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2023-04-24
Aifa leaks. Ora fuori la verità
Roberto Speranza (Imagoeconomica)
Il muro di omertà e bugie che ha contraddistinto tutta la campagna vaccinale si sta sgretolando, la verità sta venendo alla luce e dalla breccia che è stata aperta stanno emergendo dei documenti che lasciano sgomenti. Mostrano con forza la necessità che si indaghi, che si faccia chiarezza su tutto quello che è successo. E su tutto quello che poteva essere evitato, a partire dai gravi danni da vaccino e da quelle morti improvvise rimaste senza una spiegazione.
Qui sulle pagine de La Verità e nella trasmissione Fuori Dal Coro, condotta da Mario Giordano su Rete4, da più di un mese vengono rivelati documenti esclusivi interni dell’Aifa, che hanno una forza dirompente. Informazioni fondamentali messe volutamente a tacere, come l’evidenza della mancanza di efficacia del vaccino sin dagli inizi della campagna.
Erano passate poche settimane dall’avvio delle inoculazioni contro il Covid e diverse Regioni iniziavano a osservare un fenomeno per loro inaspettato: i vaccinati si stavano infettando. E così chiedono spiegazioni alla nostra Agenzia del farmaco. Inizia uno scambio di informazioni interne in cui si discute se i casi di infezione dovessero essere considerati dei fallimenti vaccinali per mancanza di efficacia.
Un’esperta scrive ai colleghi: «Vi chiederei di spiegarmi la differenza tra fallimento vaccinale e assenza di anticorpi indotti da vaccino». Le viene risposto: «La nostra idea è che assenza di anticorpi indotti da vaccino si configuri come una reazione avversa diversa da fallimento vaccinale…». Questo però sembra mandare su tutte le furie la funzionaria che quindi rincara la dose: «Io all’Università ho studiato che lo scopo della vaccinazione è stimolare il sistema immunitario a produrre anticorpi. Se il vaccino non ha prodotto anticorpi che effetto ha avuto nella persona a cui è stato somministrato? A rigor di logica nullo, ovvero mancanza di efficacia e quindi fallimento vaccinale».
Sembra tutto abbastanza chiaro: un vaccino per funzionare deve produrre anticorpi eppure per l’Aifa continua ad essere un problema ammettere il fallimento vaccinale, perché?
Ma soprattutto se tutto questo si sapeva già dall’inizio del piano di vaccinazione, che senso avevano le parole dell’ex premier Mario Draghi durante la conferenza stampa del 22 luglio 2021: «Se non ti vaccini, ti ammali, muori, oppure fai morire». Perché affermare qualcosa che già si sapeva non fosse vera? Ormai era evidente e noto che anche i vaccinati potevano ammalarsi e trasmettere la malattia.
Ma non solo, tra le tante informazioni che hanno cercato di non far venire alla luce c’è la sottostima degli effetti avversi. È il 18 gennaio 2021, poche settimane sempre dall’inizio della campagna vaccinale, i centri di farmacovigilanza nelle regioni incominciano a chiedere all’Aifa come catalogare gli effetti avversi che man mano venivano segnalati. Ad un certo punto la Regione Campania evidenzia un problema nella valutazione della potenziale correlazione tra evento avverso segnalato e vaccino somministrato e nel documento che invia all’Agenzia del farmaco scrive, riferendosi al vaccino Pfizer: «Considerato che la procedura accelerata con cui è stato autorizzato all’immissione in commercio non ha consentito di raccogliere le informazioni, ritengo che al momento il risultato del nesso “Non Correlabile/Indeterminato” non esclude una potenziale correlazione tra il vaccino e l’evento segnalato». In pratica gli esperti campani hanno visto che il dolore nel punto di inoculo, non essendo presente nel foglietto illustrativo, doveva essere considerato un effetto «non correlabile», pur essendo evidente la correlazione. Un vero problema e così hanno chiesto spiegazioni.
Dall’Aifa confermano questa sottostima e rispondono: «Siamo d’accordo che al momento il risultato del nesso “Non correlabile/Indeterminato” non esclude una potenziale correlazione tra il vaccino e l’evento segnalato e infatti ci aspettiamo al momento un numero alto di risultati “indeterminato”».
