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2020-08-03
Approda alla Camera la legge bavaglio. E gli inquisitori Lgbt minacciano censure
Ansa
Non abbiamo alcun bisogno di affannarci a dimostrare che sia una legge bavaglio: fanno già tutto da soli i suoi sostenitori. Essi confermano che il ddl Zan-Scalfarotto - pronto ad approdare oggi in aula alla Camera dopo essere stato approvato in commissione Giustizia - ha come fine unico la soppressione delle opinioni sgradite. Niente altro. Lo stesso Alessandro Zan del Pd, primo firmatario del progetto, e Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, negli ultimi giorni si sono lasciati andare a dichiarazioni eloquenti.
Zan ha accusato Matteo Salvini e Giorgia Meloni, critici verso il ddl, di essere omofobi. Piazzoni ha spiegato che chi contesta il decreto è omofobo, dunque non merita che le sue opinioni siano prese in considerazione. Il meccanismo è chiarissimo: non sei d'accordo con noi? Allora sei omofobo. Dunque non hai diritto di parola e la legge deve punirti. Se non è un assalto alla libertà di espressione questo...
A rincarare la dose ci ha pensato ieri, tramite Repubblica, Luigi Manconi, già alla guida dell'Unar (baluardo della propaganda Lgbt con il bollino governativo).
Il nostro sincero democratico sostiene che «il dibattito sulla legge in materia di omotransfobia è assai importante, sia per la coesione sociale del nostro Paese, sia per la sua temperatura morale e per ciò che possiamo chiamare la vitalità delle idee condivise». Già qui si potrebbe obiettare che questa discussione inutile la coesione sociale l'ha danneggiata assai, creando l'ennesima, pretestuosa distinzione fra buoni e cattivi. Tuttavia Manconi prosegue argomentando che «sullo sfondo c'è il tema che poneva Karl Popper quando (nel 1945: si badi alla data) affermava, proprio “nel nome della tolleranza" il “diritto a non tollerare gli intolleranti"». Questa celebre elaborazione popperiana è esattamente il fulcro dell'ideologia liberale di oggi, sfociata in una forma di totalitarismo analoga ai regimi del Novecento, solo meno visibile perché più sottile.
Popper, come ha felicemente dimostrato Aleksandr Dugin, ideando la «società aperta» ha posto le basi per una visione del mondo totalitaria, attribuendo al liberalismo un carattere universale e ponendolo, di fatto, come l'unico sistema accettabile. È la stessa logica che, più biecamente, viene applicata dai sostenitori del ddl Zan.
Costoro vogliono essere «intolleranti con gli intolleranti». Ma chi decide chi è intollerante, e in base a quali criteri? A sentire Zan e l'Arcigay, per diventare intolleranti basta non essere d'accordo con loro. Manconi, su Repubblica, si permette di distribuire patenti di liberalismo. «È possibile che molti tra i parlamentari che si definiscono spensieratamente liberali e, tuttavia, osteggiano quel disegno di legge, non conoscano il pensiero del grande liberale Karl Popper, e magari lo confondano con il sergente Pepper dei Beatles», ironizza senza far ridere. Secondo lui, veri liberali sono soltanto Enrico Costa di Forza Italia, poi «Carfagna, Bartolozzi e Polverini». Cioè coloro che appoggiano il ddl Zan. Tutte le altre posizioni critiche verso il disegno di legge, continua, non fanno altro in realtà che «dissimulare una scarsa attenzione verso le troppe forme di disprezzo correlate ad atti aggressivi così diffusi, e non solo nel Web».
Il senso è chiaro: anche se non odi i gay, anche se non sei violento o razzista, qualora tu non condivida le idee politiche delle associazioni arcobaleno e dei loro fiancheggiatori diventi automaticamente un intollerante. E per questo meriti di non essere tollerato e di venire ridotto al silenzio con la mordacchia.
