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2021-12-28
Altri 1.000 clandestini verso l’Italia. La Lamorgese tace, l’Ue ce li lascerà
Ansa
La Geo Barents, nave di Medici senza frontiere, si è avvicinata a Catania con i suoi 558 passeggeri tirati a bordo a largo della Libia. La Sea Watch 3, invece, ne ha caricati 444 in diverse operazioni ed è a poche miglia da Lampedusa. È come se le Ong avessero scelto già ognuna il proprio porto. Mentre il governo attende a dare il via libera, forse per riorganizzare le navi quarantena e tentare di svuotare l’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa. Di certo non si parla più di rotazione dei porti, né di ridistribuzioni. Segno del fallimento dell’accordo di Malta e delle strategie del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», ricorda Matteo Salvini, citando l’articolo 52 della Costituzione e aggiungendo: «Io l’ho fatto, e vado a processo. Chi mi ha seguito che fa?». Il riferimento diretto è proprio a Lamorgese. Che da tempo su questo tema si è chiusa in un imbarazzante silenzio. I 65.000 sbarchi dell’ultimo anno, oltre sei volte quelli del 2019 e il doppio rispetto al 2020, d’altra parte, rendono improbabile qualsiasi intervento pubblico. Anche perché i numeri sono destinati a salire velocemente. Ovviamente per i 1.000 dell’ultimo assalto dei taxi del mare le Ong hanno già messo in campo la solita strategia. Dalla Geo Barents hanno fatto sapere che stanno curando «ustioni da carburante, infezioni respiratorie e lesioni per le violenze subite in Libia». La Ong ha affidato il proprio megafono a Kira Smith, ostetrica a bordo che si è occupata di una donna nigeriana incinta evacuata l’altro giorno dalla nave insieme alla figlia di due anni con la quale ha intrapreso il viaggio della speranza: «Tutti i nostri sopravvissuti hanno bisogno di ulteriori cure immediate e di un luogo sicuro il prima possibile». L’obiettivo è un porto italiano. Il secondo step del pressing è stato affidato, invece, a tale Francois, partito dal Camerun, che avrebbe subito violenze in Libia: «Ho visto morire molte persone in Libia. Erano talentuosi come me, laboriosi e intelligenti. Voglio denunciare ciò che sta accadendo in Libia e assicurarmi che le persone non perdano la vita in mare». Mentre dalla Sea Watch fanno leva sul più piccolo dei passeggeri, che ha due settimane di vita. Inoltre, in zona Sar maltese, ci sono 30 persone alla deriva. Viaggiavano su un gommone che ha cominciato a imbarcare acqua. La segnalazione è partita da Alarm Phone: «Siamo ancora in contatto con le 30 persone che rischiano la vita per fuggire dalla Libia. Proviamo a dargli forza e sostegno poiché i soccorsi non arrivano. Il Mediterraneo non dev’essere una fossa comune». Tutti sembrano aver dimenticato che con l’aumento delle partenze inevitabilmente aumenta il rischio di incidenti. E ai 1.500 morti nell’ultimo anno nel corso delle traversate del Mediterraneo centrale bisogna aggiungere i 28 morti recuperati ieri dalla Guardia costiera libica e sospinti dal mare sulle spiagge di Al Alous, a 90 chilometri da Tripoli. Ritrovato anche il corpo di un bambino. L’emittente televisiva libica 218 Tv ha aggiunto anche altri particolari: le stesse squadre hanno anche soccorso tre persone ancora vive, ma in condizioni di salute precarie. Altri 30 cadaveri erano stati recuperati in acqua in prossimità di isole greche nei giorni scorsi: 11 verso l’isola di Antikhytera e, poco dopo, altri 16 a largo di Paros, fra i quali anche un neonato e tre donne. Nel giorno di Natale, invece, un gommone si è rovesciato a poca distanza dall’isola di Folegandros e almeno tre persone sono annegate. A bordo c’erano una cinquantina di passeggeri, che risultano ancora dispersi.
