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2020-08-03
Approda alla Camera la legge bavaglio. E gli inquisitori Lgbt minacciano censure
Ansa
Non abbiamo alcun bisogno di affannarci a dimostrare che sia una legge bavaglio: fanno già tutto da soli i suoi sostenitori. Essi confermano che il ddl Zan-Scalfarotto - pronto ad approdare oggi in aula alla Camera dopo essere stato approvato in commissione Giustizia - ha come fine unico la soppressione delle opinioni sgradite. Niente altro. Lo stesso Alessandro Zan del Pd, primo firmatario del progetto, e Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, negli ultimi giorni si sono lasciati andare a dichiarazioni eloquenti.
Zan ha accusato Matteo Salvini e Giorgia Meloni, critici verso il ddl, di essere omofobi. Piazzoni ha spiegato che chi contesta il decreto è omofobo, dunque non merita che le sue opinioni siano prese in considerazione. Il meccanismo è chiarissimo: non sei d'accordo con noi? Allora sei omofobo. Dunque non hai diritto di parola e la legge deve punirti. Se non è un assalto alla libertà di espressione questo...
A rincarare la dose ci ha pensato ieri, tramite Repubblica, Luigi Manconi, già alla guida dell'Unar (baluardo della propaganda Lgbt con il bollino governativo).
Il nostro sincero democratico sostiene che «il dibattito sulla legge in materia di omotransfobia è assai importante, sia per la coesione sociale del nostro Paese, sia per la sua temperatura morale e per ciò che possiamo chiamare la vitalità delle idee condivise». Già qui si potrebbe obiettare che questa discussione inutile la coesione sociale l'ha danneggiata assai, creando l'ennesima, pretestuosa distinzione fra buoni e cattivi. Tuttavia Manconi prosegue argomentando che «sullo sfondo c'è il tema che poneva Karl Popper quando (nel 1945: si badi alla data) affermava, proprio “nel nome della tolleranza" il “diritto a non tollerare gli intolleranti"». Questa celebre elaborazione popperiana è esattamente il fulcro dell'ideologia liberale di oggi, sfociata in una forma di totalitarismo analoga ai regimi del Novecento, solo meno visibile perché più sottile.
Popper, come ha felicemente dimostrato Aleksandr Dugin, ideando la «società aperta» ha posto le basi per una visione del mondo totalitaria, attribuendo al liberalismo un carattere universale e ponendolo, di fatto, come l'unico sistema accettabile. È la stessa logica che, più biecamente, viene applicata dai sostenitori del ddl Zan.
Costoro vogliono essere «intolleranti con gli intolleranti». Ma chi decide chi è intollerante, e in base a quali criteri? A sentire Zan e l'Arcigay, per diventare intolleranti basta non essere d'accordo con loro. Manconi, su Repubblica, si permette di distribuire patenti di liberalismo. «È possibile che molti tra i parlamentari che si definiscono spensieratamente liberali e, tuttavia, osteggiano quel disegno di legge, non conoscano il pensiero del grande liberale Karl Popper, e magari lo confondano con il sergente Pepper dei Beatles», ironizza senza far ridere. Secondo lui, veri liberali sono soltanto Enrico Costa di Forza Italia, poi «Carfagna, Bartolozzi e Polverini». Cioè coloro che appoggiano il ddl Zan. Tutte le altre posizioni critiche verso il disegno di legge, continua, non fanno altro in realtà che «dissimulare una scarsa attenzione verso le troppe forme di disprezzo correlate ad atti aggressivi così diffusi, e non solo nel Web».
Il senso è chiaro: anche se non odi i gay, anche se non sei violento o razzista, qualora tu non condivida le idee politiche delle associazioni arcobaleno e dei loro fiancheggiatori diventi automaticamente un intollerante. E per questo meriti di non essere tollerato e di venire ridotto al silenzio con la mordacchia.
