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2021-12-28
Altri 1.000 clandestini verso l’Italia. La Lamorgese tace, l’Ue ce li lascerà
Ansa
La Geo Barents, nave di Medici senza frontiere, si è avvicinata a Catania con i suoi 558 passeggeri tirati a bordo a largo della Libia. La Sea Watch 3, invece, ne ha caricati 444 in diverse operazioni ed è a poche miglia da Lampedusa. È come se le Ong avessero scelto già ognuna il proprio porto. Mentre il governo attende a dare il via libera, forse per riorganizzare le navi quarantena e tentare di svuotare l’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa. Di certo non si parla più di rotazione dei porti, né di ridistribuzioni. Segno del fallimento dell’accordo di Malta e delle strategie del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», ricorda Matteo Salvini, citando l’articolo 52 della Costituzione e aggiungendo: «Io l’ho fatto, e vado a processo. Chi mi ha seguito che fa?». Il riferimento diretto è proprio a Lamorgese. Che da tempo su questo tema si è chiusa in un imbarazzante silenzio. I 65.000 sbarchi dell’ultimo anno, oltre sei volte quelli del 2019 e il doppio rispetto al 2020, d’altra parte, rendono improbabile qualsiasi intervento pubblico. Anche perché i numeri sono destinati a salire velocemente. Ovviamente per i 1.000 dell’ultimo assalto dei taxi del mare le Ong hanno già messo in campo la solita strategia. Dalla Geo Barents hanno fatto sapere che stanno curando «ustioni da carburante, infezioni respiratorie e lesioni per le violenze subite in Libia». La Ong ha affidato il proprio megafono a Kira Smith, ostetrica a bordo che si è occupata di una donna nigeriana incinta evacuata l’altro giorno dalla nave insieme alla figlia di due anni con la quale ha intrapreso il viaggio della speranza: «Tutti i nostri sopravvissuti hanno bisogno di ulteriori cure immediate e di un luogo sicuro il prima possibile». L’obiettivo è un porto italiano. Il secondo step del pressing è stato affidato, invece, a tale Francois, partito dal Camerun, che avrebbe subito violenze in Libia: «Ho visto morire molte persone in Libia. Erano talentuosi come me, laboriosi e intelligenti. Voglio denunciare ciò che sta accadendo in Libia e assicurarmi che le persone non perdano la vita in mare». Mentre dalla Sea Watch fanno leva sul più piccolo dei passeggeri, che ha due settimane di vita. Inoltre, in zona Sar maltese, ci sono 30 persone alla deriva. Viaggiavano su un gommone che ha cominciato a imbarcare acqua. La segnalazione è partita da Alarm Phone: «Siamo ancora in contatto con le 30 persone che rischiano la vita per fuggire dalla Libia. Proviamo a dargli forza e sostegno poiché i soccorsi non arrivano. Il Mediterraneo non dev’essere una fossa comune». Tutti sembrano aver dimenticato che con l’aumento delle partenze inevitabilmente aumenta il rischio di incidenti. E ai 1.500 morti nell’ultimo anno nel corso delle traversate del Mediterraneo centrale bisogna aggiungere i 28 morti recuperati ieri dalla Guardia costiera libica e sospinti dal mare sulle spiagge di Al Alous, a 90 chilometri da Tripoli. Ritrovato anche il corpo di un bambino. L’emittente televisiva libica 218 Tv ha aggiunto anche altri particolari: le stesse squadre hanno anche soccorso tre persone ancora vive, ma in condizioni di salute precarie. Altri 30 cadaveri erano stati recuperati in acqua in prossimità di isole greche nei giorni scorsi: 11 verso l’isola di Antikhytera e, poco dopo, altri 16 a largo di Paros, fra i quali anche un neonato e tre donne. Nel giorno di Natale, invece, un gommone si è rovesciato a poca distanza dall’isola di Folegandros e almeno tre persone sono annegate. A bordo c’erano una cinquantina di passeggeri, che risultano ancora dispersi.
