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2025-09-17
Su Almasri il governo passa al contrattacco
Carlo Nordio, Matteo Piantedosi, Alfredo Mantovano (Ansa)
«La legge costituzionale non immagina privilegi, ma neanche pregiudizi. Non prevede deroghe in favore, ma neanche eccezioni in danno degli indagati». Così comincia la memoria di 23 pagine che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Guardasigilli Carlo Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano hanno depositato alla Giunta per le autorizzazioni, che si riunirà oggi. È un testo che ha il passo della contro-inchiesta e che smonta, pezzo per pezzo, la ricostruzione del Tribunale dei ministri. I tre uomini del governo, indagati per favoreggiamento e omissione in atti d’ufficio nel caso del rimpatrio del generale libico Osama Almasri, marcano il perimetro della decisione politica che portarono avanti tra il 19 e il 21 gennaio scorso. Decisione che, scrivono, fu presa per proteggere la «sicurezza nazionale» e per evitare conseguenze che, secondo le informazioni dell’intelligence, avrebbero potuto mettere a rischio la vita «di 500 italiani» presenti in Libia e gli interessi economici strategici, a partire dai giacimenti di Mellitah da cui arriva il gas che copre il 9 per cento del fabbisogno nazionale. «Nella domanda di autorizzazione e nell’iter che la ha preceduta», scrivono i tre, «le violazioni di legge sono così gravi e numerose che, ai fini del rigetto o della inammissibilità, potrebbero anche esimere dall’entrare nel merito». La memoria elenca le anomalie: i termini di legge superati «oltre i 60 giorni di proroga» e «senza curarsi di giustificare il ritardo», il contraddittorio negato («il difensore degli indagati è stato più volte privato dell’accesso all’intero fascicolo») e le fughe di notizie che hanno visto gli atti «pubblicati da alcune testate giornalistiche» mentre agli indagati non veniva concessa la possibilità di conoscerli. Non solo. Il Tribunale, secondo gli esponenti del governo, avrebbe «marchiato di inattendibilità» il capo della polizia, il direttore del Dis, il consigliere diplomatico del ministero della Giustizia, «con affermazioni apodittiche e non motivate», e tutti i testimoni che non collimavano con l’impostazione accusatoria. «È un processo alle intenzioni, che prescinde dall’esame dell’atto in sé», accusano i tre, parlando di una motivazione inficiata da «pregiudizio». Ma la decisione del Tribunale di Roma presenterebbe anche un’altra «caratteristica»: la «scarsa dimestichezza con materie obiettivamente non facili, ad alta specializzazione» come il diritto penale internazionale, l’ordinamento interno al ministero della Giustizia, fino alla valutazione delle segnalazioni dell’intelligence. «L’irrazionalità», spiegano i tre esponenti del governo, «è figlia del pregiudizio e si accompagna con la pretesa di dettare legge in territori non propri, adoperando strumenti e categorie giudiziarie per sindacare atti di discrezionalità politica (…) che non tollerano di essere qualificati, per non dire demonizzati, quale “disegno criminoso”». Da qui la memoria passa all’attacco diretto, sottolineando che non si tratta di un errore casuale ma di un vero e proprio sconfinamento di competenze: «Di questo evidente straripamento il Tribunale alla fine è ben conscio, perché, apoditticamente, per negare la natura di atto politico della scelta del governo sull’arresto di Almasri non svolge alcuna propria considerazione, ma riporta un lungo brano di una sentenza della Cassazione». Ma «il massimo dell’acume», prosegue la memoria, «è espresso dal Tribunale a proposito dei decreti di espulsione disposti dal ministro Piantedosi e del peculato posto in prima battuta a carico del sottosegretario Mantovano, contestazioni sulle quali il procuratore della Repubblica di Roma aveva espresso parere per l’archiviazione». E ancora: «Sui decreti di espulsione, il collegio premette che il giudice non può sostituire la propria discrezionalità a quella del ministro dell’Interno in ordine al relativo esercizio nelle valutazioni di pericolosità di un soggetto. Ma poi fa esattamente quello che dice di non voler fare e identifica i decreti di espulsione come il mezzo adoperato per commettere il favoreggiamento». Quanto ai decreti di espulsione, il testo parla di «processo alle intenzioni» e di una motivazione che «prescinde dall’esame dell’atto in sé». A questo punto viene evidenziata un’altra valutazione spericolata del Tribunale: «Si fissa il principio secondo cui nessun soggetto, neanche il peggiore terrorista, può essere espulso dall’Italia se qui in Italia non ha commesso reati» scrivono i ministri, definendo