la situazione e la crescente insofferenza della comunità internazionale nei confronti di Pristina, ha cancellato la sua partecipazione a una seduta congiunta dei due governi - albanese e kosovaro - che era in programma ieri a Djakovo, in Kosovo. Il giallo della giornata invece riguarda l’arresto di tre agenti di frontiera kosovari da parte delle forze serbe, lungo la linea di confine nel nord del Kosovo. Kurti ha definito il caso «un tentativo di destabilizzazione e vendetta da parte dei serbi per l’arresto di Milenkovic» e ogni ingresso di merci dalla Serbia al Kosovo è stato interrotto. Il ministero dell’Interno del Kosovo afferma che il rapimento di Rifat Zeka, Beqir Sefi e Mustafa Shem è avvenuto a 300 metri all’interno del territorio del Kosovo, mentre il ministero dell’Interno della Serbia, al contrario, sostiene che si trovavano all’interno del territorio serbo. «Nessun rapimento, i tre sono stati sorpresi chiaramente sul territorio serbo. Spiegatemi cosa cercavano con armi automatiche, mappe, dispositivi Gps e altre apparecchiature di osservazione», ha dichiarato Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo.
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L’Italia, con altri 20 Paesi, sposa i dubbi del settore Difesa e rallenta sul piano per rafforzare la produzione di munizioni. Intanto, il «Washington Post» rivela: «Pesanti perdite tra i soldati ucraini nella controffensiva».Kosovo: per Belgrado i poliziotti avevano oltrepassato il confine. Pristina accusa: «Sono stati rapiti». L’Ue avverte: «De-escalation fallita, pronte misure con effetto immediato».Lo speciale contiene due articoli.Ventuno Paesi dell’Ue, Italia inclusa - a quanto pare aizzati dalla Germania - minacciano di svuotare i caricatori agli ucraini. Ieri era atteso l’accordo, al Coreper, sull’avvio dei negoziati interistituzionali per il via libera definitivo all’Asap (Act in support of ammunition production). Si tratta della norma voluta dalla Commissione per finanziare, con 500 milioni, la produzione di munizioni da inviare a Kiev. L’Europa consentirebbe di impiegare anche i fondi stanziati per i piani di resilienza. Nelle intenzioni del commissario Thierry Breton, la legge dovrebbe imprimere all’Ue una sterzata verso «un’economia di guerra», consentendo alle industrie continentali della Difesa di fabbricare un milione di proiettili l’anno. Proprio dal comparto, però, si erano levate le prime voci di dissenso. Le perplessità riguardavano l’«invadenza» della Commissione, che avocherebbe a sé il diritto di imporre ordinativi prioritari - per poter dirottare, alla bisogna, le forniture belliche in direzione dell’Ucraina - e quello di farsi consegnare informazioni riservate, per individuare precocemente colli di bottiglia e intoppi nella catena di approvvigionamento. Adesso, sono i Paesi membri a sposare quelle rimostranze: lamentano che Bruxelles si stia «spingendo troppo oltre» e rilevano che il suo iperdirigismo «non è necessario». Addirittura, il Consiglio proverebbe «disgusto» per la facoltà, concessa alla Commissione e a un gruppo ristretto di Stati, di emettere ordini prioritari. Un’alternativa sarebbe limitare i poteri di precettazione, eliminare le sanzioni, aumentare il controllo dei governi nazionali, garantire che i dati sensibili siano trasmessi su base volontaria e mantenere l’obbligo di autorizzazione statale per il trasferimento intra Ue di equipaggiamenti militari. Certo, ciò depotenzierebbe l’Asap. In più, fonti Ue spiegano che potrebbe volerci «forse anche un anno» a trovare un accordo. La controffensiva può attendere?Non si direbbe, a leggere il Washington Post. Benché lo Stato maggiore dell’esercito ucraino rivendichi la liberazione di tre chilometri quadrati di territorio in tre giorni, secondo il quotidiano Usa, la Trentasettesima brigata, addestrata e armata dall’Occidente, avrebbe subito pesanti perdite a Sud di Velyka Novosilka, nel Donetsk. Di 50 soldati, 30 non sono tornati indietro, uccisi, feriti, o