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2021-11-22
Gioventù violenta
(IStock)
Non aspettano nemmeno l'oscurità della sera. Agiscono in modo sfrontato in pieno giorno, con la sicurezza di chi sa che la farà franca. Si muovono in piccoli gruppi, talvolta hanno anche 12-13 anni, non hanno un piano prestabilito, girovagano per la città alla ricerca di una vittima. La circondano, la aggrediscono a parole nella migliore delle ipotesi, ma spesso arrivano a calci, pugni, schiaffi, sputi, oppure strappano catenine, depredano quel che capita, giubbotti e scarpe di marca. Minacciano le loro vittime se denunciano l'accaduto ai genitori. Un clima di terrore avvalorato dal fatto che sanno di essere non punibili per legge e spesso possono contare sulla superficialità dei genitori che minimizzano, e accusano le autorità di perseguire delle «ragazzate».
Il fenomeno delle baby gang è sempre più diffuso nelle città e coinvolge minori non solo provenienti da famiglie con disagio economico, ma anche da un contesto sociale di benessere. E in questi casi le rapine improvvisate diventano una ostentazione di forza, il gusto di infrangere le regole e di acquisire agli occhi dei coetanei un ruolo da protagonista. Tutto avviene con improvvisazione, non c'è una pianificazione. Si prende ciò che è possibile, anche pochi euro dalle tasche del malcapitato.
Il fenomeno dilaga anche tra le ragazzine. Al pari dei loro coetanei maschi sono protagoniste di atti vandalici, pestaggi, risse, rapine. Persino la Direzione investigativa antimafia (Dia), nel suo report annuale, ne ha parlato con toni allarmanti e l'Osservatorio nazionale adolescenza ha raccolto i dati su circa 8.000 adolescenti tra 14 e 19 anni. Da questa rilevazione è emerso che si sta diffondendo la gogna mediatica. Due ragazzine su 10 hanno fotografato o filmato un compagno per prenderlo in giro e il 3% ha diffuso false informazioni online su un conoscente. Non mancano i casi in cui vengono diffuse in Rete le sevizie su una coetanea.
Che cosa sta succedendo? Liliana Dell'Osso, direttore della clinica psichiatrica dell'università di Pisa, spiega che è un fenomeno di «emancipazione distorta, una mascolinizzazione delle ragazze che rinunciano alle prerogative femminili a favore di ruoli creati su stereotipi maschili». Secondo la psicoterapeuta Maura Manca, «queste ragazze spesso non hanno un movente per il sopruso se non massacrare la vittima, metterla in una condizione di terrore». E poi postare tutto sulle reti sociali facendo a gara a chi incassa più like, più visualizzazioni, più condivisioni e il gradimento della Rete.
Le baby gang ci sono sempre state, ma le piattaforme social sembra lo stiano alimentando. I casi si moltiplicano su tutto il territorio nazionale. A Bergamo e provincia, le statistiche dei reati indicano un calo per quasi tutte le voci tranne che per le rapine attuate da minorenni, aumentate del 100% tra il 2019 e il 2021: non azioni a mano armata in attività commerciali o simili, ma compiute a danni di coetanei per avere il cellulare e oggetti di marca. Nel trimestre ottobre-novembre 2019 le denunce in città erano state 13, nello stesso periodo dell'anno scorso sono salite a 35 e quest'anno, dal 1° settembre al 10 novembre ne sono state denunciate già 26.
