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2025-09-17
Su Almasri il governo passa al contrattacco
Carlo Nordio, Matteo Piantedosi, Alfredo Mantovano (Ansa)
«La legge costituzionale non immagina privilegi, ma neanche pregiudizi. Non prevede deroghe in favore, ma neanche eccezioni in danno degli indagati». Così comincia la memoria di 23 pagine che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Guardasigilli Carlo Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano hanno depositato alla Giunta per le autorizzazioni, che si riunirà oggi. È un testo che ha il passo della contro-inchiesta e che smonta, pezzo per pezzo, la ricostruzione del Tribunale dei ministri. I tre uomini del governo, indagati per favoreggiamento e omissione in atti d’ufficio nel caso del rimpatrio del generale libico Osama Almasri, marcano il perimetro della decisione politica che portarono avanti tra il 19 e il 21 gennaio scorso. Decisione che, scrivono, fu presa per proteggere la «sicurezza nazionale» e per evitare conseguenze che, secondo le informazioni dell’intelligence, avrebbero potuto mettere a rischio la vita «di 500 italiani» presenti in Libia e gli interessi economici strategici, a partire dai giacimenti di Mellitah da cui arriva il gas che copre il 9 per cento del fabbisogno nazionale. «Nella domanda di autorizzazione e nell’iter che la ha preceduta», scrivono i tre, «le violazioni di legge sono così gravi e numerose che, ai fini del rigetto o della inammissibilità, potrebbero anche esimere dall’entrare nel merito». La memoria elenca le anomalie: i termini di legge superati «oltre i 60 giorni di proroga» e «senza curarsi di giustificare il ritardo», il contraddittorio negato («il difensore degli indagati è stato più volte privato dell’accesso all’intero fascicolo») e le fughe di notizie che hanno visto gli atti «pubblicati da alcune testate giornalistiche» mentre agli indagati non veniva concessa la possibilità di conoscerli. Non solo. Il Tribunale, secondo gli esponenti del governo, avrebbe «marchiato di inattendibilità» il capo della polizia, il direttore del Dis, il consigliere diplomatico del ministero della Giustizia, «con affermazioni apodittiche e non motivate», e tutti i testimoni che non collimavano con l’impostazione accusatoria. «È un processo alle intenzioni, che prescinde dall’esame dell’atto in sé», accusano i tre, parlando di una motivazione inficiata da «pregiudizio». Ma la decisione del Tribunale di Roma presenterebbe anche un’altra «caratteristica»: la «scarsa dimestichezza con materie obiettivamente non facili, ad alta specializzazione» come il diritto penale internazionale, l’ordinamento interno al ministero della Giustizia, fino alla valutazione delle segnalazioni dell’intelligence. «L’irrazionalità», spiegano i tre esponenti del governo, «è figlia del pregiudizio e si accompagna con la pretesa di dettare legge in territori non propri, adoperando strumenti e categorie giudiziarie per sindacare atti di discrezionalità politica (…) che non tollerano di essere qualificati, per non dire demonizzati, quale “disegno criminoso”». Da qui la memoria passa all’attacco diretto, sottolineando che non si tratta di un errore casuale ma di un vero e proprio sconfinamento di competenze: «Di questo evidente straripamento il Tribunale alla fine è ben conscio, perché, apoditticamente, per negare la natura di atto politico della scelta del governo sull’arresto di Almasri non svolge alcuna propria considerazione, ma riporta un lungo brano di una sentenza della Cassazione». Ma «il massimo dell’acume», prosegue la memoria, «è espresso dal Tribunale a proposito dei decreti di espulsione disposti dal ministro Piantedosi e del peculato posto in prima battuta a carico del sottosegretario Mantovano, contestazioni sulle quali il procuratore della Repubblica di Roma aveva espresso parere per l’archiviazione». E ancora: «Sui decreti di espulsione, il collegio premette che il giudice non può sostituire la propria discrezionalità a quella del ministro dell’Interno in ordine al relativo esercizio nelle valutazioni di pericolosità di un soggetto. Ma poi fa esattamente quello che dice di non voler fare e identifica i decreti di espulsione come il mezzo adoperato per commettere il favoreggiamento». Quanto ai decreti di espulsione, il testo parla di «processo alle intenzioni» e di una motivazione che «prescinde dall’esame dell’atto in sé». A questo punto viene evidenziata un’altra valutazione spericolata del Tribunale: «Si fissa il principio secondo cui nessun soggetto, neanche il peggiore terrorista, può essere espulso dall’Italia se qui in Italia non ha commesso