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2023-06-28
Altra bimba rischia il rapimento a Milano. Fuori uso da anni le telecamere di Sala
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Ennesimo episodio di violenza a Milano. Teatro di un tentato sequestro nei confronti di una bambina è il parco Guido Vergani, meglio noto ai milanesi come i giardini di Pagano. Da anni luogo sempre più abbandonato all’incuria e per nulla sicuro, non solo nelle ore notturne quando è nelle mani di bande di adolescenti e vandali, ma anche in pieno giorno.
È il pomeriggio del 22 giugno scorso. Nell’area verde milanese, dove al suo interno sono presenti un nido e una scuola d’infanzia, un uomo di origine straniera ha provato a rapire una bambina di quattro anni.
La piccola appena uscita dall’istituto, in compagnia di altri bambini e due adulti, tra cui la sua baby sitter, corre verso l’area giochi di via Pier Capponi. Una struttura recintata con altalene e altri giochi dove i più piccoli provano a godersi le ore di svago.
Camilla (nome di fantasia) gioca sui piccoli alberelli adiacenti la staccionata. Proprio in quel frangente un uomo l’afferra alle sue spalle, un gesto fulmineo. Per fortuna senza gravi conseguenze perché in quel drammatico momento sulla piccola e compagni vigilano gli occhi della babysitter e di una delle madri presenti. La donna corre subito in soccorso della bambina strappandola dalle mani dell’uomo, nel frattempo lo straniero dai tratti apparentemente indopakistani si dilegua in un attimo. L’intera vicenda dura una manciata di secondi, il discrimine tra la tragedia consumata e il lieto fine.
Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della stazione Magenta che hanno raccolto la denuncia dei genitori di Camilla. Al momento sono due i principali fattori che supportano l’attività investigativa. In primo luogo le testimonianze: infatti nei giorni scorsi sono stati ascoltati la baby sitter, l’adulta che ha salvato la piccola, i genitori di Camilla e la dirigente del suo istituto scolastico. L’altro fattore che potrebbe fare la differenza nell’individuazione del responsabile sono le telecamere. Nell’area del giardino di Pagano ce ne sono decine, sia private che pubbliche.
Una di queste ultime, in particolare, che è esattamente sovrastante il luogo dell’episodio e dovrebbe essere funzionale alla ripresa sia dell’area giochi sia all’ingresso dell’asilo frequentato da Camilla, è posizionata proprio dove è avvenuto il fatto. Peccato che «sia fuori uso da almeno otto anni» ma nessuno sa il reale motivo. Una mancanza di sicurezza che fa tremare le vene ai polsi. Il padre ha deciso di raccontare questa storia alla Verità «per evitare che in futuro possa accadere ad un altro bambino, e magari che non sia fortunato come lo è stata mia figlia».
Come detto le condizioni del parco di Pagano peggiorano anno dopo anno. Chi lo frequenta ogni giorno lo descrive sempre più sporco, mal frequentato, senza dimenticare che la maggior parte dei giochi per i bambini è stata vandalizzata. Infine c’è il capitolo cani: a disposizione dei quadrupedi ci sono due aree dedicate (nelle altre zone del giardino non potrebbero entrare) e quasi quotidianamente mordono soprattutto i più piccoli. Al punto che qualcuno in maniera amara dice: «I recinti li hanno fatti per i bambini».
Ma torniamo al tentativo di rapimento, alla luce dei recenti episodi di cronaca: il caso di Kata a Firenze, ma soprattutto quello dello scorso 23 maggio sempre a Milano, in piazza Gae Aulenti. Anche allora il finale non è stato drammatico grazie all’attenzione di un padre. Il quale ha impedito che una giovane di 21 anni, con problemi psichici, gli sottraesse il figlio di appena due. Un episodio a lieto fine - ma che ha suscitato un grave spavento e destato clamore, nella centralissima piazza Gae Aulenti, nella zona del Bosco verticale tra fontane e giardini molto frequentata dalle famiglie nel fine settimana - durato fortunatamente una manciata di minuti grazie alla prontezza di riflessi del padre. La giovane si trovava in compagnia di un’amica quando, all’altezza di una gelateria, ha avvicinato il bambino, di due anni, che giocava con il fratello di sette e un amichetto di otto, guardati a distanza di alcune decine di metri dal papà. Le mamme dei tre erano nel negozio per acquistare dei gelati. «Che fai? Lascialo subito», le ha gridato l’uomo. A questo punto la ventunenne ha prima replicato che si trattava di uno scherzo e poi l’ha insultato pesantemente. Uno «scherzo» che, come nel caso di Camilla, le è costato una denuncia per tentato sequestro di minorenne.
