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2021-07-13
Banchi a rotelle, ventilatori polmonari e super siringhe. I disastri impuniti di Arcuri
Domenico Arcuri (Ansa)
La lista degli acquisti miliardari (in euro) per contrastare la pandemia è lunga, melmosa e maleodorante. E da quando il boiardo di Stato Domenico Arcuri ha cominciato a fare avanti e indietro dalla sede della Protezione civile in qualità di commissario straordinario per l'emergenza in pectore, fino a quando, a marzo 2021 è stato rimosso dall'appena insediato Mario Draghi, anche la lista dei misteri nella gestione degli approvvigionamenti si è allungata quasi quanto quella della spesa. Ora l'ex premier Matteo Renzi chiede una commissione parlamentare d'inchiesta per fare chiarezza e nel suo libro, Controcorrente, edito da Piemme, ripercorre dal punto di vista del politico (che in piena emergenza ha aperto una crisi di governo) le fasi più critiche nella gestione targata Conte bis. Non mancano le sottolineature sull'assenza di trasparenza e una forte denuncia su chi ha fatto uscire notizie da un fascicolo d'inchiesta sull'approvvigionamento di mascherine. I buchi neri, come ha svelato La Verità, sono molteplici. E non lasciano fuori l'acquisto dei banchi a rotelle, che per un po' è stato al centro del dibattito. Complice anche l'avvicinamento dell'inizio delle scuole, un anno fa, in molti si interrogavano su quale fosse la reale utilità di quello strumento. Arcuri di banchi a rotelle ne ha acquistati 430.000 al prezzo di 119 milioni di euro. Ai quali si aggiungono i 199 milioni sborsati per quelli tradizionali. Il primo intoppo è arrivato dall'Anac (Autorità nazionale anti corruzione), che ad aprile ha inviato alla Corte dei conti una segnalazione: «L'affidamento delle forniture di banchi e sedute tradizionali sembrerebbe essere avvenuta a un prezzo in media superiore a quello stimato». I banchi fortemente voluti dall'ex ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, supportata da Arcuri, sarebbero costati, cada uno, 18 euro in più rispetto a quanto preventivato. Ma anche il rifornimento di ventilatori polmonari (il cui prezzo medio si aggira intorno ai 25.000 euro l'uno) è rimasto pieno di punti oscuri: 300 di quelli spediti in Piemonte sono rimasti nei magazzini perché malfunzionanti. Quelli del Lazio addirittura non erano a norma e sono stati ritirati. La Verità ha scoperto che la società che li aveva intermediati in una delle email finite nell'istruttoria dell'affidamento faceva riferimento a rassicurazioni ricevute da Massimo D'Alema, il politico che Arcuri l'ha rilanciato. Un capitolo importante, però, è quello delle mascherine. E di certo è l'affare (per i mediatori) più rilevante: 801 milioni di mascherine in cambio 1,25 miliardi di euro versati dalla struttura commissariale a tre consorzi cinesi è stato concluso dal giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, dall'imprenditore Andrea Vincenzo Tommasi e dall'ecuadoriano Jorge Solis. Un business che ha generato commissioni per oltre 70 milioni di euro. Un fascicolo della Procura di Roma, nel quale è finito anche Arcuri, sta cercando di ricostruire non pochi ipotizzati reati (a vario titolo tra gli indagati): peculato, ricettazione, riciclaggio, traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale, illeciti amministrativi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. E grazie alle intercettazioni si è scoperto che, tramite un suo sherpa, Arcuri aveva incontrato Benotti per fargli sapere che da quel momento non potevano più vedersi, dopo una soffiata da Palazzo Chigi (come confermato dallo stesso Benotti).
