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Un giornale che nasce contro ogni arroganza

La Verità debutta oggi in edicola, ma in realtà la sua data di nascita non è il 20 settembre. L'inizio della storia che ha portato alla fondazione del giornale che avete tra le mani risale ad alcuni mesi fa, al 17 maggio, giorno in cui alla direzione di Libero si è registrato un brusco «avvicendamento». Intendiamoci: che un rapporto di lavoro si concluda di questi tempi non stupisce. Se l'amore non è per sempre, figuratevi se lo può essere la guida di un quotidiano, soprattutto in periodi di crisi dell'editoria. Dunque, nessun problema personale: non amo fare la vittima e in questi mesi mi sono tenuto alla larga da chiunque volesse farmi interpretare il ruolo del perseguitato.

Tuttavia, quell'estromissione un problema lo pone e non è privato, ma pubblico. Può un presidente del Consiglio incarognirsi a tal punto per le critiche e le notizie pubblicate da pretendere la testa del direttore del giornale che quelle critiche ha stampato? Quando governavano Craxi e Berlusconi c'era chi s'indignava di fronte alle pressioni esercitate sulla tv, soprattutto quella pagata con i soldi pubblici. Ora che la televisione di Stato invece dipende direttamente dal governo e i principali giornali sono messi al guinzaglio, i tanti indignati speciali che per anni si sono strappati le vesti di fronte alla libertà violata tacciono e voltano la testa dall'altra parte.

Eppure a far saltare come birilli le capocce dei giornalisti che pongono domande imbarazzanti è colui che si appresta a chiedere agli italiani ancora più potere, con una modifica costituzionale che insieme alla legge elettorale gli consegnerà il pieno controllo del Parlamento e delle istituzioni e dunque dell'Italia, un Paese che perde terreno, sempre più indebitato e con sempre meno lavoro, con buona pace dell'informazione che finge di non vedere.Oh, certo, Matteo Renzi giurerà di non avere alcun ruolo nel cambio di rotta di un giornale che lo incalzava, così come ha giurato di non avere alcuna responsabilità nella chiusura dei talk show che in Rai non gli stendevano il tappeto rosso. Tuttavia chiunque sa come funzionano le cose, soprattutto ognuno è a conoscenza di quanta attendibilità abbia un capo del governo la cui carriera a Palazzo Chigi è iniziata con un «Enrico stai sereno». Del resto, una classe imprenditoriale debole e in cerca di aiuti di Stato si piega volentieri di fronte a una classe politica arrogante e prepotente. L'informazione è merce di scambio, così come negli anni Novanta lo erano altre dazioni. E questo non è cosa che riguardi esclusivamente un giornalista, un direttore o un conduttore: è affare che riguarda tutti.

Vedete, senza libertà di stampa, o con una libertà vigilata come in Italia si vorrebbe imporre, si rischia di non sapere nulla dei fatti o di averne una conoscenza assai limitata. Chi avrebbe saputo, per esempio, che il padre della ministra Maria Elena Boschi, un signore che la figlia in Parlamento ha descritto come un piccolo fiammiferaio il quale da bambino percorreva chilometri per andare a scuola, divenuto vicepresidente dell'Etruria ha anche percorso la strada che lo ha portato nell'ufficio di Flavio Carboni, il bancarottiere massone dell'Ambrosiano? Chi avrebbe potuto interrogarsi sugli intrecci tra il crac della Popolare di Arezzo che ha messo sul lastrico i risparmiatori e una serie di inquietanti personaggi che ruotavano intorno alla banca? Probabilmente nessuno, come nessuno ha avuto modo di conoscere gli interessi che legano alcuni degli uomini che gravitano attorno al presidente del Consiglio.

Sbaglierebbe però chi pensasse che questo giornale nasca solo per occuparsi di Renzi e delle molte ombre che lo accompagnano. La Verità, non avendo né padroni né padrini (i finanziatori sono giornalisti, piccoli imprenditori e professionisti, senza che nessuno abbia la maggioranza o una quota in grado di influenzare la redazione), s'incaricherà di raccontare ogni notizia di pubblico interesse, senza curarsi che questa dispiaccia a qualcuno di destra o di sinistra o anche di centro.

Il ruolo dei giornalisti resta quello di fornire ai lettori le notizie che scovano, non quello di nasconderle per fare felice il potente di turno. E a questo ruolo abbiamo intenzione di attenerci. Costerà fatica? Costerà anche qualche minaccia? Pazienza: ci siamo abituati.

