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2023-02-06
Quelle analisi false a Bankitalia e negli ospedali
iStock
Dovevano analizzare l’acqua prelevata da ospedali pubblici, cliniche private e importanti istituzioni pubbliche del Lazio e della Puglia. Parliamo, tra gli altri, del policlinico Gemelli, dell’Umberto I e della sede centrale della Banca d’Italia a Roma. Lavoravano con il 90% degli ospedali della capitale. Il loro compito era ricercare l’eventuale presenza della legionella, un batterio presente nelle condutture e molto pericoloso se respirato. Oltre alla legionella, dovevano verificare la presenza di nitrato, arsenico e altri microrganismi nocivi alla salute. Però i valori a rischio venivano corretti per farli rientrare nella norma: almeno così è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, al termine di una complessa inchiesta della Procura di Roma su due società di analisi leader in questo settore nel Lazio, la Technodal e la Farm. Sette gli avvisi di garanzia: in caso di rinvio a giudizio, gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di accuse pesantissime: falso in atto pubblico, falso in atti privati, frode in pubbliche forniture, associazione per delinquere e - ultimo ma non meno importante -truffa.
Le indagini, avviate nel 2018, riguardano analisi che sarebbero state falsificate, certificati rilasciati anche quando non venivano effettuati i prelievi, artifici e raggiri consistiti nell’aver falsificato rapporti di prova e averli consegnati alle strutture che, con regolare contratto, avevano affidato alla Technodal la gestione e manutenzione degli impianti di depurazione delle acque e la gestione dei rischi derivanti dalla presenza eccessiva di elementi chimici e microbiologici. Secondo il pubblico ministero Giuseppe Deodato, lo scopo era fare apparire adempiuti gli obblighi contrattuali per evitare la manutenzione e realizzare così un ingiusto profitto.
L’inchiesta è partita nel 2018 dall’esposto presentato da un ex dipendente, ma la pratica di truccare le analisi sarebbe continuata anche dopo che il Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) dei carabinieri, su disposizione del pm Deodato, aveva avviato i primi controlli. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, il sistema funzionava almeno dal 2015, a memoria di alcuni ex dipendenti anche prima, e sarebbe continuato fino al 2022 nel Lazio in Puglia. I tecnici della Technodal effettuavano il prelievo dei campioni di acqua nelle strutture convenzionate, dove doveva garantire anche la manutenzione e il corretto funzionamento degli impianti di trattamento e depurazione delle acque. I campioni venivano inviati per l’analisi al laboratorio della Farm di Guidonia Montecelio, incaricata di analizzarli.
Se emergevano valori fuori norma, il laboratorio lo comunicava a Technodal prima di emettere il certificato definitivo, indicando anche il correttivo da fare. Il certificato riportava dunque valori diversi da quelli effettivamente risultanti dalle analisi. Con quel pezzo di carta, Technodal diceva ai clienti che era tutto a posto, che la gestione del rischio era corretta e non era dunque necessario compiere correttivi sugli impianti. In questo modo, poiché nei contratti erano già compresi i costi di manutenzione, la ditta risparmiava quelle spese.
Alcuni esempi. Il rapporto di prova del 4 febbraio 2018 con intestazione Farm relativo al campione di acqua prelevato nella clinica Siligato di Civitavecchia riportava un valore (falso) inferiore a 100 nella conta della legionella, ma dalle analisi risulta fosse pari a 4.600.
Il certificato relativo a un prelievo effettuato il 2 marzo 2018 nella casa di cura Villa Sandra di Roma evidenziava un valore (falso) di 0,3 del nitrato sebbene fosse pari a 5. Idem per il campione prelevato il 30 marzo 2018 all’ospedale Paolo Colombo di Velletri: l’arsenico era quotato a 7 mentre in realtà era 24. Il 30 gennaio 2018 all’Ifo di Roma risultava che la conta di legionella fosse inferiore a 100 quando dalle analisi era pari a 6.600. Analogo conteggio era stato svolto nella sede di largo Bastia 35 della Banca d’Italia il 3 ottobre 2017: il valore effettivo di 6.400 era stato corretto a mano per portarlo a meno di 100.
