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2023-01-10
«Ha solo protetto la sua famiglia». Libero l’uomo che ha ucciso il vicino
La ruspa guidata da Gezim Dodoli contro la villetta di Sandro Mugnai (Ansa)
Scarcerato. Il giudice ha valutato le carte e ha deciso che tre giorni di prigione fossero anche troppi per Sandro Mugnai, l’artigiano di Arezzo di 53 anni accusato di omicidio volontario per aver imbracciato il fucile e aver fatto fuoco da una finestra verso la cabina della ruspa che gli stava demolendo la casa. A manovrarla era Gezim Dodoli, 57 anni, operaio albanese da molti anni in Italia, in preda a un raptus di follia. Un colpo, due colpi, tre colpi di benna con l’intento di devastare e sbriciolare l’abitazione mentre all’interno la famiglia Mugnai stava cenando con i parenti (attorno al tavolo erano in sette) la vigilia dell’Epifania. Un incubo, poi il silenzio, con il ronzio del motore del Caterpillar al minimo. Quattro dei cinque proiettili erano andati a segno.
«Non c’era altro modo di fermarlo, dovevo difendere la mia famiglia», ha spiegato il fabbro. Al termine dell’interrogatorio di garanzia il gip Giulia Soldini gli ha creduto perché ha sconfessato il pm che aveva richiesto i domiciliari. E ha ritenuto, pur convalidando l’arresto, di annullare le misure cautelari lasciando libero l’omicida perché «non ci sono né pericolo di fuga, né di reiterazione del reato, né di inquinamento delle prove». L’accusa di omicidio volontario, con tutto quel che ne consegue, resta difficile da sostenere. In aula, il gip ha peraltro fatto esplicito riferimento alla legittima difesa. Anche perché dalla casa che tremava era impossibile fuggire: sull’ingresso c’era l’escavatore. Gli avvocati difensori Marzia Lelli e Piero Melani Graverini hanno puntato sulla legittima difesa (continueranno a farlo nel procedimento penale) e hanno avuto ragione; la legge fortemente voluta dal centrodestra per tutelare la proprietà privata e i cittadini vittime di aggressione predeterminata ha qui un’applicazione doverosa nel segno del garantismo.
«Ora andiamo a casa», ha detto Mattia Mugnai abbracciando il padre all’uscita del tribunale. Andranno a vivere dai parenti perché la villetta di San Polo (frazione di Arezzo) in sasso a vista è stata dichiarata inagibile dai Vigili del fuoco, gravemente danneggiata nella facciata e nel tetto dalla furia meccanica. Prima di avventarsi sulla casa, Dodoli aveva accatastato una sull’altra (distruggendole) le quattro auto trovate sulla sua strada nel cortile. Essendo un esperto operatore di mezzi di movimento terra, la vittima sapeva manovrare perfettamente la ruspa, di sua proprietà. Sposato e padre di due figli, Gezim aveva lavorato anche in Germania, poi a Seveso, e ultimamente è tornato ad Arezzo da solo mentre il resto della famiglia è rimasto in Lombardia.
Alla base dell’aggressione - fermata a fucilate con una carabina per la caccia al cinghiale detenuta regolarmente -, ci sarebbero dissapori e screzi tra i due vicini di casa. Fra le altre cose Dodoli accusava Mugnai di non voler riparare la fognatura che emetteva odori pestilenziali. San Polo è un borgo con 200 abitanti, si conoscono tutti. E tutti stimano i Mugnai per la correttezza dei rapporti e per la generosità nei confronti della comunità: padre e figlio sono molto attivi nel sociale come volontari. Il parroco don Natale Gabrielli prova a ricostruire i rapporti fra le due famiglie. «È una storia terribile, posso testimoniare che i due vicini di casa un tempo si frequentavano. Sono andato più volte a mangiare da entrambi; i bambini, ora uomini, servivano messa con me e stavano in parrocchia. Poi la famiglia Dodoli si era trasferita a Milano ma, da qualche tempo, Gezim era tornato da solo. Cosa sia successo non lo so. Ma so che Sandro forse voleva difendere la propria famiglia: il tetto stava crollando sotto i colpi della benna, sarebbero morti tutti schiacciati».
