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2023-05-24
Aperta un’indagine sull’alluvione. Previsti altri nubifragi in Romagna
Ansa
Mentre si prova a quantificare la portata dei danni causati dall’alluvione e proseguono i soccorsi tra fango e acqua, resta ancora forte l’allarme maltempo in Emilia Romagna, in particolar modo nel ravennate. L’Agenzia regionale di protezione civile e Arpae Emilia Romagna hanno infatti prolungato lo stato di allerta rossa per criticità idrauliche e gialla per criticità idrogeologiche e temporali su tutto il territorio del comune fino alla mezzanotte di mercoledì 24 maggio. L’allerta, estesa anche nella pianura forlivese, è dovuta al forte rischio di piene dei fiumi, in quanto nel pomeriggio sono previsti temporali che potrebbero causare l’innalzamento dei livelli idrometrici presso i tratti montani dei corsi d’acqua, già colpiti dal dissesto idrogeologico generato dalle alluvioni dei giorni scorsi. Le condizioni sono e restano ancora molto critiche anche per le difficoltà con cui si sta procedendo allo smaltimento delle acque esondate che non consentono il corretto utilizzo del reticolo idrografico secondario e di bonifica, ovvero il sistema di monitoraggio ambientale che regolando le piene dovrebbe tutelare il patrimonio agricolo e urbanistico.
Gli ultimi due giorni, tuttavia, hanno dato un po’ di tregua dal punto di vista meteorologico, con l’acqua che ha cominciato a ritirarsi da alcuni dei luoghi più colpiti, ma sono ancora molte le situazioni di difficoltà, con i Vigili del fuoco e i volontari impegnati 24 ore su 24 sul campo. A Conselice, per esempio, Comune di quasi 10.000 abitanti in provincia di Ravenna devastato dal maltempo, sono impegnati 100 volontari della Protezione civile insieme con altre strutture operative, al lavoro con idrovore, pompe utilizzate per assorbire grandi quantità d’acqua in caso di alluvione, mezzi anfibi e altro personale per prestare assistenza alla popolazione.
Intanto, a Forlì e Cesena sono state riaperte le scuole, mentre a Faenza la preside del liceo Torricelli Ballardini, Paola Falcioni, ha scritto una lettera ai docenti chiedendo di sospendere temporaneamente verifiche e interrogazioni, invitandoli a «comprendere i ragazzi e i traumi che hanno riportato con l’alluvione e capire quali siano le priorità in questo momento». A proposito delle scuole, l’ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna ha comunicato una prima stima sulla situazione degli istituti: al momento se ne contano 105 colpiti fortemente dall’alluvione, 49 con grandi criticità per la ripresa delle lezioni, 58 con difficoltà dovute alla viabilità e ai trasporti, mentre altri 44 hanno messo a disposizione le proprie aule per accogliere gli sfollati, il cui numero ha superato quota 23.000. Sfollati che, oltre a dover fare i conti con i danni causati dall’alluvione, devono difendersi anche dagli attacchi degli sciacalli e dall’ondata di speculazione sui prezzi di beni di prima necessità strettamente connessi all’emergenza maltempo, dagli stivali ai guanti, dalle pale alle tute impermeabili, tutti oggetti che hanno avuto rincari ingiustificati al punto che a Forlì è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine per controllare questo fenomeno. Per quanto riguarda invece la viabilità, nella giornata di ieri sono state riparte in entrambe le direzioni tutte le corsie dei 200 chilometri della A14 coinvolte dall’emergenza maltempo, come ha reso noto Autostrade per l’Italia.
Parallelamente a quanto accade sul territorio, l’attenzione è rivolta anche alle indagini al fine di accertare eventuali responsabilità. A Ravenna è stato aperto dalla Procura un fascicolo con ipotesi di reato di disastro colposo a carico di ignoti. Il procuratore capo Daniele Barberini deciderà se procedere o meno a specifiche consulenze tecniche quando sarà conclusa la delicata fase dei soccorsi, mentre per le sei vittime accertate fino a questo momento i fascicoli aperti dal pm Angela Scorza sono ancora senza ipotesi di reato.