Quindi è la stessa Aifa a sostenere che viene classificato come «non correlabile» anche quello che potrebbe essere «correlato». Il risultato di questo meccanismo è evidente: gli effetti avversi appaiono molto meno di quelli che sono davvero, vengono notevolmente sottostimati. E tutto questo era già noto sin dall’inizio, ma a quanto pare nulla è stato fatto, i dati non sono stati modificati.
E vi è di più. In questa lunga pila di documenti svelati emerge anche il comportamento di Nicola Magrini e dell’ex ministro Roberto Speranza.
Il 15 marzo 2021 in Europa viene sospeso il vaccino AstraZeneca e l’Aifa avvia una indagine: gli esperti stilano un elenco di tutti i casi in cui il vaccino contro il Covid ha avuto esito fatale, suddividendo i dati per casa farmaceutica, e comparano i numeri con le dosi somministrate. Alla fine del documento ci sono le conclusioni: «Alla luce di quanto sopra riportato appare evidente un eccesso di mortalità cardiovascolare per il vaccino AstraZeneca (a prescindere dai singoli lotti) concentrata nella fascia di età intorno ai 50 anni».
Una conclusione pesante che richiede maggiori approfondimenti. E così l’Agenzia del farmaco avvia una ulteriore ricerca, vengono sentiti medici, si propongono diversi tipi di comunicazioni. Ad un certo punto interviene l’allora direttore generale Nicola Magrini, fedelissimo di Speranza, che scrive: «Mi sembra tutto molto, anzi troppa enfasi a eventi non correlati. Sono solo queste le possibilità? Così si uccide questo vaccino».
Così si uccide questo vaccino. Una frase che lascia perplessi. Sembrerebbe che la preoccupazione del direttore generale Magrini sia quella di non uccidere il vaccino, nonostante in quei giorni AstraZeneca venisse sospeso per «un eccesso di mortalità cardiovascolare». E soprattutto nonostante pochi giorni prima, insieme al ministro Speranza, abbia persino cercato di bloccare il sequestro del lotto inoculato a Stefano Paternò, morto il giorno dopo la puntura, il 9 marzo 2021.
Nel documento esclusivo a firma di Magrini e inviato al procuratore, si legge: «Le chiederei dopo un colloquio avuto con il ministro (in copia) di valutare se sospendere temporaneamente la sua richiesta di sequestro cautelativo su tutto il territorio nazionale». Magrini giustifica così la richiesta: «Si chiede se nelle prossime ore sia possibile valutare le modalità più adeguate ad acquisire ulteriori informazioni al fine di definirne meglio il nesso di causalità».
Eppure il direttore generale dell’Aifa sa benissimo che per determinare il nesso di causalità ci vuole molto tempo, altro che poche ore. Infatti è lo stesso procuratore a sottolinearlo nella risposta: «Le analisi sui campioni estratti dalle dosi del lotto potrebbero impiegare settimane per fornire i risultati». Il procuratore insiste che non si può aspettare anche perché «ci sono stati altri due decessi di persone, peraltro di giovane età ed appartenenti alle forze dell’ordine e quindi sottoposti a periodiche verifiche circa il buono stato di salute, in seguito alla somministrazione del vaccino appartenente al lotto», e qualche riga più in basso specifica, «che vuol dire un tasso di mortalità quantomeno anomalo».
Eppure a Magrini e al ministro Speranza, che dovrebbero essere i primi a preoccuparsi della nostra salute, questo tasso di mortalità anomalo sembra non interessare, il loro obiettivo è «sospendere temporaneamente la richiesta di sequestro».
Ma come è stato possibile tutto questo? E come è possibile che ora nessuno indaghi su queste pesanti rivelazioni? Domani sera durante la diretta di Fuori Dal Coro su Rete4 verranno mostrati dei documenti ancora più forti ed esclusivi. L’inchiesta giornalistica continua, ma adesso è arrivato il momento che venga affiancata anche da una inchiesta della procura. La magistratura dovrebbe indagare, perché la verità non può essere più taciuta e deve venire a galla, soprattutto per rispetto di quelle persone, troppe, che sono state danneggiate dalle bugie raccontate in questi anni.