Chi viene bollato di intolleranza perde ogni diritto, viene espulso dal consesso civile, diventa meno che umano. Ecco perché è concesso agli attivisti Lgbt di augurare la morte a Massimo Gandolfini senza che nessun sincero progressista si indigni: lo hanno liquidato come omofobo, dunque meritevole di disprezzo. Dopotutto, «odiare gli odiatori» è la regola, no? Per la stessa ragione nessuno fiata quando l'Unione europea nega fondi ai Comuni polacchi che si sono definiti «Lgbt free»: se rifiuti l'imposizione ideologica finisci perseguitato, il nuovo regime te la fa pagare tra gli applausi dei sedicenti «tolleranti». Se invece ti fai promotore della buona novella arcobaleno godi di tutti gli onori. Provate a fare una breve ricerca su Internet e vi renderete conto del numero impressionante di iniziative pro Lgbt che si svolgono in Italia con il supporto delle istituzioni. Festival, incontri, rassegne cinematografiche, manifestazioni pubbliche. Citiamo, tanto per fare un esempio, il caso di Napoli, dove qualche giorno fa è stata presentata una splendida iniziativa chiamata Tutti i colori delle famiglie, un progetto di Famiglie Arcobaleno realizzato in collaborazione con il Comune. «Dieci panchine, una per ogni municipalità di Napoli, saranno dipinte con i colori dell'arcobaleno», annunciano festosi gli organizzatori.
Per la propaganda, insomma, c'è sempre spazio. La libertà di pensiero, invece, è derubricata a odio e cancellata dalla scena. Questa è la logica dei «buoni». E hanno pure il fegato di spacciarla per democrazia.
Google preferisce le aziende dei neri
Chi non vede la pericolosità di movimenti violenti ed eversivi come quello del Black lives matter, riducendolo a giovani maleducati e scapestrati, ignora tutto della saldatura tra le istanze antirazziste dal basso e quelle mondialiste e globaliste dall'alto. Eppure, sono decenni che assistiamo attoniti all'alleanza ideologica tra l'Open society di George Soros e i centri sociali, okkupati e autogestiti.
Un'ennesima prova di ciò la si ha nel sostegno di molte multinazionali - la lista sarebbe troppo lunga per citarle qui - al movimento antirazzista, americano e internazionale, il quale dopo l'affaire Floyd ha preso vigore e ha ancora il vento in poppa.
Così, dopo le censure alla destra e ai populisti del mondo intero attuate da Youtube, Facebook e Twitter, Google si è inventata la possibilità tecnica di «support Black-owned business». Cioè di «sostenere le aziende dei Neri» (citato dal comunicato ufficiale dell'impresa fondata da Sergey Brin e Larry Page nel 1998). Jewel Burks, una responsabile di Google negli Stati Uniti, dichiara a tal proposito che «come donna nera, imprenditrice e googler, sostenere le aziende di proprietà dei Neri (…) è una mia passione». (Immaginiamo un solo istante che cosa accadrebbe se una ipotetica Mary Smith dicesse che come bianca ha la passione di sostenere le attività dei bianchi: no comment, please!).
E così, dopo l'irruenza antirazzista dei Blm - che ha causato già vari morti - la Burks e la sua équipe hanno trovato una modalità con cui «a partire da oggi, gli operatori del commercio negli Stati Uniti, con un profilo aziendale verificato su Google, possono aggiungere un attributo di proprietà nera al proprio profilo, facilitando la ricerca e il sostegno da parte della clientela».
Quindi, se abbiamo capito bene, si favorisce l'acquisto nelle aziende gestite da Neri, sulla base non del prodotto, della qualità o del prezzo, ma del colore della pelle del proprietario. Il tutto, da una società leader come Google, non è stato fatto alla carlona, ma con l'ausilio di enti specializzati. Come la Us Black Chambers inc. (Usbc), che coordina le «145 camere di commercio nere», per il sostegno e la promozione «delle imprese nere».
«Spero, così conclude la Burks, che questo attributo (riconoscibile attraverso l'inserimento di un cuoricino nero sul proprio profilo) e gli strumenti e la formazione di Google, possano servire come risorse aggiuntive per le aziende di proprietà dei neri e delle persone che li supportano».
I conti però non tornano affatto. Se si mette in avanti il colore della pelle, cara signora Burks, il fatto può diventare un boomerang facile facile. E trasmettere ad altre comunità etniche (bianchi, asiatici, meticci, latinos), religiose (cattolici, ebrei, mormoni, rastafariani, eccetera) o sessuali (etero, gay, trans, bisessuali, genderfree, e altro) la stessa idea, legittimandone l'uso. Ma in tal modo cosa resta dell'uguaglianza tra esseri umani, della fraternità sociale e dell'unione dei cittadini? E il merito, così tipico del self-made-man, dove va a finire? Invitando la gente a fare acquisti nelle aziende tenute da Neri (black business), non si legittima così proprio l'astio verso i medesimi, visti come una comunità chiusa e un piccola società a parte, all'interno della grande nazione americana?