Tutto è racchiuso all’interno di un programma gestionale della Technodal, dove era stato elaborato un elenco di codici per classificare le certificazioni falsificate e quelle inventate di sana pianta, cioè per le quali non era stato nemmeno effettuato il prelievo nonostante che i certificati riportassero valori normali. Gli stessi certificati, almeno in parte, erano falsi pur essendo su carta intestata del laboratorio. Gli originali, infatti, vengono identificati da codici numerici mentre i falsi riportano codici alfanumerici. Sarebbe stata falsificata anche la firma dell’amministratore unico della Farm, Francesco Farinelli, come ha denunciato il diretto interessato. «Un brutto colpo per me, io stesso sono vittima di una frode», dice alla Verità l’amministratore unico del laboratorio di analisi incaricato dalla Technodal.
«A noi», aggiunge Farinelli, «arrivavano campioni di acqua prelevati dalla Technodal e non da nostro personale formato per i prelievi secondo i metodi ufficiali. Non ne conoscevamo la provenienza; il nostro compito era di analizzare quei campioni così come ci pervenivano e venivano dichiarati. Quando mi sono reso conto che la committenza manometteva i certificati da noi emessi, e mi sono nello stesso tempo accorto che la firma su alcuni certificati non era la mia, ho fatto subito denuncia e bloccato ogni rapporto con la Technodal».
La Verità ha interpellato anche gli amministratori della Technodal per conoscere la loro versione dei fatti. Gli indagati sono i fratelli Carlo, Manuel e Raffaele D’Alonzo, soci e amministratori di fatto, oltre che la madre Bruna Berselli, legale rappresentante della società. Essi tuttavia hanno preferito non rilasciare dichiarazioni: «Risponderemo nelle sedi opportune», hanno fatto sapere tramite i loro legali. L’udienza preliminare è stata fissata per il 12 maggio.
L’inchiesta, per il momento, riguarda il Lazio. Ma nuovi sviluppi potrebbero portare in Puglia, dove già qualcosa si è mosso, come conferma il direttore sanitario della Als Foggia, Franco Angelo Mezzadri. «Venuta a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto la ditta Technodal», ha scritto Mezzadri in una nota, «la direzione dell’Asl Foggia ha incaricato immediatamente gli uffici competenti di avviare una verifica sull’adempimento degli obblighi contrattuali da parte della suddetta ditta e, in particolare, sulle certificazioni di analisi rilasciate. In base agli esiti della verifica saranno adottati i conseguenziali provvedimenti».
La denuncia dell’ex dipendente: «Ho visto referti di prelievi mai fatti»
È il 4 dicembre 2018 quando viene notificato l’ordine di perquisizione alla Technodal srl e alla Farm srl. Nell’occasione vengono sequestrati certificati di analisi ed email del capotecnico e di tutti i soci. È l’inizio di un’inchiesta che ha cercato di fare luce su un sistema complesso e consolidato. Ad accendere i riflettori è un dipendente storico della Technodal, che per 23 anni si è occupato del trattamento delle acque nei centri di emodialisi e che ora conferma quanto è emerso nel corso delle indagini riguardo la manutenzione e le anomalie dei prelievi.