Per giovedì, invece, come annunciato da Stefano Bonaccini, è prevista in Regione la visita di Ursula von der Leyen. Il governatore dem, in accordo con il governo, ha fatto sapere che chiederà al presidente della Commissione europea l’attivazione del fondo di solidarietà europea: «Già nel 2012 ci arrivarono 700 milioni di euro, noi siamo convinti che altre centinaia di milioni possano arrivare», ha detto Bonaccini. Giovedì, secondo quanto emerso dalla conferenza dei capigruppo tenutasi ieri a Palazzo Madama, potrebbe essere anche la giornata dell’informativa in Senato del ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, con il Terzo polo che, per voce della capogruppo Raffaella Paita, ha chiesto l’intervento del premier Giorgia Meloni al posto dell’ex governatore siciliano, «per illustrare quello che sta facendo il governo e cercare di fare in modo che si prenda un impegno serio per il ripristino dell’unità di missione Italia sicura per il dissesto idrogeologico», mentre il leader Carlo Calenda, intervenuto al Tg2, ha spento ogni polemica: «Il governo nazionale e la Regione Emilia Romagna stanno lavorando bene. Siamo assolutamente con loro per soccorrere le persone alluvionate».
Intanto la Cina spinge sul carbone
Mentre in Emilia Romagna ancora si spala il fango ed esperti di vaglia ascrivono l’alluvione al cambiamento climatico, a longitudini orientali si festeggia il nuovo record di emissioni di CO2. Gli ineffabili cinesi, infatti, continuano a bruciare carbone letteralmente come se non ci fosse un domani. Secondo Carbon brief, le emissioni di CO2 in Cina sono cresciute del 4% nel primo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2022. È il primo trimestre più alto di sempre, leggermente sotto il record trimestrale registrato nel quarto trimestre 2020 (il primo trimestre dell’anno è significativo perché comprende i festeggiamenti del Capodanno cinese che durano un paio di settimane).
Complessivamente, le emissioni cinesi nel trimestre hanno superato i 3 miliardi di tonnellate di CO2, il che, in proiezione, significa che a fine anno il totale supererà agevolmente i 12 miliardi di tonnellate di CO2 emessa, pari a poco più di un terzo del totale mondiale. Giova ricordare che l’Unione europea a 27 emette 2,8 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, mentre l’Italia si ferma a circa 300 milioni di tonnellate all’anno, meno di un centesimo di quelle mondiali e 40 volte meno di quelle cinesi. Della CO2 emessa in Italia, circa il 15% (45 milioni di tonnellate, pari allo 0,1% delle emissioni mondiali e allo 0,38% delle emissioni cinesi) è legato ai trasporti su strada.
Le emissioni in Cina sono cresciute a causa del maggior utilizzo di petrolio (+5,5%), carbone (+3,6%) e gas (+1,4%). L’aumento nell’utilizzo di questi combustibili fossili è stato causato da un maggiore produzione di energia elettrica, che ha dovuto fare i conti anche con la minore produzione idroelettrica a causa delle scarse piogge. La Cina nel 2022 e nel primo trimestre 2023 ha aumentato sia le importazioni di carbone sia la produzione interna, aprendo nuove miniere e sfruttando maggiormente le attuali. L’aumento della produzione di carbone dell’11% registrata nel 2022 in realtà non basta a nutrire l’aumento del fabbisogno, perché la produzione aggiuntiva è costituita da carbone con minore potere calorifico, dunque con minore energia per unità di peso. Vero è che nel 2022 la stessa Cina ha installato 125.000 nuovi megawatt di potenza eolica e solare, ma allo stesso tempo sono stati autorizzati altri 100.000 megawatt di potenza a carbone, più altri 10.000 Mw nel solo primo trimestre 2023.
