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2020-07-19
Alle toghe rosse piace il salvacondotto che spalanca i porti con la scusa del Covid
Ansa
Le toghe rosse di Magistratura democratica sposano la decisione del Tribunale di Napoli che spalanca le porte d'Italia agli immigrati se le strutture sanitarie dei luoghi di partenza non sono all'altezza. Come svelato ieri dalla Verità, il 25 giugno una corte napoletana ha stabilito che un cittadino pachistano ha diritto al riconoscimento della protezione umanitaria perché nella regione del Punjab, da cui proviene, il virus si sta diffondendo rapidamente e le locali strutture sanitarie non sono adeguate a fronteggiare l'emergenza. Una interpretazione che potrebbe fare giurisprudenza e diventare la decisione sulla quale fondare altre sentenze che, di fatto, spalancherebbero le frontiere a contagiati asiatici e africani.
Su Questione giustizia, rivista di Magistratura democratica, Martina Flamini, giudice a Milano, sposa già la teoria dei colleghi partenopei. E tesse le lodi della decisione, ritenendo che siano «numerosi gli spunti rilevanti da approfondire». Eccone alcuni: «L'estensione del contenuto del dovere di cooperazione del giudice, il rapporto tra valutazione di credibilità ed esercizio del predetto dovere di cooperazione istruttoria, la rilevanza di un fatto sopravvenuto quale l'emergenza sanitaria ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, il rapporto tra condizione di vulnerabilità e giudizio di comparazione». Il collegio napoletano aveva ritenuto non credibile il racconto del richiedente asilo nella parte relativa alle ragioni che lo avevano spinto a lasciare il Paese d'origine. Ma ha esercitato il potere istruttorio di cooperazione ritenuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria. La questione sanitaria, peraltro, non era neppure stata segnalata dal difensore dell'immigrato. Nelle note depositate dall'avvocato dell'immigrato, nelle quali veniva sottolineato il buon livello di integrazione sociale e lavorativa e la sproporzione con le condizioni di vita nel Paese d'origine, non era contenuto alcun riferimento all'emergenza Covid in Pakistan.
I giudici di Napoli, insomma, hanno deciso di effettuare un approfondimento sulle misure sanitarie pachistane in modo autonomo. «La giurisprudenza di legittimità», precisa la Flamini, «è, sul punto, giunta a conclusioni non sempre omogenee». Ed è per questo che la sentenza di Napoli piace a Md. In alcune decisioni della Suprema corte, infatti, i giudici hanno basato la valutazione sull'attendibilità del richiedente asilo. Se questa era in discussione, era ritenuto impossibile un approfondimento istruttorio. E la richiesta veniva bocciata. In altre decisioni, invece, hanno affermato che il giudizio di scarsa credibilità sui fatti a sostegno della domanda da rifugiato politico «non può precludere la valutazione, da parte del giudice, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di vulnerabilità». Ed è questa la linea, adattata all'emergenza Covid, sposata dai giudici napoletani e gradita da Md. Ma come è stata valutata nel caso del pachistano la condizione di «vulnerabilità»? Spiega la giudice di Md: «Sono state indicate fonti (aggiornate a pochi giorni prima del deposito del decreto) che testimoniavano un elevato numero di persone positive al virus e di pazienti ricoverati, nonché una forte diffusione proprio nell'area di provenienza del ricorrente». Non solo: «Il Tribunale ha poi fatto riferimento a un rapporto pubblicato dall'Easo (l'ufficio europeo per il sostegno all'asilo, ndr) dal quale emerge come più del 65 per cento della popolazione rurale non abbia accesso alle strutture sanitarie di base e come i servizi sanitari per i più poveri siano diventati scarsi». Peccato che si tratti di un rapporto del 2015 e, quindi, abbastanza datato. Il rientro del pachistano nel Paese d'origine, comunque, secondo l'esponente di Md, su una semplice verifica del dato del contagio incrociata con un rapporto del 2015 sulla difficoltà di accesso alle cure mediche, «vedrebbe fortemente compresso il diritto fondamentale alla salute». Un aspetto, questo, che è stato apprezzato in modo particolare dalla toga rossa, che aggiunge: «La condizione di vulnerabilità è stata valutata in modo non atomistico, ma unitamente al percorso di integrazione compiuto in Italia» ma, soprattutto, «in applicazione del noto giudizio comparativo». Proprio la comparazione con la situazione nel Paese d'origine viene sottolineata più volte nella parte finale del commento alla sentenza.