Chi viene bollato di intolleranza perde ogni diritto, viene espulso dal consesso civile, diventa meno che umano. Ecco perché è concesso agli attivisti Lgbt di augurare la morte a Massimo Gandolfini senza che nessun sincero progressista si indigni: lo hanno liquidato come omofobo, dunque meritevole di disprezzo. Dopotutto, «odiare gli odiatori» è la regola, no? Per la stessa ragione nessuno fiata quando l'Unione europea nega fondi ai Comuni polacchi che si sono definiti «Lgbt free»: se rifiuti l'imposizione ideologica finisci perseguitato, il nuovo regime te la fa pagare tra gli applausi dei sedicenti «tolleranti». Se invece ti fai promotore della buona novella arcobaleno godi di tutti gli onori. Provate a fare una breve ricerca su Internet e vi renderete conto del numero impressionante di iniziative pro Lgbt che si svolgono in Italia con il supporto delle istituzioni. Festival, incontri, rassegne cinematografiche, manifestazioni pubbliche. Citiamo, tanto per fare un esempio, il caso di Napoli, dove qualche giorno fa è stata presentata una splendida iniziativa chiamata Tutti i colori delle famiglie, un progetto di Famiglie Arcobaleno realizzato in collaborazione con il Comune. «Dieci panchine, una per ogni municipalità di Napoli, saranno dipinte con i colori dell'arcobaleno», annunciano festosi gli organizzatori.
Per la propaganda, insomma, c'è sempre spazio. La libertà di pensiero, invece, è derubricata a odio e cancellata dalla scena. Questa è la logica dei «buoni». E hanno pure il fegato di spacciarla per democrazia.
Google preferisce le aziende dei neri
Chi non vede la pericolosità di movimenti violenti ed eversivi come quello del Black lives matter, riducendolo a giovani maleducati e scapestrati, ignora tutto della saldatura tra le istanze antirazziste dal basso e quelle mondialiste e globaliste dall'alto. Eppure, sono decenni che assistiamo attoniti all'alleanza ideologica tra l'Open society di George Soros e i centri sociali, okkupati e autogestiti.
Un'ennesima prova di ciò la si ha nel sostegno di molte multinazionali - la lista sarebbe troppo lunga per citarle qui - al movimento antirazzista, americano e internazionale, il quale dopo l'affaire Floyd ha preso vigore e ha ancora il vento in poppa.
Così, dopo le censure alla destra e ai populisti del mondo intero attuate da Youtube, Facebook e Twitter, Google si è inventata la possibilità tecnica di «support Black-owned business». Cioè di «sostenere le aziende dei Neri» (citato dal comunicato ufficiale dell'impresa fondata da Sergey Brin e Larry Page nel 1998). Jewel Burks, una responsabile di Google negli Stati Uniti, dichiara a tal proposito che «come donna nera, imprenditrice e googler, sostenere le aziende di proprietà dei Neri (…) è una mia passione». (Immaginiamo un solo istante che cosa accadrebbe se una ipotetica Mary Smith dicesse che come bianca ha la passione di sostenere le attività dei bianchi: no comment, please!).
E così, dopo l'irruenza antirazzista dei Blm - che ha causato già vari morti - la Burks e la sua équipe hanno trovato una modalità con cui «a partire da oggi, gli operatori del commercio negli Stati Uniti, con un profilo aziendale verificato su Google, possono aggiungere un attributo di proprietà nera al proprio profilo, facilitando la ricerca e il sostegno da parte della clientela».
Quindi, se abbiamo capito bene, si favorisce l'acquisto nelle aziende gestite da Neri, sulla base non del prodotto, della qualità o del prezzo, ma del colore della pelle del proprietario. Il tutto, da una società leader come Google, non è stato fatto alla carlona, ma con l'ausilio di enti specializzati. Come la Us Black Chambers inc. (Usbc), che coordina le «145 camere di commercio nere», per il sostegno e la promozione «delle imprese nere».
«Spero, così conclude la Burks, che questo attributo (riconoscibile attraverso l'inserimento di un cuoricino nero sul proprio profilo) e gli strumenti e la formazione di Google, possano servire come risorse aggiuntive per le aziende di proprietà dei neri e delle persone che li supportano».