Alcuni dicono che oggi il razzismo, che in fondo non è altro che l'importanza esagerata data ai tratti esterni dell'essere umano (rispetto all'interiorità), risorge a sinistra. E questa è una delle conclusioni di un saggio di fondo, da poco pubblicato in italiano (R. Weikart, Da Darwin a Hitler, edizioni Passaggio). Sarà un caso, ma come si spiega che proprio il Paese che produsse il Kkk tra i bianchi pare dirigersi ora a grandi passi verso una nuova ghettizzazione, voluta stavolta - quasi una sorta di nemesi storica - dai cittadini neri?
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Alessandro Zan accusa Giorgia Meloni e Matteo Salvini, Luigi Manconi invoca «l'intolleranza con gli intolleranti». Chi non è d'accordo con il dl è «omofobo».Razzismo alla rovescia nel motore di ricerca: le imprese commerciali potranno aggiungere un attributo di proprietà «black» al profilo per essere sostenute di più.Lo speciale contiene due articoli.Non abbiamo alcun bisogno di affannarci a dimostrare che sia una legge bavaglio: fanno già tutto da soli i suoi sostenitori. Essi confermano che il ddl Zan-Scalfarotto - pronto ad approdare oggi in aula alla Camera dopo essere stato approvato in commissione Giustizia - ha come fine unico la soppressione delle opinioni sgradite. Niente altro. Lo stesso Alessandro Zan del Pd, primo firmatario del progetto, e Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, negli ultimi giorni si sono lasciati andare a dichiarazioni eloquenti.Zan ha accusato Matteo Salvini e Giorgia Meloni, critici verso il ddl, di essere omofobi. Piazzoni ha spiegato che chi contesta il decreto è omofobo, dunque non merita che le sue opinioni siano prese in considerazione. Il meccanismo è chiarissimo: non sei d'accordo con noi? Allora sei omofobo. Dunque non hai diritto di parola e la legge deve punirti. Se non è un assalto alla libertà di espressione questo...A rincarare la dose ci ha pensato ieri, tramite Repubblica, Luigi Manconi, già alla guida dell'Unar (baluardo della propaganda Lgbt con il bollino governativo).Il nostro sincero democratico sostiene che «il dibattito sulla legge in materia di omotransfobia è assai importante, sia per la coesione sociale del nostro Paese, sia per la sua temperatura morale e per ciò che possiamo chiamare la vitalità delle idee condivise». Già qui si potrebbe obiettare che questa discussione inutile la coesione sociale l'ha danneggiata assai, creando l'ennesima, pretestuosa distinzione fra buoni e cattivi. Tuttavia Manconi prosegue argomentando che «sullo sfondo c'è il tema che poneva Karl Popper quando (nel 1945: si badi alla data) affermava, proprio “nel nome della tolleranza" il “diritto a non tollerare gli intolleranti"». Questa celebre elaborazione popperiana è esattamente il fulcro dell'ideologia liberale di oggi, sfociata in una forma di totalitarismo analoga ai regimi del Novecento, solo meno visibile perché più sottile. Popper, come ha felicemente dimostrato Aleksandr Dugin, ideando la «società aperta» ha posto le basi per una visione del mondo totalitaria, attribuendo al liberalismo un carattere universale e ponendolo, di fatto, come l'unico sistema accettabile. È la stessa logica che, più biecamente, viene applicata dai sostenitori del ddl Zan.Costoro vogliono essere «intolleranti con gli intolleranti». Ma chi decide chi è intollerante, e in base a quali criteri? A sentire Zan e l'Arcigay, per diventare intolleranti basta non essere d'accordo con loro. Manconi, su Repubblica, si permette di distribuire patenti di liberalismo. «È possibile che molti tra i parlamentari che si definiscono spensieratamente liberali e, tuttavia, osteggiano quel disegno di legge, non conoscano il pensiero del grande liberale Karl Popper, e magari lo confondano con il sergente Pepper dei Beatles», ironizza senza far ridere. Secondo lui, veri liberali sono soltanto Enrico Costa di Forza Italia, poi «Carfagna, Bartolozzi e Polverini». Cioè coloro che appoggiano il ddl Zan. Tutte le altre posizioni critiche verso il disegno di legge, continua, non fanno altro in realtà che «dissimulare una scarsa attenzione verso le