In Calabria, invece, sono terminate le operazioni di recupero di un barchino con 27 passeggeri a bordo. L’imbarcazione era stata individuata il 23 dicembre mentre navigava all’interno dell’area Sar maltese. La segnalazione era giunta anche al Centro nazionale di soccorso di Roma. Le operazioni di ricerca, coordinate dalla Guardia costiera italiana, sono cominciate nel pomeriggio del 24 dicembre, quando il barchino è stato avvistato da un velivolo Frontex all’interno dell’area Sar italiana. Il Centro nazionale di soccorso ha prima attivato i mercantili presenti in zona, inviando successivamente una motovedetta da Pozzallo. Le ricerche si sono concluse al largo di Crotone. I 27 si sommano ai 490 sbarcati l’altro giorno a Crotone con un peschereccio proveniente dalla direttrice orientale del Mediterraneo e ai 200 arrivati con sbarchi autonomi. Nella tarda serata del 26, poi, si è registrato anche l’ultimo approdo su una delle Pelagie. Una motovedetta della Guardia costiera ha trasportato a riva 89 persone recuperate su un gommone al largo della costa. E la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni commenta: «Sbarchi fuori controllo e ricollocamenti nell’Ue assenti. Ecco il risultato delle politiche immigrazioniste del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Eppure è ancora al suo posto».
Mazzette nascoste nei tagli di manzo. Così gira il business dell’accoglienza
Per portare a termine il grande affare sull’accoglienza, ovvero la realizzazione di container per l’isolamento dei migranti positivi al Covid nel Cara di Borgo Mezzanone e per l’ospitalità dei lavoratori stagionali, posizionò un cesto natalizio e una bottiglia di champagne nel portabagagli e una bustarella con 200 banconote da 50 euro nel vano portaoggetti. Incurante della telecamera che gli investigatori avevano piazzato nell’automobile. «Era un pensiero natalizio», si è giustificato l’imprenditore foggiano Luca Ciro Giovanni Leccese, titolare della società Edil Sella finito ai domiciliari, quando è stato interrogato dal procuratore di Bari Roberto Rossi, dopo aver consegnato all’ormai ex capo delle sezioni Strategia e governo dell’offerta della Protezione civile regionale Mario Antonio Lerario (fino al 30 ottobre a capo dell’ufficio provveditorato), arrestato il 23 dicembre, la tangente da 10.000 euro. I due sono accusati di corruzione.
Insieme a un altro imprenditore: Donato Mottola, di Noci, titolare della società Dmeco Engineering, anche lui finito ai domiciliari con l’accusa di aver consegnato a Lerario, un giorno prima, un’altra tangente da 20.000 euro. Una «manzetta», l’aveva definita a telefono spiegando alla moglie che aveva portato anche lui «il regalo di Natale» a Lerario. La mazzetta, questa volta, era nascosta in un taglio di manzo pregiato. La moglie ha ribattuto con queste parole: «Tutti felici e contenti, va bene». E subito dopo ha usato una espressione dialettale in pugliese stretto: «Chist’ so’ l’ove!», che sta ad indicare rassegnazione e che i finanzieri hanno tradotto con «così va il mondo». Mottola, durante il suo interrogatorio confessorio, ha cercato però di tergiversare, spiegando che il regalo era legato all’interesse del funzionario per le condizioni di salute della moglie, a cui aveva fatto effettuare esami diagnostici per il tramite del fratello, don Tommaso, cappellano dell’ospedale di Acquaviva delle Fonti. Lerario si è difeso dicendo di non aver mai chiesto nulla ai due imprenditori. Ma, stando all’inchiesta, neppure ha mandato indietro regali e denaro, che avrebbe nascosto tra camera da letto e cassaforte.
