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2023-02-06
Quelle analisi false a Bankitalia e negli ospedali
iStock
Dovevano analizzare l’acqua prelevata da ospedali pubblici, cliniche private e importanti istituzioni pubbliche del Lazio e della Puglia. Parliamo, tra gli altri, del policlinico Gemelli, dell’Umberto I e della sede centrale della Banca d’Italia a Roma. Lavoravano con il 90% degli ospedali della capitale. Il loro compito era ricercare l’eventuale presenza della legionella, un batterio presente nelle condutture e molto pericoloso se respirato. Oltre alla legionella, dovevano verificare la presenza di nitrato, arsenico e altri microrganismi nocivi alla salute. Però i valori a rischio venivano corretti per farli rientrare nella norma: almeno così è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, al termine di una complessa inchiesta della Procura di Roma su due società di analisi leader in questo settore nel Lazio, la Technodal e la Farm. Sette gli avvisi di garanzia: in caso di rinvio a giudizio, gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di accuse pesantissime: falso in atto pubblico, falso in atti privati, frode in pubbliche forniture, associazione per delinquere e - ultimo ma non meno importante -truffa.
Le indagini, avviate nel 2018, riguardano analisi che sarebbero state falsificate, certificati rilasciati anche quando non venivano effettuati i prelievi, artifici e raggiri consistiti nell’aver falsificato rapporti di prova e averli consegnati alle strutture che, con regolare contratto, avevano affidato alla Technodal la gestione e manutenzione degli impianti di depurazione delle acque e la gestione dei rischi derivanti dalla presenza eccessiva di elementi chimici e microbiologici. Secondo il pubblico ministero Giuseppe Deodato, lo scopo era fare apparire adempiuti gli obblighi contrattuali per evitare la manutenzione e realizzare così un ingiusto profitto.
L’inchiesta è partita nel 2018 dall’esposto presentato da un ex dipendente, ma la pratica di truccare le analisi sarebbe continuata anche dopo che il Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) dei carabinieri, su disposizione del pm Deodato, aveva avviato i primi controlli. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, il sistema funzionava almeno dal 2015, a memoria di alcuni ex dipendenti anche prima, e sarebbe continuato fino al 2022 nel Lazio in Puglia. I tecnici della Technodal effettuavano il prelievo dei campioni di acqua nelle strutture convenzionate, dove doveva garantire anche la manutenzione e il corretto funzionamento degli impianti di trattamento e depurazione delle acque. I campioni venivano inviati per l’analisi al laboratorio della Farm di Guidonia Montecelio, incaricata di analizzarli.
Se emergevano valori fuori norma, il laboratorio lo comunicava a Technodal prima di emettere il certificato definitivo, indicando anche il correttivo da fare. Il certificato riportava dunque valori diversi da quelli effettivamente risultanti dalle analisi. Con quel pezzo di carta, Technodal diceva ai clienti che era tutto a posto, che la gestione del rischio era corretta e non era dunque necessario compiere correttivi sugli impianti. In questo modo, poiché nei contratti erano già compresi i costi di manutenzione, la ditta risparmiava quelle spese.
Alcuni esempi. Il rapporto di prova del 4 febbraio 2018 con intestazione Farm relativo al campione di acqua prelevato nella clinica Siligato di Civitavecchia riportava un valore (falso) inferiore a 100 nella conta della legionella, ma dalle analisi risulta fosse pari a 4.600.
Il certificato relativo a un prelievo effettuato il 2 marzo 2018 nella casa di cura Villa Sandra di Roma evidenziava un valore (falso) di 0,3 del nitrato sebbene fosse pari a 5. Idem per il campione prelevato il 30 marzo 2018 all’ospedale Paolo Colombo di Velletri: l’arsenico era quotato a 7 mentre in realtà era 24. Il 30 gennaio 2018 all’Ifo di Roma risultava che la conta di legionella fosse inferiore a 100 quando dalle analisi era pari a 6.600. Analogo conteggio era stato svolto nella sede di largo Bastia 35 della Banca d’Italia il 3 ottobre 2017: il valore effettivo di 6.400 era stato corretto a mano per portarlo a meno di 100.
Tutto è racchiuso all’interno di un programma gestionale della Technodal, dove era stato elaborato un elenco di codici per classificare le certificazioni falsificate e quelle inventate di sana pianta, cioè per le quali non era stato nemmeno effettuato il prelievo nonostante che i certificati riportassero valori normali. Gli stessi certificati, almeno in parte, erano falsi pur essendo su carta intestata del laboratorio. Gli originali, infatti, vengono identificati da codici numerici mentre i falsi riportano codici alfanumerici. Sarebbe stata falsificata anche la firma dell’amministratore unico della Farm, Francesco Farinelli, come ha denunciato il diretto interessato. «Un brutto colpo per me, io stesso sono vittima di una frode», dice alla Verità l’amministratore unico del laboratorio di analisi incaricato dalla Technodal.
