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2023-06-28
Altra bimba rischia il rapimento a Milano. Fuori uso da anni le telecamere di Sala
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Ennesimo episodio di violenza a Milano. Teatro di un tentato sequestro nei confronti di una bambina è il parco Guido Vergani, meglio noto ai milanesi come i giardini di Pagano. Da anni luogo sempre più abbandonato all’incuria e per nulla sicuro, non solo nelle ore notturne quando è nelle mani di bande di adolescenti e vandali, ma anche in pieno giorno.
È il pomeriggio del 22 giugno scorso. Nell’area verde milanese, dove al suo interno sono presenti un nido e una scuola d’infanzia, un uomo di origine straniera ha provato a rapire una bambina di quattro anni.
La piccola appena uscita dall’istituto, in compagnia di altri bambini e due adulti, tra cui la sua baby sitter, corre verso l’area giochi di via Pier Capponi. Una struttura recintata con altalene e altri giochi dove i più piccoli provano a godersi le ore di svago.
Camilla (nome di fantasia) gioca sui piccoli alberelli adiacenti la staccionata. Proprio in quel frangente un uomo l’afferra alle sue spalle, un gesto fulmineo. Per fortuna senza gravi conseguenze perché in quel drammatico momento sulla piccola e compagni vigilano gli occhi della babysitter e di una delle madri presenti. La donna corre subito in soccorso della bambina strappandola dalle mani dell’uomo, nel frattempo lo straniero dai tratti apparentemente indopakistani si dilegua in un attimo. L’intera vicenda dura una manciata di secondi, il discrimine tra la tragedia consumata e il lieto fine.
Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della stazione Magenta che hanno raccolto la denuncia dei genitori di Camilla. Al momento sono due i principali fattori che supportano l’attività investigativa. In primo luogo le testimonianze: infatti nei giorni scorsi sono stati ascoltati la baby sitter, l’adulta che ha salvato la piccola, i genitori di Camilla e la dirigente del suo istituto scolastico. L’altro fattore che potrebbe fare la differenza nell’individuazione del responsabile sono le telecamere. Nell’area del giardino di Pagano ce ne sono decine, sia private che pubbliche.
Una di queste ultime, in particolare, che è esattamente sovrastante il luogo dell’episodio e dovrebbe essere funzionale alla ripresa sia dell’area giochi sia all’ingresso dell’asilo frequentato da Camilla, è posizionata proprio dove è avvenuto il fatto. Peccato che «sia fuori uso da almeno otto anni» ma nessuno sa il reale motivo. Una mancanza di sicurezza che fa tremare le vene ai polsi. Il padre ha deciso di raccontare questa storia alla Verità «per evitare che in futuro possa accadere ad un altro bambino, e magari che non sia fortunato come lo è stata mia figlia».
Come detto le condizioni del parco di Pagano peggiorano anno dopo anno. Chi lo frequenta ogni giorno lo descrive sempre più sporco, mal frequentato, senza dimenticare che la maggior parte dei giochi per i bambini è stata vandalizzata. Infine c’è il capitolo cani: a disposizione dei quadrupedi ci sono due aree dedicate (nelle altre zone del giardino non potrebbero entrare) e quasi quotidianamente mordono soprattutto i più piccoli. Al punto che qualcuno in maniera amara dice: «I recinti li hanno fatti per i bambini».
Ma torniamo al tentativo di rapimento, alla luce dei recenti episodi di cronaca: il caso di Kata a Firenze, ma soprattutto quello dello scorso 23 maggio sempre a Milano, in piazza Gae Aulenti. Anche allora il finale non è stato drammatico grazie all’attenzione di un padre. Il quale ha impedito che una giovane di 21 anni, con problemi psichici, gli sottraesse il figlio di appena due. Un episodio a lieto fine - ma che ha suscitato un grave spavento e destato clamore, nella centralissima piazza Gae Aulenti, nella zona del Bosco verticale tra fontane e giardini molto frequentata dalle famiglie nel fine settimana - durato fortunatamente una manciata di minuti grazie alla prontezza di riflessi del padre. La giovane si trovava in compagnia di un’amica quando, all’altezza di una gelateria, ha avvicinato il bambino, di due anni, che giocava con il fratello di sette e un amichetto di otto, guardati a distanza di alcune decine di metri dal papà. Le mamme dei tre erano nel negozio per acquistare dei gelati. «Che fai? Lascialo subito», le ha gridato l’uomo. A questo punto la ventunenne ha prima replicato che si trattava di uno scherzo e poi l’ha insultato pesantemente. Uno «scherzo» che, come nel caso di Camilla, le è costato una denuncia per tentato sequestro di minorenne.