troppe forme di disprezzo correlate ad atti aggressivi così diffusi, e non solo nel Web».Il senso è chiaro: anche se non odi i gay, anche se non sei violento o razzista, qualora tu non condivida le idee politiche delle associazioni arcobaleno e dei loro fiancheggiatori diventi automaticamente un intollerante. E per questo meriti di non essere tollerato e di venire ridotto al silenzio con la mordacchia.Chi viene bollato di intolleranza perde ogni diritto, viene espulso dal consesso civile, diventa meno che umano. Ecco perché è concesso agli attivisti Lgbt di augurare la morte a Massimo Gandolfini senza che nessun sincero progressista si indigni: lo hanno liquidato come omofobo, dunque meritevole di disprezzo. Dopotutto, «odiare gli odiatori» è la regola, no? Per la stessa ragione nessuno fiata quando l'Unione europea nega fondi ai Comuni polacchi che si sono definiti «Lgbt free»: se rifiuti l'imposizione ideologica finisci perseguitato, il nuovo regime te la fa pagare tra gli applausi dei sedicenti «tolleranti». Se invece ti fai promotore della buona novella arcobaleno godi di tutti gli onori. Provate a fare una breve ricerca su Internet e vi renderete conto del numero impressionante di iniziative pro Lgbt che si svolgono in Italia con il supporto delle istituzioni. Festival, incontri, rassegne cinematografiche, manifestazioni pubbliche. Citiamo, tanto per fare un esempio, il caso di Napoli, dove qualche giorno fa è stata presentata una splendida iniziativa chiamata Tutti i colori delle famiglie, un progetto di Famiglie Arcobaleno realizzato in collaborazione con il Comune. «Dieci panchine, una per ogni municipalità di Napoli, saranno dipinte con i colori dell'arcobaleno», annunciano festosi gli organizzatori. Per la propaganda, insomma, c'è sempre spazio. La libertà di pensiero, invece, è derubricata a odio e cancellata dalla scena. Questa è la logica dei «buoni». E hanno pure il fegato di spacciarla per democrazia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/approda-alla-camera-la-legge-bavaglio-e-gli-inquisitori-lgbt-minacciano-censure-2646864454.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="google-preferisce-le-aziende-dei-neri" data-post-id="2646864454" data-published-at="1596390307" data-use-pagination="False"> Google preferisce le aziende dei neri Chi non vede la pericolosità di movimenti violenti ed eversivi come quello del Black lives matter, riducendolo a giovani maleducati e scapestrati, ignora tutto della saldatura tra le istanze antirazziste dal basso e quelle mondialiste e globaliste dall'alto. Eppure, sono decenni che assistiamo attoniti all'alleanza ideologica tra l'Open society di George Soros e i centri sociali, okkupati e autogestiti. Un'ennesima prova di ciò la si ha nel sostegno di molte multinazionali - la lista sarebbe troppo lunga per citarle qui - al movimento antirazzista, americano e internazionale, il quale dopo l'affaire Floyd ha preso vigore e ha ancora il vento in poppa. Così, dopo le censure alla destra e ai populisti del mondo intero attuate da Youtube, Facebook e Twitter, Google si è inventata la possibilità tecnica di «support Black-owned business». Cioè di «sostenere le aziende dei Neri» (citato dal comunicato ufficiale dell'impresa fondata da Sergey Brin e Larry Page nel 1998). Jewel Burks, una responsabile di Google negli Stati Uniti, dichiara a tal proposito che «come donna nera, imprenditrice e googler, sostenere le aziende di proprietà dei Neri (…) è una mia passione». (Immaginiamo un solo istante che cosa accadrebbe se una ipotetica Mary Smith dicesse che come bianca ha la passione di sostenere le attività dei bianchi: no comment, please!). E così, dopo l'irruenza antirazzista dei Blm - che ha causato già vari morti - la Burks e la sua équipe hanno trovato una modalità con cui «a partire da oggi, gli operatori del commercio negli Stati Uniti, con un profilo aziendale verificato su Google, possono aggiungere un attributo di proprietà nera al proprio profilo, facilitando la ricerca e il sostegno da parte della clientela». Quindi, se abbiamo capito bene, si favorisce l'acquisto nelle