I molti colleghi che con me hanno scelto di lavorare per La Verità, lasciando posti di lavoro sicuri e molto meglio remunerati, hanno voglia di aria pulita. Soprattutto, hanno voglia di avere un solo padrone: il lettore.

Elly, Landini e Conte stanno con chi ha portato la gente alla fame e alla fuga
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
  • Nota prudente di Palazzo Chigi, mentre Pd, M5s, Cgil, Fiom, Anpi e varie altre sigle rosse si schierano tutte col dittatore.
  • «Con lui c’è un’altra dozzina di detenuti italiani», spiega il ministro, in contatto diretto con l’ambasciatore De Vito per tutelare i connazionali sul suolo venezuelano.

Lo speciale contiene due articoli.

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Golpe di scena
Nicolas Maduro (Getty Images)

Blitz anti-Cina a Caracas: deposto il dittatore. Cade il mito del diritto internazionale: ogni potenza pensa a sé e pesano sempre più i rapporti di forza, meglio capirlo.

Quando alla metà di marzo di 15 anni fa la Francia di Nicolas Sarkozy, con la scusa di difendere la popolazione civile ma con l’obiettivo di tutelare i propri affari, decise di bombardare la Libia, nessuno si indignò. Anzi, la Gran Bretagna prima, gli Stati Uniti dopo, seguiti poi da altri Paesi tra cui la stessa Italia, decisero di sostenere l’azione militare, giustificando l’intervento con una risoluzione dell’Onu che istituiva una zona d’interdizione al volo nello spazio aereo di competenza dello Stato africano. In quel modo fu fatto fuori Muammar Gheddafi, che certo non era uno stinco di santo, e nemmeno un leader eletto democraticamente, ma era pur sempre la massima autorità della Libia, cioè di un Paese sovrano. Nessuno tra coloro che oggi accusano l’America di Donald Trump di aver compiuto un atto di pirateria internazionale contro il Venezuela, bombardando Caracas e arrestando Nicolás Maduro e la moglie, ai tempi di Gheddafi se la prese. Anzi, fatta eccezione per alcune rarissime obiezioni (ricordo che il giornale che all’epoca dirigevo fu la sola voce critica in Italia), tutti applaudirono perché la coalizione composta da francesi, inglesi e americani esportava la democrazia a Tripoli, ponendo fine a una dittatura durata più di 40 anni. Nessuno si pose il problema del rispetto del diritto internazionale, e quanti misero in luce gli interessi geopolitici ed economici che avevano portato a bombardare Gheddafi rischiarono di passare per sostenitori del colonnello.

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Trump rivendica l’assalto a Caracas: «Governeremo fino alla transizione»
Donald Trump (Getty Images)
Il leader degli Stati Uniti esalta l’operazione: «Se necessario, ci sarà una seconda ondata». E annuncia: «Le nostre major petrolifere andranno lì e investiranno miliardi». L’embargo per ora resta in vigore.

L’operazione statunitense che ha portato ieri alla cattura di Nicolás Maduro si inserisce in un quadro ben preciso: la riedizione, promossa da Donald Trump, della Dottrina Monroe. Non è un mistero che, da quando è tornato alla Casa Bianca, il presidente abbia puntato a rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale.

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Maduro e moglie attesi dal processo
Getty Images
Dopo aver preparato il terreno con i bombardamenti, la Delta force cattura il despota con un blitz fulmineo e un limitato numero di vittime. Inadeguate le difese del regime.

Nella notte tra venerdì e sabato gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare su vasta scala contro il Venezuela, culminata nella cattura del presidente, Nicolás Maduro, e della moglie, Cilia Flores. L’attacco è iniziato poco dopo le 2 del mattino (ora locale), con una serie di esplosioni a Caracas e nei pressi di diverse installazioni strategiche. Alcuni testimoni hanno riferito di forti boati, sorvoli a bassa quota di velivoli militari statunitensi e blackout in diverse zone della Capitale. Tra gli obiettivi colpiti figurano la base militare di Fuerte Tiuna, il principale complesso delle forze armate venezuelane, e la base aerea di La Carlota. I raid - compiuti da oltre 150 velivoli - avevano il chiaro scopo di neutralizzare sistemi di difesa, comunicazioni e capacità di reazione immediata dell’esercito venezuelano, preparando il terreno alla cattura del presidente.

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