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2020-08-03
Approda alla Camera la legge bavaglio. E gli inquisitori Lgbt minacciano censure
Ansa
Non abbiamo alcun bisogno di affannarci a dimostrare che sia una legge bavaglio: fanno già tutto da soli i suoi sostenitori. Essi confermano che il ddl Zan-Scalfarotto - pronto ad approdare oggi in aula alla Camera dopo essere stato approvato in commissione Giustizia - ha come fine unico la soppressione delle opinioni sgradite. Niente altro. Lo stesso Alessandro Zan del Pd, primo firmatario del progetto, e Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, negli ultimi giorni si sono lasciati andare a dichiarazioni eloquenti.
Zan ha accusato Matteo Salvini e Giorgia Meloni, critici verso il ddl, di essere omofobi. Piazzoni ha spiegato che chi contesta il decreto è omofobo, dunque non merita che le sue opinioni siano prese in considerazione. Il meccanismo è chiarissimo: non sei d'accordo con noi? Allora sei omofobo. Dunque non hai diritto di parola e la legge deve punirti. Se non è un assalto alla libertà di espressione questo...
A rincarare la dose ci ha pensato ieri, tramite Repubblica, Luigi Manconi, già alla guida dell'Unar (baluardo della propaganda Lgbt con il bollino governativo).
Il nostro sincero democratico sostiene che «il dibattito sulla legge in materia di omotransfobia è assai importante, sia per la coesione sociale del nostro Paese, sia per la sua temperatura morale e per ciò che possiamo chiamare la vitalità delle idee condivise». Già qui si potrebbe obiettare che questa discussione inutile la coesione sociale l'ha danneggiata assai, creando l'ennesima, pretestuosa distinzione fra buoni e cattivi. Tuttavia Manconi prosegue argomentando che «sullo sfondo c'è il tema che poneva Karl Popper quando (nel 1945: si badi alla data) affermava, proprio “nel nome della tolleranza" il “diritto a non tollerare gli intolleranti"». Questa celebre elaborazione popperiana è esattamente il fulcro dell'ideologia liberale di oggi, sfociata in una forma di totalitarismo analoga ai regimi del Novecento, solo meno visibile perché più sottile.
Popper, come ha felicemente dimostrato Aleksandr Dugin, ideando la «società aperta» ha posto le basi per una visione del mondo totalitaria, attribuendo al liberalismo un carattere universale e ponendolo, di fatto, come l'unico sistema accettabile. È la stessa logica che, più biecamente, viene applicata dai sostenitori del ddl Zan.
Costoro vogliono essere «intolleranti con gli intolleranti». Ma chi decide chi è intollerante, e in base a quali criteri? A sentire Zan e l'Arcigay, per diventare intolleranti basta non essere d'accordo con loro. Manconi, su Repubblica, si permette di distribuire patenti di liberalismo. «È possibile che molti tra i parlamentari che si definiscono spensieratamente liberali e, tuttavia, osteggiano quel disegno di legge, non conoscano il pensiero del grande liberale Karl Popper, e magari lo confondano con il sergente Pepper dei Beatles», ironizza senza far ridere. Secondo lui, veri liberali sono soltanto Enrico Costa di Forza Italia, poi «Carfagna, Bartolozzi e Polverini». Cioè coloro che appoggiano il ddl Zan. Tutte le altre posizioni critiche verso il disegno di legge, continua, non fanno altro in realtà che «dissimulare una scarsa attenzione verso le troppe forme di disprezzo correlate ad atti aggressivi così diffusi, e non solo nel Web».
Il senso è chiaro: anche se non odi i gay, anche se non sei violento o razzista, qualora tu non condivida le idee politiche delle associazioni arcobaleno e dei loro fiancheggiatori diventi automaticamente un intollerante. E per questo meriti di non essere tollerato e di venire ridotto al silenzio con la mordacchia.
Chi viene bollato di intolleranza perde ogni diritto, viene espulso dal consesso civile, diventa meno che umano. Ecco perché è concesso agli attivisti Lgbt di augurare la morte a Massimo Gandolfini senza che nessun sincero progressista si indigni: lo hanno liquidato come omofobo, dunque meritevole di disprezzo. Dopotutto, «odiare gli odiatori» è la regola, no? Per la stessa ragione nessuno fiata quando l'Unione europea nega fondi ai Comuni polacchi che si sono definiti «Lgbt free»: se rifiuti l'imposizione ideologica finisci perseguitato, il nuovo regime te la fa pagare tra gli applausi dei sedicenti «tolleranti». Se invece ti fai promotore della buona novella arcobaleno godi di tutti gli onori. Provate a fare una breve ricerca su Internet e vi renderete conto del numero impressionante di iniziative pro Lgbt che si svolgono in Italia con il supporto delle istituzioni. Festival, incontri, rassegne cinematografiche, manifestazioni pubbliche. Citiamo, tanto per fare un esempio, il caso di Napoli, dove qualche giorno fa è stata presentata una splendida iniziativa chiamata Tutti i colori delle famiglie, un progetto di Famiglie Arcobaleno realizzato in collaborazione con il Comune. «Dieci panchine, una per ogni municipalità di Napoli, saranno dipinte con i colori dell'arcobaleno», annunciano festosi gli organizzatori.
Per la propaganda, insomma, c'è sempre spazio. La libertà di pensiero, invece, è derubricata a odio e cancellata dalla scena. Questa è la logica dei «buoni». E hanno pure il fegato di spacciarla per democrazia.
Google preferisce le aziende dei neri
Chi non vede la pericolosità di movimenti violenti ed eversivi come quello del Black lives matter, riducendolo a giovani maleducati e scapestrati, ignora tutto della saldatura tra le istanze antirazziste dal basso e quelle mondialiste e globaliste dall'alto. Eppure, sono decenni che assistiamo attoniti all'alleanza ideologica tra l'Open society di George Soros e i centri sociali, okkupati e autogestiti.
Un'ennesima prova di ciò la si ha nel sostegno di molte multinazionali - la lista sarebbe troppo lunga per citarle qui - al movimento antirazzista, americano e internazionale, il quale dopo l'affaire Floyd ha preso vigore e ha ancora il vento in poppa.
Così, dopo le censure alla destra e ai populisti del mondo intero attuate da Youtube, Facebook e Twitter, Google si è inventata la possibilità tecnica di «support Black-owned business». Cioè di «sostenere le aziende dei Neri» (citato dal comunicato ufficiale dell'impresa fondata da Sergey Brin e Larry Page nel 1998). Jewel Burks, una responsabile di Google negli Stati Uniti, dichiara a tal proposito che «come donna nera, imprenditrice e googler, sostenere le aziende di proprietà dei Neri (…) è una mia passione». (Immaginiamo un solo istante che cosa accadrebbe se una ipotetica Mary Smith dicesse che come bianca ha la passione di sostenere le attività dei bianchi: no comment, please!).
E così, dopo l'irruenza antirazzista dei Blm - che ha causato già vari morti - la Burks e la sua équipe hanno trovato una modalità con cui «a partire da oggi, gli operatori del commercio negli Stati Uniti, con un profilo aziendale verificato su Google, possono aggiungere un attributo di proprietà nera al proprio profilo, facilitando la ricerca e il sostegno da parte della clientela».
Quindi, se abbiamo capito bene, si favorisce l'acquisto nelle aziende gestite da Neri, sulla base non del prodotto, della qualità o del prezzo, ma del colore della pelle del proprietario. Il tutto, da una società leader come Google, non è stato fatto alla carlona, ma con l'ausilio di enti specializzati. Come la Us Black Chambers inc. (Usbc), che coordina le «145 camere di commercio nere», per il sostegno e la promozione «delle imprese nere».