I conti però non tornano affatto. Se si mette in avanti il colore della pelle, cara signora Burks, il fatto può diventare un boomerang facile facile. E trasmettere ad altre comunità etniche (bianchi, asiatici, meticci, latinos), religiose (cattolici, ebrei, mormoni, rastafariani, eccetera) o sessuali (etero, gay, trans, bisessuali, genderfree, e altro) la stessa idea, legittimandone l'uso. Ma in tal modo cosa resta dell'uguaglianza tra esseri umani, della fraternità sociale e dell'unione dei cittadini? E il merito, così tipico del self-made-man, dove va a finire? Invitando la gente a fare acquisti nelle aziende tenute da Neri (black business), non si legittima così proprio l'astio verso i medesimi, visti come una comunità chiusa e un piccola società a parte, all'interno della grande nazione americana?
Alcuni dicono che oggi il razzismo, che in fondo non è altro che l'importanza esagerata data ai tratti esterni dell'essere umano (rispetto all'interiorità), risorge a sinistra. E questa è una delle conclusioni di un saggio di fondo, da poco pubblicato in italiano (R. Weikart, Da Darwin a Hitler, edizioni Passaggio). Sarà un caso, ma come si spiega che proprio il Paese che produsse il Kkk tra i bianchi pare dirigersi ora a grandi passi verso una nuova ghettizzazione, voluta stavolta - quasi una sorta di nemesi storica - dai cittadini neri?
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Alessandro Zan accusa Giorgia Meloni e Matteo Salvini, Luigi Manconi invoca «l'intolleranza con gli intolleranti». Chi non è d'accordo con il dl è «omofobo».Razzismo alla rovescia nel motore di ricerca: le imprese commerciali potranno aggiungere un attributo di proprietà «black» al profilo per essere sostenute di più.Lo speciale contiene due articoli.Non abbiamo alcun bisogno di affannarci a dimostrare che sia una legge bavaglio: fanno già tutto da soli i suoi sostenitori. Essi confermano che il ddl Zan-Scalfarotto - pronto ad approdare oggi in aula alla Camera dopo essere stato approvato in commissione Giustizia - ha come fine unico la soppressione delle opinioni sgradite. Niente altro. Lo stesso Alessandro Zan del Pd, primo firmatario del progetto, e Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, negli ultimi giorni si sono lasciati andare a dichiarazioni eloquenti.Zan ha accusato Matteo Salvini e Giorgia Meloni, critici verso il ddl, di essere omofobi. Piazzoni ha spiegato che chi contesta il decreto è omofobo, dunque non merita che le sue opinioni siano prese in considerazione. Il meccanismo è chiarissimo: non sei d'accordo con noi? Allora sei omofobo. Dunque non hai diritto di parola e la legge deve punirti. Se non è un assalto alla libertà di espressione questo...A rincarare la dose ci ha pensato ieri, tramite Repubblica, Luigi Manconi, già alla guida dell'Unar (baluardo della propaganda Lgbt con il bollino governativo).Il nostro sincero democratico sostiene che «il dibattito sulla legge in materia di omotransfobia è assai importante, sia per la coesione sociale del nostro Paese, sia per la sua temperatura morale e per ciò che possiamo chiamare la vitalità delle idee condivise». Già qui si potrebbe obiettare che questa discussione inutile la coesione sociale l'ha danneggiata assai, creando l'ennesima, pretestuosa distinzione fra buoni e cattivi. Tuttavia Manconi prosegue argomentando che «sullo sfondo c'è il tema che poneva Karl Popper quando (nel 1945: si badi alla data) affermava, proprio “nel nome della tolleranza" il “diritto a non tollerare gli intolleranti"». Questa celebre elaborazione popperiana è esattamente il fulcro dell'ideologia liberale di oggi, sfociata in una forma di totalitarismo analoga ai regimi del Novecento, solo meno visibile perché più sottile. Popper, come ha felicemente dimostrato Aleksandr Dugin, ideando la «società aperta» ha posto le basi per una visione del mondo totalitaria, attribuendo al liberalismo un carattere universale e ponendolo, di fatto, come