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Trent'anni fa l'invasione degli Albanesi

albanesi 1991
Una delle imbarcazioni cariche di Albanesi a Brindisi nel marzo 1991 (Getty Images)

La prima settimana di marzo del 1991, le coste pugliesi venivano invase da migliaia di cittadini albanesi in fuga dal disfacimento del regime comunista che li aveva portati alla fame in quarant'anni di reclusione forzata entro i confini dell'Albania, governata con il pugno di ferro dal dittatore Enver Hoxha. In Italia era investita per la prima volta da uno tsunami umano giunto dall'altra sponda dell'Adriatico.



Le premesse dell'esodo


La piccola Albania era retta da un durissimo regime comunista instaurato dal secondo dopoguerra. Il suo leader Enver Hoxha era un rigido seguace di Stalin, del quale mantenne l'eredità politica nella più assoluta ortodossia. Impermeabile ai mutamenti nei paesi del blocco sovietico a partire dalla primavera di Praga del 1968, ruppe anche con la vicina Jugoslavia "non allineata" di Tito. Ossessionato dal culto della personalità e dall'osservanza dei principi di Stalin, fin dagli anni cinquanta chiuse le frontiere del proprio Paese, fortificando i confini con migliaia di bunker armati nella paranoide convinzione di una incombente invasione da parte dei paesi "capitalisti". L'economia albanese era rigidamente controllata e pianificata dallo Stato e prevalentemente agricola. Anche le risorse alimentari erano in mano ai funzionari del partito e il cibo razionato. Il controllo sociale era invece affidato alla ferocissima polizia politica Sigurimi, che controllava ogni forma di opposizione con la violenza e la repressione. Vivendo in Albania la pena capitale, molte furono le fucilazioni dei dissidenti o presunti tali. Enver Hoxha morì nel 1985, all'alba della perestrojka di Gorbachov. Ma già due anni prima aveva designato il proprio successore tra i vertici del Partito dei Lavoratori, Ramiz Alia. Quattro anni dopo la sua nomina cadeva il muro di Berlino, che generò il terremoto politico in tutti i paesi oltrecortina. Alia, alle prese con un paese allo stremo non concesse inizialmente che poche e timide aperture, cercando una sponda con la vicina Serbia, nel momento in cui si stava profilando anche per la Jugoslavia la dissoluzione che generò la sanguinosa guerra degli anni '90. La linea del capo del partito stalinista non resse perché l'industria era pressoché inesistente e non poteva certo affrontare la sfida dei mercati internazionali. Anche le dichiarazioni sullo stato economico del Paese e le aperture al mercato non ingannarono il popolo, tanto più che l'Albania si era indebitata con l'estero per le spese personali dei burocrati corrotti e per le celebrazioni del culto di Hoxha. La popolazione albanese, che seguiva le notizie filtrate dall'estero, si sentì definitivamente in trappola e destinata a patire la fame. L'unica via, impossibile fino ad allora, sarebbe stata la fuga verso il benessere dell'occidente.