Mentre attendeva l’uscita del padre dalla Procura, Mattia Mugnai ha rivissuto l’angoscia della tragedia. «Quelli che abbiamo vissuto sono stati momenti di grande agonia. Adesso aspetto il babbo, lo riporto a casa e cercheremo di stare tranquilli insieme. Purtroppo so che ancora non è finita questa storia ma la scarcerazione è quello che ci aspettavamo tutti. La mia famiglia è ancora sotto shock per quanto accaduto. Lo stato d’animo, come potete comprendere, non è affatto tranquillo. Conoscevo Gezim, avevamo rapporti di cordiale conoscenza. Non c’erano tensioni irrecuperabili. Noi non abitiamo più a casa nostra perché la struttura è stata resa inagibile ma, per fortuna, possiamo contare sul supporto di parenti e amici che ci hanno accolto. Non so neanche se riusciremo mai più a rientrare a casa, viste le condizioni in cui si trova». Secondo gli esperti, ancora un paio di colpi di ruspa e il tetto sarebbe crollato in testa ai famigliari convenuti per la cena.
Anche se sarà costretto a rivivere il dramma mille volte - il fragore della ruspa, i colpi che fanno vacillare la parete, la finestra in frantumi, la paura per la famiglia, i cinque colpi di carabina e un uomo senza vita - ora Sandro Mugnai è libero. Spiega l’avvocato Lelli: «È rimasto tranquillo, ha appreso la notizia della sua scarcerazione in maniera molto pacata. È un uomo che si è trovato a dover reagire ad una situazione eccezionale, imprevedibile, dove ad essere in pericolo c’era la vita di tutti i componenti della famiglia». La battaglia giudiziaria sarà lunga e accidentata, ma la legge sulla legittima difesa può diventare un importante ombrello protettivo. Ci volevano una ruspa, una casa che trema e una possibile strage per capirlo.
Già a processo il primo ultrà dell’A1
A distanza di 24 ore dal blocco dell’Autostrada 1 per la guerriglia in autogrill tra ultras romanisti e napoletani, gli identificati da parte delle forze dell’ordine sono 180, mentre oggi è prevista la direttissima per Martino Di Tosto, il supporter della Roma ferito da una coltellata e arrestato per rissa aggravata nell’area di servizio Badia al Pino. La stessa in cui nel 2017 l’ex agente della Stradale Luigi Spaccarotella uccise il tifoso laziale Gabriele Sandri.
Il primo bilancio dell’attività delle forze dell’ordine è frutto di due operazioni di polizia che hanno portato all’identificazione di un’ottantina di ultras azzurri a Genova e di poco più di un centinaio di ultras giallorossi a Milano. Con tutta probabilità saranno destinatari di Daspo, sulla cui efficacia però i rappresentanti delle forze dell’ordine sono già sembrati scettici.
«Stiamo concentrando le nostre energie e quelle della Polizia per arrivare quanto prima all’identificazione dei responsabili di questo gesto folle e assurdo», ha assicurato il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi.
Inquirenti e investigatori setacciano le chat dei gruppi ultras alla ricerca dei retroscena per ricostruire quello che a tutti gli effetti è sembrato uno scontro organizzato da tifoserie ostili: «Da quello che so i napoletani erano già pronti, stavano all’autogrill e i romanisti sono scesi. So che ci sono stati parecchi feriti: i napoletani le hanno date, pure parecchie, anche qualche napoletano era ferito». È l’audio di un romanista, che prosegue: «I napoletani hanno fatto una bella azione, studiata nei minimi particolari. I romanisti ci stavano, sono scesi, si sono compattati per andare allo scontro».
Dai rappresentanti sindacali delle forze di polizia è unanime la richiesta d’inasprimento dei Daspo: «Molti provvedimenti amministrativi emanati in passato sono giunti a conclusione e molti violenti si sono ricompattati nelle curve», osserva Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, «occorre rendere obbligatoria la tessera del tifoso. Le società interrompano ogni ammiccamento, assicurando posti assegnati e numerati solo ai titolari di biglietto nominativo».
«Sono delinquenti al pari dei black bloc», sottolinea il segretario del Sap, Stefano Paoloni, «Bisognerebbe vietare le trasferte ai potenziali facinorosi e rendere più afflittivo il Daspo sportivo». Per Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione polizia di Stato, «il Daspo è più efficace quando è connesso all’obbligo di firma durante i match, ma non serve contro il tifo violento. Andrebbe inasprito, così come molto severa dovrebbe essere la risposta alla violazione: carcere e pena certa e ineludibile». La società partenopea presieduta da Aurelio De Laurentiis ha condannato con fermezza i responsabili degli scontri, invocando provvedimenti radicali dal titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, che ha subito raccolto gli appelli: «Vietare le trasferte ai tifosi? L’attuale quadro normativo consente di adottare dei provvedimenti restrittivi e io stesso, in qualità di prefetto, ho preso decisioni analoghe. Nei prossimi giorni ci sarà un incontro con la Lega calcio e gli organi di polizia. Darò istruzioni affinché si adottino provvedimenti improntati a criteri di massima precauzione. Non so se giuridicamente si può parlare di Daspo a vita», aggiunge il Ministro dell’Interno, «ma di sicuro posso assicurarvi che l’attuale sistema di norme consente di adottare provvedimenti adeguati».
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Il gip scarcera Sandro Mugnai, l’artigiano di Arezzo accusato di omicidio volontario per aver colpito a morte un conoscente che gli stava demolendo casa con la ruspa. Finalmente il diritto a difendersi entra nelle aule.Oggi la direttissima per Martino Di Tosto, il romanista ferito e arrestato negli scontri di domenica in autogrill. Il ministro Matteo Piantedosi: «Vietare trasferte ai tifosi? Si può fare».Lo speciale contiene due articoli.Scarcerato. Il giudice ha valutato le carte e ha deciso che tre giorni di prigione fossero anche troppi per Sandro Mugnai, l’artigiano di Arezzo di 53 anni accusato di omicidio volontario per aver imbracciato il fucile e aver fatto fuoco da una finestra verso la cabina della ruspa che gli stava demolendo la casa. A manovrarla era Gezim Dodoli, 57 anni, operaio albanese da molti anni in Italia, in preda a un raptus di follia. Un colpo, due colpi, tre colpi di benna con l’intento di devastare e sbriciolare l’abitazione mentre all’interno la famiglia Mugnai stava cenando con i parenti (attorno al tavolo erano in sette) la vigilia dell’Epifania. Un incubo, poi il silenzio, con il ronzio del motore del Caterpillar al minimo. Quattro dei cinque proiettili erano andati a segno.«Non c’era altro modo di fermarlo, dovevo difendere la mia famiglia», ha spiegato il fabbro. Al termine dell’interrogatorio di garanzia il gip Giulia Soldini gli ha creduto perché ha sconfessato il pm che aveva richiesto i domiciliari. E ha ritenuto, pur convalidando l’arresto, di annullare le misure cautelari lasciando libero l’omicida perché «non ci sono né pericolo di fuga, né di reiterazione del reato, né di inquinamento delle prove». L’accusa di omicidio volontario, con tutto quel che ne consegue, resta difficile da sostenere. In aula, il gip ha peraltro fatto esplicito riferimento alla legittima difesa. Anche perché dalla casa che tremava era impossibile fuggire: sull’ingresso c’era l’escavatore. Gli avvocati difensori Marzia Lelli e Piero Melani Graverini hanno puntato sulla legittima difesa (continueranno a farlo nel procedimento penale) e hanno avuto ragione; la legge fortemente voluta dal centrodestra per tutelare la proprietà privata e i cittadini vittime di aggressione predeterminata ha qui un’applicazione doverosa nel segno del garantismo.