Due episodi analoghi nello spazio di 30 giorni. Circostanza che dovrebbe suonare come un campanello di allarme per l’amministrazione comunale. Ma con ogni probabilità cadrà nel vuoto dato che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è assai concentrato su altre questioni, in primis sul patrocinio al Pride 2023: proprio qualche giorno fa, oltre alla foto con la macchina dai colori arcobaleno, ha incontrato a Palazzo Marino gli esponenti del mondo Lgbtq+. Intanto il livello di sicurezza nel capoluogo lombardo è ridotto ai minimi termini, al punto che anche la semplice manutenzione delle telecamere all’interno dei parchi comunali latita.
Partono in Flixbus dall’Est Europa per andare a mendicare a Venezia
Ci sono migranti che scelgono la rotta balcanica per arrivare in Friuli Venezia Giulia (dove i centri sono al collasso e la giunta Fedriga minaccia di attuare posti di blocco selettivi e continuati), per poi disperdersi nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. E ci sono pendolari che arrivano dall’Est per chiedere l’elemosina, ma ritornano a casa. Un fenomeno evidenziato dal Gazzettino, che ha raccontato come Venezia sia presa d’assalto dai questuanti settimanali. Arrivano con Flixbus, società che offre spostamenti in autobus a basso costo, collegando moltissime città europee. In sole dieci ore, per esempio, da Budapest si scende in laguna spendendo appena 36 euro, ma per alcuni lo scopo del viaggio non è godersi le bellezze della Serenissima. Appena scesi dall’autobus, infatti, sciamano alla ricerca di una postazione dalla quale cercheranno di impietosire i passanti, mostrando cartelli che spiegano vissuti, disgrazie, difficoltà familiari spesso menzognere. A Venezia i turisti non mancano mai, sono onnipresenti tutto l’anno e, grazie alla generosità di molti, a fine giornata si possono mettere insieme delle buone cifre, mendicando per le calli. Non occorre nemmeno impegnarsi troppo, basterebbero un paio d’ore per riempirsi le tasche di monete. Secondo il quotidiano del Nord Est, una settimana trascorsa a tendere la mano può fruttare come minimo dai 500 ai 1.000 euro esentasse. Non ci sono spese di alloggio, perché queste persone trovano rifugio in edifici e case abbandonate, «oppure si accontentano di un sottoportico o un androne di un condominio». Due anni fa si segnalava la presenza di persone di etnia rom che arrivavano la primavera da Romania e Bulgaria, e se ne andavano da Venezia ai primi freddi, arrangiandosi a vivere sotto i ponti o in rifugi sulla terraferma. Adesso funzionerebbe il pendolarismo, non il Venezia - Mestre ma dai Paesi dell’Est. Quanto ai pasti, utilizzano le strutture della Caritas e delle tante associazioni benefiche attive a Mestre. «Organizzati come sono, soffiano il posto in mensa ai poveri locali, che magari non sono così intraprendenti e spesso provano imbarazzo nel chiedere aiuto», sottolinea Il Gazzettino. Terminata la settimana, sempre con poco più di 30 euro si prendono il biglietto di ritorno (anzi, ne avranno fatto scorta per tempo, così da usufruire di tariffe ancora più scontate) e in poche ore rientrano a casa in qualche Paese dell’Est. Dove un altro familiare o parente sarà pronto a rifare il medesimo, rapido ed economico tragitto, così da garantire entrate continue con «turni di lavoro» non faticosi. Umilianti, sì, ma forse chi sceglie questi mezzi di sostentamento nemmeno ha l’idea di che cosa sia un’occupazione dignitosa. L’unica difficoltà pare che sia presentarsi puliti e vestiti decentemente alla fermata dell’autobus, perché l’autista non fa salire chi ha l’aspetto di un mendicante. Dopo una settimana al sole, al caldo o comunque senza potersi docciare, bisogna inventarsi qualche stratagemma. Allora si lavano di notte, alle fontane pubbliche, evitando di essere sorpresi dalle pattuglie di polizia. Il fenomeno dei questuanti pendolari sarebbe in aumento e giustamente si segnala l’ulteriore problema che viene a gravare sulle strutture assistenziali. Già devono occuparsi dei nostri poveri, delle persone che non riescono a vivere con pensioni indecenti, e dei migranti irregolari senza lavoro non rimpatriati. Adesso si aggiungono forse finti indigenti, «professionisti dell’elemosina» o comunque persone che non solo si ingegnano a campare nelle nostre piazze e vie, ma sfruttano i servizi messi a disposizione per i più bisognosi.
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Secondo caso in un mese: uno straniero ha afferrato la piccola, salvata dalla madre di un’amica. E la sorveglianza non funziona. Pagano 36 euro un viaggio da Budapest in laguna. Dove in 7 giorni ne guadagnano 1.000.Lo speciale contiene due articoli.Ennesimo episodio di violenza a Milano. Teatro di un tentato sequestro nei confronti di una bambina è il parco Guido Vergani, meglio noto ai milanesi come i giardini di Pagano. Da anni luogo sempre più abbandonato all’incuria e per nulla sicuro, non solo nelle ore notturne quando è nelle mani di bande di adolescenti e vandali, ma anche in pieno giorno. È il pomeriggio del 22 giugno scorso. Nell’area verde milanese, dove al suo interno sono presenti un nido e una scuola d’infanzia, un uomo di origine straniera ha provato a rapire una bambina di quattro anni. La piccola appena uscita dall’istituto, in compagnia di altri bambini e due adulti, tra cui la sua baby sitter, corre verso l’area giochi di via Pier Capponi. Una struttura recintata con altalene e altri giochi dove i più piccoli provano a godersi le ore di svago. Camilla (nome di fantasia) gioca sui piccoli alberelli adiacenti la staccionata. Proprio in quel frangente un uomo l’afferra alle sue spalle, un gesto fulmineo. Per fortuna senza gravi conseguenze perché in quel drammatico momento sulla piccola e compagni vigilano gli occhi della babysitter e di una delle madri presenti. La donna corre subito in soccorso della bambina strappandola dalle mani dell’uomo, nel frattempo lo straniero dai tratti apparentemente indopakistani si dilegua in un attimo. L’intera vicenda dura una manciata di secondi, il discrimine tra la tragedia consumata e il lieto fine. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della stazione Magenta che hanno raccolto la denuncia dei genitori di Camilla. Al momento sono due i principali fattori che supportano l’attività investigativa. In primo luogo le testimonianze: infatti nei giorni scorsi sono stati ascoltati la baby sitter, l’adulta che ha salvato la piccola, i genitori di Camilla e la dirigente del suo istituto scolastico. L’altro fattore che potrebbe fare la differenza nell’individuazione del responsabile sono le telecamere. Nell’area del giardino di Pagano ce ne sono decine, sia private che pubbliche. Una di queste ultime, in particolare, che è esattamente sovrastante il luogo dell’episodio e dovrebbe essere funzionale alla ripresa sia dell’area giochi sia all’ingresso dell’asilo frequentato da Camilla, è posizionata proprio dove è avvenuto il fatto. Peccato che «sia fuori uso da almeno otto anni» ma nessuno sa il reale motivo. Una mancanza di sicurezza che fa tremare le vene ai polsi. Il padre ha deciso di raccontare questa storia alla Verità «per evitare che in futuro possa accadere ad un altro bambino, e magari che non sia fortunato come lo è stata mia figlia». Come detto le condizioni del parco di Pagano peggiorano anno dopo anno. Chi lo frequenta ogni giorno lo descrive sempre più sporco, mal frequentato, senza dimenticare che la maggior parte dei giochi per i bambini è stata vandalizzata. Infine c’è il capitolo cani: a disposizione dei quadrupedi ci sono due aree dedicate (nelle altre zone del giardino non potrebbero entrare) e quasi quotidianamente mordono soprattutto i più piccoli. Al punto che qualcuno in maniera amara dice: «I recinti li hanno fatti per i bambini». Ma torniamo al tentativo di rapimento, alla luce dei recenti episodi di cronaca: il caso di Kata a Firenze, ma soprattutto quello dello scorso 23 maggio sempre a Milano, in piazza Gae Aulenti. Anche allora il finale non è stato drammatico grazie all’attenzione di un padre. Il quale ha impedito che una giovane di 21 anni, con problemi psichici, gli sottraesse il figlio di appena due. Un episodio a lieto fine - ma che ha suscitato un grave spavento e destato clamore, nella centralissima piazza Gae Aulenti, nella zona del Bosco verticale tra fontane e giardini molto frequentata dalle famiglie nel fine settimana - durato fortunatamente una manciata di minuti grazie