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2021-12-28
Altri 1.000 clandestini verso l’Italia. La Lamorgese tace, l’Ue ce li lascerà
Ansa
La Geo Barents, nave di Medici senza frontiere, si è avvicinata a Catania con i suoi 558 passeggeri tirati a bordo a largo della Libia. La Sea Watch 3, invece, ne ha caricati 444 in diverse operazioni ed è a poche miglia da Lampedusa. È come se le Ong avessero scelto già ognuna il proprio porto. Mentre il governo attende a dare il via libera, forse per riorganizzare le navi quarantena e tentare di svuotare l’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa. Di certo non si parla più di rotazione dei porti, né di ridistribuzioni. Segno del fallimento dell’accordo di Malta e delle strategie del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», ricorda Matteo Salvini, citando l’articolo 52 della Costituzione e aggiungendo: «Io l’ho fatto, e vado a processo. Chi mi ha seguito che fa?». Il riferimento diretto è proprio a Lamorgese. Che da tempo su questo tema si è chiusa in un imbarazzante silenzio. I 65.000 sbarchi dell’ultimo anno, oltre sei volte quelli del 2019 e il doppio rispetto al 2020, d’altra parte, rendono improbabile qualsiasi intervento pubblico. Anche perché i numeri sono destinati a salire velocemente. Ovviamente per i 1.000 dell’ultimo assalto dei taxi del mare le Ong hanno già messo in campo la solita strategia. Dalla Geo Barents hanno fatto sapere che stanno curando «ustioni da carburante, infezioni respiratorie e lesioni per le violenze subite in Libia». La Ong ha affidato il proprio megafono a Kira Smith, ostetrica a bordo che si è occupata di una donna nigeriana incinta evacuata l’altro giorno dalla nave insieme alla figlia di due anni con la quale ha intrapreso il viaggio della speranza: «Tutti i nostri sopravvissuti hanno bisogno di ulteriori cure immediate e di un luogo sicuro il prima possibile». L’obiettivo è un porto italiano. Il secondo step del pressing è stato affidato, invece, a tale Francois, partito dal Camerun, che avrebbe subito violenze in Libia: «Ho visto morire molte persone in Libia. Erano talentuosi come me, laboriosi e intelligenti. Voglio denunciare ciò che sta accadendo in Libia e assicurarmi che le persone non perdano la vita in mare». Mentre dalla Sea Watch fanno leva sul più piccolo dei passeggeri, che ha due settimane di vita. Inoltre, in zona Sar maltese, ci sono 30 persone alla deriva. Viaggiavano su un gommone che ha cominciato a imbarcare acqua. La segnalazione è partita da Alarm Phone: «Siamo ancora in contatto con le 30 persone che rischiano la vita per fuggire dalla Libia. Proviamo a dargli forza e sostegno poiché i soccorsi non arrivano. Il Mediterraneo non dev’essere una fossa comune». Tutti sembrano aver dimenticato che con l’aumento delle partenze inevitabilmente aumenta il rischio di incidenti. E ai 1.500 morti nell’ultimo anno nel corso delle traversate del Mediterraneo centrale bisogna aggiungere i 28 morti recuperati ieri dalla Guardia costiera libica e sospinti dal mare sulle spiagge di Al Alous, a 90 chilometri da Tripoli. Ritrovato anche il corpo di un bambino. L’emittente televisiva libica 218 Tv ha aggiunto anche altri particolari: le stesse squadre hanno anche soccorso tre persone ancora vive, ma in condizioni di salute precarie. Altri 30 cadaveri erano stati recuperati in acqua in prossimità di isole greche nei giorni scorsi: 11 verso l’isola di Antikhytera e, poco dopo, altri 16 a largo di Paros, fra i quali anche un neonato e tre donne. Nel giorno di Natale, invece, un gommone si è rovesciato a poca distanza dall’isola di Folegandros e almeno tre persone sono annegate. A bordo c’erano una cinquantina di passeggeri, che risultano ancora dispersi.
