Aggressioni ai medici, è emergenza
Due casi nelle scorse ore a Napoli. Ogni giorno, a livello nazionale, sono otto gli operatori sanitari colpiti. La Croce rossa: «Non succede neppure in guerra».

Sono già due i casi di violenza contro il personale sanitario registrati dall’inizio del nuovo anno. Entrambi si sono verificati a Napoli. I fatti sono stati riportati, sui social, dall’associazione «Nessuno tocchi Ippocrate». Nel primo caso, il medico di un’ambulanza in servizio nel quartiere di Barra, nella periferia del capoluogo campano, nelle prime ore del 2020, «è stato investito da una deflagrazione causata da un fuoco d’artificio gettato da ignoti» sotto il mezzo di soccorso. Poco tempo dopo, all’ospedale San Giovanni Bosco, ad essere aggredito, senza un apparente motivo, prima verbalmente e poi fisicamente, con una bottiglia, è stato un medico donna internista. In questo caso l’aggressore era un paziente affetto probabilmente da problemi psichiatrici. Il ministro della Salute Roberto Speranza, su Twitter definisce «inaccettabili le aggressioni a chi ogni giorno si prende cura di noi» e invita ad «approvare al più presto la norma, già votata al Senato, contro la violenza ai camici bianchi». Il disegno di legge n. 867, a cui si riferisce il ministro e che giace ancora in attesa dell’approvazione della Camera, prevede, oltre alla procedibilità d’ufficio contro l’aggressore anche senza la querela della persona offesa, pene fino a 16 anni di carcere, quando si provochino lesioni gravi o gravissime. Nella stessa proposta di legge è prevista anche l’istituzione di un osservatorio nazionale con il compito di «monitorare gli episodi di violenza commessi ai danni del personale» e di acquisire i dati regionali relativi all’entità e alla frequenza del fenomeno ed alle situazioni di rischio o di vulnerabilità».

La richiesta di istituire un posto di polizia dentro gli ospedali arriva a stretto giro dal presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca. I dati sono a dir poco inquietanti con una media di circa tre aggressioni al giorno. «Sono fatti che non avvengono neppure nei territori di guerra», osserva Paolo Monorchio, presidente provinciale della Croce rossa di Napoli, che non chiede scorte armate, ma almeno «telecamere a bordo dei mezzi di soccorso». A livello nazionale, ogni giorno più di otto operatori sanitari sono aggrediti, soprattutto al pronto soccorso, rivelano i dati del 2018 della Croce rossa. Le zone più a rischio sono le periferie delle grandi città.

Tra queste, la maglia nera spetta proprio a Napoli. Le cause principali? I «ritardi delle ambulanze» e «l’inefficienza dei servizi di triage». È una sorta di bollettino di guerra anche l’ultimo sondaggio condotto dal sindacato dei dirigenti ospedalieri Anaao Assomed (dati 2018). Il 66% dei medici, ovvero quasi 7 su 10, dichiara di aver subito da parte dei pazienti aggressioni che vanno dal tentativo di strangolamento fino a stupri o vere e proprie spedizioni punitive, ma anche parolacce e insulti.

Le aree più a rischio sono la psichiatria e il pronto soccorso, ma i pericoli maggiori si corrono nel Mezzogiorno dove arriva al 72% il numero di medici che denuncia aggressioni, e sale all’80% tra chi, di loro, lavora nei pronto soccorso. Quanto alle cause, ci sono fattori socio-culturali per il 37%, il definanziamento del Servizio sanitario per il 23%, e carenze organizzative per il 20%. Negli ultimi anni, osserva Costantino Troise, segretario dell’Anaao, «abbiamo assistito a un escalation» e «la frustrazione dei pazienti aumenta laddove ci sono più carenze di personale e di posti letto». Se le aggressioni sono una sorta di effetti collaterali dei tagli alla sanità, c’è da chiedersi se basterà una legge ad arginare il fenomeno.

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