2022-06-12
Al Qaeda minaccia l'India
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Nella lettera di al-Qaeda intitolata Possano le nostre madri essere private di noi, se non riusciamo a difendere il nostro profeta si legge: «Uccideremo coloro che offendono il nostro Profeta e legheremo esplosivi ai nostri corpi e ai corpi dei nostri figli per spazzare via le fila di coloro che osano disonorare il nostro Profeta. Loro non troveranno né amnistia né clemenza, né la pace e la sicurezza li salveranno e questa faccenda non si chiuderà con parole di condanna o dolore. I cuori dei musulmani in tutto il mondo stanno sanguinando e sono pieni di sentimenti di vendetta e punizione». Nel testo viene menzionata anche Ghazwa-e-Hind, la profezia della Jihad menzionata in alcuni detti del profeta islamico Maometto che predice battaglie nel subcontinente indiano tra musulmani e non musulmani, con conseguente vittoria dei musulmani; «Allo stesso tempo, portiamo notizie di morte e distruzione ai governanti dell'India, di esecuzioni e impiccagioni, di prigionia e di essere legati con catene».
L’organizzazione terroristica diretta dal medico egiziano Ayamn al-Zawahiri ancora una volta si dimostra abilissima a soffiare sul fuoco delle perenni tensioni religiose e nazionalistiche tra l’India e il Pakistan e il Bangladesh che è sempre più lontano dal gigante indiano. Nupur Sharma da giorni sul suo profilo Twitter si scusa per quanto affermato: «Se le mie parole hanno causato disagio o ferito i sentimenti religiosi di qualcuno, con la presente ritiro incondizionatamente la mia dichiarazione»; Nupur Sharma è stata sospesa dal Partito mentre l’altro portavoce del BJP, Naveen Jindal, è stato espulso «per aver fatto commenti sul Profeta sui social media». Nel tentativo di chiudere la vicenda il BJP lo scorso 5 giugno ha dichiarato che «il Bharatiya Janata Party è anche fortemente contrario a qualsiasi ideologia che insulti o sminuisca qualsiasi setta o religione. Il BJP non promuove tali persone o filosofia». Parole che però non sono servite a smorzare le tensioni mentre l'India sta provando in tutti i modi a contenere le ricadute diplomatiche mentre cresce l’indignazione nel mondo musulmano.
Gli Emirati Arabi Uniti, la Malesia, l'Oman e l'Iraq sono le 15 nazioni a maggioranza musulmana ad aver condannato le osservazioni, che sono state descritte come «islamofobe», con diversi Paesi che hanno convocato gli ambasciatori dell'India. L'incidente ha scatenato proteste di piazza nel vicino Pakistan e in Bangladesh dove sono state bruciate bandiere indiane e fotografie di Nupur Sharma (che sui social network riceve continue minacce di morte), e ha spinto da tutta la regione a chiedere il boicottaggio delle merci indiane. Mentre si teme che qualche predicatore della regione possa lanciare attraverso un editto religioso una condanna a morte contro l’ex portavoce del BJP, numerosi privati cittadini e istituzioni islamiche l’hanno denunciata penalmente un fatto che ha scatenato la reazione di alcune personalità del BJP che sui social network hanno pubblicato contenuti incendiari sul profeta Maometto. Venerdì 10 giugno sono state segnalate proteste da varie città indiane, tra cui la capitale Nuova Delhi, mentre i musulmani hanno marciato dopo le preghiere pomeridiane della congregazione, sollevando slogan contro il governo e chiedendo l'arresto dei membri appartenenti al Bharatiya Janata Party (BJP) e del primo ministro Narendra Modi.
In Bangladesh, migliaia di persone hanno protestato davanti alla moschea principale di Dhaka, Baitul Mukarram, dopo la preghiera del venerdì, cantando slogan come «Boicotta i prodotti indiani» e «Impicca coloro che insultano il nostro Profeta». Migliaia di persone si sono anche radunate giovedì in Pakistan e si sono scontrate con la polizia nella capitale del Pakistan, esortando i paesi musulmani a tagliare i legami diplomatici con Nuova Delhi per le osservazioni di due funzionari del BJP che erano dispregiative nei confronti del profeta Maometto. Le colluttazione tra i manifestanti del Partito Jamaat-e-Islami Pakistan e la polizia sono scoppiate quando i manifestanti hanno cercato di marciare verso l'ambasciata indiana a Islamabad, ma sono stati fermati dalla polizia. Nella città più grande del Pakistan, Karachi, decine di persone sono scese in piazza, chiedendo al governo la chiusura dell'Alto Commissariato indiano e il boicottaggio dei prodotti indiani. I manifestanti hanno anche bruciato le bandiere nazionali dell'India e le immagini di Modi e Sharma. Pakistan e India hanno una storia di aspre relazioni. Da quando hanno ottenuto l'indipendenza dal dominio britannico nel 1947, le due nazioni –entrambe potenze nucleari- hanno combattuto due delle loro tre guerre sulla contesa regione himalayana del Kashmir, divisa tra loro ma rivendicata da entrambi nella sua interezza. Per tornare al terrorismo anche i Talebani, stretti alleati di Al Qaeda, si sono uniti alla crescente lista di Paesi islamici per condannare le parole Nupur Sharma: «L'Emirato islamico dell'Afghanistan condanna fermamente l'uso di parole dispregiative contro il Profeta dell'Islam da parte di un funzionario del Partito al governo in India. Esortiamo il governo indiano a non permettere a tali fanatici di insultare la sacra religione dell'Islam e provocare i sentimenti dei musulmani», ha scritto in un tweet il portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid.
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L'organizzazione terroristica nel subcontinente indiano (Aqis) ha emesso un agghiacciante avvertimento «di voler compiere attentati suicidi a Delhi, Mumbai, Uttar Pradesh e Gujarat» nel tentativo di vendicare l'insulto che Nupur Sharma - portavoce nazionale del Bharatiya Janata Party (BJP), Partito del primo ministro indiano Narendra Modi - avrebbe fatto durante uno show televisivo quando ha sottolineato che «il profeta Maometto aveva sposato Aisha di sei anni e aveva consumato il suo matrimonio quando lei aveva nove anni».Nella lettera di al-Qaeda intitolata Possano le nostre madri essere private di noi, se non riusciamo a difendere il nostro profeta si legge: «Uccideremo coloro che offendono il nostro Profeta e legheremo esplosivi ai nostri corpi e ai corpi dei nostri figli per spazzare via le fila di coloro che osano disonorare il nostro Profeta. Loro non troveranno né amnistia né clemenza, né la pace e la sicurezza li salveranno e questa faccenda non si chiuderà con parole di condanna o dolore. I cuori dei musulmani in tutto il mondo stanno sanguinando e sono pieni di sentimenti di vendetta e punizione». Nel testo viene menzionata anche Ghazwa-e-Hind, la profezia della Jihad menzionata in alcuni detti del profeta islamico Maometto che predice battaglie nel subcontinente indiano tra musulmani e non musulmani, con conseguente vittoria dei musulmani; «Allo stesso tempo, portiamo notizie di morte e distruzione ai governanti dell'India, di esecuzioni e impiccagioni, di prigionia e di essere legati con catene».L’organizzazione terroristica diretta dal medico egiziano Ayamn al-Zawahiri ancora una volta si dimostra abilissima a soffiare sul fuoco delle perenni tensioni religiose e nazionalistiche tra l’India e il Pakistan e il Bangladesh che è sempre più lontano dal gigante indiano. Nupur Sharma da giorni sul suo profilo Twitter si scusa per quanto affermato: «Se le mie parole hanno causato disagio o ferito i sentimenti