Gli investigatori hanno parlato di un «caso Varese» per indicare la realtà dei tredicenni terribili che a gruppetti rapinano i coetanei. Gli oggetti più preziosi finiscono ai Compro oro e i ragazzi non si preoccupano della possibilità che gli impiegati del negozio possano avvisare le forze dell'ordine. Dalla provincia il fenomeno dilaga a Milano. Ma polizia e carabineri, hanno riportato le cronache locali del Corriere della Sera, riferiscono la reazione inaspettata dei genitori che arrivano in commissariato infastiditi per esser stati disturbati, oppure minimizzano e se la prendono con le forze dell'ordine colpevoli, a loro dire, di aver esagerato, di aver preso di mira i loro figli bravi ed educati. A Padova, la settimana scorsa, i carabinieri hanno sgominato una baby gang, composta da tre minorenni e un diciottenne, che si divertiva a danneggiare opere pubbliche. A Modena in prefettura c'è stato un vertice proprio sul tema della dilagante violenza minorile. A Foggia, dopo lunghe indagini, è stato bloccato con un'ordinanza di custodia cautelare in carcere un gruppo di ragazzi che ha seminato il terrore nella movida cittadina per mesi. La gang, composta da maggiorenni e tre minorenni, agiva senza alcuna paura anche con pestaggi violenti al punto che il Gip di Foggia ha parlato di «bestiale aggressione».
Psicologi e sociologi si interrogano sulle cause del fenomeno. Sotto accusa sono anche film e videogame che trasmettono messaggi di violenza. Ha scatenato un dibattito e le proteste dei genitori la serie di Netflix The squid game, diventato un successo mondiale. La fiction è vietata ai minori, ma numerosi insegnanti hanno denunciato l'emulazione degli studenti. In una scuola di Rignano sull'Arno (Firenze) la preside ha scritto in una circolare che «i bambini più piccoli giocano a Squid game e diventano violenti»: per imitare gli attori, alcuni ragazzini picchiano i compagni o mimano il gesto di uccidere facendo finta di avere una pistola.
La Fondazione Carolina onlus, nata in memoria dell'adolescente Carolina Picchio che si tolse la vita perché vittima di cyberbullismo, ha lanciato una petizione dal titolo «Fermiamo lo Squid game»: nel giro di 30 ore ha raccolto 7.000 firme. Da una scuola media di Torino è arrivata la segnalazione del caso di un ragazzo schiaffeggiato perché non aveva superato una prova orchestrata da alcuni compagni. A Roma, nella scuola elementare dell'istituto Santa Dorotea, alcuni bambini sono stati sorpresi mentre si spintonavano e si prendevano a schiaffi imitando il gioco perverso della prima puntata della serie.
Polemiche anche sul videogioco Gta, acronimo di Grand theft auto, in cui il giocatore è chiamato ad assumere il ruolo di un criminale e perpetrare attività illegali. Un gioco dedicato a un pubblico adulto ma che finisce nelle mani dei giovanissimi. Nel gioco chi pesta o uccide un poliziotto scala la classifica del punteggio. Un messaggio che può avere conseguenze gravi su soggetti già predisposti all'aggressività.
«Chi dipende dal web diventa più aggressivo»
«Non credo nell'influenza totalizzante dei modelli negativi proposti da un tipo di cinematografia dove domina la violenza, nello sviluppo delle baby gang. Il cinema e i videogame sono modelli di riferimento per chi già vive una condizione di disagio sociale e psicologico. Sarebbe un errore pensare che film come Gomorra possono stimolare la violenza nei giovani e forniscono modelli da imitare. Questo accade se c'è già terreno fertile, cioè se il giovane ha già sviluppato atteggiamenti di violenza e aggressività e allora un determinato film gli fornisce uno strumento di reazione al proprio disagio». Lello Savonardo è un sociologo, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all'università di Napoli Federico II e ha curato, per il Comitato regionale per le comunicazioni (Corecom) della Campania in collegamento con le medesime strutture del Lazio e della Lombardia, una ricerca sull'influenza dei nuovi media sui minori. È autore anche del libro Adolescenti always on. Social media, web reputation e rischi online». Nel report viene trattato anche il tema del cyberbullismo e del sexting, cioè l'invio di materiale pornografico sul Web.
Che cosa emerge dalla ricerca?
«L'indagine è stata svolta nelle tre regioni coinvolgendo 1.500 adolescenti di età compresa tra 11 e 18 anni. Il cyberbullismo si manifesta dove la dipendenza dal Web è maggiore. In Campania la percentuale di ragazzi che sono stati vittime di questa aggressione sul Web è del 30,9% contro il 25,6% della Lombardia e il 26,9% del Lazio. La media in Italia è del 27,8%. Per i casi di abuso dei dati personali e violazione della privacy, rispetto a una media nazionale del 24%, i minori vittime in Campania sono risultati il 27,4% degli intervistati, nel Lazio il 25,3% e in Lombardia il 19,1%».