«A noi», aggiunge Farinelli, «arrivavano campioni di acqua prelevati dalla Technodal e non da nostro personale formato per i prelievi secondo i metodi ufficiali. Non ne conoscevamo la provenienza; il nostro compito era di analizzare quei campioni così come ci pervenivano e venivano dichiarati. Quando mi sono reso conto che la committenza manometteva i certificati da noi emessi, e mi sono nello stesso tempo accorto che la firma su alcuni certificati non era la mia, ho fatto subito denuncia e bloccato ogni rapporto con la Technodal».
La Verità ha interpellato anche gli amministratori della Technodal per conoscere la loro versione dei fatti. Gli indagati sono i fratelli Carlo, Manuel e Raffaele D’Alonzo, soci e amministratori di fatto, oltre che la madre Bruna Berselli, legale rappresentante della società. Essi tuttavia hanno preferito non rilasciare dichiarazioni: «Risponderemo nelle sedi opportune», hanno fatto sapere tramite i loro legali. L’udienza preliminare è stata fissata per il 12 maggio.
L’inchiesta, per il momento, riguarda il Lazio. Ma nuovi sviluppi potrebbero portare in Puglia, dove già qualcosa si è mosso, come conferma il direttore sanitario della Als Foggia, Franco Angelo Mezzadri. «Venuta a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto la ditta Technodal», ha scritto Mezzadri in una nota, «la direzione dell’Asl Foggia ha incaricato immediatamente gli uffici competenti di avviare una verifica sull’adempimento degli obblighi contrattuali da parte della suddetta ditta e, in particolare, sulle certificazioni di analisi rilasciate. In base agli esiti della verifica saranno adottati i conseguenziali provvedimenti».
La denuncia dell’ex dipendente: «Ho visto referti di prelievi mai fatti»
È il 4 dicembre 2018 quando viene notificato l’ordine di perquisizione alla Technodal srl e alla Farm srl. Nell’occasione vengono sequestrati certificati di analisi ed email del capotecnico e di tutti i soci. È l’inizio di un’inchiesta che ha cercato di fare luce su un sistema complesso e consolidato. Ad accendere i riflettori è un dipendente storico della Technodal, che per 23 anni si è occupato del trattamento delle acque nei centri di emodialisi e che ora conferma quanto è emerso nel corso delle indagini riguardo la manutenzione e le anomalie dei prelievi.
Si chiama Marco Stacconi e si è sempre ribellato al sistema che regnava in azienda finché, nel 2017, ha deciso di andare via. Stacconi capisce che qualcosa non va quando nota che, nonostante alcuni prelievi non fossero stati effettuati, spuntavano comunque i responsi. Inizialmente pensa a una svista o un errore, considerato che le indicazioni sui lavori da effettuare venivano riferite ai tecnici mediante una bolla sulla quale, accanto ai prelievi da non fare, figurava la dicitura «SC». L’attività non si limitava ai prelievi. Stacconi ricorda, ad esempio, la clinica Villa Tiberia, poi commissariata, dove per contratto era prevista la sostituzione di una membrana osmotica ogni mese, con un costo di circa 5.000 euro: per molti anni lui che si occupava della manutenzione non ha cambiato nemmeno una membrana. Che veniva comunque pagata dalla clinica alla Technodal. Stacconi dice che lo stesso avveniva negli ospedali romani San Camillo e Forlanini. Alle volte si andava nei reparti, si faceva firmare ai caposala la bolla di consegna di materiali che poi, tuttavia, non venivano mai lasciati pur essendo pagati dai clienti della Technodal.
A confermare la mancata manutenzione c’è anche un’anomalia tra le entrate e le uscite dei prodotti nel magazzino Technodal. Stacconi, ad esempio, ricorda che sul pc risultavano 100 filtri in entrata e 80 in uscita, ma quando veniva effettuato il controllo allo scaffale, di filtri non se ne trovavano 20 ma 40. E non esclude che forse qualcuno all’interno delle strutture sapesse o, comunque, avesse agito con leggerezza visto che di rado dagli uffici tecnici dei vari clienti Technodal venivano effettuati controlli sui lavori che spesso non venivano effettuati.
I responsabili, secondo il pubblico ministero che ha coordinato le indagini, sarebbero i D’Alonzo, i quali avrebbero commesso frode nell’esecuzione dei contratti di fornitura e di prestazione dei servizi inerenti a fornitura, manutenzione e assistenza tecnica degli impianti di trattamento idrico stipulati con le sedi istituzionali e strutture sanitarie pubbliche e private. L’azienda di cui sono soci e amministratori, la Technodal, non effettuava le necessarie manutenzioni degli impianti né interventi correttivi previsti nei contratti. Riuscivano a sottrarsi all’impegno dichiarando che tali interventi non erano necessari in base ai risultati alterati delle analisi di laboratorio sui campioni delle acque. Controlli che invece avrebbero richiesto la massima cura, visto che dovevano prevenire il diffondersi della legionellosi e verificare l’eccessiva presenza di elementi chimici e batteriologici nocivi.
