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2020-07-19
Alle toghe rosse piace il salvacondotto che spalanca i porti con la scusa del Covid
Ansa
Le toghe rosse di Magistratura democratica sposano la decisione del Tribunale di Napoli che spalanca le porte d'Italia agli immigrati se le strutture sanitarie dei luoghi di partenza non sono all'altezza. Come svelato ieri dalla Verità, il 25 giugno una corte napoletana ha stabilito che un cittadino pachistano ha diritto al riconoscimento della protezione umanitaria perché nella regione del Punjab, da cui proviene, il virus si sta diffondendo rapidamente e le locali strutture sanitarie non sono adeguate a fronteggiare l'emergenza. Una interpretazione che potrebbe fare giurisprudenza e diventare la decisione sulla quale fondare altre sentenze che, di fatto, spalancherebbero le frontiere a contagiati asiatici e africani.
Su Questione giustizia, rivista di Magistratura democratica, Martina Flamini, giudice a Milano, sposa già la teoria dei colleghi partenopei. E tesse le lodi della decisione, ritenendo che siano «numerosi gli spunti rilevanti da approfondire». Eccone alcuni: «L'estensione del contenuto del dovere di cooperazione del giudice, il rapporto tra valutazione di credibilità ed esercizio del predetto dovere di cooperazione istruttoria, la rilevanza di un fatto sopravvenuto quale l'emergenza sanitaria ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, il rapporto tra condizione di vulnerabilità e giudizio di comparazione». Il collegio napoletano aveva ritenuto non credibile il racconto del richiedente asilo nella parte relativa alle ragioni che lo avevano spinto a lasciare il Paese d'origine. Ma ha esercitato il potere istruttorio di cooperazione ritenuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria. La questione sanitaria, peraltro, non era neppure stata segnalata dal difensore dell'immigrato. Nelle note depositate dall'avvocato dell'immigrato, nelle quali veniva sottolineato il buon livello di integrazione sociale e lavorativa e la sproporzione con le condizioni di vita nel Paese d'origine, non era contenuto alcun riferimento all'emergenza Covid in Pakistan.
I giudici di Napoli, insomma, hanno deciso di effettuare un approfondimento sulle misure sanitarie pachistane in modo autonomo. «La giurisprudenza di legittimità», precisa la Flamini, «è, sul punto, giunta a conclusioni non sempre omogenee». Ed è per questo che la sentenza di Napoli piace a Md. In alcune decisioni della Suprema corte, infatti, i giudici hanno basato la valutazione sull'attendibilità del richiedente asilo. Se questa era in discussione, era ritenuto impossibile un approfondimento istruttorio. E la richiesta veniva bocciata. In altre decisioni, invece, hanno affermato che il giudizio di scarsa credibilità sui fatti a sostegno della domanda da rifugiato politico «non può precludere la valutazione, da parte del giudice, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di vulnerabilità». Ed è questa la linea, adattata all'emergenza Covid, sposata dai giudici napoletani e gradita da Md. Ma come è stata valutata nel caso del pachistano la condizione di «vulnerabilità»? Spiega la giudice di Md: «Sono state indicate fonti (aggiornate a pochi giorni prima del deposito del decreto) che testimoniavano un elevato numero di persone positive al virus e di pazienti ricoverati, nonché una forte diffusione proprio nell'area di provenienza del ricorrente». Non solo: «Il Tribunale ha poi fatto riferimento a un rapporto pubblicato dall'Easo (l'ufficio europeo per il sostegno all'asilo, ndr) dal quale emerge come più del 65 per cento della popolazione rurale non abbia accesso alle strutture sanitarie di base e come i servizi sanitari per i più poveri siano diventati scarsi». Peccato che si tratti di un rapporto del 2015 e, quindi, abbastanza datato. Il rientro del pachistano nel Paese d'origine, comunque, secondo l'esponente di Md, su una semplice verifica del dato del contagio incrociata con un rapporto del 2015 sulla difficoltà di accesso alle cure mediche, «vedrebbe fortemente compresso il diritto fondamentale alla salute». Un aspetto, questo, che è stato apprezzato in modo particolare dalla toga rossa, che aggiunge: «La condizione di vulnerabilità è stata valutata in modo non atomistico, ma unitamente al percorso di integrazione compiuto in Italia» ma, soprattutto, «in applicazione del noto giudizio comparativo». Proprio la comparazione con la situazione nel Paese d'origine viene sottolineata più volte nella parte finale del commento alla sentenza.