In Calabria, invece, sono terminate le operazioni di recupero di un barchino con 27 passeggeri a bordo. L’imbarcazione era stata individuata il 23 dicembre mentre navigava all’interno dell’area Sar maltese. La segnalazione era giunta anche al Centro nazionale di soccorso di Roma. Le operazioni di ricerca, coordinate dalla Guardia costiera italiana, sono cominciate nel pomeriggio del 24 dicembre, quando il barchino è stato avvistato da un velivolo Frontex all’interno dell’area Sar italiana. Il Centro nazionale di soccorso ha prima attivato i mercantili presenti in zona, inviando successivamente una motovedetta da Pozzallo. Le ricerche si sono concluse al largo di Crotone. I 27 si sommano ai 490 sbarcati l’altro giorno a Crotone con un peschereccio proveniente dalla direttrice orientale del Mediterraneo e ai 200 arrivati con sbarchi autonomi. Nella tarda serata del 26, poi, si è registrato anche l’ultimo approdo su una delle Pelagie. Una motovedetta della Guardia costiera ha trasportato a riva 89 persone recuperate su un gommone al largo della costa. E la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni commenta: «Sbarchi fuori controllo e ricollocamenti nell’Ue assenti. Ecco il risultato delle politiche immigrazioniste del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Eppure è ancora al suo posto».
Mazzette nascoste nei tagli di manzo. Così gira il business dell’accoglienza
Per portare a termine il grande affare sull’accoglienza, ovvero la realizzazione di container per l’isolamento dei migranti positivi al Covid nel Cara di Borgo Mezzanone e per l’ospitalità dei lavoratori stagionali, posizionò un cesto natalizio e una bottiglia di champagne nel portabagagli e una bustarella con 200 banconote da 50 euro nel vano portaoggetti. Incurante della telecamera che gli investigatori avevano piazzato nell’automobile. «Era un pensiero natalizio», si è giustificato l’imprenditore foggiano Luca Ciro Giovanni Leccese, titolare della società Edil Sella finito ai domiciliari, quando è stato interrogato dal procuratore di Bari Roberto Rossi, dopo aver consegnato all’ormai ex capo delle sezioni Strategia e governo dell’offerta della Protezione civile regionale Mario Antonio Lerario (fino al 30 ottobre a capo dell’ufficio provveditorato), arrestato il 23 dicembre, la tangente da 10.000 euro. I due sono accusati di corruzione.
Insieme a un altro imprenditore: Donato Mottola, di Noci, titolare della società Dmeco Engineering, anche lui finito ai domiciliari con l’accusa di aver consegnato a Lerario, un giorno prima, un’altra tangente da 20.000 euro. Una «manzetta», l’aveva definita a telefono spiegando alla moglie che aveva portato anche lui «il regalo di Natale» a Lerario. La mazzetta, questa volta, era nascosta in un taglio di manzo pregiato. La moglie ha ribattuto con queste parole: «Tutti felici e contenti, va bene». E subito dopo ha usato una espressione dialettale in pugliese stretto: «Chist’ so’ l’ove!», che sta ad indicare rassegnazione e che i finanzieri hanno tradotto con «così va il mondo». Mottola, durante il suo interrogatorio confessorio, ha cercato però di tergiversare, spiegando che il regalo era legato all’interesse del funzionario per le condizioni di salute della moglie, a cui aveva fatto effettuare esami diagnostici per il tramite del fratello, don Tommaso, cappellano dell’ospedale di Acquaviva delle Fonti. Lerario si è difeso dicendo di non aver mai chiesto nulla ai due imprenditori. Ma, stando all’inchiesta, neppure ha mandato indietro regali e denaro, che avrebbe nascosto tra camera da letto e cassaforte.
