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2021-07-13
Banchi a rotelle, ventilatori polmonari e super siringhe. I disastri impuniti di Arcuri
Domenico Arcuri (Ansa)
La lista degli acquisti miliardari (in euro) per contrastare la pandemia è lunga, melmosa e maleodorante. E da quando il boiardo di Stato Domenico Arcuri ha cominciato a fare avanti e indietro dalla sede della Protezione civile in qualità di commissario straordinario per l'emergenza in pectore, fino a quando, a marzo 2021 è stato rimosso dall'appena insediato Mario Draghi, anche la lista dei misteri nella gestione degli approvvigionamenti si è allungata quasi quanto quella della spesa. Ora l'ex premier Matteo Renzi chiede una commissione parlamentare d'inchiesta per fare chiarezza e nel suo libro, Controcorrente, edito da Piemme, ripercorre dal punto di vista del politico (che in piena emergenza ha aperto una crisi di governo) le fasi più critiche nella gestione targata Conte bis. Non mancano le sottolineature sull'assenza di trasparenza e una forte denuncia su chi ha fatto uscire notizie da un fascicolo d'inchiesta sull'approvvigionamento di mascherine. I buchi neri, come ha svelato La Verità, sono molteplici. E non lasciano fuori l'acquisto dei banchi a rotelle, che per un po' è stato al centro del dibattito. Complice anche l'avvicinamento dell'inizio delle scuole, un anno fa, in molti si interrogavano su quale fosse la reale utilità di quello strumento. Arcuri di banchi a rotelle ne ha acquistati 430.000 al prezzo di 119 milioni di euro. Ai quali si aggiungono i 199 milioni sborsati per quelli tradizionali. Il primo intoppo è arrivato dall'Anac (Autorità nazionale anti corruzione), che ad aprile ha inviato alla Corte dei conti una segnalazione: «L'affidamento delle forniture di banchi e sedute tradizionali sembrerebbe essere avvenuta a un prezzo in media superiore a quello stimato». I banchi fortemente voluti dall'ex ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, supportata da Arcuri, sarebbero costati, cada uno, 18 euro in più rispetto a quanto preventivato. Ma anche il rifornimento di ventilatori polmonari (il cui prezzo medio si aggira intorno ai 25.000 euro l'uno) è rimasto pieno di punti oscuri: 300 di quelli spediti in Piemonte sono rimasti nei magazzini perché malfunzionanti. Quelli del Lazio addirittura non erano a norma e sono stati ritirati. La Verità ha scoperto che la società che li aveva intermediati in una delle email finite nell'istruttoria dell'affidamento faceva riferimento a rassicurazioni ricevute da Massimo D'Alema, il politico che Arcuri l'ha rilanciato. Un capitolo importante, però, è quello delle mascherine. E di certo è l'affare (per i mediatori) più rilevante: 801 milioni di mascherine in cambio 1,25 miliardi di euro versati dalla struttura commissariale a tre consorzi cinesi è stato concluso dal giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, dall'imprenditore Andrea Vincenzo Tommasi e dall'ecuadoriano Jorge Solis. Un business che ha generato commissioni per oltre 70 milioni di euro. Un fascicolo della Procura di Roma, nel quale è finito anche Arcuri, sta cercando di ricostruire non pochi ipotizzati reati (a vario titolo tra gli indagati): peculato, ricettazione, riciclaggio, traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale, illeciti amministrativi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. E grazie alle intercettazioni si è scoperto che, tramite un suo sherpa, Arcuri aveva incontrato Benotti per fargli sapere che da quel momento non potevano più vedersi, dopo una soffiata da Palazzo Chigi (come confermato dallo stesso Benotti).