«Spero, così conclude la Burks, che questo attributo (riconoscibile attraverso l'inserimento di un cuoricino nero sul proprio profilo) e gli strumenti e la formazione di Google, possano servire come risorse aggiuntive per le aziende di proprietà dei neri e delle persone che li supportano».
I conti però non tornano affatto. Se si mette in avanti il colore della pelle, cara signora Burks, il fatto può diventare un boomerang facile facile. E trasmettere ad altre comunità etniche (bianchi, asiatici, meticci, latinos), religiose (cattolici, ebrei, mormoni, rastafariani, eccetera) o sessuali (etero, gay, trans, bisessuali, genderfree, e altro) la stessa idea, legittimandone l'uso. Ma in tal modo cosa resta dell'uguaglianza tra esseri umani, della fraternità sociale e dell'unione dei cittadini? E il merito, così tipico del self-made-man, dove va a finire? Invitando la gente a fare acquisti nelle aziende tenute da Neri (black business), non si legittima così proprio l'astio verso i medesimi, visti come una comunità chiusa e un piccola società a parte, all'interno della grande nazione americana?
Alcuni dicono che oggi il razzismo, che in fondo non è altro che l'importanza esagerata data ai tratti esterni dell'essere umano (rispetto all'interiorità), risorge a sinistra. E questa è una delle conclusioni di un saggio di fondo, da poco pubblicato in italiano (R. Weikart, Da Darwin a Hitler, edizioni Passaggio). Sarà un caso, ma come si spiega che proprio il Paese che produsse il Kkk tra i bianchi pare dirigersi ora a grandi passi verso una nuova ghettizzazione, voluta stavolta - quasi una sorta di nemesi storica - dai cittadini neri?
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Alessandro Zan accusa Giorgia Meloni e Matteo Salvini, Luigi Manconi invoca «l'intolleranza con gli intolleranti». Chi non è d'accordo con il dl è «omofobo».Razzismo alla rovescia nel motore di ricerca: le imprese commerciali potranno aggiungere un attributo di proprietà «black» al profilo per essere sostenute di più.Lo speciale contiene due articoli.Non abbiamo alcun bisogno di affannarci a dimostrare che sia una legge bavaglio: fanno già tutto da soli i suoi sostenitori. Essi confermano che il ddl Zan-Scalfarotto - pronto ad approdare oggi in aula alla Camera dopo essere stato approvato in commissione Giustizia - ha come fine unico la soppressione delle opinioni sgradite. Niente altro. Lo stesso Alessandro Zan del Pd, primo firmatario del progetto, e Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, negli ultimi giorni si sono lasciati andare a dichiarazioni eloquenti.Zan ha accusato Matteo Salvini e Giorgia Meloni, critici verso il ddl, di essere omofobi. Piazzoni ha spiegato che chi contesta il decreto è omofobo, dunque non merita che le sue opinioni siano prese in considerazione. Il meccanismo è chiarissimo: non sei d'accordo con noi? Allora sei omofobo. Dunque non hai diritto di parola e la legge deve punirti. Se non è un assalto alla libertà di espressione questo...A rincarare la dose ci ha pensato ieri, tramite Repubblica, Luigi Manconi, già alla guida dell'Unar (baluardo della propaganda Lgbt con il bollino governativo).Il nostro sincero democratico sostiene che «il dibattito sulla legge in materia di omotransfobia è assai importante, sia per la coesione sociale del nostro Paese, sia per la sua temperatura morale e per ciò che possiamo chiamare la vitalità delle idee condivise». Già qui si potrebbe obiettare che questa discussione inutile la coesione sociale l'ha danneggiata assai, creando l'ennesima, pretestuosa distinzione fra buoni e cattivi. Tuttavia Manconi prosegue argomentando che «sullo sfondo c'è il tema che poneva Karl Popper quando (nel 1945: si badi alla data) affermava, proprio “nel nome della tolleranza" il “diritto a non tollerare gli intolleranti"». Questa celebre elaborazione popperiana è esattamente il fulcro dell'ideologia liberale