catturati dal nemico. In fondo, Volodymyr Zelensky l’aveva anticipato: la riconquista sarebbe stata un bagno di sangue. E al ritmo con cui gli aggrediti consumano munizioni, rispetto alla potenza di fuoco russa, di cui l’altra notte è stata tragica testimone Odessa, con almeno tre vittime, l’improvviso incagliamento dell’Asap rischia di avere conseguenze pesanti. Lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, alla vigilia del vertice di Vilnius, pur confermando gli avanzamenti a danno degli aggressori, ha ammesso: «Non sappiamo se sarà una svolta nella guerra». L’Alleanza atlantica ribadisce di volere «accordi credibili per la sicurezza dell’Ucraina», per evitare che Mosca possa «riposare, riarmarsi e rilanciare un nuovo attacco». È quel che minaccia Yevgeny Prigozhin: il leader della Wagner ha annunciato che la milizia tornerà in prima linea ad agosto. Al prezzo di «battaglie feroci», le forze di Kiev dovrebbero aver guadagnato tra i 200 e i 500 metri a Bakhmut. Il loro contrattacco sfrutta pure tecniche di sabotaggio. Ieri, una forte esplosione ha danneggiato quasi 50 metri di ferrovia a Melitopol, occupata dalle truppe di Vladimir Putin. Lo scoppio ha fatto deragliare cinque treni merci russi, che trasportavano ferro rubato. Ed è nato un giallo attorno al braccio destro del comandante ceceno Ramzan Kadyrov, dato per morto: Adam Delimkhanov, invece, «è vivo e vegeto e non è nemmeno ferito», ha riferito il capo militare. Sarebbe stato lui a diffondere la falsa notizia dell’uccisione del compagno, per smascherare la propaganda ucraina. Mosca, secondo il Financial Times, ha ripreso le esportazioni di petrolio verso la Corea del Nord. Intanto, per affrontare l’emergenza scaturita dal crollo della diga di Kakhovka, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha presentato a Zelensky un piano di assistenza. Oggi, il direttore dell’ente, Rafael Grossi, dovrebbe recarsi in visita alla centrale di Zaporizhzhia, dove gli ucraini rivendicano di aver strappato 300-350 metri agli avversari. E a proposito di nucleare, il presidente bielorusso, Aleksandr Lukashenko, ha confermato che Minsk ha iniziato a ricevere atomiche tattiche dalla Russia: basterà una chiamata di Putin perché siano usate, ha minacciato l’autocrate. Da quelle parti, non hanno il Consiglio europeo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-ucraina-ue-2661354900.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kosovo-tre-agenti-arrestati-dai-serbi" data-post-id="2661354900" data-published-at="1686823321" data-use-pagination="False"> Kosovo, tre agenti arrestati dai serbi La situazione nel Kosovo rimane bloccata e l’Unione Europea sta perdendo la pazienza sia con i serbi che con i kossovari. Ieri, il portavoce dell’Alto rappresentante dell’Ue, Peter Stano, ha consegnato un duro monito a Pristina e Belgrado: «A causa dell’escalation recente nel Nord del Kosovo, che ha portato al ferimento di 30 soldati della missione Nato in Kosovo (Kfor), l’Ue e gli Stati membri hanno affermato all’unanimità che si aspettano che Kosovo e Serbia riducano le tensioni attuali. Abbiamo chiarito che in assenza di una immediata de-escalation, ci saranno conseguenze negative per le nostre relazioni. Negli ultimi giorni ci sono stati intensi contatti tra l’Ue, i nostri alleati e i partner di entrambe le parti per cercare una soluzione al punto morto nel Kosovo. L’escalation di ieri (martedì, ndr) nelle municipalità a maggioranza serba dimostra che l’escalation è ancora in corso». Alla luce di questa situazione, il portavoce ha ribadito la necessità di: «Ripristinare la calma nel nord del Kosovo» e ha affermato che l’Ue ha preparato proposte di misure immediate. Stano ha precisato che: «Queste misure non sono sanzioni nel senso di misure restrittive, ma sono piuttosto misure incrementali con conseguenze politiche e finanziarie». Ha menzionato la sospensione di visite e contatti di alto livello, nonché della cooperazione finanziaria