reati» scrivono i ministri, definendo questa affermazione «priva di logica giuridica e pericolosa per la sicurezza pubblica». Il cuore della difesa è nella tempistica. «Il ministro (Nordio, ndr) ha avuto l’effettiva disponibilità della documentazione ufficiale relativa alla richiesta di cooperazione il 20 gennaio 2025, in un momento certamente successivo all’esecuzione dell’arresto». La procedura? Viziata: «La questione che si pone è se la Giunta sia tenuta a considerare i gravi vizi procedurali che inficiano il procedimento del Tribunale dei ministri, in violazione di garanzie costituzionali […], il cui accertamento rende la domanda di autorizzazione tamquam non esset (ovvero nulla, ndr)». L’argomento più forte, però, è quello della sicurezza. Nella memoria si citano gli appunti classificati dell’intelligence: «Gli elementi raccolti […] evidenziato un concreto rischio di rappresaglie nei confronti della rappresentanza diplomatica italiana, del personale italiano presente a Tripoli e dei connazionali in transito presso l’aeroporto di Mitiga (in quel momento controllato dalla Rada, la milizia guidata da Almasri, ndr)». Lo stesso direttore dell’Aise, il prefetto Giovanni Caravelli, è stato chiaro: «C’erano informazioni che qualora Almasri fosse stato arrestato e non sarebbe rientrato in Libia si sarebbero verificate delle ritorsioni nei confronti di siti e persone italiane». La memoria non risparmia colpi neanche sul volo con cui è stato rimpatriato il generale. «Se poi la Giunta ritenesse per assurdo che l’uso per questo fine del volo di Stato rappresenti peculato, l’effetto sarebbe la cessazione della cooperazione giudiziaria e di polizia, perché certi trasferimenti sui voli di linea sono oggettivamente impossibili». La conclusione è netta: «La condotta seguita dal ministro Nordio, lungi dall’integrare le fattispecie di omissione in atti di ufficio e di favoreggiamento, è stata motivata dal preminente interesse pubblico di garantire la corretta attuazione delle disposizioni della legge». Piantedosi e Mantovano hanno agito «per la salvaguardia della sicurezza nazionale, unitamente alla incolumità e alla libertà personale delle centinaia di cittadini italiani presenti in Tripolitania».
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Nella memoria inviata alla Giunta di Montecitorio, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano ricostruiscono gli allarmi dell’intelligence sull’incolumità di 500 nostri concittadini in Libia. Poi accusano il Tribunale: «È un processo alle intenzioni, che prescinde dai fatti».«La legge costituzionale non immagina privilegi, ma neanche pregiudizi. Non prevede deroghe in favore, ma neanche eccezioni in danno degli indagati». Così comincia la memoria di 23 pagine che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Guardasigilli Carlo Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano hanno depositato alla Giunta per le autorizzazioni, che si riunirà oggi. È un testo che ha il passo della contro-inchiesta e che smonta, pezzo per pezzo, la ricostruzione del Tribunale dei ministri. I tre uomini del governo, indagati per favoreggiamento e omissione in atti d’ufficio nel caso del rimpatrio del generale libico Osama Almasri, marcano il perimetro della decisione politica che portarono avanti tra il 19 e il 21 gennaio scorso. Decisione che, scrivono, fu presa per proteggere la «sicurezza nazionale» e per evitare conseguenze che, secondo le informazioni dell’intelligence, avrebbero potuto mettere a rischio la vita «di 500 italiani» presenti in Libia e gli interessi economici strategici, a partire dai giacimenti di Mellitah da cui arriva il gas che copre il 9 per cento del fabbisogno nazionale. «Nella domanda di autorizzazione e nell’iter che la ha preceduta», scrivono i tre, «le violazioni di legge sono così gravi e numerose che, ai fini del rigetto o della inammissibilità, potrebbero anche esimere dall’entrare nel merito». La memoria elenca le anomalie: i termini di legge superati «oltre i 60 giorni di proroga» e «senza curarsi di giustificare il ritardo», il contraddittorio negato («il difensore degli indagati è stato più volte privato dell’accesso all’intero fascicolo») e le fughe di notizie che hanno visto gli atti «pubblicati da alcune testate giornalistiche» mentre agli indagati non veniva concessa la possibilità di conoscerli. Non solo. Il Tribunale, secondo gli esponenti del governo, avrebbe «marchiato di inattendibilità» il capo della polizia, il direttore del Dis, il consigliere diplomatico del ministero della Giustizia, «con affermazioni apodittiche e non motivate», e tutti i testimoni