questa affermazione «priva di logica giuridica e pericolosa per la sicurezza pubblica». Il cuore della difesa è nella tempistica. «Il ministro (Nordio, ndr) ha avuto l’effettiva disponibilità della documentazione ufficiale relativa alla richiesta di cooperazione il 20 gennaio 2025, in un momento certamente successivo all’esecuzione dell’arresto». La procedura? Viziata: «La questione che si pone è se la Giunta sia tenuta a considerare i gravi vizi procedurali che inficiano il procedimento del Tribunale dei ministri, in violazione di garanzie costituzionali […], il cui accertamento rende la domanda di autorizzazione tamquam non esset (ovvero nulla, ndr)». L’argomento più forte, però, è quello della sicurezza. Nella memoria si citano gli appunti classificati dell’intelligence: «Gli elementi raccolti […] evidenziato un concreto rischio di rappresaglie nei confronti della rappresentanza diplomatica italiana, del personale italiano presente a Tripoli e dei connazionali in transito presso l’aeroporto di Mitiga (in quel momento controllato dalla Rada, la milizia guidata da Almasri, ndr)». Lo stesso direttore dell’Aise, il prefetto Giovanni Caravelli, è stato chiaro: «C’erano informazioni che qualora Almasri fosse stato arrestato e non sarebbe rientrato in Libia si sarebbero verificate delle ritorsioni nei confronti di siti e persone italiane». La memoria non risparmia colpi neanche sul volo con cui è stato rimpatriato il generale. «Se poi la Giunta ritenesse per assurdo che l’uso per questo fine del volo di Stato rappresenti peculato, l’effetto sarebbe la cessazione della cooperazione giudiziaria e di polizia, perché certi trasferimenti sui voli di linea sono oggettivamente impossibili». La conclusione è netta: «La condotta seguita dal ministro Nordio, lungi dall’integrare le fattispecie di omissione in atti di ufficio e di favoreggiamento, è stata motivata dal preminente interesse pubblico di garantire la corretta attuazione delle disposizioni della legge». Piantedosi e Mantovano hanno agito «per la salvaguardia della sicurezza nazionale, unitamente alla incolumità e alla libertà personale delle centinaia di cittadini italiani presenti in Tripolitania».
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Nella memoria inviata alla Giunta di Montecitorio, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano ricostruiscono gli allarmi dell’intelligence sull’incolumità di 500 nostri concittadini in Libia. Poi accusano il Tribunale: «È un processo alle intenzioni, che prescinde dai fatti».«La legge costituzionale non immagina privilegi, ma neanche pregiudizi. Non prevede deroghe in favore, ma neanche eccezioni in danno degli indagati». Così comincia la memoria di 23 pagine che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Guardasigilli Carlo Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano hanno depositato alla Giunta per le autorizzazioni, che si riunirà oggi. È un testo che ha il passo della contro-inchiesta e che smonta, pezzo per pezzo, la ricostruzione del Tribunale dei ministri. I tre uomini del governo, indagati per favoreggiamento e omissione in atti d’ufficio nel caso del rimpatrio del generale libico Osama Almasri, marcano il perimetro della decisione politica che portarono avanti tra il 19 e il 21 gennaio scorso. Decisione che, scrivono, fu presa per proteggere la «sicurezza nazionale» e per evitare conseguenze che, secondo le informazioni dell’intelligence, avrebbero potuto mettere a rischio la vita «di 500 italiani» presenti in Libia e gli interessi economici strategici, a partire dai giacimenti di Mellitah da cui arriva il gas che copre il 9 per cento del fabbisogno nazionale. «Nella domanda di autorizzazione e nell’iter che la ha preceduta», scrivono i tre, «le violazioni di legge sono così gravi e numerose che, ai fini del rigetto o della inammissibilità, potrebbero anche esimere dall’entrare nel merito». La memoria elenca le anomalie: i termini di legge superati «oltre i 60 giorni di proroga» e «senza curarsi di giustificare il ritardo», il contraddittorio negato («il difensore degli indagati è stato più volte privato dell’accesso all’intero fascicolo») e le fughe di notizie che hanno visto gli atti «pubblicati da alcune testate giornalistiche» mentre agli indagati non veniva concessa la possibilità di conoscerli. Non solo. Il Tribunale, secondo gli esponenti del governo, avrebbe «marchiato di inattendibilità» il capo della polizia, il direttore del Dis, il consigliere diplomatico del ministero della Giustizia, «con affermazioni apodittiche e non motivate», e tutti i testimoni che non collimavano con l’impostazione accusatoria. «È un processo alle intenzioni, che prescinde dall’esame dell’atto in sé», accusano i tre, parlando di una motivazione inficiata da «pregiudizio». Ma la decisione del Tribunale di Roma presenterebbe anche un’altra «caratteristica»: la «scarsa dimestichezza con materie obiettivamente non facili, ad alta specializzazione» come il diritto penale internazionale, l’ordinamento interno al ministero della Giustizia, fino alla valutazione delle segnalazioni dell’intelligence. «L’irrazionalità», spiegano i tre esponenti del governo, «è figlia del pregiudizio e si accompagna con la pretesa di dettare legge in territori non propri, adoperando strumenti e categorie giudiziarie per sindacare atti di discrezionalità politica (…) che non tollerano di essere qualificati, per non dire demonizzati, quale “disegno criminoso”». Da qui la memoria passa all’attacco diretto, sottolineando che non si tratta di un errore casuale ma di un vero e proprio sconfinamento di competenze: «Di questo evidente straripamento il Tribunale alla fine è ben conscio, perché, apoditticamente, per negare la natura di atto politico della scelta del governo sull’arresto di Almasri non svolge alcuna propria considerazione, ma riporta un lungo brano di una sentenza della Cassazione». Ma «il massimo dell’acume», prosegue la memoria, «è espresso dal Tribunale a proposito dei decreti di espulsione disposti dal ministro Piantedosi e del peculato posto in prima battuta a carico del sottosegretario Mantovano, contestazioni sulle quali il procuratore della Repubblica di Roma aveva espresso parere per l’archiviazione». E ancora: «Sui decreti di espulsione, il collegio premette che il giudice non può sostituire la propria discrezionalità a quella del ministro dell’Interno in ordine al relativo esercizio nelle valutazioni di pericolosità di un soggetto. Ma poi fa esattamente quello che dice di non voler fare e identifica i decreti di espulsione come il mezzo adoperato per commettere il favoreggiamento». Quanto ai decreti di espulsione, il testo parla di «processo alle intenzioni» e di una motivazione che «prescinde dall’esame dell’atto in sé». A questo punto viene evidenziata un’altra valutazione spericolata del Tribunale: «Si fissa il principio secondo cui nessun soggetto, neanche il peggiore terrorista, può essere espulso dall’Italia se qui in Italia non ha commesso reati» scrivono i ministri, definendo questa affermazione «priva di logica giuridica e pericolosa per la sicurezza pubblica». Il cuore della difesa è nella tempistica. «Il ministro (Nordio, ndr) ha avuto l’effettiva disponibilità della documentazione ufficiale relativa alla richiesta di cooperazione il 20 gennaio 2025, in un momento certamente successivo all’esecuzione dell’arresto». La procedura? Viziata: «La questione che si pone è se la Giunta sia tenuta a considerare i gravi vizi procedurali che inficiano il procedimento del Tribunale dei ministri, in violazione di garanzie costituzionali […], il cui accertamento rende la domanda di autorizzazione tamquam non esset (ovvero nulla, ndr)». L’argomento più forte, però, è quello della sicurezza. Nella memoria si citano gli appunti classificati dell’intelligence: «Gli elementi raccolti […] evidenziato un concreto rischio di rappresaglie nei confronti della rappresentanza diplomatica italiana, del personale italiano presente a Tripoli e dei connazionali in transito presso l’aeroporto di Mitiga (in quel momento controllato dalla Rada, la milizia guidata da Almasri, ndr)». Lo stesso direttore dell’Aise, il prefetto Giovanni Caravelli, è stato chiaro: «C’erano informazioni che qualora Almasri fosse stato arrestato e non sarebbe rientrato in Libia si sarebbero verificate delle ritorsioni nei confronti di siti e persone italiane». La memoria non risparmia colpi neanche sul volo con cui è stato rimpatriato il generale. «Se poi la Giunta ritenesse per assurdo che l’uso per questo fine del volo di Stato rappresenti peculato, l’effetto sarebbe la cessazione della cooperazione giudiziaria e di polizia, perché certi trasferimenti sui voli di linea sono oggettivamente impossibili». La conclusione è netta: «La condotta seguita dal ministro Nordio, lungi dall’integrare le fattispecie di omissione in atti di ufficio e di favoreggiamento, è stata motivata dal preminente interesse pubblico di garantire la corretta attuazione delle disposizioni della legge». Piantedosi e Mantovano hanno agito «per la salvaguardia della sicurezza nazionale, unitamente alla incolumità e alla libertà personale delle centinaia di cittadini italiani presenti in Tripolitania».
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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