«In molte pronunce, infatti», sostiene Flamini, «le domande volte a ottenere la protezione umanitaria vengono rigettate proprio all'esito di un giudizio comparativo effettuato senza considerare che la condizione di vulnerabilità che avrebbe portato al riconoscimento della tutela è del tutto estranea a quelle situazioni di fatto (l'integrazione sociale e lavorativa) che hanno portato la Suprema corte a delineare il predetto criterio». Insomma, a prescindere dal fatto che il richiedente asilo sia o meno un immigrato integrato, i giudici, secondo l'esponente di Magistratura democratica, dovrebbero tenere in conto situazioni che possano pregiudicare i diritti fondamentali della persona che ha richiesto protezione. «La comparazione con l'attuale livello di integrazione sociale in Italia», afferma la toga rossa, «è del tutto irrilevante, atteso che queste sono situazioni di per sé costitutive di un presupposto per la protezione umanitaria». Il salvacondotto che potrebbe esporre l'italia a flussi migratori senza fine.
Per padre Zanotelli i nostri anziani valgono meno degli extracomunitari
Che a mazziare gli anziani si metta anche un missionario, beh, è davvero troppo. Alex Zanotelli sta per compiere 82 anni, precisamente il prossimo 26 agosto, eppure per i suoi coetanei non mostra attenzione, né sensibilità. Ieri sul Corriere del Trentino il comboniano si è detto «colpito dalla vicenda dei bus», ovvero della decisione della Giunta della Regione autonoma di permettere solo agli over 70, e non più agli extracomunitari, di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici. Zanotelli è indignato perché si è tolta «la gratuità dei viaggi ai richiedenti asilo per darla agli anziani che non ne hanno necessità. Il Trentino ha bisogno di missione, di tornare al Vangelo, a quei valori che erano parte della società trentina», ha tuonato dal suo pulpito ingeneroso.
Fantastico davvero: un evangelizzatore che mette i migranti prima dei nostri genitori, dei nostri nonni, definendoli per di più persone non bisognose. In questo Paese non per vecchi, dove pochissimo viene fatto per assicurare una qualità di vita dignitosa e non onerosa agli ultrasettantenni, c'è anche un uomo di Chiesa che se la prende con un provvedimento giusto. Eravamo abituati a sentire il comboniano sbraitare solo contro Matteo Salvini e i sovranisti, cosa che non ha dimenticato di fare anche nella lunga intervista di ieri: «Quando ascolto certi slogan e la loro declinazione politica mi chiedo come un cristiano possa effettuare certe scelte elettorali. La Chiesa dovrebbe compiere uno sforzo serio di divulgazione dei propri valori, che sono in antitesi rispetto a quelli professati da Salvini e la Lega», si è premurato di sottolineare. Però l'attacco agli anziani è stato particolarmente odioso da parte di un missionario che ha vissuto anni nella tremenda miseria delle baraccopoli di Nairobi, in Kenya e che dovrebbe trasmettere umanità, misericordia in ogni sua parola. L'indignazione contro chi permette tanta povertà è sacrosanta, l'indifferenza e l'astio per gli italiani della terza età, no. Pensare che afferma: «La battaglia per il crocefisso nelle scuole» non ha senso «se non c'è rispetto per il crocifisso in strada», mentre è lui stesso a non mostrare rispetto verso la vecchiaia, «espressione della benedizione divina», come ricordava Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani del 1999.
Zanotelli ha occhi e cuore solo per il Terzo mondo, arriva addirittura a dire che «i tanti paesini semivuoti del Trentino dovrebbero promuovere un progetto come quello di Riace, ripopolarsi con i migranti». A dispetto delle sue origini (è nato a Livo, borgo in provincia di Trento), il comboniano che è stato direttore di Nigrizia se la piglia anche con «l'autonomia differenziata» che «significa uccidere il meridione». Ieri ne aveva un po' per tutti, per la Chiesa che lo ha osteggiato: «Spesso mi sono sentito più a mio agio tra gli atei che non tra i cristiani», per la Lega, per chi è anziano e viaggia gratis, per gli italiani in generale. Ricorda che dagli Stati Uniti dove aveva concluso il liceo e frequentato l'università diventando «bravissimo», quando «tornai in Italia quasi disprezzavo gli italiani, li consideravo cittadini di seconda classe». Dispiace constatarlo, ma padre Zanotelli non deve avere cambiato idea negli anni.
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Magistratura democratica esulta per la sentenza del tribunale di Napoli: è un precedente che apre ai flussi di clandestini.Il religioso critica il Trentino che fornisce bus gratuiti ai vecchi e non ai giovani stranieri.Lo speciale contiene due articoliLe toghe rosse di Magistratura democratica sposano la decisione del Tribunale di Napoli che spalanca le porte d'Italia agli immigrati se le strutture sanitarie dei luoghi di partenza non sono all'altezza. Come svelato ieri dalla Verità, il 25 giugno una corte napoletana ha stabilito che un cittadino pachistano ha diritto al riconoscimento della protezione umanitaria perché nella regione del Punjab, da cui proviene, il virus si sta diffondendo rapidamente e le locali strutture sanitarie non sono adeguate a fronteggiare l'emergenza. Una interpretazione che potrebbe fare giurisprudenza e diventare la decisione sulla quale fondare altre sentenze che, di fatto, spalancherebbero le frontiere a contagiati asiatici e africani.Su Questione giustizia, rivista di Magistratura democratica, Martina Flamini, giudice a Milano, sposa già la teoria dei colleghi partenopei. E tesse le lodi della decisione, ritenendo che siano «numerosi gli spunti rilevanti da approfondire». Eccone alcuni: «L'estensione del contenuto del dovere di cooperazione del giudice, il rapporto tra valutazione di credibilità ed esercizio del predetto dovere di cooperazione istruttoria, la rilevanza di un fatto sopravvenuto quale l'emergenza sanitaria ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, il rapporto tra condizione di vulnerabilità e giudizio di comparazione». Il collegio napoletano aveva ritenuto non credibile il racconto del richiedente asilo nella parte relativa alle ragioni che lo avevano spinto a lasciare il Paese d'origine. Ma ha esercitato il potere istruttorio di cooperazione ritenuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria. La questione sanitaria, peraltro, non era neppure stata segnalata dal difensore dell'immigrato. Nelle note depositate dall'avvocato dell'immigrato, nelle quali veniva sottolineato il buon livello di integrazione sociale e lavorativa e la sproporzione con le condizioni di vita nel Paese d'origine, non era contenuto alcun riferimento all'emergenza Covid in Pakistan.I giudici di Napoli, insomma, hanno deciso di effettuare un approfondimento sulle misure sanitarie pachistane in modo autonomo. «La giurisprudenza di legittimità», precisa la Flamini, «è, sul punto, giunta a conclusioni non sempre omogenee». Ed è per questo che la sentenza di Napoli piace a Md. In alcune decisioni della Suprema corte, infatti, i giudici hanno basato la valutazione sull'attendibilità del richiedente asilo. Se questa era in discussione, era ritenuto impossibile un approfondimento istruttorio. E la richiesta veniva bocciata. In altre decisioni, invece, hanno affermato che il giudizio di scarsa credibilità sui fatti a sostegno della domanda da rifugiato politico «non può precludere la valutazione, da parte del giudice, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di vulnerabilità». Ed è questa la linea, adattata all'emergenza Covid, sposata dai giudici napoletani e gradita da Md. Ma come è stata valutata nel caso del pachistano la condizione di «vulnerabilità»? Spiega la giudice di Md: «Sono state indicate fonti (aggiornate a pochi giorni prima del deposito del decreto) che testimoniavano un elevato numero di persone positive al virus e di pazienti ricoverati, nonché una forte diffusione proprio nell'area di provenienza del ricorrente». Non solo: «Il Tribunale ha poi fatto riferimento a un rapporto pubblicato dall'Easo (l'ufficio europeo per il sostegno all'asilo, ndr) dal quale emerge come più del 65 per cento della popolazione rurale non abbia accesso alle strutture sanitarie di base e come i servizi sanitari per i più poveri siano diventati scarsi». Peccato che si tratti di un rapporto del 2015 e, quindi, abbastanza datato. Il rientro del pachistano nel Paese d'origine, comunque, secondo l'esponente di Md, su una semplice verifica del dato del contagio incrociata con un rapporto del 2015 sulla difficoltà di accesso alle cure mediche, «vedrebbe fortemente compresso il diritto fondamentale alla salute». Un aspetto, questo, che è stato apprezzato in modo particolare dalla toga rossa, che aggiunge: «La condizione di vulnerabilità è stata valutata in modo non atomistico, ma unitamente al percorso di integrazione compiuto in Italia» ma, soprattutto, «in applicazione del noto giudizio comparativo». Proprio la comparazione con la situazione nel Paese d'origine viene sottolineata più volte nella parte finale del commento alla sentenza.