True
2023-06-28
Altra bimba rischia il rapimento a Milano. Fuori uso da anni le telecamere di Sala
iStock
Ennesimo episodio di violenza a Milano. Teatro di un tentato sequestro nei confronti di una bambina è il parco Guido Vergani, meglio noto ai milanesi come i giardini di Pagano. Da anni luogo sempre più abbandonato all’incuria e per nulla sicuro, non solo nelle ore notturne quando è nelle mani di bande di adolescenti e vandali, ma anche in pieno giorno.
È il pomeriggio del 22 giugno scorso. Nell’area verde milanese, dove al suo interno sono presenti un nido e una scuola d’infanzia, un uomo di origine straniera ha provato a rapire una bambina di quattro anni.
La piccola appena uscita dall’istituto, in compagnia di altri bambini e due adulti, tra cui la sua baby sitter, corre verso l’area giochi di via Pier Capponi. Una struttura recintata con altalene e altri giochi dove i più piccoli provano a godersi le ore di svago.
Camilla (nome di fantasia) gioca sui piccoli alberelli adiacenti la staccionata. Proprio in quel frangente un uomo l’afferra alle sue spalle, un gesto fulmineo. Per fortuna senza gravi conseguenze perché in quel drammatico momento sulla piccola e compagni vigilano gli occhi della babysitter e di una delle madri presenti. La donna corre subito in soccorso della bambina strappandola dalle mani dell’uomo, nel frattempo lo straniero dai tratti apparentemente indopakistani si dilegua in un attimo. L’intera vicenda dura una manciata di secondi, il discrimine tra la tragedia consumata e il lieto fine.
Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della stazione Magenta che hanno raccolto la denuncia dei genitori di Camilla. Al momento sono due i principali fattori che supportano l’attività investigativa. In primo luogo le testimonianze: infatti nei giorni scorsi sono stati ascoltati la baby sitter, l’adulta che ha salvato la piccola, i genitori di Camilla e la dirigente del suo istituto scolastico. L’altro fattore che potrebbe fare la differenza nell’individuazione del responsabile sono le telecamere. Nell’area del giardino di Pagano ce ne sono decine, sia private che pubbliche.
Una di queste ultime, in particolare, che è esattamente sovrastante il luogo dell’episodio e dovrebbe essere funzionale alla ripresa sia dell’area giochi sia all’ingresso dell’asilo frequentato da Camilla, è posizionata proprio dove è avvenuto il fatto. Peccato che «sia fuori uso da almeno otto anni» ma nessuno sa il reale motivo. Una mancanza di sicurezza che fa tremare le vene ai polsi. Il padre ha deciso di raccontare questa storia alla Verità «per evitare che in futuro possa accadere ad un altro bambino, e magari che non sia fortunato come lo è stata mia figlia».
Come detto le condizioni del parco di Pagano peggiorano anno dopo anno. Chi lo frequenta ogni giorno lo descrive sempre più sporco, mal frequentato, senza dimenticare che la maggior parte dei giochi per i bambini è stata vandalizzata. Infine c’è il capitolo cani: a disposizione dei quadrupedi ci sono due aree dedicate (nelle altre zone del giardino non potrebbero entrare) e quasi quotidianamente mordono soprattutto i più piccoli. Al punto che qualcuno in maniera amara dice: «I recinti li hanno fatti per i bambini».
Ma torniamo al tentativo di rapimento, alla luce dei recenti episodi di cronaca: il caso di Kata a Firenze, ma soprattutto quello dello scorso 23 maggio sempre a Milano, in piazza Gae Aulenti. Anche allora il finale non è stato drammatico grazie all’attenzione di un padre. Il quale ha impedito che una giovane di 21 anni, con problemi psichici, gli sottraesse il figlio di appena due. Un episodio a lieto fine - ma che ha suscitato un grave spavento e destato clamore, nella centralissima piazza Gae Aulenti, nella zona del Bosco verticale tra fontane e giardini molto frequentata dalle famiglie nel fine settimana - durato fortunatamente una manciata di minuti grazie alla prontezza di riflessi del padre. La giovane si trovava in compagnia di un’amica quando, all’altezza di una gelateria, ha avvicinato il bambino, di due anni, che giocava con il fratello di sette e un amichetto di otto, guardati a distanza di alcune decine di metri dal papà. Le mamme dei tre erano nel negozio per acquistare dei gelati. «Che fai? Lascialo subito», le ha gridato l’uomo. A questo punto la ventunenne ha prima replicato che si trattava di uno scherzo e poi l’ha insultato pesantemente. Uno «scherzo» che, come nel caso di Camilla, le è costato una denuncia per tentato sequestro di minorenne.