Dunque, la Cina prosegue nella sua strategia di crescita industriale basata essenzialmente sul carbone (e sul nucleare nel lungo termine, in sostituzione di questo). Di contro l’Europa prosegue nella sua strada suicida fatta di una politica industriale strutturalmente inflazionistica e pauperista dal lato dei consumi. Nonostante l’evidente sproporzione tra le emissioni cinesi e quelle europee, l’Europa introduce restrizioni e obblighi sempre maggiori e sempre più oppressivi, costringendo i cittadini a sostenere costi altissimi e, come presto sarà chiaro, anche a limitazioni della libertà di movimento e di espressione. A livello astratto, il racconto dei fatti climatici si basa sulla colpevolizzazione del genere umano come portatore nocivo di squilibri, il che conduce ad un rinnovato malthusianesimo vicino alle posizioni del Club di Roma. Del resto, il fatto che gruppi di pressione ben finanziati manifestino «per il clima» attaccando opere e monumenti italiani stando ben lontani dall’ambasciata cinese segnala un evidente intento politico, anche nella narrazione che pervade i media. Si colpisce con le Ztl l’artigiano che ha il furgone diesel euro 4 perché è molto più facile impedire a questo di varcare le soglie del centro cittadino che fare la voce grossa con Pechino. Un’ipocrisia che origina anche dai rapporti economici intrecciati negli ultimi 30 anni dall’Occidente, che hanno fatto della Cina il regno della manifattura e del dumping ambientale.
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Resta l’allerta rossa sulla regione. Alla Procura di Ravenna fascicolo contro ignoti. Oltre 100 scuole chiuse, forze dell’ordine per fermare sciacalli e speculazioni. Passerella di Ursula von der Leyen giovedì.La Cina spinge sul carbone. Nel primo trimestre emissioni su del 4% rispetto allo stesso periodo del 2022, complice la crisi dell’idroelettrico. A fine anno Pechino produrrà un terzo della CO2 mondiale.Lo speciale contiene due articoli.Mentre si prova a quantificare la portata dei danni causati dall’alluvione e proseguono i soccorsi tra fango e acqua, resta ancora forte l’allarme maltempo in Emilia Romagna, in particolar modo nel ravennate. L’Agenzia regionale di protezione civile e Arpae Emilia Romagna hanno infatti prolungato lo stato di allerta rossa per criticità idrauliche e gialla per criticità idrogeologiche e temporali su tutto il territorio del comune fino alla mezzanotte di mercoledì 24 maggio. L’allerta, estesa anche nella pianura forlivese, è dovuta al forte rischio di piene dei fiumi, in quanto nel pomeriggio sono previsti temporali che potrebbero causare l’innalzamento dei livelli idrometrici presso i tratti montani dei corsi d’acqua, già colpiti dal dissesto idrogeologico generato dalle alluvioni dei giorni scorsi. Le condizioni sono e restano ancora molto critiche anche per le difficoltà con cui si sta procedendo allo smaltimento delle acque esondate che non consentono il corretto utilizzo del reticolo idrografico secondario e di bonifica, ovvero il sistema di monitoraggio ambientale che regolando le piene dovrebbe tutelare il patrimonio agricolo e urbanistico.Gli ultimi due giorni, tuttavia, hanno dato un po’ di tregua dal punto di vista meteorologico, con l’acqua che ha cominciato a ritirarsi da alcuni dei luoghi più colpiti, ma sono ancora molte le situazioni di difficoltà, con i Vigili del fuoco e i volontari impegnati 24 ore su 24 sul campo. A Conselice, per esempio, Comune di quasi 10.000 abitanti in provincia di Ravenna devastato dal maltempo, sono impegnati 100 volontari della Protezione civile insieme con altre strutture operative, al lavoro con idrovore, pompe utilizzate per assorbire grandi quantità d’acqua in caso di alluvione, mezzi anfibi e altro personale per prestare assistenza alla popolazione.Intanto, a Forlì e Cesena sono state riaperte le scuole, mentre a Faenza la preside del liceo Torricelli Ballardini, Paola Falcioni, ha scritto una lettera ai docenti chiedendo di sospendere temporaneamente verifiche e interrogazioni, invitandoli a «comprendere i ragazzi e i traumi che hanno riportato con l’alluvione