con il Kosovo. Ha inoltre aggiunto che: «Queste misure sono temporanee e reversibili a seconda degli sviluppi sul campo e dei passi credibili e decisi intrapresi da Kurti (il primo ministro del Kosovo, ndr) per ridurre le tensioni». Riguardo alle responsabilità di Belgrado, Peter Stano ha riconosciuto che il parziale ritiro delle forze armate schierate al confine con il Kosovo rappresenta già un passo verso la de-escalation, tuttavia, ha affermato: «L’Ue è pronta a prendere misure se la Serbia non rispetta le richieste di ridurre le tensioni». Nonostante le minacce dell’Ue, ieri si sono verificati nuovi incidenti tra manifestanti serbi e polizia kosovara a Kosovska Mitrovica. La tensione è rapidamente salita martedì, quando la polizia ha arrestato Milun Milenkovic, un noto allenatore di kickboxing e responsabile degli scontri avvenuti il 29 maggio scorso a Zvecan. Nel frattempo, le proteste dei serbi contro l’elezione di nuovi sindaci di etnia albanese continuano. Anche l’Albania, da sempre sostenitrice della causa kosovara, si è stancata di Albin Kurti, tanto che il premier albanese Edi Rama, vista la situazione e la crescente insofferenza della comunità internazionale nei confronti di Pristina, ha cancellato la sua partecipazione a una seduta congiunta dei due governi - albanese e kosovaro - che era in programma ieri a Djakovo, in Kosovo. Il giallo della giornata invece riguarda l’arresto di tre agenti di frontiera kosovari da parte delle forze serbe, lungo la linea di confine nel nord del Kosovo. Kurti ha definito il caso «un tentativo di destabilizzazione e vendetta da parte dei serbi per l’arresto di Milenkovic» e ogni ingresso di merci dalla Serbia al Kosovo è stato interrotto. Il ministero dell’Interno del Kosovo afferma che il rapimento di Rifat Zeka, Beqir Sefi e Mustafa Shem è avvenuto a 300 metri all’interno del territorio del Kosovo, mentre il ministero dell’Interno della Serbia, al contrario, sostiene che si trovavano all’interno del territorio serbo. «Nessun rapimento, i tre sono stati sorpresi chiaramente sul territorio serbo. Spiegatemi cosa cercavano con armi automatiche, mappe, dispositivi Gps e altre apparecchiature di osservazione», ha dichiarato Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo.
(iStock)
E ieri ha portato a casa la sua missione con il voto favorevole della maggioranza (Pd, Avs-Ecolò e Lista Funaro), il no di Italia viva e l’astensione di M5s e Spc (Sinistra progetto comune). Non proprio un bel segnale per il campo largo, anche se grillini e rifondaroli sono all’opposizione.
Fatto sta che da domani anche nelle zone che vanno da Campo di Marte e San Jacopino fino alle aree Bronzino e Pier Vettori, Fonderia e Petrarca (sottozona A3 e A4), gli Airbnb saranno tabù. Per intenderci, le sottozone A3 e A4 corrispondono a 11,21 chilometri quadrati e racchiudono 67.780 abitazioni.
Non uno scherzo. Anche perché da tempo i paletti fiorentini sono i più rigidi del Paese. Oltre a non ammettere nuove autorizzazioni per i cosiddetti contratti turistici, ora anche nei territori più periferici (l’allargamento riguarda più di 500 nuove strade) saranno «inammissibili» cucine inferiori ai 9 metri quadrati, l’impatto acustico dovrà essere limitato entro determinate soglie e a chi dovesse violare le regole saranno comminate sanzioni fino a 10.000 euro.
Insomma, un’altra bella botta per la proprietà privata e per i cittadini che magari hanno ricevuto un piccolo immobile in donazione, hanno sempre pagato le tasse e rispettato le regole, ma ora non sono liberi di metterlo a reddito come meglio credono.
«Non ho gradito i tempi e le modalità con cui è stata frettolosamente portata in aula la delibera», spiega alla Verità il vicepresidente del consiglio comunale, lato Fratelli d’Italia, Alessandro Draghi, «l’emergenza abitativa non può ricadere sui privati. Bloccare le locazioni turistiche nella corona attorno ai viali vuol dire semplicemente trasferire il fenomeno ancor più in periferia».