Due episodi analoghi nello spazio di 30 giorni. Circostanza che dovrebbe suonare come un campanello di allarme per l’amministrazione comunale. Ma con ogni probabilità cadrà nel vuoto dato che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è assai concentrato su altre questioni, in primis sul patrocinio al Pride 2023: proprio qualche giorno fa, oltre alla foto con la macchina dai colori arcobaleno, ha incontrato a Palazzo Marino gli esponenti del mondo Lgbtq+. Intanto il livello di sicurezza nel capoluogo lombardo è ridotto ai minimi termini, al punto che anche la semplice manutenzione delle telecamere all’interno dei parchi comunali latita.
Partono in Flixbus dall’Est Europa per andare a mendicare a Venezia
Ci sono migranti che scelgono la rotta balcanica per arrivare in Friuli Venezia Giulia (dove i centri sono al collasso e la giunta Fedriga minaccia di attuare posti di blocco selettivi e continuati), per poi disperdersi nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. E ci sono pendolari che arrivano dall’Est per chiedere l’elemosina, ma ritornano a casa. Un fenomeno evidenziato dal Gazzettino, che ha raccontato come Venezia sia presa d’assalto dai questuanti settimanali. Arrivano con Flixbus, società che offre spostamenti in autobus a basso costo, collegando moltissime città europee. In sole dieci ore, per esempio, da Budapest si scende in laguna spendendo appena 36 euro, ma per alcuni lo scopo del viaggio non è godersi le bellezze della Serenissima. Appena scesi dall’autobus, infatti, sciamano alla ricerca di una postazione dalla quale cercheranno di impietosire i passanti, mostrando cartelli che spiegano vissuti, disgrazie, difficoltà familiari spesso menzognere. A Venezia i turisti non mancano mai, sono onnipresenti tutto l’anno e, grazie alla generosità di molti, a fine giornata si possono mettere insieme delle buone cifre, mendicando per le calli. Non occorre nemmeno impegnarsi troppo, basterebbero un paio d’ore per riempirsi le tasche di monete. Secondo il quotidiano del Nord Est, una settimana trascorsa a tendere la mano può fruttare come minimo dai 500 ai 1.000 euro esentasse. Non ci sono spese di alloggio, perché queste persone trovano rifugio in edifici e case abbandonate, «oppure si accontentano di un sottoportico o un androne di un condominio». Due anni fa si segnalava la presenza di persone di etnia rom che arrivavano la primavera da Romania e Bulgaria, e se ne andavano da Venezia ai primi freddi, arrangiandosi a vivere sotto i ponti o in rifugi sulla terraferma. Adesso funzionerebbe il pendolarismo, non il Venezia - Mestre ma dai Paesi dell’Est. Quanto ai pasti, utilizzano le strutture della Caritas e delle tante associazioni benefiche attive a Mestre. «Organizzati come sono, soffiano il posto in mensa ai poveri locali, che magari non sono così intraprendenti e spesso provano imbarazzo nel chiedere aiuto», sottolinea Il Gazzettino. Terminata la settimana, sempre con poco più di 30 euro si prendono il biglietto di ritorno (anzi, ne avranno fatto scorta per tempo, così da usufruire di tariffe ancora più scontate) e in poche ore rientrano a casa in qualche Paese dell’Est. Dove un altro familiare o parente sarà pronto a rifare il medesimo, rapido ed economico tragitto, così da garantire entrate continue con «turni di lavoro» non faticosi. Umilianti, sì, ma forse chi sceglie questi mezzi di sostentamento nemmeno ha l’idea di che cosa sia un’occupazione dignitosa. L’unica difficoltà pare che sia presentarsi puliti e vestiti decentemente alla fermata dell’autobus, perché l’autista non fa salire chi ha l’aspetto di un mendicante. Dopo una settimana al sole, al caldo o comunque senza potersi docciare, bisogna inventarsi qualche stratagemma. Allora si lavano di notte, alle fontane pubbliche, evitando di essere sorpresi dalle pattuglie di polizia. Il fenomeno dei questuanti pendolari sarebbe in aumento e giustamente si segnala l’ulteriore problema che viene a gravare sulle strutture assistenziali. Già devono occuparsi dei nostri poveri, delle persone che non riescono a vivere con pensioni indecenti, e dei migranti irregolari senza lavoro non rimpatriati. Adesso si aggiungono forse finti indigenti, «professionisti dell’elemosina» o comunque persone che non solo si ingegnano a campare nelle nostre piazze e vie, ma sfruttano i servizi messi a disposizione per i più bisognosi.