In Calabria, invece, sono terminate le operazioni di recupero di un barchino con 27 passeggeri a bordo. L’imbarcazione era stata individuata il 23 dicembre mentre navigava all’interno dell’area Sar maltese. La segnalazione era giunta anche al Centro nazionale di soccorso di Roma. Le operazioni di ricerca, coordinate dalla Guardia costiera italiana, sono cominciate nel pomeriggio del 24 dicembre, quando il barchino è stato avvistato da un velivolo Frontex all’interno dell’area Sar italiana. Il Centro nazionale di soccorso ha prima attivato i mercantili presenti in zona, inviando successivamente una motovedetta da Pozzallo. Le ricerche si sono concluse al largo di Crotone. I 27 si sommano ai 490 sbarcati l’altro giorno a Crotone con un peschereccio proveniente dalla direttrice orientale del Mediterraneo e ai 200 arrivati con sbarchi autonomi. Nella tarda serata del 26, poi, si è registrato anche l’ultimo approdo su una delle Pelagie. Una motovedetta della Guardia costiera ha trasportato a riva 89 persone recuperate su un gommone al largo della costa. E la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni commenta: «Sbarchi fuori controllo e ricollocamenti nell’Ue assenti. Ecco il risultato delle politiche immigrazioniste del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Eppure è ancora al suo posto».
Mazzette nascoste nei tagli di manzo. Così gira il business dell’accoglienza
Per portare a termine il grande affare sull’accoglienza, ovvero la realizzazione di container per l’isolamento dei migranti positivi al Covid nel Cara di Borgo Mezzanone e per l’ospitalità dei lavoratori stagionali, posizionò un cesto natalizio e una bottiglia di champagne nel portabagagli e una bustarella con 200 banconote da 50 euro nel vano portaoggetti. Incurante della telecamera che gli investigatori avevano piazzato nell’automobile. «Era un pensiero natalizio», si è giustificato l’imprenditore foggiano Luca Ciro Giovanni Leccese, titolare della società Edil Sella finito ai domiciliari, quando è stato interrogato dal procuratore di Bari Roberto Rossi, dopo aver consegnato all’ormai ex capo delle sezioni Strategia e governo dell’offerta della Protezione civile regionale Mario Antonio Lerario (fino al 30 ottobre a capo dell’ufficio provveditorato), arrestato il 23 dicembre, la tangente da 10.000 euro. I due sono accusati di corruzione.
Insieme a un altro imprenditore: Donato Mottola, di Noci, titolare della società Dmeco Engineering, anche lui finito ai domiciliari con l’accusa di aver consegnato a Lerario, un giorno prima, un’altra tangente da 20.000 euro. Una «manzetta», l’aveva definita a telefono spiegando alla moglie che aveva portato anche lui «il regalo di Natale» a Lerario. La mazzetta, questa volta, era nascosta in un taglio di manzo pregiato. La moglie ha ribattuto con queste parole: «Tutti felici e contenti, va bene». E subito dopo ha usato una espressione dialettale in pugliese stretto: «Chist’ so’ l’ove!», che sta ad indicare rassegnazione e che i finanzieri hanno tradotto con «così va il mondo». Mottola, durante il suo interrogatorio confessorio, ha cercato però di tergiversare, spiegando che il regalo era legato all’interesse del funzionario per le condizioni di salute della moglie, a cui aveva fatto effettuare esami diagnostici per il tramite del fratello, don Tommaso, cappellano dell’ospedale di Acquaviva delle Fonti. Lerario si è difeso dicendo di non aver mai chiesto nulla ai due imprenditori. Ma, stando all’inchiesta, neppure ha mandato indietro regali e denaro, che avrebbe nascosto tra camera da letto e cassaforte.
