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2020-07-19
Alle toghe rosse piace il salvacondotto che spalanca i porti con la scusa del Covid
Ansa
Le toghe rosse di Magistratura democratica sposano la decisione del Tribunale di Napoli che spalanca le porte d'Italia agli immigrati se le strutture sanitarie dei luoghi di partenza non sono all'altezza. Come svelato ieri dalla Verità, il 25 giugno una corte napoletana ha stabilito che un cittadino pachistano ha diritto al riconoscimento della protezione umanitaria perché nella regione del Punjab, da cui proviene, il virus si sta diffondendo rapidamente e le locali strutture sanitarie non sono adeguate a fronteggiare l'emergenza. Una interpretazione che potrebbe fare giurisprudenza e diventare la decisione sulla quale fondare altre sentenze che, di fatto, spalancherebbero le frontiere a contagiati asiatici e africani.
Su Questione giustizia, rivista di Magistratura democratica, Martina Flamini, giudice a Milano, sposa già la teoria dei colleghi partenopei. E tesse le lodi della decisione, ritenendo che siano «numerosi gli spunti rilevanti da approfondire». Eccone alcuni: «L'estensione del contenuto del dovere di cooperazione del giudice, il rapporto tra valutazione di credibilità ed esercizio del predetto dovere di cooperazione istruttoria, la rilevanza di un fatto sopravvenuto quale l'emergenza sanitaria ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, il rapporto tra condizione di vulnerabilità e giudizio di comparazione». Il collegio napoletano aveva ritenuto non credibile il racconto del richiedente asilo nella parte relativa alle ragioni che lo avevano spinto a lasciare il Paese d'origine. Ma ha esercitato il potere istruttorio di cooperazione ritenuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria. La questione sanitaria, peraltro, non era neppure stata segnalata dal difensore dell'immigrato. Nelle note depositate dall'avvocato dell'immigrato, nelle quali veniva sottolineato il buon livello di integrazione sociale e lavorativa e la sproporzione con le condizioni di vita nel Paese d'origine, non era contenuto alcun riferimento all'emergenza Covid in Pakistan.
I giudici di Napoli, insomma, hanno deciso di effettuare un approfondimento sulle misure sanitarie pachistane in modo autonomo. «La giurisprudenza di legittimità», precisa la Flamini, «è, sul punto, giunta a conclusioni non sempre omogenee». Ed è per questo che la sentenza di Napoli piace a Md. In alcune decisioni della Suprema corte, infatti, i giudici hanno basato la valutazione sull'attendibilità del richiedente asilo. Se questa era in discussione, era ritenuto impossibile un approfondimento istruttorio. E la richiesta veniva bocciata. In altre decisioni, invece, hanno affermato che il giudizio di scarsa credibilità sui fatti a sostegno della domanda da rifugiato politico «non può precludere la valutazione, da parte del giudice, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di vulnerabilità». Ed è questa la linea, adattata all'emergenza Covid, sposata dai giudici napoletani e gradita da Md. Ma come è stata valutata nel caso del pachistano la condizione di «vulnerabilità»? Spiega la giudice di Md: «Sono state indicate fonti (aggiornate a pochi giorni prima del deposito del decreto) che testimoniavano un elevato numero di persone positive al virus e di pazienti ricoverati, nonché una forte diffusione proprio nell'area di provenienza del ricorrente». Non solo: «Il Tribunale ha poi fatto riferimento a un rapporto pubblicato dall'Easo (l'ufficio europeo per il sostegno all'asilo, ndr) dal quale emerge come più del 65 per cento della popolazione rurale non abbia accesso alle strutture sanitarie di base e come i servizi sanitari per i più poveri siano diventati scarsi». Peccato che si tratti di un rapporto del 2015 e, quindi, abbastanza datato. Il rientro del pachistano nel Paese d'origine, comunque, secondo l'esponente di Md, su una semplice verifica del dato del contagio incrociata con un rapporto del 2015 sulla difficoltà di accesso alle cure mediche, «vedrebbe fortemente compresso il diritto fondamentale alla salute». Un aspetto, questo, che è stato apprezzato in modo particolare dalla toga rossa, che aggiunge: «La condizione di vulnerabilità è stata valutata in modo non atomistico, ma unitamente al percorso di integrazione compiuto in Italia» ma, soprattutto, «in applicazione del noto giudizio comparativo». Proprio la comparazione con la situazione nel Paese d'origine viene sottolineata più volte nella parte finale del commento alla sentenza.