«In molte pronunce, infatti», sostiene Flamini, «le domande volte a ottenere la protezione umanitaria vengono rigettate proprio all'esito di un giudizio comparativo effettuato senza considerare che la condizione di vulnerabilità che avrebbe portato al riconoscimento della tutela è del tutto estranea a quelle situazioni di fatto (l'integrazione sociale e lavorativa) che hanno portato la Suprema corte a delineare il predetto criterio». Insomma, a prescindere dal fatto che il richiedente asilo sia o meno un immigrato integrato, i giudici, secondo l'esponente di Magistratura democratica, dovrebbero tenere in conto situazioni che possano pregiudicare i diritti fondamentali della persona che ha richiesto protezione. «La comparazione con l'attuale livello di integrazione sociale in Italia», afferma la toga rossa, «è del tutto irrilevante, atteso che queste sono situazioni di per sé costitutive di un presupposto per la protezione umanitaria». Il salvacondotto che potrebbe esporre l'italia a flussi migratori senza fine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-toghe-rosse-piace-il-salvacondotto-che-spalanca-i-porti-con-la-scusa-del-covid-2646433315.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-padre-zanotelli-i-nostri-anziani-valgono-meno-degli-extracomunitari" data-post-id="2646433315" data-published-at="1595116625" data-use-pagination="False"> Per padre Zanotelli i nostri anziani valgono meno degli extracomunitari Che a mazziare gli anziani si metta anche un missionario, beh, è davvero troppo. Alex Zanotelli sta per compiere 82 anni, precisamente il prossimo 26 agosto, eppure per i suoi coetanei non mostra attenzione, né sensibilità. Ieri sul Corriere del Trentino il comboniano si è detto «colpito dalla vicenda dei bus», ovvero della decisione della Giunta della Regione autonoma di permettere solo agli over 70, e non più agli extracomunitari, di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici. Zanotelli è indignato perché si è tolta «la gratuità dei viaggi ai richiedenti asilo per darla agli anziani che non ne hanno necessità. Il Trentino ha bisogno di missione, di tornare al Vangelo, a quei valori che erano parte della società trentina», ha tuonato dal suo pulpito ingeneroso. Fantastico davvero: un evangelizzatore che mette i migranti prima dei nostri genitori, dei nostri nonni, definendoli per di più persone non bisognose. In questo Paese non per vecchi, dove pochissimo viene fatto per assicurare una qualità di vita dignitosa e non onerosa agli ultrasettantenni, c'è anche un uomo di Chiesa che se la prende con un provvedimento giusto. Eravamo abituati a sentire il comboniano sbraitare solo contro Matteo Salvini e i sovranisti, cosa che non ha dimenticato di fare anche nella lunga intervista di ieri: «Quando ascolto certi slogan e la loro declinazione politica mi chiedo come un cristiano possa effettuare certe scelte elettorali. La Chiesa dovrebbe compiere uno sforzo serio di divulgazione dei propri valori, che sono in antitesi rispetto a quelli professati da Salvini e la Lega», si è premurato di sottolineare. Però l'attacco agli anziani è stato particolarmente odioso da parte di un missionario che ha vissuto anni nella tremenda miseria delle baraccopoli di Nairobi, in Kenya e che dovrebbe trasmettere umanità, misericordia in ogni sua parola. L'indignazione contro chi permette tanta povertà è sacrosanta, l'indifferenza e l'astio per gli italiani della terza età, no. Pensare che afferma: «La battaglia per il crocefisso nelle scuole» non ha senso «se non c'è rispetto per il crocifisso in strada», mentre è lui stesso a non mostrare rispetto verso la vecchiaia, «espressione della benedizione divina», come ricordava Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani del 1999. Zanotelli ha occhi e cuore solo per il Terzo mondo, arriva addirittura a dire che «i tanti paesini semivuoti del Trentino dovrebbero promuovere un progetto come quello di Riace, ripopolarsi con i migranti». A dispetto delle sue origini (è nato a Livo, borgo in provincia di Trento), il comboniano che è stato direttore di Nigrizia se la piglia anche con «l'autonomia differenziata» che «significa uccidere il meridione». Ieri ne aveva un po' per tutti, per la Chiesa che lo ha osteggiato: «Spesso mi sono sentito più a mio agio tra gli atei che non tra i cristiani», per la Lega, per chi è anziano e viaggia gratis, per gli italiani in generale. Ricorda che dagli Stati Uniti dove aveva concluso il liceo e frequentato l'università diventando «bravissimo», quando «tornai in Italia quasi disprezzavo gli italiani, li consideravo cittadini di seconda classe». Dispiace constatarlo, ma padre Zanotelli non deve avere cambiato idea negli anni.