«Speranza tutelava solo sé stesso. Adesso la magistratura intervenga»
«In questi ultimi anni abbiamo vissuto un’assurdità: non è stata la scienza a guidare la politica, ma è stata la politica a guidare la scienza, e tutto quello che ne è derivato è stato un enorme fallimento. Ora questo scandalo non può essere più ignorato, soprattutto alla luce di tutti questi documenti sull’Aifa». Claudio Giorlandino, direttore sanitario di Altamedica, è stato tra i primi a porre l’attenzione sui problemi legati alla vaccinazione contro il Covid. Ha anche pubblicato uno studio in cui emerge l’inutilità del siero per chi era già guarito.
Dottore cosa ne pensa di queste rivelazioni sull’Aifa?
«In queste settimane su La Verità e nella trasmissione Fuori Dal Coro, stanno emergendo carte che mostrano un quadro preciso. All’Agenzia del farmaco sapevano che qualcosa stava andando storto ma non hanno fatto nulla, hanno nascosto la testa sotto la sabbia, sperando che nessuno se ne accorgesse. Secondo me hanno agito per paura».
Per paura di chi?
«Si sono chinati al volere della politica, perché tutte le decisioni che sono state prese non avevano nulla di scientifico. E se ci si “appecora”, che mi sembra il termine più giusto da utilizzare, alle decisioni non scientifiche, lo si può fare solo per paura di perdere il posto, perché si teme che la propria credibilità possa essere messa in discussione. Senza pensare che così si stavano danneggiando gli italiani».
Danni che quindi si sarebbero potuti evitare?
«I vaccini non hanno funzionato, molte persone vaccinate sono finite in rianimazione. E molte sono state danneggiate da questi sieri. Hanno sbagliato su tutto, ma è stata la gente a pagarne il prezzo più alto. Il problema, come dimostrano anche le carte, è che già dall’inizio l’Aifa, ma anche Speranza sapevano quello che stava succedendo».
E infatti anche l’ex ministro Speranza ha cercato di evitare che venissero fuori informazioni importanti.
«Credo che lo abbia fatto per evitare che venisse alla luce che stava sbagliando tutto. Così, per proteggere sé stesso e la sua reputazione, ha cercato di nascondere quello che stava accadendo. Con buona pace della tutela della salute pubblica, che doveva essere il suo obiettivo primario».
Perché, secondo lei, le decisioni sono state politiche e non scientifiche?
«La scelta di vaccinare i guariti rende evidente la mancanza di una decisione scientifica alla base della campagna vaccinale. Che senso ha continuare a immunizzare chi si è già infettato? Non ha alcun senso, anzi può essere pericoloso. Perché una regola importante nella medicina è che tutto quello che è inutile potrebbe essere dannoso, allora perché rischiare?».
Quanti errori sono stati commessi?
«Molti, ed è anche evidente. Il virus è morto un anno e mezzo fa, con la variante Omicron la sua letalità è diminuita drasticamente. Lì si sarebbe dovuta interrompere la campagna vaccinale. Anche il vaccino per le varianti non ha alcun senso, perché rincorre un virus che è già mutato, nel momento in cui viene approvato è già vecchio e quindi inutile. Ma ormai a quello che è stato fatto non si può rimediare, si può solo sperare che sia fatta giustizia».
Vorrebbe l’intervento della magistratura?
«Mi chiedo come mai non si sia ancora mossa, come mai un magistrato non abbia chiesto di acquisire quei documenti dell’Aifa per aprire una indagine. Tutto quello che avete pubblicato non è emerso prima perché i politici e i tecnici hanno cercato di occultare le informazioni pur di salvarsi, ma ora? Adesso qualcosa si deve muovere. Le inchieste non possono rimanere solo sulle pagine dei giornali, altrimenti facciamo come Don Raffaè».
La canzone di De André?
«C’è una strofa molto bella, che mi sembra adeguata a questa situazione: “Prima pagina, venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa? Si costerna, si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. Ecco, dopo l’indignazione questo non è il momento di gettare la spugna perché la magistratura non può girarsi dall’altra parte e far finta di nulla».