«In molte pronunce, infatti», sostiene Flamini, «le domande volte a ottenere la protezione umanitaria vengono rigettate proprio all'esito di un giudizio comparativo effettuato senza considerare che la condizione di vulnerabilità che avrebbe portato al riconoscimento della tutela è del tutto estranea a quelle situazioni di fatto (l'integrazione sociale e lavorativa) che hanno portato la Suprema corte a delineare il predetto criterio». Insomma, a prescindere dal fatto che il richiedente asilo sia o meno un immigrato integrato, i giudici, secondo l'esponente di Magistratura democratica, dovrebbero tenere in conto situazioni che possano pregiudicare i diritti fondamentali della persona che ha richiesto protezione. «La comparazione con l'attuale livello di integrazione sociale in Italia», afferma la toga rossa, «è del tutto irrilevante, atteso che queste sono situazioni di per sé costitutive di un presupposto per la protezione umanitaria». Il salvacondotto che potrebbe esporre l'italia a flussi migratori senza fine.
Per padre Zanotelli i nostri anziani valgono meno degli extracomunitari
Che a mazziare gli anziani si metta anche un missionario, beh, è davvero troppo. Alex Zanotelli sta per compiere 82 anni, precisamente il prossimo 26 agosto, eppure per i suoi coetanei non mostra attenzione, né sensibilità. Ieri sul Corriere del Trentino il comboniano si è detto «colpito dalla vicenda dei bus», ovvero della decisione della Giunta della Regione autonoma di permettere solo agli over 70, e non più agli extracomunitari, di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici. Zanotelli è indignato perché si è tolta «la gratuità dei viaggi ai richiedenti asilo per darla agli anziani che non ne hanno necessità. Il Trentino ha bisogno di missione, di tornare al Vangelo, a quei valori che erano parte della società trentina», ha tuonato dal suo pulpito ingeneroso.
Fantastico davvero: un evangelizzatore che mette i migranti prima dei nostri genitori, dei nostri nonni, definendoli per di più persone non bisognose. In questo Paese non per vecchi, dove pochissimo viene fatto per assicurare una qualità di vita dignitosa e non onerosa agli ultrasettantenni, c'è anche un uomo di Chiesa che se la prende con un provvedimento giusto. Eravamo abituati a sentire il comboniano sbraitare solo contro Matteo Salvini e i sovranisti, cosa che non ha dimenticato di fare anche nella lunga intervista di ieri: «Quando ascolto certi slogan e la loro declinazione politica mi chiedo come un cristiano possa effettuare certe scelte elettorali. La Chiesa dovrebbe compiere uno sforzo serio di divulgazione dei propri valori, che sono in antitesi rispetto a quelli professati da Salvini e la Lega», si è premurato di sottolineare. Però l'attacco agli anziani è stato particolarmente odioso da parte di un missionario che ha vissuto anni nella tremenda miseria delle baraccopoli di Nairobi, in Kenya e che dovrebbe trasmettere umanità, misericordia in ogni sua parola. L'indignazione contro chi permette tanta povertà è sacrosanta, l'indifferenza e l'astio per gli italiani della terza età, no. Pensare che afferma: «La battaglia per il crocefisso nelle scuole» non ha senso «se non c'è rispetto per il crocifisso in strada», mentre è lui stesso a non mostrare rispetto verso la vecchiaia, «espressione della benedizione divina», come ricordava Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani del 1999.
Zanotelli ha occhi e cuore solo per il Terzo mondo, arriva addirittura a dire che «i tanti paesini semivuoti del Trentino dovrebbero promuovere un progetto come quello di Riace, ripopolarsi con i migranti». A dispetto delle sue origini (è nato a Livo, borgo in provincia di Trento), il comboniano che è stato direttore di Nigrizia se la piglia anche con «l'autonomia differenziata» che «significa uccidere il meridione». Ieri ne aveva un po' per tutti, per la Chiesa che lo ha osteggiato: «Spesso mi sono sentito più a mio agio tra gli atei che non tra i cristiani», per la Lega, per chi è anziano e viaggia gratis, per gli italiani in generale. Ricorda che dagli Stati Uniti dove aveva concluso il liceo e frequentato l'università diventando «bravissimo», quando «tornai in Italia quasi disprezzavo gli italiani, li consideravo cittadini di seconda classe». Dispiace constatarlo, ma padre Zanotelli non deve avere cambiato idea negli anni.
