True
2020-10-16
Arcuri manda nelle scuole le mascherine dei cinesi senza la certificazione Ce
Domenico Arcuri (Ansa)
C'è un buco nero intorno all'importazione di mascherine in Italia. Non è chiaro quante ne importiamo, né da dove, né quante sono prodotte dalle nostre aziende. Tanto che Antonio Zennaro, membro del Copasir (il comitato di controllo sui nostri servizi segreti) ha fatto una richiesta di accesso agli atti inviata al commissario straordinario Domenico Arcuri «per verificare quanto sia significativa la presenza delle aziende italiane quali soggetti fornitori e/o produttori di singoli dispositivi di protezione personale per conto del governo italiano». La Pec è stata spedita il 22 settembre. Ieri non era ancora arrivata risposta, anche se ci sono in totale 90 giorni di tempo per replicare.
Il silenzio di Arcuri però potrebbe presto diventare un problema. Perché diversi cittadini italiani, in particolare i genitori, in concomitanza con l'aumento dei contagi, stanno iniziando a domandarsi se quelle che vengono fornite dalle istituzioni alle scuole siano davvero in regola con le normative vigenti. Così mentre il nostro Paese affronta la seconda ondata di coronavirus, da Roma a Milano iniziano a emergere casi di dispositivi di protezione senza marchio Ce in arrivo dalla Cina. In teoria le mascherine senza marchio comunitario si possono ancora vendere fino al termine dell'emergenza. Lo prevede il decreto Cura Italia, dove si legge appunto che «è previsto che siano utilizzabili, previa valutazione da parte dell'Istituto superiore di sanità, anche mascherine prive del marchio Ce (marchio di conformità alle prescrizioni europee)». In pochi conoscono la deroga, approvata anche per le lunghezze burocratiche dell'Inail. La colpa è anche della giungla di norme approvate durante il lockdown dal governo, misure che hanno creato non poca confusione, persino nelle farmacie che devono venderle.
Per esempio a Milano quelle date dal Comune per gli studenti sono di origine cinese e si chiamano Kennolai. Hanno avuto il benestare anche dalla Protezione civile, come spiega alla Verità palazzo Marino. Eppure vengono vendute separatamente da quelle cinesi provenienti dall'Hubei e approvate, proprio perché non hanno il marchio Ce. Hanno solo il via libera istituzionale. Ma sono davvero sicure? Arcuri nei mesi scorsi era arrivato a promettere che entro settembre «ci sarebbero state sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane». Non è andata così. Un esempio? Pochi giorni fa, il 12 ottobre, i funzionari dell'Agenzia dogane e monopoli di Milano 3 hanno sdoganato 2.295.000 di mascherine Kn95 destinate proprio al commissario straordinario per l'emergenza Covid 19. Le merci sono arrivate via ferrovia da Xian in Cina con ingresso nell'Unione Europea attraverso la Polonia. Il 17 settembre ne sono arrivate 26 milioni, sempre da Xian e contenute in 32 container. Il 4 altri 3 milioni. Il 31 agosto 31 milioni. D'altra parte un rapporto Ocse di maggio avvertiva di come nessun Paese al mondo producesse in modo efficiente tutti i beni di cui c'è bisogno per combattere il Covid 19. Solo Germania e Stati Uniti si stanno specializzando nella produzione di dispositivi medici. Le esportazioni globali di prodotti correlati al Covid sono concentrate in pochi Paesi. I primi 5 esportatori mondiali, che insieme rappresentano il 49% del commercio, sono Germania, Stati Uniti, Svizzera, Repubblica popolare cinese e Irlanda. L'Italia è al nono posto, con appena il 4% delle esportazioni. Del resto, un'elaborazione dei dati Istat da parte di Assosistema Confindustria di fine settembre spiegava che da febbraio a maggio del 2020 sono state importate mascherine per un valore complessivo di 1,1 miliardi di euro. In totale si parla di 1,5 miliardi di dispositivi di protezione. Facendo un calcolo in base ai dati delle dogane, da maggio a oggi dovrebbero essere 1,7 miliardi le mascherine importate. Il 90 per cento degli articoli acquistati risulta provenire dalla Cina. Zennaro ha presentato anche un'interrogazione parlamentare, dove spiega che su quel materiale in arrivo dalla Cina è stato «autorizzato inoltre l'utilizzo di Dpi non marcati Ce privi di certificati che ne comprovino la reale efficacia». Per questo il deputato del gruppo Misto, spiega che «la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, rappresenta una questione di interesse pubblico in termini di garanzia di sicurezza e rispetto dell'ambiente». Quali sono quindi i Paesi che inviano in Italia mascherine? Quali le società importatrici? Quali sono i volumi di fornitura da febbraio a settembre? Zennaro domanda soprattutto «se il governo intenda avviare una programmazione strategica nazionale per l'approvvigionamento di presidi utili contro il Covid-19 e quali iniziative intenda adottare per valorizzare le aziende italiane produttrici di Dpi marcati Ce». Al momento non è arrivata risposta. Non solo. Negli ultimi giorni a Roma è scoppiato anche il caso delle mascherine prodotte da Fca, una delle industrie più importanti nel nostro Paese. Alcuni genitori di alunni se ne sono viste recapitare a casa. Ma non riportano il marchio Ce, né sulla busta, né sulla mascherina stessa. Non hanno il ferretto per aggiustarle sul naso. E, contrariamente alle mascherine chirurgiche, hanno gli elastici sul lato lungo e non su quello corto. In teoria sono autorizzate, ma la confusione generale ha fatto correre ai ripari le famiglie che hanno fornito ai figli altre mascherine acquistate in farmacia, con marchi e certificazioni. Si attendono spiegazioni dal commissario straordinario.
