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2022-08-02
Ancora tensione in Kosovo: via alle prove generali di guerriglia civile nei Balcani
Vlaidimir Putin (Ansa)
Il governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba.
Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».
Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare».
Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento».
Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.
Grano, salpato il carico da Odessa
Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite.
Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo».
Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami.
Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile.
Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy.
Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
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Il caos si smorza dopo il rinvio dell’obbligo di targhe e documenti kosovari per i serbi. Ma l’ex Jugoslavia può trasformarsi in un altro terreno di scontro tra Usa e Russia.La nave, che trasporta 26.000 tonnellate di mais, arriverà oggi a Istanbul. Oltre 40 missili su Mykolaiv. Mosca vieta l’ingresso a 39 britannici, tra cui David Cameron.Lo speciale contiene due articoliIl governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba. Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare». Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento». Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-tensione-in-kosovo-via-alle-prove-generali-di-guerriglia-civile-nei-balcani-2657788828.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grano-salpato-il-carico-da-odessa" data-post-id="2657788828" data-published-at="1659389759" data-use-pagination="False"> Grano, salpato il carico da Odessa Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite. Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo». Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami. Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile. Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy. Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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