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2021-07-13
Banchi a rotelle, ventilatori polmonari e super siringhe. I disastri impuniti di Arcuri
Domenico Arcuri (Ansa)
La lista degli acquisti miliardari (in euro) per contrastare la pandemia è lunga, melmosa e maleodorante. E da quando il boiardo di Stato Domenico Arcuri ha cominciato a fare avanti e indietro dalla sede della Protezione civile in qualità di commissario straordinario per l'emergenza in pectore, fino a quando, a marzo 2021 è stato rimosso dall'appena insediato Mario Draghi, anche la lista dei misteri nella gestione degli approvvigionamenti si è allungata quasi quanto quella della spesa. Ora l'ex premier Matteo Renzi chiede una commissione parlamentare d'inchiesta per fare chiarezza e nel suo libro, Controcorrente, edito da Piemme, ripercorre dal punto di vista del politico (che in piena emergenza ha aperto una crisi di governo) le fasi più critiche nella gestione targata Conte bis. Non mancano le sottolineature sull'assenza di trasparenza e una forte denuncia su chi ha fatto uscire notizie da un fascicolo d'inchiesta sull'approvvigionamento di mascherine. I buchi neri, come ha svelato La Verità, sono molteplici. E non lasciano fuori l'acquisto dei banchi a rotelle, che per un po' è stato al centro del dibattito. Complice anche l'avvicinamento dell'inizio delle scuole, un anno fa, in molti si interrogavano su quale fosse la reale utilità di quello strumento. Arcuri di banchi a rotelle ne ha acquistati 430.000 al prezzo di 119 milioni di euro. Ai quali si aggiungono i 199 milioni sborsati per quelli tradizionali. Il primo intoppo è arrivato dall'Anac (Autorità nazionale anti corruzione), che ad aprile ha inviato alla Corte dei conti una segnalazione: «L'affidamento delle forniture di banchi e sedute tradizionali sembrerebbe essere avvenuta a un prezzo in media superiore a quello stimato». I banchi fortemente voluti dall'ex ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, supportata da Arcuri, sarebbero costati, cada uno, 18 euro in più rispetto a quanto preventivato. Ma anche il rifornimento di ventilatori polmonari (il cui prezzo medio si aggira intorno ai 25.000 euro l'uno) è rimasto pieno di punti oscuri: 300 di quelli spediti in Piemonte sono rimasti nei magazzini perché malfunzionanti. Quelli del Lazio addirittura non erano a norma e sono stati ritirati. La Verità ha scoperto che la società che li aveva intermediati in una delle email finite nell'istruttoria dell'affidamento faceva riferimento a rassicurazioni ricevute da Massimo D'Alema, il politico che Arcuri l'ha rilanciato. Un capitolo importante, però, è quello delle mascherine. E di certo è l'affare (per i mediatori) più rilevante: 801 milioni di mascherine in cambio 1,25 miliardi di euro versati dalla struttura commissariale a tre consorzi cinesi è stato concluso dal giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, dall'imprenditore Andrea Vincenzo Tommasi e dall'ecuadoriano Jorge Solis. Un business che ha generato commissioni per oltre 70 milioni di euro. Un fascicolo della Procura di Roma, nel quale è finito anche Arcuri, sta cercando di ricostruire non pochi ipotizzati reati (a vario titolo tra gli indagati): peculato, ricettazione, riciclaggio, traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale, illeciti amministrativi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. E grazie alle intercettazioni si è scoperto che, tramite un suo sherpa, Arcuri aveva incontrato Benotti per fargli sapere che da quel momento non potevano più vedersi, dopo una soffiata da Palazzo Chigi (come confermato dallo stesso Benotti).