E la pensano allo stesso modo le oltre 400 persone che si sono riunite ieri in piazza della Signoria per protestare contro la delibera. «Il settore degli affitti brevi», spiegano i promotori del Coordinamento 4 Giugno, «coinvolge ormai migliaia di famiglie fiorentine e rappresenta una componente importante dell’economia cittadina. È sbagliato indicarlo come il principale responsabile del problema abitativo. Esiste certamente un tema casa e un disagio abitativo, che non va sottovalutato. Ma la risposta non può essere quella di limitare la proprietà privata o colpire i piccoli proprietari. Il problema si affronta aumentando l’offerta di alloggi attraverso la rigenerazione urbana, il recupero del patrimonio inutilizzato e l’acquisizione di nuovo patrimonio abitativo da destinare alla locazione a canoni sostenibili». Quindi i dettagli del caso Firenze. «Oggi, il Comune ha oltre 800 alloggi in edilizia residenziale pubblica inutilizzati e di conseguenza non può aggiungere il problema abitativo ai piccoli proprietari privati perché non è credibile oltre che ingiusto. Noi diciamo sì alle regole e ai controlli contro l’abusivismo, ma no a provvedimenti ideologici che rischiano di penalizzare famiglie, lavoratori e piccoli risparmiatori senza produrre benefici concreti sul fronte dell’emergenza abitativa».
Anche perché poi succede che i fondi e le società immobiliari abbiano il via libera alle locazioni brevi di appartamenti di extra lusso, mentre i privati restano a bocca asciutta.
Contraddizione che è diventata palese quando il Tar, qualche giorno fa, ha dato il via libera alla possibilità di fare attività di Airbnb in un mega palazzo vicino al Duomo che conta più di 100 alloggi extra lusso.
Il complesso Bufalini è di proprietà della società di gestione del risparmio Namira, che ha acquistato i circa 18.000 metri quadrati del complesso nel 2024 da Tom Barrack e oggi lo gestisce attraverso il fondo Kalon.
Perché Namira può fare Airbnb e i fiorentini no? Di chi è la colpa? Secondo i giudici del tribunale regionale, la variante di aprile del piano urbanistico comunale dello scorso anno aveva escluso il complesso Bufalini dal blocco previsto per gli Airbnb (in base anche a una convenzione del 2017, che non escludeva la destinazione turistica) e anche se la Funaro ha approvato un regolamento che vieta nuovi affitti brevi nell’area Unesco, «la licenza» resta.
Il sindaco si dice pronto a ricorrere al Consiglio di Stato, ma non risponde ad alcune semplici domande che molti dei suoi cittadini le stanno ponendo.
Esistono altri immobili in centro nella stessa situazione? Sono state concesse ulteriori eccezioni alle rigidissime regole imposte dalla sinistra? Sono ipotizzabili nuove varianti urbanistiche nel centro della città che aprono le porte agli affitti brevi, magari per i soliti alloggi extra lusso in mano ai fondi?
La Funaro non risponde. Ma se emergessero nuovi edifici che per un motivo o per l’altro ottengono l’autorizzazione a fare Airbnb, al danno per i cittadini fiorentini si aggiungerebbe la beffa, e il sindaco perderebbe completamente la faccia.
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Rocco Basilico e Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
A stipularla Leonardo Maria Del Vecchio e Rocco Basilico sotto la regia della madre, Nicoletta Zampillo ultima moglie di Leonardo Del Vecchio. l’accordo spiana la strada a Leonardo Del Vecchio verso la maggioranza assoluta di Delfin, la cassaforte di famiglia. Vuol dire controllare un impero globale. La holding oggi vale circa 42 miliardi e che custodisce non soltanto il controllo di Essilor Luxottica, ma anche partecipazioni strategiche in Generali, Monte dei Paschi di Siena e Unicredit.
Dentro quelle mura lussemburghesi si concentrano quote, potere, dividendi, influenza e soprattutto la lunga ombra di uno dei più grandi imprenditori italiani del dopoguerra. Ecco perché la tregua assume un significato che va ben oltre il tradizionale romanzo familiare degli eredi. Sul tavolo c’era l’architettura di uno degli snodi più delicati del capitalismo italiano. Per settimane la tensione era salita come la pressione dentro una pentola dimenticata sul fuoco.