e capire quali siano le priorità in questo momento». A proposito delle scuole, l’ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna ha comunicato una prima stima sulla situazione degli istituti: al momento se ne contano 105 colpiti fortemente dall’alluvione, 49 con grandi criticità per la ripresa delle lezioni, 58 con difficoltà dovute alla viabilità e ai trasporti, mentre altri 44 hanno messo a disposizione le proprie aule per accogliere gli sfollati, il cui numero ha superato quota 23.000. Sfollati che, oltre a dover fare i conti con i danni causati dall’alluvione, devono difendersi anche dagli attacchi degli sciacalli e dall’ondata di speculazione sui prezzi di beni di prima necessità strettamente connessi all’emergenza maltempo, dagli stivali ai guanti, dalle pale alle tute impermeabili, tutti oggetti che hanno avuto rincari ingiustificati al punto che a Forlì è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine per controllare questo fenomeno. Per quanto riguarda invece la viabilità, nella giornata di ieri sono state riparte in entrambe le direzioni tutte le corsie dei 200 chilometri della A14 coinvolte dall’emergenza maltempo, come ha reso noto Autostrade per l’Italia.Parallelamente a quanto accade sul territorio, l’attenzione è rivolta anche alle indagini al fine di accertare eventuali responsabilità. A Ravenna è stato aperto dalla Procura un fascicolo con ipotesi di reato di disastro colposo a carico di ignoti. Il procuratore capo Daniele Barberini deciderà se procedere o meno a specifiche consulenze tecniche quando sarà conclusa la delicata fase dei soccorsi, mentre per le sei vittime accertate fino a questo momento i fascicoli aperti dal pm Angela Scorza sono ancora senza ipotesi di reato.Per giovedì, invece, come annunciato da Stefano Bonaccini, è prevista in Regione la visita di Ursula von der Leyen. Il governatore dem, in accordo con il governo, ha fatto sapere che chiederà al presidente della Commissione europea l’attivazione del fondo di solidarietà europea: «Già nel 2012 ci arrivarono 700 milioni di euro, noi siamo convinti che altre centinaia di milioni possano arrivare», ha detto Bonaccini. Giovedì, secondo quanto emerso dalla conferenza dei capigruppo tenutasi ieri a Palazzo Madama, potrebbe essere anche la giornata dell’informativa in Senato del ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, con il Terzo polo che, per voce della capogruppo Raffaella Paita, ha chiesto l’intervento del premier Giorgia Meloni al posto dell’ex governatore siciliano, «per illustrare quello che sta facendo il governo e cercare di fare in modo che si prenda un impegno serio per il ripristino dell’unità di missione Italia sicura per il dissesto idrogeologico», mentre il leader Carlo Calenda, intervenuto al Tg2, ha spento ogni polemica: «Il governo nazionale e la Regione Emilia Romagna stanno lavorando bene. 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È il primo trimestre più alto di sempre, leggermente sotto il record trimestrale registrato nel quarto trimestre 2020 (il primo trimestre dell’anno è significativo perché comprende i festeggiamenti del Capodanno cinese che durano un paio di settimane). Complessivamente, le emissioni cinesi nel trimestre hanno superato i 3 miliardi di tonnellate di CO2, il che, in proiezione, significa che a fine anno il totale supererà agevolmente i 12 miliardi di tonnellate di CO2 emessa, pari a poco più di un terzo del totale mondiale. Giova ricordare che l’Unione europea a 27 emette 2,8 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, mentre l’Italia si ferma a circa 300 milioni di tonnellate all’anno, meno di un centesimo di quelle mondiali e 40 volte meno di quelle cinesi. Della CO2 emessa in Italia, circa il 15% (45 milioni di tonnellate, pari allo 0,1% delle emissioni mondiali e allo 0,38% delle emissioni cinesi) è legato ai trasporti su strada. Le emissioni in Cina sono cresciute a causa del maggior utilizzo di petrolio (+5,5%), carbone (+3,6%) e gas (+1,4%). L’aumento nell’utilizzo di questi combustibili fossili è stato causato da un maggiore produzione di energia