«In molte pronunce, infatti», sostiene Flamini, «le domande volte a ottenere la protezione umanitaria vengono rigettate proprio all'esito di un giudizio comparativo effettuato senza considerare che la condizione di vulnerabilità che avrebbe portato al riconoscimento della tutela è del tutto estranea a quelle situazioni di fatto (l'integrazione sociale e lavorativa) che hanno portato la Suprema corte a delineare il predetto criterio». Insomma, a prescindere dal fatto che il richiedente asilo sia o meno un immigrato integrato, i giudici, secondo l'esponente di Magistratura democratica, dovrebbero tenere in conto situazioni che possano pregiudicare i diritti fondamentali della persona che ha richiesto protezione. «La comparazione con l'attuale livello di integrazione sociale in Italia», afferma la toga rossa, «è del tutto irrilevante, atteso che queste sono situazioni di per sé costitutive di un presupposto per la protezione umanitaria». Il salvacondotto che potrebbe esporre l'italia a flussi migratori senza fine.
Per padre Zanotelli i nostri anziani valgono meno degli extracomunitari
Che a mazziare gli anziani si metta anche un missionario, beh, è davvero troppo. Alex Zanotelli sta per compiere 82 anni, precisamente il prossimo 26 agosto, eppure per i suoi coetanei non mostra attenzione, né sensibilità. Ieri sul Corriere del Trentino il comboniano si è detto «colpito dalla vicenda dei bus», ovvero della decisione della Giunta della Regione autonoma di permettere solo agli over 70, e non più agli extracomunitari, di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici. Zanotelli è indignato perché si è tolta «la gratuità dei viaggi ai richiedenti asilo per darla agli anziani che non ne hanno necessità. Il Trentino ha bisogno di missione, di tornare al Vangelo, a quei valori che erano parte della società trentina», ha tuonato dal suo pulpito ingeneroso.
Fantastico davvero: un evangelizzatore che mette i migranti prima dei nostri genitori, dei nostri nonni, definendoli per di più persone non bisognose. In questo Paese non per vecchi, dove pochissimo viene fatto per assicurare una qualità di vita dignitosa e non onerosa agli ultrasettantenni, c'è anche un uomo di Chiesa che se la prende con un provvedimento giusto. Eravamo abituati a sentire il comboniano sbraitare solo contro Matteo Salvini e i sovranisti, cosa che non ha dimenticato di fare anche nella lunga intervista di ieri: «Quando ascolto certi slogan e la loro declinazione politica mi chiedo come un cristiano possa effettuare certe scelte elettorali. La Chiesa dovrebbe compiere uno sforzo serio di divulgazione dei propri valori, che sono in antitesi rispetto a quelli professati da Salvini e la Lega», si è premurato di sottolineare. Però l'attacco agli anziani è stato particolarmente odioso da parte di un missionario che ha vissuto anni nella tremenda miseria delle baraccopoli di Nairobi, in Kenya e che dovrebbe trasmettere umanità, misericordia in ogni sua parola. L'indignazione contro chi permette tanta povertà è sacrosanta, l'indifferenza e l'astio per gli italiani della terza età, no. Pensare che afferma: «La battaglia per il crocefisso nelle scuole» non ha senso «se non c'è rispetto per il crocifisso in strada», mentre è lui stesso a non mostrare rispetto verso la vecchiaia, «espressione della benedizione divina», come ricordava Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani del 1999.
Zanotelli ha occhi e cuore solo per il Terzo mondo, arriva addirittura a dire che «i tanti paesini semivuoti del Trentino dovrebbero promuovere un progetto come quello di Riace, ripopolarsi con i migranti». A dispetto delle sue origini (è nato a Livo, borgo in provincia di Trento), il comboniano che è stato direttore di Nigrizia se la piglia anche con «l'autonomia differenziata» che «significa uccidere il meridione». Ieri ne aveva un po' per tutti, per la Chiesa che lo ha osteggiato: «Spesso mi sono sentito più a mio agio tra gli atei che non tra i cristiani», per la Lega, per chi è anziano e viaggia gratis, per gli italiani in generale. Ricorda che dagli Stati Uniti dove aveva concluso il liceo e frequentato l'università diventando «bravissimo», quando «tornai in Italia quasi disprezzavo gli italiani, li consideravo cittadini di seconda classe». Dispiace constatarlo, ma padre Zanotelli non deve avere cambiato idea negli anni.