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Magistratura democratica esulta per la sentenza del tribunale di Napoli: è un precedente che apre ai flussi di clandestini.Il religioso critica il Trentino che fornisce bus gratuiti ai vecchi e non ai giovani stranieri.Lo speciale contiene due articoliLe toghe rosse di Magistratura democratica sposano la decisione del Tribunale di Napoli che spalanca le porte d'Italia agli immigrati se le strutture sanitarie dei luoghi di partenza non sono all'altezza. Come svelato ieri dalla Verità, il 25 giugno una corte napoletana ha stabilito che un cittadino pachistano ha diritto al riconoscimento della protezione umanitaria perché nella regione del Punjab, da cui proviene, il virus si sta diffondendo rapidamente e le locali strutture sanitarie non sono adeguate a fronteggiare l'emergenza. Una interpretazione che potrebbe fare giurisprudenza e diventare la decisione sulla quale fondare altre sentenze che, di fatto, spalancherebbero le frontiere a contagiati asiatici e africani.Su Questione giustizia, rivista di Magistratura democratica, Martina Flamini, giudice a Milano, sposa già la teoria dei colleghi partenopei. E tesse le lodi della decisione, ritenendo che siano «numerosi gli spunti rilevanti da approfondire». Eccone alcuni: «L'estensione del contenuto del dovere di cooperazione del giudice, il rapporto tra valutazione di credibilità ed esercizio del predetto dovere di cooperazione istruttoria, la rilevanza di un fatto sopravvenuto quale l'emergenza sanitaria ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, il rapporto tra condizione di vulnerabilità e giudizio di comparazione». Il collegio napoletano aveva ritenuto non credibile il racconto del richiedente asilo nella parte relativa alle ragioni che lo avevano spinto a lasciare il Paese d'origine. Ma ha esercitato il potere istruttorio di cooperazione ritenuto sussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria. La questione sanitaria, peraltro, non era neppure stata segnalata dal difensore dell'immigrato. Nelle note depositate dall'avvocato dell'immigrato, nelle quali veniva sottolineato il buon livello di integrazione sociale e lavorativa e la sproporzione con le condizioni di vita nel Paese d'origine, non era contenuto alcun riferimento all'emergenza Covid in Pakistan.I giudici di Napoli, insomma, hanno deciso di effettuare un approfondimento sulle misure sanitarie pachistane in modo autonomo. «La giurisprudenza di legittimità», precisa la Flamini, «è, sul punto, giunta a conclusioni non sempre omogenee». Ed è per questo che la sentenza di Napoli piace a Md. In alcune decisioni della Suprema corte, infatti, i giudici hanno basato la valutazione sull'attendibilità del richiedente asilo. Se questa era in discussione, era ritenuto impossibile un approfondimento istruttorio. E la richiesta veniva bocciata. In altre decisioni, invece, hanno affermato che il giudizio di scarsa credibilità sui fatti a sostegno della domanda da rifugiato politico «non può precludere la valutazione, da parte del giudice, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di vulnerabilità». Ed è questa la linea, adattata all'emergenza Covid, sposata dai giudici napoletani e gradita da Md. Ma come è stata valutata nel caso del pachistano la condizione di «vulnerabilità»? Spiega la giudice di Md: «Sono state indicate fonti (aggiornate a pochi giorni prima del deposito del decreto) che testimoniavano un elevato numero di persone positive al virus e di pazienti ricoverati, nonché una forte diffusione proprio nell'area di provenienza del ricorrente». Non solo: «Il Tribunale ha poi fatto riferimento a un rapporto pubblicato dall'Easo (l'ufficio europeo per il sostegno all'asilo, ndr) dal quale emerge come più del 65 per cento della popolazione rurale non abbia accesso alle strutture sanitarie di base e come i servizi sanitari per i più poveri siano diventati scarsi». Peccato che si tratti di un rapporto del 2015 e, quindi, abbastanza datato. Il rientro del pachistano nel Paese d'origine, comunque, secondo l'esponente di Md, su una semplice verifica del dato del contagio incrociata con un rapporto del 2015 sulla difficoltà di accesso alle cure mediche, «vedrebbe fortemente compresso il diritto fondamentale alla salute». Un aspetto, questo, che è stato apprezzato in modo particolare dalla toga rossa, che aggiunge: «La condizione di vulnerabilità è stata valutata in modo non atomistico, ma unitamente al percorso di integrazione compiuto in Italia» ma, soprattutto, «in applicazione del noto giudizio comparativo». Proprio la comparazione con la situazione nel Paese d'origine viene sottolineata più volte nella parte finale del commento alla sentenza.