Altri temi investigatI?
«Sì, per esempio il sexting, cioè l'invio di messaggi dal contenuto sessualmente esplicito. Su una media nazionale del 20%, in Campania la percentuale dei minori che li riceve è il 22,3%, nel Lazio il 19,6%, in Lombardia il 18,8%. Molto diffuso anche il diffondere video di violenze sui social anche se ancora la percentuale è da quantificare».
In quale contesto sociale si sviluppano le baby gang?
«I fenomeni di bullismo sono sempre esistiti, ma adesso, sbarcati sul Web, hanno maggiore visibilità. È un fenomeno connesso al disagio sociale, alle marginalità e all'impoverimento culturale che accomuna giovani e famiglie. Il disagio che nasce dalla povertà economica ed educativa induce a colmare tali vuoti con forme di aggressività e protagonismo».
Si cerca un riconoscimento sociale?
«Non solo. Spesso i giovani hanno bisogno anche di far fronte a insicurezze psicologiche. Il protagonismo viene espresso attraverso l'aggressività, poiché non ci sono altri valori. I bulli sono vittime di un disagio. Il bullismo, quando entra nel Web, si diffonde in modo capillare e genera modelli distorti che vengono emulati. Le frustrazioni che alimentano la violenza nascono anche nelle famiglie benestanti. Talvolta il disagio psicologico è peggiore di quello economico».
Come spiega la diffusione delle gang rosa, composte soltanto da ragazze?
«Vivono l'emancipazione usando modelli maschili. Considerano la forza e l'aggressività come un modo per emanciparsi, per imporsi nel gruppo. Spesso estremizzano quella forza».
I genitori talvolta giustificano o difendono i ragazzi anche di fronte a evidenti comportamenti dannosi. Cosa sta accadendo?
«Il rapporto tra genitori e figli è cambiato profondamente. È venuta meno la struttura piramidale e i genitori si sentono più fratelli o sorelle. Questi episodi però restano minoritari».
Come si combattono le baby gang?
«C'è chi ha parlato di far intervenire l'esercito sulle strade. Io invece sono per un esercito di operatori culturali che agiscono innanzitutto sulle famiglie per individuare i disagi che alimentano la violenza».
In cattiveria vincono le ragazze: vogliono essere pari ai maschi
«Spesso aggrediscono per il gusto di far male, di umiliare, per rimarcare una superiorità. Sottrarre un oggetto non è tanto una rapina fine a sé stessa, ma un modo per punire, spogliando la vittima dei suoi beni. Le ragazzine sono talvolta più violente dei coetanei maschi perché hanno un modo di attaccare sofisticato, usano l'arma psicologica, puntano a colpire il lato fragile». Andreana Pettrone è una psicologa specializzata in psicoterapia sistemica relazionale. Fa parte del pool di medici che partecipano al progetto Informa a Napoli: con un camper fanno la spola davanti a tre istituti tecnici di Napoli che abbracciano una vasta area urbana. «È un errore pensare che la violenza sia solo nei ceti più disagiati, che si sviluppi in famiglie che vivono in condizioni di marginalità sociale. L'aggressività unita alla spavalderia la troviamo anche tra i ragazzi benestanti».
Pettrone dice che il fenomeno più dilagante è quello delle gang rosa: «Sono gruppetti di adolescenti che iniziano con piccoli atti di bullismo e poi in un crescendo di violenza, organizzano veri e propri raid contro loro coetanee. Di solito agiscono in branchi tutti al femminile. I pretesti sono i più disparati: da ritorsioni sentimentali, alla punizione per una presunta maldicenza o semplicemente il gusto di umiliare chi è isolata, chi non riconoscono come una loro pari». Secondo la psicologa vale molto l'omologazione fisica: «Chi non condivide un look, un atteggiamento dominante, è esclusa e bullizzata». Le frasi che ricorrono spesso a spiegare gli attacchi violenti - «non risparmiano alla vittima calci, pugni, graffi, sputi» - sono: «Meritava solo di essere picchiata» e «se l'è andata a cercare». Ma se poi viene chiesto loro di dare una spiegazione ulteriore, «non sanno cosa dire, c'è un vuoto linguistico disarmante», spiega Pettrone.