elettrica, che ha dovuto fare i conti anche con la minore produzione idroelettrica a causa delle scarse piogge. La Cina nel 2022 e nel primo trimestre 2023 ha aumentato sia le importazioni di carbone sia la produzione interna, aprendo nuove miniere e sfruttando maggiormente le attuali. L’aumento della produzione di carbone dell’11% registrata nel 2022 in realtà non basta a nutrire l’aumento del fabbisogno, perché la produzione aggiuntiva è costituita da carbone con minore potere calorifico, dunque con minore energia per unità di peso. Vero è che nel 2022 la stessa Cina ha installato 125.000 nuovi megawatt di potenza eolica e solare, ma allo stesso tempo sono stati autorizzati altri 100.000 megawatt di potenza a carbone, più altri 10.000 Mw nel solo primo trimestre 2023. Dunque, la Cina prosegue nella sua strategia di crescita industriale basata essenzialmente sul carbone (e sul nucleare nel lungo termine, in sostituzione di questo). Di contro l’Europa prosegue nella sua strada suicida fatta di una politica industriale strutturalmente inflazionistica e pauperista dal lato dei consumi. Nonostante l’evidente sproporzione tra le emissioni cinesi e quelle europee, l’Europa introduce restrizioni e obblighi sempre maggiori e sempre più oppressivi, costringendo i cittadini a sostenere costi altissimi e, come presto sarà chiaro, anche a limitazioni della libertà di movimento e di espressione. A livello astratto, il racconto dei fatti climatici si basa sulla colpevolizzazione del genere umano come portatore nocivo di squilibri, il che conduce ad un rinnovato malthusianesimo vicino alle posizioni del Club di Roma. Del resto, il fatto che gruppi di pressione ben finanziati manifestino «per il clima» attaccando opere e monumenti italiani stando ben lontani dall’ambasciata cinese segnala un evidente intento politico, anche nella narrazione che pervade i media. Si colpisce con le Ztl l’artigiano che ha il furgone diesel euro 4 perché è molto più facile impedire a questo di varcare le soglie del centro cittadino che fare la voce grossa con Pechino. Un’ipocrisia che origina anche dai rapporti economici intrecciati negli ultimi 30 anni dall’Occidente, che hanno fatto della Cina il regno della manifattura e del dumping ambientale.
Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
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Eugenia Roccella (Ansa)
Cavallari e la moglie si trovavano a bordo di una piccola imbarcazione in località Fiorò, nel Comune di Ronciglione. Stando a una prima ricostruzione effettuata dai carabinieri, l’uomo sarebbe riemerso per qualche istante dopo il tuffo, il tempo di dire alla moglie di non sentirsi bene. Ma la barca, che non era ancorata, nel frattempo si era allontanata, rendendo impossibile un intervento immediato.
È stata proprio la Roccella a dare l’allarme, facendo scattare la macchina dei soccorsi. L’incidente è avvenuto a poche decine di metri dalla riva, in una zona molto frequentata: nelle vicinanze c’erano numerosi bagnanti e i clienti di un ristorante affacciato sul lago. Dopo essere stata portata a riva, Roccella è stata accompagnata nella casa sua e del marito in provincia di Viterbo, in località Rio Vicano, dove attende notizie in uno stato di comprensibile disperazione.
Le operazioni si sono articolate su più fronti: ricerche visive da parte dei sommozzatori, impiego di Rov, ovvero sonde filoguidate dotate di telecamere, ecoscandagli e termocamere. La sfida più grande che le squadre di soccorso si trovano ad affrontare è la scarsissima visibilità sott’acqua. Lo ha spiegato chiaramente il vicario del prefetto di Viterbo, Andrea Nino Caputo, presente sul posto a coordinare le operazioni: «Stanno procedendo ininterrottamente le ricerche nel lago di Vico per individuare il coniuge del ministro Eugenia Roccella. Si sta procedendo con verifiche da parte dei sommozzatori ma anche con strumenti che aiutano l’operazione mirata nel lago. Si tratta di una ricerca particolarmente complessa per lo scenario: la visibilità è molto bassa già a pelo dell’acqua, quindi più si scende più si riduce ed è prossima allo zero».