che non collimavano con l’impostazione accusatoria. «È un processo alle intenzioni, che prescinde dall’esame dell’atto in sé», accusano i tre, parlando di una motivazione inficiata da «pregiudizio». Ma la decisione del Tribunale di Roma presenterebbe anche un’altra «caratteristica»: la «scarsa dimestichezza con materie obiettivamente non facili, ad alta specializzazione» come il diritto penale internazionale, l’ordinamento interno al ministero della Giustizia, fino alla valutazione delle segnalazioni dell’intelligence. «L’irrazionalità», spiegano i tre esponenti del governo, «è figlia del pregiudizio e si accompagna con la pretesa di dettare legge in territori non propri, adoperando strumenti e categorie giudiziarie per sindacare atti di discrezionalità politica (…) che non tollerano di essere qualificati, per non dire demonizzati, quale “disegno criminoso”». Da qui la memoria passa all’attacco diretto, sottolineando che non si tratta di un errore casuale ma di un vero e proprio sconfinamento di competenze: «Di questo evidente straripamento il Tribunale alla fine è ben conscio, perché, apoditticamente, per negare la natura di atto politico della scelta del governo sull’arresto di Almasri non svolge alcuna propria considerazione, ma riporta un lungo brano di una sentenza della Cassazione». Ma «il massimo dell’acume», prosegue la memoria, «è espresso dal Tribunale a proposito dei decreti di espulsione disposti dal ministro Piantedosi e del peculato posto in prima battuta a carico del sottosegretario Mantovano, contestazioni sulle quali il procuratore della Repubblica di Roma aveva espresso parere per l’archiviazione». E ancora: «Sui decreti di espulsione, il collegio premette che il giudice non può sostituire la propria discrezionalità a quella del ministro dell’Interno in ordine al relativo esercizio nelle valutazioni di pericolosità di un soggetto. Ma poi fa esattamente quello che dice di non voler fare e identifica i decreti di espulsione come il mezzo adoperato per commettere il favoreggiamento». Quanto ai decreti di espulsione, il testo parla di «processo alle intenzioni» e di una motivazione che «prescinde dall’esame dell’atto in sé». A questo punto viene evidenziata un’altra valutazione spericolata del Tribunale: «Si fissa il principio secondo cui nessun soggetto, neanche il peggiore terrorista, può essere espulso dall’Italia se qui in Italia non ha commesso reati» scrivono i ministri, definendo questa affermazione «priva di logica giuridica e pericolosa per la sicurezza pubblica». Il cuore della difesa è nella tempistica. «Il ministro (Nordio, ndr) ha avuto l’effettiva disponibilità della documentazione ufficiale relativa alla richiesta di cooperazione il 20 gennaio 2025, in un momento certamente successivo all’esecuzione dell’arresto». La procedura? Viziata: «La questione che si pone è se la Giunta sia tenuta a considerare i gravi vizi procedurali che inficiano il procedimento del Tribunale dei ministri, in violazione di garanzie costituzionali […], il cui accertamento rende la domanda di autorizzazione tamquam non esset (ovvero nulla, ndr)». L’argomento più forte, però, è quello della sicurezza. Nella memoria si citano gli appunti classificati dell’intelligence: «Gli elementi raccolti […] evidenziato un concreto rischio di rappresaglie nei confronti della rappresentanza diplomatica italiana, del personale italiano presente a Tripoli e dei connazionali in transito presso l’aeroporto di Mitiga (in quel momento controllato dalla Rada, la milizia guidata da Almasri, ndr)». Lo stesso direttore dell’Aise, il prefetto Giovanni Caravelli, è stato chiaro: «C’erano informazioni che qualora Almasri fosse stato arrestato e non sarebbe rientrato in Libia si sarebbero verificate delle ritorsioni nei confronti di siti e persone italiane». La memoria non risparmia colpi neanche sul volo con cui è stato rimpatriato il generale. «Se poi la Giunta ritenesse per assurdo che l’uso per questo fine del volo di Stato rappresenti peculato, l’effetto sarebbe la cessazione della cooperazione giudiziaria e di polizia, perché certi trasferimenti sui voli di linea sono oggettivamente impossibili». La conclusione è netta: «La condotta seguita dal ministro Nordio, lungi dall’integrare le fattispecie di omissione in atti di ufficio e di favoreggiamento, è stata motivata dal preminente interesse pubblico di garantire la corretta attuazione delle disposizioni della legge». Piantedosi e Mantovano hanno agito «per la salvaguardia della sicurezza nazionale, unitamente alla incolumità e alla libertà personale delle centinaia di cittadini italiani presenti in Tripolitania».
Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
L'isola caraibica potrebbe diventare la meta di una nuova spedizione. L’iniziativa Nuestra América, promossa dall’Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, è sostenuta dall’attivista svedese e punta a sfidare l’embargo di Washington. Intanto a L'Avana blackout sempre più frequenti, code ai distributori infinite, ospedali in crisi e turismo in crollo.
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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Rubén Oseguera González (Ansa)
Ma il potente cartello non può dirsi sconfitto dopo l’eliminazione di quello che era probabilmente l’ultimo grande boss della droga messicano. Insieme a El Mencho è stato ucciso anche il suo braccio destro Hugo «H» alias El Tuli, un uomo estremamente influente nel clan che coordinava posti di blocco, incendi di veicoli, attacchi alla Guardia nazionale e agli edifici governativi. El Tuli aveva anche messo una taglia di 20.000 pesos (circa 1.000 euro) per ogni soldato o poliziotto che veniva ucciso. Il cartello Jalisco Nueva Generación, nonostante la perdita dei due uomini più importanti , si sta già riorganizzando scegliendo un nuovo capo da seguire. Due dei figli di El Mencho sono morti tempo fa, mentre un terzo si trova in carcere negli Stati Uniti. Rubén Oseguera González, meglio conosciuto come El Menchito era l’erede designato, ma è stato condannato all’ergastolo più trent’anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di cocaina e metanfetamina negli Usa. Sui giornali messicani sono apparsi ben cinque possibili eredi del pericoloso El Mencho, ma il figlio della moglie del defunto boss appare il grande favorito. Juan Carlos Valencia González, alias El 03, come detto figliastro di Nemesio Oseguera Cervantes, appare come il suo successore naturale. Figlio di un primo matrimonio di Rosalinda González Valencia, conosciuta come La Jefa, che ha sempre avuto molta influenza su El Mencho imponendogli il figlio. Juan Carlos Valencia Gonzalez è nato a Santa Ana in California e ha la cittadinanza statunitense. Negli ultimi anni ha guidato il gruppo «Elite», il braccio armato di Jalisco dimostrandosi sempre molto risoluto e capace di organizzare attacchi e battaglie contro le forze dell’ordine. Lui ha convinto il clan a investire in armamenti sempre più moderni per contrastare l’esercito messicano. Sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni da parte della Dea, il Dipartimento antidroga americano. Un altro personaggio da tenere d’occhio potrebbe essere Audias Flores Silva , El Jardinero, responsabile delle operazioni del cartello in diverse entità federali, come Jalisco e Michoacan e dei processi di espansione in altre, come Zacatecas, mentre appare meno probabile una promozione di Gonzalo Mendoza Gaitán, alias El Sapo, responsabile delle operazioni portuali e marittime del cartello in particolare a Manzanillo , il porto più importante del Paese e da cui arrivano la maggior parte dei precursori chimici provenienti da Cina, India e Thailandia. Un ruolo nella nuova organizzazione potrebbe averlo anche la figlia di El Mencho Jessica Johanna Oseguera Gonzalez, detta La Negra, anch’essa con la cittadinanza statunitense. Nel febbraio 2020, è stata arrestata a Washington, mentre si recava all’udienza penale del fratello, ed è stata accusata di cinque capi d’imputazione per transazioni o affari in quanto membro del Cartel de Jalisco Nueva Generacion.