alla prontezza di riflessi del padre. La giovane si trovava in compagnia di un’amica quando, all’altezza di una gelateria, ha avvicinato il bambino, di due anni, che giocava con il fratello di sette e un amichetto di otto, guardati a distanza di alcune decine di metri dal papà. Le mamme dei tre erano nel negozio per acquistare dei gelati. «Che fai? Lascialo subito», le ha gridato l’uomo. A questo punto la ventunenne ha prima replicato che si trattava di uno scherzo e poi l’ha insultato pesantemente. Uno «scherzo» che, come nel caso di Camilla, le è costato una denuncia per tentato sequestro di minorenne. Due episodi analoghi nello spazio di 30 giorni. Circostanza che dovrebbe suonare come un campanello di allarme per l’amministrazione comunale. Ma con ogni probabilità cadrà nel vuoto dato che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è assai concentrato su altre questioni, in primis sul patrocinio al Pride 2023: proprio qualche giorno fa, oltre alla foto con la macchina dai colori arcobaleno, ha incontrato a Palazzo Marino gli esponenti del mondo Lgbtq+. Intanto il livello di sicurezza nel capoluogo lombardo è ridotto ai minimi termini, al punto che anche la semplice manutenzione delle telecamere all’interno dei parchi comunali latita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-bimba-rischia-il-rapimento-2661984200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="partono-in-flixbus-dallest-europa-per-andare-a-mendicare-a-venezia" data-post-id="2661984200" data-published-at="1687960009" data-use-pagination="False"> Partono in Flixbus dall’Est Europa per andare a mendicare a Venezia Ci sono migranti che scelgono la rotta balcanica per arrivare in Friuli Venezia Giulia (dove i centri sono al collasso e la giunta Fedriga minaccia di attuare posti di blocco selettivi e continuati), per poi disperdersi nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. E ci sono pendolari che arrivano dall’Est per chiedere l’elemosina, ma ritornano a casa. Un fenomeno evidenziato dal Gazzettino, che ha raccontato come Venezia sia presa d’assalto dai questuanti settimanali. Arrivano con Flixbus, società che offre spostamenti in autobus a basso costo, collegando moltissime città europee. In sole dieci ore, per esempio, da Budapest si scende in laguna spendendo appena 36 euro, ma per alcuni lo scopo del viaggio non è godersi le bellezze della Serenissima. Appena scesi dall’autobus, infatti, sciamano alla ricerca di una postazione dalla quale cercheranno di impietosire i passanti, mostrando cartelli che spiegano vissuti, disgrazie, difficoltà familiari spesso menzognere. A Venezia i turisti non mancano mai, sono onnipresenti tutto l’anno e, grazie alla generosità di molti, a fine giornata si possono mettere insieme delle buone cifre, mendicando per le calli. Non occorre nemmeno impegnarsi troppo, basterebbero un paio d’ore per riempirsi le tasche di monete. Secondo il quotidiano del Nord Est, una settimana trascorsa a tendere la mano può fruttare come minimo dai 500 ai 1.000 euro esentasse. Non ci sono spese di alloggio, perché queste persone trovano rifugio in edifici e case abbandonate, «oppure si accontentano di un sottoportico o un androne di un condominio». Due anni fa si segnalava la presenza di persone di etnia rom che arrivavano la primavera da Romania e Bulgaria, e se ne andavano da Venezia ai primi freddi, arrangiandosi a vivere sotto i ponti o in rifugi sulla terraferma. Adesso funzionerebbe il pendolarismo, non il Venezia - Mestre ma dai Paesi dell’Est. Quanto ai pasti, utilizzano le strutture della Caritas e delle tante associazioni benefiche attive a Mestre. «Organizzati come sono, soffiano il posto in mensa ai poveri locali, che magari non sono così intraprendenti e spesso provano imbarazzo nel chiedere aiuto», sottolinea Il Gazzettino. Terminata la settimana, sempre con poco più di 30 euro si prendono il biglietto di ritorno (anzi, ne avranno fatto scorta per tempo, così da usufruire di tariffe ancora più scontate) e in poche ore rientrano a casa in qualche Paese dell’Est. Dove un altro familiare o parente sarà pronto a rifare il medesimo, rapido ed economico tragitto, così da garantire entrate continue con «turni di lavoro» non faticosi. Umilianti, sì, ma forse chi sceglie questi mezzi di sostentamento nemmeno ha l’idea di che cosa sia un’occupazione dignitosa. L’unica difficoltà pare che sia presentarsi puliti e vestiti decentemente alla fermata dell’autobus, perché l’autista non fa salire chi ha l’aspetto di un mendicante. Dopo una settimana al sole, al caldo o comunque senza potersi docciare, bisogna inventarsi qualche stratagemma. Allora si lavano di notte, alle fontane pubbliche, evitando di essere sorpresi dalle pattuglie di polizia. Il fenomeno dei questuanti pendolari sarebbe in aumento e giustamente si segnala l’ulteriore problema che viene a gravare sulle strutture assistenziali. Già devono occuparsi dei nostri poveri, delle persone che non riescono a vivere con pensioni indecenti, e dei migranti irregolari senza lavoro non rimpatriati. Adesso si aggiungono forse finti indigenti, «professionisti dell’elemosina» o comunque persone che non solo si ingegnano a campare nelle nostre piazze e vie, ma sfruttano i servizi messi a disposizione per i più bisognosi.
Artemis II si prepara all’ammaraggio, previsto oggi al largo della costa di San Diego per le 20:07 circa (ora locale). Secondo l’astronauta Victor Glover, «lo scudo termico e i paracadute» della navicella Orion spacecraft consentiranno all’equipaggio di ammarare «dolcemente». «Non vediamo l’ora – ha aggiunto – di vedere la squadra di sommozzatori e la Marina che verranno a prenderci».
Piazza del Popolo, a Roma, si è tinta di blu per celebrare il 174° anniversario della fondazione della Polizia di Stato. «Comprendere il presente e riuscire a guardare nello stesso tempo il futuro. Questo il nostro compito», ha sottolineato il Capo della Polizia Vittorio Pisani.
Sulle note di «Giocondità», eseguita dalla Banda musicale della Polizia, si è svolta la cerimonia ufficiale. A rendere gli onori al Presidente del Senato, fermatosi davanti alla Bandiera della Polizia di Stato, uno schieramento composto da commissari della Scuola superiore di Polizia, allievi agenti dell’Istituto per ispettori di Nettuno e una formazione del Reparto a cavallo, preceduti dai motociclisti della Polizia stradale.
In tribuna era presente anche una rappresentanza di funzionari della Questura di Roma, con la sciarpa tricolore sugli abiti civili, simbolo della funzione di pubblica sicurezza e dell’impegno a garantire la tutela delle istituzioni democratiche e il corretto svolgimento della vita civile.
In apertura è stato letto il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, inviato al Capo della Polizia per la ricorrenza.
Nel suo intervento, Pisani ha ricordato come la sicurezza sia un bene in continua evoluzione, che richiede impegno quotidiano e capacità di adattamento ai cambiamenti sociali e tecnologici. La Polizia di Stato, ha sottolineato, deve saper interpretare i nuovi bisogni dei cittadini con professionalità e sensibilità, rafforzandone la fiducia.
Il momento più toccante della cerimonia è stato il conferimento delle onorificenze e delle promozioni per merito straordinario. Quest’anno il Presidente della Repubblica ha concesso la Medaglia d’oro al Merito civile alla Bandiera della Polizia di Stato per l’attività svolta dagli agenti impegnati nei servizi di scorta e tutela, in Italia e all’estero. Nella motivazione si sottolinea il sacrificio quotidiano delle donne e degli uomini della Polizia, spesso esposti a gravi rischi per garantire la sicurezza e la libertà democratica.
A dare voce a questo impegno è stata l’agente Emanuela Loi, nipote e omonima della prima poliziotta di scorta caduta nella strage di via D’Amelio, che ha letto una poesia del poliziotto Wilhelm Longo.
Tra le storie ricordate, anche quella dell’assistente capo Aniello Scarpati e dell’agente scelto Ciro Cozzolino, travolti durante un servizio notturno a Torre del Greco nel 2025. A entrambi è stata conferita la Medaglia d’oro al Merito civile; per Scarpati l’onorificenza è stata ritirata dal figlio Daniel.
La cerimonia si è conclusa con l’Inno d’Italia eseguito dalla Banda musicale della Polizia e cantato dagli alunni della scuola elementare Mazzarello di Roma, mentre gli operatori del Nocs hanno srotolato il Tricolore dalla terrazza del Pincio.
Le celebrazioni proseguiranno fino a lunedì 13 aprile: Piazza del Popolo ospiterà lo «Spazio della legalità», aperto al pubblico con iniziative e attività per far conoscere da vicino il lavoro della Polizia di Stato. Eventi anche alla Galleria Alberto Sordi, dove è allestita la mostra interattiva «InsospettAbili» della Polizia postale, dedicata alla prevenzione delle frodi informatiche.
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Prezzi dei carburanti in una stazione di servizio in Germania (Getty Images)
La benzina a tre euro al litro forse non da tutti in Europa è vista come una tragedia.
Questa Europa e questa Commissione hanno un obiettivo strategico di fondo: ridurre le emissioni. Tutto il resto è sacrificabile e ogni scusa è una opportunità per raggiungere questo obiettivo. I razionamenti con riduzione dei consumi son quindi una benedizione per questa classe dirigente totalmente scollegata dalla realtà e profondamente sfavorevole se non contraria alle attività economiche imprenditoriali.
L’industria è un male da estirpare secondo il pensiero profondo di questa Unione europea.
Non si spiegano altrimenti le infinite misure che, attraverso Green deal e normative assurde, hanno distrutto intere filiere industriali e in generale l’industria manifatturiera europea.
Se guardiamo l’Italia la riduzione parte da lontano; dal 1980 ad oggi si è perso il 46,2% delle imprese artigiane manifatturiere. Non è ovviamente solo la richiesta di standard ambientali irraggiungibili ad aver causato questo tracollo, ma sicuramente negli ultimi anni l’esasperazione green europea ha spinto molti imprenditori a chiudere.
E questa esasperazione degli obiettivi «sostenibili» ha impattato forse ancora più pesantemente sulle imprese più grandi. Pensare di raggiungere la neutralità climatica (concetto demenziale) entro il 2050 non può che spingere imprese medio grandi a delocalizzare o a capitalizzare i propri asset prima del colpo finale.
Spostare la fiscalità dalla produzione ai consumi è sempre stato un obiettivo delle politiche green, come se abbattere i consumi non avesse effetti sulle imprese che di consumi vivono. I disastri della filiera dell’auto sono solo un esempio di ciò che è successo in questi anni e denotano la cultura che partorisce queste ideologie. La normativa contro la deforestazione, oggi in stand by ma non modificata nella sostanza, è un altro esempio di come questa Europa vede il futuro del continente e del mondo.
La Commissione desidera un mondo ideale, dove i bambini studiano felici, i lavoratori delle piantagioni di cacao o caffè sono pagati come un operaio della Ferrari, e dove siano egualmente distribuiti tra tutti i colori della pelle, così da non comunicare l’immagine di gerarchie tra le razze.
Probabilmente chi scrive queste normative non ha mai lasciato le stanze del Parlamento europeo e non ha mai visto una piantagione di olio di palma, di cacao, di pulp and paper in Indonesia, nell’Amazzonia brasiliana o in Costa d’Avorio. E soprattutto non ha idea di come si modificherebbero i prezzi dei prodotti finiti che arrivano nei nostri supermercati se un approccio di questo tipo venisse implementato fino in fondo.
L’utopia di un mondo senza diseguaglianze rischia di crearne sempre di più, visto che l’illusione europea è appunto solo qualcosa che non può essere realizzato se non a prezzo di una distruzione totale di molte filiere industriali, non solo agroalimentari, con conseguente disoccupazione di massa e povertà, sia nei Paesi di origine che nei Paesi di trasformazione.
La superiorità etica che la Commissione ritiene di avere è il problema culturale di fondo. Non gli è parso vero quindi di avere l’occasione di parlare immediatamente di razionamenti, targhe alterne, divieti, smart working, in una logica classista che penalizzerebbe in primis le fasce più deboli della popolazione. Ma il tutto ovviamente per il bene supremo, salvare il pianeta dalla deriva climatica. Sacrificare lo stile di vita e il welfare è un costo minimo da sostenere a fronte di un obiettivo superiore. La tregua nella guerra e la riapertura dello stretto di Hormuz, per questi fanatici green, è una iattura.
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