Entrambi gli imprenditori, secondo le indagini della Guardia di finanza, coordinate dal procuratore Rossi e dall’aggiunto Alessio Coccioli, avevano con la Protezione civile regionale diversi appalti per un valore di oltre 5,3 milioni di euro complessivi. Appalti che avrebbero garantito a Leccese incassi per circa 2,8 milioni di euro e a Mottola per quasi 2,5 milioni. Anche perché, oltre agli affari sull’accoglienza, c’erano in ballo appalti per gli uffici della sede di Foggia del numero unico d’emergenza 112 nell’aeroporto dauno e anche per l’installazione di strutture prefabbricate mobili di emergenza per il pre triage a servizio e supporto delle strutture ospedaliere durante la pandemia. La buona notizia arriva a Leccese direttamente da Lerario, con una delle prime telefonate intercettate, il 29 luglio scorso: «Ti abbiamo aggiudicato la gara e intendiamo fare l’avvio dei lavori lunedì, la consegna dei lavori lunedì, ti volevo comunicare questa cosa in modo che già tu inizi ad organizzarti, perché noi da lunedì vorremo consegnarti il cantiere, dopodiché la nostra priorità, quella della Prefettura di Foggia è quella di essere più celeri possibili. Te lo volevo solo preannunciare, tutto qua». Leccese, che sembra già in confidenza con il suo interlocutore, risponde: «Va bene Dotto’, se ci vediamo, parliamo e facciamo tutto!». Quel «facciamo tutto» per gli investigatori si era già ammantato di un pesantissimo sospetto: «L’esistenza di una fitta rete di rapporti tra il pubblico ufficiale e gli imprenditori coinvolti, caratterizzata dall’asservimento, in cambio di un tornaconto personale, della funzione pubblica del primo agli interessi economici dei secondi». E infatti, quando Lerario è stato spostato dall’ufficio provveditorato della Protezione civile, Leccese, che aspettava l’affidamento di ulteriori cinque moduli abitativi per il Cara di Borgo Mezzanone, è sbottato a telefono: «Mo’ i casini sorgeranno perché con il fatto che là è cambiata la persona [...]». Parole che gli investigatori hanno interpretato così: «Dall’affermazione emerge chiaramente che la presenza di Lerario nel predetto incarico aveva l’effetto di evitare l’insorgere di problemi («casini», ndr) per Leccese». Il gip del Tribunale di Bari Anna Perrelli, che ha privato i tre della libertà personale, nell’ordinanza ha sottolineato il «mercimonio delle pubbliche funzioni» di Lerario ed evidenziato che durante le indagini il dirigente della Protezione civile si sarebbe anche «preoccupato di far bonificare il proprio ufficio dove erano state sistemate cimici audio e video». Condotte, secondo il gip, che sono connotate da «spregiudicatezza, deriva etica e deontologica a onta del formale stato di incensurati degli indagati». Lerario, però, sottolinea il giudice, porta in dote anche un carico pendente in primo grado a Potenza, dove è accusato, anche in questo caso, di corruzione.