di oggi, sfociata in una forma di totalitarismo analoga ai regimi del Novecento, solo meno visibile perché più sottile. Popper, come ha felicemente dimostrato Aleksandr Dugin, ideando la «società aperta» ha posto le basi per una visione del mondo totalitaria, attribuendo al liberalismo un carattere universale e ponendolo, di fatto, come l'unico sistema accettabile. È la stessa logica che, più biecamente, viene applicata dai sostenitori del ddl Zan.Costoro vogliono essere «intolleranti con gli intolleranti». Ma chi decide chi è intollerante, e in base a quali criteri? A sentire Zan e l'Arcigay, per diventare intolleranti basta non essere d'accordo con loro. Manconi, su Repubblica, si permette di distribuire patenti di liberalismo. «È possibile che molti tra i parlamentari che si definiscono spensieratamente liberali e, tuttavia, osteggiano quel disegno di legge, non conoscano il pensiero del grande liberale Karl Popper, e magari lo confondano con il sergente Pepper dei Beatles», ironizza senza far ridere. Secondo lui, veri liberali sono soltanto Enrico Costa di Forza Italia, poi «Carfagna, Bartolozzi e Polverini». Cioè coloro che appoggiano il ddl Zan. Tutte le altre posizioni critiche verso il disegno di legge, continua, non fanno altro in realtà che «dissimulare una scarsa attenzione verso le troppe forme di disprezzo correlate ad atti aggressivi così diffusi, e non solo nel Web».Il senso è chiaro: anche se non odi i gay, anche se non sei violento o razzista, qualora tu non condivida le idee politiche delle associazioni arcobaleno e dei loro fiancheggiatori diventi automaticamente un intollerante. E per questo meriti di non essere tollerato e di venire ridotto al silenzio con la mordacchia.Chi viene bollato di intolleranza perde ogni diritto, viene espulso dal consesso civile, diventa meno che umano. Ecco perché è concesso agli attivisti Lgbt di augurare la morte a Massimo Gandolfini senza che nessun sincero progressista si indigni: lo hanno liquidato come omofobo, dunque meritevole di disprezzo. Dopotutto, «odiare gli odiatori» è la regola, no? Per la stessa ragione nessuno fiata quando l'Unione europea nega fondi ai Comuni polacchi che si sono definiti «Lgbt free»: se rifiuti l'imposizione ideologica finisci perseguitato, il nuovo regime te la fa pagare tra gli applausi dei sedicenti «tolleranti». Se invece ti fai promotore della buona novella arcobaleno godi di tutti gli onori. Provate a fare una breve ricerca su Internet e vi renderete conto del numero impressionante di iniziative pro Lgbt che si svolgono in Italia con il supporto delle istituzioni. Festival, incontri, rassegne cinematografiche, manifestazioni pubbliche. Citiamo, tanto per fare un esempio, il caso di Napoli, dove qualche giorno fa è stata presentata una splendida iniziativa chiamata Tutti i colori delle famiglie, un progetto di Famiglie Arcobaleno realizzato in collaborazione con il Comune. «Dieci panchine, una per ogni municipalità di Napoli, saranno dipinte con i colori dell'arcobaleno», annunciano festosi gli organizzatori. Per la propaganda, insomma, c'è sempre spazio. La libertà di pensiero, invece, è derubricata a odio e cancellata dalla scena. Questa è la logica dei «buoni». E hanno pure il fegato di spacciarla per democrazia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/approda-alla-camera-la-legge-bavaglio-e-gli-inquisitori-lgbt-minacciano-censure-2646864454.