«In molte pronunce, infatti», sostiene Flamini, «le domande volte a ottenere la protezione umanitaria vengono rigettate proprio all'esito di un giudizio comparativo effettuato senza considerare che la condizione di vulnerabilità che avrebbe portato al riconoscimento della tutela è del tutto estranea a quelle situazioni di fatto (l'integrazione sociale e lavorativa) che hanno portato la Suprema corte a delineare il predetto criterio». Insomma, a prescindere dal fatto che il richiedente asilo sia o meno un immigrato integrato, i giudici, secondo l'esponente di Magistratura democratica, dovrebbero tenere in conto situazioni che possano pregiudicare i diritti fondamentali della persona che ha richiesto protezione. «La comparazione con l'attuale livello di integrazione sociale in Italia», afferma la toga rossa, «è del tutto irrilevante, atteso che queste sono situazioni di per sé costitutive di un presupposto per la protezione umanitaria». Il salvacondotto che potrebbe esporre l'italia a flussi migratori senza fine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-toghe-rosse-piace-il-salvacondotto-che-spalanca-i-porti-con-la-scusa-del-covid-2646433315.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-padre-zanotelli-i-nostri-anziani-valgono-meno-degli-extracomunitari" data-post-id="2646433315" data-published-at="1595116625" data-use-pagination="False"> Per padre Zanotelli i nostri anziani valgono meno degli extracomunitari Che a mazziare gli anziani si metta anche un missionario, beh, è davvero troppo. Alex Zanotelli sta per compiere 82 anni, precisamente il prossimo 26 agosto, eppure per i suoi coetanei non mostra attenzione, né sensibilità. Ieri sul Corriere del Trentino il comboniano si è detto «colpito dalla vicenda dei bus», ovvero della decisione della Giunta della Regione autonoma di permettere solo agli over 70, e non più agli extracomunitari, di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici. Zanotelli è indignato perché si è tolta «la gratuità dei viaggi ai richiedenti asilo per darla agli anziani che non ne hanno necessità. Il Trentino ha bisogno di missione, di tornare al Vangelo, a quei valori che erano parte della società trentina», ha tuonato dal suo pulpito ingeneroso. Fantastico davvero: un evangelizzatore che mette i migranti prima dei nostri genitori, dei nostri nonni, definendoli per di più persone non bisognose. In questo Paese non per vecchi, dove pochissimo viene fatto per assicurare una qualità di vita dignitosa e non onerosa agli ultrasettantenni, c'è anche un uomo di Chiesa che se la prende con un provvedimento giusto. Eravamo abituati a sentire il comboniano sbraitare solo contro Matteo Salvini e i sovranisti, cosa che non ha dimenticato di fare anche nella lunga intervista di ieri: «Quando ascolto certi slogan e la loro declinazione politica mi chiedo come un cristiano possa effettuare certe scelte elettorali. La Chiesa dovrebbe compiere uno sforzo serio di divulgazione dei propri valori, che sono in antitesi rispetto a quelli professati da Salvini e la Lega», si è premurato di sottolineare. Però l'attacco agli anziani è stato particolarmente odioso da parte di un missionario che ha vissuto anni nella tremenda miseria delle baraccopoli di Nairobi, in Kenya e che dovrebbe trasmettere umanità, misericordia in ogni sua parola. L'indignazione contro chi permette tanta povertà è sacrosanta, l'indifferenza e l'astio per gli italiani della terza età, no. Pensare che afferma: «La battaglia per il crocefisso nelle scuole» non ha senso «se non c'è rispetto per il crocifisso in strada», mentre è lui stesso a non mostrare rispetto verso la vecchiaia, «espressione della benedizione divina», come ricordava Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani del 1999. Zanotelli ha occhi e cuore solo per il Terzo mondo, arriva addirittura a dire che «i tanti paesini semivuoti del Trentino dovrebbero promuovere un progetto come quello di Riace, ripopolarsi con i migranti». A dispetto delle sue origini (è nato a Livo, borgo in provincia di Trento), il comboniano che è stato direttore di Nigrizia se la piglia anche con «l'autonomia differenziata» che «significa uccidere il meridione». Ieri ne aveva un po' per tutti, per la Chiesa che lo ha osteggiato: «Spesso mi sono sentito più a mio agio tra gli atei che non tra i cristiani», per la Lega, per chi è anziano e viaggia gratis, per gli italiani in generale. Ricorda che dagli Stati Uniti dove aveva concluso il liceo e frequentato l'università diventando «bravissimo», quando «tornai in Italia quasi disprezzavo gli italiani, li consideravo cittadini di seconda classe». Dispiace constatarlo, ma padre Zanotelli non deve avere cambiato idea negli anni.