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Due navi delle Ong attendono un porto, che difficilmente verrà negato visti i silenzi del governo. Lampedusa scoppia e nuove rotte, come quella calabrese, si gonfiano. Per l’Europa va benissimo così: la grana resta a noiArrestati due imprenditori e un funzionario della Protezione civile. I soldi infilati perfino nella carne: «Gli do una manzetta»Lo speciale contiene due articoli La Geo Barents, nave di Medici senza frontiere, si è avvicinata a Catania con i suoi 558 passeggeri tirati a bordo a largo della Libia. La Sea Watch 3, invece, ne ha caricati 444 in diverse operazioni ed è a poche miglia da Lampedusa. È come se le Ong avessero scelto già ognuna il proprio porto. Mentre il governo attende a dare il via libera, forse per riorganizzare le navi quarantena e tentare di svuotare l’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa. Di certo non si parla più di rotazione dei porti, né di ridistribuzioni. Segno del fallimento dell’accordo di Malta e delle strategie del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», ricorda Matteo Salvini, citando l’articolo 52 della Costituzione e aggiungendo: «Io l’ho fatto, e vado a processo. Chi mi ha seguito che fa?». Il riferimento diretto è proprio a Lamorgese. Che da tempo su questo tema si è chiusa in un imbarazzante silenzio. I 65.000 sbarchi dell’ultimo anno, oltre sei volte quelli del 2019 e il doppio rispetto al 2020, d’altra parte, rendono improbabile qualsiasi intervento pubblico. Anche perché i numeri sono destinati a salire velocemente. Ovviamente per i 1.000 dell’ultimo assalto dei taxi del mare le Ong hanno già messo in campo la solita strategia. Dalla Geo Barents hanno fatto sapere che stanno curando «ustioni da carburante, infezioni respiratorie e lesioni per le violenze subite in Libia». La Ong ha affidato il proprio megafono a Kira Smith, ostetrica a bordo che si è occupata di una donna nigeriana incinta evacuata l’altro giorno dalla nave insieme alla figlia di due anni con la quale ha intrapreso il viaggio della speranza: «Tutti i nostri sopravvissuti hanno bisogno di ulteriori cure immediate e di un luogo sicuro il prima possibile». L’obiettivo è un porto italiano. Il secondo step del pressing è stato affidato, invece, a tale Francois, partito dal Camerun, che avrebbe subito violenze in Libia: «Ho visto morire molte persone in Libia. Erano talentuosi come me, laboriosi e intelligenti. Voglio denunciare ciò che sta accadendo in Libia e assicurarmi che le persone non perdano la vita in mare». Mentre dalla Sea Watch fanno leva sul più piccolo dei passeggeri, che ha due settimane di vita. Inoltre, in zona Sar maltese, ci sono 30 persone alla deriva. Viaggiavano su un gommone che ha cominciato a imbarcare acqua. La segnalazione è partita da Alarm Phone: «Siamo ancora in contatto con le 30 persone che rischiano la vita per fuggire dalla Libia. Proviamo a dargli forza e sostegno poiché i soccorsi non arrivano. Il Mediterraneo non dev’essere una fossa comune». Tutti sembrano aver dimenticato che con l’aumento delle partenze inevitabilmente aumenta il rischio di incidenti. E ai 1.500 morti nell’ultimo anno nel corso delle traversate del Mediterraneo centrale bisogna aggiungere i 28 morti recuperati ieri dalla Guardia costiera libica e sospinti dal mare sulle spiagge di Al Alous, a 90 chilometri da Tripoli. Ritrovato anche il corpo di un bambino. L’emittente televisiva libica 218 Tv ha aggiunto anche altri particolari: le stesse squadre hanno anche soccorso tre persone ancora vive, ma in condizioni di salute precarie. Altri 30 cadaveri erano stati recuperati in acqua in prossimità di isole greche nei giorni scorsi: 11 verso l’isola di Antikhytera e, poco dopo, altri 16 a largo di Paros, fra i quali anche un neonato e tre donne. Nel giorno di Natale, invece, un gommone si è rovesciato a poca distanza dall’isola di Folegandros e almeno tre persone sono annegate. A bordo c’erano una cinquantina di passeggeri, che