Controlli lumaca sui decessi da Covid. Medici e legali invocano trasparenza
Nel nostro Paese, i morti fino ad oggi per Covid-19 e senza patologie pregresse potrebbero essere «solo» 1.296. Il numero, infinitamente più basso delle cifre ufficiali, è frutto di un semplice calcolo statistico elaborato sui dati forniti dall'Istituto superiore della sanità (Iss). A ragionare in base alle tabelle e non in astratto sulla ben minore letalità del virus rispetto allo spauracchio quotidiano in cui ci costringono a vivere da mesi, sono alcuni avvocati e medici di Trieste che formano il gruppo Presidio 2020. Attenti a tutte le violazioni dei diritti dei cittadini e della Costituzione perpetrate «con la scusa del lockdown», si sono resi conto che dei 36.051 decessi registrati da inizio epidemia sono state esaminate appena 4.400 cartelle cliniche. Poco più del 12% del totale. Su Epicentro, il sito di epidemiologia dell'Iss rivolto agli operatori del servizio sanitario nazionale, i dati aggiornati al 4 ottobre sono stupefacenti: solo 160 pazienti (il 3,6% del campione) non presentava altre patologie, quindi sarebbero certamente morti per il coronavirus. Quanto agli altri, 599 (il 13,6%) soffrivano già di una patologia; 874 (il 19,9%) di due e 2.767 (il 62,9%) presentavano tre o più infermità. «La prima questione, scandalosa, è perché procedano così a rilento nell'esaminare le cartelle. Poi, perché non pubblicizzino questi risultati, assieme a tanti altri di cui ci inondano?», osserva l'avvocato Pierumberto Starace che assieme ai colleghi Alessandra Devetag e Stefano Sibelja, al consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia, Walter Zalukar, alla senatrice Laura Stabile e ad altri professionisti hanno dato vita a Presidio 2020. «La nostra conclusione è che non si voglia far sapere che i morti per Covid, senza altre patologie, sono stati solo il 3,6% dei decessi fino ad oggi. Preferiscono alimentare la psicosi dei morti». Il gruppo di avvocati e medici non si è limitato a segnalare un dato tranquillamente ignorato, sebbene ufficiale. Ha considerato che se la tendenza è la medesima con appena il 3,6% dei decessi che vengono attribuiti esclusivamente al virus, una volta esaminate tutte le 36.051 cartelle mediche risulteranno morte solo per Covid 1.296 persone. «Se uno aveva il diabete o altre complicanze, come si fa a metterlo nello stesso calderone?», si chiede Starace, ricordando che «anche i pazienti tornati negativi al tampone, se muoiono sono catalogati decessi Covid, come ha dichiarato il governatore del Veneto, Luca Zaia. Ma so anche di annegati finiti a “far numero" perché erano risultati positivi». L'avvocato commenta ironico: «È vero che i dati non contano molto per il premier Giuseppe Conte, secondo il quale i morti per Covid sarebbero 135.000, ma il governo ha l'obbligo di essere meno opaco sui decessi certi». Le cartelle cliniche dovevano essere già controllate da mesi, rendendo noti i risultati. Sono l'unico mezzo di indagine per accertare l'impatto dell'infezione sulla mortalità totale, dal momento che autopsie non se ne fanno o se ne autorizzano troppo poche. Lo scorso 29 luglio Stefano Manera, chirurgo, medico anestesista e rianimatore che aveva prestato servizio in modo volontario all'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo durante l'emergenza Covid, commentava sui social: «Oggi in sede ufficiale, nel Parlamento Italiano, ho chiesto ragione sul perché le autopsie siano state negate, così come perché le domande sulle terapie non abbiano avuto risposta. L'unica risposta è stato ottenere l'avvio di un procedimento disciplinare nei miei confronti». Come già a maggio precisò Manera «la circolare diffusa il 2 aprile a tutti gli ospedali italiani dal ministero della Salute retto da Roberto Speranza, diceva: “Per l'intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all'esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio". Questa indicazione ministeriale risale già all'inizio dell'epidemia perché gli ospedali autorizzati a eseguire autopsie erano solo quelli dotati di sala autoptica con requisiti di sicurezza elevati».
A detta di Manera «questa indicazione è stata interpretata e utilizzata come divieto nel marasma gestionale». Aggiunse: «Tutte le autopsie, tranne “quelle indispensabili", non erano da eseguire, lo comunicò il procuratore di Milano, Francesco Greco, in una circolare interna nella quale motiva a la decisione con “ragioni di sicurezza". C'era tra l'altro anche il problema del luogo in cui si sarebbero dovute svolgere, ossia l'ospedale cittadino Sacco, che risultava “già oberato" a causa del virus che aveva colpito soprattutto la Lombardia». Oggi, dal 12% delle cartelle mediche osservate sappiamo che i morti solo per Covid sono stati 160 sui 4.400 che ci vogliono far credere. Sarebbe ora che il ministro della Salute rendesse trasparenti questi dati, completando in tempi meno assurdi il controllo dei documenti sul percorso diagnostico terapeutico dei 36.051 pazienti fatti passare per morti da coronavirus. Uno spauracchio agitato in continuazione per costringerci ad accettare ogni restrizione imposta a colpi di Dcpm. «Tutto il sistema di soppressione e di forte compressione delle nostre libertà è illegale e non ha copertura legislativa sia a livello nazionale, sia a livello europeo», precisa l'avvocato Starace. «A differenza di altri Stati europei aderenti alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, l'Italia mai ha provveduto a segnalare le misure prese e i motivi che le hanno determinate. Questa è una violazione dell'articolo 15 della convenzione e come Comitato Rodotà abbiamo segnalato la violazione al Consiglio d'Europa. È ora allo studio un ricorso da presentarsi presso la Corte europea dei diritti umani».