Matteo Zuppi (Imagoeconomica)
L’allarme arriva dal cardinal Matteo Zuppi, arcivescovo della città e presidente della Cei: «È un segnale molto preoccupante, specchio di una trasformazione sociale rapidissima. Non si tratta di una crisi di fede ma di un radicale mutamento del territorio. Gli alti affitti hanno spinto fuori le famiglie, gli studenti hanno preso il loro posto per poi essere a loro volta sostituiti dalla proliferazione di Bed&breakfast e uffici. Il centro rischia di diventare una vetrina vuota. Questi processi vanno governati e non subìti». Lo dice con struggente preoccupazione. Lo dice come se fosse arrivato da Marte con l’ultima navicella spaziale; invece da dieci anni è il più importante pastore di anime del territorio.
L’analisi sociologica (parziale e un minimo interessata) per quello zero in religione è completata da don Giovanni Bonfiglioli, parroco delle centralissime chiese di San Giuliano e della Santissima Trinità: «Quando andiamo nelle case per le benedizioni di rito ci accorgiamo che non c’è nulla da benedire, solo Bed&breakfast e uffici. Un vero e proprio spopolamento nel cuore della città». Ed ecco che torna ad aleggiare l’anatema del cardinale Giacomo Biffi, quel «Bologna sazia e disperata» con il quale, 40 anni fa, l’alto prelato intendeva svegliare la società dal sonno consumistico e nichilista.
Sarà anche colpa dei B&b, delle sedi di società e banche, dei locali da apericena ma la sindrome da catechismo deserto non coincide con quella da vetrina vuota. Ed è anche conseguenza delle politiche sociali dell’amministrazione turbo-progressista degli ultimi 15 anni (prima Virginio Merola, poi Matteo Lepore), in prima linea nell’incentivare l’immigrazione con l’imprinting cofferatiano «senza se e senza ma». Con il risultato che, nelle case popolari del centro, buona parte degli abitanti è di origine straniera, spesso di altre religioni. Nel 2021 ne erano stati censiti 7.500. Una società multietnica che non ha alcuna intenzione di integrarsi e va ad aggiungersi a una quota fisiologica di abitanti radical, atei e per nulla interessati al messaggio cristiano. Il resto è turismo mordi e fuggi.
Molte famiglie sono spinte ad abbandonare il centro storico con pochi spazi per l’infanzia (se non al chiuso) dalla mancanza di sicurezza, dalla microcriminalità dilagante, dal degrado determinato dai clandestini, dai raid dei maranza stranieri. E dalle scelte urbanistiche che tendono a escludere - con le Ztl sulle porte - l’osmosi sociale. Un dentro e un fuori sempre più rigido. Una realtà sotto gli occhi di tutti, che ha preso forma con la benedizione del cardinal Zuppi medesimo, fautore principe dell’accoglienza diffusa, nume tutelare di ogni accelerazione woke voluta dal Comune.
L’Osservatorio della Curia aggiunge che «lo spopolamento del cuore della città è dovuto anche alle difficoltà di ingresso nella zona, al degrado (soprattutto nelle zone calde come Montagnola e la parte finale di via Indipendenza) e ai costi dell’affitto e della vita in generale, non compatibile con gli stipendi attuali». Ma al di là delle problematiche urbanistiche c’è qualcosa di più profondo: l’abdicazione della diocesi stessa nel farsi garante dei valori cristiani e della dottrina. E nel difendere i simboli cattolici da chi tenta di annientare don Camillo 70 anni dopo con spirito di rivalsa.