Ma non finisce qui. Grazie alla Procura di Gorizia si è scoperto pure che 250 milioni di mascherine comprate dalla struttura commissariale e sequestrate tra febbraio e maggio scorsi, erano fallate. E che il 2021 sia stato un anno a dir poco complicato per Arcuri lo dimostra anche un'inchiesta della Procura di Catanzaro: tra i nomi presenti nel fascicolo figura quello di Natale Errigo, stretto collaboratore del commissario. Il 21 gennaio scorso Errigo è stato arrestato con l'accusa di voto di scambio aggravato dal metodo mafioso, poi il Tribunale del riesame dopo aver riqualificato la contestazione in reato elettorale (senza aggravante mafiosa), ne ha disposto la scarcerazione e il trasferimento ai domiciliari. Le grane, però, non sono finite: tra gli acquisti con pecche di trasparenza c'è quello delle super siringhe: 157 milioni del tipo con cono e ago che si avvita, denominate luer lock. Le uniche, secondo l'ex commissario, in grado di estrarre sei dosi invece di cinque da ogni fiala del vaccino Pfizer. Circa 10 milioni di euro spesi, finiti al centro di due fascicoli aperti dalla Procura di Roma e dalla Corte dei conti del Lazio. Oltre ai costi, le super siringhe sono finite al centro delle polemiche anche per il loro funzionamento non proprio al top, come si è verificato anche al Pio Albergo Trivulzio di Milano.
Le primule, hub per i vaccini, invece, rappresentano senza dubbio il maggior fallimento della gestione commissariale targata Arcuri. I padiglioni temporanei, progettati dall'architetto Stefano Boeri, in cui sarebbero stati somministrati i vaccini agli italiani, sono stati cancellati all'arrivo del nuovo commissario Francesco Paolo Figliuolo. Ogni struttura sarebbe costata allo Stato 409.500 euro, per una spesa complessiva da 8.599.500. Prezzi pazzi, che Figliuolo ha evitato, spiegando: «Le strutture modulari non rispondono più in termini di aderenza ai requisiti necessari per garantire una risposta pronta agli scostamenti del rapporto esigenze di vaccinazione-somministrazioni, oltre che rappresentare una onerosità elevata se rapportata ad altre modalità ora in atto col nuovo Piano vaccinale». Parole che hanno il peso di un sette in condotta. La bocciatura, invece, l'ha firmata Draghi.
Ex Irisbus, ok all’aumento di capitale. Invitalia non lascia l’ad: raddoppia
Con una decisione degna di Re Salomone, l'assemblea dei soci di Industria italiana autobus (Iia) ha accontentato entrambi gli azionisti pubblici, nominando due amministratori delegati. Confermato quindi l'ad uscente, Giovanni De Filippis, indicato da Invitalia (che detiene circa il 42% delle quote), che verrà affiancato da Antonio Liguori, manager storico del gruppo Leonardo (che detiene circa il 28% delle quote, al pari della turca Karsan) già ad di Ansaldo Breda. L'assemblea dei soci ha anche approvato una ricapitalizzazione da circa 16 milioni di euro di Iia, obbligatoria dopo che le perdite dell'ultimo anno, circa 6 milioni di euro, erano andate a sommarsi a quelle risalenti agli anni precedenti. Adesso l'azienda nata dalle ceneri di due storici marchi del settore, la Bredamenarinibus e la Irisbus, da cui ha ereditato i due stabilimenti, quello di Bologna e quello ex Fiat di Flumeri in provincia di Avellino (dismesso da Fiat con la trasformazione del marchio Irisbus in Iveco bus) avrà quindi due figure di vertice. Probabilmente un unicum per una realtà industriale da 450 dipendenti, che permette però a Invitalia, di cui è ad l'ex commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri (che pare essersi speso molto per la conferma di De Filippis) di mantenere un controllo forte sulla governance. Dopo la mediazione finale per stabilire l'importo dell'aumento capitale, mediato da Andrea Parrella, capo dell'ufficio legale di Leonardo, per il nuovo management di Iia la sfida da vincere sarà quella di essere competitivi nella partita dei fondi che il governo ha destinato alla mobilità e al trasporto pubblico locale attraverso il Recovery plan. Il Pnrr varato dal governo presieduto da Mario Draghi prevede infatti l'accelerazione dell'attuazione di quanto previsto dal del Piano strategico nazionale per la mobilità sostenibile stanziando tra l'altro fondi per «l'acquisto entro il 2026 di circa 3.360 bus a basse emissioni», con lo scopo di arrivare ad un «progressivo rinnovo degli autobus per il trasporto pubblico locale e la realizzazione di infrastrutture di ricarica dedicate». Un progetto che, visto il riferimento alla ricarica sembra più finalizzato verso mezzi a propulsione elettrica o ad idrogeno, che attualmente non sono presenti nella gamma di autobus prodotti da Iia. Nel novembre scorso, in un'intervista alla testata online specializzata Autobusweb De Filippis aveva espresso posizioni molto critiche rispetto all'elettrico: «Dal punto di vista ambientale è tutto da dimostrare che i veicoli elettrici siano ambientalmente più compatibili rispetto a quelli a metano. Se si considera tutta la filiera dalla produzione dell'energia elettrica, il costo di un mezzo full electric, le autonomie ridotte, lo spinoso tema dello smaltimento delle batterie esauste possiamo dire che oggi il bilancio è ancora a favore del metano. Evidentemente le tecnologie dell'elettrico stanno andando avanti in maniera molto rapida, di questo bisognerà tenerne conto in futuro».