Due episodi analoghi nello spazio di 30 giorni. Circostanza che dovrebbe suonare come un campanello di allarme per l’amministrazione comunale. Ma con ogni probabilità cadrà nel vuoto dato che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è assai concentrato su altre questioni, in primis sul patrocinio al Pride 2023: proprio qualche giorno fa, oltre alla foto con la macchina dai colori arcobaleno, ha incontrato a Palazzo Marino gli esponenti del mondo Lgbtq+. Intanto il livello di sicurezza nel capoluogo lombardo è ridotto ai minimi termini, al punto che anche la semplice manutenzione delle telecamere all’interno dei parchi comunali latita.
Partono in Flixbus dall’Est Europa per andare a mendicare a Venezia
Ci sono migranti che scelgono la rotta balcanica per arrivare in Friuli Venezia Giulia (dove i centri sono al collasso e la giunta Fedriga minaccia di attuare posti di blocco selettivi e continuati), per poi disperdersi nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. E ci sono pendolari che arrivano dall’Est per chiedere l’elemosina, ma ritornano a casa. Un fenomeno evidenziato dal Gazzettino, che ha raccontato come Venezia sia presa d’assalto dai questuanti settimanali. Arrivano con Flixbus, società che offre spostamenti in autobus a basso costo, collegando moltissime città europee. In sole dieci ore, per esempio, da Budapest si scende in laguna spendendo appena 36 euro, ma per alcuni lo scopo del viaggio non è godersi le bellezze della Serenissima. Appena scesi dall’autobus, infatti, sciamano alla ricerca di una postazione dalla quale cercheranno di impietosire i passanti, mostrando cartelli che spiegano vissuti, disgrazie, difficoltà familiari spesso menzognere. A Venezia i turisti non mancano mai, sono onnipresenti tutto l’anno e, grazie alla generosità di molti, a fine giornata si possono mettere insieme delle buone cifre, mendicando per le calli. Non occorre nemmeno impegnarsi troppo, basterebbero un paio d’ore per riempirsi le tasche di monete. Secondo il quotidiano del Nord Est, una settimana trascorsa a tendere la mano può fruttare come minimo dai 500 ai 1.000 euro esentasse. Non ci sono spese di alloggio, perché queste persone trovano rifugio in edifici e case abbandonate, «oppure si accontentano di un sottoportico o un androne di un condominio». Due anni fa si segnalava la presenza di persone di etnia rom che arrivavano la primavera da Romania e Bulgaria, e se ne andavano da Venezia ai primi freddi, arrangiandosi a vivere sotto i ponti o in rifugi sulla terraferma. Adesso funzionerebbe il pendolarismo, non il Venezia - Mestre ma dai Paesi dell’Est. Quanto ai pasti, utilizzano le strutture della Caritas e delle tante associazioni benefiche attive a Mestre. «Organizzati come sono, soffiano il posto in mensa ai poveri locali, che magari non sono così intraprendenti e spesso provano imbarazzo nel chiedere aiuto», sottolinea Il Gazzettino. Terminata la settimana, sempre con poco più di 30 euro si prendono il biglietto di ritorno (anzi, ne avranno fatto scorta per tempo, così da usufruire di tariffe ancora più scontate) e in poche ore rientrano a casa in qualche Paese dell’Est. Dove un altro familiare o parente sarà pronto a rifare il medesimo, rapido ed economico tragitto, così da garantire entrate continue con «turni di lavoro» non faticosi. Umilianti, sì, ma forse chi sceglie questi mezzi di sostentamento nemmeno ha l’idea di che cosa sia un’occupazione dignitosa. L’unica difficoltà pare che sia presentarsi puliti e vestiti decentemente alla fermata dell’autobus, perché l’autista non fa salire chi ha l’aspetto di un mendicante. Dopo una settimana al sole, al caldo o comunque senza potersi docciare, bisogna inventarsi qualche stratagemma. Allora si lavano di notte, alle fontane pubbliche, evitando di essere sorpresi dalle pattuglie di polizia. Il fenomeno dei questuanti pendolari sarebbe in aumento e giustamente si segnala l’ulteriore problema che viene a gravare sulle strutture assistenziali. Già devono occuparsi dei nostri poveri, delle persone che non riescono a vivere con pensioni indecenti, e dei migranti irregolari senza lavoro non rimpatriati. Adesso si aggiungono forse finti indigenti, «professionisti dell’elemosina» o comunque persone che non solo si ingegnano a campare nelle nostre piazze e vie, ma sfruttano i servizi messi a disposizione per i più bisognosi.