aziende gestite da Neri, sulla base non del prodotto, della qualità o del prezzo, ma del colore della pelle del proprietario. Il tutto, da una società leader come Google, non è stato fatto alla carlona, ma con l'ausilio di enti specializzati. Come la Us Black Chambers inc. (Usbc), che coordina le «145 camere di commercio nere», per il sostegno e la promozione «delle imprese nere». «Spero, così conclude la Burks, che questo attributo (riconoscibile attraverso l'inserimento di un cuoricino nero sul proprio profilo) e gli strumenti e la formazione di Google, possano servire come risorse aggiuntive per le aziende di proprietà dei neri e delle persone che li supportano». I conti però non tornano affatto. Se si mette in avanti il colore della pelle, cara signora Burks, il fatto può diventare un boomerang facile facile. E trasmettere ad altre comunità etniche (bianchi, asiatici, meticci, latinos), religiose (cattolici, ebrei, mormoni, rastafariani, eccetera) o sessuali (etero, gay, trans, bisessuali, genderfree, e altro) la stessa idea, legittimandone l'uso. Ma in tal modo cosa resta dell'uguaglianza tra esseri umani, della fraternità sociale e dell'unione dei cittadini? E il merito, così tipico del self-made-man, dove va a finire? Invitando la gente a fare acquisti nelle aziende tenute da Neri (black business), non si legittima così proprio l'astio verso i medesimi, visti come una comunità chiusa e un piccola società a parte, all'interno della grande nazione americana? Alcuni dicono che oggi il razzismo, che in fondo non è altro che l'importanza esagerata data ai tratti esterni dell'essere umano (rispetto all'interiorità), risorge a sinistra. E questa è una delle conclusioni di un saggio di fondo, da poco pubblicato in italiano (R. Weikart, Da Darwin a Hitler, edizioni Passaggio). Sarà un caso, ma come si spiega che proprio il Paese che produsse il Kkk tra i bianchi pare dirigersi ora a grandi passi verso una nuova ghettizzazione, voluta stavolta - quasi una sorta di nemesi storica - dai cittadini neri?
Saif El Islam Gheddafi in una foto d'archivio (Ansa)
L'emittente al-Arabiya aveva inizialmente parlato di uno scontro fra milizie, ma fonti locali hanno smentito che Saif el Islam sia caduto in un combattimento fra gruppi rivali.
L’uomo aveva 53 anni e stavo lavorando da tempo ad un progetto politico che potesse radunare sia i nostalgici del regime di Gheddafi, che i tanti libici delusi dalla violenza e dall’incertezza nella quale continua a trovarsi il paese arabo. Nel 2021 Saif avrebbe voluto candidarsi alle elezioni presidenziali, ma era stato escluso per la condanna inflittagli nel 2015. Elezioni che poi non si sono mai tenute, lasciando la Libia in una situazione di pericoloso stallo politico. Nell’autunno del 2024 la formazione politica guidata dall’ex secondogenito del Rais aveva vinto alcune elezioni amministrative nella regione del Fezzan, precisamente nella municipalità di Sabha, una località dove si è concentrata la tribù Qadhādhfa, di cui fa parte il clan Gheddafi.
Questo successo elettorale aveva fatto comprendere le potenzialità di Saif che, stando ai suoi più stretti collaboratori, stava lavorando per un progetto politico che portasse alla riunificazione della nazione. Un concetto ribadito su X anche da Moussa Ibrahim, l’ultimo portavoce di Muammar Gheddafi, che ha dichiarato: «Lo hanno ucciso a tradimento. Voleva una Libia unita e sovrana, sicura per tutti i suoi cittadini. Ho parlato con lui solo due giorni fa e non ha parlato d’altro che di una Libia pacifica e della sicurezza del suo popolo.» Nessuno dei due governi che si contendono il potere ha ufficialmente reagito per il momento, ma diversi politici della Tripolitania hanno condannato con forza queste omicidio. La magistratura libica ha già aperto un’inchiesta inviando a Zintan esperti legali che possono capire la dinamica dei fatti, perché l’opinione pubblica ha subito reagito. Saif era stato condannato a morte in contumacia da una corte libica ed era ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, ma nel paese, soprattutto fra alcune tribù godeva di grande seguito.