risultano ancora dispersi.In Calabria, invece, sono terminate le operazioni di recupero di un barchino con 27 passeggeri a bordo. L’imbarcazione era stata individuata il 23 dicembre mentre navigava all’interno dell’area Sar maltese. La segnalazione era giunta anche al Centro nazionale di soccorso di Roma. Le operazioni di ricerca, coordinate dalla Guardia costiera italiana, sono cominciate nel pomeriggio del 24 dicembre, quando il barchino è stato avvistato da un velivolo Frontex all’interno dell’area Sar italiana. Il Centro nazionale di soccorso ha prima attivato i mercantili presenti in zona, inviando successivamente una motovedetta da Pozzallo. Le ricerche si sono concluse al largo di Crotone. I 27 si sommano ai 490 sbarcati l’altro giorno a Crotone con un peschereccio proveniente dalla direttrice orientale del Mediterraneo e ai 200 arrivati con sbarchi autonomi. Nella tarda serata del 26, poi, si è registrato anche l’ultimo approdo su una delle Pelagie. Una motovedetta della Guardia costiera ha trasportato a riva 89 persone recuperate su un gommone al largo della costa. E la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni commenta: «Sbarchi fuori controllo e ricollocamenti nell’Ue assenti. Ecco il risultato delle politiche immigrazioniste del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Eppure è ancora al suo posto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altri-1-000-clandestini-verso-litalia-la-lamorgese-tace-lue-ce-li-lascera-2656169296.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mazzette-nascoste-nei-tagli-di-manzo-cosi-gira-il-business-dellaccoglienza" data-post-id="2656169296" data-published-at="1640679720" data-use-pagination="False"> Mazzette nascoste nei tagli di manzo. Così gira il business dell’accoglienza Per portare a termine il grande affare sull’accoglienza, ovvero la realizzazione di container per l’isolamento dei migranti positivi al Covid nel Cara di Borgo Mezzanone e per l’ospitalità dei lavoratori stagionali, posizionò un cesto natalizio e una bottiglia di champagne nel portabagagli e una bustarella con 200 banconote da 50 euro nel vano portaoggetti. Incurante della telecamera che gli investigatori avevano piazzato nell’automobile. «Era un pensiero natalizio», si è giustificato l’imprenditore foggiano Luca Ciro Giovanni Leccese, titolare della società Edil Sella finito ai domiciliari, quando è stato interrogato dal procuratore di Bari Roberto Rossi, dopo aver consegnato all’ormai ex capo delle sezioni Strategia e governo dell’offerta della Protezione civile regionale Mario Antonio Lerario (fino al 30 ottobre a capo dell’ufficio provveditorato), arrestato il 23 dicembre, la tangente da 10.000 euro. I due sono accusati di corruzione. Insieme a un altro imprenditore: Donato Mottola, di Noci, titolare della società Dmeco Engineering, anche lui finito ai domiciliari con l’accusa di aver consegnato a Lerario, un giorno prima, un’altra tangente da 20.000 euro. Una «manzetta», l’aveva definita a telefono spiegando alla moglie che aveva portato anche lui «il regalo di Natale» a Lerario. La mazzetta, questa volta, era nascosta in un taglio di manzo pregiato. La moglie ha ribattuto con queste parole: «Tutti felici e contenti, va bene». E subito dopo ha usato una espressione dialettale in pugliese stretto: «Chist’ so’ l’ove!», che sta ad indicare rassegnazione e che i finanzieri hanno tradotto con «così va il mondo». Mottola, durante il suo interrogatorio confessorio, ha cercato però di tergiversare, spiegando che il regalo era legato all’interesse del funzionario per le condizioni di salute della moglie, a cui aveva fatto effettuare esami diagnostici per il tramite del fratello, don Tommaso, cappellano dell’ospedale di Acquaviva delle Fonti. Lerario si è difeso dicendo di non aver mai chiesto nulla ai due imprenditori. Ma, stando all’inchiesta, neppure ha mandato indietro regali e denaro, che avrebbe nascosto tra camera da letto e cassaforte. Entrambi gli imprenditori, secondo