Da una parte Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito del fondatore di Luxottica, impegnato a portare a termine il grande riassetto della holding. Dall’altra Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo e del banchiere Paolo Basilico, deciso a contestare il percorso scelto per la redistribuzione delle quote. La battaglia si era rapidamente trasferita nelle aule del Granducato. Basilico aveva impugnato davanti al Tribunale del Lussemburgo le delibere approvate dall’assemblea di Delfin. Nel mirino c’erano due decisioni particolarmente rilevanti: l’aumento dei dividendi e soprattutto l’operazione destinata a consentire a Leonardo Maria di acquistare il 25% della holding detenuto dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio.
Una partita gigantesca. Perché quel 25% rappresenta una quota che, ai valori correnti della cassaforte, sfiora gli 11 miliardi. Una di quelle somme che smettono di essere denaro e diventano geografia economica.
L’operazione avrebbe portato Leonardo Maria Del Vecchio al 37,5% di Delfin, consolidando una posizione destinata a renderlo il principale punto di riferimento della governance futura. Un progetto complesso anche dal punto di vista finanziario.
Per sostenere l’acquisto era infatti previsto un finanziamento da circa 10 miliardi una delle operazioni più rilevanti mai viste in una vicenda successoria italiana. Un’architettura che richiedeva stabilità, certezze giuridiche e soprattutto l’assenza di nuvole legali all’orizzonte.
Le contestazioni giudiziarie rischiavano invece di trasformarsi in una fastidiosa sabbia negli ingranaggi.
Nel frattempo si era aggiunto un altro capitolo.
A fine maggio Nicoletta Zampillo aveva inviato una lettera al consiglio di amministrazione di Delfin manifestando la volontà di rimettere in discussione la rinuncia effettuata nel 2022 a metà della quota del 25% a lei destinata dal marito a favore del figlio Rocco.
Un passaggio che aveva contribuito ad aumentare ulteriormente la temperatura.
Gli osservatori finanziari seguivano gli sviluppi come si segue una finale di Champions League. Per una ragione semplice: dietro la disputa familiare c’erano asset che pesano enormemente sugli equilibri economici del Paese. Delfin possiede infatti il 32,4% di Essilor Luxottica, il campione mondiale dell’occhialeria nato dalla fusione che ha cambiato la geografia del settore. Ma non basta. Controlla anche il 17,5% di Monte dei Paschi di Siena, il 10% di Generali e il 2,7% di Unicredit.
Tradotto dal linguaggio delle partecipazioni a quello della realtà: una quota rilevante del risparmio italiano, del credito alle imprese, delle assicurazioni e della finanza nazionale passa direttamente o indirettamente sotto l’ombrello della cassaforte creata da Del Vecchio.
Secondo quanto emerge dalle ricostruzioni delle ultime ore, sia Leonardo Maria Del Vecchio sia Rocco Basilico si sarebbero impegnati a ritirare le rispettive iniziative giudiziarie. Una scelta che consente di sbloccare un'impasse che durava ormai da settimane e che rischiava di allungare ulteriormente i tempi del riassetto.
La tregua arriva a quattro anni dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio.
Quattro anni nei quali l’eredità del fondatore ha continuato a esercitare una forza gravitazionale impressionante. Come accade spesso nelle grandi dinastie imprenditoriali, il patrimonio non è soltanto una questione economica. È anche una questione di leadership, di visione, di equilibrio tra rami familiari e di gestione del potere.
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Ansa
Anzi, ieri è stato ucciso, da una bomba di mortaio, un casco blu del contingente Onu Unifil. È accaduto nell’area di Marjayoun, vicino Dibbine, nell’avamposto «Miguel de Cervantes» di militari spagnoli. La granata ha ucciso un militare di nazionalità serba e ha ferito un militare spagnolo e uno salvadoregno.