Il silenzio davanti a provocazioni come «il crocifisso è un simbolo medioevale» (Merola), ai tentativi di abolizione del presepe (Lepore), alla laicizzazione strutturale in nome del globalismo sociale, alla demonizzazione dell’identità e della tradizione per non urtare la (molto presunta) suscettibilità islamica hanno provocato ferite profonde nel tessuto religioso. Così, quando Zuppi afferma che «non si tratta di crisi di fede» incrocia le dita. E quando aggiunge che «questi processi vanno governati e non subìti», chiama in causa anche le proprie amnesie.
Ribaltare il paradigma? Forse è tardi. E quei bambini assenti, lasciati più felicemente dai genitori alla dottrina dello smartphone, sono il segnale politico di una sconfitta. Il «catechismo zero» è anche l’effetto più triste del disincanto davanti a sacerdoti che non credono più. Senza contare una piccola dose di ipocrisia, come fa notare con spirito caustico un cittadino bolognese su Facebook. «Strada Maggiore, incrocio Piazzetta dei Servi, palazzo storico di proprietà della Curia: due Bed&breakfast. Da che pulpito. Forse è il caso di cominciare a guardarsi dentro».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
E infatti, negli Stati Uniti al suicidio di Jeffrey Epstein si crede sempre meno. Un tema che qui sarebbe un tabù, benché il racconto ufficiale sulla morte del faccendiere lasci dubbi a molti, lì è oggetto di discussione sulle tv nazionali. Ad alimentare il dibattito, oltre alle varie anomalie già raccontate su queste pagine - telecamere non funzionanti, finte salme mostrate ai media, comunicati sul decesso datati prima della morte ufficiale, testimonianze agghiaccianti girate sul Web, compagni di cella spostati due giorni prima - si è aggiunto un altro documento piuttosto bizzarro. Si tratta di una email riservata dal contenuto piuttosto chiaro: «Sono un Ausa (Assistant United States Attorney, assistente procuratore federale Usa, ndr) presso l’Edny (Eastern District of New York, ndr) e sto lavorando a un’indagine sulla morte di un detenuto presso il Brooklyn Mdc (Metropolitan Detention Center di Brooklyn, ndr). L’Ocme (Office of Chief Medical Examiner, cioè l’Ufficio del medico legale capo di New York, ndr) mi ha detto di aver firmato un accordo di riservatezza in relazione all’indagine sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Speravamo di estendere un accordo simile e volevo vedere se potessi condividerlo con me». L’email è di giugno 2020, quasi un anno dopo la morte del faccendiere, e si conclude con un numero di cellulare (oscurato) e l’invito a parlarne per telefono.
Proprio così: indagini segrete sull’omicidio di Jeffrey Epstein. Il procuratore federale che a giugno del 2020 stava lavorando su un caso di morte in carcere a Brooklyn voleva «copiare» il modello di accordo di riservatezza usato per Epstein. Eppure, la sua morte è stata subito venduta come un suicidio, fatto confermato dall’autopsia pochi giorni dopo.
E a proposito di indagini, mentre la Procura del New Mexico ne ha avviate di nuove sullo Zorro Ranch, la tenuta di Epstein nel New Mexico, si è scoperto che nel 2019 il lavoro degli inquirenti fu bloccato dall’alto. Una villa di 2.800 metri quadri e perfettamente isolata. Meta di tanti personaggi famosi, luogo in cui tante vittime raccontano di essere state abusate, nonché sede di possibili esperimenti eugenetici. Un’inchiesta statale sulle azioni di Epstein è stata rilevata dai procuratori federali, nel 2019, per poi arenarsi. «Non solo è stata messa in ombra, è stata completamente ignorata», ha detto Eddy Aragon, un noto conduttore radiofonico del New Mexico che da anni fa ricerca sulle attività di Epstein. Proprio a lui era indirizzata la soffiata - presente negli Epstein files - dell’ex dipendente dello Zorro sulle due presunte ragazze morte durante gli abusi e seppellite nel ranch.
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«Marshals: A Yellowstone story» (Paramount+)
Un universo inedito, in grado di espandere il nucleo originale fino a dargli una forma imprevista. Improvvisa. Non più un ranch, ma il Montana.