Entrambi gli imprenditori, secondo le indagini della Guardia di finanza, coordinate dal procuratore Rossi e dall’aggiunto Alessio Coccioli, avevano con la Protezione civile regionale diversi appalti per un valore di oltre 5,3 milioni di euro complessivi. Appalti che avrebbero garantito a Leccese incassi per circa 2,8 milioni di euro e a Mottola per quasi 2,5 milioni. Anche perché, oltre agli affari sull’accoglienza, c’erano in ballo appalti per gli uffici della sede di Foggia del numero unico d’emergenza 112 nell’aeroporto dauno e anche per l’installazione di strutture prefabbricate mobili di emergenza per il pre triage a servizio e supporto delle strutture ospedaliere durante la pandemia. La buona notizia arriva a Leccese direttamente da Lerario, con una delle prime telefonate intercettate, il 29 luglio scorso: «Ti abbiamo aggiudicato la gara e intendiamo fare l’avvio dei lavori lunedì, la consegna dei lavori lunedì, ti volevo comunicare questa cosa in modo che già tu inizi ad organizzarti, perché noi da lunedì vorremo consegnarti il cantiere, dopodiché la nostra priorità, quella della Prefettura di Foggia è quella di essere più celeri possibili. Te lo volevo solo preannunciare, tutto qua». Leccese, che sembra già in confidenza con il suo interlocutore, risponde: «Va bene Dotto’, se ci vediamo, parliamo e facciamo tutto!». Quel «facciamo tutto» per gli investigatori si era già ammantato di un pesantissimo sospetto: «L’esistenza di una fitta rete di rapporti tra il pubblico ufficiale e gli imprenditori coinvolti, caratterizzata dall’asservimento, in cambio di un tornaconto personale, della funzione pubblica del primo agli interessi economici dei secondi». E infatti, quando Lerario è stato spostato dall’ufficio provveditorato della Protezione civile, Leccese, che aspettava l’affidamento di ulteriori cinque moduli abitativi per il Cara di Borgo Mezzanone, è sbottato a telefono: «Mo’ i casini sorgeranno perché con il fatto che là è cambiata la persona [...]». Parole che gli investigatori hanno interpretato così: «Dall’affermazione emerge chiaramente che la presenza di Lerario nel predetto incarico aveva l’effetto di evitare l’insorgere di problemi («casini», ndr) per Leccese». Il gip del Tribunale di Bari Anna Perrelli, che ha privato i tre della libertà personale, nell’ordinanza ha sottolineato il «mercimonio delle pubbliche funzioni» di Lerario ed evidenziato che durante le indagini il dirigente della Protezione civile si sarebbe anche «preoccupato di far bonificare il proprio ufficio dove erano state sistemate cimici audio e video». Condotte, secondo il gip, che sono connotate da «spregiudicatezza, deriva etica e deontologica a onta del formale stato di incensurati degli indagati». Lerario, però, sottolinea il giudice, porta in dote anche un carico pendente in primo grado a Potenza, dove è accusato, anche in questo caso, di corruzione.
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Due navi delle Ong attendono un porto, che difficilmente verrà negato visti i silenzi del governo. Lampedusa scoppia e nuove rotte, come quella calabrese, si gonfiano. Per l’Europa va benissimo così: la grana resta a noiArrestati due imprenditori e un funzionario della Protezione civile. I soldi infilati perfino nella carne: «Gli do una manzetta»Lo speciale contiene due articoli La Geo Barents, nave di Medici senza frontiere, si è avvicinata a Catania con i suoi 558 passeggeri tirati a bordo a largo della Libia. La Sea Watch 3, invece, ne ha caricati 444 in diverse operazioni ed è a poche miglia da Lampedusa. È come se le Ong avessero scelto già ognuna il proprio porto. Mentre il governo attende a dare il via libera, forse per riorganizzare le navi quarantena e tentare di svuotare l’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa. Di certo non si parla più di rotazione dei porti, né di ridistribuzioni. Segno del fallimento dell’accordo di Malta e delle strategie del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», ricorda Matteo Salvini, citando l’articolo 52 della Costituzione e aggiungendo: «Io l’ho fatto, e vado a processo. Chi mi ha seguito che fa?». Il riferimento diretto è proprio a Lamorgese. Che da tempo su questo tema si è chiusa in un imbarazzante silenzio. I 65.000 sbarchi dell’ultimo anno, oltre sei volte quelli del 2019 e il doppio rispetto al 2020, d’altra parte, rendono improbabile qualsiasi intervento pubblico. Anche perché i numeri sono destinati a salire velocemente. Ovviamente per i 1.000 dell’ultimo assalto dei taxi del mare le Ong hanno già messo in campo la solita strategia. Dalla Geo Barents