L' "Eden" Italia


Gli Albanesi del 1990-1991 conoscevano il benessere dal quale solo una lingua di mare lunga solo 45 miglia marittime li separava. Avevano imparato l'italiano dalla televisione, perché grazie ad un ripetitore installato in Montenegro riuscivano a captare il segnale della tv di Stato e delle reti Fininvest. Reclusi nella miseria, cominciarono ad intendere l'Italia come un eden in cui i beni materiali fossero facili da raggiungere, come nei giochi a premi di Iva Zanicchi o Mike Bongiorno, mentre l'isolamento dell'Albania li tagliava fuori dalle primavere che avrebbero traghettato gli ex paesi del blocco sovietico alla democrazia. Ramiz Alia, pur non volendo intaccare la fede stalinista, aprì ad alcune concessioni che presto da poche gocce creeranno un fiume in piena. La prima fu la creazione del multipartitismo e di un opposizione che, seppur imposta dall'alto ed artefatta, ruppe gli equilibri. A capo della nuova forza politica fu messo il cardiochirurgo di fama internazionale Sali Berisha, leader del nuovo "Partito Democratico". Anche se l'azione politica del nuovo schieramento rimase molto limitata, questa novità favorì il movimento degli studenti albanesi, che videro nell'assalto alle ambasciate straniere a Tirana l'unico modo per cercare una via di fuga dal paese-prigione attirando l'attenzione dei media mondiali. Attorno al mese di maggio del 1990 l'occasione dell'assalto venne dalla decisione del governo albanese di concedere alcuni visti per motivi di lavoro. Per mesi lunghe code si formarono di fronte agli ingressi delle ambasciate finché il 2 luglio 1990 le rappresentanze diplomatiche furono prese d'assalto da migliaia di cittadini che chiedevano asilo politico. Ad eccezione delle ambasciate cinese e cubana, tutte le altre concessero assistenza ai rifugiati, circa 8.000, che riuscirono a oltrepassare i cancelli dei "templi della libertà" generando l'intervento mediatore dell'Onu. Il 13 luglio 1990 oltre 4.000 profughi richiedenti asilo furono autorizzati a salpare da Durazzo alla volta di Brindisi per essere quindi redistribuiti tra i paesi ospitanti. Si era creato il precedente per la grande fuga verso l'Italia.
Dall'inizio del febbraio 1991 iniziò così l'assalto al porto di Durazzo per cercare di emigrare in Italia con qualunque mezzo fosse in grado (anche a stento) di reggere il mare. I primi profughi a toccare le coste pugliesi erano giunti con mezzi di fortuna, tra cui anche zattere autocostruite persino prive del timone o bagnarole arrugginite che furono recuperate alla deriva dai mezzi della Capitaneria di Porto. Alla vigilia del grande esodo, erano arrivati ad Otranto già oltre 1.500 albanesi, che le improvvisate strutture ricettive del comune pugliese già faticavano a gestire, mentre la macchina della Protezione Civile si metteva in moto a rilento, coordinata dal commissario straordinario Vito Lattanzio.