«Hanno commesso errori così gravi che nessuno di loro li ammetterà»
È caustico il filosofo Massimo Cacciari riguardo ai comportamenti dei dirigenti Aifa durante la pandemia, rivelati attraverso la pubblicazione delle loro email interne a Fuori dal coro. «Si sapeva, è il segreto di Pulcinella. In tutti i Paesi hanno tenuto nascosto e han silenziato questi dati. Sa, di per sé non è nemmeno scandaloso in quanto tale, perché ci sono dei dati avversi per ogni vaccinazione, anche quelle tradizionali. Non è questo l’aspetto più grave di quella triste vicenda a mio avviso».
Qual è?
«La cosa grave è che i responsabili della farmacovigilanza non parlino e non abbiano denunciato in tempo: questa è mancanza di responsabilità. Ed è gravissimo che si siano fatti imbavagliare».
Nel database della farmacovigilanza Ue risulta comunque che gli eventi avversi segnalati sui vaccini anti Covid siano esageratamente più alti rispetto agli altri.
«Sì, sì, può essere, per ora non ci sono dati completi, stanno venendo fuori a spizzichi e bocconi…».
Da una di queste mail è emerso che Aifa ha cercato di fermare il sequestro di un lotto ordinato dalla procura di Siracusa dopo la morte di un militare. «Così si uccide questo vaccino», disse il dg Aifa, Magrini.
«Certo, volevano far vaccinare tutti. Si sapeva, ripeto: è il segreto di Pulcinella. L’associazione Dubbio e Precauzione ha parlato invano per due anni, denunciando esattamente queste cose. È chiaro, è stato deciso che il vaccino era utile, che era indispensabile che tutti si vaccinassero e senza nessuna particolare precauzione siamo stati tutti costretti a vaccinarci, se volevamo continuare a vivere».
E ora?
«Adesso, pian piano, stanno venendo fuori tutte queste cose in modo più ufficiale, per cui abbiamo saputo che non si tratta esattamente di un vaccino e tante altre cose. La verità sta venendo fuori un po’ alla volta, a livello europeo e a livello nazionale. La responsabilità è delle forze politiche che hanno avallato tutto ciò, ma soprattutto dei cosiddetti scienziati, dentro l’Aifa e altrove, che hanno taciuto e che hanno acconsentito, è molto semplice».
Adesso è tutto più chiaro.
«Sì, ma non c’è la riprova: continuano a dirci che se non avessimo fatto così sarebbero morti miliardi di persone, e non c’è la controprova».
Autorevoli epidemiologi (John Ioannidis, ndr) hanno smontato questi calcoli sostenendo che anche un bambino di 5 anni capisce che è ingenuo pensare che sia accaduto grazie ai vaccini. «Chi parla di 20 milioni di vite salvate», ha detto Ioannidis, «rende un cattivo servizio alla scienza». Quanto è cambiato il rapporto tra Stato e cittadino?
«È stato un rapporto totalmente sballato perché lo Stato non ha informato, non è stato trasparente, in alcun modo».
Da parte loro, gli amministratori pubblici potrebbero replicare che non hanno detto tutto in nome della cosiddetta «ragion di Stato»...
«Esattamente, perché “eravamo in guerra”. Come adesso: lo Stato è trasparente? Dà notizie attendibili sull’andamento della guerra? No. Perché? Perché siamo in guerra. E anche allora, in pandemia, non era questa, la retorica? “Siamo in guerra”. E quindi, in guerra lo Stato non dà notizie trasparenti, fa solo propaganda. Così è stato e così è».
Dato che ne va della salute dei cittadini, perché perfino in questo caso c’è un muro di gomma rispetto a quanto sta emergendo dalle carte e dalle conversazioni tra politici e scienziati?
«Ma scherza? Mica possono ammettere responsabilità così gravi, no? È chiaro».
Non si creerà un effetto boomerang su questo? Alla fine la gente non si fiderà più dei medici, non si fiderà più dei politici, smetterà di votare…
«Guardi, se ci dovesse essere un’altra situazione di emergenza e la gente dovesse essere nuovamente obbligata, perché se no perde il diritto a muoversi, a lavorare e a ricevere lo stipendio, sarà uguale. Si ripeterà la stessa, identica storia».