l'unico sistema accettabile. È la stessa logica che, più biecamente, viene applicata dai sostenitori del ddl Zan.Costoro vogliono essere «intolleranti con gli intolleranti». Ma chi decide chi è intollerante, e in base a quali criteri? A sentire Zan e l'Arcigay, per diventare intolleranti basta non essere d'accordo con loro. Manconi, su Repubblica, si permette di distribuire patenti di liberalismo. «È possibile che molti tra i parlamentari che si definiscono spensieratamente liberali e, tuttavia, osteggiano quel disegno di legge, non conoscano il pensiero del grande liberale Karl Popper, e magari lo confondano con il sergente Pepper dei Beatles», ironizza senza far ridere. Secondo lui, veri liberali sono soltanto Enrico Costa di Forza Italia, poi «Carfagna, Bartolozzi e Polverini». Cioè coloro che appoggiano il ddl Zan. Tutte le altre posizioni critiche verso il disegno di legge, continua, non fanno altro in realtà che «dissimulare una scarsa attenzione verso le troppe forme di disprezzo correlate ad atti aggressivi così diffusi, e non solo nel Web».Il senso è chiaro: anche se non odi i gay, anche se non sei violento o razzista, qualora tu non condivida le idee politiche delle associazioni arcobaleno e dei loro fiancheggiatori diventi automaticamente un intollerante. E per questo meriti di non essere tollerato e di venire ridotto al silenzio con la mordacchia.Chi viene bollato di intolleranza perde ogni diritto, viene espulso dal consesso civile, diventa meno che umano. Ecco perché è concesso agli attivisti Lgbt di augurare la morte a Massimo Gandolfini senza che nessun sincero progressista si indigni: lo hanno liquidato come omofobo, dunque meritevole di disprezzo. Dopotutto, «odiare gli odiatori» è la regola, no? Per la stessa ragione nessuno fiata quando l'Unione europea nega fondi ai Comuni polacchi che si sono definiti «Lgbt free»: se rifiuti l'imposizione ideologica finisci perseguitato, il nuovo regime te la fa pagare tra gli applausi dei sedicenti «tolleranti». Se invece ti fai promotore della buona novella arcobaleno godi di tutti gli onori. Provate a fare una breve ricerca su Internet e vi renderete conto del numero impressionante di iniziative pro Lgbt che si svolgono in Italia con il supporto delle istituzioni. Festival, incontri, rassegne cinematografiche, manifestazioni pubbliche. Citiamo, tanto per fare un esempio, il caso di Napoli, dove qualche giorno fa è stata presentata una splendida iniziativa chiamata Tutti i colori delle famiglie, un progetto di Famiglie Arcobaleno realizzato in collaborazione con il Comune. «Dieci panchine, una per ogni municipalità di Napoli, saranno dipinte con i colori dell'arcobaleno», annunciano festosi gli organizzatori. Per la propaganda, insomma, c'è sempre spazio. La libertà di pensiero, invece, è derubricata a odio e cancellata dalla scena. Questa è la logica dei «buoni». E hanno pure il fegato di spacciarla per democrazia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/approda-alla-camera-la-legge-bavaglio-e-gli-inquisitori-lgbt-minacciano-censure-2646864454.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="google-preferisce-le-aziende-dei-neri" data-post-id="2646864454" data-published-at="1596390307" data-use-pagination="False"> Google preferisce le aziende dei neri Chi non vede la pericolosità di movimenti violenti ed eversivi come quello del Black lives matter, riducendolo a giovani maleducati e scapestrati, ignora tutto della saldatura tra le istanze antirazziste dal basso e quelle mondialiste e globaliste dall'alto. Eppure, sono decenni che assistiamo attoniti all'alleanza ideologica tra l'Open society di George Soros e i centri sociali, okkupati e autogestiti. Un'ennesima prova di ciò la si ha nel sostegno di molte multinazionali - la lista sarebbe troppo lunga per citarle qui - al movimento antirazzista, americano e internazionale, il quale dopo l'affaire Floyd ha preso vigore e ha ancora il vento in poppa. Così, dopo