Continua a leggereRiduci
Secondo caso in un mese: uno straniero ha afferrato la piccola, salvata dalla madre di un’amica. E la sorveglianza non funziona. Pagano 36 euro un viaggio da Budapest in laguna. Dove in 7 giorni ne guadagnano 1.000.Lo speciale contiene due articoli.Ennesimo episodio di violenza a Milano. Teatro di un tentato sequestro nei confronti di una bambina è il parco Guido Vergani, meglio noto ai milanesi come i giardini di Pagano. Da anni luogo sempre più abbandonato all’incuria e per nulla sicuro, non solo nelle ore notturne quando è nelle mani di bande di adolescenti e vandali, ma anche in pieno giorno. È il pomeriggio del 22 giugno scorso. Nell’area verde milanese, dove al suo interno sono presenti un nido e una scuola d’infanzia, un uomo di origine straniera ha provato a rapire una bambina di quattro anni. La piccola appena uscita dall’istituto, in compagnia di altri bambini e due adulti, tra cui la sua baby sitter, corre verso l’area giochi di via Pier Capponi. Una struttura recintata con altalene e altri giochi dove i più piccoli provano a godersi le ore di svago. Camilla (nome di fantasia) gioca sui piccoli alberelli adiacenti la staccionata. Proprio in quel frangente un uomo l’afferra alle sue spalle, un gesto fulmineo. Per fortuna senza gravi conseguenze perché in quel drammatico momento sulla piccola e compagni vigilano gli occhi della babysitter e di una delle madri presenti. La donna corre subito in soccorso della bambina strappandola dalle mani dell’uomo, nel frattempo lo straniero dai tratti apparentemente indopakistani si dilegua in un attimo. L’intera vicenda dura una manciata di secondi, il discrimine tra la tragedia consumata e il lieto fine. Sull’episodio stanno indagando i carabinieri della stazione Magenta che hanno raccolto la denuncia dei genitori di Camilla. Al momento sono due i principali fattori che supportano l’attività investigativa. In primo luogo le testimonianze: infatti nei giorni scorsi sono stati ascoltati la baby sitter, l’adulta che ha salvato la piccola, i genitori di Camilla e la dirigente del suo istituto scolastico. L’altro fattore che potrebbe fare la differenza nell’individuazione del responsabile sono le telecamere. Nell’area del giardino di Pagano ce ne sono decine, sia private che pubbliche. Una di queste ultime, in particolare, che è esattamente sovrastante il luogo dell’episodio e dovrebbe essere funzionale alla ripresa sia dell’area giochi sia all’ingresso dell’asilo frequentato da Camilla, è posizionata proprio dove è avvenuto il fatto. Peccato che «sia fuori uso da almeno otto anni» ma nessuno sa il reale motivo. Una mancanza di sicurezza che fa tremare le vene ai polsi. Il padre ha deciso di raccontare questa storia alla Verità «per evitare che in futuro possa accadere ad un altro bambino, e magari che non sia fortunato come lo è stata mia figlia». Come detto le condizioni del parco di Pagano peggiorano anno dopo anno. Chi lo frequenta ogni giorno lo descrive sempre più sporco, mal frequentato, senza dimenticare che la maggior parte dei giochi per i bambini è stata vandalizzata. Infine c’è il capitolo cani: a disposizione dei quadrupedi ci sono due aree dedicate (nelle altre zone del giardino non potrebbero entrare) e quasi quotidianamente mordono soprattutto i più piccoli. Al punto che qualcuno in maniera amara dice: «I recinti li hanno fatti per i bambini». Ma torniamo al tentativo di rapimento, alla luce dei recenti episodi di cronaca: il caso di Kata a Firenze, ma soprattutto quello dello scorso 23 maggio sempre a Milano, in piazza Gae Aulenti. Anche allora il finale non è stato drammatico grazie all’attenzione di un padre. Il quale ha impedito che una giovane di 21 anni, con problemi psichici, gli sottraesse il figlio di appena due. Un episodio a lieto fine - ma che ha suscitato un grave spavento e destato clamore, nella centralissima piazza Gae Aulenti, nella zona del Bosco verticale tra fontane e giardini molto frequentata dalle famiglie nel fine settimana - durato fortunatamente una manciata di minuti grazie alla prontezza di riflessi del padre. La giovane si trovava in compagnia di un’amica quando, all’altezza di una gelateria, ha avvicinato il bambino, di due anni, che giocava con il fratello di sette e un amichetto di otto, guardati a distanza di alcune decine di metri dal papà. Le mamme dei tre erano nel negozio per acquistare dei gelati. «Che fai? Lascialo subito», le ha gridato l’uomo. A questo punto la ventunenne ha prima replicato che si trattava di uno scherzo e poi l’ha insultato pesantemente. Uno «scherzo» che, come nel caso di Camilla, le è costato una denuncia per tentato sequestro di minorenne. Due episodi analoghi nello spazio di 30 giorni. Circostanza che dovrebbe suonare come un campanello di allarme per l’amministrazione comunale. Ma con ogni probabilità cadrà nel vuoto dato che il sindaco di Milano, Beppe Sala, è assai concentrato su altre questioni, in primis sul patrocinio al Pride 2023: proprio qualche giorno fa, oltre alla foto con la macchina dai colori arcobaleno, ha incontrato a Palazzo Marino gli esponenti del mondo Lgbtq+. Intanto il livello di sicurezza nel capoluogo lombardo è ridotto ai minimi termini, al punto che anche la semplice manutenzione delle telecamere all’interno dei parchi comunali latita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-bimba-rischia-il-rapimento-2661984200.