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="google-preferisce-le-aziende-dei-neri" data-post-id="2646864454" data-published-at="1596390307" data-use-pagination="False"> Google preferisce le aziende dei neri Chi non vede la pericolosità di movimenti violenti ed eversivi come quello del Black lives matter, riducendolo a giovani maleducati e scapestrati, ignora tutto della saldatura tra le istanze antirazziste dal basso e quelle mondialiste e globaliste dall'alto. Eppure, sono decenni che assistiamo attoniti all'alleanza ideologica tra l'Open society di George Soros e i centri sociali, okkupati e autogestiti. Un'ennesima prova di ciò la si ha nel sostegno di molte multinazionali - la lista sarebbe troppo lunga per citarle qui - al movimento antirazzista, americano e internazionale, il quale dopo l'affaire Floyd ha preso vigore e ha ancora il vento in poppa. Così, dopo le censure alla destra e ai populisti del mondo intero attuate da Youtube, Facebook e Twitter, Google si è inventata la possibilità tecnica di «support Black-owned business». Cioè di «sostenere le aziende dei Neri» (citato dal comunicato ufficiale dell'impresa fondata da Sergey Brin e Larry Page nel 1998). Jewel Burks, una responsabile di Google negli Stati Uniti, dichiara a tal proposito che «come donna nera, imprenditrice e googler, sostenere le aziende di proprietà dei Neri (…) è una mia passione». (Immaginiamo un solo istante che cosa accadrebbe se una ipotetica Mary Smith dicesse che come bianca ha la passione di sostenere le attività dei bianchi: no comment, please!). E così, dopo l'irruenza antirazzista dei Blm - che ha causato già vari morti - la Burks e la sua équipe hanno trovato una modalità con cui «a partire da oggi, gli operatori del commercio negli Stati Uniti, con un profilo aziendale verificato su Google, possono aggiungere un attributo di proprietà nera al proprio profilo, facilitando la ricerca e il sostegno da parte della clientela». Quindi, se abbiamo capito bene, si favorisce l'acquisto nelle aziende gestite da Neri, sulla base non del prodotto, della qualità o del prezzo, ma del colore della pelle del proprietario. Il tutto, da una società leader come Google, non è stato fatto alla carlona, ma con l'ausilio di enti specializzati. Come la Us Black Chambers inc. (Usbc), che coordina le «145 camere di commercio nere», per il sostegno e la promozione «delle imprese nere». «Spero, così conclude la Burks, che questo attributo (riconoscibile attraverso l'inserimento di un cuoricino nero sul proprio profilo) e gli strumenti e la formazione di Google, possano servire come risorse aggiuntive per le aziende di proprietà dei neri e delle persone che li supportano». I conti però non tornano affatto. Se si mette in avanti il colore della pelle, cara signora Burks, il fatto può diventare un boomerang facile facile. E trasmettere ad altre comunità etniche (bianchi, asiatici, meticci, latinos), religiose (cattolici, ebrei, mormoni, rastafariani, eccetera) o sessuali (etero, gay, trans, bisessuali, genderfree, e altro) la stessa idea, legittimandone l'uso. Ma in tal modo cosa resta dell'uguaglianza tra esseri umani, della fraternità sociale e dell'unione dei cittadini? E il merito, così tipico del self-made-man, dove va a finire? Invitando la gente a fare acquisti nelle aziende tenute da Neri (black business), non si legittima così proprio l'astio verso i medesimi, visti come una comunità chiusa e un piccola società a parte, all'interno della grande nazione americana? Alcuni dicono che oggi il razzismo, che in fondo non è altro che l'importanza esagerata data ai tratti esterni dell'essere umano (rispetto all'interiorità), risorge a sinistra. E questa è una delle conclusioni di un saggio di fondo, da poco pubblicato in italiano (R. Weikart, Da Darwin a Hitler, edizioni Passaggio). Sarà un caso, ma come si spiega che proprio il Paese che produsse il Kkk tra i bianchi pare dirigersi ora a grandi passi verso una nuova ghettizzazione, voluta stavolta - quasi una sorta di nemesi storica - dai cittadini neri?
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Lo ha dichiarato la vicepresidente del Lazio Roberta Angelilli a margine dell’incontro con il commissario per la Politica regionale e di coesione Raffaele Fitto, che si è tenuto presso la Rappresentanza dello Stato Libero di Baviera.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.