le indagini della Guardia di finanza, coordinate dal procuratore Rossi e dall’aggiunto Alessio Coccioli, avevano con la Protezione civile regionale diversi appalti per un valore di oltre 5,3 milioni di euro complessivi. Appalti che avrebbero garantito a Leccese incassi per circa 2,8 milioni di euro e a Mottola per quasi 2,5 milioni. Anche perché, oltre agli affari sull’accoglienza, c’erano in ballo appalti per gli uffici della sede di Foggia del numero unico d’emergenza 112 nell’aeroporto dauno e anche per l’installazione di strutture prefabbricate mobili di emergenza per il pre triage a servizio e supporto delle strutture ospedaliere durante la pandemia. La buona notizia arriva a Leccese direttamente da Lerario, con una delle prime telefonate intercettate, il 29 luglio scorso: «Ti abbiamo aggiudicato la gara e intendiamo fare l’avvio dei lavori lunedì, la consegna dei lavori lunedì, ti volevo comunicare questa cosa in modo che già tu inizi ad organizzarti, perché noi da lunedì vorremo consegnarti il cantiere, dopodiché la nostra priorità, quella della Prefettura di Foggia è quella di essere più celeri possibili. Te lo volevo solo preannunciare, tutto qua». Leccese, che sembra già in confidenza con il suo interlocutore, risponde: «Va bene Dotto’, se ci vediamo, parliamo e facciamo tutto!». Quel «facciamo tutto» per gli investigatori si era già ammantato di un pesantissimo sospetto: «L’esistenza di una fitta rete di rapporti tra il pubblico ufficiale e gli imprenditori coinvolti, caratterizzata dall’asservimento, in cambio di un tornaconto personale, della funzione pubblica del primo agli interessi economici dei secondi». E infatti, quando Lerario è stato spostato dall’ufficio provveditorato della Protezione civile, Leccese, che aspettava l’affidamento di ulteriori cinque moduli abitativi per il Cara di Borgo Mezzanone, è sbottato a telefono: «Mo’ i casini sorgeranno perché con il fatto che là è cambiata la persona [...]». Parole che gli investigatori hanno interpretato così: «Dall’affermazione emerge chiaramente che la presenza di Lerario nel predetto incarico aveva l’effetto di evitare l’insorgere di problemi («casini», ndr) per Leccese». Il gip del Tribunale di Bari Anna Perrelli, che ha privato i tre della libertà personale, nell’ordinanza ha sottolineato il «mercimonio delle pubbliche funzioni» di Lerario ed evidenziato che durante le indagini il dirigente della Protezione civile si sarebbe anche «preoccupato di far bonificare il proprio ufficio dove erano state sistemate cimici audio e video». Condotte, secondo il gip, che sono connotate da «spregiudicatezza, deriva etica e deontologica a onta del formale stato di incensurati degli indagati». Lerario, però, sottolinea il giudice, porta in dote anche un carico pendente in primo grado a Potenza, dove è accusato, anche in questo caso, di corruzione.
Invece, voi lettori mi avete sorpreso, perché avete risposto al nostro appello con una generosità commovente. Puntavamo a raccogliere 150.000 euro per pagare gli avvocati al militare dell’Arma e per fare fronte alla provvisionale a cui è stato condannato per aver fermato un criminale. Ma la cifra che intendevamo raggiungere è stata abbondantemente superata, al punto che ormai abbiamo toccato quota 450.000. Con il vostro beneplacito, appena sarà necessario verseremo sul conto del brigadiere la somma dovuta, mentre il resto costituirà un fondo per altri casi del genere. Non è la prima volta che uomini delle forze dell’ordine sono costretti a pagare di tasca propria l’adempimento del proprio dovere. E purtroppo non sarà l’ultima: dunque, ciò che avanzerà a seguito del saldo delle pendenze a carico del brigadiere resterà a disposizione di altri uomini delle forze dell’ordine, come ad esempio i carabinieri del caso Ramy, indagati per aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt, una fuga finita tragicamente per uno dei due ragazzi e che, incredibilmente, ha fatto finire sul banco degli accusati sette militari.