hanno fatto sapere che stanno curando «ustioni da carburante, infezioni respiratorie e lesioni per le violenze subite in Libia». La Ong ha affidato il proprio megafono a Kira Smith, ostetrica a bordo che si è occupata di una donna nigeriana incinta evacuata l’altro giorno dalla nave insieme alla figlia di due anni con la quale ha intrapreso il viaggio della speranza: «Tutti i nostri sopravvissuti hanno bisogno di ulteriori cure immediate e di un luogo sicuro il prima possibile». L’obiettivo è un porto italiano. Il secondo step del pressing è stato affidato, invece, a tale Francois, partito dal Camerun, che avrebbe subito violenze in Libia: «Ho visto morire molte persone in Libia. Erano talentuosi come me, laboriosi e intelligenti. Voglio denunciare ciò che sta accadendo in Libia e assicurarmi che le persone non perdano la vita in mare». Mentre dalla Sea Watch fanno leva sul più piccolo dei passeggeri, che ha due settimane di vita. Inoltre, in zona Sar maltese, ci sono 30 persone alla deriva. Viaggiavano su un gommone che ha cominciato a imbarcare acqua. La segnalazione è partita da Alarm Phone: «Siamo ancora in contatto con le 30 persone che rischiano la vita per fuggire dalla Libia. Proviamo a dargli forza e sostegno poiché i soccorsi non arrivano. Il Mediterraneo non dev’essere una fossa comune». Tutti sembrano aver dimenticato che con l’aumento delle partenze inevitabilmente aumenta il rischio di incidenti. E ai 1.500 morti nell’ultimo anno nel corso delle traversate del Mediterraneo centrale bisogna aggiungere i 28 morti recuperati ieri dalla Guardia costiera libica e sospinti dal mare sulle spiagge di Al Alous, a 90 chilometri da Tripoli. Ritrovato anche il corpo di un bambino. L’emittente televisiva libica 218 Tv ha aggiunto anche altri particolari: le stesse squadre hanno anche soccorso tre persone ancora vive, ma in condizioni di salute precarie. Altri 30 cadaveri erano stati recuperati in acqua in prossimità di isole greche nei giorni scorsi: 11 verso l’isola di Antikhytera e, poco dopo, altri 16 a largo di Paros, fra i quali anche un neonato e tre donne. Nel giorno di Natale, invece, un gommone si è rovesciato a poca distanza dall’isola di Folegandros e almeno tre persone sono annegate. A bordo c’erano una cinquantina di passeggeri, che risultano ancora dispersi.In Calabria, invece, sono terminate le operazioni di recupero di un barchino con 27 passeggeri a bordo. L’imbarcazione era stata individuata il 23 dicembre mentre navigava all’interno dell’area Sar maltese. La segnalazione era giunta anche al Centro nazionale di soccorso di Roma. Le operazioni di ricerca, coordinate dalla Guardia costiera italiana, sono cominciate nel pomeriggio del 24 dicembre, quando il barchino è stato avvistato da un velivolo Frontex all’interno dell’area Sar italiana. Il Centro nazionale di soccorso ha prima attivato i mercantili presenti in zona, inviando successivamente una motovedetta da Pozzallo. Le ricerche si sono concluse al largo di Crotone. I 27 si sommano ai 490 sbarcati l’altro giorno a Crotone con un peschereccio proveniente dalla direttrice orientale del Mediterraneo e ai 200 arrivati con sbarchi autonomi. Nella tarda serata del 26, poi, si è registrato anche l’ultimo approdo su una delle Pelagie. Una motovedetta della Guardia costiera ha trasportato a riva 89 persone recuperate su un gommone al largo della costa. E la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni commenta: «Sbarchi fuori controllo e ricollocamenti nell’Ue assenti. Ecco il risultato delle politiche immigrazioniste del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Eppure è ancora al suo posto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altri-1-000-clandestini-verso-litalia-la-lamorgese-tace-lue-ce-li-lascera-2656169296.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mazzette-nascoste-nei-tagli-di-manzo-cosi-gira-il-business-dellaccoglienza" data-post-id="2656169296" data-published-at="1640679720" data-use-pagination="False"> Mazzette nascoste nei tagli di manzo. Così gira il business dell’accoglienza Per portare a termine il grande affare sull’accoglienza, ovvero la realizzazione di container per l’isolamento dei migranti positivi al Covid nel Cara di Borgo Mezzanone e per l’ospitalità dei lavoratori stagionali, posizionò un cesto natalizio e una bottiglia di champagne nel portabagagli e una bustarella con 200 banconote da 50 euro nel vano portaoggetti. Incurante della telecamera che gli investigatori avevano piazzato nell’automobile. «Era un pensiero natalizio», si è giustificato l’imprenditore foggiano Luca Ciro