C’è un’ampia fascia di popolazione che è allibita che nessun magistrato si muova…
«Lo dice a me?».
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Le mail interne all’Agenzia del farmaco, rivelate da «Fuori dal coro», mostrano che non ci si preoccupava della nostra salute, ma di «non uccidere il vaccino». Si sapeva degli effetti avversi e dell’assenza di anticorpi in molte persone «immunizzate». Però il direttore Nicola Magrini interveniva per insabbiare tutto.Il medico Claudio Giorlandino: «Il ministro e gli scienziati capivano che qualcosa stava andando storto».Il filosofo Massimo Cacciari: «C’era una logica di guerra. E con un’altra emergenza la storia si ripeterà».Lo speciale contiene tre articoli.Il muro di omertà e bugie che ha contraddistinto tutta la campagna vaccinale si sta sgretolando, la verità sta venendo alla luce e dalla breccia che è stata aperta stanno emergendo dei documenti che lasciano sgomenti. Mostrano con forza la necessità che si indaghi, che si faccia chiarezza su tutto quello che è successo. E su tutto quello che poteva essere evitato, a partire dai gravi danni da vaccino e da quelle morti improvvise rimaste senza una spiegazione.Qui sulle pagine de La Verità e nella trasmissione Fuori Dal Coro, condotta da Mario Giordano su Rete4, da più di un mese vengono rivelati documenti esclusivi interni dell’Aifa, che hanno una forza dirompente. Informazioni fondamentali messe volutamente a tacere, come l’evidenza della mancanza di efficacia del vaccino sin dagli inizi della campagna. Erano passate poche settimane dall’avvio delle inoculazioni contro il Covid e diverse Regioni iniziavano a osservare un fenomeno per loro inaspettato: i vaccinati si stavano infettando. E così chiedono spiegazioni alla nostra Agenzia del farmaco. Inizia uno scambio di informazioni interne in cui si discute se i casi di infezione dovessero essere considerati dei fallimenti vaccinali per mancanza di efficacia.Un’esperta scrive ai colleghi: «Vi chiederei di spiegarmi la differenza tra fallimento vaccinale e assenza di anticorpi indotti da vaccino». Le viene risposto: «La nostra idea è che assenza di anticorpi indotti da vaccino si configuri come una reazione avversa diversa da fallimento vaccinale…». Questo però sembra mandare su tutte le furie la funzionaria che quindi rincara la dose: «Io all’Università ho studiato che lo scopo della vaccinazione è stimolare il sistema immunitario a produrre anticorpi. Se il vaccino non ha prodotto anticorpi che effetto ha avuto nella persona a cui è stato somministrato? A rigor di logica nullo, ovvero mancanza di efficacia e quindi fallimento vaccinale».Sembra tutto abbastanza chiaro: un vaccino per funzionare deve produrre anticorpi eppure per l’Aifa continua ad essere un problema ammettere il fallimento vaccinale, perché? Ma soprattutto se tutto questo si sapeva già dall’inizio del piano di vaccinazione, che senso avevano le parole dell’ex premier Mario Draghi durante la conferenza stampa del 22 luglio 2021: «Se non ti vaccini, ti ammali, muori, oppure fai morire». Perché affermare qualcosa che già si sapeva non fosse vera? Ormai era evidente e noto che anche i vaccinati potevano ammalarsi e trasmettere la malattia.Ma non solo, tra le tante informazioni che hanno cercato di non far venire alla luce c’è la sottostima degli effetti avversi. È il 18 gennaio 2021, poche settimane sempre dall’inizio della campagna vaccinale, i centri di farmacovigilanza nelle regioni incominciano a chiedere all’Aifa come catalogare gli effetti avversi che man mano venivano segnalati. Ad un certo punto la Regione Campania evidenzia un problema nella valutazione della potenziale correlazione tra evento avverso segnalato e vaccino somministrato e nel documento che invia all’Agenzia del farmaco scrive, riferendosi al vaccino Pfizer: «Considerato che la procedura accelerata con cui è stato autorizzato all’immissione in commercio non ha consentito di raccogliere le informazioni, ritengo che al momento il risultato del nesso “Non Correlabile/Indeterminato” non esclude una potenziale correlazione tra il vaccino e l’evento segnalato». In