Si chiama Marco Stacconi e si è sempre ribellato al sistema che regnava in azienda finché, nel 2017, ha deciso di andare via. Stacconi capisce che qualcosa non va quando nota che, nonostante alcuni prelievi non fossero stati effettuati, spuntavano comunque i responsi. Inizialmente pensa a una svista o un errore, considerato che le indicazioni sui lavori da effettuare venivano riferite ai tecnici mediante una bolla sulla quale, accanto ai prelievi da non fare, figurava la dicitura «SC». L’attività non si limitava ai prelievi. Stacconi ricorda, ad esempio, la clinica Villa Tiberia, poi commissariata, dove per contratto era prevista la sostituzione di una membrana osmotica ogni mese, con un costo di circa 5.000 euro: per molti anni lui che si occupava della manutenzione non ha cambiato nemmeno una membrana. Che veniva comunque pagata dalla clinica alla Technodal. Stacconi dice che lo stesso avveniva negli ospedali romani San Camillo e Forlanini. Alle volte si andava nei reparti, si faceva firmare ai caposala la bolla di consegna di materiali che poi, tuttavia, non venivano mai lasciati pur essendo pagati dai clienti della Technodal.
A confermare la mancata manutenzione c’è anche un’anomalia tra le entrate e le uscite dei prodotti nel magazzino Technodal. Stacconi, ad esempio, ricorda che sul pc risultavano 100 filtri in entrata e 80 in uscita, ma quando veniva effettuato il controllo allo scaffale, di filtri non se ne trovavano 20 ma 40. E non esclude che forse qualcuno all’interno delle strutture sapesse o, comunque, avesse agito con leggerezza visto che di rado dagli uffici tecnici dei vari clienti Technodal venivano effettuati controlli sui lavori che spesso non venivano effettuati.
I responsabili, secondo il pubblico ministero che ha coordinato le indagini, sarebbero i D’Alonzo, i quali avrebbero commesso frode nell’esecuzione dei contratti di fornitura e di prestazione dei servizi inerenti a fornitura, manutenzione e assistenza tecnica degli impianti di trattamento idrico stipulati con le sedi istituzionali e strutture sanitarie pubbliche e private. L’azienda di cui sono soci e amministratori, la Technodal, non effettuava le necessarie manutenzioni degli impianti né interventi correttivi previsti nei contratti. Riuscivano a sottrarsi all’impegno dichiarando che tali interventi non erano necessari in base ai risultati alterati delle analisi di laboratorio sui campioni delle acque. Controlli che invece avrebbero richiesto la massima cura, visto che dovevano prevenire il diffondersi della legionellosi e verificare l’eccessiva presenza di elementi chimici e batteriologici nocivi.
Manutenzioni non eseguite, firme falsificate all’insaputa dei diretti interessati, certificati alterati: tutto questo per trarre profitto evitando una serie di spese (come la manutenzione o i pezzi di ricambio) che venivano però pagate dai committenti come da contratto. Lo sa bene un altro ex dipendente. Andrea Giardini si occupava della sicurezza aziendale fino al febbraio 2020, quando decise di dimettersi. Accortosi delle irregolarità, incontrò i responsabili dell’azienda, Carlo e Raffaele D’Alonzo. Cercò, senza risultati, di far capire che le attività messe in piedi erano deplorevoli e potenzialmente dannose nei confronti dei pazienti e avrebbero messo a rischio la sopravvivenza stessa della società. Perché le pratiche irregolari si erano protratte anche dopo che, nel 2019, in Technodal erano stati notificati i quattro avvisi di garanzia ai tre fratelli D’Alonzo e alla madre Bruna Berselli, rappresentante legale.
Gli inquirenti avevano cominciato a indagare anche all’interno e a quel punto Giardini, insieme con il capo tecnico Marco Boschino, finito anch’egli nel registro degli indagati pur dichiarandosi vittima più che complice, scoprirono che il programma gestionale Dalgest, realizzato da un dipendente - poi licenziato - sotto le direttive dei vertici Technodal, presentava anomalie nella attività. Interpellato dalla Verità, Giardini rivela: «Incontrai Raffaele D’Alonzo e lo incalzai con le domande. Lui mi confessò che le analisi batteriologiche e chimiche venivano modificate da lui con il software Acrobat online». Sia Giardini sia Boschino raccontarono di aver scoperto che di tutti i tecnici era stata digitalizzata la firma sul programma, e così pure erano state scannerizzate le firme dei clienti, in modo da utilizzarle a piacimento.