«Ora andiamo a casa», ha detto Mattia Mugnai abbracciando il padre all’uscita del tribunale. Andranno a vivere dai parenti perché la villetta di San Polo (frazione di Arezzo) in sasso a vista è stata dichiarata inagibile dai Vigili del fuoco, gravemente danneggiata nella facciata e nel tetto dalla furia meccanica. Prima di avventarsi sulla casa, Dodoli aveva accatastato una sull’altra (distruggendole) le quattro auto trovate sulla sua strada nel cortile. Essendo un esperto operatore di mezzi di movimento terra, la vittima sapeva manovrare perfettamente la ruspa, di sua proprietà. Sposato e padre di due figli, Gezim aveva lavorato anche in Germania, poi a Seveso, e ultimamente è tornato ad Arezzo da solo mentre il resto della famiglia è rimasto in Lombardia. Alla base dell’aggressione - fermata a fucilate con una carabina per la caccia al cinghiale detenuta regolarmente -, ci sarebbero dissapori e screzi tra i due vicini di casa. Fra le altre cose Dodoli accusava Mugnai di non voler riparare la fognatura che emetteva odori pestilenziali. San Polo è un borgo con 200 abitanti, si conoscono tutti. E tutti stimano i Mugnai per la correttezza dei rapporti e per la generosità nei confronti della comunità: padre e figlio sono molto attivi nel sociale come volontari. Il parroco don Natale Gabrielli prova a ricostruire i rapporti fra le due famiglie. «È una storia terribile, posso testimoniare che i due vicini di casa un tempo si frequentavano. Sono andato più volte a mangiare da entrambi; i bambini, ora uomini, servivano messa con me e stavano in parrocchia. Poi la famiglia Dodoli si era trasferita a Milano ma, da qualche tempo, Gezim era tornato da solo. Cosa sia successo non lo so. Ma so che Sandro forse voleva difendere la propria famiglia: il tetto stava crollando sotto i colpi della benna, sarebbero morti tutti schiacciati».Mentre attendeva l’uscita del padre dalla Procura, Mattia Mugnai ha rivissuto l’angoscia della tragedia. «Quelli che abbiamo vissuto sono stati momenti di grande agonia. Adesso aspetto il babbo, lo riporto a casa e cercheremo di stare tranquilli insieme. Purtroppo so che ancora non è finita questa storia ma la scarcerazione è quello che ci aspettavamo tutti. La mia famiglia è ancora sotto shock per quanto accaduto. Lo stato d’animo, come potete comprendere, non è affatto tranquillo. Conoscevo Gezim, avevamo rapporti di cordiale conoscenza. Non c’erano tensioni irrecuperabili. Noi non abitiamo più a casa nostra perché la struttura è stata resa inagibile ma, per fortuna, possiamo contare sul supporto di parenti e amici che ci hanno accolto. Non so neanche se riusciremo mai più a rientrare a casa, viste le condizioni in cui si trova». Secondo gli esperti, ancora un paio di colpi di ruspa e il tetto sarebbe crollato in testa ai famigliari convenuti per la cena. Anche se sarà costretto a rivivere il dramma mille volte - il fragore della ruspa, i colpi che fanno vacillare la parete, la finestra in frantumi, la paura per la famiglia, i cinque colpi di carabina e un uomo senza vita - ora Sandro Mugnai è libero. Spiega l’avvocato Lelli: «È rimasto tranquillo, ha appreso la notizia della sua scarcerazione in maniera molto pacata. È un uomo che si è trovato a dover reagire ad una situazione eccezionale, imprevedibile, dove ad essere in pericolo c’era la vita di tutti i componenti della famiglia». La battaglia giudiziaria sarà lunga e accidentata, ma la legge sulla legittima difesa può diventare un importante ombrello protettivo. Ci volevano una ruspa, una casa che trema e una possibile strage per capirlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arezzo-ruspa-scarcerazione-giustizia-2659093111.