• Da ieri potevano tornare in servizio i circa 4.000 professionisti cacciati dagli ospedali, già in difficoltà per le croniche carenze di organico. Sulla sorte degli stipendi arretrati si attende un parere della Consulta.
  • La dottoressa Maria Teresa Turrini: «Speranza non mi ha nemmeno spedita in Ucraina. Turni già decisi, rientrerò solo a dicembre».

Lo speciale contiene due articoli.

L’incubo è finito: in virtù del decreto legge varato dal governo guidato da Giorgia Meloni, da ieri gli operatori sanitari sospesi per inadempienza all’obbligo vaccinale sono tornati in servizio e hanno ricominciato a ricevere anche lo stipendio, dopo ben 19 mesi di ghettizzazione e stenti: l’obbligo vaccinale per il personale sanitario, ricordiamolo, è stato introdotto con il decreto legge 22 del 1 aprile 2021, approvato dal governo guidato da Mario Draghi. Quel decreto, poi prorogato, sarebbe scaduto il prossimo 31 dicembre, ma il neo ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha anticipato a ieri, 1 novembre, la decadenza dell’obbligo.


«Abbiamo deciso», ha spiegato Giorgia Meloni in conferenza stampa, «di anticipare la fine dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario e delle Rsa perché questo ci consente di rimettere al lavoro 4.000 persone in un sistema che ha già problemi di personale». Vediamo qualche cifra: per quel che riguarda il sistema sanitario nazionale, sono stati sospesi per non essersi vaccinati circa 1.200 medici ospedalieri su 250.000 totali, e 2.600 infermieri su 450.000. Ovvio che si tratti di un numero esiguo rispetto alla carenza di personale che si riscontra nel settore, ma è vero pure che avere di nuovo in servizio questi 4.000 operatori circa è sempre meglio che tenerli a casa, tanto più che ora potranno finalmente tornare a ricevere il salario, e pure la tredicesima. Non a caso, esprime un parere positivo sul provvedimento del governo Meloni il presidente della Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere italiane (Fiaso), Giovanni Migliore, che pure rispolvera la bugia per cui i renitenti sarebbero più pericolosi per i ricoverati: «Le situazioni dei medici non vaccinati che saranno reintegrati negli ospedali», dice Migliore all’Ansa, «saranno valutate caso per caso rispetto all’assegnazione nei reparti, ciò a tutela sia del medico sia dei pazienti. L’obbligo vaccinale sarebbe comunque decaduto entro due mesi e in una fase nuova dell’epidemia era comunque necessario intervenire per fare chiarezza, questo provvedimento va in questa direzione; noi a seconda della valutazione del rischio decideremo», sottolinea Migliore, «e le direzioni sanitarie individueranno i reparti e le situazioni più opportune in cui utilizzare pienamente questi sanitari, che rappresentano una risorsa, ma sono ad ogni modo una percentuale molto piccola rispetto alla grande maggioranza degli operatori sanitari e medici che sono invece vaccinati. I professionisti saranno impiegati nei reparti in relazione alla loro condizioni di salute e di rischio, quindi ci sarà una valutazione caso per caso in modo da non esporre pazienti e stessi operatori ad un rischio contagio da Covid. Ora la priorità», argomenta ancora Migliore, «è avere maggiore personale per rispondere alla domanda dei cittadini e pertanto qualunque provvedimento che vada in questa direzione non può che essere il benvenuto. Siamo in una nuova stagione della responsabilità e di una nuova normalità e accogliamo quindi questo provvedimento positivamente; le singole aziende valuteranno poi i singoli casi».


Per quel che riguarda gli operatori sanitari che non si sono vaccinati ma hanno contratto il Covid, ricordiamolo, l’obbligo vaccinale era differito per un periodo di sei mesi dal primo referto positivo. Un’altra questione aperta riguarda gli stipendi che gli operatori sanitari non vaccinati hanno perso: cosa succederà? La Corte costituzionale, alla fine di novembre, dovrà esprimersi sulla legittimità dell’obbligo vaccinale e della sospensione dal posto di lavoro e dalla retribuzione per i sanitari inadempienti, sulla base di varie ordinanze che hanno rinviato il giudizio sull’obbligo della vaccinazione anti Covid alla Consulta, come quella del Tar Lombardia-Milano, che lo scorso 16 giugno ha sollevato la questione di costituzionalità nella parte in cui dispone «per il periodo di sospensione dall’esercizio della professione sanitaria non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominato», accogliendo il ricorso di una operatrice non vaccinata, monoreddito e con un figlio a carico, nei confronti del provvedimento con il quale l’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano l’aveva sospesa dal servizio, senza retribuzione. Tale norma, secondo il Tar, «trascura il valore della dignità umana, specie ove si consideri che la sospensione da qualunque forma di ausilio economico del dipendente non trova causa nel venir meno di requisiti di ordine morale». Anche il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Sicilia, Sezione giurisdizionale, con l’ordinanza del 22 marzo 2022, ha sollevato la questione di costituzionalità dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario. Se la Consulta dichiarasse incostituzionale l’obbligo, aprirebbe la strada ai ricorsi per ottenere gli stipendi non percepiti dai non vaccinati.

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