Boschino scoprirà in seguito che anche la sua firma e le firme dei tecnici potevano essere utilizzate per chiudere le lavorazioni in autonomia direttamente dal sistema. E ricorda anche di come sul gruppo di lavoro aperto su Whatsapp fossero gli stessi tecnici a lamentare la chiusura di alcuni interventi senza mai essersi recati dal cliente. Dopo la perquisizione dei Nas si scoprì che la stessa cosa potrebbe essere accaduta con le firme dei responsabili dei capi commessa dei clienti. Con questo sistema si facevano risultare chiuse lavorazioni mai eseguite.
«Gravi minacce per pazienti e lavoratori»
Quali rischi comporta, soprattutto per le persone fragili, frequentare ambienti in cui l’acqua presenta livelli fuori norma di arsenico e nitrati, oltre che la presenza del batterio della Legionella? Lo spiega Stefano Polesello, primo ricercatore dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr.
Quanto è pericoloso esporsi alla legionellosi o bere acqua contaminata?
«Ogni superamento di limiti comporta rischi per chiunque, a maggior ragione per le persone malate e fragili. I più a rischio sono i dializzati, il cui organismo è già sottoposto a stress molto gravi con elevato rischio di infezione».
Che cosa significa che la conta della legionella presenta un valore pari a 4.600 mentre dai referti di analisi risulta (falsamente) inferiore a 100?
«Mette a rischio il personale che viene in contatto con l’acqua contaminata. Il batterio della legionella ha come principale veicolo di trasmissione per l’uomo l’aerosol perché colpisce le vie aeree. Ingerire acqua non comporta gravi rischi, anche se non fa certo bene, ma il peggio accade quando si apre il rubinetto e automaticamente vengono generate particelle che si disperdono nell’aria. Fare la doccia con acqua contaminata è più rischioso che berla, e teniamo conto che la legionellosi è fortemente contagiosa».
Cosa comporta il contatto continuato con questi batteri o le altre sostanze pericolose?
«Per la legionella non è importante il tempo di esposizione, quanto gli elementi contenuti. Una lunga e costante esposizione all’arsenico può portare a disfunzioni importanti essendo un elemento molto tossico. Il nitrato a sua volta è considerato una sostanza pericolosa in assunzione cronica, quindi continuata nel tempo, soprattutto per anziani e bambini».
Come possono rientrare nella norma gli eventuali livelli di tossicità?
«Attraverso il trattamento delle acque. Uno dei metodi principali è l’abbattimento attraverso assorbenti su sostanza solida come il carbone attivo, oppure lo scambio ionico. Ma questi materiali assorbenti a un certo punto si saturano».
E cosa significa?
«Che senza manutenzione e sostituzione periodica il sistema smette di funzionare, quindi non tratterrà più le sostanze tossiche. Nel caso della legionella, invece, sono necessari sistemi di disinfezione. Ogni membrana dove ristagna l’acqua può essere sorgente di formazione microbiologica e quindi di accumulo anche di altri agenti patogeni, come batteri e virus normalmente presenti in maniera molto diluita che lì crescono. Inoltre, resine e sostanze assorbenti da sostituire possono rilasciare quello che hanno trattenuto».
Quindi l’assenza di manutenzione può creare un rischio anche dove non c’è?
«Certo. Da una parte non vengono più trattenute le sostanze tossiche, e dall’altra diventano esse stesse sorgente di agenti contaminanti. I gestori delle acque potabili di solito usano il cloro per mantenere il livello di disinfezione sufficiente per tutta la rete. Ma se il sistema viene modificato con l’impiego di depuratori, indispensabili per strutture pubbliche come gli ospedali, non basta più la semplice clorazione: occorre una sanificazione per eliminare l’accumulo di batteri che oltre una certa concentrazione diventano patogeni».
