- Il gip scarcera Sandro Mugnai, l’artigiano di Arezzo accusato di omicidio volontario per aver colpito a morte un conoscente che gli stava demolendo casa con la ruspa. Finalmente il diritto a difendersi entra nelle aule.
- Oggi la direttissima per Martino Di Tosto, il romanista ferito e arrestato negli scontri di domenica in autogrill. Il ministro Matteo Piantedosi: «Vietare trasferte ai tifosi? Si può fare».
Lo speciale contiene due articoli.
Scarcerato. Il giudice ha valutato le carte e ha deciso che tre giorni di prigione fossero anche troppi per Sandro Mugnai, l’artigiano di Arezzo di 53 anni accusato di omicidio volontario per aver imbracciato il fucile e aver fatto fuoco da una finestra verso la cabina della ruspa che gli stava demolendo la casa. A manovrarla era Gezim Dodoli, 57 anni, operaio albanese da molti anni in Italia, in preda a un raptus di follia. Un colpo, due colpi, tre colpi di benna con l’intento di devastare e sbriciolare l’abitazione mentre all’interno la famiglia Mugnai stava cenando con i parenti (attorno al tavolo erano in sette) la vigilia dell’Epifania. Un incubo, poi il silenzio, con il ronzio del motore del Caterpillar al minimo. Quattro dei cinque proiettili erano andati a segno.
«Non c’era altro modo di fermarlo, dovevo difendere la mia famiglia», ha spiegato il fabbro. Al termine dell’interrogatorio di garanzia il gip Giulia Soldini gli ha creduto perché ha sconfessato il pm che aveva richiesto i domiciliari. E ha ritenuto, pur convalidando l’arresto, di annullare le misure cautelari lasciando libero l’omicida perché «non ci sono né pericolo di fuga, né di reiterazione del reato, né di inquinamento delle prove». L’accusa di omicidio volontario, con tutto quel che ne consegue, resta difficile da sostenere. In aula, il gip ha peraltro fatto esplicito riferimento alla legittima difesa. Anche perché dalla casa che tremava era impossibile fuggire: sull’ingresso c’era l’escavatore. Gli avvocati difensori Marzia Lelli e Piero Melani Graverini hanno puntato sulla legittima difesa (continueranno a farlo nel procedimento penale) e hanno avuto ragione; la legge fortemente voluta dal centrodestra per tutelare la proprietà privata e i cittadini vittime di aggressione predeterminata ha qui un’applicazione doverosa nel segno del garantismo.
«Ora andiamo a casa», ha detto Mattia Mugnai abbracciando il padre all’uscita del tribunale. Andranno a vivere dai parenti perché la villetta di San Polo (frazione di Arezzo) in sasso a vista è stata dichiarata inagibile dai Vigili del fuoco, gravemente danneggiata nella facciata e nel tetto dalla furia meccanica. Prima di avventarsi sulla casa, Dodoli aveva accatastato una sull’altra (distruggendole) le quattro auto trovate sulla sua strada nel cortile. Essendo un esperto operatore di mezzi di movimento terra, la vittima sapeva manovrare perfettamente la ruspa, di sua proprietà. Sposato e padre di due figli, Gezim aveva lavorato anche in Germania, poi a Seveso, e ultimamente è tornato ad Arezzo da solo mentre il resto della famiglia è rimasto in Lombardia.
Alla base dell’aggressione - fermata a fucilate con una carabina per la caccia al cinghiale detenuta regolarmente -, ci sarebbero dissapori e screzi tra i due vicini di casa. Fra le altre cose Dodoli accusava Mugnai di non voler riparare la fognatura che emetteva odori pestilenziali. San Polo è un borgo con 200 abitanti, si conoscono tutti. E tutti stimano i Mugnai per la correttezza dei rapporti e per la generosità nei confronti della comunità: padre e figlio sono molto attivi nel sociale come volontari. Il parroco don Natale Gabrielli prova a ricostruire i rapporti fra le due famiglie. «È una storia terribile, posso testimoniare che i due vicini di casa un tempo si frequentavano. Sono andato più volte a mangiare da entrambi; i bambini, ora uomini, servivano messa con me e stavano in parrocchia. Poi la famiglia Dodoli si era trasferita a Milano ma, da qualche tempo, Gezim era tornato da solo. Cosa sia successo non lo so. Ma so che Sandro forse voleva difendere la propria famiglia: il tetto stava crollando sotto i colpi della benna, sarebbero morti tutti schiacciati».
Mentre attendeva l’uscita del padre dalla Procura, Mattia Mugnai ha rivissuto l’angoscia della tragedia. «Quelli che abbiamo vissuto sono stati momenti di grande agonia. Adesso aspetto il babbo, lo riporto a casa e cercheremo di stare tranquilli insieme. Purtroppo so che ancora non è finita questa storia ma la scarcerazione è quello che ci aspettavamo tutti. La mia famiglia è ancora sotto shock per quanto accaduto. Lo stato d’animo, come potete comprendere, non è affatto tranquillo. Conoscevo Gezim, avevamo rapporti di cordiale conoscenza. Non c’erano tensioni irrecuperabili. Noi non abitiamo più a casa nostra perché la struttura è stata resa inagibile ma, per fortuna, possiamo contare sul supporto di parenti e amici che ci hanno accolto. Non so neanche se riusciremo mai più a rientrare a casa, viste le condizioni in cui si trova». Secondo gli esperti, ancora un paio di colpi di ruspa e il tetto sarebbe crollato in testa ai famigliari convenuti per la cena.
Anche se sarà costretto a rivivere il dramma mille volte - il fragore della ruspa, i colpi che fanno vacillare la parete, la finestra in frantumi, la paura per la famiglia, i cinque colpi di carabina e un uomo senza vita - ora Sandro Mugnai è libero. Spiega l’avvocato Lelli: «È rimasto tranquillo, ha appreso la notizia della sua scarcerazione in maniera molto pacata. È un uomo che si è trovato a dover reagire ad una situazione eccezionale, imprevedibile, dove ad essere in pericolo c’era la vita di tutti i componenti della famiglia». La battaglia giudiziaria sarà lunga e accidentata, ma la legge sulla legittima difesa può diventare un importante ombrello protettivo. Ci volevano una ruspa, una casa che trema e una possibile strage per capirlo.
Già a processo il primo ultrà dell’A1
A distanza di 24 ore dal blocco dell’Autostrada 1 per la guerriglia in autogrill tra ultras romanisti e napoletani, gli identificati da parte delle forze dell’ordine sono 180, mentre oggi è prevista la direttissima per Martino Di Tosto, il supporter della Roma ferito da una coltellata e arrestato per rissa aggravata nell’area di servizio Badia al Pino. La stessa in cui nel 2017 l’ex agente della Stradale Luigi Spaccarotella uccise il tifoso laziale Gabriele Sandri.
Il primo bilancio dell’attività delle forze dell’ordine è frutto di due operazioni di polizia che hanno portato all’identificazione di un’ottantina di ultras azzurri a Genova e di poco più di un centinaio di ultras giallorossi a Milano. Con tutta probabilità saranno destinatari di Daspo, sulla cui efficacia però i rappresentanti delle forze dell’ordine sono già sembrati scettici.
«Stiamo concentrando le nostre energie e quelle della Polizia per arrivare quanto prima all’identificazione dei responsabili di questo gesto folle e assurdo», ha assicurato il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi.
Inquirenti e investigatori setacciano le chat dei gruppi ultras alla ricerca dei retroscena per ricostruire quello che a tutti gli effetti è sembrato uno scontro organizzato da tifoserie ostili: «Da quello che so i napoletani erano già pronti, stavano all’autogrill e i romanisti sono scesi. So che ci sono stati parecchi feriti: i napoletani le hanno date, pure parecchie, anche qualche napoletano era ferito». È l’audio di un romanista, che prosegue: «I napoletani hanno fatto una bella azione, studiata nei minimi particolari. I romanisti ci stavano, sono scesi, si sono compattati per andare allo scontro».
Dai rappresentanti sindacali delle forze di polizia è unanime la richiesta d’inasprimento dei Daspo: «Molti provvedimenti amministrativi emanati in passato sono giunti a conclusione e molti violenti si sono ricompattati nelle curve», osserva Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia, «occorre rendere obbligatoria la tessera del tifoso. Le società interrompano ogni ammiccamento, assicurando posti assegnati e numerati solo ai titolari di biglietto nominativo».