Entrambi gli imprenditori, secondo le indagini della Guardia di finanza, coordinate dal procuratore Rossi e dall’aggiunto Alessio Coccioli, avevano con la Protezione civile regionale diversi appalti per un valore di oltre 5,3 milioni di euro complessivi. Appalti che avrebbero garantito a Leccese incassi per circa 2,8 milioni di euro e a Mottola per quasi 2,5 milioni. Anche perché, oltre agli affari sull’accoglienza, c’erano in ballo appalti per gli uffici della sede di Foggia del numero unico d’emergenza 112 nell’aeroporto dauno e anche per l’installazione di strutture prefabbricate mobili di emergenza per il pre triage a servizio e supporto delle strutture ospedaliere durante la pandemia. La buona notizia arriva a Leccese direttamente da Lerario, con una delle prime telefonate intercettate, il 29 luglio scorso: «Ti abbiamo aggiudicato la gara e intendiamo fare l’avvio dei lavori lunedì, la consegna dei lavori lunedì, ti volevo comunicare questa cosa in modo che già tu inizi ad organizzarti, perché noi da lunedì vorremo consegnarti il cantiere, dopodiché la nostra priorità, quella della Prefettura di Foggia è quella di essere più celeri possibili. Te lo volevo solo preannunciare, tutto qua». Leccese, che sembra già in confidenza con il suo interlocutore, risponde: «Va bene Dotto’, se ci vediamo, parliamo e facciamo tutto!». Quel «facciamo tutto» per gli investigatori si era già ammantato di un pesantissimo sospetto: «L’esistenza di una fitta rete di rapporti tra il pubblico ufficiale e gli imprenditori coinvolti, caratterizzata dall’asservimento, in cambio di un tornaconto personale, della funzione pubblica del primo agli interessi economici dei secondi». E infatti, quando Lerario è stato spostato dall’ufficio provveditorato della Protezione civile, Leccese, che aspettava l’affidamento di ulteriori cinque moduli abitativi per il Cara di Borgo Mezzanone, è sbottato a telefono: «Mo’ i casini sorgeranno perché con il fatto che là è cambiata la persona [...]». Parole che gli investigatori hanno interpretato così: «Dall’affermazione emerge chiaramente che la presenza di Lerario nel predetto incarico aveva l’effetto di evitare l’insorgere di problemi («casini», ndr) per Leccese». Il gip del Tribunale di Bari Anna Perrelli, che ha privato i tre della libertà personale, nell’ordinanza ha sottolineato il «mercimonio delle pubbliche funzioni» di Lerario ed evidenziato che durante le indagini il dirigente della Protezione civile si sarebbe anche «preoccupato di far bonificare il proprio ufficio dove erano state sistemate cimici audio e video». Condotte, secondo il gip, che sono connotate da «spregiudicatezza, deriva etica e deontologica a onta del formale stato di incensurati degli indagati». Lerario, però, sottolinea il giudice, porta in dote anche un carico pendente in primo grado a Potenza, dove è accusato, anche in questo caso, di corruzione.
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Due navi delle Ong attendono un porto, che difficilmente verrà negato visti i silenzi del governo. Lampedusa scoppia e nuove rotte, come quella calabrese, si gonfiano. Per l’Europa va benissimo così: la grana resta a noiArrestati due imprenditori e un funzionario della Protezione civile. I soldi infilati perfino nella carne: «Gli do una manzetta»Lo speciale contiene due articoli La Geo Barents, nave di Medici senza frontiere, si è avvicinata a Catania con i suoi 558 passeggeri tirati a bordo a largo della Libia. La Sea Watch 3, invece, ne ha caricati 444 in diverse operazioni ed è a poche miglia da Lampedusa. È come se le Ong avessero scelto già ognuna il proprio porto. Mentre il governo attende a dare il via libera, forse per riorganizzare le navi quarantena e tentare di svuotare l’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa. Di certo non si parla più di rotazione dei porti, né di ridistribuzioni. Segno del fallimento dell’accordo di Malta e delle strategie del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», ricorda Matteo Salvini, citando l’articolo 52 della Costituzione e aggiungendo: «Io l’ho fatto, e vado a processo. Chi mi ha seguito che fa?». Il riferimento diretto è proprio a Lamorgese. Che da tempo su questo tema si è chiusa in un imbarazzante silenzio. I 65.000 sbarchi dell’ultimo anno, oltre sei volte quelli del 2019 e il doppio rispetto al 2020, d’altra parte, rendono improbabile qualsiasi intervento pubblico. Anche perché i numeri sono destinati a salire velocemente. Ovviamente per i 1.000 dell’ultimo assalto dei taxi del mare le Ong hanno già messo in campo la solita strategia. Dalla Geo Barents hanno fatto sapere