Non appena la notizia della scomparsa di Cavallari si è diffusa in rete, su piattaforme come X, Facebook e Instagram si sono moltiplicati commenti di una ferocia inaudita. Chi si definisce «antifascista», chi si dichiara pro Palestina, chi semplicemente nutre un odio viscerale per il governo Meloni ha trasformato la tragedia di una famiglia in un’occasione di sfogo e di esultanza. C’è chi ha scritto «dovrebbero andare tutti lì», riferendosi agli altri ministri del governo e al lago teatro della tragedia. C’è chi ha tirato in ballo Gaza con una logica distorta: «Ora la Roccella proverà quello che provano le mogli e le madri di Gaza». C’è chi ha insinuato che il ministro avrebbe «consentito» a un uomo anziano di tuffarsi, attribuendole una responsabilità morale nell’accaduto. Qualcuno, con cinismo da brividi, ha commentato «se ne sarà scappato da lei». «Ora avrà meno tempo per provare ad abrogare le unioni civili», un altro vergognoso commento.
L’ondata di odio ha suscitato la feroce reazione del premier Giorgia Meloni: «C’è un limite che non dovrebbe mai essere superato, ed è quello del rispetto dovuto alla sofferenza umana. Quando si arriva a colpire una persona in un momento così, non si è più nel campo dello scontro politico, ma in quello della miseria morale. È anche il frutto di un clima avvelenato che alcuni hanno alimentato, legittimando odio, disumanizzazione e disprezzo. Questo schifo dovrebbe indignare tutti».
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Walter Pfeiffer. Untitled, 1975 © Walter Pfeiffer. Courtesy the artist and Galerie Gregor Staiger, Zurich / Milan
Inaugurata nel 2002 per custodire le opere della collezione privata di Gianni e Marella Agnelli, la Pinacoteca che li ricorda nel nome e ne celebra la grande passione per l’arte non è mai stata un museo nel senso «più classico» del termine, ma una sorta di laboratorio culturale, multidisciplinare e dinamico, dove l’arte contemporanea è in costante dialogo con le opere della sua collezione storica, prezioso «scrigno» di capolavori assoluti di artisti come Matisse, Picasso, Renoir, Modigliani e Canaletto: uno «Scrigno» in acciaio e vetro, che l’archistar Renzo Piano ha voluto letteralmente sospeso a 34 metri d'altezza, sul tetto della storica fabbrica del Lingotto. Uno spazio espositivo unico, che prosegue con il più grande giardino pensile d’Europa, ricco di oltre 40.000 piante e ricavato dalla leggendaria pista di collaudo automobilistico (La Pista 500) posta sul tetto dell’ex fabbrica FIAT: è qui, in questo museo a cielo aperto, che periodicamente si ospitano installazioni site-specific e sculture di artisti internazionali, che regalano ai visitatori spettacolari passeggiate panoramiche nell’arte.
La Pinacoteca Agnelli non è un luogo fine a sé stesso, ma uno spazio aperto e «in movimento» che unisce collezione, architettura e ricerca e che, come recita il titolo de progetto che la anima dal 2022 (Beyond the Collection), vuole andare «Oltre la collezione»…E la programmazione espositiva per la primavera/estate di quest’anno non tradisce certo le aspettative, presentando al pubblico (da aprile a settembre) tre progettualità inedite: un'ampia monografica dedicata all'artista svizzero Walter Pfeiffer; una nuova edizione del ciclo Beyond the Collection, che vede protagonista Amedeo Modigliani e due nuove installazioni site-specific sulla Pista 500, una dell’artista francese Nathalie Du Pasquier e l’altra del notissimo Peter Fischli , presente - insieme all’amico e collega David Weiss – nei musei di arte contemporanea di tutto il mondo. Percorsi espositivi diversi, ma che usano l’architettura come parte integrante del discorso critico e che ora conosciamo un po’ più da vicino. A partire dal fotografo svizzero Walter Pfeiffer.