«Sono delinquenti al pari dei black bloc», sottolinea il segretario del Sap, Stefano Paoloni, «Bisognerebbe vietare le trasferte ai potenziali facinorosi e rendere più afflittivo il Daspo sportivo». Per Valter Mazzetti, segretario generale della Federazione polizia di Stato, «il Daspo è più efficace quando è connesso all’obbligo di firma durante i match, ma non serve contro il tifo violento. Andrebbe inasprito, così come molto severa dovrebbe essere la risposta alla violazione: carcere e pena certa e ineludibile». La società partenopea presieduta da Aurelio De Laurentiis ha condannato con fermezza i responsabili degli scontri, invocando provvedimenti radicali dal titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, che ha subito raccolto gli appelli: «Vietare le trasferte ai tifosi? L’attuale quadro normativo consente di adottare dei provvedimenti restrittivi e io stesso, in qualità di prefetto, ho preso decisioni analoghe. Nei prossimi giorni ci sarà un incontro con la Lega calcio e gli organi di polizia. Darò istruzioni affinché si adottino provvedimenti improntati a criteri di massima precauzione. Non so se giuridicamente si può parlare di Daspo a vita», aggiunge il Ministro dell’Interno, «ma di sicuro posso assicurarvi che l’attuale sistema di norme consente di adottare provvedimenti adeguati».
Il quadro della riviera romagnola è sempre più fosco. E se a dirlo non è Gianni D’Elia, il poeta che ha cantato la mutazione antropologica pasoliniana lungo la dorsale adriatica, ma il rapper Emis Killa, che paragona Riccione a Marsiglia, viene giù il mondo.
È bufera social su Emiliano Rudolf Giambelli da Vimercate, questo il nome dell’artista della scena rap milanese, che con un tweet ha riassunto il profondo cambiamento delle notti di viale Ceccarini, ma anche un po’ di tutta la riviera romagnola. Alle prese con problemi di ordine pubblico causati dalle conseguenze dell’insano divertimento di una generazione che sembra voler esplodere dopo due anni di restrizioni Covid.
Il tweet di Emis Killa ha raccolto oltre 4500 like, 400 condivisioni e oltre 250 commenti in meno di 24 ore: «Riccione è diventata Marsiglia comunque. Una volta i giovani andavano lì a divertirsi, le famiglie anche. Ora dopo le diciotto, se sei un bravo ragazzo, devi avere paura a farti una passeggiata sul lungomare. Le manganellate nelle ginocchia ci vogliono».
Il rapper registra come la Riviera non sia più mèta di villeggiatura familiare, ma ormai luogo di divertimento sfrenato e senza limiti per frotte di ragazzini pericolosi nell’eccesso. In cerca di musica, sballo e non si sa cos’altro, riassunto in quel termine, movida, che ormai sa più di delinquenza che di sano divertimento estivo. E contro il quale è lo stesso rapper ad invocare un freno da parte delle istituzioni.
Sui social media c’è chi, preoccupato e intimorito da quanto accade nelle notti romagnole, dà ragione al rapper ed è sulla stessa linea di reazione: «È molto difficile per me dire queste parole ma nei tre mesi estivi Riccione e Rimini non esistono più, sono in mano ad una delinquenza fuori dal comune. È rimasta solo la soluzione della linea dura».
Le parole dell’artista alzano alto il muro di difesa nei confronti della Perla verde dell’Adriatico: «Parli per sentito dire, in un mese non ho visto nulla di ciò che viene detto. I miei figli girano liberamente in bici fino a tardi. Io mi sento al sicuro più che a casa».
E c’è chi si scaglia contro il rapper, che con la sua musica sarebbe addirittura parte del problema: «È anche colpa di voi rapper e dei vostri testi diseducativi», attacca Luca, mentre Giovanni rincara la dose e la butta anche in politica: «(I rapper e trapper, ndr) fomentano da anni il gangsterismo e la droga e si lamentano dei pischelli che li imitano. Solo perché sono magrebini, poi: delle baby gang di italiani non si lamenta nessuno».
Marco non fa distinzione tra giovani italiani e stranieri, tutti uguali nell’eccesso delle notti della movida adriatica: «Abbiamo trasformato la nostra tranquilla società in una fogna, anche tramite testi e comportamenti diseducativi di rapper e trapper», scrive Marco. «Iniziare a cambiare i modelli educativi sarebbe un primo passo, riportare alla dimensione della musica pulita che non gioca a fare i bad boy».