pratica gli esperti campani hanno visto che il dolore nel punto di inoculo, non essendo presente nel foglietto illustrativo, doveva essere considerato un effetto «non correlabile», pur essendo evidente la correlazione. Un vero problema e così hanno chiesto spiegazioni.Dall’Aifa confermano questa sottostima e rispondono: «Siamo d’accordo che al momento il risultato del nesso “Non correlabile/Indeterminato” non esclude una potenziale correlazione tra il vaccino e l’evento segnalato e infatti ci aspettiamo al momento un numero alto di risultati “indeterminato”».Quindi è la stessa Aifa a sostenere che viene classificato come «non correlabile» anche quello che potrebbe essere «correlato». Il risultato di questo meccanismo è evidente: gli effetti avversi appaiono molto meno di quelli che sono davvero, vengono notevolmente sottostimati. E tutto questo era già noto sin dall’inizio, ma a quanto pare nulla è stato fatto, i dati non sono stati modificati.E vi è di più. In questa lunga pila di documenti svelati emerge anche il comportamento di Nicola Magrini e dell’ex ministro Roberto Speranza.Il 15 marzo 2021 in Europa viene sospeso il vaccino AstraZeneca e l’Aifa avvia una indagine: gli esperti stilano un elenco di tutti i casi in cui il vaccino contro il Covid ha avuto esito fatale, suddividendo i dati per casa farmaceutica, e comparano i numeri con le dosi somministrate. Alla fine del documento ci sono le conclusioni: «Alla luce di quanto sopra riportato appare evidente un eccesso di mortalità cardiovascolare per il vaccino AstraZeneca (a prescindere dai singoli lotti) concentrata nella fascia di età intorno ai 50 anni».Una conclusione pesante che richiede maggiori approfondimenti. E così l’Agenzia del farmaco avvia una ulteriore ricerca, vengono sentiti medici, si propongono diversi tipi di comunicazioni. Ad un certo punto interviene l’allora direttore generale Nicola Magrini, fedelissimo di Speranza, che scrive: «Mi sembra tutto molto, anzi troppa enfasi a eventi non correlati. Sono solo queste le possibilità? Così si uccide questo vaccino».Così si uccide questo vaccino. Una frase che lascia perplessi. Sembrerebbe che la preoccupazione del direttore generale Magrini sia quella di non uccidere il vaccino, nonostante in quei giorni AstraZeneca venisse sospeso per «un eccesso di mortalità cardiovascolare». E soprattutto nonostante pochi giorni prima, insieme al ministro Speranza, abbia persino cercato di bloccare il sequestro del lotto inoculato a Stefano Paternò, morto il giorno dopo la puntura, il 9 marzo 2021.Nel documento esclusivo a firma di Magrini e inviato al procuratore, si legge: «Le chiederei dopo un colloquio avuto con il ministro (in copia) di valutare se sospendere temporaneamente la sua richiesta di sequestro cautelativo su tutto il territorio nazionale». Magrini giustifica così la richiesta: «Si chiede se nelle prossime ore sia possibile valutare le modalità più adeguate ad acquisire ulteriori informazioni al fine di definirne meglio il nesso di causalità».Eppure il direttore generale dell’Aifa sa benissimo che per determinare il nesso di causalità ci vuole molto tempo, altro che poche ore. Infatti è lo stesso procuratore a sottolinearlo nella risposta: «Le analisi sui campioni estratti dalle dosi del lotto potrebbero impiegare settimane per fornire i risultati». Il procuratore insiste che non si può aspettare anche perché «ci sono stati altri due decessi di persone, peraltro di giovane età ed appartenenti alle forze dell’ordine e quindi sottoposti a periodiche verifiche circa il buono stato di salute, in seguito alla somministrazione del vaccino appartenente al lotto», e qualche riga più in basso specifica, «che vuol dire un tasso di mortalità quantomeno anomalo».Eppure a Magrini e al ministro Speranza, che dovrebbero essere i primi a preoccuparsi della nostra salute, questo tasso di mortalità anomalo sembra non interessare, il loro obiettivo è «sospendere temporaneamente la richiesta di sequestro». Ma come è stato possibile tutto questo? E come è possibile che ora nessuno indaghi su queste pesanti rivelazioni? Domani sera durante la