Ora che vi ho informato su come intendiamo procedere con i soldi che ci avete affidato, consentitemi però di fare alcune riflessioni. La prima riguarda la vittima, cioè il ladro per la cui uccisione è stato condannato Marroccella. L’uomo, un siriano che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, aveva una lunga lista di precedenti. Era un ex militare dell’esercito di Assad, esperto di arti marziali, che neppure la minaccia di una pistola ha fermato. Dopo aver colpito il collega del brigadiere con un cacciavite lungo venti centimetri, con quell’arma avrebbe potuto colpire altri carabinieri. Ed è per questo che il brigadiere ha sparato: per evitare la possibilità di un’aggressione e il conseguente ferimento di altri militari dell’Arma. In pratica, Marroccella è stato costretto a intervenire. Non difendeva sé stesso, ma doveva impedire che altri rimanessero vittime del siriano, il quale non aveva nessunissima intenzione di arrendersi. Perciò il suo è stato un uso legittimo dell’arma che gli era stata affidata. La seconda considerazione riguarda i parenti del ladro. Il tribunale ne ha ammessi come parti civili 13. E questi, nonostante in gran parte vivano all’estero, hanno sostenuto di frequentare con assiduità la vittima e dunque di aver diritto a un risarcimento per la sua morte. In totale hanno chiesto circa 13 milioni, ma il tribunale per ora ha riconosciuti 133.800 euro, comprensivi di spese legali. Apparentemente il tribunale ha ridotto a un centesimo le pretese di moglie, figli e fratelli del ladro, peccato che la provvisionale sia immediatamente esecutiva e dunque, nonostante una sentenza di secondo grado possa riformare la condanna del brigadiere, sia praticamente a fondo perduto. Già perché se gli eredi dovessero essere costretti a restituire la somma, sarà difficile riaverla indietro, dato che i parenti sono disseminati all’estero, dove notoriamente le esecuzioni non sono facili. Proprio questo avrebbe dovuto indurre i giudici a maggiore cautela. Se di fronte a condanne per errori medici le toghe non accordano un immediato risarcimento, perché con un carabiniere sì? Perché far gravare sulle sue spalle una provvisionale esecutiva?
C’è poi un’altra considerazione da fare: il siriano, ossia il ladro, era stato più volte incarcerato e avrebbe dovuto essere espulso. Le forze dell’ordine ne avevano chiesto il trattenimento in un Cpr, ossia in un centro di rimpatrio, ma come per l’assassino di Aurora, la giovane stuprata e uccisa a Milano, non se n’era fatto niente. Non perché, come nel caso del peruviano, fosse incompatibile con la custodia nel Cpr, ma perché non c’era posto. Così, mentre l’assassino di Aurora è stato lasciato libero di uccidere, al ladro siriano è stato consentito di continuare a rubare. Fino a quando non ha incontrato un uomo che non si è voltato dall’altra parte ma ha fatto il suo dovere.
La morale di questa storia mi pare evidente: non sono i carabinieri a dover essere trascinati sul banco degli imputati ma i criminali, i Cpr vanno aumentati per consentire le espulsioni e bisogna porre un argine ai risarcimenti in favore dei parenti di delinquenti rimasti vittime - come lo ha definito il cugino del rom ucciso a Lonate Pozzolo - del proprio «lavoro».
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Così la banda, che per la Procura è un’associazione a delinquere radicata nel Padovano, avrebbe raggirato in modo seriale un’infinita lista di pensionate, spesso sole, i cui profili sarebbero in alcuni casi stati attentamente selezionati da società di profilazione. In altri casi, invece, venivano battute aree territoriali residenziali in cui sarebbe stato più semplice trovare nelle abitazioni anziani, casalinghe e persone sole. Quartieri tranquilli, porte aperte, fiducia concessa.