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Una società di Roma è accusata di truccare gli esami sulla presenza di legionella e sostanze nocive in sedi sanitarie e istituzionali. Un sistema consolidato per lucrare sulle spese della manutenzione.Controlli inesistenti o alterati per evitare di compiere interventi. I computer erano programmati per mettere firme non regolari.L’esperto del Cnr Stefano Polesello: «Senza interventi periodici si creano pericoli anche se tutto sembra funzionare bene».Lo speciale contiene tre articoli.Dovevano analizzare l’acqua prelevata da ospedali pubblici, cliniche private e importanti istituzioni pubbliche del Lazio e della Puglia. Parliamo, tra gli altri, del policlinico Gemelli, dell’Umberto I e della sede centrale della Banca d’Italia a Roma. Lavoravano con il 90% degli ospedali della capitale. Il loro compito era ricercare l’eventuale presenza della legionella, un batterio presente nelle condutture e molto pericoloso se respirato. Oltre alla legionella, dovevano verificare la presenza di nitrato, arsenico e altri microrganismi nocivi alla salute. Però i valori a rischio venivano corretti per farli rientrare nella norma: almeno così è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, al termine di una complessa inchiesta della Procura di Roma su due società di analisi leader in questo settore nel Lazio, la Technodal e la Farm. Sette gli avvisi di garanzia: in caso di rinvio a giudizio, gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di accuse pesantissime: falso in atto pubblico, falso in atti privati, frode in pubbliche forniture, associazione per delinquere e - ultimo ma non meno importante -truffa.Le indagini, avviate nel 2018, riguardano analisi che sarebbero state falsificate, certificati rilasciati anche quando non venivano effettuati i prelievi, artifici e raggiri consistiti nell’aver falsificato rapporti di prova e averli consegnati alle strutture che, con regolare contratto, avevano affidato alla Technodal la gestione e manutenzione degli impianti di depurazione delle acque e la gestione dei rischi derivanti dalla presenza eccessiva di elementi chimici e microbiologici. Secondo il pubblico ministero Giuseppe Deodato, lo scopo era fare apparire adempiuti gli obblighi contrattuali per evitare la manutenzione e realizzare così un ingiusto profitto.L’inchiesta è partita nel 2018 dall’esposto presentato da un ex dipendente, ma la pratica di truccare le analisi sarebbe continuata anche dopo che il Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) dei carabinieri, su disposizione del pm Deodato, aveva avviato i primi controlli. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, il sistema funzionava almeno dal 2015, a memoria di alcuni ex dipendenti anche prima, e sarebbe continuato fino al 2022 nel Lazio in Puglia. I tecnici della Technodal effettuavano il prelievo dei campioni di acqua nelle strutture convenzionate, dove doveva garantire anche la manutenzione e il corretto funzionamento degli impianti di trattamento e depurazione delle acque. I campioni venivano inviati per l’analisi al laboratorio della Farm di Guidonia Montecelio, incaricata di analizzarli. Se emergevano valori fuori norma, il laboratorio lo comunicava a Technodal prima di emettere il certificato definitivo, indicando anche il correttivo da fare. Il certificato riportava dunque valori diversi da quelli effettivamente risultanti dalle analisi. Con quel pezzo di carta, Technodal diceva ai clienti che era tutto a posto, che la gestione del rischio era corretta e non era dunque necessario compiere correttivi sugli impianti. In questo modo, poiché nei contratti erano già compresi i costi di manutenzione, la ditta risparmiava quelle spese.Alcuni esempi. Il rapporto di prova del 4 febbraio 2018 con intestazione Farm relativo al campione di acqua prelevato nella clinica Siligato di Civitavecchia riportava un valore (falso) inferiore a 100 nella conta della legionella, ma