Ma non finisce qui. Grazie alla Procura di Gorizia si è scoperto pure che 250 milioni di mascherine comprate dalla struttura commissariale e sequestrate tra febbraio e maggio scorsi, erano fallate. E che il 2021 sia stato un anno a dir poco complicato per Arcuri lo dimostra anche un'inchiesta della Procura di Catanzaro: tra i nomi presenti nel fascicolo figura quello di Natale Errigo, stretto collaboratore del commissario. Il 21 gennaio scorso Errigo è stato arrestato con l'accusa di voto di scambio aggravato dal metodo mafioso, poi il Tribunale del riesame dopo aver riqualificato la contestazione in reato elettorale (senza aggravante mafiosa), ne ha disposto la scarcerazione e il trasferimento ai domiciliari. Le grane, però, non sono finite: tra gli acquisti con pecche di trasparenza c'è quello delle super siringhe: 157 milioni del tipo con cono e ago che si avvita, denominate luer lock. Le uniche, secondo l'ex commissario, in grado di estrarre sei dosi invece di cinque da ogni fiala del vaccino Pfizer. Circa 10 milioni di euro spesi, finiti al centro di due fascicoli aperti dalla Procura di Roma e dalla Corte dei conti del Lazio. Oltre ai costi, le super siringhe sono finite al centro delle polemiche anche per il loro funzionamento non proprio al top, come si è verificato anche al Pio Albergo Trivulzio di Milano.
Le primule, hub per i vaccini, invece, rappresentano senza dubbio il maggior fallimento della gestione commissariale targata Arcuri. I padiglioni temporanei, progettati dall'architetto Stefano Boeri, in cui sarebbero stati somministrati i vaccini agli italiani, sono stati cancellati all'arrivo del nuovo commissario Francesco Paolo Figliuolo. Ogni struttura sarebbe costata allo Stato 409.500 euro, per una spesa complessiva da 8.599.500. Prezzi pazzi, che Figliuolo ha evitato, spiegando: «Le strutture modulari non rispondono più in termini di aderenza ai requisiti necessari per garantire una risposta pronta agli scostamenti del rapporto esigenze di vaccinazione-somministrazioni, oltre che rappresentare una onerosità elevata se rapportata ad altre modalità ora in atto col nuovo Piano vaccinale». Parole che hanno il peso di un sette in condotta. La bocciatura, invece, l'ha firmata Draghi.
Ex Irisbus, ok all’aumento di capitale. Invitalia non lascia l’ad: raddoppia
Con una decisione degna di Re Salomone, l'assemblea dei soci di Industria italiana autobus (Iia) ha accontentato entrambi gli azionisti pubblici, nominando due amministratori delegati. Confermato quindi l'ad uscente, Giovanni De Filippis, indicato da Invitalia (che detiene circa il 42% delle quote), che verrà affiancato da Antonio Liguori, manager storico del gruppo Leonardo (che detiene circa il 28% delle quote, al pari della turca Karsan) già ad di Ansaldo Breda. L'assemblea dei soci ha anche approvato una ricapitalizzazione da circa 16 milioni di euro di Iia, obbligatoria dopo che le perdite dell'ultimo anno, circa 6 milioni di euro, erano andate a sommarsi a quelle risalenti agli anni precedenti. Adesso l'azienda nata dalle ceneri di due storici marchi del settore, la Bredamenarinibus e la Irisbus, da cui ha ereditato i due stabilimenti, quello di Bologna e quello ex Fiat di Flumeri in provincia di Avellino (dismesso da Fiat con la trasformazione del marchio Irisbus in Iveco bus) avrà quindi due figure di vertice. Probabilmente un unicum per una realtà industriale da 450 dipendenti, che permette però a Invitalia, di cui è ad l'ex commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri (che pare essersi speso molto per la conferma di De Filippis) di mantenere un controllo forte sulla governance. Dopo la mediazione finale per stabilire l'importo dell'aumento capitale, mediato da Andrea Parrella, capo dell'ufficio legale di Leonardo, per il nuovo management di Iia la sfida da vincere sarà quella di essere competitivi nella partita dei fondi che il governo ha destinato alla mobilità e al trasporto pubblico locale attraverso il Recovery plan. Il Pnrr varato dal governo presieduto da Mario Draghi prevede infatti l'accelerazione dell'attuazione di quanto previsto dal del Piano strategico nazionale per la mobilità sostenibile stanziando tra l'altro fondi per «l'acquisto entro il 2026 di circa 3.360 bus a basse emissioni», con lo scopo di arrivare ad un «progressivo rinnovo degli autobus per il trasporto pubblico locale e la realizzazione di infrastrutture di ricarica dedicate». Un progetto che, visto il riferimento alla ricarica sembra più finalizzato verso mezzi a propulsione elettrica o ad idrogeno, che attualmente non sono presenti nella gamma di autobus prodotti da Iia. Nel novembre scorso, in un'intervista alla testata online specializzata Autobusweb De Filippis aveva espresso posizioni molto critiche rispetto all'elettrico: «Dal punto di vista ambientale è tutto da dimostrare che i veicoli elettrici siano ambientalmente più compatibili rispetto a quelli a metano. Se si considera tutta la filiera dalla produzione dell'energia elettrica, il costo di un mezzo full electric, le autonomie ridotte, lo spinoso tema dello smaltimento delle batterie esauste possiamo dire che oggi il bilancio è ancora a favore del metano. Evidentemente le tecnologie dell'elettrico stanno andando avanti in maniera molto rapida, di questo bisognerà tenerne conto in futuro».
Secondo le dichiarazioni dell'ad Iia dovrebbe comunque presentare quest'anno un primo mezzo elettrico, ma la concorrenza straniera, compreso il socio turco Karsan è già da tempo sul mercato con modelli a zero emissioni. Il rischio per l'azienda italiana, che negli ultimi tre anni ha portato avanti anche un importante processo di reshoring, riportando in patria tutte le attività che erano state delocalizzate in Turchia, è che se l'erogazione dei fondi per le stazioni di ricarica verrà interpretata alla lettera, i mezzi a metano come quelli di sua produzione vengano scartati a favore dell'elettrico della concorrenza per finanziare con il Recovery plan anche l'adeguamento dei depositi dei bus, dove a oggi in molti casi viene erogato solo gasolio, con la necessità di investimenti cospicui per la conversione al metano.
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Finora i pm hanno toccato solo alcuni filoni della fallimentare gestione del Covid. Lo scandalo dei «mediatori d'oro» che hanno incassato 70 milioni di provvigioni.Ex Irisbus: in arrivo 16 milioni di euro. I manager passano da uno a due (nonostante i debiti).Lo speciale contiene due articoli.La lista degli acquisti miliardari (in euro) per contrastare la pandemia è lunga, melmosa e maleodorante. E da quando il boiardo di Stato Domenico Arcuri ha cominciato a fare avanti e indietro dalla sede della Protezione civile in qualità di commissario straordinario per l'emergenza in pectore, fino a quando, a marzo 2021 è stato rimosso dall'appena insediato Mario Draghi, anche la lista dei misteri nella gestione degli approvvigionamenti si è allungata quasi quanto quella della spesa. Ora l'ex premier Matteo Renzi chiede una commissione parlamentare d'inchiesta per fare chiarezza e nel suo libro, Controcorrente, edito da Piemme, ripercorre dal punto di vista del politico (che in piena emergenza ha aperto una crisi di governo) le fasi più critiche nella gestione targata Conte bis. Non mancano le sottolineature sull'assenza di trasparenza e una forte denuncia su chi ha fatto uscire notizie da un fascicolo d'inchiesta sull'approvvigionamento di mascherine. I buchi neri, come ha svelato La Verità, sono molteplici. E non lasciano fuori l'acquisto dei banchi a rotelle, che per un po' è stato al centro del dibattito. Complice anche l'avvicinamento dell'inizio delle scuole, un anno fa, in molti si interrogavano su quale fosse la reale utilità di quello strumento. Arcuri di banchi a rotelle ne ha acquistati 430.000 al prezzo di 119 milioni di euro. Ai quali si aggiungono i 199 milioni sborsati per quelli tradizionali. Il primo intoppo è arrivato dall'Anac (Autorità nazionale anti corruzione), che ad aprile ha inviato alla Corte dei conti una segnalazione: «L'affidamento delle forniture di banchi e sedute tradizionali sembrerebbe essere avvenuta a un prezzo in media superiore a quello stimato». I banchi fortemente voluti dall'ex ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, supportata da Arcuri, sarebbero costati, cada uno, 18 euro in più rispetto a quanto preventivato. Ma anche il rifornimento di ventilatori polmonari (il cui prezzo medio si aggira intorno ai 25.000 euro l'uno) è rimasto pieno di punti oscuri: 300 di quelli spediti in Piemonte sono rimasti nei magazzini perché malfunzionanti. Quelli del Lazio addirittura non erano a norma e sono stati ritirati. La Verità ha scoperto che la società che li aveva intermediati in una delle email finite nell'istruttoria dell'affidamento faceva riferimento a rassicurazioni ricevute da Massimo D'Alema, il politico che Arcuri l'ha rilanciato. Un capitolo importante, però, è quello delle mascherine. E di certo è l'affare (per i mediatori) più rilevante: 801 milioni di mascherine in cambio 1,25 miliardi di euro versati dalla struttura commissariale a tre consorzi cinesi è stato concluso dal giornalista Rai in aspettativa Mario Benotti, dall'imprenditore Andrea Vincenzo Tommasi e dall'ecuadoriano Jorge Solis. Un business che ha generato commissioni per oltre 70 milioni di euro. Un fascicolo della Procura di Roma, nel quale è finito anche Arcuri, sta cercando di ricostruire non pochi ipotizzati reati (a vario titolo tra gli indagati): peculato, ricettazione, riciclaggio, traffico di influenze illecite in concorso e aggravato dal reato transnazionale, illeciti amministrativi in materia di responsabilità amministrativa degli enti. E grazie alle intercettazioni si è scoperto che, tramite un suo sherpa, Arcuri aveva incontrato Benotti per fargli sapere che da quel momento non potevano più vedersi, dopo una soffiata da Palazzo Chigi (come confermato dallo stesso Benotti).Ma non finisce qui. Grazie alla Procura di Gorizia si è scoperto pure che 250 milioni di mascherine comprate dalla struttura commissariale e sequestrate tra febbraio e maggio scorsi, erano fallate. E che il 2021 sia stato un anno a dir poco complicato per Arcuri lo dimostra anche un'inchiesta della Procura di Catanzaro: tra i nomi presenti nel fascicolo figura quello di Natale Errigo, stretto collaboratore del commissario. Il 21 gennaio scorso Errigo è stato arrestato con l'accusa di voto di scambio aggravato dal metodo mafioso, poi il Tribunale del riesame dopo aver riqualificato la contestazione in reato elettorale (senza aggravante mafiosa), ne ha disposto la scarcerazione e il trasferimento ai domiciliari. Le grane, però, non sono finite: tra gli acquisti con pecche di trasparenza c'è quello delle super siringhe: 157 milioni del tipo con cono e ago che si avvita, denominate luer lock. Le uniche, secondo l'ex commissario, in grado di estrarre sei dosi invece di cinque da ogni fiala del vaccino Pfizer. Circa 10 milioni di euro spesi, finiti al centro di due fascicoli aperti dalla Procura di Roma e dalla Corte dei conti del Lazio. Oltre ai costi, le super siringhe sono finite al centro delle polemiche anche per il loro funzionamento non proprio al top, come si è verificato anche al Pio Albergo Trivulzio di Milano.Le primule, hub per i vaccini, invece, rappresentano senza dubbio il maggior fallimento della gestione commissariale targata Arcuri. I padiglioni temporanei, progettati dall'architetto Stefano Boeri, in cui sarebbero stati somministrati i vaccini agli italiani, sono stati cancellati all'arrivo del nuovo commissario Francesco Paolo Figliuolo. Ogni struttura sarebbe costata allo Stato 409.500 euro, per una spesa complessiva da 8.599.500. Prezzi pazzi, che Figliuolo ha evitato, spiegando: «Le strutture modulari non rispondono più in termini di aderenza ai requisiti necessari per garantire una risposta pronta agli scostamenti del rapporto esigenze di vaccinazione-somministrazioni, oltre che rappresentare una onerosità elevata se rapportata ad altre modalità ora in atto col nuovo Piano vaccinale». Parole che hanno il peso di un sette in condotta. La bocciatura, invece, l'ha firmata Draghi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-disastri-irisbus--2653765543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ex-irisbus-ok-allaumento-di-capitale-invitalia-non-lascia-lad-raddoppia" data-post-id="2653765543" data-published-at="1626178805" data-use-pagination="False"> Ex Irisbus, ok all’aumento di capitale. Invitalia non lascia l’ad: raddoppia Con una decisione degna di Re Salomone, l'assemblea dei soci di Industria italiana autobus (Iia) ha accontentato entrambi gli azionisti pubblici, nominando due amministratori delegati. Confermato quindi l'ad uscente, Giovanni De Filippis, indicato da Invitalia (che detiene circa il 42% delle quote), che verrà affiancato da Antonio Liguori, manager storico del gruppo Leonardo (che detiene circa il 28% delle quote, al pari della turca Karsan) già ad di Ansaldo Breda. L'assemblea dei soci ha anche approvato una ricapitalizzazione da circa 16 milioni di euro di Iia, obbligatoria dopo che le perdite dell'ultimo anno, circa 6 milioni di euro, erano andate a sommarsi a quelle risalenti agli anni precedenti. Adesso l'azienda nata dalle ceneri di due storici marchi del settore, la Bredamenarinibus e la Irisbus, da cui ha ereditato i due stabilimenti, quello di Bologna e quello ex Fiat di Flumeri in provincia di Avellino (dismesso da Fiat con la trasformazione del marchio Irisbus in Iveco bus) avrà quindi due figure di vertice. Probabilmente un unicum per una realtà industriale da 450 dipendenti, che permette però a Invitalia, di cui è ad l'ex commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri (che pare essersi speso molto per la conferma di De Filippis) di mantenere un controllo forte sulla governance. Dopo la mediazione finale per stabilire l'importo dell'aumento capitale, mediato da Andrea Parrella, capo dell'ufficio legale di Leonardo, per il nuovo management di Iia la sfida da vincere sarà quella di essere competitivi nella partita dei fondi che il governo ha destinato alla mobilità e al trasporto pubblico locale attraverso il Recovery plan. Il Pnrr varato dal governo presieduto da Mario Draghi prevede infatti l'accelerazione dell'attuazione di quanto previsto dal del Piano strategico nazionale per la mobilità sostenibile stanziando tra l'altro fondi per «l'acquisto entro il 2026 di circa 3.360 bus a basse emissioni», con lo scopo di arrivare ad un «progressivo rinnovo degli autobus per il trasporto pubblico locale e la realizzazione di infrastrutture di ricarica dedicate». Un progetto che, visto il riferimento alla ricarica sembra più finalizzato verso mezzi a propulsione elettrica o ad idrogeno, che attualmente non sono presenti nella gamma di autobus prodotti da Iia. Nel novembre scorso, in un'intervista alla testata online specializzata Autobusweb De Filippis aveva espresso posizioni molto critiche rispetto all'elettrico: «Dal punto di vista ambientale è tutto da dimostrare che i veicoli elettrici siano ambientalmente più compatibili rispetto a quelli a metano. Se si considera tutta la filiera dalla produzione dell'energia elettrica, il costo di un mezzo full electric, le autonomie ridotte, lo spinoso tema dello smaltimento delle batterie esauste possiamo dire che oggi il bilancio è ancora a favore del metano. Evidentemente le tecnologie dell'elettrico stanno andando avanti in maniera molto rapida, di questo bisognerà tenerne conto in futuro». Secondo le dichiarazioni dell'ad Iia dovrebbe comunque presentare quest'anno un primo mezzo elettrico, ma la concorrenza straniera, compreso il socio turco Karsan è già da tempo sul mercato con modelli a zero emissioni. Il rischio per l'azienda italiana, che negli ultimi tre anni ha portato avanti anche un importante processo di reshoring, riportando in patria tutte le attività che erano state delocalizzate in Turchia, è che se l'erogazione dei fondi per le stazioni di ricarica verrà interpretata alla lettera, i mezzi a metano come quelli di sua produzione vengano scartati a favore dell'elettrico della concorrenza per finanziare con il Recovery plan anche l'adeguamento dei depositi dei bus, dove a oggi in molti casi viene erogato solo gasolio, con la necessità di investimenti cospicui per la conversione al metano.
Getty Images
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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