L’avvocato francese di Gheddafi, Marcel Ceccaldi, parlando con l’agenzia France Presse ha detto di aver appreso da un suo stretto collaboratore che c’erano problemi con la sicurezza di Saif. Intanto la 444ª brigata da combattimento, che opera sotto l'autorità del Governo di Unità Nazionale (GNU) di Tripoli, ha diramato un comunicato per smentire tutte le voci che circolano secondo le quali il gruppo sarebbe coinvolto. Questa milizia guidata dal comandante Mohamed Hamza, è una delle più potenti della Libia occidentale e rappresenta l’alleato più forte del premier Dbeibah che li ha utilizzati per colpire tutte le milizie ribelli e per uccidere al Kikli, un capo milizia divenuto troppo ingombrante. Il governo di Tripoli dipende ormai interamente dalle milizie per la sua sopravvivenza e queste amministrano quartieri e città occupando tutti i posti chiave nell’economia nazionale. Al momento non ci sono prove che i sicari appartenessero alla Brigata 444, ma la rapida smentita ha insospettito tutti. La città di Zintan era stata scelta da Saif al Islam Gheddafi perche molte tribù e milizie locali lo appoggiavano politicamente e lui si sentiva al sicuro, anche se la sua tribù, i Qadhādhfa, aveva recentemente insistito per inviare alcuni uomini a proteggerlo. Saif aveva sempre rifiutato, sostenendo di voler restare a contatto con la gente per preparare la sua corsa alla presidenza. Con la morte di Gheddafi il governo di Tripoli vede scomparire un pericoloso avversario politico, ma la violenza ed il caos rischiano di prendere ancora una volta il sopravvento.
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Ormai ci siamo. Il conto alla rovescia è pressoché agli sgoccioli. Vent’anni dopo Torino, l’Italia torna ad accendere la fiamma olimpica. Milano-Cortina 2026 comincia venerdì 6 febbraio alle 20 con una scelta che dice già molto di questi Giochi: non una sola scena, ma due. La cerimonia d’apertura sarà divisa tra lo stadio di San Siro e Cortina d’Ampezzo, a raccontare un’Olimpiade che non vive in un solo luogo ma si allunga lungo l’arco alpino, tra città e montagne, palazzetti e piste.
È la prima volta che l’inizio dei Giochi viene pensato così, come un racconto condiviso. E non è un dettaglio: questa edizione nasce proprio dall’idea di usare sedi diverse, impianti esistenti, territori lontani tra loro ma uniti dallo stesso evento. Milano, la Valtellina, le Dolomiti, il Trentino-Alto Adige: il programma è distribuito, con le gare che si muovono tra hockey, pattinaggio, sci alpino, biathlon, fondo e le altre discipline. Anche la chiusura, il 22 febbraio, seguirà questa logica, con l’Arena di Verona scelta come cornice finale.
Il simbolo più evidente di questa Olimpiade «doppia» sarà il braciere. Per la prima volta nella storia dei Giochi olimpici e paralimpici, la fiamma arderà contemporaneamente in due città: all’Arco della Pace a Milano e in piazza Dibona a Cortina. I due bracieri sono stati progettati in alluminio aeronautico e si muovono come strutture vive, capaci di aprirsi e chiudersi. Il loro disegno richiama i nodi di Leonardo da Vinci, un omaggio al legame tra ingegno umano e natura, e anche alla storia di Milano come città di creatività. Dentro, la fiamma è racchiusa in un sistema pensato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, con effetti scenici sostenibili e massima attenzione alla sicurezza. L’accensione del 6 febbraio chiuderà il viaggio della Fiamma Olimpica, che ha attraversato tutte le 110 province italiane per un totale di 12.000 chilometri. Da quel momento, il braciere di Milano diventerà anche un appuntamento quotidiano: ogni sera, tra le 17 e le 23, uno spettacolo breve accompagnerà cittadini e visitatori fino allo spegnimento della fiamma, previsto il 22 febbraio. Poi, con l’arrivo della Fiamma paralimpica, i due bracieri torneranno ad ardere per tutta la durata dei Giochi paralimpici.
La cerimonia d’apertura, intanto, punta a essere uno dei momenti più spettacolari di questa Olimpiade. A San Siro saliranno sul palco artisti molto diversi tra loro, da Mariah Carey ad Andrea Bocelli, da Laura Pausini a Ghali, mentre il racconto dell’identità italiana passerà anche dalle voci di Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore. Il tema scelto è quello dell’armonia, intesa come dialogo tra mondi lontani: la città e la montagna, il cemento e il ghiaccio. Dietro quei novanta minuti di show c’è stato un lavoro lungo mesi, con migliaia di persone coinvolte tra tecnici, sarti, truccatori e scenografi, e con prove organizzate in più sedi.