che stanno curando «ustioni da carburante, infezioni respiratorie e lesioni per le violenze subite in Libia». La Ong ha affidato il proprio megafono a Kira Smith, ostetrica a bordo che si è occupata di una donna nigeriana incinta evacuata l’altro giorno dalla nave insieme alla figlia di due anni con la quale ha intrapreso il viaggio della speranza: «Tutti i nostri sopravvissuti hanno bisogno di ulteriori cure immediate e di un luogo sicuro il prima possibile». L’obiettivo è un porto italiano. Il secondo step del pressing è stato affidato, invece, a tale Francois, partito dal Camerun, che avrebbe subito violenze in Libia: «Ho visto morire molte persone in Libia. Erano talentuosi come me, laboriosi e intelligenti. Voglio denunciare ciò che sta accadendo in Libia e assicurarmi che le persone non perdano la vita in mare». Mentre dalla Sea Watch fanno leva sul più piccolo dei passeggeri, che ha due settimane di vita. Inoltre, in zona Sar maltese, ci sono 30 persone alla deriva. Viaggiavano su un gommone che ha cominciato a imbarcare acqua. La segnalazione è partita da Alarm Phone: «Siamo ancora in contatto con le 30 persone che rischiano la vita per fuggire dalla Libia. Proviamo a dargli forza e sostegno poiché i soccorsi non arrivano. Il Mediterraneo non dev’essere una fossa comune». Tutti sembrano aver dimenticato che con l’aumento delle partenze inevitabilmente aumenta il rischio di incidenti. E ai 1.500 morti nell’ultimo anno nel corso delle traversate del Mediterraneo centrale bisogna aggiungere i 28 morti recuperati ieri dalla Guardia costiera libica e sospinti dal mare sulle spiagge di Al Alous, a 90 chilometri da Tripoli. Ritrovato anche il corpo di un bambino. L’emittente televisiva libica 218 Tv ha aggiunto anche altri particolari: le stesse squadre hanno anche soccorso tre persone ancora vive, ma in condizioni di salute precarie. Altri 30 cadaveri erano stati recuperati in acqua in prossimità di isole greche nei giorni scorsi: 11 verso l’isola di Antikhytera e, poco dopo, altri 16 a largo di Paros, fra i quali anche un neonato e tre donne. Nel giorno di Natale, invece, un gommone si è rovesciato a poca distanza dall’isola di Folegandros e almeno tre persone sono annegate. A bordo c’erano una cinquantina di passeggeri, che risultano ancora dispersi.In Calabria, invece, sono terminate le operazioni di recupero di un barchino con 27 passeggeri a bordo. L’imbarcazione era stata individuata il 23 dicembre mentre navigava all’interno dell’area Sar maltese. La segnalazione era giunta anche al Centro nazionale di soccorso di Roma. Le operazioni di ricerca, coordinate dalla Guardia costiera italiana, sono cominciate nel pomeriggio del 24 dicembre, quando il barchino è stato avvistato da un velivolo Frontex all’interno dell’area Sar italiana. Il Centro nazionale di soccorso ha prima attivato i mercantili presenti in zona, inviando successivamente una motovedetta da Pozzallo. Le ricerche si sono concluse al largo di Crotone. I 27 si sommano ai 490 sbarcati l’altro giorno a Crotone con un peschereccio proveniente dalla direttrice orientale del Mediterraneo e ai 200 arrivati con sbarchi autonomi. Nella tarda serata del 26, poi, si è registrato anche l’ultimo approdo su una delle Pelagie. Una motovedetta della Guardia costiera ha trasportato a riva 89 persone recuperate su un gommone al largo della costa. E la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni commenta: «Sbarchi fuori controllo e ricollocamenti nell’Ue assenti. Ecco il risultato delle politiche immigrazioniste del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Eppure è ancora al suo posto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altri-1-000-clandestini-verso-litalia-la-lamorgese-tace-lue-ce-li-lascera-2656169296.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mazzette-nascoste-nei-tagli-di-manzo-cosi-gira-il-business-dellaccoglienza" data-post-id="2656169296" data-published-at="1640679720" data-use-pagination="False"> Mazzette nascoste nei tagli di manzo. Così gira il business dell’accoglienza Per portare a termine il grande affare sull’accoglienza, ovvero la realizzazione di container per l’isolamento dei migranti positivi al Covid nel Cara di Borgo Mezzanone e per l’ospitalità dei lavoratori stagionali, posizionò un cesto natalizio e una bottiglia di champagne nel portabagagli e una bustarella con 200 banconote da 50 euro nel vano portaoggetti. Incurante della telecamera che gli investigatori avevano piazzato nell’automobile. «Era un pensiero natalizio», si è giustificato l’imprenditore foggiano Luca Ciro Giovanni Leccese, titolare della