dalle analisi risulta fosse pari a 4.600.Il certificato relativo a un prelievo effettuato il 2 marzo 2018 nella casa di cura Villa Sandra di Roma evidenziava un valore (falso) di 0,3 del nitrato sebbene fosse pari a 5. Idem per il campione prelevato il 30 marzo 2018 all’ospedale Paolo Colombo di Velletri: l’arsenico era quotato a 7 mentre in realtà era 24. Il 30 gennaio 2018 all’Ifo di Roma risultava che la conta di legionella fosse inferiore a 100 quando dalle analisi era pari a 6.600. Analogo conteggio era stato svolto nella sede di largo Bastia 35 della Banca d’Italia il 3 ottobre 2017: il valore effettivo di 6.400 era stato corretto a mano per portarlo a meno di 100.Tutto è racchiuso all’interno di un programma gestionale della Technodal, dove era stato elaborato un elenco di codici per classificare le certificazioni falsificate e quelle inventate di sana pianta, cioè per le quali non era stato nemmeno effettuato il prelievo nonostante che i certificati riportassero valori normali. Gli stessi certificati, almeno in parte, erano falsi pur essendo su carta intestata del laboratorio. Gli originali, infatti, vengono identificati da codici numerici mentre i falsi riportano codici alfanumerici. Sarebbe stata falsificata anche la firma dell’amministratore unico della Farm, Francesco Farinelli, come ha denunciato il diretto interessato. «Un brutto colpo per me, io stesso sono vittima di una frode», dice alla Verità l’amministratore unico del laboratorio di analisi incaricato dalla Technodal.«A noi», aggiunge Farinelli, «arrivavano campioni di acqua prelevati dalla Technodal e non da nostro personale formato per i prelievi secondo i metodi ufficiali. Non ne conoscevamo la provenienza; il nostro compito era di analizzare quei campioni così come ci pervenivano e venivano dichiarati. Quando mi sono reso conto che la committenza manometteva i certificati da noi emessi, e mi sono nello stesso tempo accorto che la firma su alcuni certificati non era la mia, ho fatto subito denuncia e bloccato ogni rapporto con la Technodal».La Verità ha interpellato anche gli amministratori della Technodal per conoscere la loro versione dei fatti. Gli indagati sono i fratelli Carlo, Manuel e Raffaele D’Alonzo, soci e amministratori di fatto, oltre che la madre Bruna Berselli, legale rappresentante della società. Essi tuttavia hanno preferito non rilasciare dichiarazioni: «Risponderemo nelle sedi opportune», hanno fatto sapere tramite i loro legali. L’udienza preliminare è stata fissata per il 12 maggio.L’inchiesta, per il momento, riguarda il Lazio. Ma nuovi sviluppi potrebbero portare in Puglia, dove già qualcosa si è mosso, come conferma il direttore sanitario della Als Foggia, Franco Angelo Mezzadri. «Venuta a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto la ditta Technodal», ha scritto Mezzadri in una nota, «la direzione dell’Asl Foggia ha incaricato immediatamente gli uffici competenti di avviare una verifica sull’adempimento degli obblighi contrattuali da parte della suddetta ditta e, in particolare, sulle certificazioni di analisi rilasciate. In base agli esiti della verifica saranno adottati i conseguenziali provvedimenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-false-bankitalia-ospedali-2659373967.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-denuncia-dellex-dipendente-ho-visto-referti-di-prelievi-mai-fatti" data-post-id="2659373967" data-published-at="1675605164" data-use-pagination="False"> La denuncia dell’ex dipendente: «Ho visto referti di prelievi mai fatti» È il 4 dicembre 2018 quando viene notificato l’ordine di perquisizione alla Technodal srl e alla Farm srl. Nell’occasione vengono sequestrati certificati di analisi ed email del capotecnico e di tutti i soci. È l’inizio di un’inchiesta che ha cercato di fare luce su un sistema complesso e consolidato. Ad accendere i riflettori è un dipendente storico della Technodal, che per 23 anni si è occupato del trattamento delle acque nei