Accanto all’entusiasmo, però, non sono mancate le critiche. Il New York Times ha definito questa Olimpiade un possibile «incubo logistico», sottolineando le distanze tra le sedi, le strade strette e la complessità dei collegamenti. Nel suo reportage, il quotidiano americano ha ricordato che le gare si svolgono in otto aree diverse distribuite su un territorio molto ampio, e che per rendere possibile il sistema dei trasporti sono stati aggiunti autobus a zero emissioni, più treni e una flotta di auto per spostare atleti, funzionari e ospiti. Secondo il giornale, tra viaggi, cantieri e ultimi ritocchi, l’organizzazione ha vissuto una corsa contro il tempo, con strade trasformate in slalom di coni arancioni e lavori ancora in corso fino a pochi giorni fa. Anche la tedesca Bild ha puntato il dito sui ritardi, citando in particolare alcuni impianti di Cortina. A queste osservazioni hanno risposto le istituzioni sportive. La presidente del Cio, Kirsty Coventry, dopo un incontro con il governatore lombardo Attilio Fontana e con i vertici della Fondazione Milano-Cortina, ha parlato di «grande entusiasmo» e di «un’organizzazione meravigliosa», spiegando di percepire ovunque lo spirito olimpico e ringraziando per il lavoro svolto dietro le quinte. Fontana ha sottolineato i complimenti ricevuti per le sedi visitate e ha detto di essere fiducioso anche grazie alle immagini di Bormio e Livigno già coperte di neve. Giovanni Malagò ha parlato di «rush finale», ricordando che gli ultimi giorni prima dell’inizio servono sempre per sistemare i dettagli e che l’obiettivo è essere all’altezza delle aspettative delle federazioni internazionali.
Intanto, mentre alcuni sport sono già partiti nei giorni precedenti per ragioni di calendario, il conto alla rovescia è finito. Da venerdì l’Italia non sarà più solo il Paese che ospita i Giochi, ma il palcoscenico su cui il mondo dello sport invernale si darà appuntamento.
Parte l’Olimpiade: obiettivo 20 medaglie
Tregua olimpica un accidente. Quella riguarda il marketing politico, ma da sabato sarà ghiaccio bollente a caccia di una medaglia d’oro. Dopo la cerimonia inaugurale allo stadio di San Siro, le XXV Olimpiadi invernali di Milano-Cortina cominciano a distribuire metalli sulla leggendaria pista «Stelvio» di Bormio, dove va in scena la Discesa libera maschile e potrebbe arrivare il primo lampo italiano. Sarebbe necessario per tenere il passo delle ambizioni: per i Giochi in casa il Coni ha messo il target su 20 medaglie, il record ottenuto a Lillehammer (allora le gare erano 61, qui 116), obiettivo non impossibile per il Team Italia, ritenuto il più forte della storia.
In Valtellina, dove si disputano le gare maschili di sci alpino, subito un nome che vale un candelotto di dinamite: Giovanni Franzoni di Manerba del Garda, un uomo di lago capace di planare in alta quota, la sorpresa di questo inverno azzurro. Primo nel SuperG di Wengen, primo nella Libera di Kitzbuhel, la più difficile del mondo. Il jet bresciano ha 25 anni ed è in una forma da Alberto Tomba a Calgary (correva l’anno 1988, due ori) anche se dovrà scalare la montagna costituita dai fenomeni svizzeri Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Ma c’è un altro italiano pronto a gettarsi a 130 all’ora nella lingua bianca in mezzo al bosco: nonno Dominik Paris che definisce la Stelvio «la mia vasca da bagno preferita» e a 36 anni potrebbe aggrapparsi al podio. Non vince da quattro anni ma è arrivato secondo qualche giorno fa a Crans Montana, bel segnale.