Il caduto era il sergente Milovan Jovanovic, che avrebbe compiuto 37 anni domani, essendo nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo e lascia una moglie e due figli. Il suo decesso è avvenuto dopo un vano ricovero in elicottero al Centro medico universitario di Beirut. Si conferma una volta di più la precaria posizione dell’Unifil, schierato in Libano dal 1978 e sempre fra due fuochi. Attualmente l’Unifil è sotto il comando del generale italiano Diodato Abagnara e conta 7.478 uomini, fra cui 746 italiani. L’esercito israeliano ha attribuito a Hezbollah la morte del serbo, affermando che «una serie di colpi di mortaio provenienti dalla zona di Qotrani ed effettuati da Hezbollah». Poi l’esercito libanese rilevava: «Le truppe israeliane si sono ritirate da Debbine, nel distretto di Marjeyoun, per facilitare il monitoraggio del cessate il fuoco».
Nella notte era arrivato l’assenso di Beirut a un cessate il fuoco concordato con Israele, con la mediazione dell’amministrazione americana di Donald Trump. Accordo basato sul disarmo di Hezbollah e su «aree pilota» sgomberate dalla presenza israeliana e di Hezbollah e presidiate da truppe libanesi. Alla milizia sciita si chiede il ritiro a Nord del fiume Litani. Il presidente libanese Joseph Aoun ha affermato che «i negoziati sono stati difficili e sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano Marco Rubio». La tregua diverrebbe effettiva «24 ore dall’approvazione definitiva» e sarebbe preparatoria di negoziati dal 22 giugno. Da parte israeliana, il premier Benjamin Netanyahu ha discusso l’accordo con il suo gabinetto di sicurezza nazionale, ma il problema pare lo stesso del precedente cessate il fuoco di ottobre 2024: il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi. Se il ministro della Difesa Israel Katz si dice soddisfatto, il titolare della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, parla di «grave errore» evocando complicità fra governo libanese e sciiti. Naim Qassem, capo di Hezbollah, ha già definito l’accordo «una capitolazione e una sconfitta». Stando a indiscrezioni del giornale israeliano Haaretz, Qassem rifiuterebbe l’accordo su impulso dell’Iran, dato che gli ayatollah non intendono separare la crisi nel Golfo Persico da quella libanese, come invece vorrebbe Trump.
Un funzionario israeliano ha anticipato alla testata Ynet che l’esercito ebraico «rimarrà nelle aree conquistate» fra cui la cresta del castello di Beaufort, e che «proseguiranno le operazioni per smantellare Hezbollah». Afferma che il senso dell’accordo è «spingere lo stato libanese ad affrontare Hezbollah», risolvendo il problema di una milizia che è uno «Stato nello Stato». Proprio ieri il Consiglio dell’Unione europea ha approvato aiuti per 100 milioni di euro destinati «al rafforzamento dell’esercito libanese». In giornata Israele ha compiuto raid con droni e aerei, colpendo Sohmor e altri siti nella valle della Bekaa, come la diga di Qaraoun, oltre a un’automobile sulla strada Kfar Kila e Zefta, facendo sei morti e otto feriti. Hezbollah ha lanciato razzi sui soldati israeliani, oltre a droni che sono stati abbattuti. Gli sciiti hanno però rivendicato la distruzione di un carro armato israeliano al castello di Beufort con un missile.
Ieri, dopo che il direttore del Mossad, David Barnea, ha lasciato l’incarico a Roman Gofman, il Jerulasem Post ha rivelato che l’uccisione, il 27 settembre 2024, dello storico capo di Hezbollah Hassan Nasrallah con un raid aereo sarebbe dovuta a speciali sistemi di puntamento installati nel suo quartier generale da spie del servizio segreto ebraico. Nel frattempo, è aumentato il numero delle vittime del raid israeliano su Gaza: si parla di 11 morti, inclusi dei bambini.
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Donald Trump (Ansa)
Uno scoglio sul tavolo è del resto quello della crisi libanese: non è infatti un mistero che la Repubblica islamica voglia la risoluzione del conflitto tra Israele ed Hezbollah come parte integrante di un eventuale accordo con la Casa Bianca. «La nostra condizione iniziale per accettare un cessate il fuoco nella guerra regionale è stata un cessate il fuoco su tutti i fronti, Libano compreso», hanno affermato, ieri, i pasdaran, per poi aggiungere: «Il nemico deve cessare urgentemente gli attacchi contro il popolo libanese e ritirarsi immediatamente oltre i confini internazionali, evacuando i territori occupati del Libano e riconoscendo l’integrità territoriale del Libano».