centri di emodialisi e che ora conferma quanto è emerso nel corso delle indagini riguardo la manutenzione e le anomalie dei prelievi. Si chiama Marco Stacconi e si è sempre ribellato al sistema che regnava in azienda finché, nel 2017, ha deciso di andare via. Stacconi capisce che qualcosa non va quando nota che, nonostante alcuni prelievi non fossero stati effettuati, spuntavano comunque i responsi. Inizialmente pensa a una svista o un errore, considerato che le indicazioni sui lavori da effettuare venivano riferite ai tecnici mediante una bolla sulla quale, accanto ai prelievi da non fare, figurava la dicitura «SC». L’attività non si limitava ai prelievi. Stacconi ricorda, ad esempio, la clinica Villa Tiberia, poi commissariata, dove per contratto era prevista la sostituzione di una membrana osmotica ogni mese, con un costo di circa 5.000 euro: per molti anni lui che si occupava della manutenzione non ha cambiato nemmeno una membrana. Che veniva comunque pagata dalla clinica alla Technodal. Stacconi dice che lo stesso avveniva negli ospedali romani San Camillo e Forlanini. Alle volte si andava nei reparti, si faceva firmare ai caposala la bolla di consegna di materiali che poi, tuttavia, non venivano mai lasciati pur essendo pagati dai clienti della Technodal. A confermare la mancata manutenzione c’è anche un’anomalia tra le entrate e le uscite dei prodotti nel magazzino Technodal. Stacconi, ad esempio, ricorda che sul pc risultavano 100 filtri in entrata e 80 in uscita, ma quando veniva effettuato il controllo allo scaffale, di filtri non se ne trovavano 20 ma 40. E non esclude che forse qualcuno all’interno delle strutture sapesse o, comunque, avesse agito con leggerezza visto che di rado dagli uffici tecnici dei vari clienti Technodal venivano effettuati controlli sui lavori che spesso non venivano effettuati. I responsabili, secondo il pubblico ministero che ha coordinato le indagini, sarebbero i D’Alonzo, i quali avrebbero commesso frode nell’esecuzione dei contratti di fornitura e di prestazione dei servizi inerenti a fornitura, manutenzione e assistenza tecnica degli impianti di trattamento idrico stipulati con le sedi istituzionali e strutture sanitarie pubbliche e private. L’azienda di cui sono soci e amministratori, la Technodal, non effettuava le necessarie manutenzioni degli impianti né interventi correttivi previsti nei contratti. Riuscivano a sottrarsi all’impegno dichiarando che tali interventi non erano necessari in base ai risultati alterati delle analisi di laboratorio sui campioni delle acque. Controlli che invece avrebbero richiesto la massima cura, visto che dovevano prevenire il diffondersi della legionellosi e verificare l’eccessiva presenza di elementi chimici e batteriologici nocivi. Manutenzioni non eseguite, firme falsificate all’insaputa dei diretti interessati, certificati alterati: tutto questo per trarre profitto evitando una serie di spese (come la manutenzione o i pezzi di ricambio) che venivano però pagate dai committenti come da contratto. Lo sa bene un altro ex dipendente. Andrea Giardini si occupava della sicurezza aziendale fino al febbraio 2020, quando decise di dimettersi. Accortosi delle irregolarità, incontrò i responsabili dell’azienda, Carlo e Raffaele D’Alonzo. Cercò, senza risultati, di far capire che le attività messe in piedi erano deplorevoli e potenzialmente dannose nei confronti dei pazienti e avrebbero messo a rischio la sopravvivenza stessa della società. Perché le pratiche irregolari si erano protratte anche dopo che, nel 2019, in Technodal erano stati notificati i quattro avvisi di garanzia ai tre fratelli D’Alonzo e alla madre Bruna Berselli, rappresentante legale. Gli inquirenti avevano cominciato a indagare anche all’interno e a quel punto Giardini, insieme con il capo tecnico Marco Boschino, finito anch’egli nel registro degli indagati pur dichiarandosi vittima più che complice, scoprirono che il programma gestionale Dalgest, realizzato