Continua a leggereRiduci
Le protezioni prive di marchio di garanzia sono legali, ma non si sa quanto sicure Intanto il commissario ignora le richieste del Copasir, che vuole vederci chiaro.Finora l'Iss ha esaminato solo il 12% delle cartelle cliniche dei deceduti classificati come vittime del virus. Tra di loro, la percentuale di chi non aveva altre patologie è il 3,6%. Un comitato ne chiede conto al governo.Lo speciale contiene due articoli.C'è un buco nero intorno all'importazione di mascherine in Italia. Non è chiaro quante ne importiamo, né da dove, né quante sono prodotte dalle nostre aziende. Tanto che Antonio Zennaro, membro del Copasir (il comitato di controllo sui nostri servizi segreti) ha fatto una richiesta di accesso agli atti inviata al commissario straordinario Domenico Arcuri «per verificare quanto sia significativa la presenza delle aziende italiane quali soggetti fornitori e/o produttori di singoli dispositivi di protezione personale per conto del governo italiano». La Pec è stata spedita il 22 settembre. Ieri non era ancora arrivata risposta, anche se ci sono in totale 90 giorni di tempo per replicare. Il silenzio di Arcuri però potrebbe presto diventare un problema. Perché diversi cittadini italiani, in particolare i genitori, in concomitanza con l'aumento dei contagi, stanno iniziando a domandarsi se quelle che vengono fornite dalle istituzioni alle scuole siano davvero in regola con le normative vigenti. Così mentre il nostro Paese affronta la seconda ondata di coronavirus, da Roma a Milano iniziano a emergere casi di dispositivi di protezione senza marchio Ce in arrivo dalla Cina. In teoria le mascherine senza marchio comunitario si possono ancora vendere fino al termine dell'emergenza. Lo prevede il decreto Cura Italia, dove si legge appunto che «è previsto che siano utilizzabili, previa valutazione da parte dell'Istituto superiore di sanità, anche mascherine prive del marchio Ce (marchio di conformità alle prescrizioni europee)». In pochi conoscono la deroga, approvata anche per le lunghezze burocratiche dell'Inail. La colpa è anche della giungla di norme approvate durante il lockdown dal governo, misure che hanno creato non poca confusione, persino nelle farmacie che devono venderle. Per esempio a Milano quelle date dal Comune per gli studenti sono di origine cinese e si chiamano Kennolai. Hanno avuto il benestare anche dalla Protezione civile, come spiega alla Verità palazzo Marino. Eppure vengono vendute separatamente da quelle cinesi provenienti dall'Hubei e approvate, proprio perché non hanno il marchio Ce. Hanno solo il via libera istituzionale. Ma sono davvero sicure? Arcuri nei mesi scorsi era arrivato a promettere che entro settembre «ci sarebbero state sul mercato solo mascherine chirurgiche italiane». Non è andata così. Un esempio? Pochi giorni fa, il 12 ottobre, i funzionari dell'Agenzia dogane e monopoli di Milano 3 hanno sdoganato 2.295.000 di mascherine Kn95 destinate proprio al commissario straordinario per l'emergenza Covid 19. Le merci sono arrivate via ferrovia da Xian in Cina con ingresso nell'Unione Europea attraverso la Polonia. Il 17 settembre ne sono arrivate 26 milioni, sempre da Xian e contenute in 32 container. Il 4 altri 3 milioni. Il 31 agosto 31 milioni. D'altra parte un rapporto Ocse di maggio avvertiva di come nessun Paese al mondo producesse in modo efficiente tutti i beni di cui c'è bisogno per combattere il Covid 19. Solo Germania e Stati Uniti si stanno specializzando nella produzione di dispositivi medici. Le esportazioni globali di prodotti correlati al Covid sono concentrate in pochi Paesi. I primi 5 esportatori mondiali, che insieme rappresentano il 49% del commercio, sono Germania, Stati Uniti, Svizzera, Repubblica popolare cinese e Irlanda. L'Italia è al nono posto, con appena il 4% delle esportazioni. Del resto, un'elaborazione dei dati Istat da parte di Assosistema Confindustria di fine settembre spiegava che da febbraio a maggio del 2020 sono state importate mascherine per un valore complessivo di 1,1 miliardi di euro. In totale si parla di 1,5 miliardi di dispositivi di protezione. Facendo un calcolo in base ai dati delle dogane, da maggio a oggi dovrebbero essere 1,7 miliardi le mascherine importate. Il 90 per cento degli articoli acquistati risulta provenire dalla Cina. Zennaro ha presentato anche un'interrogazione parlamentare, dove spiega che su quel materiale in arrivo dalla Cina è stato «autorizzato inoltre l'utilizzo di Dpi non marcati Ce privi di certificati che ne comprovino la reale efficacia». Per questo il deputato del gruppo Misto, spiega che «la provenienza dei singoli dispositivi di protezione individuale, come le mascherine, rappresenta una questione di interesse pubblico in termini di garanzia di sicurezza e rispetto dell'ambiente». Quali sono quindi i Paesi che inviano in Italia mascherine? Quali le società importatrici? Quali sono i volumi di fornitura da febbraio a settembre? Zennaro domanda soprattutto «se il governo intenda avviare una programmazione strategica nazionale per l'approvvigionamento di presidi utili contro il Covid-19 e quali iniziative intenda adottare per valorizzare le aziende italiane produttrici di Dpi marcati Ce». Al momento non è arrivata risposta. Non solo. Negli ultimi giorni a Roma è scoppiato anche il caso delle mascherine prodotte da Fca, una delle industrie più importanti nel nostro Paese. Alcuni genitori di alunni se ne sono viste recapitare a casa. Ma non riportano il marchio Ce, né sulla busta, né sulla mascherina stessa. Non hanno il ferretto per aggiustarle sul naso. E, contrariamente alle mascherine chirurgiche, hanno gli elastici sul lato lungo e non su quello corto. In teoria sono autorizzate, ma la confusione generale ha fatto correre ai ripari le famiglie che hanno fornito ai figli altre mascherine acquistate in farmacia, con marchi e certificazioni. Si attendono spiegazioni dal commissario straordinario. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-manda-nelle-scuole-le-mascherine-dei-cinesi-senza-la-certificazione-ce-2648220596.