Mercoledì, Washington, Beirut e Gerusalemme avevano emesso un comunicato congiunto, concordando un cessate il fuoco «subordinato alla completa cessazione degli attacchi di Hezbollah». Tuttavia, ieri, il leader della stessa Hezbollah, Naim Qassem, ha bollato l’accordo tra Libano e Israele come una «resa». Ha quindi affermato che gli attacchi contro il Nord dello Stato ebraico proseguiranno fin quando continueranno i bombardamenti israeliani sul Paese dei Cedri. Poco dopo, un funzionario di Hezbollah ha confermato il rifiuto della tregua. Bisognerà quindi capire quale impatto avrà questa situazione sul destino della diplomazia tra Stati Uniti e Iran. D’altronde, un altro scoglio riguarda Hormuz. Ieri, il ministero degli Esteri iraniano ha detto che Teheran «non intende riscuotere tasse di passaggio, dazi di transito o pagamenti per i diritti di transito», ma soltanto delle tariffe di servizio. Non è al momento chiaro come reagirà Washington, che si è sempre espressa contro eventuali pedaggi imposti dalla Repubblica islamica nello Stretto.
Nel frattempo, Donald Trump avrebbe deciso di non riprendere le ostilità con Teheran, a meno che la Repubblica islamica non uccida dei soldati americani. Non solo. Oltre a dire che le trattative con il regime khomeinista starebbero andando «molto bene», il presidente statunitense non ha escluso l’eventualità di incontrare la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei: un Khamenei che, secondo Washington, sarebbe coinvolto nei negoziati e che, ieri, ha esortato gli iraniani a «preservare l’unità nazionale». In tutto questo, mercoledì, il presidente americano ha ammesso di aver definito «pazzo» Benjamin Netanyahu durante un litigio telefonico, ma ha anche cercato di gettare acqua sul fuoco. «Abbiamo lavorato molto bene insieme. Bibi mi piace molto. E lavoro molto bene con lui», ha detto. Lunedì, Trump si era notevolmente irritato con il premier israeliano, ritenendo che i raid dello Stato ebraico su Beirut avrebbero compromesso le trattative in corso tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta cercando di salvaguardare il processo diplomatico con Teheran, tentando di raffrenare sia Hezbollah che Gerusalemme. Tuttavia, nel mezzo di queste manovre complicate, Trump si sta ritrovando a dover affrontare una grana interna. L’altro ieri, la Camera dei rappresentanti, anche attraverso il voto favorevole di quattro deputati repubblicani dissidenti, ha approvato una risoluzione che esige la conclusione del conflitto in Iran: una circostanza che, neanche a dirlo, ha profondamente irritato il presidente statunitense. «Con una votazione insignificante, la Camera ha votato, con quattro repubblicani corrotti e tutti i democratici, per limitare i miei poteri di guerra, proprio nel bel mezzo delle trattative finali per porre fine alla guerra con la Repubblica islamica dell’Iran. Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica?», ha tuonato Trump, ieri, su Truth.
Come riportato da The Hill, non è chiaro se la risoluzione abbia forza di legge e se sia quindi vincolante. Bisognerà inoltre attendere l’eventuale ok del Senato. Ciò detto, dal punto di vista politico, si configura potenzialmente un problema per il presidente americano. Continua infatti ad aumentare la pressione su di lui, affinché chiuda la questione iraniana. Ricordiamo che, sulla base del War powers act, il presidente deve ottenere l’ok del Congresso, qualora le azioni militari da lui ordinate superino i 60 giorni. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha finora sostenuto che le ostilità con Teheran sono terminate a seguito del cessate il fuoco stipulato l’8 aprile e prorogato a tempo indeterminato il 21 dello stesso mese: il che, argomenta la Casa Bianca, renderebbe inutile richiedere e ottenere l’autorizzazione da parte del potere legislativo. Sarà quindi necessario capire in che modo questa questione si intersecherà con le trattative iraniane. E se avrà degli impatti in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
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