Mutazione antropologica, si diceva: lontanissimi i tempi della Riviera Adriatica tempio della villeggiatura per famiglie, incentivate dal Fascismo e vissute anche da Pier Paolo Pasolini. Che nei suoi tour lungo le spiagge ne colse già la mutazione antropologica popolare degli Anni Cinquanta e Sessanta, in contrapposizione alle estati nobili, esclusive e intellettuali del Tirreno. Sabbia, sole, stabilimenti balneari, musica e bellezze straniere, il mito dei bagni e delle vacanze per tutti, con negli Ottanta e Novanta l’apice nelle oceaniche discoteche/divertimentifici di Rimini e Riccione, oggi quasi tutte abbandonate. «Una luccicante industria pop del divertimento, per notti di massa, sballo e deriva vacanziera anche intrise di disperazione», scriveva Pier Vittorio Tondelli nel 1985 in Rimini.
Chissà, è forse quella «disperazione» che nelle notti degli anni Venti del Duemila è degenerata in risse, scazzottate, accoltellamenti, violenze sessuali in spiaggia, gang di ragazzini che si fronteggiano sui lungomare, incuranti delle famiglie relegate a meri spettatori incidentali.
Dopo due anni di estati condizionate nei numeri dal Covid, quest’anno sulla Riviera è tornata la folla di turisti. È normale che albergatori ed esercenti siano scesi subito in campo contro il tweet del cantante: «Quella di Emis Killa è un’immagine che non corrisponde alla realtà, ma è quella che passa agli occhi delle persone», ha dichiarato Bruno Bianchini di Federalberghi. «Il mio consiglio è di guardare i numeri degli interventi delle forze dell’ordine, quello è un dato oggettivo. Il resto è soggettività».
Gelida la reazione del sindaco di Riccione, Daniela Angelini: «I nostri legali sono già al lavoro per procedere per ottenere il risarcimento del danno d’immagine».
Eppure, per la prima volta nella storia, quest’anno proprio i sindaci della Riviera romagnola, su invito del prefetto di Rimini Giuseppe Forlenza, hanno concordato una serie d’ordinanze di sicurezza per Ferragosto con lo scopo di proteggere le loro città dal dilagante fenomeno della microcriminalità giovanile: stop alla musica alle 2 di notte nei bar, ristoranti, chiringuiti, con divertimento fino a mattina consentito solo in discoteca. Una misura giustificata dalla Prefettura per scongiurare fenomeni di degrado, risse e microcriminalità «in un territorio che ha visto riprendere a pieno ritmo l’afflusso di turisti e l’organizzazione di eventi». Tanto da meritarsi, nello specifico di Riccione, il riconoscimento di destinazione più trendy dell’estate 2022 secondo l’indagine Panorama Turismo-Mare Italia condotta dall’Osservatorio di Jfc.
- Ragazzi tra i 13 e 15 anni, ubriachi o sotto l’effetto di droghe, protagonisti di pestaggi, furti e anche atti di pirateria con barche.
- Arrivano da Kiev ragazzi e famiglie al di fuori dei canali d’accoglienza e si registrano per soggiornare nelle zone di mare. Ora la Regione Abruzzo chiude le porte: basta nuovi arrivi.
Lo speciale contiene due articoli.
C’è una località turistica del Trentino che si sta trasformando in un Bronx. «Episodi di pirateria, assalti ai pedalò con i motoscafi noleggiati, pestaggi, minacce, risse, adescamenti di minori da parte di pedofili “conosciuti”». Bastano poche righe della denuncia raccolta dalla Voce del Trentino per descrivere l’aria che si respira ai laghi di Caldonazzo e Levico in piena stagione turistica.
Qui i discriminati sono gli italiani: insultati, aggrediti e derubati. A seminare il terrore sono baby gang composte da adolescenti stranieri di origine africana fuori controllo.
Marco Salvo è il capo coordinatore di «Spiagge sicure», servizio di prevenzione sorveglianza e salvataggio balneare che controlla sette laghi e tutte le piscine dell’Asis (l’Azienda speciale per la gestione degli impianti sportivi del Comune di Trento) sette giorni su sette con 150 uomini a disposizione.
Salvo, come ha spiegato alla Voce del Trentino, sente di avere le mani legate. E spiega: «Le leggi vigenti ci permettono solo di chiamare le forze dell’ordine, mediare o stare vicino a chi subisce furti e soprusi». Pur essendo un presidio importante sul territorio, però, non è sufficiente a garantire la sicurezza. E anche dopo gli interventi delle forze dell’ordine torna tutto come prima.