Brindisi, 7 marzo 1991: l'onda degli Albanesi si infrange


Mentre i volontari e le autorità si dannavano per gestire gli esuli già approdati, moltiplicando gli appelli al Governo Andreotti nella persona del Ministro Vincenzo Scotti, una vera e propria flotta salpava dal caos dei porti di Durazzo e Valona, questa volta a bordo di imbarcazioni molto più grandi delle precedenti, su ciascuna delle quali erano stipate migliaia di albanesi in fuga. Due di queste grandi imbarcazioni furono interessate da un blocco navale deciso dalle autorità italiane sulla base della vigente "Legge Martelli", che concedeva asilo politico soltanto a chi era riconosciuto come perseguitato politico, categoria nella quale i fuggiaschi non rientravano. Mentre il canale di Otranto brulicava di ruggine galleggiante e di uomini, donne e bambini in rotta verso l'Eldorado, il governo italiano cercava di imporre la linea dura. Data l'entità di quella che si profilava come una vera invasione (erano stati preventivati in pochi giorni 30.000 sbarchi) fu predisposto un blocco navale a protezione del porto di Brindisi, dove le navi più grandi si stavano dirigendo. Durante la traversata, una delle motovedette italiane fu speronata, e la mattina del 7 marzo attorno alle 10 comparve all'orizzonte del porto pugliese la sagoma della nave mercantile "Lirja". A bordo ci sono più di 3.000 persone, che vanno ad aggiungersi alle altre sbarcate nei giorni precedenti. Seguiranno a poche ore di distanza altre carrette del mare: la "Tirana", con oltre 3.500 passeggeri e infine la "Legend", rimasta alla fonda per ore fino alla rivolta dei profughi. Brindisi, investita da una massa incontrollabile di disperati, optò per la loro concentrazione al molo di Sant'Apollinare davanti ai grandi silos del grano, controllati a stento dalle forze dell'ordine. Scattano presto tafferugli, alcuni riescono a saltare agevolmente le barriere improvvisate e si riversano i città logori e affamati. La lotta è spesso per le razioni gettate da distanza dai volontari della Croce Rossa, che scelgono di non avvicinarsi per non essere travolti.
Mentre a Brindisi e Otranto si consumano gli effetti dell'esodo improvviso e travolgente, a Roma si fa appello alla Croce Rossa Internazionale e all'Onu. In Rai il Tg1, per bocca dell'allora vice-direttore Ottavio De Lorenzo, conferma la decisione di rivolgere appelli alla popolazione ancora in Albania, dove il notiziario italiano è molto seguito, perché si comunichi che l'Italia non è l' Eldorado che i fuggiaschi in attesa sulle banchine pensano di poter raggiungere. Da un punto di vista giuridico, il Governo decide per una deroga alla legge Martelli, affidando ad una commissione lo studio dei singoli casi di richiesta di asilo. Dall'altra parte l'esecutivo teme la strumentalizzazione dell'arma dei migranti da parte del leader Alia al fine di ottenere vantaggi in termini di aiuti e di allentare la pressione del disastro economico dell'Albania scaricando i disperati all'Italia. Mentre a Roma si discute, a Brindisi i cittadini passano dalla compassione per i primi sbarcati nei giorni precedenti verso i quali avevano mostrato solidarietà, alla paura. Il giorno stesso del grande assalto ai porti pugliesi si segnalano i primi episodi di violenza: un farmacista rapinato, un camion di viveri razziato, una donna scippata. La paura dei brindisini è anche di carattere sanitario, perché tra gli albanesi ci sono casi di scabbia e si teme un'epidemia, mentre il repubblicano La Malfa (l'unico rappresentante del governo che si era recato a Brindisi) invoca l'intervento dell'esercito e il ministro della difesa Virginio Rognoni lo esclude inizialmente, scaricando il barile sul ministro dell'Interno Scotti. Il vicepremier Martelli difende la sua legge, e vorrebbe che fosse Tirana a chiudere i rubinetti, ma lo stesso La Malfa ribatte ponendo l'accento sulla natura particolare dell'esodo degli Albanesi, vittime del comunismo stalinista e quindi automaticamente da considerare rifugiati politici. Ma il giorno dopo la grande ondata degli Albanesi sul Governo arriva la doccia fredda dell'Onu, che invita le autorità italiane all'accoglienza incondizionata in seguito alla quale potrà poi partire un eventuale processo di valutazione delle richieste di asilo e di redistribuzione in Europa. Mentre le Nazioni Unite si esprimevano sulla situazione italiana, Belgrado e Atene mandavano i carri armati al confine con l'Albania, lasciando aperta l'unica via di fuga rappresentata dall'Adriatico. Andreotti si esprime per la prima volta due giorni dopo il grande sbarco, quando la situazione sanitaria è diventata insostenibile. A chi lo critica per l'immobilismo di Palazzo Chigi, il leader democristiano risponde che lo Stato non avrebbe potuto gestire da solo l'emergenza, e che le "famiglie italiane" avrebbero dovuto fare la loro parte ospitando i profughi, mentre Bettino Craxi puntava il dito sulla mancata preparazione italiana ad una catastrofe umanitaria preannunciata, con l'aggravante del fatto che fosse ben noto il legame tra il popolo albanese e quello italiano per la breve distanza geografica. I Verdi e i Missini dai banchi dell'opposizione chiedevano le dimissioni del commissario straordinario Vito Lattanzio, mentre Virginio Rognoni alla fine dovette cedere e autorizzare l'intervento dell'Esercito nella gestione dell'emergenza. Proprio l'arrivo degli uomini in grigioverde riuscirà a portare all'assedio di Brindisi un po'di sollievo: sul posto si recano duecento Alpini che si occupano di mantenere la pulizia delle scuole e delle banchine dove bivaccano i migranti; arrivano tende da campo, cucine, brande. Altre 200 penne nere, come sempre le prime ad essere chiamate all'azione nelle emergenze umanitarie, sfameranno i profughi con le cucine campali.
A pochi giorni dal grande sbarco del 7 marzo 1991, mentre Claudio Martelli si trova a Tirana per discutere dell'emergenza e far pressioni sul governo albanese affinché si adoperi a fermare l'emorragia umana, una delle navi inverte la rotta e riporta in Patria i primi 1.000 albanesi rimasti delusi dalla situazione dell'eden soltanto immaginato. Altri, fuggiti da Brindisi, saranno bloccati e respinti alla frontiera svizzera mentre cercavano di raggiungere la Germania e ricacciati in Puglia. Altri bivaccano alla stazione Centrale di Milano, senza documenti e senza meta. Parte della prima grande ondata sarà invece ridistribuita in diversi centri profughi, caserme e strutture in tutta Italia. Poi una deroga alla legge Martelli stabilirà un compromesso per la permanenza dei richiedenti asilo: un visto della durata di un anno durante il quale gli emigranti avrebbero dovuto frequentare un percorso formativo ed inserirsi nel tessuto socio-economico del nuovo Paese d'adozione.
Quando parve che l'emergenza fosse rientrata ed il Governo italiano sperava negli accordi bilaterali con Tirana che prevedevano un piano di aiuti economici all'Albania, nell'agosto del 1991 la tragedia si rinnovò. Il 31 marzo si svolsero le prime elezioni libere ma il partito di Ramiz Alia rimase al potere, promettendo riforme che non ebbero alcun effetto sulle condizioni disperate del paese, ancora privo degli aiuti economici esteri e ancora formalmente legato al marxismo. La grande fuga ebbe una seconda, drammatica puntata.