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="controlli-lumaca-sui-decessi-da-covid-medici-e-legali-invocano-trasparenza" data-post-id="2648220596" data-published-at="1602789334" data-use-pagination="False"> Controlli lumaca sui decessi da Covid. Medici e legali invocano trasparenza Nel nostro Paese, i morti fino ad oggi per Covid-19 e senza patologie pregresse potrebbero essere «solo» 1.296. Il numero, infinitamente più basso delle cifre ufficiali, è frutto di un semplice calcolo statistico elaborato sui dati forniti dall'Istituto superiore della sanità (Iss). A ragionare in base alle tabelle e non in astratto sulla ben minore letalità del virus rispetto allo spauracchio quotidiano in cui ci costringono a vivere da mesi, sono alcuni avvocati e medici di Trieste che formano il gruppo Presidio 2020. Attenti a tutte le violazioni dei diritti dei cittadini e della Costituzione perpetrate «con la scusa del lockdown», si sono resi conto che dei 36.051 decessi registrati da inizio epidemia sono state esaminate appena 4.400 cartelle cliniche. Poco più del 12% del totale. Su Epicentro, il sito di epidemiologia dell'Iss rivolto agli operatori del servizio sanitario nazionale, i dati aggiornati al 4 ottobre sono stupefacenti: solo 160 pazienti (il 3,6% del campione) non presentava altre patologie, quindi sarebbero certamente morti per il coronavirus. Quanto agli altri, 599 (il 13,6%) soffrivano già di una patologia; 874 (il 19,9%) di due e 2.767 (il 62,9%) presentavano tre o più infermità. «La prima questione, scandalosa, è perché procedano così a rilento nell'esaminare le cartelle. Poi, perché non pubblicizzino questi risultati, assieme a tanti altri di cui ci inondano?», osserva l'avvocato Pierumberto Starace che assieme ai colleghi Alessandra Devetag e Stefano Sibelja, al consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia, Walter Zalukar, alla senatrice Laura Stabile e ad altri professionisti hanno dato vita a Presidio 2020. «La nostra conclusione è che non si voglia far sapere che i morti per Covid, senza altre patologie, sono stati solo il 3,6% dei decessi fino ad oggi. Preferiscono alimentare la psicosi dei morti». Il gruppo di avvocati e medici non si è limitato a segnalare un dato tranquillamente ignorato, sebbene ufficiale. Ha considerato che se la tendenza è la medesima con appena il 3,6% dei decessi che vengono attribuiti esclusivamente al virus, una volta esaminate tutte le 36.051 cartelle mediche risulteranno morte solo per Covid 1.296 persone. «Se uno aveva il diabete o altre complicanze, come si fa a metterlo nello stesso calderone?», si chiede Starace, ricordando che «anche i pazienti tornati negativi al tampone, se muoiono sono catalogati decessi Covid, come ha dichiarato il governatore del Veneto, Luca Zaia. Ma so anche di annegati finiti a “far numero" perché erano risultati positivi». L'avvocato commenta ironico: «È vero che i dati non contano molto per il premier Giuseppe Conte, secondo il quale i morti per Covid sarebbero 135.000, ma il governo ha l'obbligo di essere meno opaco sui decessi certi». Le cartelle cliniche dovevano essere già controllate da mesi, rendendo noti i risultati. Sono l'unico mezzo di indagine per accertare l'impatto dell'infezione sulla mortalità totale, dal momento che autopsie non se ne fanno o se ne autorizzano troppo poche. Lo scorso 29 luglio Stefano Manera, chirurgo, medico anestesista e rianimatore che aveva prestato servizio in modo volontario all'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo durante l'emergenza Covid, commentava sui social: «Oggi in sede ufficiale, nel Parlamento Italiano, ho chiesto ragione sul perché le autopsie siano state negate, così come perché le domande sulle terapie non abbiano avuto risposta. L'unica risposta è stato ottenere l'avvio di un procedimento disciplinare nei miei confronti». Come già a maggio precisò Manera «la circolare diffusa il 2 aprile a tutti gli ospedali italiani dal ministero della Salute retto da Roberto Speranza, diceva: “Per l'intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all'esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di Covid-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio". Questa indicazione ministeriale risale già all'inizio dell'epidemia perché gli ospedali autorizzati a eseguire autopsie erano solo quelli dotati di sala autoptica con requisiti di sicurezza elevati». A detta di Manera «questa indicazione è stata interpretata e utilizzata come divieto nel marasma gestionale». Aggiunse: «Tutte le autopsie, tranne “quelle indispensabili", non erano da eseguire, lo comunicò il procuratore di Milano, Francesco Greco, in una circolare interna nella quale motiva a la decisione con “ragioni di sicurezza". C'era tra l'altro anche il problema del luogo in cui si sarebbero dovute svolgere, ossia l'ospedale cittadino Sacco, che risultava “già oberato" a causa del virus che aveva colpito soprattutto la Lombardia». Oggi, dal 12% delle cartelle mediche osservate sappiamo che i morti solo per Covid sono stati 160 sui 4.400 che ci vogliono far credere. Sarebbe ora che il ministro della Salute rendesse trasparenti questi dati, completando in tempi meno assurdi il controllo dei documenti sul percorso diagnostico terapeutico dei 36.051 pazienti fatti passare per morti da coronavirus. Uno spauracchio agitato in continuazione per costringerci ad accettare ogni restrizione imposta a colpi di Dcpm. «Tutto il sistema di soppressione e di forte compressione delle nostre libertà è illegale e non ha copertura legislativa sia a livello nazionale, sia a livello europeo», precisa l'avvocato Starace. «A differenza di altri Stati europei aderenti alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, l'Italia mai ha provveduto a segnalare le misure prese e i motivi che le hanno determinate. Questa è una violazione dell'articolo 15 della convenzione e come Comitato Rodotà abbiamo segnalato la violazione al Consiglio d'Europa. È ora allo studio un ricorso da presentarsi presso la Corte europea dei diritti umani».