Ma non finisce qui. Grazie alla Procura di Gorizia si è scoperto pure che 250 milioni di mascherine comprate dalla struttura commissariale e sequestrate tra febbraio e maggio scorsi, erano fallate. E che il 2021 sia stato un anno a dir poco complicato per Arcuri lo dimostra anche un'inchiesta della Procura di Catanzaro: tra i nomi presenti nel fascicolo figura quello di Natale Errigo, stretto collaboratore del commissario. Il 21 gennaio scorso Errigo è stato arrestato con l'accusa di voto di scambio aggravato dal metodo mafioso, poi il Tribunale del riesame dopo aver riqualificato la contestazione in reato elettorale (senza aggravante mafiosa), ne ha disposto la scarcerazione e il trasferimento ai domiciliari. Le grane, però, non sono finite: tra gli acquisti con pecche di trasparenza c'è quello delle super siringhe: 157 milioni del tipo con cono e ago che si avvita, denominate luer lock. Le uniche, secondo l'ex commissario, in grado di estrarre sei dosi invece di cinque da ogni fiala del vaccino Pfizer. Circa 10 milioni di euro spesi, finiti al centro di due fascicoli aperti dalla Procura di Roma e dalla Corte dei conti del Lazio. Oltre ai costi, le super siringhe sono finite al centro delle polemiche anche per il loro funzionamento non proprio al top, come si è verificato anche al Pio Albergo Trivulzio di Milano.
Le primule, hub per i vaccini, invece, rappresentano senza dubbio il maggior fallimento della gestione commissariale targata Arcuri. I padiglioni temporanei, progettati dall'architetto Stefano Boeri, in cui sarebbero stati somministrati i vaccini agli italiani, sono stati cancellati all'arrivo del nuovo commissario Francesco Paolo Figliuolo. Ogni struttura sarebbe costata allo Stato 409.500 euro, per una spesa complessiva da 8.599.500. Prezzi pazzi, che Figliuolo ha evitato, spiegando: «Le strutture modulari non rispondono più in termini di aderenza ai requisiti necessari per garantire una risposta pronta agli scostamenti del rapporto esigenze di vaccinazione-somministrazioni, oltre che rappresentare una onerosità elevata se rapportata ad altre modalità ora in atto col nuovo Piano vaccinale». Parole che hanno il peso di un sette in condotta. La bocciatura, invece, l'ha firmata Draghi.
Ex Irisbus, ok all’aumento di capitale. Invitalia non lascia l’ad: raddoppia
Con una decisione degna di Re Salomone, l'assemblea dei soci di Industria italiana autobus (Iia) ha accontentato entrambi gli azionisti pubblici, nominando due amministratori delegati. Confermato quindi l'ad uscente, Giovanni De Filippis, indicato da Invitalia (che detiene circa il 42% delle quote), che verrà affiancato da Antonio Liguori, manager storico del gruppo Leonardo (che detiene circa il 28% delle quote, al pari della turca Karsan) già ad di Ansaldo Breda. L'assemblea dei soci ha anche approvato una ricapitalizzazione da circa 16 milioni di euro di Iia, obbligatoria dopo che le perdite dell'ultimo anno, circa 6 milioni di euro, erano andate a sommarsi a quelle risalenti agli anni precedenti. Adesso l'azienda nata dalle ceneri di due storici marchi del settore, la Bredamenarinibus e la Irisbus, da cui ha ereditato i due stabilimenti, quello di Bologna e quello ex Fiat di Flumeri in provincia di Avellino (dismesso da Fiat con la trasformazione del marchio Irisbus in Iveco bus) avrà quindi due figure di vertice. Probabilmente un unicum per una realtà industriale da 450 dipendenti, che permette però a Invitalia, di cui è ad l'ex commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri (che pare essersi speso molto per la conferma di De Filippis) di mantenere un controllo forte sulla governance. Dopo la mediazione finale per stabilire l'importo dell'aumento capitale, mediato da Andrea Parrella, capo dell'ufficio legale di Leonardo, per il nuovo management di Iia la sfida da vincere sarà quella di essere competitivi nella partita dei fondi che il governo ha destinato alla mobilità e al trasporto pubblico locale attraverso il Recovery plan. Il Pnrr varato dal governo presieduto da Mario Draghi prevede infatti l'accelerazione dell'attuazione di quanto previsto dal del Piano strategico nazionale per la mobilità sostenibile stanziando tra l'altro fondi per «l'acquisto entro il 2026 di circa 3.360 bus a basse emissioni», con lo scopo di arrivare ad un «progressivo rinnovo degli autobus per il trasporto pubblico locale e la realizzazione di infrastrutture di ricarica dedicate». Un progetto che, visto il riferimento alla ricarica sembra più finalizzato verso mezzi a propulsione elettrica o ad idrogeno, che attualmente non sono presenti nella gamma di autobus prodotti da Iia. Nel novembre scorso, in un'intervista alla testata online specializzata Autobusweb De Filippis aveva espresso posizioni molto critiche rispetto all'elettrico: «Dal punto di vista ambientale è tutto da dimostrare che i veicoli elettrici siano ambientalmente più compatibili rispetto a quelli a metano. Se si considera tutta la filiera dalla produzione dell'energia elettrica, il costo di un mezzo full electric, le autonomie ridotte, lo spinoso tema dello smaltimento delle batterie esauste possiamo dire che oggi il bilancio è ancora a favore del metano. Evidentemente le tecnologie dell'elettrico stanno andando avanti in maniera molto rapida, di questo bisognerà tenerne conto in futuro».