A differenza dei coetanei maschi, le ragazze usano con compiacimento narcisistico i video che mettono sulle reti sociali. «Si compiacciono non solo di aver umiliato la vittima, ma anche di avere un riconoscimento pubblico, tramite i like, delle loro bravate. Cercano spesso una platea maschile come a dimostrare di essere più dure degli uomini. Il piacere maggiore lo traggono dal consenso dei coetanei maschi. Si scambiano tra loro nelle chat i commenti e li rilanciano alla ricerca di una approvazione più ampia possibile». Le modalità di aggressione, dice la psicologa, sono ripetitive. «Circondano la vittima, che di solito ha l'apparenza debole. L'aggrediscono e la filmano. L'obiettivo è totalizzare più like possibili sui social. La loro speranza è che i video diventino virali».
Talvolta si formano gang miste. «Le ragazzine vengono accettate perché fidanzate di uno del branco, c'è una sorta di iniziazione sessuale. Ma una volta entrate nel gruppo tendono in breve tempo a uscirne per creare una loro gang. Mentre tra i maschi la gerarchia è più marcata, tra le femmine è sfumata, sono quasi tutte sullo stesso piano, non ci sono leader. Sono sfacciate, audaci e la maggior parte abituate alla violenza in famiglia, per loro l'aggressività è naturale. Quelle che vengono da famiglie benestanti, spesso emulano i video». E la reazione dei ragazzi? Pettrone commenta che «tendono a minimizzare gli atteggiamenti violenti delle coetanee, a sminuirne il valore perché si sentono in competizione e in un certo senso le temono. Talvolta sono divertiti dalla tipologia delle ragazze cattive e questo non fa che accrescere il loro compiacimento. Si sentono al centro dell'attenzione maschile e la loro smania di protagonismo è soddisfatta.
Fanno a gara sul social Tiktok per le bravate. Acquisiscono una parità distorta nella violenza. Imitano molto le eroine dei film che hanno tratti mascolini e ostentano forza e aggressività». Pettrone, raccogliendo le esperienze dei ragazzi, ha rilevato che ci sono videogiochi e film diventati modelli «cult» di violenza. Come il Gta, in cui vince chi ruba e violenta le donne. È vietato ai minori ma dilaga proprio tra di loro. «Lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione e l'incitamento alla violenza non dovrebbero costituire la principale trama di un videogioco per adolescenti. Eppure alcuni di questi videogiochi che si basano proprio su una serie di attività criminali finalizzate a conseguire i punti sono molto vendute tra i giovani», spiega la psicologa. «Più si spara, più si uccide e più si sale nella graduatoria. La classifica si scala facilmente se tra le vittime ci sono i poliziotti. In ragazzi già predisposti all'aggressività, film e giochi forniscono modelli, lanciano messaggi negativi che trovano terreno fertile tra le baby gang».
Nel camper del progetto Informa arrivano anche i genitori. Pettrone sottolinea che tali fenomeni di violenza di gruppo sono radicati soprattutto lì dove le famiglie sono assenti: «I genitori non sanno più mettere un limite, stabilire regole. Il che consente di scrollarsi di dosso le responsabilità. C'è la cultura dell'adolescente che deve essere libero. Così accade che difendono i figli anche di fronte ad atti gravi. Cercano di addossare la colpa all'esterno, agli insegnanti, agli amici».