religiosi di qualcuno, con la presente ritiro incondizionatamente la mia dichiarazione»; Nupur Sharma è stata sospesa dal Partito mentre l’altro portavoce del BJP, Naveen Jindal, è stato espulso «per aver fatto commenti sul Profeta sui social media». Nel tentativo di chiudere la vicenda il BJP lo scorso 5 giugno ha dichiarato che «il Bharatiya Janata Party è anche fortemente contrario a qualsiasi ideologia che insulti o sminuisca qualsiasi setta o religione. Il BJP non promuove tali persone o filosofia». Parole che però non sono servite a smorzare le tensioni mentre l'India sta provando in tutti i modi a contenere le ricadute diplomatiche mentre cresce l’indignazione nel mondo musulmano.Gli Emirati Arabi Uniti, la Malesia, l'Oman e l'Iraq sono le 15 nazioni a maggioranza musulmana ad aver condannato le osservazioni, che sono state descritte come «islamofobe», con diversi Paesi che hanno convocato gli ambasciatori dell'India. L'incidente ha scatenato proteste di piazza nel vicino Pakistan e in Bangladesh dove sono state bruciate bandiere indiane e fotografie di Nupur Sharma (che sui social network riceve continue minacce di morte), e ha spinto da tutta la regione a chiedere il boicottaggio delle merci indiane. Mentre si teme che qualche predicatore della regione possa lanciare attraverso un editto religioso una condanna a morte contro l’ex portavoce del BJP, numerosi privati cittadini e istituzioni islamiche l’hanno denunciata penalmente un fatto che ha scatenato la reazione di alcune personalità del BJP che sui social network hanno pubblicato contenuti incendiari sul profeta Maometto. Venerdì 10 giugno sono state segnalate proteste da varie città indiane, tra cui la capitale Nuova Delhi, mentre i musulmani hanno marciato dopo le preghiere pomeridiane della congregazione, sollevando slogan contro il governo e chiedendo l'arresto dei membri appartenenti al Bharatiya Janata Party (BJP) e del primo ministro Narendra Modi.In Bangladesh, migliaia di persone hanno protestato davanti alla moschea principale di Dhaka, Baitul Mukarram, dopo la preghiera del venerdì, cantando slogan come «Boicotta i prodotti indiani» e «Impicca coloro che insultano il nostro Profeta». Migliaia di persone si sono anche radunate giovedì in Pakistan e si sono scontrate con la polizia nella capitale del Pakistan, esortando i paesi musulmani a tagliare i legami diplomatici con Nuova Delhi per le osservazioni di due funzionari del BJP che erano dispregiative nei confronti del profeta Maometto. Le colluttazione tra i manifestanti del Partito Jamaat-e-Islami Pakistan e la polizia sono scoppiate quando i manifestanti hanno cercato di marciare verso l'ambasciata indiana a Islamabad, ma sono stati fermati dalla polizia. Nella città più grande del Pakistan, Karachi, decine di persone sono scese in piazza, chiedendo al governo la chiusura dell'Alto Commissariato indiano e il boicottaggio dei prodotti indiani. I manifestanti hanno anche bruciato le bandiere nazionali dell'India e le immagini di Modi e Sharma. Pakistan e India hanno una storia di aspre relazioni. Da quando hanno ottenuto l'indipendenza dal dominio britannico nel 1947, le due nazioni –entrambe potenze nucleari- hanno combattuto due delle loro tre guerre sulla contesa regione himalayana del Kashmir, divisa tra loro ma rivendicata da entrambi nella sua interezza. Per tornare al terrorismo anche i Talebani, stretti alleati di Al Qaeda, si sono uniti alla crescente lista di Paesi islamici per condannare le parole Nupur Sharma: «L'Emirato islamico dell'Afghanistan condanna fermamente l'uso di parole dispregiative contro il Profeta dell'Islam da parte di un funzionario del Partito al governo in India. Esortiamo il governo indiano a non permettere a tali fanatici di insultare la sacra religione dell'Islam e provocare i sentimenti dei musulmani», ha scritto in un tweet il portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid.
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.