«Sono ragazzi quasi sempre extracomunitari», racconta Salvo, «tra i 13 e i 15 anni e non hanno paura di nulla. Sono sempre ubriachi e sotto l’effetto di qualche potente droga che li rende invincibili e molto pericolosi». Gli italiani, secondo Salvo, sono costretti a subire e a restare in silenzio: «Sono pochi quelli che denunciano, hanno paura delle ritorsioni perché sanno bene che questa gente entra ed esce dalla caserme dei carabinieri a tempo di record. E il giorno dopo te li trovi di nuovo davanti». E, così, qualche giorno fa è stato pestato a sangue un noleggiatore di pedalò, ricoverato d’urgenza al Santa Chiara; la vetrina di una pizzeria è andata in frantumi perché i ragazzotti non volevano pagare il conto; sui pontili sono stati minacciati turisti; sulle spiagge vengono segnalati furti a go go. E, denuncia ancora Salvo, «in sala giochi ho visto personalmente un pedofilo conosciuto dalle forze dell’ordine che stava tentando di adescare un undicenne».
E poi c’è la pirateria: un gruppo di stranieri, dopo aver noleggiato un motoscafo, ha agganciato un pedalò di turisti in mezzo al lago di Caldonazzo facendo razzia di tutto ciò che avevano a bordo. «Una vera e propria vergogna, oltre che un grave pericolo, la presenza di baby gang, formate in gran parte da extracomunitari, sulle spiagge dei nostri laghi», tuona Alessia Ambrosi, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, che aggiunge:
«È un insulto ai residenti e ai turisti che scelgono il nostro Trentino per un periodo di meritato e sospirato riposo. Assurdo che vengano individuati e segnalati, ma poi ce li ritroviamo il giorno dopo nuovamente liberi di delinquere».
Il Trentino ospita ben 1.539 stranieri nei centri d’accoglienza e 164 nella rete del Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione per rifugiati e minori stranieri non accompagnati. Numeri importanti per una piccola regione. A conti fatti è il 2 per cento di tutti i richiedenti asilo che sbarcano in Italia. E dalla Sicilia, che ormai è satura, continuano ad arrivare. Ieri il Viminale ha alleggerito l’hotspot di Lampedusa di 900 persone. In 600 sono stati mandati a Porto Empedocle con la nave militare Diciotti. Altri 150 sono stati imbarcati sul traghetto di linea Sansovino e altri 150 sulla nave militare Foscari. Nella struttura di primissima accoglienza restano comunque 1.940 persone a fronte dei 350 posti disponibili.
Si era scesi a 1.700, ma con altri otto sbarchi ieri sono arrivati in 240. La Procura di Agrigento nel frattempo ha aperto un fascicolo, al momento senza indagati né ipotesi di reato, sulla gestione della cooperativa Badia Grande, che gestisce l’hotspot. Ma non è solo la Sicilia a scoppiare. A Taranto il sindacato di polizia Sap ha chiesto la chiusura dell’hotspot: «Dal punto di vista igienico-sanitario la situazione è ad alto rischio di infezioni. Caldo estremo, topi, vermi e liquami costituiscono grave pericolo per la salute e la sicurezza del personale di servizio e per gli stessi ospiti». Il sottosegretario al ministero dell’Interno, il leghista Nicola Molteni, ha messo in agenda una visita all’hotspot tarantino: «Incontrerò le forze dell’ordine che, anche lì, stanno lavorando in condizioni inaccettabili, al limite della sostenibilità». E ha aggiunto: «Sulle politiche per l’immigrazione serve un intervento immediato e strutturato per difendere i confini, bloccare gli sbarchi e fermare i trafficanti di esseri umani».
E all’orizzonte c’è l’arrivo dei taxi del mare con oltre mille passeggeri: 1.052 per l’esattezza, 387 a bordo della Ocean Viking di Sos Mediterranée, 439 sulla Sea Watch 3, e 226 sulla Geo Barents. «Continuo a non capire, e come me non capiscono milioni di italiani, ma perché navi straniere di Ong straniere che raccolgono clandestini in acque maltesi pretendono di puntare su porti italiani come Lampedusa? Vadano a La Valletta. Finché ci sarà Luciana Lamorgese al Viminale verranno in Italia, per la gioia delle solite note cooperative che lucrano sul business dell’accoglienza», ha dichiarato Fabrizio Cecchetti, vicecapogruppo della Lega alla Camera dei deputati.
«Gli Stati di bandiera come la Germania, la Norvegia e la Spagna insistono ipocritamente nell’indicare l’Italia quale unico punto di approdo, mero scalo d’alaggio per le navi Ong, nonostante il Regolamento Ue di Dublino imponga a quegli Stati, ove avviene il primo passaggio illegale, la responsabilità della protezione internazionale di eventuali profughi e del collegato asilo politico», valuta l’ammiraglio di divisione in riserva Nicola De Felice, che ha in canna un decalogo per arginare la situazione. Secondo De Felice «quelle navi sono attrezzate per fare scalo direttamente nei loro Paesi senza pregiudicare lo stato di salute di chi è a bordo». Ma di fatto, per ora, puntano sempre tutte verso l’Italia.
L’Abruzzo stoppa i profughi ucraini
Chi è dentro resta fino alla fine dell’anno, chi è fuori sarà dirottato altrove. Ieri l’Abruzzo ha detto stop all’accoglienza dei profughi ucraini, chiudendo le porte a nuovi arrivi, tranne che per ricongiungimenti familiari con parenti di primo grado. Tutti i profughi in fuga dalla guerra che chiederanno di registrarsi, verranno indirizzati ai centri accoglienza disponibili sul territorio nazionale o in altre regioni.
La motivazione è che le strutture alberghiere non hanno altri posti da mettere a disposizione, mentre gli hub vaccinali riconvertiti per la prima accoglienza ora devono tornare a pieno regime per le quarte dosi.
La decisione netta delle autorità regionali è arrivata anche per stoppare un fenomeno non emerso a livello ufficiale, ma dibattuto tra le autorità. Fenomeno che nelle ultime settimane stava dilagando, mettendo in crisi il sistema dell’accoglienza abruzzese, in particolare nel Teramano: quello dei profughi ucraini in villeggiatura.
Dall’inizio dell’estate, infatti, lungo la costa teramana, che da sola vale circa il 70% del turismo regionale e ha il maggior numero di strutture alberghiere e ricettive, si assiste all’arrivo di interi gruppi familiari di ucraini senza alcuna comunicazione, al di fuori dei canali umanitari gestiti dalle autorità e dai volontari. Si presentano in albergo in macchina o van, scaricano i bagagli, si presentano all’hub di registrazione a Giulianova per il codice fiscale temporaneo, poi soggiornano nelle località di villeggiatura tra Martinsicuro e Silvi.
Li si vede negli stabilimenti balneari, in piscina, al bar, nei locali, sul lungomare con i suv targati Ucraina. Per la maggior parte si tratta di giovani donne con figli e madri al seguito. Non mancano però nuclei familiari con mariti e fratelli che evidentemente non sono impegnati a dare il loro contributo alla guerra nel loro Paese. La situazione si è fatta via via più difficile durante l’estate: le autorità teramane sono state letteralmente subissate da richieste di registrazione di profughi nell’hub costiero di Giulianova, tanto che nei giorni scorsi, prima della decisione della Protezione civile regionale, si è deciso di chiuderlo per frenare i profughi che volevano a tutti i costi la sistemazione alberghiera al mare.
Di più: quando le autorità hanno provato a redistribuire gli ucraini nell’Aquilano, si sono registrate proteste. Emblematico il caso di 18 ucraini arrivati in un hotel di Alba Adriatica senza comunicazione. Hanno scaricato i bagagli, si sono recati all’hub per la registrazione e per farsi assegnare quella struttura. Quando la Protezione civile non ha acconsentito e li ha trasferiti a L’Aquila, hanno protestato dicendo di avere già un hotel assegnato sulla costa teramana e si sono fatti rispedire al mare, a Tortoreto.
Per le autorità teramane il fenomeno dei profughi in villeggiatura toccherebbe punte del 30% sul totale di ucraini accolti nel teramano, che sono 4.957, di cui 4.361 in albergo, su 9.088 presenti in Abruzzo. L’accoglienza teramana ha fatto il giro d’Italia col passaparola: negli alberghi della costa sono arrivati ucraini già ospitati da famiglie e privati in altre regioni, che poi hanno chiesto ed ottenuto il ricongiungimento.
La decisione del direttore della Protezione civile regionale Mauro Casinghini di bloccare i nuovi arrivi è stata motivata con una lettera ufficiale: «Non risulta possibile incrementare ulteriormente i numeri dell’accoglienza alberghiera», si legge nel documento, «non solo per la residuale e discontinua disponibilità delle strutture stesse, le quali sono impegnate anche con il regolare afflusso turistico estivo, ma soprattutto per gli oggettivi limiti dell’intero sistema di accoglienza regionale».