Manutenzioni non eseguite, firme falsificate all’insaputa dei diretti interessati, certificati alterati: tutto questo per trarre profitto evitando una serie di spese (come la manutenzione o i pezzi di ricambio) che venivano però pagate dai committenti come da contratto. Lo sa bene un altro ex dipendente. Andrea Giardini si occupava della sicurezza aziendale fino al febbraio 2020, quando decise di dimettersi. Accortosi delle irregolarità, incontrò i responsabili dell’azienda, Carlo e Raffaele D’Alonzo. Cercò, senza risultati, di far capire che le attività messe in piedi erano deplorevoli e potenzialmente dannose nei confronti dei pazienti e avrebbero messo a rischio la sopravvivenza stessa della società. Perché le pratiche irregolari si erano protratte anche dopo che, nel 2019, in Technodal erano stati notificati i quattro avvisi di garanzia ai tre fratelli D’Alonzo e alla madre Bruna Berselli, rappresentante legale.
Gli inquirenti avevano cominciato a indagare anche all’interno e a quel punto Giardini, insieme con il capo tecnico Marco Boschino, finito anch’egli nel registro degli indagati pur dichiarandosi vittima più che complice, scoprirono che il programma gestionale Dalgest, realizzato da un dipendente - poi licenziato - sotto le direttive dei vertici Technodal, presentava anomalie nella attività. Interpellato dalla Verità, Giardini rivela: «Incontrai Raffaele D’Alonzo e lo incalzai con le domande. Lui mi confessò che le analisi batteriologiche e chimiche venivano modificate da lui con il software Acrobat online». Sia Giardini sia Boschino raccontarono di aver scoperto che di tutti i tecnici era stata digitalizzata la firma sul programma, e così pure erano state scannerizzate le firme dei clienti, in modo da utilizzarle a piacimento.
Boschino scoprirà in seguito che anche la sua firma e le firme dei tecnici potevano essere utilizzate per chiudere le lavorazioni in autonomia direttamente dal sistema. E ricorda anche di come sul gruppo di lavoro aperto su Whatsapp fossero gli stessi tecnici a lamentare la chiusura di alcuni interventi senza mai essersi recati dal cliente. Dopo la perquisizione dei Nas si scoprì che la stessa cosa potrebbe essere accaduta con le firme dei responsabili dei capi commessa dei clienti. Con questo sistema si facevano risultare chiuse lavorazioni mai eseguite.
«Gravi minacce per pazienti e lavoratori»
Quali rischi comporta, soprattutto per le persone fragili, frequentare ambienti in cui l’acqua presenta livelli fuori norma di arsenico e nitrati, oltre che la presenza del batterio della Legionella? Lo spiega Stefano Polesello, primo ricercatore dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr.
Quanto è pericoloso esporsi alla legionellosi o bere acqua contaminata?
«Ogni superamento di limiti comporta rischi per chiunque, a maggior ragione per le persone malate e fragili. I più a rischio sono i dializzati, il cui organismo è già sottoposto a stress molto gravi con elevato rischio di infezione».
Che cosa significa che la conta della legionella presenta un valore pari a 4.600 mentre dai referti di analisi risulta (falsamente) inferiore a 100?
«Mette a rischio il personale che viene in contatto con l’acqua contaminata. Il batterio della legionella ha come principale veicolo di trasmissione per l’uomo l’aerosol perché colpisce le vie aeree. Ingerire acqua non comporta gravi rischi, anche se non fa certo bene, ma il peggio accade quando si apre il rubinetto e automaticamente vengono generate particelle che si disperdono nell’aria. Fare la doccia con acqua contaminata è più rischioso che berla, e teniamo conto che la legionellosi è fortemente contagiosa».
Cosa comporta il contatto continuato con questi batteri o le altre sostanze pericolose?
«Per la legionella non è importante il tempo di esposizione, quanto gli elementi contenuti. Una lunga e costante esposizione all’arsenico può portare a disfunzioni importanti essendo un elemento molto tossico. Il nitrato a sua volta è considerato una sostanza pericolosa in assunzione cronica, quindi continuata nel tempo, soprattutto per anziani e bambini».
Come possono rientrare nella norma gli eventuali livelli di tossicità?
«Attraverso il trattamento delle acque. Uno dei metodi principali è l’abbattimento attraverso assorbenti su sostanza solida come il carbone attivo, oppure lo scambio ionico. Ma questi materiali assorbenti a un certo punto si saturano».
E cosa significa?
«Che senza manutenzione e sostituzione periodica il sistema smette di funzionare, quindi non tratterrà più le sostanze tossiche. Nel caso della legionella, invece, sono necessari sistemi di disinfezione. Ogni membrana dove ristagna l’acqua può essere sorgente di formazione microbiologica e quindi di accumulo anche di altri agenti patogeni, come batteri e virus normalmente presenti in maniera molto diluita che lì crescono. Inoltre, resine e sostanze assorbenti da sostituire possono rilasciare quello che hanno trattenuto».
Quindi l’assenza di manutenzione può creare un rischio anche dove non c’è?
«Certo. Da una parte non vengono più trattenute le sostanze tossiche, e dall’altra diventano esse stesse sorgente di agenti contaminanti. I gestori delle acque potabili di solito usano il cloro per mantenere il livello di disinfezione sufficiente per tutta la rete. Ma se il sistema viene modificato con l’impiego di depuratori, indispensabili per strutture pubbliche come gli ospedali, non basta più la semplice clorazione: occorre una sanificazione per eliminare l’accumulo di batteri che oltre una certa concentrazione diventano patogeni».