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Magistratura democratica esulta per la sentenza del tribunale di Napoli: è un precedente che apre ai flussi di clandestini.Il religioso critica il Trentino che fornisce bus gratuiti ai vecchi e non ai giovani stranieri.Lo speciale contiene due articoliLe toghe rosse di Magistratura democratica sposano la decisione del Tribunale di Napoli che spalanca le porte d'Italia agli immigrati se le strutture sanitarie dei luoghi di partenza non sono all'altezza. Come svelato ieri dalla Verità, il 25 giugno una corte napoletana ha stabilito che un cittadino pachistano ha diritto al riconoscimento della protezione umanitaria perché nella regione del Punjab, da cui proviene, il virus si sta diffondendo rapidamente e le locali strutture sanitarie non sono adeguate a fronteggiare l'emergenza. Una interpretazione che potrebbe fare giurisprudenza e diventare la decisione sulla quale fondare altre sentenze che, di fatto, spalancherebbero le frontiere a contagiati asiatici e africani.Su Questione giustizia, rivista di Magistratura democratica, Martina Flamini, giudice a Milano, sposa già la teoria dei colleghi partenopei. E tesse le lodi della decisione, ritenendo che siano «numerosi gli spunti rilevanti da approfondire». Eccone alcuni: «L'estensione del contenuto del dovere di cooperazione del giudice, il rapporto tra valutazione di credibilità ed esercizio del predetto dovere di cooperazione istruttoria, la rilevanza di un fatto sopravvenuto quale l'emergenza sanitaria ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, il rapporto tra condizione di vulnerabilità e giudizio di comparazione». Il collegio napoletano aveva ritenuto non credibile il racconto del richiedente asilo nella parte relativa alle ragioni che lo avevano spinto a lasciare il Paese d'origine. Ma ha esercitato il potere istruttorio di cooperazione ritenuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria. La questione sanitaria, peraltro, non era neppure stata segnalata dal difensore dell'immigrato. Nelle note depositate dall'avvocato dell'immigrato, nelle quali veniva sottolineato il buon livello di integrazione sociale e lavorativa e la sproporzione con le condizioni di vita nel Paese d'origine, non era contenuto alcun riferimento all'emergenza Covid in Pakistan.I giudici di Napoli, insomma, hanno deciso di effettuare un approfondimento sulle misure sanitarie pachistane in modo autonomo. «La giurisprudenza di legittimità», precisa la Flamini, «è, sul punto, giunta a conclusioni non sempre omogenee». Ed è per questo che la sentenza di Napoli piace a Md. In alcune decisioni della Suprema corte, infatti, i giudici hanno basato la valutazione sull'attendibilità del richiedente asilo. Se questa era in discussione, era ritenuto impossibile un approfondimento istruttorio. E la richiesta veniva bocciata. In altre decisioni, invece, hanno affermato che il giudizio di scarsa credibilità sui fatti a sostegno della domanda da rifugiato politico «non può precludere la valutazione, da parte del giudice, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di vulnerabilità». Ed è questa la linea, adattata all'emergenza Covid, sposata dai giudici napoletani e gradita da Md. Ma come è stata valutata nel caso del pachistano la condizione di «vulnerabilità»? Spiega la giudice di Md: «Sono state indicate fonti (aggiornate a pochi giorni prima del deposito del decreto) che testimoniavano un elevato numero di persone positive al virus e di pazienti ricoverati, nonché una forte diffusione proprio nell'area di provenienza del ricorrente». Non solo: «Il Tribunale ha poi fatto riferimento a un rapporto pubblicato dall'Easo (l'ufficio europeo per il sostegno all'asilo, ndr) dal quale emerge come più del 65 per cento della popolazione rurale non abbia accesso alle strutture sanitarie di base e come i servizi sanitari per i più poveri siano diventati scarsi». Peccato che si tratti di un rapporto del 2015 e, quindi, abbastanza datato. Il rientro del pachistano nel Paese d'origine, comunque, secondo l'esponente di Md, su una semplice verifica del dato del contagio incrociata con un rapporto del 2015 sulla difficoltà di accesso alle cure mediche, «vedrebbe fortemente compresso il diritto fondamentale alla salute». Un aspetto, questo, che è stato apprezzato in modo particolare dalla toga rossa, che aggiunge: «La condizione di vulnerabilità è stata valutata in modo non atomistico, ma unitamente al percorso di integrazione compiuto in Italia» ma, soprattutto, «in applicazione del noto giudizio comparativo». Proprio la comparazione con la situazione nel Paese d'origine viene sottolineata più volte nella parte finale del commento alla sentenza.