da un dipendente - poi licenziato - sotto le direttive dei vertici Technodal, presentava anomalie nella attività. Interpellato dalla Verità, Giardini rivela: «Incontrai Raffaele D’Alonzo e lo incalzai con le domande. Lui mi confessò che le analisi batteriologiche e chimiche venivano modificate da lui con il software Acrobat online». Sia Giardini sia Boschino raccontarono di aver scoperto che di tutti i tecnici era stata digitalizzata la firma sul programma, e così pure erano state scannerizzate le firme dei clienti, in modo da utilizzarle a piacimento. Boschino scoprirà in seguito che anche la sua firma e le firme dei tecnici potevano essere utilizzate per chiudere le lavorazioni in autonomia direttamente dal sistema. E ricorda anche di come sul gruppo di lavoro aperto su Whatsapp fossero gli stessi tecnici a lamentare la chiusura di alcuni interventi senza mai essersi recati dal cliente. Dopo la perquisizione dei Nas si scoprì che la stessa cosa potrebbe essere accaduta con le firme dei responsabili dei capi commessa dei clienti. 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I più a rischio sono i dializzati, il cui organismo è già sottoposto a stress molto gravi con elevato rischio di infezione». Che cosa significa che la conta della legionella presenta un valore pari a 4.600 mentre dai referti di analisi risulta (falsamente) inferiore a 100? «Mette a rischio il personale che viene in contatto con l’acqua contaminata. Il batterio della legionella ha come principale veicolo di trasmissione per l’uomo l’aerosol perché colpisce le vie aeree. Ingerire acqua non comporta gravi rischi, anche se non fa certo bene, ma il peggio accade quando si apre il rubinetto e automaticamente vengono generate particelle che si disperdono nell’aria. Fare la doccia con acqua contaminata è più rischioso che berla, e teniamo conto che la legionellosi è fortemente contagiosa». Cosa comporta il contatto continuato con questi batteri o le altre sostanze pericolose? «Per la legionella non è importante il tempo di esposizione, quanto gli elementi contenuti. Una lunga e costante esposizione all’arsenico può portare a disfunzioni importanti essendo un elemento molto tossico. Il nitrato a sua volta è considerato una sostanza pericolosa in assunzione cronica, quindi continuata nel tempo, soprattutto per anziani e bambini». Come possono rientrare nella norma gli eventuali livelli di tossicità? «Attraverso il trattamento delle acque. Uno dei metodi principali è l’abbattimento attraverso assorbenti su sostanza solida come il carbone attivo, oppure lo scambio ionico. Ma questi materiali assorbenti a un certo punto si saturano». E cosa significa? «Che senza manutenzione e sostituzione periodica il sistema smette di funzionare, quindi non tratterrà più le sostanze tossiche. Nel caso della legionella, invece, sono necessari sistemi di disinfezione. Ogni membrana dove ristagna l’acqua può essere sorgente di formazione microbiologica e quindi di accumulo anche di altri agenti patogeni, come batteri e virus normalmente presenti in maniera molto diluita che lì crescono. Inoltre, resine e sostanze assorbenti da sostituire possono rilasciare quello che hanno trattenuto». Quindi l’assenza di manutenzione può creare un rischio anche dove non c’è? «Certo. Da una parte non vengono più trattenute le sostanze tossiche, e dall’altra diventano esse stesse sorgente di agenti contaminanti. I gestori delle acque potabili di solito usano il cloro per mantenere il livello di disinfezione sufficiente per tutta la rete. Ma se il sistema viene modificato con l’impiego di depuratori, indispensabili per strutture pubbliche come gli ospedali, non basta più la semplice clorazione: occorre una sanificazione per eliminare l’accumulo di batteri che oltre una certa concentrazione diventano patogeni».
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Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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