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Rapine, pestaggi, bullismo: le bande minorili fanno paura. Antimafia e Osservatorio adolescenti lanciano l'allarme. Anche perché i genitori spesso difendono i figli teppisti.Il sociologo Lello Savonardo: «Il bullismo esiste da tempo ma oggi su Internet ha più evidenza».La psicologa Andreana Pettrone, che fa la spola tra le scuole di Napoli: le femmine colpiscono, umiliano e poi gareggiano su Tiktok per le bravate.Lo speciale contiene tre articoli.Non aspettano nemmeno l'oscurità della sera. Agiscono in modo sfrontato in pieno giorno, con la sicurezza di chi sa che la farà franca. Si muovono in piccoli gruppi, talvolta hanno anche 12-13 anni, non hanno un piano prestabilito, girovagano per la città alla ricerca di una vittima. La circondano, la aggrediscono a parole nella migliore delle ipotesi, ma spesso arrivano a calci, pugni, schiaffi, sputi, oppure strappano catenine, depredano quel che capita, giubbotti e scarpe di marca. Minacciano le loro vittime se denunciano l'accaduto ai genitori. Un clima di terrore avvalorato dal fatto che sanno di essere non punibili per legge e spesso possono contare sulla superficialità dei genitori che minimizzano, e accusano le autorità di perseguire delle «ragazzate». Il fenomeno delle baby gang è sempre più diffuso nelle città e coinvolge minori non solo provenienti da famiglie con disagio economico, ma anche da un contesto sociale di benessere. E in questi casi le rapine improvvisate diventano una ostentazione di forza, il gusto di infrangere le regole e di acquisire agli occhi dei coetanei un ruolo da protagonista. Tutto avviene con improvvisazione, non c'è una pianificazione. Si prende ciò che è possibile, anche pochi euro dalle tasche del malcapitato. Il fenomeno dilaga anche tra le ragazzine. Al pari dei loro coetanei maschi sono protagoniste di atti vandalici, pestaggi, risse, rapine. Persino la Direzione investigativa antimafia (Dia), nel suo report annuale, ne ha parlato con toni allarmanti e l'Osservatorio nazionale adolescenza ha raccolto i dati su circa 8.000 adolescenti tra 14 e 19 anni. Da questa rilevazione è emerso che si sta diffondendo la gogna mediatica. Due ragazzine su 10 hanno fotografato o filmato un compagno per prenderlo in giro e il 3% ha diffuso false informazioni online su un conoscente. Non mancano i casi in cui vengono diffuse in Rete le sevizie su una coetanea.Che cosa sta succedendo? Liliana Dell'Osso, direttore della clinica psichiatrica dell'università di Pisa, spiega che è un fenomeno di «emancipazione distorta, una mascolinizzazione delle ragazze che rinunciano alle prerogative femminili a favore di ruoli creati su stereotipi maschili». Secondo la psicoterapeuta Maura Manca, «queste ragazze spesso non hanno un movente per il sopruso se non massacrare la vittima, metterla in una condizione di terrore». E poi postare tutto sulle reti sociali facendo a gara a chi incassa più like, più visualizzazioni, più condivisioni e il gradimento della Rete. Le baby gang ci sono sempre state, ma le piattaforme social sembra lo stiano alimentando. I casi si moltiplicano su tutto il territorio nazionale. A Bergamo e provincia, le statistiche dei reati indicano un calo per quasi tutte le voci tranne che per le rapine attuate da minorenni, aumentate del 100% tra il 2019 e il 2021: non azioni a mano armata in attività commerciali o simili, ma compiute a danni di coetanei per avere il cellulare e oggetti di marca. Nel trimestre ottobre-novembre 2019 le denunce in città erano state 13, nello stesso periodo dell'anno scorso sono salite a 35 e quest'anno, dal 1° settembre al 10 novembre ne sono state denunciate già 26.Gli investigatori hanno parlato di un «caso Varese» per indicare la realtà dei tredicenni terribili che a gruppetti rapinano i coetanei. Gli oggetti più preziosi finiscono ai Compro oro e i ragazzi non si preoccupano della possibilità che gli impiegati del negozio possano avvisare le forze dell'ordine. Dalla provincia il fenomeno dilaga a Milano. Ma polizia e carabineri, hanno riportato le cronache locali del Corriere della Sera, riferiscono la reazione inaspettata dei genitori che arrivano in commissariato infastiditi per esser stati disturbati, oppure minimizzano e se la prendono con le forze dell'ordine colpevoli, a loro dire, di aver esagerato, di aver preso di mira i loro figli bravi ed educati. A Padova, la settimana scorsa, i carabinieri hanno sgominato una baby gang, composta da tre minorenni e un diciottenne, che si divertiva a danneggiare opere pubbliche. A Modena in prefettura c'è stato un vertice proprio sul tema della dilagante violenza minorile. A Foggia, dopo lunghe indagini, è stato bloccato con un'ordinanza di custodia cautelare in carcere un gruppo di ragazzi che ha seminato il terrore nella movida cittadina per mesi. La gang, composta da maggiorenni e tre minorenni, agiva senza alcuna paura anche con pestaggi violenti al punto che il Gip di Foggia ha parlato di «bestiale aggressione».Psicologi e sociologi si interrogano sulle cause del fenomeno. Sotto accusa sono anche film e videogame che trasmettono messaggi di violenza. Ha scatenato un dibattito e le proteste dei genitori la serie di Netflix The squid game, diventato un successo mondiale. La fiction è vietata ai minori, ma numerosi insegnanti hanno denunciato l'emulazione degli studenti. In una scuola di Rignano sull'Arno (Firenze) la preside ha scritto in una circolare che «i bambini più piccoli giocano a Squid game e diventano violenti»: per imitare gli attori, alcuni ragazzini picchiano i compagni o mimano il gesto di uccidere facendo finta di avere una pistola.La Fondazione Carolina onlus, nata in memoria dell'adolescente Carolina Picchio che si tolse la vita perché vittima di cyberbullismo, ha lanciato una petizione dal titolo «Fermiamo lo Squid game»: nel giro di 30 ore ha raccolto 7.000 firme. Da una scuola media di Torino è arrivata la segnalazione del caso di un ragazzo schiaffeggiato perché non aveva superato una prova orchestrata da alcuni compagni. A Roma, nella scuola elementare dell'istituto Santa Dorotea, alcuni bambini sono stati sorpresi mentre si spintonavano e si prendevano a schiaffi imitando il gioco perverso della prima puntata della serie. Polemiche anche sul videogioco Gta, acronimo di Grand theft auto, in cui il giocatore è chiamato ad assumere il ruolo di un criminale e perpetrare attività illegali. Un gioco dedicato a un pubblico adulto ma che finisce nelle mani dei giovanissimi. Nel gioco chi pesta o uccide un poliziotto scala la classifica del punteggio. Un messaggio che può avere conseguenze gravi su soggetti già predisposti all'aggressività.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adolescenti-violenza-2655774172.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chi-dipende-dal-web-diventa-piu-aggressivo" data-post-id="2655774172" data-published-at="1637580904" data-use-pagination="False"> «Chi dipende dal web diventa più aggressivo» «Non credo nell'influenza totalizzante dei modelli negativi proposti da un tipo di cinematografia dove domina la violenza, nello sviluppo delle baby gang. Il cinema e i videogame sono modelli di riferimento per chi già vive una condizione di disagio sociale e psicologico. Sarebbe un errore pensare che film come Gomorra possono stimolare la violenza nei giovani e forniscono modelli da imitare. Questo accade se c'è già terreno fertile, cioè se il giovane ha già sviluppato atteggiamenti di violenza e aggressività e allora un determinato film gli fornisce uno strumento di reazione al proprio disagio». Lello Savonardo è un sociologo, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all'università di Napoli Federico II e ha curato, per il Comitato regionale per le comunicazioni (Corecom) della Campania in collegamento con le medesime strutture del Lazio e della Lombardia, una ricerca sull'influenza dei nuovi media sui minori. È autore anche del libro Adolescenti always on. Social media, web reputation e rischi online». Nel report viene trattato anche il tema del cyberbullismo e del sexting, cioè l'invio di materiale pornografico sul Web. Che cosa emerge dalla ricerca? «L'indagine è stata svolta nelle tre regioni coinvolgendo 