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Secondo caso in un mese: uno straniero ha afferrato la piccola, salvata dalla madre di un’amica. E la sorveglianza non funziona. Pagano 36 euro un viaggio da Budapest in laguna. Dove in 7 giorni ne guadagnano 1.000.Lo speciale contiene due articoli.Ennesimo episodio di violenza a Milano. Teatro di un tentato sequestro nei confronti di una bambina è il parco Guido Vergani, meglio noto ai milanesi come i giardini di Pagano. Da anni luogo sempre più abbandonato all’incuria e per nulla sicuro, non solo nelle ore notturne quando è nelle mani di bande di adolescenti e vandali, ma anche in pieno giorno. È il pomeriggio del 22 giugno scorso. Nell’area verde milanese, dove al suo interno sono presenti un nido e una scuola d’infanzia, un uomo di origine straniera ha provato a rapire una bambina di quattro anni. La piccola appena uscita dall’istituto, in compagnia di altri bambini e due adulti, tra cui la sua baby sitter, corre verso l’area giochi di via Pier Capponi. Una struttura recintata con altalene e altri giochi dove i più piccoli provano a godersi le ore di svago. Camilla (nome di fantasia) gioca sui piccoli alberelli adiacenti la staccionata. Proprio in quel frangente un uomo l’afferra alle sue spalle, un gesto fulmineo. Per fortuna senza gravi conseguenze perché in quel drammatico momento sulla piccola e compagni vigilano gli occhi della babysitter e di una delle madri presenti. La donna corre subito in soccorso della bambina strappandola dalle mani dell’uomo, nel frattempo lo straniero dai tratti apparentemente indopakistani si dilegua in un attimo. L’intera vicenda dura una manciata di secondi, il discrimine tra la tragedia consumata e il lieto fine. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della stazione Magenta che hanno raccolto la denuncia dei genitori di Camilla. Al momento sono due i principali fattori che supportano l’attività investigativa. In primo luogo le testimonianze: infatti nei giorni scorsi sono stati ascoltati la baby sitter, l’adulta che ha salvato la piccola, i genitori di Camilla e la dirigente del suo istituto scolastico. L’altro fattore che potrebbe fare la differenza nell’individuazione del responsabile sono le telecamere. Nell’area del giardino di Pagano ce ne sono decine, sia private che pubbliche. Una di queste ultime, in particolare, che è esattamente sovrastante il luogo dell’episodio e dovrebbe essere funzionale alla ripresa sia dell’area giochi sia all’ingresso dell’asilo frequentato da Camilla, è posizionata proprio dove è avvenuto il fatto. Peccato che «sia fuori uso da almeno otto anni» ma nessuno sa il reale motivo. Una mancanza di sicurezza che fa tremare le vene ai polsi. Il padre ha deciso di raccontare questa storia alla Verità «per evitare che in futuro possa accadere ad un altro bambino, e magari che non sia fortunato come lo è stata mia figlia». Come detto le condizioni del parco di Pagano peggiorano anno dopo anno. Chi lo frequenta ogni giorno lo descrive sempre più sporco, mal frequentato, senza dimenticare che la maggior parte dei giochi per i bambini è stata vandalizzata. Infine c’è il capitolo cani: a disposizione dei quadrupedi ci sono due aree dedicate (nelle altre zone del giardino non potrebbero entrare) e quasi quotidianamente mordono soprattutto i più piccoli. Al punto che qualcuno in maniera amara dice: «I recinti li hanno fatti per i bambini». Ma torniamo al tentativo di rapimento, alla luce dei recenti episodi di cronaca: il caso di Kata a Firenze, ma soprattutto quello dello scorso 23 maggio sempre a Milano, in piazza Gae Aulenti. Anche allora il finale non è stato drammatico grazie all’attenzione di un padre. Il quale ha impedito che una giovane di 21 anni, con problemi psichici, gli sottraesse il figlio di appena due. Un episodio a lieto fine - ma che ha suscitato un grave spavento e destato clamore, nella centralissima piazza Gae Aulenti, nella zona del Bosco verticale tra fontane e giardini molto frequentata dalle famiglie nel fine settimana - durato fortunatamente una manciata di minuti grazie alla prontezza di riflessi del padre. La giovane si trovava in compagnia di un’amica quando, all’altezza di una gelateria, ha avvicinato il bambino, di due anni, che giocava con il fratello di sette e un amichetto di otto, guardati a distanza di alcune decine di metri dal papà. Le mamme dei tre erano nel negozio per acquistare dei gelati. «Che fai? Lascialo subito», le ha gridato l’uomo. A questo punto la ventunenne ha prima replicato che si trattava di uno scherzo e poi l’ha insultato pesantemente. Uno «scherzo» che, come nel caso di Camilla, le è costato una denuncia per tentato sequestro di minorenne. Due episodi