Walter Pfeiffer. In Good Company
Pop prima del pop, queer prima che fosse categoria, Walter Pfeiffer - svizzero di Beggingen, classe 1946 – è capace di muoversi con disinvoltura fra diversi soggetti e generi, rappresentando con ironia e grande senso dell’umorismo top model e gente comune, erotismo gay e scene di vita quotidiana. Presente al Lingotto con oltre cento scatti , dagli anni Settanta ad oggi, la sua è una fotografia «spiazzante», per soggetti e uso del colore, una fotografia fatta di forti contrasti cromatici, che rifiuta le gerarchie, non cerca lo scandalo, ma che osserva (e immortala) con sguardo particolarmente incisivo i ruoli di genere e la cultura del consumo. In un susseguirsi di scatti iconici e immagini inedite, la mostra torinese ci restituisce «l’autoritratto» di un artista capace di spaziare con maestria dalla moda alla fotografia indipendente, capace di reinventarsi costantemente insieme ai suoi soggetti. Fra i suoi scatti più originali, sicuramente Untitled, 2015 , dove dita affusolate di donna stringono il ritratto di una nobildonna settecentesca da cui spuntano due paia di lunghe gambe femminili…
Modigliani sottopelle. Quattro capolavori
Accostare Pfeiffer e Modigliani è un azzardo, ma anche una mossa azzeccata,. Siamo davanti a due modi opposti di trattare il corpo: uno, Pfeiffer, lo veste di luce, l’altro, Modì, lo scava fino all’osso, in una mostra che già a partire dal titolo - Modigliani sottopelle. Quattro capolavori - invita il pubblico ad andare oltre la superficie visibile delle opere, interrogando ogni dettaglio e portando alla luce tracce nascoste, grazie al lavoro di storici dell’arte, restauratori e scienziati.
Fulcro dell’esposizione il famoso Nu couché (straordinaria tela dell’artista livornese acquistata da Giovanni e Marella Agnelli nel 1960), che in mostra dialoga con altri tre grandi capolavori di Modigliani: Female Nude Reclining on a White Pillow, in prestito dalla Staatsgalerie di Stoccarda, il ritratto di Gaston Modot e Maternité, entrambi provenienti dal Centre Pompidou di Parigi. Un percorso espositivo breve ma interessante, che accanto alle quattro opere pittoriche presenta una raccolta di documenti d’archivio e interessanti risultati di indagini scientifiche, che grazie allo studio della tecnica e dei materiali utilizzati dall’artista ( in particolar modo tre rotoli di tela utilizzati da Modigliani tra il 1917 e il 1919) rivelano i segreti nascosti sotto la superficie pittorica, arrivando a stabilire nuove datazioni e addirittura quali tele provengano dallo stesso rotolo. Una mostra che va oltre «i colli lunghi e gli occhi senza pupille», superando l’immagine stereotipata del Modigliani bohémien per regalarci quella di un’artista che supera l’anedotto per rientrare nella storia...
La Pista 500: Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli
Dallo Scrigno alla Pista 500 il passo è breve e qui, sul tetto del Lingotto, in questo enorme spazio espositivo a cielo aperto, regna l’arte contemporanea. Sculture e installazioni che si susseguono, corrono dove un tempo correvano le automobili FIAT e che quest’anno si arricchiscono di nuove opere, create per l'occasione da Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli, artisti contemporanei di spessore internazionale.
In perfetta armonia con l’architettura industriale dello spazio che li ospita, i quindici gonfaloni colorati pensati da Nathalie Du Pasquier svettano sulla facciata est del Lingotto, Bandiere per Zefiro (questo il titolo dell’installazione) mosse dal vento in modo dinamico e giocoso, fondendo forma, colore e paesaggio.
Ad attraversare verticalmente lo spazio della rampa ellittica dell’ex fabbrica FIAT è invece Addition, Subtraction, Multtipication, l’opera di Peter Fischli che si ispira ai trenini turistici su ruote per unire, metaforicamente, la base «operaia e commerciale» dell’edificio al suo vertice culturale, rappresentato dal museo sulla pista automobilistica. Un’installazione di grande impatto visivo, che richiama vagamente i canoni del Futurismo ( Velocità astratta di Giacomo Balla della Collezione Permanente in primis…) e un’idea di modernità e progresso di cui il Lingotto è simbolo.
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Che effettivamente, se all’anagrafe rientra nella provincia di Bologna e gravita, quindi, nell’orbita emiliana - rinomata per alta cultura e cucina certificata, dal Parmigiano Reggiano all’aceto balsamico - nell’indole accogliente e nel buon umore contagioso rispecchia il carattere romagnolo.
