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2022-08-02
Ancora tensione in Kosovo: via alle prove generali di guerriglia civile nei Balcani
Vlaidimir Putin (Ansa)
Il governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba.
Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».
Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare».
Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento».
Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.
Grano, salpato il carico da Odessa
Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite.
Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo».
Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami.
Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile.
Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy.
Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
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Il caos si smorza dopo il rinvio dell’obbligo di targhe e documenti kosovari per i serbi. Ma l’ex Jugoslavia può trasformarsi in un altro terreno di scontro tra Usa e Russia.La nave, che trasporta 26.000 tonnellate di mais, arriverà oggi a Istanbul. Oltre 40 missili su Mykolaiv. Mosca vieta l’ingresso a 39 britannici, tra cui David Cameron.Lo speciale contiene due articoliIl governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba. Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare». Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento». Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-tensione-in-kosovo-via-alle-prove-generali-di-guerriglia-civile-nei-balcani-2657788828.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grano-salpato-il-carico-da-odessa" data-post-id="2657788828" data-published-at="1659389759" data-use-pagination="False"> Grano, salpato il carico da Odessa Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite. Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo». Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami. Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile. Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy. Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
Suez, novembre 1956: relitti di navi affondate bloccano il canale (Getty Images)
Un tassello della Guerra fredda fu all’origine della crisi che, alla fine del 1956, interessò il Canale di Suez. Per la costruzione della diga di Assuan, il presidente egiziano Abdel Nasser aveva richiesto finanziamenti A Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi ritirarono la disponibilità quando Nasser si rivolse all’Unione Sovietica per l’acquisto di armamenti. In risposta, il presidente egiziano proclamò la nazionalizzazione di Suez, fino ad allora gestito da un consorzio anglo-francese.
Attraverso il canale lungo 193 chilometri ed aperto dal 1869, nel 1956 assicurava il transito di circa 2 milioni di barili di petrolio verso un mercato europeo allora fortemente dipendente dall’oro nero. All’ intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele, Nasser rispose con la chiusura del canale (che fu minato) e con l’affondamento delle 40 navi presenti nelle acque di Suez. All’inizio delle ostilità, oltre il 60% del traffico di greggio verso occidente fu bloccato.
In Italia la crisi del 1956 fece temere una battuta d’arresto in pieno «boom» economico, sia per l’industria in forte crescita sia per i consumi privati che seguivano la parabola ascendente dell’economia italiana. Il governo, allora guidato dal democristiano Antonio Segni, fu subito attivo in due direzioni: quella diplomatica, dove abbracciò l’atlantismo della «dottrina Eisenhower» (che considerava pericolosa l’azione di Israele e delle potenze coloniali in Medio Oriente in quanto spingevano i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica) prendendo decisamente le distanze dalla soluzione armata di Francia e Regno Unito e presentandosi come mediatore internazionale grazie ai consolidati rapporti politici ed economici con l’Egitto.
Sull’emergenza energetica il governo, rappresentato nel settore dal ministro dell’Industria Guido Cortese (Pli), scelse di caricare sulle spalle dello Stato il maggior costo del greggio in modo mirato. Deliberò di evitare gli aumenti dei derivati fondamentali per il funzionamento dell’industria e per la produzione di energia come l’olio combustibile, che sarebbe aumentato di molto a causa dell’impennata dei noli delle navi che erano costrette alla rotta Africana. Applicò invece un aumento del costo della benzina, ma anche in questo caso intervenne per limitarne il rincaro risultante dagli effetti della crisi. Nel 1956, prima della crisi di Suez, un litro di benzina costava 128 lire al litro, di cui ben 91 di oneri fiscali. Gli aumenti dovuti alla crescita del prezzo del greggio e al costo dei trasporti avrebbero fatto crescere di ben 30 lire al litro il prezzo della benzina. Il governo italiano decise di sacrificare una parte degli introiti fiscali e scelse di applicare un aumento di sole 14 lire al litro (7 per i taxisti e i turisti), destinando parte dei proventi dell’aumento ai raffinatori nazionali per compensare i maggiori costi alla fonte. La formula funzionò, impedendo la battuta d’arresto nella crescita industriale ed economica italiana. Il 1956 si chiuse infatti con un bilancio positivo, con una crescita della produzione industriale tra il 7 e l’8%, pur terminando l’anno con l’incognita della durata del blocco di Suez. Peggio andò per le due grandi potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, che avevano deciso di intervenire militarmente rigettando l’idea diplomatica di una gestione multinazionale del canale. Oltre ad aver dovuto affrontare il prezzo della guerra, il blocco dei carburanti e la crescita dei prezzi costrinsero Londra e Parigi a misure ben più drastiche di quelle di Roma, con razionamenti forzati dell’energia, crescita dell’inflazione e conseguente tensione politica. La crisi del 1956 sarà il tramonto definitivo della colonizzazione anglo-francese in Medio Oriente, sostituita dall’egemonia economica degli Usa. La piccola Italia, pur in crescita, era riuscita a reggere meglio il colpo anche per la ancora limitata diffusione di beni privati energivori come automobili ed elettrodomestici (nel 1956 la motorizzazione di massa era ancora agli albori, con poco più di 1 milione di auto circolanti).
Fu nel periodo della crisi di Suez che l’Eni sviluppò la sua presenza in Medio Oriente, gettando le basi della coraggiosa e spregiudicata «dottrina Mattei». Già alla salita al potere di Nasser il presidente dell’ente italiano Enrico Mattei aveva stretto legami con il governo egiziano, offrendo tecnologia e know-how. Con Saipem aveva vinto in breve la gara per la costruzione dell’oleodotto tra Suez e il Cairo. Poco prima della crisi, Mattei entrò nella nuova società petrolifera di Stato egiziana, la International Egyptian Oil Company – IEOC), offrendo al governo del Cairo condizioni molto vantaggiose in termini economici, una formula che ripeté nel 1957 con l’Iran, aggirando la storica egemonia delle Sette Sorelle grazie alla partecipazione ad una società a capitale pubblico.
L’italia ebbe un ruolo importante anche nell’epilogo della crisi del Canale di Suez. Dal 31 ottobre 1956 ben 44 relitti di grandi navi ostruivano il passaggio. Serviva una task force per una bonifica urgente, per non prolungare ulteriormente il blocco. Tra le italiane fu scelta dalle Nazioni Unite la compagnia milanese Micoperi, con sede operativa a Ravenna. Dal 1946 si occupava di bonifica di relitti della guerra. A Suez operò con i pontoni «Squalo» e «Pegaso», affiancata dalle navi delle due società triestine Banfield e Tripcovich. Gli specialisti italiani lavorarono talmente bene da meritare un encomio solenne da parte del consorzio internazionale di bonifica a guida Danese e Olandese. Nell’aprile del 1957 il canale di Suez era libero. Ed il petrolio passò nuovamente, ma lasciando l’Europa con il sapore di una catastrofe economica devastante se solamente il blocco fosse stato prolungato solo di qualche mese.
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Così il premier durante l'informativa alla Camera sull'azione del governo, che ha toccato anche i temi di Hormuz, della crisi in Medio Oriente e del rapporto con gli Stati Uniti.
Quindi la stoccata alla leader Pd sul rapporto Europa-Usa e l'unità dell'Occidente: «Mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara a Elly Schlein, che noi siamo testardamente unitari. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo».