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2023-06-28
Altra bimba rischia il rapimento a Milano. Fuori uso da anni le telecamere di Sala
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Ennesimo episodio di violenza a Milano. Teatro di un tentato sequestro nei confronti di una bambina è il parco Guido Vergani, meglio noto ai milanesi come i giardini di Pagano. Da anni luogo sempre più abbandonato all’incuria e per nulla sicuro, non solo nelle ore notturne quando è nelle mani di bande di adolescenti e vandali, ma anche in pieno giorno.
È il pomeriggio del 22 giugno scorso. Nell’area verde milanese, dove al suo interno sono presenti un nido e una scuola d’infanzia, un uomo di origine straniera ha provato a rapire una bambina di quattro anni.
La piccola appena uscita dall’istituto, in compagnia di altri bambini e due adulti, tra cui la sua baby sitter, corre verso l’area giochi di via Pier Capponi. Una struttura recintata con altalene e altri giochi dove i più piccoli provano a godersi le ore di svago.
Camilla (nome di fantasia) gioca sui piccoli alberelli adiacenti la staccionata. Proprio in quel frangente un uomo l’afferra alle sue spalle, un gesto fulmineo. Per fortuna senza gravi conseguenze perché in quel drammatico momento sulla piccola e compagni vigilano gli occhi della babysitter e di una delle madri presenti. La donna corre subito in soccorso della bambina strappandola dalle mani dell’uomo, nel frattempo lo straniero dai tratti apparentemente indopakistani si dilegua in un attimo. L’intera vicenda dura una manciata di secondi, il discrimine tra la tragedia consumata e il lieto fine.
Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della stazione Magenta che hanno raccolto la denuncia dei genitori di Camilla. Al momento sono due i principali fattori che supportano l’attività investigativa. In primo luogo le testimonianze: infatti nei giorni scorsi sono stati ascoltati la baby sitter, l’adulta che ha salvato la piccola, i genitori di Camilla e la dirigente del suo istituto scolastico. L’altro fattore che potrebbe fare la differenza nell’individuazione del responsabile sono le telecamere. Nell’area del giardino di Pagano ce ne sono decine, sia private che pubbliche.
Una di queste ultime, in particolare, che è esattamente sovrastante il luogo dell’episodio e dovrebbe essere funzionale alla ripresa sia dell’area giochi sia all’ingresso dell’asilo frequentato da Camilla, è posizionata proprio dove è avvenuto il fatto. Peccato che «sia fuori uso da almeno otto anni» ma nessuno sa il reale motivo. Una mancanza di sicurezza che fa tremare le vene ai polsi. Il padre ha deciso di raccontare questa storia alla Verità «per evitare che in futuro possa accadere ad un altro bambino, e magari che non sia fortunato come lo è stata mia figlia».
Come detto le condizioni del parco di Pagano peggiorano anno dopo anno. Chi lo frequenta ogni giorno lo descrive sempre più sporco, mal frequentato, senza dimenticare che la maggior parte dei giochi per i bambini è stata vandalizzata. Infine c’è il capitolo cani: a disposizione dei quadrupedi ci sono due aree dedicate (nelle altre zone del giardino non potrebbero entrare) e quasi quotidianamente mordono soprattutto i più piccoli. Al punto che qualcuno in maniera amara dice: «I recinti li hanno fatti per i bambini».
Ma torniamo al tentativo di rapimento, alla luce dei recenti episodi di cronaca: il caso di Kata a Firenze, ma soprattutto quello dello scorso 23 maggio sempre a Milano, in piazza Gae Aulenti. Anche allora il finale non è stato drammatico grazie all’attenzione di un padre. Il quale ha impedito che una giovane di 21 anni, con problemi psichici, gli sottraesse il figlio di appena due. Un episodio a lieto fine - ma che ha suscitato un grave spavento e destato clamore, nella centralissima piazza Gae Aulenti, nella zona del Bosco verticale tra fontane e giardini molto frequentata dalle famiglie nel fine settimana - durato fortunatamente una manciata di minuti grazie alla prontezza di riflessi del padre. La giovane si trovava in compagnia di un’amica quando, all’altezza di una gelateria, ha avvicinato il bambino, di due anni, che giocava con il fratello di sette e un amichetto di otto, guardati a distanza di alcune decine di metri dal papà. Le mamme dei tre erano nel negozio per acquistare dei gelati. «Che fai? Lascialo subito», le ha gridato l’uomo. A questo punto la ventunenne ha prima replicato che si trattava di uno scherzo e poi l’ha insultato pesantemente. Uno «scherzo» che, come nel caso di Camilla, le è costato una denuncia per tentato sequestro di minorenne.
Due episodi analoghi nello spazio di 30 giorni. Circostanza che dovrebbe suonare come un campanello di allarme per l’amministrazione comunale. Ma con ogni probabilità cadrà nel vuoto dato che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è assai concentrato su altre questioni, in primis sul patrocinio al Pride 2023: proprio qualche giorno fa, oltre alla foto con la macchina dai colori arcobaleno, ha incontrato a Palazzo Marino gli esponenti del mondo Lgbtq+. Intanto il livello di sicurezza nel capoluogo lombardo è ridotto ai minimi termini, al punto che anche la semplice manutenzione delle telecamere all’interno dei parchi comunali latita.
Partono in Flixbus dall’Est Europa per andare a mendicare a Venezia
Ci sono migranti che scelgono la rotta balcanica per arrivare in Friuli Venezia Giulia (dove i centri sono al collasso e la giunta Fedriga minaccia di attuare posti di blocco selettivi e continuati), per poi disperdersi nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. E ci sono pendolari che arrivano dall’Est per chiedere l’elemosina, ma ritornano a casa. Un fenomeno evidenziato dal Gazzettino, che ha raccontato come Venezia sia presa d’assalto dai questuanti settimanali. Arrivano con Flixbus, società che offre spostamenti in autobus a basso costo, collegando moltissime città europee. In sole dieci ore, per esempio, da Budapest si scende in laguna spendendo appena 36 euro, ma per alcuni lo scopo del viaggio non è godersi le bellezze della Serenissima. Appena scesi dall’autobus, infatti, sciamano alla ricerca di una postazione dalla quale cercheranno di impietosire i passanti, mostrando cartelli che spiegano vissuti, disgrazie, difficoltà familiari spesso menzognere. A Venezia i turisti non mancano mai, sono onnipresenti tutto l’anno e, grazie alla generosità di molti, a fine giornata si possono mettere insieme delle buone cifre, mendicando per le calli. Non occorre nemmeno impegnarsi troppo, basterebbero un paio d’ore per riempirsi le tasche di monete. Secondo il quotidiano del Nord Est, una settimana trascorsa a tendere la mano può fruttare come minimo dai 500 ai 1.000 euro esentasse. Non ci sono spese di alloggio, perché queste persone trovano rifugio in edifici e case abbandonate, «oppure si accontentano di un sottoportico o un androne di un condominio». Due anni fa si segnalava la presenza di persone di etnia rom che arrivavano la primavera da Romania e Bulgaria, e se ne andavano da Venezia ai primi freddi, arrangiandosi a vivere sotto i ponti o in rifugi sulla terraferma. Adesso funzionerebbe il pendolarismo, non il Venezia - Mestre ma dai Paesi dell’Est. Quanto ai pasti, utilizzano le strutture della Caritas e delle tante associazioni benefiche attive a Mestre. «Organizzati come sono, soffiano il posto in mensa ai poveri locali, che magari non sono così intraprendenti e spesso provano imbarazzo nel chiedere aiuto», sottolinea Il Gazzettino. Terminata la settimana, sempre con poco più di 30 euro si prendono il biglietto di ritorno (anzi, ne avranno fatto scorta per tempo, così da usufruire di tariffe ancora più scontate) e in poche ore rientrano a casa in qualche Paese dell’Est. Dove un altro familiare o parente sarà pronto a rifare il medesimo, rapido ed economico tragitto, così da garantire entrate continue con «turni di lavoro» non faticosi. Umilianti, sì, ma forse chi sceglie questi mezzi di sostentamento nemmeno ha l’idea di che cosa sia un’occupazione dignitosa. L’unica difficoltà pare che sia presentarsi puliti e vestiti decentemente alla fermata dell’autobus, perché l’autista non fa salire chi ha l’aspetto di un mendicante. Dopo una settimana al sole, al caldo o comunque senza potersi docciare, bisogna inventarsi qualche stratagemma. Allora si lavano di notte, alle fontane pubbliche, evitando di essere sorpresi dalle pattuglie di polizia. Il fenomeno dei questuanti pendolari sarebbe in aumento e giustamente si segnala l’ulteriore problema che viene a gravare sulle strutture assistenziali. Già devono occuparsi dei nostri poveri, delle persone che non riescono a vivere con pensioni indecenti, e dei migranti irregolari senza lavoro non rimpatriati. Adesso si aggiungono forse finti indigenti, «professionisti dell’elemosina» o comunque persone che non solo si ingegnano a campare nelle nostre piazze e vie, ma sfruttano i servizi messi a disposizione per i più bisognosi.