1.500 adolescenti di età compresa tra 11 e 18 anni. Il cyberbullismo si manifesta dove la dipendenza dal Web è maggiore. In Campania la percentuale di ragazzi che sono stati vittime di questa aggressione sul Web è del 30,9% contro il 25,6% della Lombardia e il 26,9% del Lazio. La media in Italia è del 27,8%. Per i casi di abuso dei dati personali e violazione della privacy, rispetto a una media nazionale del 24%, i minori vittime in Campania sono risultati il 27,4% degli intervistati, nel Lazio il 25,3% e in Lombardia il 19,1%». Altri temi investigatI? «Sì, per esempio il sexting, cioè l'invio di messaggi dal contenuto sessualmente esplicito. Su una media nazionale del 20%, in Campania la percentuale dei minori che li riceve è il 22,3%, nel Lazio il 19,6%, in Lombardia il 18,8%. Molto diffuso anche il diffondere video di violenze sui social anche se ancora la percentuale è da quantificare». In quale contesto sociale si sviluppano le baby gang? «I fenomeni di bullismo sono sempre esistiti, ma adesso, sbarcati sul Web, hanno maggiore visibilità. È un fenomeno connesso al disagio sociale, alle marginalità e all'impoverimento culturale che accomuna giovani e famiglie. Il disagio che nasce dalla povertà economica ed educativa induce a colmare tali vuoti con forme di aggressività e protagonismo». Si cerca un riconoscimento sociale? «Non solo. Spesso i giovani hanno bisogno anche di far fronte a insicurezze psicologiche. Il protagonismo viene espresso attraverso l'aggressività, poiché non ci sono altri valori. I bulli sono vittime di un disagio. Il bullismo, quando entra nel Web, si diffonde in modo capillare e genera modelli distorti che vengono emulati. Le frustrazioni che alimentano la violenza nascono anche nelle famiglie benestanti. Talvolta il disagio psicologico è peggiore di quello economico». Come spiega la diffusione delle gang rosa, composte soltanto da ragazze? «Vivono l'emancipazione usando modelli maschili. Considerano la forza e l'aggressività come un modo per emanciparsi, per imporsi nel gruppo. Spesso estremizzano quella forza». I genitori talvolta giustificano o difendono i ragazzi anche di fronte a evidenti comportamenti dannosi. Cosa sta accadendo? «Il rapporto tra genitori e figli è cambiato profondamente. È venuta meno la struttura piramidale e i genitori si sentono più fratelli o sorelle. Questi episodi però restano minoritari». Come si combattono le baby gang? «C'è chi ha parlato di far intervenire l'esercito sulle strade. Io invece sono per un esercito di operatori culturali che agiscono innanzitutto sulle famiglie per individuare i disagi che alimentano la violenza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adolescenti-violenza-2655774172.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-cattiveria-vincono-le-ragazze-vogliono-essere-pari-ai-maschi" data-post-id="2655774172" data-published-at="1637580904" data-use-pagination="False"> In cattiveria vincono le ragazze: vogliono essere pari ai maschi «Spesso aggrediscono per il gusto di far male, di umiliare, per rimarcare una superiorità. Sottrarre un oggetto non è tanto una rapina fine a sé stessa, ma un modo per punire, spogliando la vittima dei suoi beni. Le ragazzine sono talvolta più violente dei coetanei maschi perché hanno un modo di attaccare sofisticato, usano l'arma psicologica, puntano a colpire il lato fragile». Andreana Pettrone è una psicologa specializzata in psicoterapia sistemica relazionale. Fa parte del pool di medici che partecipano al progetto Informa a Napoli: con un camper fanno la spola davanti a tre istituti tecnici di Napoli che abbracciano una vasta area urbana. «È un errore pensare che la violenza sia solo nei ceti più disagiati, che si sviluppi in famiglie che vivono in condizioni di marginalità sociale. L'aggressività unita alla spavalderia la troviamo anche tra i ragazzi benestanti». Pettrone dice che il fenomeno più dilagante è quello delle gang rosa: «Sono gruppetti di adolescenti che iniziano con piccoli atti di bullismo e poi in un crescendo di violenza, organizzano veri e propri raid contro loro coetanee. Di solito agiscono