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2022-08-02
Ancora tensione in Kosovo: via alle prove generali di guerriglia civile nei Balcani
Vlaidimir Putin (Ansa)
Il governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba.
Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».
Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare».
Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento».
Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.
Grano, salpato il carico da Odessa
Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite.
Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo».
Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami.
Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile.
Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy.
Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
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Il caos si smorza dopo il rinvio dell’obbligo di targhe e documenti kosovari per i serbi. Ma l’ex Jugoslavia può trasformarsi in un altro terreno di scontro tra Usa e Russia.La nave, che trasporta 26.000 tonnellate di mais, arriverà oggi a Istanbul. Oltre 40 missili su Mykolaiv. Mosca vieta l’ingresso a 39 britannici, tra cui David Cameron.Lo speciale contiene due articoliIl governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba. Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare». Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento». Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-tensione-in-kosovo-via-alle-prove-generali-di-guerriglia-civile-nei-balcani-2657788828.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grano-salpato-il-carico-da-odessa" data-post-id="2657788828" data-published-at="1659389759" data-use-pagination="False"> Grano, salpato il carico da Odessa Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite. Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo». Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami. Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile. Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy. Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
Noelia (iStock)
Sono seguiti due anni di battaglie, di ricorsi e udienze. Alla fine l’Alta corte catalana, la Corte costituzionale spagnola e pure la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno deciso che Noelia, ancora giovanissima e con disturbi psichici, poteva liberamente scegliere di suicidarsi medicalmente. Nell’intervista concessa al programma Y ahora Sonsoles di Antena 3, Noelia ha voluto spiegare le sue ragioni: «Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». Nella stessa conversazione, la ragazza dice di essersi sentita «sola per tutta la vita», spiega che non le «piace la direzione che sta prendendo il mondo». Dice di avere dolori cronici ma aggiunge anche: «Non sono costretta a letto; mi lavo e mi trucco da sola».
Che soffra non vi è dubbio. Il problema è che secondo le perizie a cui è stata sottoposta nel tempo Noelia presenta sintomi depressivi cronici nonché un disturbo dell’adattamento con sintomi di ansia e depressione. È dimostrato poi che soffra di disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) e disturbo borderline di personalità. Eppure tutto questo, per i giudici spagnoli, non compromette la sua capacità decisionale. Noi non abbiamo certo le competenze per sostituirci a psichiatri e giuristi, e non vogliamo nemmeno permetterci di giudicare chi ha trascorso anni e anni nella sofferenza, prima morale e poi fisica. Sappiamo che importanti associazioni come Christian Lawyers hanno presentato vari e fondati ricorsi, tirando in ballo anche i conflitti di interessi di alcuni decisori spagnoli, la corruzione e la falsificazione di documenti, e in alcuni casi hanno anche ottenuto ragione dalle corti, senza che questo bastasse per impedire la morte di Noelia. Possiamo concludere che di sicuro si tratta di un caso che presenta diverse ombre, non tutte fugate in questi anni dalle autorità ispaniche.
Ma ancora prima di esaminare le carte giudiziarie e di sindacare su torti e ragioni ci sono altre e più pressanti considerazioni da fare, in larga parte riassunte dalla Conferenza episcopale spagnola. «Contempliamo con profondo dolore la situazione di Noelia, questa giovane di 25 anni la cui storia riflette una accumulazione di sofferenze personali e carenze istituzionali, che interpellano tutta la società», dicono i vescovi in una nota, sostenendo che la situazione della ragazza «non può essere interpretata solo in chiave di autonomia individuale». Per i vescovi spagnoli, «l’eutanasia e il suicidio assistito non solo solo un atto medico, ma la rottura deliberata del legame di cura e costituiscono una sconfitta sociale. Non siamo di fronte a una malattia terminale, ma a ferite profonde che richiedono attenzione, trattamento e speranza. Ignorare questo significherebbe ridurre la dignità umana, che non dipende dallo stato di salute o dall’autonomia. La risposta al dolore non può essere provocare la morte, ma offrire vicinanza, accompagnamento e sostegno integrale».
Sono frasi delicate e dolenti che non si possono non condividere. È mostruoso pensare che la civiltà che si vanta delle sue strepitose conquiste tecnologiche e umane non sia in grado di sostenere una ragazza sofferente ma giovane, che non sappia alleviare il suo dolore - spirituale prima che fisico - e se la cavi soltanto consentendole di levarsi di mezzo per sempre. La tragedia di Noelia è la storia di un fallimento che inizia con l’allontanamento dai genitori e si conclude con il suicidio istituzionalizzato. Noelia non era malata terminale. Lo è la società che la accompagnata così presto alla fine.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d’Italia Alessandro Ciriani dopo il via libera dell'Eurocamera alla fase negoziale con il Consiglio Ue per definire un nuovo quadro giuridico sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione.
(Arma dei Carabinieri)
Siamo a Torre Annunziata, è quasi mezzanotte. L’aria è umida e più fredda del solito: l’ultimo colpo di coda dell’inverno. Una Fiat Panda percorre via Andolfi quando una gazzella dei Carabinieri decide di fermarla. A bordo ci sono due persone.
Alla guida un 42enne napoletano, residente nel centro storico e sottoposto alla misura della libertà vigilata; accanto a lui una 39enne di Giugliano, anche lei già nota alle forze dell’ordine.
La paletta si alza e intima l’alt. La Panda accosta, il finestrino si abbassa. Nel silenzio della notte si sente una frase che sorprende i militari: «Avete fatto bingo, Brigadiè…».
All’interno dell’auto i Carabinieri trovano un vero e proprio arsenale: un fucile monocanna calibro 12 marca Baikal, una pistola mitragliatrice MP40 calibro 9 — arma tedesca della Seconda guerra mondiale completa di caricatore —, un fucile mitragliatore calibro 5,45 marca Jaker modello AP-74 modificato per utilizzare munizionamento calibro 9, un altro fucile monocanna calibro 12 marca Franchi modello 12 GA, un fucile mitragliatore calibro 5,45 marca Zastava modello AK-74 di provenienza balcanica e altri due fucili mitragliatori dello stesso tipo.
Insieme alle armi vengono rinvenute anche centinaia di munizioni: 298 cartucce calibro 5,45, 42 cartucce calibro 9 e 81 cartucce calibro 12. Tutte le armi sono complete di caricatore e perfettamente funzionanti.
I due non oppongono alcuna resistenza e vengono arrestati. L’intero arsenale, che sembra uscito da un catalogo del traffico illegale di armi, è stato sequestrato e sarà sottoposto ad accertamenti balistici per verificare un eventuale utilizzo in fatti di sangue o altri reati.
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