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Secondo caso in un mese: uno straniero ha afferrato la piccola, salvata dalla madre di un’amica. E la sorveglianza non funziona. Pagano 36 euro un viaggio da Budapest in laguna. Dove in 7 giorni ne guadagnano 1.000.Lo speciale contiene due articoli.Ennesimo episodio di violenza a Milano. Teatro di un tentato sequestro nei confronti di una bambina è il parco Guido Vergani, meglio noto ai milanesi come i giardini di Pagano. Da anni luogo sempre più abbandonato all’incuria e per nulla sicuro, non solo nelle ore notturne quando è nelle mani di bande di adolescenti e vandali, ma anche in pieno giorno. È il pomeriggio del 22 giugno scorso. Nell’area verde milanese, dove al suo interno sono presenti un nido e una scuola d’infanzia, un uomo di origine straniera ha provato a rapire una bambina di quattro anni. La piccola appena uscita dall’istituto, in compagnia di altri bambini e due adulti, tra cui la sua baby sitter, corre verso l’area giochi di via Pier Capponi. Una struttura recintata con altalene e altri giochi dove i più piccoli provano a godersi le ore di svago. Camilla (nome di fantasia) gioca sui piccoli alberelli adiacenti la staccionata. Proprio in quel frangente un uomo l’afferra alle sue spalle, un gesto fulmineo. Per fortuna senza gravi conseguenze perché in quel drammatico momento sulla piccola e compagni vigilano gli occhi della babysitter e di una delle madri presenti. La donna corre subito in soccorso della bambina strappandola dalle mani dell’uomo, nel frattempo lo straniero dai tratti apparentemente indopakistani si dilegua in un attimo. L’intera vicenda dura una manciata di secondi, il discrimine tra la tragedia consumata e il lieto fine. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della stazione Magenta che hanno raccolto la denuncia dei genitori di Camilla. Al momento sono due i principali fattori che supportano l’attività investigativa. In primo luogo le testimonianze: infatti nei giorni scorsi sono stati ascoltati la baby sitter, l’adulta che ha salvato la piccola, i genitori di Camilla e la dirigente del suo istituto scolastico. L’altro fattore che potrebbe fare la differenza nell’individuazione del responsabile sono le telecamere. Nell’area del giardino di Pagano ce ne sono decine, sia private che pubbliche. Una di queste ultime, in particolare, che è esattamente sovrastante il luogo dell’episodio e dovrebbe essere funzionale alla ripresa sia dell’area giochi sia all’ingresso dell’asilo frequentato da Camilla, è posizionata proprio dove è avvenuto il fatto. Peccato che «sia fuori uso da almeno otto anni» ma nessuno sa il reale motivo. Una mancanza di sicurezza che fa tremare le vene ai polsi. Il padre ha deciso di raccontare questa storia alla Verità «per evitare che in futuro possa accadere ad un altro bambino, e magari che non sia fortunato come lo è stata mia figlia». Come detto le condizioni del parco di Pagano peggiorano anno dopo anno. Chi lo frequenta ogni giorno lo descrive sempre più sporco, mal frequentato, senza dimenticare che la maggior parte dei giochi per i bambini è stata vandalizzata. Infine c’è il capitolo cani: a disposizione dei quadrupedi ci sono due aree dedicate (nelle altre zone del giardino non potrebbero entrare) e quasi quotidianamente mordono soprattutto i più piccoli. Al punto che qualcuno in maniera amara dice: «I recinti li hanno fatti per i bambini». Ma torniamo al tentativo di rapimento, alla luce dei recenti episodi di cronaca: il caso di Kata a Firenze, ma soprattutto quello dello scorso 23 maggio sempre a Milano, in piazza Gae Aulenti. Anche allora il finale non è stato drammatico grazie all’attenzione di un padre. Il quale ha impedito che una giovane di 21 anni, con problemi psichici, gli sottraesse il figlio di appena due. Un episodio a lieto fine - ma che ha suscitato un grave spavento e destato clamore, nella centralissima piazza Gae Aulenti, nella zona del Bosco verticale tra fontane e giardini molto frequentata dalle famiglie nel fine settimana - durato fortunatamente una manciata di minuti grazie alla prontezza di riflessi del padre. La giovane si trovava in compagnia di un’amica quando, all’altezza di una gelateria, ha avvicinato il bambino, di due anni, che giocava con il fratello di sette e un amichetto di otto, guardati a distanza di alcune decine di metri dal papà. Le mamme dei tre erano nel negozio per acquistare dei gelati. «Che fai? Lascialo subito», le ha gridato l’uomo. A questo punto la ventunenne ha prima replicato che si trattava di uno scherzo e poi l’ha insultato pesantemente. Uno «scherzo» che, come nel caso di Camilla, le è costato una denuncia per tentato sequestro di minorenne. Due episodi analoghi nello spazio di 30 giorni. Circostanza che dovrebbe suonare come un campanello di allarme per l’amministrazione comunale. Ma con ogni probabilità cadrà nel vuoto dato che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è assai concentrato su altre questioni, in primis sul patrocinio al Pride 2023: proprio qualche giorno fa, oltre alla foto con la macchina dai colori arcobaleno, ha incontrato a Palazzo Marino gli esponenti del mondo Lgbtq+. Intanto il livello di sicurezza nel capoluogo lombardo è ridotto ai minimi termini, al punto che anche la semplice manutenzione delle telecamere all’interno dei parchi comunali latita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-bimba-rischia-il-rapimento-2661984200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="partono-in-flixbus-dallest-europa-per-andare-a-mendicare-a-venezia" data-post-id="2661984200" data-published-at="1687960009" data-use-pagination="False"> Partono in Flixbus dall’Est Europa per andare a mendicare a Venezia Ci sono migranti che scelgono la rotta balcanica per arrivare in Friuli Venezia Giulia (dove i centri sono al collasso e la giunta Fedriga minaccia di attuare posti di blocco selettivi e continuati), per poi disperdersi nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. E ci sono pendolari che arrivano dall’Est per chiedere l’elemosina, ma ritornano a casa. Un fenomeno evidenziato dal Gazzettino, che ha raccontato come Venezia sia presa d’assalto dai questuanti settimanali. Arrivano con Flixbus, società che offre spostamenti in autobus a basso costo, collegando moltissime città europee. In sole dieci ore, per esempio, da Budapest si scende in laguna spendendo appena 36 euro, ma per alcuni lo scopo del viaggio non è godersi le bellezze della Serenissima. Appena scesi dall’autobus, infatti, sciamano alla ricerca di una postazione dalla quale cercheranno di impietosire i passanti, mostrando cartelli che spiegano vissuti, disgrazie, difficoltà familiari spesso menzognere. A Venezia i turisti non mancano mai, sono onnipresenti tutto l’anno e, grazie alla generosità di molti, a fine giornata si possono mettere insieme delle buone cifre, mendicando per le calli. Non occorre nemmeno impegnarsi troppo, basterebbero un paio d’ore per riempirsi le tasche di monete. Secondo il quotidiano del Nord Est, una settimana trascorsa a tendere la mano può fruttare come minimo dai 500 ai 1.000 euro esentasse. Non ci sono spese di alloggio, perché queste persone trovano rifugio in edifici e case abbandonate, «oppure si accontentano di un sottoportico o un androne di un condominio». Due anni fa si segnalava la presenza di persone di etnia rom che arrivavano la primavera da Romania e Bulgaria, e se ne andavano da Venezia ai primi freddi, arrangiandosi a vivere sotto i ponti o in rifugi sulla terraferma. Adesso funzionerebbe il pendolarismo, non il Venezia - Mestre ma dai Paesi dell’Est. Quanto ai pasti, utilizzano le strutture della Caritas e delle tante associazioni benefiche attive a Mestre. «Organizzati come sono, soffiano il posto in mensa ai poveri locali, che magari non sono così intraprendenti e spesso provano imbarazzo nel chiedere aiuto», sottolinea Il Gazzettino. Terminata la settimana, sempre con poco più di 30 euro si prendono il biglietto di ritorno (anzi, ne avranno fatto scorta per tempo, così da usufruire di tariffe ancora più scontate) e in poche ore rientrano a casa in qualche Paese dell’Est. Dove un altro familiare o parente sarà pronto a rifare il medesimo, rapido ed economico tragitto, così da garantire entrate continue con «turni di lavoro» non faticosi. Umilianti, sì, ma forse chi sceglie questi mezzi di sostentamento nemmeno ha l’idea di che cosa sia un’occupazione dignitosa. L’unica difficoltà pare che sia presentarsi puliti e vestiti decentemente alla fermata dell’autobus, perché l’autista non fa salire chi ha l’aspetto di un mendicante. Dopo una settimana al sole, al caldo o comunque senza potersi docciare, bisogna inventarsi qualche stratagemma. Allora si lavano di notte, alle fontane pubbliche, evitando di essere sorpresi dalle pattuglie di polizia. Il fenomeno dei questuanti pendolari sarebbe in aumento e giustamente si segnala l’ulteriore problema che viene a gravare sulle strutture assistenziali. Già devono occuparsi dei nostri poveri, delle persone che non riescono a vivere con pensioni indecenti, e dei migranti irregolari senza lavoro non rimpatriati. Adesso si aggiungono forse finti indigenti, «professionisti dell’elemosina» o comunque persone che non solo si ingegnano a campare nelle nostre piazze e vie, ma sfruttano i servizi messi a disposizione per i più bisognosi.
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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