Giovanni Leccese, titolare della società Edil Sella finito ai domiciliari, quando è stato interrogato dal procuratore di Bari Roberto Rossi, dopo aver consegnato all’ormai ex capo delle sezioni Strategia e governo dell’offerta della Protezione civile regionale Mario Antonio Lerario (fino al 30 ottobre a capo dell’ufficio provveditorato), arrestato il 23 dicembre, la tangente da 10.000 euro. I due sono accusati di corruzione. Insieme a un altro imprenditore: Donato Mottola, di Noci, titolare della società Dmeco Engineering, anche lui finito ai domiciliari con l’accusa di aver consegnato a Lerario, un giorno prima, un’altra tangente da 20.000 euro. Una «manzetta», l’aveva definita a telefono spiegando alla moglie che aveva portato anche lui «il regalo di Natale» a Lerario. La mazzetta, questa volta, era nascosta in un taglio di manzo pregiato. La moglie ha ribattuto con queste parole: «Tutti felici e contenti, va bene». E subito dopo ha usato una espressione dialettale in pugliese stretto: «Chist’ so’ l’ove!», che sta ad indicare rassegnazione e che i finanzieri hanno tradotto con «così va il mondo». Mottola, durante il suo interrogatorio confessorio, ha cercato però di tergiversare, spiegando che il regalo era legato all’interesse del funzionario per le condizioni di salute della moglie, a cui aveva fatto effettuare esami diagnostici per il tramite del fratello, don Tommaso, cappellano dell’ospedale di Acquaviva delle Fonti. Lerario si è difeso dicendo di non aver mai chiesto nulla ai due imprenditori. Ma, stando all’inchiesta, neppure ha mandato indietro regali e denaro, che avrebbe nascosto tra camera da letto e cassaforte. Entrambi gli imprenditori, secondo le indagini della Guardia di finanza, coordinate dal procuratore Rossi e dall’aggiunto Alessio Coccioli, avevano con la Protezione civile regionale diversi appalti per un valore di oltre 5,3 milioni di euro complessivi. Appalti che avrebbero garantito a Leccese incassi per circa 2,8 milioni di euro e a Mottola per quasi 2,5 milioni. Anche perché, oltre agli affari sull’accoglienza, c’erano in ballo appalti per gli uffici della sede di Foggia del numero unico d’emergenza 112 nell’aeroporto dauno e anche per l’installazione di strutture prefabbricate mobili di emergenza per il pre triage a servizio e supporto delle strutture ospedaliere durante la pandemia. La buona notizia arriva a Leccese direttamente da Lerario, con una delle prime telefonate intercettate, il 29 luglio scorso: «Ti abbiamo aggiudicato la gara e intendiamo fare l’avvio dei lavori lunedì, la consegna dei lavori lunedì, ti volevo comunicare questa cosa in modo che già tu inizi ad organizzarti, perché noi da lunedì vorremo consegnarti il cantiere, dopodiché la nostra priorità, quella della Prefettura di Foggia è quella di essere più celeri possibili. Te lo volevo solo preannunciare, tutto qua». Leccese, che sembra già in confidenza con il suo interlocutore, risponde: «Va bene Dotto’, se ci vediamo, parliamo e facciamo tutto!». Quel «facciamo tutto» per gli investigatori si era già ammantato di un pesantissimo sospetto: «L’esistenza di una fitta rete di rapporti tra il pubblico ufficiale e gli imprenditori coinvolti, caratterizzata dall’asservimento, in cambio di un tornaconto personale, della funzione pubblica del primo agli interessi economici dei secondi». E infatti, quando Lerario è stato spostato dall’ufficio provveditorato della Protezione civile, Leccese, che aspettava l’affidamento di ulteriori cinque moduli abitativi per il Cara di Borgo Mezzanone, è sbottato a telefono: «Mo’ i casini sorgeranno perché con il fatto che là è cambiata la persona [...]». Parole che gli investigatori hanno interpretato così: «Dall’affermazione emerge chiaramente che la presenza di Lerario nel predetto incarico aveva l’effetto di evitare l’insorgere di problemi («casini», ndr) per Leccese». Il gip del Tribunale di Bari Anna Perrelli, che ha privato i tre della libertà personale, nell’ordinanza ha sottolineato il «mercimonio delle pubbliche funzioni» di Lerario ed evidenziato che durante le indagini il dirigente della Protezione civile si sarebbe anche «preoccupato di far bonificare il proprio ufficio dove erano state sistemate cimici audio e video». Condotte, secondo il gip, che sono connotate da «spregiudicatezza, deriva etica e deontologica a onta del formale stato di incensurati degli indagati». Lerario, però, sottolinea il giudice, porta in dote anche un carico pendente in primo grado a Potenza, dove è accusato, anche in questo caso, di corruzione.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».