Secondo le dichiarazioni dell'ad Iia dovrebbe comunque presentare quest'anno un primo mezzo elettrico, ma la concorrenza straniera, compreso il socio turco Karsan è già da tempo sul mercato con modelli a zero emissioni. Il rischio per l'azienda italiana, che negli ultimi tre anni ha portato avanti anche un importante processo di reshoring, riportando in patria tutte le attività che erano state delocalizzate in Turchia, è che se l'erogazione dei fondi per le stazioni di ricarica verrà interpretata alla lettera, i mezzi a metano come quelli di sua produzione vengano scartati a favore dell'elettrico della concorrenza per finanziare con il Recovery plan anche l'adeguamento dei depositi dei bus, dove a oggi in molti casi viene erogato solo gasolio, con la necessità di investimenti cospicui per la conversione al metano.
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Finora i pm hanno toccato solo alcuni filoni della fallimentare gestione del Covid. Lo scandalo dei «mediatori d'oro» che hanno incassato 70 milioni di provvigioni.Ex Irisbus: in arrivo 16 milioni di euro. I manager passano da uno a due (nonostante i debiti).Lo speciale contiene due articoli.La lista degli acquisti miliardari (in euro) per contrastare la pandemia è lunga, melmosa e maleodorante. E da quando il boiardo di Stato Domenico Arcuri ha cominciato a fare avanti e indietro dalla sede della Protezione civile in qualità di commissario straordinario per l'emergenza in pectore, fino a quando, a marzo 2021 è stato rimosso dall'appena insediato Mario Draghi, anche la lista dei misteri nella gestione degli approvvigionamenti si è allungata quasi quanto quella della spesa. Ora l'ex premier Matteo Renzi chiede una commissione parlamentare d'inchiesta per fare chiarezza e nel suo libro, Controcorrente, edito da Piemme, ripercorre dal punto di vista del politico (che in piena emergenza ha aperto una crisi di governo) le fasi più critiche nella gestione targata Conte bis. Non mancano le sottolineature sull'assenza di trasparenza e una forte denuncia su chi ha fatto uscire notizie da un fascicolo d'inchiesta sull'approvvigionamento di mascherine. I buchi neri, come ha svelato La Verità, sono molteplici. E non lasciano fuori l'acquisto dei banchi a rotelle, che per un po' è stato al centro del dibattito. Complice anche l'avvicinamento dell'inizio delle scuole, un anno fa, in molti si interrogavano su quale fosse la reale utilità di quello strumento. Arcuri di banchi a rotelle ne ha acquistati 430.000 al prezzo di 119 milioni di euro. Ai quali si aggiungono i 199 milioni sborsati per quelli tradizionali. Il primo intoppo è arrivato dall'Anac (Autorità nazionale anti corruzione), che ad aprile ha inviato alla Corte dei conti una segnalazione: «L'affidamento delle forniture di banchi e sedute tradizionali sembrerebbe essere avvenuta a un prezzo in media superiore a quello stimato». I banchi fortemente voluti dall'ex ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, supportata da Arcuri, sarebbero costati, cada uno, 18 euro in più rispetto a quanto preventivato. Ma anche il rifornimento di ventilatori polmonari (il cui prezzo medio si aggira intorno ai 25.000 euro l'uno) è rimasto pieno di punti oscuri: 300 di quelli spediti in Piemonte sono rimasti nei magazzini perché malfunzionanti. Quelli del Lazio addirittura non erano a norma e sono stati ritirati. La Verità ha scoperto che la società che li aveva intermediati in una delle email finite nell'istruttoria dell'affidamento faceva riferimento a rassicurazioni ricevute da Massimo D'Alema, il politico che Arcuri l'ha rilanciato. Un capitolo importante, però, è quello delle mascherine. E di certo è l'affare (per i mediatori) più rilevante: 801 milioni