Per rimanere nella bolla dello sci alpino bisogna trasferirsi a Cortina dove la valanga rosa può regalarci meraviglie con le ex nemiche Sofia Goggia e Federica Brignone in Discesa, SuperG, Combinata, Gigante. Sono le punte di diamante della squadra italiana, per loro un trionfo significherebbe entrare nella leggenda. Ha dichiarato Goggia, che ha già vinto l’oro in Corea nel 2018: «Qui sarà tutto più speciale. Oltre il cancelletto delle Tofane c’è un intero Paese che trattiene il respiro, dominare l’emozione sarà l’impresa più grande». La leonessa Brignone è chiamata al miracolo: reduce da un infortunio gravissimo, ha recuperato in tempo record e sarà al via del Gigante, forse non della Libera. Sua mamma Ninna Quario, ex campionessa e giornalista, ha detto: «Non mollerà di sicuro. Per essere qui ha bruciato i tempi di recupero e fare la portabandiera è stata una molla straordinaria». Le due azzurre dovranno abbattere due statunitensi: la Wonder woman Mikaela Shiffrin (l’atleta più vincente di sempre, signora degli slalom) e la veterana di tungsteno Lindsey Vonn, che a 41 anni non intende scendere dagli sci. A conferma della tigna, ha annunciato che gareggerà con il crociato del ginocchio sinistro rotto e una ginocchiera. Per gli sponsor questo ed altro.
Una portabandiera italiana in fibrillazione da podio è anche la veterana Arianna Fontana, 35 anni di Sondrio, leggenda dello Short Track che dopo 11 medaglie (due ori) intende chiudere con un trionfo al Forum di Assago. Nella stessa specialità il medagliere potrebbe sorridere grazie a Pietro Sighel, già argento e bronzo a Pechino quattro anni fa. Per rimanere in un palazzo del ghiaccio milanese (questa volta a Rho Fiera), ecco una certezza del Pattinaggio di velocità: Francesca Lollobrigida, pronipote della Gina nazionale, capace di passare senza problemi dalle rotelle alle lame. Nella voliera dai mille colori dove l’arancione olandese è il più classico, anche Davide Ghiotto e Andrea Giovannini sperano di far risaltare l’azzurro.
Si torna all’aperto, sulle cime di Anterselva, per trovare un’italiana destinata a fare centro. È la regina del Biathlon Dorothea Wierer (35 anni) all’ultimo valzer sulle nevi di casa dopo una carriera straordinaria: tre medaglie olimpiche e 12 titoli mondiali in una delle specialità più massacranti. Formidabili a sciare e sparare con il podio nel mirino sono anche Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel. Anche sulla discussa pista di slittino di Cortina tira aria di medaglia, secondo tradizione: Dominik Fischnaller, Leon Felderer, Verena Hofer sono pronti a continuare l’epopea dei proiettili umani con il nome tedesco e la bandiera italiana sulla tuta. Nel bob puntiamo tutto su Patrick Baumgartner, con il sogno di rinverdire a casa sua la leggenda del Rosso Volante Eugenio Monti.
Nello Snowboard Michela Moioli, argento a Pechino nel 2022, può domare le gobbe e ripetersi. Nello Sci di fondo in Val di Fiemme si farà il tifo per Federico Pellegrino aspettando Johannes Klaebo, il fenomeno norvegese erede dei leggendari giganti dei boschi con la barba ghiacciata (la memoria corre al finlandese Juha Mieto). Il signore della fatica ha già al collo sette medaglie olimpiche, ha messo via oltre 100 vittorie, ha dominato tutte le specialità. Nel vederlo passare tornerà ad aleggiare l’immagine che Vujadin Boskov dedicò a Ruud Gullit: «Sembra cervo che esce di foresta».
Saranno le Olimpiadi di Ilia Malinin, americano figlio di uzbeki, destinato a confermarsi il re del pattinaggio su ghiaccio al Forum di Assago. Saranno le Olimpiadi di Eileen Gu, nata a San Francisco, laureata a Stanford, campionessa di Freestyle che decise di gareggiare per la Cina. A 22 anni è anche modella di Vogue e Marie Claire, è seguita dagli sponsor di mezzo mondo, secondo Forbes guadagna più di 20 milioni di dollari e ha 2 milioni di followers su Instagram. Ma saranno anche i Giochi di Lucas Pinheiro Braaten, lo slalomista brasiliano che danza fra i paletti. È lui il campione dell’esotismo, in attesa che compaiano gli eredi dei bobbisti giamaicani.
Infine c’è l’hockey, il torneo stellare con i campioni dell’Nhl (Auston Matthews, Sidney Crosby), Stati Uniti, Canada e i guerrieri scandinavi (i russi no). Il 22 febbraio chiuderà, con la finale maschile, l’Olimpiade italiana. Boati mondiali a Milano, ma anche stridore di denti, mazzate in balaustra, ferocia infernale dentro un immenso frigorifero. Il più macho degli sport che il woke ha tentato di trasformare in passerella gay nella serie Heated Rivalry. Tregua olimpica, poi rientrare nella realtà sarà dura.
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