- Una società di Roma è accusata di truccare gli esami sulla presenza di legionella e sostanze nocive in sedi sanitarie e istituzionali. Un sistema consolidato per lucrare sulle spese della manutenzione.
- Controlli inesistenti o alterati per evitare di compiere interventi. I computer erano programmati per mettere firme non regolari.
- L’esperto del Cnr Stefano Polesello: «Senza interventi periodici si creano pericoli anche se tutto sembra funzionare bene».
Lo speciale contiene tre articoli.
Dovevano analizzare l’acqua prelevata da ospedali pubblici, cliniche private e importanti istituzioni pubbliche del Lazio e della Puglia. Parliamo, tra gli altri, del policlinico Gemelli, dell’Umberto I e della sede centrale della Banca d’Italia a Roma. Lavoravano con il 90% degli ospedali della capitale. Il loro compito era ricercare l’eventuale presenza della legionella, un batterio presente nelle condutture e molto pericoloso se respirato. Oltre alla legionella, dovevano verificare la presenza di nitrato, arsenico e altri microrganismi nocivi alla salute. Però i valori a rischio venivano corretti per farli rientrare nella norma: almeno così è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, al termine di una complessa inchiesta della Procura di Roma su due società di analisi leader in questo settore nel Lazio, la Technodal e la Farm. Sette gli avvisi di garanzia: in caso di rinvio a giudizio, gli indagati dovranno rispondere a vario titolo di accuse pesantissime: falso in atto pubblico, falso in atti privati, frode in pubbliche forniture, associazione per delinquere e – ultimo ma non meno importante -truffa.
Le indagini, avviate nel 2018, riguardano analisi che sarebbero state falsificate, certificati rilasciati anche quando non venivano effettuati i prelievi, artifici e raggiri consistiti nell’aver falsificato rapporti di prova e averli consegnati alle strutture che, con regolare contratto, avevano affidato alla Technodal la gestione e manutenzione degli impianti di depurazione delle acque e la gestione dei rischi derivanti dalla presenza eccessiva di elementi chimici e microbiologici. Secondo il pubblico ministero Giuseppe Deodato, lo scopo era fare apparire adempiuti gli obblighi contrattuali per evitare la manutenzione e realizzare così un ingiusto profitto.
L’inchiesta è partita nel 2018 dall’esposto presentato da un ex dipendente, ma la pratica di truccare le analisi sarebbe continuata anche dopo che il Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) dei carabinieri, su disposizione del pm Deodato, aveva avviato i primi controlli. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, il sistema funzionava almeno dal 2015, a memoria di alcuni ex dipendenti anche prima, e sarebbe continuato fino al 2022 nel Lazio in Puglia. I tecnici della Technodal effettuavano il prelievo dei campioni di acqua nelle strutture convenzionate, dove doveva garantire anche la manutenzione e il corretto funzionamento degli impianti di trattamento e depurazione delle acque. I campioni venivano inviati per l’analisi al laboratorio della Farm di Guidonia Montecelio, incaricata di analizzarli.
Se emergevano valori fuori norma, il laboratorio lo comunicava a Technodal prima di emettere il certificato definitivo, indicando anche il correttivo da fare. Il certificato riportava dunque valori diversi da quelli effettivamente risultanti dalle analisi. Con quel pezzo di carta, Technodal diceva ai clienti che era tutto a posto, che la gestione del rischio era corretta e non era dunque necessario compiere correttivi sugli impianti. In questo modo, poiché nei contratti erano già compresi i costi di manutenzione, la ditta risparmiava quelle spese.
Alcuni esempi. Il rapporto di prova del 4 febbraio 2018 con intestazione Farm relativo al campione di acqua prelevato nella clinica Siligato di Civitavecchia riportava un valore (falso) inferiore a 100 nella conta della legionella, ma dalle analisi risulta fosse pari a 4.600.
Il certificato relativo a un prelievo effettuato il 2 marzo 2018 nella casa di cura Villa Sandra di Roma evidenziava un valore (falso) di 0,3 del nitrato sebbene fosse pari a 5. Idem per il campione prelevato il 30 marzo 2018 all’ospedale Paolo Colombo di Velletri: l’arsenico era quotato a 7 mentre in realtà era 24. Il 30 gennaio 2018 all’Ifo di Roma risultava che la conta di legionella fosse inferiore a 100 quando dalle analisi era pari a 6.600. Analogo conteggio era stato svolto nella sede di largo Bastia 35 della Banca d’Italia il 3 ottobre 2017: il valore effettivo di 6.400 era stato corretto a mano per portarlo a meno di 100.
Tutto è racchiuso all’interno di un programma gestionale della Technodal, dove era stato elaborato un elenco di codici per classificare le certificazioni falsificate e quelle inventate di sana pianta, cioè per le quali non era stato nemmeno effettuato il prelievo nonostante che i certificati riportassero valori normali. Gli stessi certificati, almeno in parte, erano falsi pur essendo su carta intestata del laboratorio. Gli originali, infatti, vengono identificati da codici numerici mentre i falsi riportano codici alfanumerici. Sarebbe stata falsificata anche la firma dell’amministratore unico della Farm, Francesco Farinelli, come ha denunciato il diretto interessato. «Un brutto colpo per me, io stesso sono vittima di una frode», dice alla Verità l’amministratore unico del laboratorio di analisi incaricato dalla Technodal.
«A noi», aggiunge Farinelli, «arrivavano campioni di acqua prelevati dalla Technodal e non da nostro personale formato per i prelievi secondo i metodi ufficiali. Non ne conoscevamo la provenienza; il nostro compito era di analizzare quei campioni così come ci pervenivano e venivano dichiarati. Quando mi sono reso conto che la committenza manometteva i certificati da noi emessi, e mi sono nello stesso tempo accorto che la firma su alcuni certificati non era la mia, ho fatto subito denuncia e bloccato ogni rapporto con la Technodal».
La Verità ha interpellato anche gli amministratori della Technodal per conoscere la loro versione dei fatti. Gli indagati sono i fratelli Carlo, Manuel e Raffaele D’Alonzo, soci e amministratori di fatto, oltre che la madre Bruna Berselli, legale rappresentante della società. Essi tuttavia hanno preferito non rilasciare dichiarazioni: «Risponderemo nelle sedi opportune», hanno fatto sapere tramite i loro legali. L’udienza preliminare è stata fissata per il 12 maggio.
L’inchiesta, per il momento, riguarda il Lazio. Ma nuovi sviluppi potrebbero portare in Puglia, dove già qualcosa si è mosso, come conferma il direttore sanitario della Als Foggia, Franco Angelo Mezzadri. «Venuta a conoscenza dell’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto la ditta Technodal», ha scritto Mezzadri in una nota, «la direzione dell’Asl Foggia ha incaricato immediatamente gli uffici competenti di avviare una verifica sull’adempimento degli obblighi contrattuali da parte della suddetta ditta e, in particolare, sulle certificazioni di analisi rilasciate. In base agli esiti della verifica saranno adottati i conseguenziali provvedimenti».
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