Marshals: A Yellowstone story, disponibile su Paramount+ da lunedì 2 marzo, non ritrova l'interezza di Yellowstone. Solo, quella di Kayce Dutton, deciso a rompere con il proprio passato. Kayce, che nel corso della serie originale è stato detto avere con il padre un rapporto complesso e altalenante, ha scelto, in questo nuovo spin-off, di lasciarsi alle spalle il ranch familiare. Gliel'aveva dato il padre, una volta diventato Governatore del Montana. Doveva servirgli ad assicurare un futuro solido, brillante, al figlio. Sarebbe stato uno fra i più grandi centri di allevamento bestiame degli Stati Uniti. Ma Dutton ha voluto fare altrimenti. Di qui, dunque, la decisione di dedicargli un'intera serie televisiva.
Marshals: A Yellowstone story, con Luke Grimes a riprendere il ruolo svolto in Yellowstone, racconta un presente diverso. Un Kayce Dutton diverso, non più allevatore, ma parte di un'unità d’élite degli U.S. Marshals. Cambia la forma, non, però, la sostanza. Lo show, ad oggi articolato in tredici episodi, continua - come l'originale - a saltare dal western al drama, mescolando i patemi personali di Dutton con la fatica oggettiva del territorio nel quale vive. Le gang locali sono ben organizzate, la gente è dedita al malaffare. La giustizia federale sembra potere nulla contro l'interesse privato dei potenti locali, contro le loro smanie e ambizioni. Dutton, con sé, ha una squadra nuova. Non abbastanza, però, per far sì che possa dormire sonni tranquilli.
Marshals: A Yellowstone story riesce a raccontare (anche) il costo psicologico di certi mestieri, di chi voti la propria vita a un'ideale di giustizia che, spesso, non ha alcun contrappunto nella realtà. Dutton è sotto minaccia costante, il passato che ha provato a lasciarsi alle spalle sembra rincorrerlo e il figlio, Tate, è l'unico punto che vorrebbe tenere fermo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
L’applicazione provvisoria del Mercosur da parte della Commissione - su pressione di Germania e Italia, superando la contrarietà della Francia - è solo l’ultimo episodio. In precedenza, il 19 febbraio, c’era stata una durissima lettera del Consiglio contro le crescenti prerogative di Commissione ed Europarlamento, autoattribuite in sospetta violazione dei Trattati, con la minaccia di portare la vicenda davanti alla Corte di giustizia.
Ma se questo è quello che è già affiorato, è ancora quasi completamento sotto traccia il conflitto durissimo in corso per giungere a una semplificazione delle regole del settore finanziario. Ingessato da anni di iper-regolamentazione, terreno sul quale Francoforte e Bruxelles hanno gareggiato per conseguire il non invidiabile primato di impedire di fatto alle banche di fare il loro lavoro: raccogliere e prestare denaro. Sommergendole di regole spesso fini a sé stesse e comunque sproporzionate rispetto ai fini.
Su questo dossier, il vero e proprio assalto alla Commissione è salito di livello nelle ultime due settimane, con un documento di portata potenzialmente dirompente sui rapporti tra Stati membri e Commissione. Si tratta di una lettera co-firmata dal ministro delle Finanze tedesco nonché vice cancelliere, Lars Klingbeil, e dal ministro dell’Economia francese Roland Lescure (entrambi membri del Consiglio Ecofin) e indirizzata al commissario Ue per i Servizi finanziari Maria Albuquerque, che abbiamo potuto integralmente visionare e di cui aveva riferito la Reuters il 17 febbraio, senza essere rilanciata da alcun quotidiano italiano.
In estrema sintesi, il messaggio è che la sproporzionata regolamentazione prodotta dalla Commissione ha creato un dannoso effetto a cascata, limitando il flusso di finanziamenti all’economia reale e frenandone la crescita.
Poiché chi è causa del problema è improbabile che sia parte della soluzione, i due ministri hanno deciso di giocare d’anticipo e dettare la loro linea alla Commissione, che sta lavorando a un rapporto sul tema della semplificazione. Le prime linee guida sono contenute in due pagine allegate alla lettera, ma il duo franco-tedesco promette di intervenire con successive proposte già in preparazione ed è pronto a partecipare alla stesura dei dettagli a livello tecnico. Il miglior modo di realizzare l’Unione dei risparmi e degli investimenti, consentendo al risparmio di fluire verso l’economia reale, è far sì che gli intermediari finanziari siano messi nelle condizioni di fare il loro lavoro; è l’uovo di Colombo proposto nella lettera. Noi aggiungiamo che inventarsi altre soluzioni, dai nomi più o meno esotici, ci fa sospettare che quell’Unione serva a qualcos’altro.
