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2022-08-02
Ancora tensione in Kosovo: via alle prove generali di guerriglia civile nei Balcani
Vlaidimir Putin (Ansa)
Il governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba.
Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».
Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare».
Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento».
Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.
Grano, salpato il carico da Odessa
Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite.
Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo».
Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami.
Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile.
Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy.
Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
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Il caos si smorza dopo il rinvio dell’obbligo di targhe e documenti kosovari per i serbi. Ma l’ex Jugoslavia può trasformarsi in un altro terreno di scontro tra Usa e Russia.La nave, che trasporta 26.000 tonnellate di mais, arriverà oggi a Istanbul. Oltre 40 missili su Mykolaiv. Mosca vieta l’ingresso a 39 britannici, tra cui David Cameron.Lo speciale contiene due articoliIl governo del Kosovo ha rinviato al 1° settembre 2022 il divieto dell’uso di documenti e targhe di veicoli serbi nelle regioni del Nord, a maggioranza serba. Si tratta di una questione non certo di poco conto: a 14 anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, circa 50.000 serbi che vivono nel Nord del Paese usano targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado e si rifiutano categoricamente di riconoscere in ogni loro forma le istituzioni di Pristina. Un sondaggio del portale Kossev riporta che il 65% dei serbi del Kosovo non intende cambiare le targhe delle loro auto, figuriamoci i propri documenti visto che con l’applicazione della misura varata dal governo kosovaro i serbi del Kosovo vengono obbligati, oltre alle targhe kosovare, ad avere anche nuove carte d’identità. Puntualmente la misura che doveva entrare in vigore ieri ha scatenato le violente reazioni dei serbi del Kosovo che hanno alzato barricate e sparato contro la polizia sulle strade che portano ai valichi di Jarinje e Brnjak, mentre sono suonate le sirene d’allarme a Mitrovica Nord, la parte serba del Kosovo che è divisa in due dal fiume Ibar e che per questo è detta la «Berlino» del Kosovo. E così le tensioni tra Pristina e Belgrado, che da decenni covano sotto la cenere, sono nuovamente esplose e visti gli attori in campo (e quelli dietro le quinte) non lasciano certo ben sperare per il futuro prossimo. Il premier del Kosovo Albin Kurti, etnia albanese, da molti ritenuto responsabile per le tensioni di queste ore, ha accusato «i gruppi serbi fuori legge di aver aperto il fuoco contro la polizia kosovara al confine con la Serbia».Il deputato Vladimir Djukanovic, membro dello stesso partito del presidente serbo Aleksandar Vučić, ha così commentato i disordini delle ultime ore: «Tutto mi porta a dire che la Serbia sarà costretta ad iniziare la denazificazione dei Balcani». Parole che pesano come macigni in una situazione che è molto simile a quella del Donbass prima dell’intervento russo del 2014. Il copione è sempre lo stesso: le tensioni tra il governo e una parte della popolazione del Paese (in questo caso quella serba), c’è la narrazione che racconta di una popolazione filorussa «che subisce provocazioni e minaccia di difendersi» e ci sono le affermazioni del portavoce del Cremlino Dmitry Peskovche , con notevole tempismo, ha dichiarato che «la Russia considera irragionevoli le richieste del Kosovo, e sostiene la Serbia». Parole alle quali hanno fatto eco le affermazioni della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha parlato «di un’altra prova del fallimento della missione di mediazione dell’Unione europea, i serbi non rimarranno indifferenti quando si tratta di un attacco diretto alle loro libertà, e si prepareranno a uno scenario militare». Il riferimento è alla missione a guida Nato Kosovo Force (Kfor) presente nel tormentato Paese balcanico oggi con circa 3.802 militari, di cui 638 italiani, dalla fine della guerra nel 1999, sulla base della risoluzione 1244 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Nato ha fatto sapere in una nota «che gli uomini della Kfor sono pronti a intervenire nel nord del Kosovo qualora la sua stabilità sia a rischio, inoltre verranno prese tutte le misure necessarie per mantenere un Kosovo sicuro in ogni momento». Sulla decisione del Kosovo di spostare le misure al 1° settembre 2022 è intervenuto l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell che ha dichiarato: «Ora ci si aspetta che tutti i blocchi stradali vengano rimossi immediatamente. Le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo»; ma mentre scriviamo apprendiamo dai media locali che non tutti i blocchi sarebbero stati rimossi. La tensione, quindi, resta alta, tanto che la Rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Kosovo, Caroline Ziadeh, ha invitato le parti alla calma affinché la situazione non sfugga di mano: «Esorto tutti ad