le censure alla destra e ai populisti del mondo intero attuate da Youtube, Facebook e Twitter, Google si è inventata la possibilità tecnica di «support Black-owned business». Cioè di «sostenere le aziende dei Neri» (citato dal comunicato ufficiale dell'impresa fondata da Sergey Brin e Larry Page nel 1998). Jewel Burks, una responsabile di Google negli Stati Uniti, dichiara a tal proposito che «come donna nera, imprenditrice e googler, sostenere le aziende di proprietà dei Neri (…) è una mia passione». (Immaginiamo un solo istante che cosa accadrebbe se una ipotetica Mary Smith dicesse che come bianca ha la passione di sostenere le attività dei bianchi: no comment, please!). E così, dopo l'irruenza antirazzista dei Blm - che ha causato già vari morti - la Burks e la sua équipe hanno trovato una modalità con cui «a partire da oggi, gli operatori del commercio negli Stati Uniti, con un profilo aziendale verificato su Google, possono aggiungere un attributo di proprietà nera al proprio profilo, facilitando la ricerca e il sostegno da parte della clientela». Quindi, se abbiamo capito bene, si favorisce l'acquisto nelle aziende gestite da Neri, sulla base non del prodotto, della qualità o del prezzo, ma del colore della pelle del proprietario. Il tutto, da una società leader come Google, non è stato fatto alla carlona, ma con l'ausilio di enti specializzati. Come la Us Black Chambers inc. (Usbc), che coordina le «145 camere di commercio nere», per il sostegno e la promozione «delle imprese nere». «Spero, così conclude la Burks, che questo attributo (riconoscibile attraverso l'inserimento di un cuoricino nero sul proprio profilo) e gli strumenti e la formazione di Google, possano servire come risorse aggiuntive per le aziende di proprietà dei neri e delle persone che li supportano». I conti però non tornano affatto. Se si mette in avanti il colore della pelle, cara signora Burks, il fatto può diventare un boomerang facile facile. E trasmettere ad altre comunità etniche (bianchi, asiatici, meticci, latinos), religiose (cattolici, ebrei, mormoni, rastafariani, eccetera) o sessuali (etero, gay, trans, bisessuali, genderfree, e altro) la stessa idea, legittimandone l'uso. Ma in tal modo cosa resta dell'uguaglianza tra esseri umani, della fraternità sociale e dell'unione dei cittadini? E il merito, così tipico del self-made-man, dove va a finire? Invitando la gente a fare acquisti nelle aziende tenute da Neri (black business), non si legittima così proprio l'astio verso i medesimi, visti come una comunità chiusa e un piccola società a parte, all'interno della grande nazione americana? Alcuni dicono che oggi il razzismo, che in fondo non è altro che l'importanza esagerata data ai tratti esterni dell'essere umano (rispetto all'interiorità), risorge a sinistra. E questa è una delle conclusioni di un saggio di fondo, da poco pubblicato in italiano (R. Weikart, Da Darwin a Hitler, edizioni Passaggio). Sarà un caso, ma come si spiega che proprio il Paese che produsse il Kkk tra i bianchi pare dirigersi ora a grandi passi verso una nuova ghettizzazione, voluta stavolta - quasi una sorta di nemesi storica - dai cittadini neri?
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.
Bernardo Lodispoto (Imagoecoenomica)
Secondo l’ipotesi investigativa, il presunto corruttore sarebbe un imprenditore della zona, piuttosto conosciuto, nonché quasi omonimo di un altro imprenditore già coinvolto in un’altra indagine che riguarda la Provincia. I due sarebbero legati da un rapporto di parentela. Le Fiamme gialle che hanno eseguito un decreto firmato dai pm della Procura di Trani, Marco Gambardella e Francesco Tosto, che coordinano un fascicolo aperto lo scorso anno e che si fonda su una serie di intercettazioni, cercavano in particolare una cartellina gialla, convinte, probabilmente dal contenuto delle conversazioni captate, che all’interno ci fosse il denaro, ovvero il corrispettivo di una possibile mazzetta.
Secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano locale, il contenitore sarebbe effettivamente stato trovato dai finanzieri che hanno effettuato la perquisizione, ma all’interno non ci sarebbero stati i contanti.
Proprio le intercettazioni avrebbero fatto emergere gli indizi di un presunto patto corruttivo che coinvolgerebbe Lodispoto, Marchio Rossi e il consigliere Sgarra, ai quali a vario titolo l’imprenditore si sarebbe rivolto per aggiudicarsi un appalto relativo a una strada sul territorio provinciale. Secondo quanto risulta a La Verità, alcuni degli indagati potrebbero aver presentato ricorso al tribunale del Riesame. E forse gli atti che verranno depositati in quella sede potranno rendere più chiare le singole responsabilità che i pm attribuiscono agli indagati. Lodispoto, che nella vita svolge la professione di avvocato, è alla guida della Provincia Bat dal 26 settembre 2019, con il sostegno anche di una parte del centrodestra, ed è una delle colonne della politica del territorio. Sindaco di Santa Margherita di Savoia per la prima volta dal 1987 al 1990, è stato poi eletto due volte, nel 1994 e nel 1998, consigliere della Provincia di Foggia. Incarico lasciato nel 1999 per andare a ricoprire la carica di assessore provinciale alle Risorse economiche e finanziarie. Nel 2008, racconta il suo curriculum, viene di nuovo eletto consigliere provinciale a Foggia, ruolo che ricopre contestualmente, tra il 2009 e il 2014, nella neonata Provincia Bat. Nel 2018 viene di nuovo eletto sindaco a Santa Margherita di Savoia e poi confermato nel 2023, in entrambi casi sostenuto da una coalizione civica.
Nel 2019, come detto, viene eletto presidente della Provincia Bat. Non senza tensioni, almeno nell’ultimo anno, visto che nel luglio scorso gli esponenti del Pd della giunta provinciale hanno rimesso le deleghe, chiedendo discontinuità su ambiente e rifiuti. Insomma, una carriera politica quasi quarantennale, finora senza inciampi giudiziari. Tanto che la notizia dell’indagine su di lui, filtrata un mese dopo le perquisizioni, ha colto molti di sorpresa. Nel 2020, però, Lodispoto era scivolato su una buccia di banana comunicativa, che aveva scatenato una polemica a livello nazionale.
In un video promozionale sulle iniziative della notte di San Silvestro, si vedeva Lodispoto che, imitando il dialetto siciliano con panama in testa e occhiali da sole specchiati, prometteva di lavorare bene per tutti. Una mossa che, in virtù del fatto che la che manifestazione era prevista in piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale ucciso dalla mafia, aveva scatenato le ire dei parlamentari di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato e Fabio Rampelli, che avevano anche presentato un’interrogazione parlamentare. Lodispoto si era difeso sostenendo di essere stato inserito nello spot a sua insaputa, ma la vicenda aveva portato a una polemica tra l’allora governatore della Puglia Michele Emiliano, che accusava i due deputati di Fdi di aver «inventato» un suo «coinvolgimento su una vicenda che non solo non mi riguarda ma di cui tutti ignoravano l’esistenza, me compreso, sino a poche ore fa. Io non ho problemi a dire che con la mafia non si scherza e che quel video non mi piace».
L’ormai ex presidente della Puglia aveva anche annunciato un’azione legale nei confronti di Gemmato e Rampelli: «Ci vediamo in tribunale». I due parlamentari si erano detti stupiti «della mancata reazione a questa vergogna del governatore Emiliano, magistrato in aspettativa che ha combattuto la mafia pugliese nella sua carriera togata forse perché sostenuto nelle elezioni primarie per la presidenza della Regione dallo stesso Lodispoto».
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 gennaio 2026. Il nostro Alessandro Rico commenta l'emergenza sicurezza: omicidi e delitti in serie ma non si riesce a mettere un argine.