La parola d’ordine è snellire, semplificare, razionalizzare, sburocratizzare, intervenendo a largo raggio con un vero «pacchetto di semplificazione dei servizi finanziari», riferito non solo alla legislazione futura ma anche al groviglio di norme tuttora vigenti; identificate come una fonte di svantaggio competitivo rispetto agli altri operatori mondiali. Oggi sul settore grava un macigno normativo fatto di 115 atti delegati (atti non legislativi che la Commissione adotta per integrare un Regolamento o una Direttiva) di cui si richiede il rinvio e la sospensione.
Di rilievo anche il tema dell’eccesso di rendicontazione, soprattutto a carico delle piccole banche; dati che costa produrre e che non utilizza nessuno, spesso prodotti più volte per ciascuno dei regolatori. In generale, il suggerimento dei ministri è quello di non introdurre norme quando non servono e la prassi di mercato funziona già bene da sola. Insomma, gli Stati membri sono stufi della mania iper regolatoria di Bruxelles.
Come se già questo non bastasse, sullo stesso tema, giovedì scorso il quotidiano spagnolo El Pais ha pubblicato una lettera aperta firmata da Ana Botìn, presidente esecutivo di Banco Santander, quarta banca europea, e dieci tra ceo e presidenti di altri istituti del continente. Qui i toni sono meno felpati e si denuncia apertamente che la «stagnazione dell’Europa è in gran parte una conseguenza delle proprie decisioni», con un «sistema normativo e di vigilanza eccessivamente complesso, che rende difficile mobilitare capitali». L’effetto finale è quello di «aumentare il costo del capitale e generare frammentazione e incertezza giuridica». Le richieste sono le stesse: snellire e semplificare i requisiti patrimoniali imposti alle banche e impedire che le regole limitino la crescita dell’economia reale, consentendo così alle banche di fare il proprio lavoro e finanziare famiglie e imprese.
A completare il quadro, venerdì sempre su El Pais, è stato pubblicato un intervento dal tono ancora più deciso («La Ue deve rivedere completamente la regolamentazione bancaria»), firmato da Adam Farkas, direttore generale dell’Afme (la Confindustria europea delle banche). Si ribadiscono le stesse richieste dei ministri e dell’appello della Botín, esprimendo la propria insoddisfazione sui tempi e sui contenuti delle proposte di modifica avanzate da Bce e Commissione. Troppo poco e troppo lentamente.
«L’attività principale delle banche è finanziare l’economia reale. Se hai una gelateria, quello che fai è cercare di vendere sempre più gelati; se sei una banca cerchi di dare sempre più finanziamenti», ha concluso Farkas.
Basta unire i numerosi puntini fin qui descritti per giungere alla conclusione che - al di là di improbabili fughe in avanti verso federazioni che non vuole nessuno - oggi la Ue sta cercando una via per sopravvivere rimettendo al comando le capitali, che discutono e arrivano a una composizione dei loro specifici interessi nelle due sedi del Consiglio europeo, a livello di capi di governo, e nel Consiglio, a livello di ministri. Tutto il resto, a partire dalla Commissione per finire all’Europarlamento, è un freno alla crescita. E non è affatto un caso che il settore finanziario sia diventato il fulcro di questo scontro.
Significa di fatto tornare alla prevalenza di strumenti di coordinamento intergovernativo che, in forma primordiale e molto meno strutturata rispetto a oggi, in Europa nacque già dopo il Congresso di Vienna del 1815 e durò con alterne fortune fino alla prima guerra mondiale. Per circa un secolo, Austria, Russia, Prussia, Gran Bretagna e Francia si riunivano in Congressi per la gestione multilaterale di questioni di comune interesse. Oppure basti pensare ai meccanismi di coordinamento esistenti tra il secondo dopoguerra e il Trattato di Maastricht del 1992. Quello che è arrivato dopo ha solo danneggiato l’Europa.
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