La polizia scientifica sul luogo dell'esplosione del casale, Roma, 20 marzo 2026 (Ansa)
Una serie di scritte di matrice anarchica comparse sui muri della stazione Nomentana di Roma alzano ancora di più la tensione in vista della manifestazione «No Kings» prevista oggi a Roma.
A denunciare l’accaduto e a diffondere le immagini sui social è stato il consigliera capitolino di Fratelli d’Italia, Mariacristina Masi. «Nessuno muore nel ricordo di chi continua a lottare. Sara e Sandrone vivono», si legge su una delle scritte, tracciata con bomboletta nera su sfondo bianco, in memoria di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici morti il 20 marzo scorso nell’esplosione del Casale del Sellaretto, nel Parco degli Acquedotti.
Altre frasi apparse sul muro recitano: «Più fasci pestati a sangue», «Chi lotta può morire, chi non lotta è già morto. Ciao Sara, ciao Sandro». La più inquietante, «l’antifascismo non è letteratura. Bomboni a Casapound e bocce alla questura», fa esplicito riferimento all’uso di bottiglie incendiarie nei confronti della polizia e a quello di materiale esplosivo nei confronti della formazione di estrema destra.
La Digos e del nucleo informativo dei carabinieri sono al lavoro da giorni sulla manifestazione prevista per oggi, nell’ambito della quale scenderà in piazza il movimento «No Kings» Italia nell’ambito della mobilitazione globale in programma nel fine settimana «Together. Contro i re e le loro guerre». Gli organizzatori hanno previsto e comunicato alla questura l’arrivo di 15.000 persone, ma il timore è che la vittoria del No al referendum sulla giustizia fascia crescere vertiginosamente la cifra. La partenza del corteo è prevista alle 14 da piazza della Repubblica e raggiungerà piazza San Giovanni, passando per via Luigi Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, piazza dell’Esquilino, via Liberiana, piazza Santa Maria Maggiore, via Merulana.
La data del 28 marzo era nota da tempo alle forze dell’ordine ed era stata scelta dagli attivisti di Askatasuna nell’ambito di una serie di mobilitazioni avviate dopo lo sgombero, che risale al 18 dicembre scorso, e da subito era stato considerato un appuntamento delicato sul fronte della sicurezza, anche in virtù degli scontri che si erano verificati nel capoluogo piemontesi dopo il blitz che ha smantellato il centro sociale. Gli investigatori temono che frange estreme possano infiltrarsi nel corteo, cercando lo scontro con le forze dell’ordine. Per questo è stato messo in piedi un monitoraggio degli arrivi da fuori regione, con controlli negli snodi principali, come stazioni di treni e pullman, ma anche ai caselli autostradali, che si sono fatti sempre più stringenti nelle ore a ridosso dell’evento.
Intanto sul fronte delle indagini sull’esplosione che ha ucciso i due anarchici nel casale abbandonato, gli elementi emersi rivelerebbero che i due stavano i due stavano realizzando due bombe diverse, da collocare vicine, che sarebbero esplose in sequenza, a qualche decina di minuti l’una dell’altra. Una sorta di trappola, con l’ordigno più piccolo che avrebbe avuto lo scopo di attirare le forze dell’ordine sul luogo dell’esplosione, per poi far scoppiare la bomba ad alto potenziale quando gli agenti sarebbero stati già nel raggio di azione. Con rischi mortali, visto che dai rilievi svolti sul posto, è emerso che l’ordigno sarebbe stato pieno di chiodi.
Una pianificazione che rende sempre più verosimile che il bersaglio fosse Il polo Tuscolano della polizia di Stato, all’interno del qual si trovano tra gli altri: la Direzione centrale della polizia di prevenzione, la Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, la Direzione centrale per la polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i reparti speciali della polizia di Stato e la Direzione centrale anticrimine.
A separare il Casale Sellaretto dalla struttura dal centro della polizia c’è una striscia verde di parco (che confina con il retro del polo) lunga circa un chilometro, un tragitto percorribile a piedi di notte senza particolari difficoltà e al riparo da occhi indiscreti. Il Parco degli Acquedotti, infatti non è chiuso da cancelli ed è in larghissima parte privo di illuminazione. Una caratteristica che nelle ore notturne lo trasforma in una sorta di terra di nessuno.