di mascherine in cambio 1,25 miliardi di euro versati dalla struttura commissariale a tre consorzi cinesi è stato concluso dal giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, dall'imprenditore Andrea Vincenzo Tommasi e dall'ecuadoriano Jorge Solis. Un business che ha generato commissioni per oltre 70 milioni di euro. Un fascicolo della Procura di Roma, nel quale è finito anche Arcuri, sta cercando di ricostruire non pochi ipotizzati reati (a vario titolo tra gli indagati): peculato, ricettazione, riciclaggio, traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale, illeciti amministrativi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. E grazie alle intercettazioni si è scoperto che, tramite un suo sherpa, Arcuri aveva incontrato Benotti per fargli sapere che da quel momento non potevano più vedersi, dopo una soffiata da Palazzo Chigi (come confermato dallo stesso Benotti).Ma non finisce qui. Grazie alla Procura di Gorizia si è scoperto pure che 250 milioni di mascherine comprate dalla struttura commissariale e sequestrate tra febbraio e maggio scorsi, erano fallate. E che il 2021 sia stato un anno a dir poco complicato per Arcuri lo dimostra anche un'inchiesta della Procura di Catanzaro: tra i nomi presenti nel fascicolo figura quello di Natale Errigo, stretto collaboratore del commissario. Il 21 gennaio scorso Errigo è stato arrestato con l'accusa di voto di scambio aggravato dal metodo mafioso, poi il Tribunale del riesame dopo aver riqualificato la contestazione in reato elettorale (senza aggravante mafiosa), ne ha disposto la scarcerazione e il trasferimento ai domiciliari. Le grane, però, non sono finite: tra gli acquisti con pecche di trasparenza c'è quello delle super siringhe: 157 milioni del tipo con cono e ago che si avvita, denominate luer lock. Le uniche, secondo l'ex commissario, in grado di estrarre sei dosi invece di cinque da ogni fiala del vaccino Pfizer. Circa 10 milioni di euro spesi, finiti al centro di due fascicoli aperti dalla Procura di Roma e dalla Corte dei conti del Lazio. Oltre ai costi, le super siringhe sono finite al centro delle polemiche anche per il loro funzionamento non proprio al top, come si è verificato anche al Pio Albergo Trivulzio di Milano.Le primule, hub per i vaccini, invece, rappresentano senza dubbio il maggior fallimento della gestione commissariale targata Arcuri. I padiglioni temporanei, progettati dall'architetto Stefano Boeri, in cui sarebbero stati somministrati i vaccini agli italiani, sono stati cancellati all'arrivo del nuovo commissario Francesco Paolo Figliuolo. Ogni struttura sarebbe costata allo Stato 409.500 euro, per una spesa complessiva da 8.599.500. Prezzi pazzi, che Figliuolo ha evitato, spiegando: «Le strutture modulari non rispondono più in termini di aderenza ai requisiti necessari per garantire una risposta pronta agli scostamenti del rapporto esigenze di vaccinazione-somministrazioni, oltre che rappresentare una onerosità elevata se rapportata ad altre modalità ora in atto col nuovo Piano vaccinale». Parole che hanno il peso di un sette in condotta. La bocciatura, invece, l'ha firmata Draghi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-disastri-irisbus--2653765543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ex-irisbus-ok-allaumento-di-capitale-invitalia-non-lascia-lad-raddoppia" data-post-id="2653765543" data-published-at="1626178805" data-use-pagination="False"> Ex Irisbus, ok all’aumento di capitale. Invitalia non lascia l’ad: raddoppia Con una decisione degna di Re Salomone, l'assemblea dei soci di Industria italiana autobus (Iia) ha accontentato entrambi gli azionisti pubblici, nominando due amministratori delegati. Confermato quindi l'ad