Secondo le dichiarazioni dell'ad Iia dovrebbe comunque presentare quest'anno un primo mezzo elettrico, ma la concorrenza straniera, compreso il socio turco Karsan è già da tempo sul mercato con modelli a zero emissioni. Il rischio per l'azienda italiana, che negli ultimi tre anni ha portato avanti anche un importante processo di reshoring, riportando in patria tutte le attività che erano state delocalizzate in Turchia, è che se l'erogazione dei fondi per le stazioni di ricarica verrà interpretata alla lettera, i mezzi a metano come quelli di sua produzione vengano scartati a favore dell'elettrico della concorrenza per finanziare con il Recovery plan anche l'adeguamento dei depositi dei bus, dove a oggi in molti casi viene erogato solo gasolio, con la necessità di investimenti cospicui per la conversione al metano.
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Finora i pm hanno toccato solo alcuni filoni della fallimentare gestione del Covid. Lo scandalo dei «mediatori d'oro» che hanno incassato 70 milioni di provvigioni.Ex Irisbus: in arrivo 16 milioni di euro. I manager passano da uno a due (nonostante i debiti).Lo speciale contiene due articoli.La lista degli acquisti miliardari (in euro) per contrastare la pandemia è lunga, melmosa e maleodorante. E da quando il boiardo di Stato Domenico Arcuri ha cominciato a fare avanti e indietro dalla sede della Protezione civile in qualità di commissario straordinario per l'emergenza in pectore, fino a quando, a marzo 2021 è stato rimosso dall'appena insediato Mario Draghi, anche la lista dei misteri nella gestione degli approvvigionamenti si è allungata quasi quanto quella della spesa. Ora l'ex premier Matteo Renzi chiede una commissione parlamentare d'inchiesta per fare chiarezza e nel suo libro, Controcorrente, edito da Piemme, ripercorre dal punto di vista del politico (che in piena emergenza ha aperto una crisi di governo) le fasi più critiche nella gestione targata Conte bis. Non mancano le sottolineature sull'assenza di trasparenza e una forte denuncia su chi ha fatto uscire notizie da un fascicolo d'inchiesta sull'approvvigionamento di mascherine. I buchi neri, come ha svelato La Verità, sono molteplici. E non lasciano fuori l'acquisto dei banchi a rotelle, che per un po' è stato al centro del dibattito. Complice anche l'avvicinamento dell'inizio delle scuole, un anno fa, in molti si interrogavano su quale fosse la reale utilità di quello strumento. Arcuri di banchi a rotelle ne ha acquistati 430.000 al prezzo di 119 milioni di euro. Ai quali si aggiungono i 199 milioni sborsati per quelli tradizionali. Il primo intoppo è arrivato dall'Anac (Autorità nazionale anti corruzione), che ad aprile ha inviato alla Corte dei conti una segnalazione: «L'affidamento delle forniture di banchi e sedute tradizionali sembrerebbe essere avvenuta a un prezzo in media superiore a quello stimato». I banchi fortemente voluti dall'ex ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, supportata da Arcuri, sarebbero costati, cada uno, 18 euro in più rispetto a quanto preventivato. Ma anche il rifornimento di ventilatori polmonari (il cui prezzo medio si aggira intorno ai 25.000 euro l'uno) è rimasto pieno di punti oscuri: 300 di quelli spediti in Piemonte sono rimasti nei magazzini perché malfunzionanti. Quelli del Lazio addirittura non erano a norma e sono stati ritirati. La Verità ha scoperto che la società che li aveva intermediati in una delle email finite nell'istruttoria dell'affidamento faceva riferimento a rassicurazioni ricevute da Massimo D'Alema, il politico che Arcuri l'ha rilanciato. Un capitolo importante, però, è quello delle mascherine. E di certo è l'affare (per i mediatori) più rilevante: 801 milioni di mascherine in cambio 1,25 miliardi di euro versati dalla struttura commissariale a tre consorzi cinesi è stato concluso dal giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, dall'imprenditore Andrea Vincenzo Tommasi e dall'ecuadoriano Jorge Solis. Un business che ha generato commissioni per oltre 70 milioni di euro. Un fascicolo della Procura di Roma, nel quale è finito anche Arcuri, sta cercando di ricostruire non pochi ipotizzati reati (a vario titolo tra gli indagati): peculato, ricettazione, riciclaggio, traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale, illeciti amministrativi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. E grazie alle intercettazioni si è scoperto che, tramite un suo sherpa, Arcuri aveva incontrato Benotti per fargli sapere che da quel momento non potevano più vedersi, dopo una soffiata da Palazzo Chigi (come confermato dallo stesso Benotti).Ma non finisce qui. Grazie alla Procura di Gorizia si è scoperto pure che 250 milioni di mascherine comprate dalla struttura commissariale e sequestrate tra febbraio e maggio scorsi, erano fallate. E che il 2021 sia stato un anno a dir poco complicato per Arcuri lo dimostra anche un'inchiesta della Procura di Catanzaro: tra i nomi presenti nel fascicolo figura quello di Natale Errigo, stretto collaboratore del commissario. Il 21 gennaio scorso Errigo è stato arrestato con l'accusa di voto di scambio aggravato dal metodo mafioso, poi il Tribunale del riesame dopo aver riqualificato la contestazione in reato elettorale (senza aggravante mafiosa), ne ha disposto la scarcerazione e il trasferimento ai domiciliari. Le grane, però, non sono finite: tra gli acquisti con pecche di trasparenza c'è quello delle super siringhe: 157 milioni del tipo con cono e ago che si avvita, denominate luer lock. Le uniche, secondo l'ex commissario, in grado di estrarre sei dosi invece di cinque da ogni fiala del vaccino Pfizer. Circa 10 milioni di euro spesi, finiti al centro di due fascicoli aperti dalla Procura di Roma e dalla Corte dei conti del Lazio. Oltre ai costi, le super siringhe sono finite al centro delle polemiche anche per il loro funzionamento non proprio al top, come si è verificato anche al Pio Albergo Trivulzio di Milano.Le primule, hub per i vaccini, invece, rappresentano senza dubbio il maggior fallimento della gestione commissariale targata Arcuri. I padiglioni temporanei, progettati dall'architetto Stefano Boeri, in cui sarebbero stati somministrati i vaccini agli italiani, sono stati cancellati all'arrivo del nuovo commissario Francesco Paolo Figliuolo. Ogni struttura sarebbe costata allo Stato 409.500 euro, per una spesa complessiva da 8.599.500. Prezzi pazzi, che Figliuolo ha evitato, spiegando: «Le strutture modulari non rispondono più in termini di aderenza ai requisiti necessari per garantire una risposta pronta agli scostamenti del rapporto esigenze di vaccinazione-somministrazioni, oltre che rappresentare una onerosità elevata se rapportata ad altre modalità ora in atto col nuovo Piano vaccinale». Parole che hanno il peso di un sette in condotta. La bocciatura, invece, l'ha firmata Draghi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-disastri-irisbus--2653765543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ex-irisbus-ok-allaumento-di-capitale-invitalia-non-lascia-lad-raddoppia" data-post-id="2653765543" data-published-at="1626178805" data-use-pagination="False"> Ex Irisbus, ok all’aumento di capitale. Invitalia non lascia l’ad: raddoppia Con una decisione degna di Re Salomone, l'assemblea dei soci di Industria italiana autobus (Iia) ha accontentato entrambi gli azionisti pubblici, nominando due amministratori delegati. Confermato quindi l'ad uscente, Giovanni De Filippis, indicato da Invitalia (che detiene circa il 42% delle quote), che verrà affiancato da Antonio Liguori, manager storico del gruppo Leonardo (che detiene circa il 28% delle quote, al pari della turca Karsan) già ad di Ansaldo Breda. L'assemblea dei soci ha anche approvato una ricapitalizzazione da circa 16 milioni di euro di Iia, obbligatoria dopo che le perdite dell'ultimo anno, circa 6 milioni di euro, erano andate a sommarsi a quelle risalenti agli anni precedenti. Adesso l'azienda nata dalle ceneri di due storici marchi del settore, la Bredamenarinibus e la Irisbus, da cui ha ereditato i due stabilimenti, quello di Bologna e quello ex Fiat di Flumeri in provincia di Avellino (dismesso da Fiat con la trasformazione del marchio Irisbus in Iveco bus) avrà quindi due figure di vertice. Probabilmente un unicum per una realtà industriale da 450 dipendenti, che permette però a Invitalia, di cui è ad l'ex commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri (che pare essersi speso molto per la conferma di De Filippis) di mantenere un controllo forte sulla governance. Dopo la mediazione finale per stabilire l'importo dell'aumento capitale, mediato da Andrea Parrella, capo dell'ufficio legale di Leonardo, per il nuovo management di Iia la sfida da vincere sarà quella di essere competitivi nella partita dei fondi che il governo ha destinato alla mobilità e al trasporto pubblico locale attraverso il Recovery plan. Il Pnrr varato dal governo presieduto da Mario Draghi prevede infatti l'accelerazione dell'attuazione di quanto previsto dal del Piano strategico nazionale per la mobilità sostenibile stanziando tra l'altro fondi per «l'acquisto entro il 2026 di circa 3.360 bus a basse emissioni», con lo scopo di arrivare ad un «progressivo rinnovo degli autobus per il trasporto pubblico locale e la realizzazione di infrastrutture di ricarica dedicate». Un progetto che, visto il riferimento alla ricarica sembra più finalizzato verso mezzi a propulsione elettrica o ad idrogeno, che attualmente non sono presenti nella gamma di autobus prodotti da Iia. Nel novembre scorso, in un'intervista alla testata online specializzata Autobusweb De Filippis aveva espresso posizioni molto critiche rispetto all'elettrico: «Dal punto di vista ambientale è tutto da dimostrare che i veicoli elettrici siano ambientalmente più compatibili rispetto a quelli a metano. Se si considera tutta la filiera dalla produzione dell'energia elettrica, il costo di un mezzo full electric, le autonomie ridotte, lo spinoso tema dello smaltimento delle batterie esauste possiamo dire che oggi il bilancio è ancora a favore del metano. Evidentemente le tecnologie dell'elettrico stanno andando avanti in maniera molto rapida, di questo bisognerà tenerne conto in futuro». Secondo le dichiarazioni dell'ad Iia dovrebbe comunque presentare quest'anno un primo mezzo elettrico, ma la concorrenza straniera, compreso il socio turco Karsan è già da tempo sul mercato con modelli a zero emissioni. Il rischio per l'azienda italiana, che negli ultimi tre anni ha portato avanti anche un importante processo di reshoring, riportando in patria tutte le attività che erano state delocalizzate in Turchia, è che se l'erogazione dei fondi per le stazioni di ricarica verrà interpretata alla lettera, i mezzi a metano come quelli di sua produzione vengano scartati a favore dell'elettrico della concorrenza per finanziare con il Recovery plan anche l'adeguamento dei depositi dei bus, dove a oggi in molti casi viene erogato solo gasolio, con la necessità di investimenti cospicui per la conversione al metano.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.