società Edil Sella finito ai domiciliari, quando è stato interrogato dal procuratore di Bari Roberto Rossi, dopo aver consegnato all’ormai ex capo delle sezioni Strategia e governo dell’offerta della Protezione civile regionale Mario Antonio Lerario (fino al 30 ottobre a capo dell’ufficio provveditorato), arrestato il 23 dicembre, la tangente da 10.000 euro. I due sono accusati di corruzione. Insieme a un altro imprenditore: Donato Mottola, di Noci, titolare della società Dmeco Engineering, anche lui finito ai domiciliari con l’accusa di aver consegnato a Lerario, un giorno prima, un’altra tangente da 20.000 euro. Una «manzetta», l’aveva definita a telefono spiegando alla moglie che aveva portato anche lui «il regalo di Natale» a Lerario. La mazzetta, questa volta, era nascosta in un taglio di manzo pregiato. La moglie ha ribattuto con queste parole: «Tutti felici e contenti, va bene». E subito dopo ha usato una espressione dialettale in pugliese stretto: «Chist’ so’ l’ove!», che sta ad indicare rassegnazione e che i finanzieri hanno tradotto con «così va il mondo». Mottola, durante il suo interrogatorio confessorio, ha cercato però di tergiversare, spiegando che il regalo era legato all’interesse del funzionario per le condizioni di salute della moglie, a cui aveva fatto effettuare esami diagnostici per il tramite del fratello, don Tommaso, cappellano dell’ospedale di Acquaviva delle Fonti. Lerario si è difeso dicendo di non aver mai chiesto nulla ai due imprenditori. Ma, stando all’inchiesta, neppure ha mandato indietro regali e denaro, che avrebbe nascosto tra camera da letto e cassaforte. Entrambi gli imprenditori, secondo le indagini della Guardia di finanza, coordinate dal procuratore Rossi e dall’aggiunto Alessio Coccioli, avevano con la Protezione civile regionale diversi appalti per un valore di oltre 5,3 milioni di euro complessivi. Appalti che avrebbero garantito a Leccese incassi per circa 2,8 milioni di euro e a Mottola per quasi 2,5 milioni. Anche perché, oltre agli affari sull’accoglienza, c’erano in ballo appalti per gli uffici della sede di Foggia del numero unico d’emergenza 112 nell’aeroporto dauno e anche per l’installazione di strutture prefabbricate mobili di emergenza per il pre triage a servizio e supporto delle strutture ospedaliere durante la pandemia. La buona notizia arriva a Leccese direttamente da Lerario, con una delle prime telefonate intercettate, il 29 luglio scorso: «Ti abbiamo aggiudicato la gara e intendiamo fare l’avvio dei lavori lunedì, la consegna dei lavori lunedì, ti volevo comunicare questa cosa in modo che già tu inizi ad organizzarti, perché noi da lunedì vorremo consegnarti il cantiere, dopodiché la nostra priorità, quella della Prefettura di Foggia è quella di essere più celeri possibili. Te lo volevo solo preannunciare, tutto qua». Leccese, che sembra già in confidenza con il suo interlocutore, risponde: «Va bene Dotto’, se ci vediamo, parliamo e facciamo tutto!». Quel «facciamo tutto» per gli investigatori si era già ammantato di un pesantissimo sospetto: «L’esistenza di una fitta rete di rapporti tra il pubblico ufficiale e gli imprenditori coinvolti, caratterizzata dall’asservimento, in cambio di un tornaconto personale, della funzione pubblica del primo agli interessi economici dei secondi». E infatti, quando Lerario è stato spostato dall’ufficio provveditorato della Protezione civile, Leccese, che aspettava l’affidamento di ulteriori cinque moduli abitativi per il Cara di Borgo Mezzanone, è sbottato a telefono: «Mo’ i casini sorgeranno perché con il fatto che là è cambiata la persona [...]». Parole che gli investigatori hanno interpretato così: «Dall’affermazione emerge chiaramente che la presenza di Lerario nel predetto incarico aveva l’effetto di evitare l’insorgere di problemi («casini», ndr) per Leccese». Il gip del Tribunale di Bari Anna Perrelli, che ha privato i tre della libertà personale, nell’ordinanza ha sottolineato il «mercimonio delle pubbliche funzioni» di Lerario ed evidenziato che durante le indagini il dirigente della Protezione civile si sarebbe anche «preoccupato di far bonificare il proprio ufficio dove erano state sistemate cimici audio e video». Condotte, secondo il gip, che sono connotate da «spregiudicatezza, deriva etica e deontologica a onta del formale stato di incensurati degli indagati». Lerario, però, sottolinea il giudice, porta in dote anche un carico pendente in primo grado a Potenza, dove è accusato, anche in questo caso, di corruzione.
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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