E poi ci mette del suo, un quid sprintoso e genuino, che carica «quel trattino» di interesse e valore forse inattesi. Perché la città, celebre nel mondo per il suo storico circuito automobilistico, spicca e brilla non solo per pista e motori. Certo, l’Autodromo Enzo e Dino Ferrari - un tracciato tecnico e impegnativo, con curve insidiose e rettilinei da brivido che sfidano i piloti più esperti e sono per gli appassionati sinonimo di adrenalina, leggenda e cavallino rampante - è il biglietto da visita, oltre che palcoscenico di grandi eventi e concerti. Ma non l’unico motivo per scoprire e soprattutto vivere Imola, gioiello che splende in arte e in cucina, per atmosfera genuina e alta qualità della vita.
Con 70.000 abitanti (di cui 130 centenari, dimostrazione in carne e ossa di quanto bene e a lungo si viva a Imola), 50.000 alberi e 15 minuti a piedi per muoversi tra centro storico, autodromo e stazione, la città concentra una serie di luoghi speciali e di specialità.
Il centro storico ricalca l’impianto urbano romano impostato su cardo e decumano e ha in piazza Matteotti il suo salotto a cielo aperto. Ampia e ben tenuta, raccoglie una serie di palazzi d’epoca, tra cui il rinascimentale Palazzo Sersanti e il Palazzo Comunale. In quest’ultimo, visitabile, sfilano sale e saloni seicenteschi, con soffitti alti, pareti affrescate, lampadari di Murano, oltre a un bel calendario di mostre temporanee. Proprio sotto, negli storici locali dell’ex Caffè Bacchilega, si trova l’indirizzo delle dolci tentazioni del rinomato pasticcere Sebastiano Cariddi, che qui ha aperto il suo terzo punto vendita nell’autunno del 2024 e che da allora continua a prendere per la gola abitanti e visitatori (www.sebastianocaridi.it). Impossibile resistere a gelati e piccola pasticceria, un concentrato bello e buono di golosità che rende il locale una tappa d’obbligo. Non da meno, a pochi passi, l’antica Farmacia dell’Ospedale Santa Maria della Scaletta. Sotto i portici di un edificio del XV secolo, conserva un ambiente rimasto al Settecento, con arredi in legno, antichi vasi in maiolica per i medicinali, bilance e pesi dei tempi che furono. Un’autentica meraviglia. Poco oltre Imola sorprende ancora, con un’accoppiata d’eccezione. A formarla, Palazzo Tozzoni - nobiliare casa-museo perfettamente conservata, con un’imponente scalinata, impreziosita da sculture in stucco, che accompagna al piano nobile, ricco di arredi, suppellettili e circa 170 dipinti, testimoni dello stile tardo-barocco bolognese, e custode di una storia d’amore disperata - e la duecentesca Rocca Sforzesca (ora in restauro).
Dal Medioevo al Terzo millennio il passo è breve a Imola. Ecco l’Osservanza, che da ospedale psichiatrico è rinata a nuova vita: con un investimento di oltre 20 milioni di euro sostenuto dal Comune di Imola, dal Consorzio Con.Ami e dai fondi Pnrr, è diventata Parco dell’innovazione, un avveniristico polo culturale aperto a talenti ed eccellenze, tra cui l’Accademia pianistica internazionale, tra le istituzioni musicali più prestigiose al mondo. Un modello di rigenerazione urbana di primo, primissimo livello.
E di primissimo livello è anche la cucina del due stelle Michelin San Domenico (www.sandomenico.it), esclusivo tempio gastronomico capace di trasformare una degustazione in un viaggio nella tradizione italiana. Tra i piatti best seller, l’uovo in raviolo San Domenico, con burro di malga, Parmigiano e tartufo e, ovviamente, i tortellini. Non stellata, ma da sogno l’esperienza conviviale di Callegherie Osteria (www.callegherie.it), dove cucina contemporanea e accoglienza completano il racconto di una città che, in «quel trattino», riesce davvero a tenere insieme mondi diversi, senza mai perdere la propria identità.
Info: www.comune.imola.bo.it; www.imolamusei.it; www.autodromoimola.it.
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