uscente, Giovanni De Filippis, indicato da Invitalia (che detiene circa il 42% delle quote), che verrà affiancato da Antonio Liguori, manager storico del gruppo Leonardo (che detiene circa il 28% delle quote, al pari della turca Karsan) già ad di Ansaldo Breda. L'assemblea dei soci ha anche approvato una ricapitalizzazione da circa 16 milioni di euro di Iia, obbligatoria dopo che le perdite dell'ultimo anno, circa 6 milioni di euro, erano andate a sommarsi a quelle risalenti agli anni precedenti. Adesso l'azienda nata dalle ceneri di due storici marchi del settore, la Bredamenarinibus e la Irisbus, da cui ha ereditato i due stabilimenti, quello di Bologna e quello ex Fiat di Flumeri in provincia di Avellino (dismesso da Fiat con la trasformazione del marchio Irisbus in Iveco bus) avrà quindi due figure di vertice. Probabilmente un unicum per una realtà industriale da 450 dipendenti, che permette però a Invitalia, di cui è ad l'ex commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri (che pare essersi speso molto per la conferma di De Filippis) di mantenere un controllo forte sulla governance. Dopo la mediazione finale per stabilire l'importo dell'aumento capitale, mediato da Andrea Parrella, capo dell'ufficio legale di Leonardo, per il nuovo management di Iia la sfida da vincere sarà quella di essere competitivi nella partita dei fondi che il governo ha destinato alla mobilità e al trasporto pubblico locale attraverso il Recovery plan. Il Pnrr varato dal governo presieduto da Mario Draghi prevede infatti l'accelerazione dell'attuazione di quanto previsto dal del Piano strategico nazionale per la mobilità sostenibile stanziando tra l'altro fondi per «l'acquisto entro il 2026 di circa 3.360 bus a basse emissioni», con lo scopo di arrivare ad un «progressivo rinnovo degli autobus per il trasporto pubblico locale e la realizzazione di infrastrutture di ricarica dedicate». Un progetto che, visto il riferimento alla ricarica sembra più finalizzato verso mezzi a propulsione elettrica o ad idrogeno, che attualmente non sono presenti nella gamma di autobus prodotti da Iia. Nel novembre scorso, in un'intervista alla testata online specializzata Autobusweb De Filippis aveva espresso posizioni molto critiche rispetto all'elettrico: «Dal punto di vista ambientale è tutto da dimostrare che i veicoli elettrici siano ambientalmente più compatibili rispetto a quelli a metano. Se si considera tutta la filiera dalla produzione dell'energia elettrica, il costo di un mezzo full electric, le autonomie ridotte, lo spinoso tema dello smaltimento delle batterie esauste possiamo dire che oggi il bilancio è ancora a favore del metano. Evidentemente le tecnologie dell'elettrico stanno andando avanti in maniera molto rapida, di questo bisognerà tenerne conto in futuro». Secondo le dichiarazioni dell'ad Iia dovrebbe comunque presentare quest'anno un primo mezzo elettrico, ma la concorrenza straniera, compreso il socio turco Karsan è già da tempo sul mercato con modelli a zero emissioni. Il rischio per l'azienda italiana, che negli ultimi tre anni ha portato avanti anche un importante processo di reshoring, riportando in patria tutte le attività che erano state delocalizzate in Turchia, è che se l'erogazione dei fondi per le stazioni di ricarica verrà interpretata alla lettera, i mezzi a metano come quelli di sua produzione vengano scartati a favore dell'elettrico della concorrenza per finanziare con il Recovery plan anche l'adeguamento dei depositi dei bus, dove a oggi in molti casi viene erogato solo gasolio, con la necessità di investimenti cospicui per la conversione al metano.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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