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Matteo Zoppas (Imagoeconomica)
Facciamo il punto. Sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal Customs and border protection, l’Agenzia delle dogane. Ma questo è solo un primo passo perché Trump punta comunque al 15% annunciato dopo la sentenza della Corte Suprema della scorsa settimana ed è quindi presumibile che stia lavorando per trovare il supporto giuridico per arrivare a questo obiettivo. Nel frattempo il presidente americano avverte che chi «volesse giocare» con la decisione della Corte Suprema, rischia tariffe molto più alte.
Per le esportazioni italiane questo cosa vuol dire?
«È un momento in cui bisogna essere cauti e prudenti. La situazione che si è venuta a creare tra il presidente Donald Trump e la Corte suprema, è una questione interna americana che è da osservare e capire. Dal canto nostro non bisogna abbassare la guardia e fare il massimo dello sforzo per continuare a promuovere gli Usa. Bisogna capire se i dazi passati saranno sostituiti o sommato ad altre aliquote. Il ministro Tajani ha fatto bene a convocare tutte le categorie del sistema Paese e le imprese per dare un aggiornamento sulla situazione. Il messaggio è di non perdere l’impegno a lavorare con gli Usa che comunque sono una destinazione strategica. Un’impresa che ha una consolidata penetrazione negli Stati Uniti usa questo come biglietto di presentazione per accreditarsi su altri mercati. Essere negli States significa essere in una vetrina importante».
Quali sono le informazioni che vi arrivano?
«A quanto pare per l’Europa si torna a un’imposta doganale del 15% per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli, come acciaio e alluminio, per i quali i dazi nascono da un’altra normativa. L’aliquota varrà per 150 giorni. Stanno cercando una formula giuridica per arrivare quanto prima a sbloccare l’impasse creato dalla sentenza della Corte suprema e arrivare ad un 15% anche oltre ai 150 giorni. Nel frattempo si raccomanda di non fare dell’allarmismo. Vale l’invito della Farnesina ad evitare una guerra commerciale. Gli imprenditori ci diranno cosa accade alle merci alla dogana. Ora tutta l’attenzione è giustamente e comprensibilmente focalizzata sulle tariffe doganali e la disputa tra la Casa Bianca e la Corte suprema ma c’è un altro nemico, ben più pericoloso per le imprese, ed è il cambio sfavorevole con il dollaro. Questo raddoppia l’onere dei dazi. Auspichiamo che l’Europa si muova con misure che possono aiutare a far fronte a questa situazione penalizzante. Resta la raccomandazione di non abbassare la guardia sugli Usa che, ripeto, sono destinazione strategica».
Temete ritorsioni da parte del presidente Trump qualora qualcosa dovesse andare storto?
«Certo che le temiamo ed è per questo che mai come adesso è necessario muoversi con estrema prudenza. La diplomazia europea e con essa quella italiana, stanno lavorando per tornare ad una situazione di stabilità».
Avete notizie se le esportazioni, alla luce di questa incertezza, si sono bloccate o hanno rallentato?
«È presto per arrivare a valutazioni di questo tipo. Credo che tutti siano in attesa di una schiarita sulle norme attuative. Questa altalena di notizie, prima il 10% poi il 15 non aiutano ma bisogna tenere i nervi saldi».
C’è la tentazione di smarcarsi dagli Usa e cercare nuovi mercati di sbocco?
«Ogni categoria merceologica si comporta in modo diverso ma tutte rispondono alla strategia che, dove c’è un varco con prospettive di mercato interessante, vale la pena inserirsi e andare a vedere. Gli accordi con il Mercosur e con l’India aprono scenari interessanti. Non dimentichiamo che dal 2014 al 2023 siamo passati da 450 a circa 2400 barriere tariffarie a livello globale. Il che vuol dire che la globalizzazione è ancora lontana e c’è molto da fare. Questo non vuol dire smettere di marcare stretto gli Stati Uniti, che restano uno sbocco importante. Per quanto riguarda l’India, il passaggio per il vino da dazi del 150% al 20% è un’apertura incredibile».
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 febbraio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega perché il Pentagono sconsiglia a Donald Trump un intervento in Iran.