analoghi nello spazio di 30 giorni. Circostanza che dovrebbe suonare come un campanello di allarme per l’amministrazione comunale. Ma con ogni probabilità cadrà nel vuoto dato che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è assai concentrato su altre questioni, in primis sul patrocinio al Pride 2023: proprio qualche giorno fa, oltre alla foto con la macchina dai colori arcobaleno, ha incontrato a Palazzo Marino gli esponenti del mondo Lgbtq+. Intanto il livello di sicurezza nel capoluogo lombardo è ridotto ai minimi termini, al punto che anche la semplice manutenzione delle telecamere all’interno dei parchi comunali latita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-bimba-rischia-il-rapimento-2661984200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="partono-in-flixbus-dallest-europa-per-andare-a-mendicare-a-venezia" data-post-id="2661984200" data-published-at="1687960009" data-use-pagination="False"> Partono in Flixbus dall’Est Europa per andare a mendicare a Venezia Ci sono migranti che scelgono la rotta balcanica per arrivare in Friuli Venezia Giulia (dove i centri sono al collasso e la giunta Fedriga minaccia di attuare posti di blocco selettivi e continuati), per poi disperdersi nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. E ci sono pendolari che arrivano dall’Est per chiedere l’elemosina, ma ritornano a casa. Un fenomeno evidenziato dal Gazzettino, che ha raccontato come Venezia sia presa d’assalto dai questuanti settimanali. Arrivano con Flixbus, società che offre spostamenti in autobus a basso costo, collegando moltissime città europee. In sole dieci ore, per esempio, da Budapest si scende in laguna spendendo appena 36 euro, ma per alcuni lo scopo del viaggio non è godersi le bellezze della Serenissima. Appena scesi dall’autobus, infatti, sciamano alla ricerca di una postazione dalla quale cercheranno di impietosire i passanti, mostrando cartelli che spiegano vissuti, disgrazie, difficoltà familiari spesso menzognere. A Venezia i turisti non mancano mai, sono onnipresenti tutto l’anno e, grazie alla generosità di molti, a fine giornata si possono mettere insieme delle buone cifre, mendicando per le calli. Non occorre nemmeno impegnarsi troppo, basterebbero un paio d’ore per riempirsi le tasche di monete. Secondo il quotidiano del Nord Est, una settimana trascorsa a tendere la mano può fruttare come minimo dai 500 ai 1.000 euro esentasse. Non ci sono spese di alloggio, perché queste persone trovano rifugio in edifici e case abbandonate, «oppure si accontentano di un sottoportico o un androne di un condominio». Due anni fa si segnalava la presenza di persone di etnia rom che arrivavano la primavera da Romania e Bulgaria, e se ne andavano da Venezia ai primi freddi, arrangiandosi a vivere sotto i ponti o in rifugi sulla terraferma. Adesso funzionerebbe il pendolarismo, non il Venezia - Mestre ma dai Paesi dell’Est. Quanto ai pasti, utilizzano le strutture della Caritas e delle tante associazioni benefiche attive a Mestre. «Organizzati come sono, soffiano il posto in mensa ai poveri locali, che magari non sono così intraprendenti e spesso provano imbarazzo nel chiedere aiuto», sottolinea Il Gazzettino. Terminata la settimana, sempre con poco più di 30 euro si prendono il biglietto di ritorno (anzi, ne avranno fatto scorta per tempo, così da usufruire di tariffe ancora più scontate) e in poche ore rientrano a casa in qualche Paese dell’Est. Dove un altro familiare o parente sarà pronto a rifare il medesimo, rapido ed economico tragitto, così da garantire entrate continue con «turni di lavoro» non faticosi. Umilianti, sì, ma forse chi sceglie questi mezzi di sostentamento nemmeno ha l’idea di che cosa sia un’occupazione dignitosa. L’unica difficoltà pare che sia presentarsi puliti e vestiti decentemente alla fermata dell’autobus, perché l’autista non fa salire chi ha l’aspetto di un mendicante. Dopo una settimana al sole, al caldo o comunque senza potersi docciare, bisogna inventarsi qualche stratagemma. Allora si lavano di notte, alle fontane pubbliche, evitando di essere sorpresi dalle pattuglie di polizia. Il fenomeno dei questuanti pendolari sarebbe in aumento e giustamente si segnala l’ulteriore problema che viene a gravare sulle strutture assistenziali. Già devono occuparsi dei nostri poveri, delle persone che non riescono a vivere con pensioni indecenti, e dei migranti irregolari senza lavoro non rimpatriati. Adesso si aggiungono forse finti indigenti, «professionisti dell’elemosina» o comunque persone che non solo si ingegnano a campare nelle nostre piazze e vie, ma sfruttano i servizi messi a disposizione per i più bisognosi.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».