affrontare i problemi in buona fede». Non si è fatta attendere la riposta del presidente serbo Vučić che parlando alla nazione ha affermato: «I serbi del Kosovo non tollereranno altre persecuzioni. Cercheremo la pace, ma non ci arrenderemo. La Serbia non è un Paese che si può sconfiggere facilmente come lo era ai tempi di Milosevic». Le proteste di questi giorni in Kosovo arrivano dopo le manifestazioni del 6 giugno scorso nelle quali a scendere in piazza furono i veterani di guerra (secondo le stime questi sarebbero 30.000) che reclamavano l’aumento delle loro pensioni. La misura, a causa della mancanza di copertura finanziaria dopo molte discussioni, non è stata implementata, lasciando i veterani in aperto conflitto con il governo di Pristina. Ma al di là dei dettagli e dei localismi, sembra che chiaro che gli scontri delle ultime 24 ore vanno scemando non perché irrilevanti, ma perché un banco di prova di ciò che potrebbe succedere nei prossimi mesi. Magari in parallelo con la crisi Ucraina. Russia e Stati Uniti potrebbero trovare un terreno di scontro nei Balcani e numerose case in kosovo sono ancora oggi dotate di cantine piene di Kalasnikov, vecchi ma perfettamente funzionanti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ancora-tensione-in-kosovo-via-alle-prove-generali-di-guerriglia-civile-nei-balcani-2657788828.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="grano-salpato-il-carico-da-odessa" data-post-id="2657788828" data-published-at="1659389759" data-use-pagination="False"> Grano, salpato il carico da Odessa Dopo mesi di blocco delle esportazioni la prima nave carica di cereali ucraini ha preso il largo, diretta verso il Libano. Prima di arrivare a Beirut, però, il carico è atteso oggi in Turchia intorno alle 15,00. È Istanbul, infatti, la prima tappa della «Razoni», battente bandiera della Sierra Leone, partita ieri dal porto di Odessa con 26.000 tonnellate di mais. Il Centro di coordinamento congiunto (Jcc) istituito a Istanbul provvederà a ispezionare il carico, come previsto dall’accordo firmato lo scorso 22 luglio da Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite. Tempi e date riguardo a nuove partenze saranno stabilite dopo l’arrivo in Turchia del mercantile. «Ringrazio il nostro alleato turco per il suo ruolo fondamentale», ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. La partenza è stata accolta con entusiasmo anche dal capo delle Nazioni Unite (mediatrici dell’accordo) Antonio Guterres, il quale si augura «che questa sia la prima di molte navi mercantili in movimento secondo l’iniziativa firmata». Di «un gradito primo passo» ha parlato il premier britannico uscente Boris Johnson e parole sovrapponibili ha usato l’Ue, che guarda alla «piena attuazione dell’accordo». Il portavoce del Cremlino Peskov vede nella svolta di ieri una «buona opportunità per testare l’efficacia dei meccanismi concordati durante i colloqui a Istanbul», mentre si tratta di «un sollievo per il mondo» per il ministro degli Esteri ucraino, Kuleba. La Turchia, che ormai è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale di mediazione, ha rilanciato rendendosi disponibile a cercare di sbloccare la situazione anche riguardo al grano in attesa di partire dai porti della Russia. Intanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, lancia accuse di «omicidio premeditato» per Oleksiy Vadaturskyi, magnate del grano morto nel bombardamento di Mykolaiv. «Non è stato un incidente», dice. Il mistero aleggia anche su quanto accaduto all’economista e politico russo Anatoly Chubais, entrato in conflitto con Putin circa un mese dopo l’inizio della guerra. Il dissidente, che era in Sardegna dove ha delle proprietà, si è sentito improvvisamente male ed è ricoverato. L’uomo non è in pericolo di vita e si stanno attendendo gli esiti di alcuni esami. Sul fronte diplomatico peggiorano i rapporti tra Russia e Gran Bretagna. Il ministero degli Esteri di Mosca ha emanato il divieto di ingresso in Russia a 39 cittadini britannici, tra cui politici, giornalisti e imprenditori. Tra i sanzionati compare l’ex premier britannico David Cameron. Il ministero presenta la misura come una risposta alle azioni di Londra volte, secondo la Russia, a «isolare» Mosca. Mentre i giochi diplomatici continuano su tutti i tavoli, sul campo infuria la battaglia che ad Est vede prevalere Mosca e nel Sud registra piccoli progressi della controffensiva ucraina. Le forze russe hanno bombardato la regione di Donetsk 34 volte. Ad essere presi di mira 16 insediamenti: secondo fonti di polizia, la Russia ha utilizzato missili lanciati dall’aria, lanciarazzi multipli Uragan e Grad e artiglieria contro la popolazione civile. Le forze ucraine avrebbero invece riconquistato più di 40 insediamenti nella regione meridionale di Kherson, secondo il capo dell’amministrazione regionale, Dmytro Butriy. Butriy ha affermato che la maggior parte dei villaggi riconquistati si trova nella parte settentrionale della regione, mentre altri si trovano nella parte meridionale, vicino al Mar Nero e alla regione di Mykolaiv, pesantemente bombardata dai russi.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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