La tecnica della doppia bomba è già stata usata in passato dalla galassia anarchica in numerose occasioni, come emerge anche dagli atti dell’inchiesta Scripta manent che aveva visto coinvolto Mercogliano (poi archiviato) e Alfredo Cospito, l’anarchico condannato per l’attentato al manager di Ansaldo energia Roberto Adinolfi e soprattutto per l’esplosione, avvenuta il 2 giugno 2006, di due ordigni piazzati davanti all’ex caserma degli allievi dei carabinieri di Fossano (Cuneo). Per quest’ultimo fatto, Cospito è stato condannato a 23 anni di reclusione. E anche in quel caso, le due bombe piazzate dagli anarchici esplosero a distanza di mezz’ora, una in un cassonetto e l’altra venti metri più in là, in un bidone dell’immondizia. Un attentato fotocopia di quello che, secondo quello che ipotizzano gli inquirenti, i due anarchici uccisi stavano pianificando a Roma.
Sfilano pure i fan delle case occupate galvanizzati per il No al referendum
Nel giorno del No a tutto non poteva mancare quello contro palazzinari e presunti «king» di Roma. E quindi anche Spin Time Lab oggi porterà nella mischia la sua bandiera in nome di occupazioni e diritto all’abitare. «Contro i re della rendita». «La vittoria del No al referendum», si legge sul profilo social, «ci dimostra che la maggioranza del Paese non è disposta a piegarsi di fronte al disegno antidemocratico e autoritario del governo e della destra che in Italia come in tutto il mondo cammina a braccetto con un mercato predatorio che concentra le ricchezze in sempre meno mani».
Occupato dal 2013, sette piani nel quartiere Esquilino di Roma, l’edificio si propone come «modello di auto recupero» e «di rigenerazione urbana». Tra spazi di coworking, un auditorium dove si tengono dibattiti e spettacoli e un ex parcheggio che oggi è sede della redazione del giornale under 30 Scomodo.
Sempre mescolando l’attività sociale a quella strettamente politica, negli anni è diventato uno spazio simbolo della sinistra romana e tappa di visite illustri. Notoria quella nel 2019 da parte dell’elemosiniere papale Konrad Krajewski che intervenne a riattivare la corrente a causa di un debito non saldato di circa 300.000 euro. Nel 2021 al suo interno si svolge il primo dibattito tra candidati alle primarie del centrosinistra al Comune di Roma. Nel 2025 ospita la quinta edizione dell’incontro mondiale dei movimenti popolari. Occasione in cui gli attivisti e gli occupanti di Spin Time vengono ricevuti a San Pietro da papa Leone XIV grazie all’immancabile intermediazione di don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea. Proprio la Ong fondata da Luca Casarini è presenza fissa nello stabile e non a caso ha organizzato pullman da tutta Italia per dare man forte alla manifestazione di oggi. Non mancano poi volti del piccolo e grande schermo. Da Nanni Moretti a Sabina Guzzanti che lo scorso gennaio si sono attivati per firmare un appello volto ad impedirne lo sgombero. Dopo quelli dei centri sociali Askatasuna a Torino e del Leoncavallo a Milano, per Spin Time la paura è di essere il prossimo obiettivo. Il fondo Investire Sgr, proprietario dell’immobile, rivendica lo spazio da tempo e nel 2023 puntava a riconvertirlo in un albergo in vista del Giubileo. Naufragata l’operazione, la palla è passata all’assessore comunale alla Casa, Tobia Zevi, che aveva inserito Spin Time nel Piano casa del Comune come immobile da acquisire. Trattativa anche questa che non va a buon fine. L’idea, però, era quella di fare leva sulla situazione abitativa piuttosto anomala dello stabile. Piano terra e interrato sono spazi aperti alla cittadinanza, i sette piani sopra, sono destinati a ben 400 inquilini di 25 Paesi diversi che ci vivono stabilmente.
Proprio la presenza di un numero considerevole di famiglie e minori per ora ha messo in stand by un eventuale intervento da parte della polizia e portato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a disporre un censimento degli occupanti per verificare la presenza di persone considerate fragili. Intanto, in attesa di evoluzioni, gli attivisti di Spin Time mettono le mani avanti. E galvanizzati dai risultati del referendum, oggi è un immancabile giorno «di resistenza». «La vittoria del No ci dimostra che la maggioranza del paese non è disposta a piegarsi di fronte al disegno antidemocratico e autoritario del governo e della destra che in Italia come in tutto il mondo cammina a braccetto con un mercato predatorio che concentra le ricchezze in sempre meno mani», scrivono sempre sui social. E ancora. «Per noi tutelare la Costituzione significa costruire alternative solide che ci facciano guadagnare spazio respirabile nei centri urbani divorati dalla rendita e dalla speculazione, la cui strada è spianata dai manganelli e dai decreti repressivi che rendono sempre più rischiosa la resistenza». Sarà.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
Premetto che dai giudici della legge non mi aspetto mai nulla, perché essendo in parte nominati dal Quirinale e in parte dalla sinistra so che hanno una predilezione per le sentenze «progressiste» tipo quelle, per intenderci, che hanno aperto la strada al federalismo del suicidio assistito (non c’è quello fiscale, ma quello della dolce morte sì). Invece ieri la Consulta mi ha sorpreso, perché non solo ha bacchettato la Cassazione sull’immigrazione, ma ha pure messo in riga alcune Regioni che volevano bandire concorsi riservati esclusivamente a medici abortisti.