«In molte pronunce, infatti», sostiene Flamini, «le domande volte a ottenere la protezione umanitaria vengono rigettate proprio all'esito di un giudizio comparativo effettuato senza considerare che la condizione di vulnerabilità che avrebbe portato al riconoscimento della tutela è del tutto estranea a quelle situazioni di fatto (l'integrazione sociale e lavorativa) che hanno portato la Suprema corte a delineare il predetto criterio». Insomma, a prescindere dal fatto che il richiedente asilo sia o meno un immigrato integrato, i giudici, secondo l'esponente di Magistratura democratica, dovrebbero tenere in conto situazioni che possano pregiudicare i diritti fondamentali della persona che ha richiesto protezione. «La comparazione con l'attuale livello di integrazione sociale in Italia», afferma la toga rossa, «è del tutto irrilevante, atteso che queste sono situazioni di per sé costitutive di un presupposto per la protezione umanitaria». Il salvacondotto che potrebbe esporre l'italia a flussi migratori senza fine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-toghe-rosse-piace-il-salvacondotto-che-spalanca-i-porti-con-la-scusa-del-covid-2646433315.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-padre-zanotelli-i-nostri-anziani-valgono-meno-degli-extracomunitari" data-post-id="2646433315" data-published-at="1595116625" data-use-pagination="False"> Per padre Zanotelli i nostri anziani valgono meno degli extracomunitari Che a mazziare gli anziani si metta anche un missionario, beh, è davvero troppo. Alex Zanotelli sta per compiere 82 anni, precisamente il prossimo 26 agosto, eppure per i suoi coetanei non mostra attenzione, né sensibilità. Ieri sul Corriere del Trentino il comboniano si è detto «colpito dalla vicenda dei bus», ovvero della decisione della Giunta della Regione autonoma di permettere solo agli over 70, e non più agli extracomunitari, di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici. Zanotelli è indignato perché si è tolta «la gratuità dei viaggi ai richiedenti asilo per darla agli anziani che non ne hanno necessità. Il Trentino ha bisogno di missione, di tornare al Vangelo, a quei valori che erano parte della società trentina», ha tuonato dal suo pulpito ingeneroso. Fantastico davvero: un evangelizzatore che mette i migranti prima dei nostri genitori, dei nostri nonni, definendoli per di più persone non bisognose. In questo Paese non per vecchi, dove pochissimo viene fatto per assicurare una qualità di vita dignitosa e non onerosa agli ultrasettantenni, c'è anche un uomo di Chiesa che se la prende con un provvedimento giusto. Eravamo abituati a sentire il comboniano sbraitare solo contro Matteo Salvini e i sovranisti, cosa che non ha dimenticato di fare anche nella lunga intervista di ieri: «Quando ascolto certi slogan e la loro declinazione politica mi chiedo come un cristiano possa effettuare certe scelte elettorali. La Chiesa dovrebbe compiere uno sforzo serio di divulgazione dei propri valori, che sono in antitesi rispetto a quelli professati da Salvini e la Lega», si è premurato di sottolineare. Però l'attacco agli anziani è stato particolarmente odioso da parte di un missionario che ha vissuto anni nella tremenda miseria delle baraccopoli di Nairobi, in Kenya e che dovrebbe trasmettere umanità, misericordia in ogni sua parola. L'indignazione contro chi permette tanta povertà è sacrosanta, l'indifferenza e l'astio per gli italiani della terza età, no. Pensare che afferma: «La battaglia per il crocefisso nelle scuole» non ha senso «se non c'è rispetto per il crocifisso in strada», mentre è lui stesso a non mostrare rispetto verso la vecchiaia, «espressione della benedizione divina», come ricordava Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani del 1999. Zanotelli ha occhi e cuore solo per il Terzo mondo, arriva addirittura a dire che «i tanti paesini semivuoti del Trentino dovrebbero promuovere un progetto come quello di Riace, ripopolarsi con i migranti». A dispetto delle sue origini (è nato a Livo, borgo in provincia di Trento), il comboniano che è stato direttore di Nigrizia se la piglia anche con «l'autonomia differenziata» che «significa uccidere il meridione». Ieri ne aveva un po' per tutti, per la Chiesa che lo ha osteggiato: «Spesso mi sono sentito più a mio agio tra gli atei che non tra i cristiani», per la Lega, per chi è anziano e viaggia gratis, per gli italiani in generale. Ricorda che dagli Stati Uniti dove aveva concluso il liceo e frequentato l'università diventando «bravissimo», quando «tornai in Italia quasi disprezzavo gli italiani, li consideravo cittadini di seconda classe». Dispiace constatarlo, ma padre Zanotelli non deve avere cambiato idea negli anni.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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