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gia-a-processo-il-primo-ultra-della1" data-post-id="2659093111" data-published-at="1673353104" data-use-pagination="False"> Già a processo il primo ultrà dell’A1 A distanza di 24 ore dal blocco dell’Autostrada 1 per la guerriglia in autogrill tra ultras romanisti e napoletani, gli identificati da parte delle forze dell’ordine sono 180, mentre oggi è prevista la direttissima per Martino Di Tosto, il supporter della Roma ferito da una coltellata e arrestato per rissa aggravata nell’area di servizio Badia al Pino. La stessa in cui nel 2017 l’ex agente della Stradale Luigi Spaccarotella uccise il tifoso laziale Gabriele Sandri. Il primo bilancio dell’attività delle forze dell’ordine è frutto di due operazioni di polizia che hanno portato all’identificazione di un’ottantina di ultras azzurri a Genova e di poco più di un centinaio di ultras giallorossi a Milano. Con tutta probabilità saranno destinatari di Daspo, sulla cui efficacia però i rappresentanti delle forze dell’ordine sono già sembrati scettici. «Stiamo concentrando le nostre energie e quelle della Polizia per arrivare quanto prima all’identificazione dei responsabili di questo gesto folle e assurdo», ha assicurato il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi. Inquirenti e investigatori setacciano le chat dei gruppi ultras alla ricerca dei retroscena per ricostruire quello che a tutti gli effetti è sembrato uno scontro organizzato da tifoserie ostili: «Da quello che so i napoletani erano già pronti, stavano all’autogrill e i romanisti sono scesi. So che ci sono stati parecchi feriti: i napoletani le hanno date, pure parecchie, anche qualche napoletano era ferito». È l’audio di un romanista, che prosegue: «I napoletani hanno fatto una bella azione, studiata nei minimi particolari. I romanisti ci stavano, sono scesi, si sono compattati per andare allo scontro». Dai rappresentanti sindacali delle forze di polizia è unanime la richiesta d’inasprimento dei Daspo: «Molti provvedimenti amministrativi emanati in passato sono giunti a conclusione e molti violenti si sono ricompattati nelle curve», osserva Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, «occorre rendere obbligatoria la tessera del tifoso. Le società interrompano ogni ammiccamento, assicurando posti assegnati e numerati solo ai titolari di biglietto nominativo». «Sono delinquenti al pari dei black bloc», sottolinea il segretario del Sap, Stefano Paoloni, «Bisognerebbe vietare le trasferte ai potenziali facinorosi e rendere più afflittivo il Daspo sportivo». Per Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione polizia di Stato, «il Daspo è più efficace quando è connesso all’obbligo di firma durante i match, ma non serve contro il tifo violento. Andrebbe inasprito, così come molto severa dovrebbe essere la risposta alla violazione: carcere e pena certa e ineludibile». La società partenopea presieduta da Aurelio De Laurentiis ha condannato con fermezza i responsabili degli scontri, invocando provvedimenti radicali dal titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, che ha subito raccolto gli appelli: «Vietare le trasferte ai tifosi? L’attuale quadro normativo consente di adottare dei provvedimenti restrittivi e io stesso, in qualità di prefetto, ho preso decisioni analoghe. Nei prossimi giorni ci sarà un incontro con la Lega calcio e gli organi di polizia. Darò istruzioni affinché si adottino provvedimenti improntati a criteri di massima precauzione. Non so se giuridicamente si può parlare di Daspo a vita», aggiunge il Ministro dell’Interno, «ma di sicuro posso assicurarvi che l’attuale sistema di norme consente di adottare provvedimenti adeguati».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».