Il primo pronunciamento mi sembra una specie di ristoro dopo la botta del No alla riforma della giustizia. Siccome temo che la vittoria dell’Anm finirà per rafforzare le toghe rosse pro clandestini, la sentenza della Corte costituzionale mi pare dia un altolà alla giurisprudenza creativa in stile Magistratura democratica. Tutto nasce da una questione sollevata dalla Cassazione a proposito della disciplina del trattenimento degli stranieri nei centri per il rimpatrio. La Suprema corte riteneva che rinchiudere in un Cpr un immigrato che abbia fatto domanda di protezione internazionale, anche se al solo scopo di ritardare o evitare l’espulsione, fosse incostituzionale. Di qui il ricorso ai giudici della legge perché censurassero la disciplina governativa. E invece, a sorpresa, la Consulta ha detto no, spiegando che l’immigrato può essere trattenuto anche se la Corte d’Appello non ha convalidato il suo fermo: basta che il questore emetta un nuovo provvedimento. Insomma, stop alle politiche delle porte aperte a tutti i costi. Per i giudici della legge è necessario scoraggiare «abusi del procedimento d’asilo, onde evitare che tale strumento (…) venga strumentalmente utilizzato al solo scopo di evitare o ritardare l’esecuzione di legittimi provvedimenti di espulsione». La sentenza spiega anche che la decisione di trattenere un migrante in un Cpr è ancor più giustificata quando lo straniero «abbia commesso gravi reati e possa sottrarsi all’espulsione ove lasciato in libertà». Così, mentre alcuni giudici sembrano non veder l’ora di lasciare a piede libero chiunque aspiri al patentino di profugo, la Consulta rimette un po’ le cose a posto e, mi auguro, rimetta un po’ in riga anche quei magistrati che non vedono l’ora di lasciare in libertà anche chi ha un curriculum di sentenze, con la scusa che è immigrato.
Ieri però la Corte costituzionale mi ha dato anche un’altra gioia, perché ha censurato la legge varata dalla Regione Sicilia per assumere medici abortisti. A Palermo lo scorso anno avevano annunciato concorsi riservati esclusivamente a personale sanitario favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza. In pratica, per parteciparvi, medici e infermieri dovevano dichiarare di non essere obiettori di coscienza. Non bravi. Non ginecologi esperti e nemmeno autori di pubblicazioni in materia di gestazione. Ai candidati veniva richiesto solo di dichiarare che i loro convincimenti morali non sarebbero stati d’ostacolo nelle interruzioni di gravidanza. Una pretesa assurda e discriminatoria, che, come fa notare la Consulta, poi non avrebbe neppure potuto essere garantita a vita, perché, come è già accaduto in passato e come viene garantito dalla legge 194, medici e infermieri in qualsiasi momento del rapporto di lavoro - e senza alcuna conseguenza - avrebbero potuto cambiare idea. Dunque, la corsia riservata alle assunzioni dei medici abortisti va chiusa, perché anticostituzionale e discriminatoria.
Certo, il No al referendum sulla giustizia continua a bruciare, però con le sentenze di ieri un po’ di speranza di riuscire un giorno a fermare la deriva progressista ci viene restituita.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni (Ansa)
Le pulizie di Pasqua non sono finite. Giorgia Meloni vive ore agitate, e con lei governo e maggioranza: la dolorosa defenestrazione di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusy Bartolozzi, cui ha fatto seguito il repentino cambio dello storico capogruppo di Forza Italia al Senato, quasi sicuramente non saranno gli ultimi «movimenti» in seguito alla netta sconfitta incassata dal centrodestra nella campagna referendaria.
La parola «rimpasto» è da sola capace di irritare gli otoliti del premier, sia per la ferma volontà di concludere la legislatura senza nuove formazioni di governo tipiche del costume politico italiano, sia perché - come spiegato anche ieri su queste colonne - ogni passaggio dal Quirinale apre a rischi non calcolabili, come sa molto bene l’alleato leghista, cui brucia ancora la crisi apertasi nel 2019 e conclusa con la piroetta di Giuseppe Conte da guida dell’esecutivo gialloblù a quello giallorosso.
Dunque? In assoluto Giorgia Meloni darebbe volentieri una rinfrescata ad alcuni nomi del governo, e secondo fonti di maggioranza non troverebbe ostacoli da parte di Matteo Salvini. Primo perché al leghista, che in questi giorni ha costantemente sentito il leader di Fdi, non interessano «record» di permanenza al governo; secondo perché non ha mai fatto mistero di puntare al Viminale dopo la conclusione delle vicende giudiziarie; terzo perché un riequilibrio che includa la figura di Luca Zaia, il cui nome non a caso è stato fatto circolare per il Turismo, sarebbe molto gradito in via Bellerio. Più atterrita dalla prospettiva sembra Forza Italia, in fase estremamente complessa dopo il ribaltone Gasparri-Craxi. Nel pomeriggio era girata una terna di nomi di ministri da iscrivere su una sorta di libro nero. Tutti di area Fdi. Telefonate e Whatsapp tra ministeri e ambienti parlamentari. «Tu sai qualcosa?». «A te risulta?». Chissà se quei nomi erano usciti da Chigi o da chi, approfittando del marasma, punta a salire di grado. «Anche tra gli azzurri però ci sono persone che andrebbero sostituite», racconta alla Verità un dirigente di Fratelli d’Italia che ci tiene a rimanere anonimo, vista l’aria che tira. Vera o verosimile la voglia di rimpasto, «c’è però il tema fiducia», aggiunge. «Quando devi passare dal Quirinale e poi ancora dalle Camere, non è detto che tutto fili liscio. C’è chi non vede l’ora di impallinarci. Sono lì apposta», si sfoga ancora l’esponente del partito della Meloni.