Il premier albanese Ramiz Alia, successore di Enver Hoxha (Getty Images)


Dalla solidarietà alla rabbia: la seconda ondata del 1991


L' 8 agosto 1991 all'orizzonte del porto di Bari si staglia la sagoma brulicante di uomini, donne, vecchi e bambini che ricoprono le forme della nave "Vlora". Sono diecimila, tutti in un solo carico, mentre altre imbarcazioni giungono fino alle coste calabresi. Diretta inizialmente a Brindisi, è intercettata dalla nave "Euro" della Marina Militare, ma il comandante della "Vlora", minacciato con le armi, è costretto a tentare lo speronamento finché la nave militare per evitare un massacro è costretta a cedere il passo fino all'arrivo al porto di Bari. Anche in questo caso la situazione è disperata. Molti sono allo stremo, tra cui bambini a rischio della vita. Ma questa volta tra i passeggeri si notano anche uomini armati di coltelli e pistole, vagano come zombie e stavolta fanno davvero paura. Da queste premesse la decisione delle autorità italiane di concentrare i migranti nello stadio della Vittoria. All'annuncio che l'Italia non li avrebbe accolti scoppia la rivolta. In diversi armati di spranghe riescono a fuggire dallo stadio e si riversano per le strade del capoluogo pugliese, mentre all'interno della struttura sportiva i profughi colpivano le forze dell'ordine con blocchi di cemento staccati dagli spalti. Il governo italiano optò questa volta per la linea dura, in particolare modo per voce del Ministro per gli Italiani all'estero e dell'immigrazione, la socialista Margherita Boniver, la quale scelse una via più lunga ma più efficace a lungo termine, il rimpatrio e il conseguente aumento degli aiuti al paese balcanico, tramite l'inclusione dell'Albania negli organismi economico-finanziari del mondo occidentale come il Fondo Monetario. Parallelamente fu avviata una campagna di aiuti umanitari con una missione militare, la "Pellicano", che portò in Albania tonnellate di viveri, medicinali e beni di prima necessità per evitare il tracollo di una nazione, proprio nei mesi in cui dalla vicina Jugoslavia soffiavano sempre più forti i venti di una guerra imminente. Nel 1992 le elezioni portarono al potere Sali Berisha, che traghettò l'Albania verso l'apertura al mondo occidentale e all'economia capitalista. L'impatto, nei successivi cinque anni, fu devastante e quella che si sperava potesse ritornare una "Svizzera dei Balcani" fu messa nuovamente sul lastrico . Sostenuta dalle rimesse degli emigranti e dagli aiuti internazionali, l'Albania di Berisha sprofondò a causa del fallimento delle società finanziarie "piramidali", che portarono il paese al default. La nuova mareggiata di albanesi, questa volta accompagnati dall'organizzazione criminale degli scafisti, la nuova "professione" emersa dai mesi del disastro dell'impatto malsano con il capitalismo. Ma questo è un altro capitolo, perché il mondo attorno alla piccola nazione balcanica era cambiato per sempre. Non c'era più la vicina Jugoslavia, disgregata dalla guerra, e anche l'Italia era reduce da uno tsunami: quello politico e finanziario che decretò la fine della prima repubblica alla quale la grande onda degli Albanesi aveva dovuto rispondere trent'anni fa, quando l'Eldorado degli anni ottanta era al suo ultimo colpo di coda.

Pietruccio Montalbetti: «Ho vissuto con gli indios e scalato le Ande a 70 anni»
Pietruccio Montalbetti (Ansa)
Il fondatore dei Dik Dik: «Viaggio da solo e continuo a fare concerti. Nel Natale del 1965 incontrai Battisti a Milano: non aveva nessuno, mia madre lo invitò a pranzare da noi».

«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.

Come nacquero i Dik Dik?

«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».

Per suonare andavate in una sala della parrocchia…

«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».

Chi lo suonava?

«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».

Poi che successe?

«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».

E per tornare a Battisti?

«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».

Sognando la California

«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».

Cinquanta milioni di dischi venduti…

«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».

Viaggi solitari?

«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».

Hai trovato la libertà?

«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».

Sei sposato?

«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».

La personalità di Battisti era tormentata?

«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».

Che idea ti sei fatto dell’aldilà?

«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».

Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?

«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».

Decenni di abusi sui bimbi non sono un caso
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Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.

Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.

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