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="partono-in-flixbus-dallest-europa-per-andare-a-mendicare-a-venezia" data-post-id="2661984200" data-published-at="1687960009" data-use-pagination="False"> Partono in Flixbus dall’Est Europa per andare a mendicare a Venezia Ci sono migranti che scelgono la rotta balcanica per arrivare in Friuli Venezia Giulia (dove i centri sono al collasso e la giunta Fedriga minaccia di attuare posti di blocco selettivi e continuati), per poi disperdersi nel nostro Paese in cerca di una vita migliore. E ci sono pendolari che arrivano dall’Est per chiedere l’elemosina, ma ritornano a casa. Un fenomeno evidenziato dal Gazzettino, che ha raccontato come Venezia sia presa d’assalto dai questuanti settimanali. Arrivano con Flixbus, società che offre spostamenti in autobus a basso costo, collegando moltissime città europee. In sole dieci ore, per esempio, da Budapest si scende in laguna spendendo appena 36 euro, ma per alcuni lo scopo del viaggio non è godersi le bellezze della Serenissima. Appena scesi dall’autobus, infatti, sciamano alla ricerca di una postazione dalla quale cercheranno di impietosire i passanti, mostrando cartelli che spiegano vissuti, disgrazie, difficoltà familiari spesso menzognere. A Venezia i turisti non mancano mai, sono onnipresenti tutto l’anno e, grazie alla generosità di molti, a fine giornata si possono mettere insieme delle buone cifre, mendicando per le calli. Non occorre nemmeno impegnarsi troppo, basterebbero un paio d’ore per riempirsi le tasche di monete. Secondo il quotidiano del Nord Est, una settimana trascorsa a tendere la mano può fruttare come minimo dai 500 ai 1.000 euro esentasse. Non ci sono spese di alloggio, perché queste persone trovano rifugio in edifici e case abbandonate, «oppure si accontentano di un sottoportico o un androne di un condominio». Due anni fa si segnalava la presenza di persone di etnia rom che arrivavano la primavera da Romania e Bulgaria, e se ne andavano da Venezia ai primi freddi, arrangiandosi a vivere sotto i ponti o in rifugi sulla terraferma. Adesso funzionerebbe il pendolarismo, non il Venezia - Mestre ma dai Paesi dell’Est. Quanto ai pasti, utilizzano le strutture della Caritas e delle tante associazioni benefiche attive a Mestre. «Organizzati come sono, soffiano il posto in mensa ai poveri locali, che magari non sono così intraprendenti e spesso provano imbarazzo nel chiedere aiuto», sottolinea Il Gazzettino. Terminata la settimana, sempre con poco più di 30 euro si prendono il biglietto di ritorno (anzi, ne avranno fatto scorta per tempo, così da usufruire di tariffe ancora più scontate) e in poche ore rientrano a casa in qualche Paese dell’Est. Dove un altro familiare o parente sarà pronto a rifare il medesimo, rapido ed economico tragitto, così da garantire entrate continue con «turni di lavoro» non faticosi. Umilianti, sì, ma forse chi sceglie questi mezzi di sostentamento nemmeno ha l’idea di che cosa sia un’occupazione dignitosa. L’unica difficoltà pare che sia presentarsi puliti e vestiti decentemente alla fermata dell’autobus, perché l’autista non fa salire chi ha l’aspetto di un mendicante. Dopo una settimana al sole, al caldo o comunque senza potersi docciare, bisogna inventarsi qualche stratagemma. Allora si lavano di notte, alle fontane pubbliche, evitando di essere sorpresi dalle pattuglie di polizia. Il fenomeno dei questuanti pendolari sarebbe in aumento e giustamente si segnala l’ulteriore problema che viene a gravare sulle strutture assistenziali. Già devono occuparsi dei nostri poveri, delle persone che non riescono a vivere con pensioni indecenti, e dei migranti irregolari senza lavoro non rimpatriati. Adesso si aggiungono forse finti indigenti, «professionisti dell’elemosina» o comunque persone che non solo si ingegnano a campare nelle nostre piazze e vie, ma sfruttano i servizi messi a disposizione per i più bisognosi.
Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
Continua a leggereRiduci
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
Continua a leggereRiduci