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Una società di Roma è accusata di truccare gli esami sulla presenza di legionella e sostanze nocive in sedi sanitarie e istituzionali. Un sistema consolidato per lucrare sulle spese della manutenzione.Controlli inesistenti o alterati per evitare di compiere interventi. I computer erano programmati per mettere firme non regolari.L’esperto del Cnr Stefano Polesello: «Senza interventi periodici si creano pericoli anche se tutto sembra funzionare bene».Lo speciale contiene tre articoli.Dovevano analizzare l’acqua prelevata da ospedali pubblici, cliniche private e importanti istituzioni pubbliche del Lazio e della Puglia. Parliamo, tra gli altri, del policlinico Gemelli, dell’Umberto I e della sede centrale della Banca d’Italia a Roma. Lavoravano con il 90% degli ospedali della capitale. Il loro compito era ricercare l’eventuale presenza della legionella, un batterio presente nelle condutture e molto pericoloso se respirato. Oltre alla legionella, dovevano verificare la presenza di nitrato, arsenico e altri microrganismi nocivi alla salute. Però i valori a rischio venivano corretti per farli rientrare nella norma: almeno così è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, al termine di una complessa inchiesta della Procura di Roma su due società di analisi leader in questo settore nel Lazio, la Technodal e la Farm. Sette gli avvisi di garanzia: in caso di rinvio a giudizio, gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di accuse pesantissime: falso in atto pubblico, falso in atti privati, frode in pubbliche forniture, associazione per delinquere e - ultimo ma non meno importante -truffa.Le indagini, avviate nel 2018, riguardano analisi che sarebbero state falsificate, certificati rilasciati anche quando non venivano effettuati i prelievi, artifici e raggiri consistiti nell’aver falsificato rapporti di prova e averli consegnati alle strutture che, con regolare contratto, avevano affidato alla Technodal la gestione e manutenzione degli impianti di depurazione delle acque e la gestione dei rischi derivanti dalla presenza eccessiva di elementi chimici e microbiologici. Secondo il pubblico ministero Giuseppe Deodato, lo scopo era fare apparire adempiuti gli obblighi contrattuali per evitare la manutenzione e realizzare così un ingiusto profitto.L’inchiesta è partita nel 2018 dall’esposto presentato da un ex dipendente, ma la pratica di truccare le analisi sarebbe continuata anche dopo che il Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) dei carabinieri, su disposizione del pm Deodato, aveva avviato i primi controlli. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, il sistema funzionava almeno dal 2015, a memoria di alcuni ex dipendenti anche prima, e sarebbe continuato fino al 2022 nel Lazio in Puglia. I tecnici della Technodal effettuavano il prelievo dei campioni di acqua nelle strutture convenzionate, dove doveva garantire anche la manutenzione e il corretto funzionamento degli impianti di trattamento e depurazione delle acque. I campioni venivano inviati per l’analisi al laboratorio della Farm di Guidonia Montecelio, incaricata di analizzarli. Se emergevano valori fuori norma, il laboratorio lo comunicava a Technodal prima di emettere il certificato definitivo, indicando anche il correttivo da fare. Il certificato riportava dunque valori diversi da quelli effettivamente risultanti dalle analisi. Con quel pezzo di carta, Technodal diceva ai clienti che era tutto a posto, che la gestione del rischio era corretta e non era dunque necessario compiere correttivi sugli impianti. In questo modo, poiché nei contratti erano già compresi i costi di manutenzione, la ditta risparmiava quelle spese.Alcuni esempi. Il rapporto di prova del 4 febbraio 2018 con intestazione Farm relativo al campione di acqua prelevato nella clinica Siligato di Civitavecchia riportava un valore (falso) inferiore a 100 nella conta della legionella, ma dalle analisi risulta fosse pari a 4.600.Il certificato relativo a un prelievo effettuato il 2 marzo 2018 nella casa di cura Villa Sandra di Roma evidenziava un valore (falso) di 0,3 del nitrato sebbene fosse pari a 5. Idem per il campione prelevato il 30 marzo 2018 all’ospedale Paolo Colombo di Velletri: l’arsenico era quotato a 7 mentre in realtà era 24. Il 30 gennaio 2018 all’Ifo di Roma risultava che la conta di legionella fosse inferiore a 100 quando dalle analisi era pari a 6.600. Analogo conteggio era stato svolto nella sede di largo Bastia 35 della Banca d’Italia il 3 ottobre 2017: il valore effettivo di 6.400 era stato corretto a mano per portarlo a meno di 100.Tutto è racchiuso all’interno di un programma gestionale della Technodal, dove era stato elaborato un elenco di codici per classificare le certificazioni falsificate e quelle inventate di sana pianta, cioè per le quali non era stato nemmeno effettuato il prelievo nonostante che i certificati riportassero valori normali. Gli stessi certificati, almeno in parte, erano falsi pur essendo su carta intestata del laboratorio. Gli originali, infatti, vengono identificati da codici numerici mentre i falsi riportano codici alfanumerici. Sarebbe stata falsificata anche la firma dell’amministratore unico della Farm, Francesco Farinelli, come ha denunciato il diretto interessato. «Un brutto colpo per me, io stesso sono vittima di una frode», dice alla Verità l’amministratore unico del laboratorio di analisi incaricato dalla Technodal.