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2022-08-02
Ancora tensione in Kosovo: via alle prove generali di guerriglia civile nei Balcani
Vlaidimir Putin (Ansa)
Il governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba.
Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».
Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare».
Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento».
Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.
Grano, salpato il carico da Odessa
Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite.
Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo».
Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami.
Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile.
Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy.
Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
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Il caos si smorza dopo il rinvio dell’obbligo di targhe e documenti kosovari per i serbi. Ma l’ex Jugoslavia può trasformarsi in un altro terreno di scontro tra Usa e Russia.La nave, che trasporta 26.000 tonnellate di mais, arriverà oggi a Istanbul. Oltre 40 missili su Mykolaiv. Mosca vieta l’ingresso a 39 britannici, tra cui David Cameron.Lo speciale contiene due articoliIl governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba. Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare». Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento». Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-tensione-in-kosovo-via-alle-prove-generali-di-guerriglia-civile-nei-balcani-2657788828.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grano-salpato-il-carico-da-odessa" data-post-id="2657788828" data-published-at="1659389759" data-use-pagination="False"> Grano, salpato il carico da Odessa Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite. Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo». Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami. Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile. Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy. Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».