Tirate le somme, e considerando i rischi impliciti in ogni passaggio al Colle, al momento il rimescolamento dovrebbe quindi contenersi a un livello leggermente più basso rispetto ai ministeri più pesanti. Primo: la casella lasciata suo malgrado libera dalla Santanchè sarà colmata in tempi brevi, probabilmente prima di Pasqua. A occuparla, secondo persone vicine a Palazzo Chigi, un profilo che salvi gli equilibri interni sia di coalizione (leggasi: uno di Fdi, quindi né Malagò né Zaia) sia di partito (dunque un parlamentare meloniano di lungo corso: in calo profili più «tecnici» come Caramanna e Nembrini). Ma il riordino di subgoverno impatterà invece sulla squadra, meno visibile ma non meno incisiva sui dossier, di viceministri e sottosegretari: sia perché ci sono da sistemare alcune caselle, tra cui quella lasciata libera dal leghista Massimo Bitonci (ora assessore in Veneto) al Mimit, che daranno l’occasione di qualche altra mano di vernice alla compagine dell’esecutivo. Equilibri solo apparentemente minori, che in realtà rifletteranno la volontà del premier di plasmare l’azione di governo verso le politiche ma anche di assorbire negli altri partiti i contraccolpi dei moti in atto.
A testimoniare grande fibrillazione sono i silenzi e il nervosismo di vari parlamentari di tutti i partiti di maggioranza, che paiono davvero a corto di certezze sul futuro prossimo del governo e della legislatura.
Lo schieramento più agitato pare nettamente quello azzurro, dove regna un clima di incertezza dopo l’esplicito e inedito intervento di Marina Berlusconi, di cui molti si chiedono se la profondità di azione sia destinata a ripetersi. Difficile, nel breve periodo, anche se il senso della sostituzione di Maurizio Gasparri interroga tuttora la politica. C’entrano le future tornate di nomine (vedi pezzo qui sotto)? C’entra un riposizionamento del partito non solo come linea ma anche come collocazione nei futuri equilibri? La tenuta della maggioranza è a rischio? Domande che continueranno a rimbalzare e a rendere più agitato il ritorno in pista del premier, chiamato a un rilancio che non si limiti alla legge elettorale ma ridia una prospettiva all’azione della maggioranza di qui alle prossime politiche. Salvo altre sorprese, che da lunedì scorso non possono più essere escluse.
Continua a leggereRiduci
Marina Berlusconi (Ansa)
Sullo sfondo ci sono i prossimi appuntamenti economici e politici, e soprattutto la necessità, avvertita da molti, di rilanciare il profilo azzurro per tornare a contare di più nella coalizione.
Il primo dossier è quello delle nomine di primavera. La tornata vale 211 incarichi e riguarda soprattutto i vertici in scadenza di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna ed Enav, con sullo sfondo anche il nodo Consob. È una partita che pesa oltre i nomi, perché misura i rapporti di forza nella maggioranza. E per Forza Italia è tanto più importante perché nelle precedenti tornate il partito non è riuscito a farsi valere davvero fino in fondo con Fratelli d’Italia e Lega. Stavolta, invece, gli azzurri vogliono evitare di restare schiacciati tra gli alleati, anche in vista di passaggi politici cruciali, dalle elezioni comunali di Milano nel 2027 alle prossime regionali fino ai futuri equilibri di governo.
In questo quadro Antonio Tajani prova a tenere insieme stabilità e rilancio. Attorno alle prossime nomine si misurerà anche la capacità di Forza Italia di pesare nei dossier che contano: non mancano differenze di vedute sui nomi. Ma il punto più delicato, tra gli azzurri, non riguarda soltanto le caselle o i singoli profili. È piuttosto il diverso accento con cui Marina Berlusconi e Tajani guardano alla fase che si è aperta. Marina continua a non mettere in discussione il segretario e mantiene con lui un rapporto di interlocuzione, anche attraverso Gianni Letta. Eppure, tra gli azzurri cresce l’idea che Giorgio Mulè, valorizzato dalla campagna referendaria, sia oggi uno dei nomi più forti per la nuova guida di Forza Italia.
Dentro questo quadro in ambienti azzurri si colgono anche diverse sfumature tra gli stessi Marina e Pier Silvio Berlusconi. Marina appare più orientata a una linea di raccordo, pur convinta che il partito debba alzare il proprio profilo e accelerare sul rinnovamento. Pier Silvio viene invece descritto da molti come più netto nel giudizio sulla necessità di una discontinuità profonda, quasi di un azzeramento delle vecchie liturgie, come aveva ricordato lui stesso lo scorso dicembre.
Anche la vicenda dei gruppi parlamentari va letta in questa chiave. L’uscita di Maurizio Gasparri dalla guida del gruppo al Senato e l’arrivo di Stefania Craxi hanno segnato un primo passaggio politico: non tanto una sfiducia formale al segretario, quanto il segnale di un partito che chiede di aprire una fase nuova. La scelta di Craxi, per la quale Marina avrebbe «grande stima», ha anche un valore simbolico evidente. Alla Camera, invece, il dossier è più delicato, perché Paolo Barelli rappresenta un punto di equilibrio importante per Tajani ed è anche suo consuocero: colpire lui, osservano in molti, significherebbe colpire anche il segretario. Poi c’è il peso politico del referendum. La vittoria del No non è stata vissuta solo come una sconfitta. Il fatto che la magistratura esca comunque rafforzata da questo passaggio viene osservato con attenzione da una famiglia che ha sempre vissuto il rapporto con la giustizia anche come una questione personale e storica.
Nel frattempo, altri passaggi economici contribuiranno a misurare il clima generale. Tra questi c’è l’appuntamento del 15 aprile su Monte dei Paschi, osservato come un test dei rapporti di forza tra finanza, grandi soci e politica.
Il punto finale, forse, è che Forza Italia avverte il bisogno di una figura capace di interpretare davvero la nuova fase. Roberto Occhiuto, che per un periodo era sembrato poter rappresentare questa possibilità, non ha convinto fino in fondo. E così, sempre più spesso, nel partito riaffiora un nome che resta sullo sfondo ma che molti considerano il più forte come possibile punto di riferimento futuro: Luigi Berlusconi. È il segno che la transizione è appena cominciata.
Continua a leggereRiduci