I profitti, secondo chi indaga, finivano in auto sportive, locali esclusivi, ristoranti di lusso e vacanze a Cortina. La bella vita alle spalle dei pensionati truffati. Fino agli arresti di ieri mattina e al sequestro di 2,5 milioni di euro, somma ritenuta corrispondente ai profitti illecitamente accumulati. Dietro la facciata di una normale società operante nel settore (con sede operativa in provincia di Padova e sede legale in provincia di Venezia), si è scoperto, agiva un’organizzazione strutturata. Che conquistava fiducia, esercitava pressione e poi, stando all’accusa, svuotava i conti correnti. Per il vertice dell’organizzazione è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per i due uomini a lui più vicini sono scattati gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Per altri due indagati, invece, il gip ha disposto l’obbligo di dimora con divieto di uscire dal comune di residenza nelle ore notturne e l’obbligo quotidiano di firma. Misure che fotografano i diversi ruoli all’interno del gruppo.
Parallelamente sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni dei dieci indagati, nella sede della società finita sotto la lente delle Fiamme gialle e anche negli uffici di altre società con sedi a Lecce, Mantova, Roma e Treviso. Realtà che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo nel fornire elenchi di potenziali vittime. Un mercato di nomi e indirizzi (sul quale è ora concentrata l’attenzione degli inquirenti). Nomi, indirizzi, profili fragili. Liste da sfruttare. Il sistema, però, è franato proprio sul tenore di vita ostentato dagli indagati. Tutti ufficialmente con redditi dichiarati al fisco incompatibili con giri in Ferrari, abiti firmati, hotel di lusso e ristoranti stellati. Gli accertamenti bancari avrebbero subito evidenziato evidenti discrepanze tra le entrate ufficiali e le spese sostenute. Ma a colpire gli inquirenti è stato anche un altro dato: la quasi totalità della clientela della società era composta da donne over 60. Un’anomalia che ha acceso definitivamente i riflettori sull’attività.
È cominciata così l’attività investigativa. Primo step: l’ascolto delle clienti. Con non poco imbarazzo, molte di loro hanno ammesso di essere state raggirate. I verbali delle vittime sembrano uno la fotocopia dell’altro. Ed ecco il filo conduttore: si presentava a casa un agente, illustrava il prodotto come un affare e, dopo l’acquisto, cominciavano le pressioni. E anche se il primo incontro non si concludeva con l’acquisto, i venditori sarebbero riusciti comunque a far firmare un modulo alle vittime, presentandolo come un semplice «attestato di passaggio» da consegnare al responsabile. In realtà si trattava di un documento vincolante, un vero contratto. Quella firma diventava il grimaldello per obbligare le vittime all’acquisto di articoli per la casa: pentole, materassi, ferri da stiro, poltrone reclinabili, dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia. Oggetti di scarso valore, ma presentati come prodotti di altissima qualità. Il costo? In media tra i 5.000 e i 7.000 euro. Cifre fuori portata per molte delle pensionate raggirate.
E a quel punto entrava in scena il finanziamento. I venditori avrebbero indotto le vittime ad aprire linee di credito con società finanziarie. Il debito come unica via d’uscita apparente. Ma il meccanismo non si fermava lì. I rappresentanti tornavano, soprattutto dalle clienti più fragili. E le avrebbero costrette a ulteriori acquisti, rimodulando i finanziamenti già attivi, che crescevano a dismisura nell’importo delle rate e nella durata. Un indebitamento progressivo, costruito visita dopo visita. E il cappio si stringeva lentamente.
Il secondo snodo investigativo si è concentrato sulle minacce. Perché con le vittime, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero fatto continui riferimenti ad avvocati e ad azioni legali imminenti. In alcuni casi il legale (in realtà inesistente), come ultimo strumento di persuasione, accompagnava i venditori, pronto a intervenire per piegare le resistenze (e forse è anche per questo che non sono partite denunce). A quel punto, per paura, le vittime cedevano. Ed è per questo che ad alcuni indagati viene contestata oltre alla truffa anche l’estorsione.
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Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.