«A noi», aggiunge Farinelli, «arrivavano campioni di acqua prelevati dalla Technodal e non da nostro personale formato per i prelievi secondo i metodi ufficiali. Non ne conoscevamo la provenienza; il nostro compito era di analizzare quei campioni così come ci pervenivano e venivano dichiarati. Quando mi sono reso conto che la committenza manometteva i certificati da noi emessi, e mi sono nello stesso tempo accorto che la firma su alcuni certificati non era la mia, ho fatto subito denuncia e bloccato ogni rapporto con la Technodal».La Verità ha interpellato anche gli amministratori della Technodal per conoscere la loro versione dei fatti. Gli indagati sono i fratelli Carlo, Manuel e Raffaele D’Alonzo, soci e amministratori di fatto, oltre che la madre Bruna Berselli, legale rappresentante della società. Essi tuttavia hanno preferito non rilasciare dichiarazioni: «Risponderemo nelle sedi opportune», hanno fatto sapere tramite i loro legali. L’udienza preliminare è stata fissata per il 12 maggio.L’inchiesta, per il momento, riguarda il Lazio. Ma nuovi sviluppi potrebbero portare in Puglia, dove già qualcosa si è mosso, come conferma il direttore sanitario della Als Foggia, Franco Angelo Mezzadri. «Venuta a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto la ditta Technodal», ha scritto Mezzadri in una nota, «la direzione dell’Asl Foggia ha incaricato immediatamente gli uffici competenti di avviare una verifica sull’adempimento degli obblighi contrattuali da parte della suddetta ditta e, in particolare, sulle certificazioni di analisi rilasciate. In base agli esiti della verifica saranno adottati i conseguenziali provvedimenti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-false-bankitalia-ospedali-2659373967.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-denuncia-dellex-dipendente-ho-visto-referti-di-prelievi-mai-fatti" data-post-id="2659373967" data-published-at="1675605164" data-use-pagination="False"> La denuncia dell’ex dipendente: «Ho visto referti di prelievi mai fatti» È il 4 dicembre 2018 quando viene notificato l’ordine di perquisizione alla Technodal srl e alla Farm srl. Nell’occasione vengono sequestrati certificati di analisi ed email del capotecnico e di tutti i soci. È l’inizio di un’inchiesta che ha cercato di fare luce su un sistema complesso e consolidato. Ad accendere i riflettori è un dipendente storico della Technodal, che per 23 anni si è occupato del trattamento delle acque nei centri di emodialisi e che ora conferma quanto è emerso nel corso delle indagini riguardo la manutenzione e le anomalie dei prelievi. Si chiama Marco Stacconi e si è sempre ribellato al sistema che regnava in azienda finché, nel 2017, ha deciso di andare via. Stacconi capisce che qualcosa non va quando nota che, nonostante alcuni prelievi non fossero stati effettuati, spuntavano comunque i responsi. Inizialmente pensa a una svista o un errore, considerato che le indicazioni sui lavori da effettuare venivano riferite ai tecnici mediante una bolla sulla quale, accanto ai prelievi da non fare, figurava la dicitura «SC». L’attività non si limitava ai prelievi. Stacconi ricorda, ad esempio, la clinica Villa Tiberia, poi commissariata, dove per contratto era prevista la sostituzione di una membrana osmotica ogni mese, con un costo di circa 5.000 euro: per molti anni lui che si occupava della manutenzione non ha cambiato nemmeno una membrana. Che veniva comunque pagata dalla clinica alla Technodal. Stacconi dice che lo stesso avveniva negli ospedali romani San Camillo e Forlanini. Alle volte si andava nei reparti, si faceva firmare ai caposala la bolla di consegna di materiali che poi, tuttavia, non venivano mai lasciati pur essendo pagati dai clienti della Technodal. A confermare la mancata manutenzione c’è anche un’anomalia tra le entrate e le uscite dei prodotti nel magazzino Technodal. Stacconi, ad esempio, ricorda che sul pc risultavano 100 filtri in entrata e 80 in uscita, ma quando veniva effettuato il controllo allo scaffale, di filtri non se ne trovavano 20 ma 40. E non esclude che forse qualcuno all’interno delle strutture sapesse o, comunque, avesse agito con leggerezza visto che di rado dagli uffici tecnici dei vari clienti Technodal venivano effettuati controlli sui lavori che spesso non venivano effettuati. I responsabili, secondo il pubblico ministero che ha coordinato le indagini, sarebbero i D’Alonzo, i quali avrebbero commesso frode nell’esecuzione dei contratti di fornitura e di prestazione dei servizi inerenti a fornitura, manutenzione e assistenza tecnica degli impianti di trattamento idrico stipulati con le sedi istituzionali e strutture sanitarie pubbliche e private. L’azienda di cui sono soci e amministratori, la Technodal, non effettuava le necessarie manutenzioni degli impianti né interventi correttivi previsti nei contratti. Riuscivano a sottrarsi all’impegno dichiarando che tali interventi non erano necessari in base ai risultati alterati delle analisi di laboratorio sui campioni delle acque. Controlli che invece avrebbero richiesto la massima cura, visto che dovevano prevenire il diffondersi della legionellosi e verificare l’eccessiva presenza di elementi chimici e batteriologici nocivi. Manutenzioni non eseguite, firme falsificate all’insaputa dei diretti interessati, certificati alterati: tutto questo per trarre profitto evitando una serie di spese (come la manutenzione o i pezzi di ricambio) che venivano però pagate dai committenti come da contratto. Lo sa bene un altro ex dipendente. Andrea Giardini si occupava della sicurezza aziendale fino al febbraio 2020, quando decise di dimettersi. Accortosi delle irregolarità, incontrò i responsabili dell’azienda, Carlo e Raffaele D’Alonzo. Cercò, senza risultati, di far capire che le attività messe in piedi erano deplorevoli e potenzialmente dannose nei confronti dei pazienti e avrebbero messo a rischio la sopravvivenza stessa della società. Perché le pratiche irregolari si erano protratte anche dopo che, nel 2019, in Technodal erano stati notificati i quattro avvisi di garanzia ai tre fratelli D’Alonzo e alla madre Bruna Berselli, rappresentante legale. Gli inquirenti avevano cominciato a indagare anche all’interno e a quel punto Giardini, insieme con il capo tecnico Marco Boschino, finito anch’egli nel registro degli indagati pur dichiarandosi vittima più che complice, scoprirono che il programma gestionale Dalgest, realizzato da un dipendente - poi licenziato - sotto le direttive dei vertici Technodal, presentava anomalie nella attività. Interpellato dalla Verità, Giardini rivela: «Incontrai Raffaele D’Alonzo e lo incalzai con le domande. Lui mi confessò che le analisi batteriologiche e chimiche venivano modificate da lui con il software Acrobat online». Sia Giardini sia Boschino raccontarono di aver scoperto che di tutti i tecnici era stata digitalizzata la firma sul programma, e così pure erano state scannerizzate le firme dei clienti, in modo da utilizzarle a piacimento. Boschino scoprirà in seguito che anche la sua firma e le firme dei tecnici potevano essere utilizzate per chiudere le lavorazioni in autonomia direttamente dal sistema. E ricorda anche di come sul gruppo di lavoro aperto su Whatsapp fossero gli stessi tecnici a lamentare la chiusura di alcuni interventi senza mai essersi recati dal cliente. Dopo la perquisizione dei Nas si scoprì che la stessa cosa potrebbe essere accaduta con le firme dei responsabili dei capi commessa dei clienti. 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I più a rischio sono i dializzati, il cui organismo è già sottoposto a stress molto gravi con elevato rischio di infezione». Che cosa significa che la conta della legionella presenta un valore pari a 4.600 mentre dai referti di analisi risulta (falsamente) inferiore a 100? «Mette a rischio il personale che viene in contatto con l’acqua contaminata. Il batterio della legionella ha come principale veicolo di trasmissione per l’uomo l’aerosol perché colpisce le vie aeree. Ingerire acqua non comporta gravi rischi, anche se non fa certo bene, ma il peggio accade quando si apre il rubinetto e automaticamente vengono generate particelle che si disperdono nell’aria. Fare la doccia con acqua contaminata è più rischioso che berla, e teniamo conto che la legionellosi è fortemente contagiosa». Cosa comporta il contatto continuato con questi batteri o le altre sostanze pericolose? «Per la legionella non è importante il tempo di esposizione, quanto gli elementi contenuti. Una lunga e costante esposizione all’arsenico può portare a disfunzioni importanti essendo un elemento molto tossico. Il nitrato a sua volta è considerato una sostanza pericolosa in assunzione cronica, quindi continuata nel tempo, soprattutto per anziani e bambini». Come possono rientrare nella norma gli eventuali livelli di tossicità? «Attraverso il trattamento delle acque. Uno dei metodi principali è l’abbattimento attraverso assorbenti su sostanza solida come il carbone attivo, oppure lo scambio ionico. Ma questi materiali assorbenti a un certo punto si saturano». E cosa significa? «Che senza manutenzione e sostituzione periodica il sistema smette di funzionare, quindi non tratterrà più le sostanze tossiche. Nel caso della legionella, invece, sono necessari sistemi di disinfezione. Ogni membrana dove ristagna l’acqua può essere sorgente di formazione microbiologica e quindi di accumulo anche di altri agenti patogeni, come batteri e virus normalmente presenti in maniera molto diluita che lì crescono. Inoltre, resine e sostanze assorbenti da sostituire possono rilasciare quello che hanno trattenuto». Quindi l’assenza di manutenzione può creare un rischio anche dove non c’è? «Certo. Da una parte non vengono più trattenute le sostanze tossiche, e dall’altra diventano esse stesse sorgente di agenti contaminanti. I gestori delle acque potabili di solito usano il cloro per mantenere il livello di disinfezione sufficiente per tutta la rete. Ma se il sistema viene modificato con l’impiego di depuratori, indispensabili per strutture pubbliche come gli ospedali, non basta più la semplice clorazione: occorre una sanificazione per eliminare l’accumulo di batteri che oltre una certa concentrazione diventano patogeni».
Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
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Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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Flavio Cobolli festeggia la vittoria contro Felix Auger-Aliassime al Roland Garros (Ansa)
L'impresa di Cobolli contro Auger-Aliassime e la corsa di Arnaldi, favorito dal ritiro di Berrettini, regalano all'Italia una semifinale tutta azzurra a Parigi. Dopo l'uscita di Sinner, nessuno immaginava un finale del genere: domenica ci sarà un italiano a giocarsi il titolo.
Quando Jannik Sinner aveva salutato il Roland Garros al terzo turno, in pochi avrebbero immaginato che l'Italia sarebbe arrivata comunque a garantirsi un posto nella finale di Parigi. Eppure il tennis azzurro continua a sorprendere anche quando cambia i protagonisti. Domenica sul Philippe Chatrier ci sarà sicuramente un italiano a giocarsi il titolo: sarà Flavio Cobolli oppure Matteo Arnaldi.
Il verdetto è arrivato al termine di una giornata che ha riscritto le gerarchie della parte bassa del tabellone. Da una parte l'impresa di Cobolli contro Felix Auger-Aliassime, numero 4 del mondo virtuale e quarta testa di serie del torneo. Dall'altra il ritiro di Matteo Berrettini, costretto ad abbandonare il derby azzurro con Arnaldi per un problema fisico che lo ha fermato nel secondo set.
La notizia più significativa resta però quella firmata da Cobolli. Il romano, numero 10 del seeding, ha conquistato la prima semifinale Slam della carriera battendo in rimonta Auger-Aliassime per 4-6, 6-4, 6-4, 6-4 dopo tre ore e ventiquattro minuti di gioco. Una vittoria costruita con pazienza e lucidità dopo un avvio complicato, condizionato anche dal vento che ha reso difficile trovare continuità. Perso il primo set, Cobolli non si è scomposto. Con il passare dei giochi ha preso sempre più confidenza con le condizioni del campo e ha iniziato a togliere certezze al canadese. Nel secondo parziale è stato capace di risalire dal 3-1, infilando una serie di game che ha cambiato l'inerzia dell'incontro. Da quel momento il romano ha mostrato il tennis più maturo della sua carriera, gestendo i momenti delicati e sfruttando le imprecisioni di un avversario progressivamente meno brillante. Decisiva è stata soprattutto la sua capacità di restare dentro la partita nei passaggi più complicati. Nel terzo set ha annullato uno 0-40 in un turno di servizio che avrebbe potuto cambiare il destino dell'incontro. Nel quarto, invece, ha trovato il break che gli ha aperto la strada verso il traguardo più importante della sua carriera. Al momento di servire per il match non ha tremato, chiudendo con autorità una sfida che alla vigilia lo vedeva sfavorito. A fine partita Cobolli ha parlato della «chance della vita», raccontando di essersi ripetuto una sola parola durante la pausa dopo il primo set: «Lotta». Una sintesi efficace di ciò che si è visto in campo. Per il ventiquattrenne romano si tratta della migliore settimana della carriera e adesso il sogno è diventato qualcosa di più concreto.
Nell'altra sfida dei quarti, invece, il derby tra Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi si è chiuso nel modo che nessuno avrebbe voluto. Berrettini, partito meglio e avanti 3-0 nel primo set, ha progressivamente perso efficacia fino a cedere il parziale per 7-5. Nel secondo Arnaldi è scappato sul 5-2 mentre il romano accusava sempre più chiaramente un problema fisico. Dopo il medical time out e un ultimo tentativo di restare in campo, è arrivato il ritiro. Per Arnaldi, numero 104 del ranking Atp all'inizio del torneo, continua così una corsa che ha già assunto contorni inattesi. Il ligure raggiunge la prima semifinale Slam della carriera e si giocherà l'accesso alla finale contro Cobolli in una sfida tutta italiana.
Comunque vada, il tennis azzurro ha già ottenuto un risultato che pochi giorni fa sembrava fuori portata. Senza Sinner, con Berrettini fermato ancora una volta dai problemi fisici, saranno Cobolli e Arnaldi a contendersi un posto nell'ultimo atto del Roland Garros. Dall'altra parte del tabellone attendono Alexander Zverev e Jakub Mensik. Prima, però, c'è una semifinale che consegnerà all'Italia il suo quattordicesimo finalista Slam e il primo, dopo Wimbledon 2021, diverso da Sinner.
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Ilaria Salis (Ansa)
Alla manifestazione aderisce Sinistra Italiana, la parte del partito Avs guidato da Nicola Fratoianni - per intendersi quello di Ilaria Salis e Mimmmo Lucano in Europa - che, comunque, alle europee si erano presentati con simbolo unico che comprendeva anche Europa Verde guidata da Angelo Bonelli, i cui quattro parlamentari sono invece confluiti nel gruppo dei Verdi. Questo tanto per essere precisi, perché non tutti sono tenuti a saperlo.
Ma andiamo al contenuto della manifestazione: tassare i ricchi per ridistribuire la ricchezza. Questo titolo non fa una piega perché non c’è dubbio che anche i ricchi debbano essere tassati in modo che lo Stato abbia entrate fiscali tali da poter pagare tutte le spese, ivi comprese quelle sociali che comportano una redistribuzione della ricchezza verso le fasce più deboli. La nostra Costituzione, però, all’articolo 53 (primo comma), che ricordiamo sovente, recita che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva», quindi giusto tassare per la redistribuzione: non solo i ricchi, ma tutti. Perché la manifestazione della Sinistra Europea titola Tax the rich e non Tax the citizens, cioè tassare tutti i cittadini? In Italia, almeno, questo significa tassare i patrimoni.
Come nell’Eterno ritorno di Nietzsche, in Italia c’è l’Eterno ritorno della patrimoniale, una tassa che dovrebbe colpire i patrimoni dei ricchi, cioè quelle poche persone che superano una determinata cifra di patrimonio. In Italia la patrimoniale ricorda quello che ne diceva il poeta melodrammatico Metastasio: «Che ci sia ciascun lo dice; dove sia nessun lo sa». Il proverbio è normalmente usato per indicare qualcuno o qualcosa di irraggiungibile. Altrimenti con tutti gli anni in cui ha governato la sinistra perché questa patrimoniale non è stata mai resa legge? Un motivo c’è ed è legato al fatto - dimostrato - che ormai, soprattutto nel centro delle grandi città, sono i ricchi a votare la sinistra più che i poveri che, nella maggioranza, o non votano o comunque non votano la sinistra.
È vero che questa sinistra è rappresentata più dal Pd e meno da Sinistra Italiana di Fratoianni, ma è anche vero che Avs è alleata del Pd. Se andassero al governo insieme ai 5 stelle la potrebbero rendere legge? Mah, qualche dubbio ce lo abbiamo. Ma facciamo anche un’altra osservazione. I possidenti di questi patrimoni che andrebbero tassati, in vista di una legge del genere, impiegherebbero poco meno di un minuto per trasferire detti patrimoni all’estero in Paesi o in paradisi fiscali, tuttora esistenti anche in Europa, dove non dovrebbero subire tale tassazione.
Sappiamo che in Italia il 67% dell’Irpef è pagato da coloro che hanno un reddito tra i 15 e i 60.000 euro, dunque quelli che, violando il dettato costituzionale, vengono tassati ben oltre la loro capacità contributiva. Quindi nel nostro Paese c’è un problema enorme di giustizia fiscale; è infatti incostituzionale che, alla fine, chi ha di meno paghi di più: non solo è violato il principio di capacità contributiva, ma anche il secondo comma dell’articolo 53 della Costituzione che recita: «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Ciò significa infatti che il prelievo fiscale deve crescere in percentuale all’aumentare del reddito in modo che chi guadagna di più non paghi solo di più, ma paghi pure una percentuale più alta che deve garantire, appunto, la redistribuzione della ricchezza. Questo dipende dal dovere di solidarietà sancito dall’articolo 2 della Costituzione nonché dall’articolo 3 in cui si parla, al secondo comma, della cosiddetta «eguaglianza materiale», cioè quell’azione dello Stato tesa a rimuovere quegli ostacoli che garantiscano ai singoli e alle famiglie di non trovarsi davanti ostacoli e poter disporre dei servizi per tutti, anche i meno abbienti, e di non tassare questi ultimi in modo prevalente.
Considerato che in Italia c’è un’evasione fiscale che viene calcolata intorno a circa 100 miliardi di euro all’anno - stima parziale in quanto non considera l’evasione legata all’economia sommersa -, è ragionevole che essa possa ammontare a diverse decine di miliardi di euro in più, tipo circa 130 miliardi complessivi. Si sa perfettamente che 35 miliardi sono l’evasione dell’Iva, 25 miliardi l’evasione dell’Irpef legata al lavoro nero e alla sotto-dichiarazione dei redditi e 20 miliardi di euro all’evasione dell’Ires (imposta sul reddito delle società) attraverso la manipolazione dei bilanci aziendali e l’uso dei paradisi fiscali. Un signore di sinistra, Stefano Fassina, che si intende assai di economia, ha parlato di una delle cause dell’evasione fiscale definendola «evasione di sopravvivenza» che incentiva i contribuenti a evadere per ridurre il carico fiscale per loro non sostenibile, soprattutto in contesti economici difficili. Invece di pensare alla patrimoniale - sulla quale è legittimo aprire una discussione seria - non sarebbe meglio se la Sinistra Europea facesse una battaglia (possibilissima e dipendente dalla volontà politica di farla) contro l’evasione fiscale stessa? Per uno di sinistra, che dovrebbe essere caratterizzato, come sosteneva un intellettuale non certo di destra come Norberto Bobbio, da una prevalenza programmatica del tema dell’uguaglianza su quello della libertà, non sarebbe più logico combattere questa diseguaglianza nella contribuzione fiscale che va a colpire sempre i soliti noti contribuenti non abbienti che si vedono prelevare alla fonte parte del loro reddito in modo automatico e, in un certo senso, non volontario ma costretto? È più di sinistra proporre una norma difficilmente applicabile, come la tassa patrimoniale, o una norma applicabilissima come la lotta all’evasione fiscale possibile e programmaticamente e legislativamente perseguita?
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