diretta di Fuori Dal Coro su Rete4 verranno mostrati dei documenti ancora più forti ed esclusivi. L’inchiesta giornalistica continua, ma adesso è arrivato il momento che venga affiancata anche da una inchiesta della procura. La magistratura dovrebbe indagare, perché la verità non può essere più taciuta e deve venire a galla, soprattutto per rispetto di quelle persone, troppe, che sono state danneggiate dalle bugie raccontate in questi anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aifa-leaks-insabbiamento-2659898178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="speranza-tutelava-solo-se-stesso-adesso-la-magistratura-intervenga" data-post-id="2659898178" data-published-at="1682285115" data-use-pagination="False"> «Speranza tutelava solo sé stesso. 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Per paura di chi? «Si sono chinati al volere della politica, perché tutte le decisioni che sono state prese non avevano nulla di scientifico. E se ci si “appecora”, che mi sembra il termine più giusto da utilizzare, alle decisioni non scientifiche, lo si può fare solo per paura di perdere il posto, perché si teme che la propria credibilità possa essere messa in discussione. Senza pensare che così si stavano danneggiando gli italiani». Danni che quindi si sarebbero potuti evitare? «I vaccini non hanno funzionato, molte persone vaccinate sono finite in rianimazione. E molte sono state danneggiate da questi sieri. Hanno sbagliato su tutto, ma è stata la gente a pagarne il prezzo più alto. Il problema, come dimostrano anche le carte, è che già dall’inizio l’Aifa, ma anche Speranza sapevano quello che stava succedendo». E infatti anche l’ex ministro Speranza ha cercato di evitare che venissero fuori informazioni importanti. «Credo che lo abbia fatto per evitare che venisse alla luce che stava sbagliando tutto. Così, per proteggere sé stesso e la sua reputazione, ha cercato di nascondere quello che stava accadendo. Con buona pace della tutela della salute pubblica, che doveva essere il suo obiettivo primario». Perché, secondo lei, le decisioni sono state politiche e non scientifiche? «La scelta di vaccinare i guariti rende evidente la mancanza di una decisione scientifica alla base della campagna vaccinale. Che senso ha continuare a immunizzare chi si è già infettato? Non ha alcun senso, anzi può essere pericoloso. Perché una regola importante nella medicina è che tutto quello che è inutile potrebbe essere dannoso, allora perché rischiare?». Quanti errori sono stati commessi? «Molti, ed è anche evidente. Il virus è morto un anno e mezzo fa, con la variante Omicron la sua letalità è diminuita drasticamente. Lì si sarebbe dovuta interrompere la campagna vaccinale. Anche il vaccino per le varianti non ha alcun senso, perché rincorre un virus che è già mutato, nel momento in cui viene approvato è già vecchio e quindi inutile. Ma ormai a quello che è stato fatto non si può rimediare, si può solo sperare che sia fatta giustizia». Vorrebbe l’intervento della magistratura? «Mi chiedo come mai non si sia ancora mossa, come mai un magistrato non abbia chiesto di acquisire quei documenti dell’Aifa per aprire una indagine. Tutto quello che avete pubblicato non è emerso prima perché i politici e i tecnici hanno cercato di occultare le informazioni pur di salvarsi, ma ora? Adesso qualcosa si deve muovere. Le inchieste non possono rimanere solo sulle pagine dei giornali, altrimenti facciamo come Don Raffaè». La canzone di De André? «C’è una strofa molto bella, che mi sembra adeguata a questa situazione: “Prima pagina, venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa? Si costerna, si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. Ecco, dopo l’indignazione questo non è il momento di gettare la spugna perché la magistratura non può girarsi dall’altra parte e far finta di nulla». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aifa-leaks-insabbiamento-2659898178.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="hanno-commesso-errori-cosi-gravi-che-nessuno-di-loro-li-ammettera" data-post-id="2659898178" data-published-at="1682285115" data-use-pagination="False"> «Hanno commesso errori così gravi che nessuno di loro li ammetterà» È caustico il filosofo Massimo Cacciari riguardo ai comportamenti dei dirigenti Aifa durante la pandemia, rivelati attraverso la pubblicazione delle loro email interne a Fuori dal coro. «Si sapeva, è il segreto di Pulcinella. In tutti i Paesi hanno tenuto nascosto e han silenziato questi dati. Sa, di per sé non è nemmeno scandaloso in quanto tale, perché ci sono dei dati avversi per ogni vaccinazione, anche quelle tradizionali. Non è questo l’aspetto più grave di quella triste vicenda a mio avviso». Qual è? «La cosa grave è che i responsabili della farmacovigilanza non parlino e non abbiano denunciato in tempo: questa è mancanza di responsabilità. Ed è gravissimo che si siano fatti imbavagliare». Nel database della farmacovigilanza Ue risulta comunque che gli eventi avversi segnalati sui vaccini anti Covid siano esageratamente più alti rispetto agli altri. «Sì, sì, può essere, per ora non ci sono dati completi, stanno venendo fuori a spizzichi e bocconi…». Da una di queste mail è emerso che Aifa ha cercato di fermare il sequestro di un lotto ordinato dalla procura di Siracusa dopo la morte di un militare. «Così si uccide questo vaccino», disse il dg Aifa, Magrini. «Certo, volevano far vaccinare tutti. Si sapeva, ripeto: è il segreto di Pulcinella. L’associazione Dubbio e Precauzione ha parlato invano per due anni, denunciando esattamente queste cose. È chiaro, è stato deciso che il vaccino era utile, che era indispensabile che tutti si vaccinassero e senza nessuna particolare precauzione siamo stati tutti costretti a vaccinarci, se volevamo continuare a vivere». E ora? «Adesso, pian piano, stanno venendo fuori tutte queste cose in modo più ufficiale, per cui abbiamo saputo che non si tratta esattamente di un vaccino e tante altre cose. La verità sta venendo fuori un po’ alla volta, a livello europeo e a livello nazionale. La responsabilità è delle forze politiche che hanno avallato tutto ciò, ma soprattutto dei cosiddetti scienziati, dentro l’Aifa e altrove, che hanno taciuto e che hanno acconsentito, è molto semplice». Adesso è tutto più chiaro. «Sì, ma non c’è la riprova: continuano a dirci che se non avessimo fatto così sarebbero morti miliardi di persone, e non c’è la controprova». Autorevoli epidemiologi (John Ioannidis, ndr) hanno smontato questi calcoli sostenendo che anche un bambino di 5 anni capisce che è ingenuo pensare che sia accaduto grazie ai vaccini. «Chi parla di 20 milioni di vite salvate», ha detto Ioannidis, «rende un cattivo servizio alla scienza». Quanto è cambiato il rapporto tra Stato e cittadino? «È stato un rapporto totalmente sballato perché lo Stato non ha informato, non è stato trasparente, in alcun modo». Da parte loro, gli amministratori pubblici potrebbero replicare che non hanno detto tutto in nome della cosiddetta «ragion di Stato»... «Esattamente, perché “eravamo in guerra”. Come adesso: lo Stato è trasparente? Dà notizie attendibili sull’andamento della guerra? No. Perché? Perché siamo in guerra. E anche allora, in pandemia, non era questa, la retorica? “Siamo in guerra”. E quindi, in guerra lo Stato non dà notizie trasparenti, fa solo propaganda. Così è stato e così è». Dato che ne va della salute dei cittadini, perché perfino in questo caso c’è un muro di gomma rispetto a quanto sta emergendo dalle carte e dalle conversazioni tra politici e scienziati? «Ma scherza? Mica possono ammettere responsabilità così gravi, no? È chiaro». Non si creerà un effetto boomerang su questo? Alla fine la gente non si fiderà più dei medici, non si fiderà più dei politici, smetterà di votare… «Guardi, se ci dovesse essere un’altra situazione di emergenza e la gente dovesse essere nuovamente obbligata, perché se no perde il diritto a muoversi, a lavorare e a ricevere lo stipendio, sarà uguale. Si ripeterà la stessa, identica storia». C’è un’ampia fascia di popolazione che è allibita che nessun magistrato si muova… «Lo dice a me?».
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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