in branchi tutti al femminile. I pretesti sono i più disparati: da ritorsioni sentimentali, alla punizione per una presunta maldicenza o semplicemente il gusto di umiliare chi è isolata, chi non riconoscono come una loro pari». Secondo la psicologa vale molto l'omologazione fisica: «Chi non condivide un look, un atteggiamento dominante, è esclusa e bullizzata». Le frasi che ricorrono spesso a spiegare gli attacchi violenti - «non risparmiano alla vittima calci, pugni, graffi, sputi» - sono: «Meritava solo di essere picchiata» e «se l'è andata a cercare». Ma se poi viene chiesto loro di dare una spiegazione ulteriore, «non sanno cosa dire, c'è un vuoto linguistico disarmante», spiega Pettrone. A differenza dei coetanei maschi, le ragazze usano con compiacimento narcisistico i video che mettono sulle reti sociali. «Si compiacciono non solo di aver umiliato la vittima, ma anche di avere un riconoscimento pubblico, tramite i like, delle loro bravate. Cercano spesso una platea maschile come a dimostrare di essere più dure degli uomini. Il piacere maggiore lo traggono dal consenso dei coetanei maschi. Si scambiano tra loro nelle chat i commenti e li rilanciano alla ricerca di una approvazione più ampia possibile». Le modalità di aggressione, dice la psicologa, sono ripetitive. «Circondano la vittima, che di solito ha l'apparenza debole. L'aggrediscono e la filmano. L'obiettivo è totalizzare più like possibili sui social. La loro speranza è che i video diventino virali». Talvolta si formano gang miste. «Le ragazzine vengono accettate perché fidanzate di uno del branco, c'è una sorta di iniziazione sessuale. Ma una volta entrate nel gruppo tendono in breve tempo a uscirne per creare una loro gang. Mentre tra i maschi la gerarchia è più marcata, tra le femmine è sfumata, sono quasi tutte sullo stesso piano, non ci sono leader. Sono sfacciate, audaci e la maggior parte abituate alla violenza in famiglia, per loro l'aggressività è naturale. Quelle che vengono da famiglie benestanti, spesso emulano i video». E la reazione dei ragazzi? Pettrone commenta che «tendono a minimizzare gli atteggiamenti violenti delle coetanee, a sminuirne il valore perché si sentono in competizione e in un certo senso le temono. Talvolta sono divertiti dalla tipologia delle ragazze cattive e questo non fa che accrescere il loro compiacimento. Si sentono al centro dell'attenzione maschile e la loro smania di protagonismo è soddisfatta. Fanno a gara sul social Tiktok per le bravate. Acquisiscono una parità distorta nella violenza. Imitano molto le eroine dei film che hanno tratti mascolini e ostentano forza e aggressività». Pettrone, raccogliendo le esperienze dei ragazzi, ha rilevato che ci sono videogiochi e film diventati modelli «cult» di violenza. Come il Gta, in cui vince chi ruba e violenta le donne. È vietato ai minori ma dilaga proprio tra di loro. «Lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione e l'incitamento alla violenza non dovrebbero costituire la principale trama di un videogioco per adolescenti. Eppure alcuni di questi videogiochi che si basano proprio su una serie di attività criminali finalizzate a conseguire i punti sono molto vendute tra i giovani», spiega la psicologa. «Più si spara, più si uccide e più si sale nella graduatoria. La classifica si scala facilmente se tra le vittime ci sono i poliziotti. In ragazzi già predisposti all'aggressività, film e giochi forniscono modelli, lanciano messaggi negativi che trovano terreno fertile tra le baby gang». Nel camper del progetto Informa arrivano anche i genitori. Pettrone sottolinea che tali fenomeni di violenza di gruppo sono radicati soprattutto lì dove le famiglie sono assenti: «I genitori non sanno più mettere un limite, stabilire regole. Il che consente di scrollarsi di dosso le responsabilità. C'è la cultura dell'adolescente che deve essere libero. Così accade che difendono i figli anche di fronte ad atti gravi. Cercano di addossare la colpa all'esterno, agli insegnanti, agli amici».
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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