(IStock)
Ieri, a un processo in corso a Torino, un colonnello dei carabinieri ha raccontato come testimone una storia allucinante. Una storia di bambini che sarebbero stati manipolati per pilotare i giudici. Quei bambini erano stati affidati a una coppia di donne e alla vigoria di un’udienza sarebbe stato fatto vedere loro un documentario sui lager e su come i nazisti strappavano le mamme ai figlioletti.
La testimonianza choc è stata resa in aula dal colonnello Vincenzo Bertè, l’ufficiale dell’Arma che ha coordinato le indagini, al processo per le irregolarità nelle procedure di affidamento di due bambini nigeriani a una coppia di donne gay, entrambe imputate insieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini. La dottoressa è l’ex moglie di Claudio Foti, lo specialista processato e poi assolto per lo scandalo Bibbiano. Il colonnello ha raccontato che «le affidatarie dei bambini hanno tentato di manipolarne le menti per pilotare le decisioni del giudice. Una volta, alla vigilia di un’udienza, gli fecero vedere un docufilm su un campo di concentramento: c’erano dei bimbi che volevano la mamma, e un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori».
I fatti si sono svolti tra il 2013 e il 2021 e il processo di questi giorni non ha avuto vita facile. Il procedimento non ha sposato la tesi iniziale della Procura sull’esistenza di un «sistema Bibbiano» anche nel capoluogo piemontese. All’udienza preliminare, nel 2024, il gup decise il non luogo a procedere per alcune operatrici e per i dirigenti dei servizi sociali del Comune. Tuttavia, sono rimaste in piedi le accuse di maltrattamenti e di frode processuale per la singola vicenda dei bimbi nigeriani affidati alla coppia di signore torinesi. Quando in aula sono risuonate le accuse dell’ufficiale dei carabinieri, le difese degli imputati hanno contestato l’andamento della testimonianza. «Le sue sono interpretazioni personali», hanno detto i difensori, e «lei sta omettendo una parte della storia per costruire una narrazione differente». Il pm Giulia Rizzo invece ha fatto notare che il colonnello «sta soltanto riassumendo le evidenze da cui sono state tratte le notizie di reato», ricordando che «noi abbiamo il dovere di spiegare come è nato il procedimento in corso». Il tribunale ha sostanzialmente recepito le obiezioni degli avvocati, ma ha voluto che il testimone, senza indugiare in valutazioni, leggesse il contenuto di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche. E i giudici hanno anche sottolineato che il materiale proveniente dalle indagini della procura di Reggio Emilia sul caso Bibbiano non è di interesse, a meno che non riguardi l’episodio specifico di Torino. Insomma, niente rivincite, in un senso o nell’altro.
Ad ottobre del 2022, quando la Procura di Torino aveva chiuso le indagini, aveva segnalato la manipolazione dei bambini contro i genitori naturali e oltre a non meglio specificate «testimonianze pilotate» (oggi si è scoperto come) aveva parlato di «relazioni infondate». Il proscioglimento di nove persone tra poliziotti, assistenti sociali e personale del Comune ha portato a escludere l’esistenza di una «Bibbiano piemontese» e questo processo è andato avanti nel silenzio e nel disinteresse generale, ma ora rischia di presentare il conto anche a un certo modo di concepire la famiglia e la genitorialità «diffusa». La dottoressa Bolognini era stata chiamata in causa come consulente dalle due signore affidatarie e aveva ipotizzato nientemeno che una condotta sessualizzata dei bambini. Un esito decisamente imprevedibile per la vera madre nigeriana, che aveva chiesto aiuto semplicemente perché non riusciva più a mantenerli. Stando alle indagini dei carabinieri, poi, a dare una mano alle due nuove mamme nella loro battaglia sarebbero stati anche alcuni poliziotti (prosciolti), colleghi di una delle due donne affidatarie. Scrivevano i pm che avrebbero assunto informazioni sui genitori naturali dei bambini così da «screditarli e dimostrare l’incapacità genitoriale».
Una vicenda, come si vede, complicata e dolorosa e dove, come insegna il passato, gli imputati possono diventare vittime e viceversa. Tuttavia, oggi fanno riflettere le parole, calibratissime, scritte ieri dal giudice Antonio Sangermano parlando di tutt’altro, ovvero del referendum sulla riforma Nordio. La toga toscana, che è favore del «sì», spiegava i mali delle correnti politicizzate dell’Anm «che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologicizzazione». E poi faceva un esempio di questi campi di battaglia parlando di «propensione a egemonizzare culturalmente interi settori strategici della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione e del diritto minorile». Sono quattro temi e sono tutti e quattro presenti in questa orrenda storia torinese.
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(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti