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2026-04-13
Deficit di attenzione e iperattività, troppe diagnosi frettolose sui bimbi
(IStock)
- «Gli studi non sponsorizzati da case farmaceutiche mostrano che i casi non sono in aumento», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni. Si rischia la stigmatizzazione dei piccoli e l’abuso di farmaci.
- l neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante: «Un tempo i “Giamburrasca” iniziavano a lavorare presto, mentre oggi le scuole devono seguirli fino a 16-18 anni. Gli smartphone accentuano i problemi».
- C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi.
Lo speciale contiene tre articoli.
Se ne è parlato molto dopo l’accoltellamento dell’insegnante di francese Chiara Mocchi della scuola media Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, da parte di un tredicenne cui era stato diagnosticato l’Adhd, per tentare di spiegare l’aggressività, la rabbia, l’isolamento di quell’adolescente.
In realtà, il deficit di attenzione/iperattività, una condizione del neurosviluppo i cui sintomi sono soprattutto la difficoltà nel mantenere la concentrazione, l’irrequietezza fisica e l’impulsività, se può non essere identificato tempestivamente è altrettanto vero che viene attribuito in eccesso, additandolo come un disturbo del quale soffrirebbero sempre più bambini (e anche adulti).
«Gli studi epidemiologici affidabili, non sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche, non dimostrano un trend in aumento di casi di Adhd. In aumento è il numero di diagnosi, che può essere un elemento positivo se gli accertamenti vengono fatti correttamente», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni, direttore di Neuroscience Clinical Center & Tms Unit.
Nei bambini e adolescenti, le stime globali dipendono molto dal metodo usato. Le meta-analisi più citate collocano la prevalenza di Adhd intorno al 5-8%, con valori più alti nei maschi. Una revisione «umbrella review», lo strumento di analisi statistica più avanzato e preciso, nel 2023 ha stimato una prevalenza globale dell’8% nei bambini/adolescenti, circa doppia nei maschi rispetto alle femmine.
Parliamo di Adhd su base biologica perché le manifestazioni di disagio comportamentale, non neurobiologico, sono assai più elevate e non quantificabili. «Non è facile fare una diagnosi appropriata anche perché la definizione dell’Adhd non è molto chiara, quindi le percentuali fornite dai diversi epidemiologi dipendono dai casi che hanno considerato e dall’età», precisa Serpelloni. Come tutte le diagnosi complesse c’è un problema di precisione. Lo spettro delle manifestazioni è molto ampio dentro il deficit di attenzione, dentro la iperattività comportamentale ci sono tante sottocategorie variegate «e malgrado le conoscenze in tema di Adhd siano avanzate, ci sono delle superficialità nell’approccio», aggiunge l’esperto.
Bisogna stare attenti alla frettolosità della diagnosi che crea molti falsi positivi e purtroppo non ci sono studi sulla misdiagnosi Adhd, l’errore diagnostico. Basta che un ragazzino si comporti un po’ fuori dalle regole e subito si pensa che soffra del disturbo di iperattività. «È molto facile mettere un’etichetta, è molto difficile poi toglierla. Ci vuole prudenza, perché poi gli effetti collaterali sono il labeling, la discriminazione e una semplificazione farmacologica. Negli anni passati c’era stata una forte spinta a risolvere il problema solo con il farmaco, il metilfenidato. L’approccio da cui partire, invece, è sicuramente l’approccio psicoeducativo», avverte l’esperto.
Le diagnosi psico comportamentali categoriali, in base alla statistica dei sintomi e delle patologie concludono per l’Adhd o per un bipolare o per il disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) che sono condizioni distinte, spesso confuse o in comorbilità. L’approccio neuroscientifico, che invece vuole capire come funziona il cervello, che va a vedere anche la genetica e l’epigenetica, è poco praticato.
Eppure, c’è una genetica di base nell’Adhd su base biologica. «Questo 8% di individui con intelligenza divergente, cioè fuori da una norma statistica, ha una cablatura differente dei network interni di funzionamento del cervello. Diverso non significa distorto. Le strutture di connessione fra le aree cerebrali interne sono diverse. Si nasce così, ma poi c’è lo sviluppo con tutte le esperienze in ambito sociale, relazionale e in ambito alimentare», precisa il neuroscienziato.
Gli Adhd su base biologica hanno destini differenti, se crescono in un ambiente repressivo o troppo liberal. Su questi individui l’ambiente ha un’influenza molto importante nella maturazione cerebrale, può modificare la struttura del cervello con degli stimoli puramente psicologici o relazionali. «Basti pensare agli studi epigenetici statunitensi su gemelli omozigoti, cresciuti in ambienti distinti, che mostrano come la genetica di base inizialmente uguale per entrambi, dopo cinquant’anni era variata in base a quello che si mangiava, si sentiva. I profili epigenetici risultavano diversi».
L’attenzione mediatica si concentra soprattutto sulla possibilità che adolescenti con questa condizione del neurosviluppo diventino dei rischi sociali, quindi la preoccupazione non è tanto per la difficoltà di attenzione, l’incapacità di programmare o la programmazione ossessiva dei soggetti che ne soffrono, ma per il loro non controllo delle reazioni, per la facilità ad arrabbiarsi in particolar modo quando vengono repressi. Molti hanno un grande senso dell’ingiustizia, ne fanno spesso una questione personale più rilevante di quanto non sia in realtà come sarebbe accaduto al tredicenne di Trescore Balneario.
Se fin dall’asilo o dalle elementari, la risposta che viene data alla loro esuberanza creativa e fisica è quella della repressione, la reazione nella psiche è pesantissima. Fa presente Serpelloni: «Sa quante volte dobbiamo spiegare a genitori e insegnanti che queste non sono problematiche di maleducazione, ma neurologiche e psicologiche di conseguenza?».
Non serve permissivismo, ma binari sui quali incanalare i bambini con questo disturbo. È importante avere ambienti stabili. Accertare come sia la reazione della famiglia e poi della scuola, perché se hanno attivato dei meccanismi repressivi, espulsivi, vanno gestiti. Certo, non è affatto semplice, per questo vanno seguiti per lungo tempo con assistenza psicologica, educativa e di supporto. Il trattamento dell’Adhd, infatti, si basa su un approccio multidisciplinare che combina terapie comportamentali e farmacologiche. I consultori familiari possono farlo, oggi molti sono specializzati.
Il metilfenidato, farmaco stimolante del sistema nervoso centrale, va dato come trattamento di prima linea nell’Ahdh quando il supporto psicoeducativo non riesce a contenere l’eccesso di esuberanza del bambino e il suo atteggiamento gli compromette la socialità. «Somministrato con molto raziocinio e molto monitoraggio», raccomanda Serpelloni. «Un tempo, i vecchi pediatri consigliavano alle mamme due o tre gocce di Valium, invece il calmante faceva peggio e lo si è capito dopo. I bambini con Adhd non hanno bisogno di essere sedati nel cervello, devono amplificare le attività del lobo prefrontale, quello del controllo degli impulsi, altrimenti diventano ancora di più discontrollati».
È un farmaco che ha effetto eccitatorio, attivante ma che non va somministrato per tutta la vita. Aiuta, se ben dosato, nel periodo dell’adolescenza. Con l’ingresso nell’età adulta, il disturbo tende spesso ad attenuarsi, ma in alcuni casi persiste la disattenzione e l’incapacità di gestire in modo efficace il tempo, gli impegni quotidiani.
Nell’adulto, dove i sintomi possono emergere più tardi, soprattutto sotto forma di difficoltà a pianificare le attività, a regolare le emozioni, si parla di una prevalenza del 3,1%. Se invece si distingue fra Adhd persistente dall’infanzia e Adhd sintomatico in età adulta, una meta-analisi globale ha stimato 2,58% per la forma persistente e 6,76% per la forma sintomatica. Questo significa che l’Adhd nell’adulto non è raro, ma una quota rilevante resta probabilmente non riconosciuta o non trattata.
I soggetti vengono sovente descritti come degli anti sociali o dei geni. Nei pazienti adulti sembra funzionare una tecnica non invasiva e non farmacologica che sfrutta le onde magnetiche per regolarizzare le funzioni cerebrali e può stabilizzare il quadro clinico cognitivo e spesso collegato anche a sindrome ansiosa e depressive. Una tecnica molto ben sperimentata e utilizzata in tutto il mondo per la depressione maggiore e l’Alzheimer non evoluto, oltre che per altre problematiche.
In conclusione, prevalenza reale del disturbo, diagnosi registrate, uso di farmaci e domanda di valutazioni cliniche non coincidono. Tra gli elementi ignoti e le aree di incertezza ci sono l’impatto a lungo termine dell’aumento delle diagnosi adulte, gli effetti neurobiologici dell’uso farmacologico episodico o improprio, le differenze tra sistemi sanitari nel trattare il disturbo.
Quindi il messaggio corretto è che la domanda assistenziale di Adhd sta crescendo, ma non possiamo dire con la stessa sicurezza che la prevalenza biologica reale stia aumentando nella stessa misura.
«Sopportiamo meno gli irrequieti»
«L’iperattivo viene avvertito, segnalato di più, perché certi comportamenti che i bambini hanno sempre avuto oggi danno più fastidio», dichiara il neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante, responsabile della Uoc Infanzia Adolescenza Famiglia e Consultori dell’Ulss 9 Scaligera. Durante l’emergenza sanitaria aveva redatto un questionario sugli effetti di due mesi in emergenza Covid-19, al quale avevano risposto 500 famiglie venete ed era emerso che l’aggressività, i disturbi del comportamento erano «peggiorati nel 40% di bambini e ragazzi, da 8 a 18 anni con conseguenze quali, regressione, perdita di quanto avevano raggiunto».
Dottore, ma una volta atteggiamenti considerati maleducati o fuori dalla norma non venivano maggiormente censurati?
«C’era più rigore, però questi soggetti turbolenti, chiamiamoli Giamburrasca, ripetenti alle scuole elementari e medie, avevano come destino il mondo del lavoro dove uno produce “muovendosi”. Adesso si inizia a lavorare dopo aver conseguito almeno un diploma di scuola secondaria di secondo grado e se il bambino ha dei problemi, viene segnalato. Le scuole sono le prime ad entrare in difficoltà nel seguirlo fino a 16, 18 anni».
La scuola prima ancora della famiglia?
«L’istituto richiede che il bambino Adhd sia accompagnato da un insegnante di sostegno, ma i servizi cercano di porre un freno chiedendo la certificazione del disagio. Gli stessi genitori di altri alunni, sapendo che in classe c’è un bambino “indisciplinato” che impedisce la normale esecuzione delle attività scolastiche, si lamentano con gli insegnanti».
Quindi oggi c’è maggiore insofferenza verso chi ha l’Adhd?
«Il grado di sopportazione è ormai molto basso per moltissime cose, perché è aumentato il numero di fattori che dobbiamo tenere sotto controllo. Basti pensare agli stimoli sensoriali, ai nuovi bioritmi sociali cui attenersi e che determinano una sorta di affaticamento».
Si può affermare che ci sono più diagnosi di Adhd perché sono aumentate le segnalazioni?
«Certo. E nella popolazione generale c’è un incremento della tendenza a essere iperfocalizzati. Il bambino, con gli strumenti tecnologici che gli vengono messi a disposizione, come il cartone animato che vede sul cellulare cento volte al giorno, subisce una stimolazione tecnologica eccessiva e tende a sviluppare delle competenze specifiche legate a pochi stimoli presenti nel suo ambiente».
Problemi che nascono in famiglia.
«Non solo. Una volta il bambino era più sollecitato a collaborare, a partecipare al gioco in cortile, oggi pure lui ha un utilizzo ipertrofico degli smartphone. Quando arriva a scuola, tende a trovarsi in una situazione di difficoltà davanti a insegnanti diversi, con schemi didattici differenti e ha una ridotta flessibilità adattiva. La stimolazione che arriva dall’ambiente richiede adattamento, invece il soggetto Adhd risponde esageratamente e di continuo. Fa fatica a inibire. Diventa oppositivo, provocatorio, manifesta disturbi emotivi».
I casi sono aumentati?
«C’è un piccolo incremento rispetto al passato ma il disturbo del neurosviluppo c’è sempre stato. Come ho spiegato prima, una volta chi ne soffriva non concludeva gli studi»
La visita neuropsichiatrica riesce sempre a definire l’Adhd?
«Per una piccola percentuale, il 30%, la ricerca scientifica dimostra che hanno un ridotto funzionamento cerebrale, in particolare dei circuiti inibitori. Evidenziamo il disturbo su base biologica verificando che quel bambino, oltre alla sintomatologia di ridotto adattamento ha delle difficoltà a concludere, come il portare a termine un compito. A questi “riconosciuti Adhd” si sommano dei bambini che hanno comportamenti simili, quali l’estrema distrazione, la difficoltà a concentrarsi ma che non presentano un disturbo biologico».
Passano per Adhd senza esserlo?
«La loro condizione “limite” viene interpretata in maniera esagerata da test valutativi che vengono fatti in ambulatorio, e con questionari che vengono compilati dai genitori, dall’insegnante. Probabilmente crescendo il loro disordine rientra. La scuola deve avere la capacità di proporre attività diverse, di piccoli di gruppi, di sport, di teatro nelle quali il bambino riesca ad essere sollecitato adattandosi».
C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi
Difficile dire se media e governo se ne occuperanno davvero.
Dopo la Resurrezione pasquale ci aspetta comunque una questione, per niente nuova, che ormai però se non affrontata seriamente è destinata a condizionare in profondità (come già sta facendo) la vita e il futuro dell’Italia: la condizione fisica, psicologica, spirituale e materiale dei giovani italiani dalla fine dell’infanzia in poi (e a volte anche prima). Non è una storia nuova, come dimostra (oltre alle cronache più recenti) anche un indicatore spietato nella sua precisione: il fatto che in Europa nelle classifiche di lavoro e studio dai quindicenni ai più che trentenni, i giovani italiani siano i messi peggio, i soprannominati ragazzi né-né che non studiano né lavorano.
Finora abbiamo fatto finta di niente. Passata la trentina queste persone senza formazione né scolastica né lavorativa entrano nel mondo del lavoro in condizioni psicologiche, economiche e affettive tutt’altro che brillanti, anzi con un profondo vissuto di sconfitta verso gli altri, mascherato da una sempre meno nascosta violenza in chi finalmente va in qualche tipo di scuola e formazione. Intanto però la loro frustrazione e la loro rabbia la portano dappertutto dove vanno, appesantendo interi ambienti e storie personali; mentre i sondaggi più recenti continuano a confermare l’ostinato primato italico dei né-né, naturalmente indeboliti dal tempo perduto a far niente o quasi, ponendosi fuori da ogni progetto costruttivo. Una posizione che sviluppa nella stragrande maggioranza dei casi il disturbo psichico di Paranoia. La follia che fa la storia come la presenta lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja nel titolo dell’importante libro (ormai diffuso in tutto il mondo) che le ha dedicato.
A questa debolezza ormai strutturale dalla psiche delle nuove generazioni occidentali, cui i media e ancor più la politica sembrano finalmente riservare anch’essi un’attenzione, peraltro finora piuttosto debole e distratta, si è ora unito un fenomeno che svela i veleni ormai ampiamente circolanti tra giovani e giovanissimi in astinenza di cibi più nutrienti o, si vorrebbe, almeno non avvelenati. Si tratta delle reti, i social, ed ora anche il loro servo/a sciocco della corte dei miracoli del domani: la Ia-Ai, con il suo insopportabile nitrito asinino, che dalla immaginaria saggezza del computer e dei social di accompagnamento fornisce consigli suadenti per conquistare la devozione del poverino, in disperata ricerca di un capo però travestito da servo. E se l’altro non sta al gioco sono, per esempio, coltellate.
Come puntualmente avvenuto anche nel tentativo di omicidio subìto dall’insegnante di Trescore, Bergamo, da parte di un allievo tredicenne. Nel miscuglio per ora tossico di ragazzi privi di qualsiasi autentica formazione, con insegnanti per ora in formazione (dato che la situazione reale è in cambiamento continuo), ma accompagnati dal sostegno prezzolato di istruttori elettronici devoti ai loro momentanei padroni/utenti, di cui confermano servilmente le iniziative, come accaduto anche al tredicenne in questione. È stato quindi importante che Giuseppe Valditara, il ministro dell’Istruzione, abbia subito incontrato l’insegnante di francese attaccata a coltellate perché la persona lo merita, ma soprattutto perché la questione non riguarda solo Trescore Balneario, ma la maggior parte dell’Italia e del mondo occidentale con le sue nuove generazioni. Dovunque, esse sono assediate da strumenti ampiamente invasivi delle personalità degli studenti che devono ormai essere portati a scegliere personalmente i propri percorsi di formazione e sviluppo, come la maggior parte dei Paesi coinvolti ha ormai scoperto da tempo, passando finalmente al contrattacco nei confronti dei molti poteri interessati al condizionamento lanciato alla conquista delle nuove generazioni.
La libertà di giudizio critico delle nuove generazioni è però la risorsa più indispensabile al futuro dei Paesi e va costantemente protetta dai raggruppamenti e organizzazioni dei nuovi tipi e forme di comunicazione, oggi impegnate in tutto il mondo per conquistarli. La paranoia - ricorda Zoja - «ha prestato al mito figure come Ajace od Otello, e alla storia personaggi come Hitler o Stalin. Ma questo tratto psicologico può anche apparire in un giorno qualunque, in una persona qualunque. È il piccolo Hitler dentro di noi». Appunto.
«Gli studi non sponsorizzati da case farmaceutiche mostrano che i casi non sono in aumento», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni. Si rischia la stigmatizzazione dei piccoli e l’abuso di farmaci.l neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante: «Un tempo i “Giamburrasca” iniziavano a lavorare presto, mentre oggi le scuole devono seguirli fino a 16-18 anni. Gli smartphone accentuano i problemi».C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi.Lo speciale contiene tre articoli.Se ne è parlato molto dopo l’accoltellamento dell’insegnante di francese Chiara Mocchi della scuola media Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, da parte di un tredicenne cui era stato diagnosticato l’Adhd, per tentare di spiegare l’aggressività, la rabbia, l’isolamento di quell’adolescente. In realtà, il deficit di attenzione/iperattività, una condizione del neurosviluppo i cui sintomi sono soprattutto la difficoltà nel mantenere la concentrazione, l’irrequietezza fisica e l’impulsività, se può non essere identificato tempestivamente è altrettanto vero che viene attribuito in eccesso, additandolo come un disturbo del quale soffrirebbero sempre più bambini (e anche adulti). «Gli studi epidemiologici affidabili, non sponsorizzati dalle aziende farmaceutiche, non dimostrano un trend in aumento di casi di Adhd. In aumento è il numero di diagnosi, che può essere un elemento positivo se gli accertamenti vengono fatti correttamente», spiega il neuroscienziato Giovanni Serpelloni, direttore di Neuroscience Clinical Center & Tms Unit. Nei bambini e adolescenti, le stime globali dipendono molto dal metodo usato. Le meta-analisi più citate collocano la prevalenza di Adhd intorno al 5-8%, con valori più alti nei maschi. Una revisione «umbrella review», lo strumento di analisi statistica più avanzato e preciso, nel 2023 ha stimato una prevalenza globale dell’8% nei bambini/adolescenti, circa doppia nei maschi rispetto alle femmine. Parliamo di Adhd su base biologica perché le manifestazioni di disagio comportamentale, non neurobiologico, sono assai più elevate e non quantificabili. «Non è facile fare una diagnosi appropriata anche perché la definizione dell’Adhd non è molto chiara, quindi le percentuali fornite dai diversi epidemiologi dipendono dai casi che hanno considerato e dall’età», precisa Serpelloni. Come tutte le diagnosi complesse c’è un problema di precisione. Lo spettro delle manifestazioni è molto ampio dentro il deficit di attenzione, dentro la iperattività comportamentale ci sono tante sottocategorie variegate «e malgrado le conoscenze in tema di Adhd siano avanzate, ci sono delle superficialità nell’approccio», aggiunge l’esperto. Bisogna stare attenti alla frettolosità della diagnosi che crea molti falsi positivi e purtroppo non ci sono studi sulla misdiagnosi Adhd, l’errore diagnostico. Basta che un ragazzino si comporti un po’ fuori dalle regole e subito si pensa che soffra del disturbo di iperattività. «È molto facile mettere un’etichetta, è molto difficile poi toglierla. Ci vuole prudenza, perché poi gli effetti collaterali sono il labeling, la discriminazione e una semplificazione farmacologica. Negli anni passati c’era stata una forte spinta a risolvere il problema solo con il farmaco, il metilfenidato. L’approccio da cui partire, invece, è sicuramente l’approccio psicoeducativo», avverte l’esperto. Le diagnosi psico comportamentali categoriali, in base alla statistica dei sintomi e delle patologie concludono per l’Adhd o per un bipolare o per il disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) che sono condizioni distinte, spesso confuse o in comorbilità. L’approccio neuroscientifico, che invece vuole capire come funziona il cervello, che va a vedere anche la genetica e l’epigenetica, è poco praticato. Eppure, c’è una genetica di base nell’Adhd su base biologica. «Questo 8% di individui con intelligenza divergente, cioè fuori da una norma statistica, ha una cablatura differente dei network interni di funzionamento del cervello. Diverso non significa distorto. Le strutture di connessione fra le aree cerebrali interne sono diverse. Si nasce così, ma poi c’è lo sviluppo con tutte le esperienze in ambito sociale, relazionale e in ambito alimentare», precisa il neuroscienziato. Gli Adhd su base biologica hanno destini differenti, se crescono in un ambiente repressivo o troppo liberal. Su questi individui l’ambiente ha un’influenza molto importante nella maturazione cerebrale, può modificare la struttura del cervello con degli stimoli puramente psicologici o relazionali. «Basti pensare agli studi epigenetici statunitensi su gemelli omozigoti, cresciuti in ambienti distinti, che mostrano come la genetica di base inizialmente uguale per entrambi, dopo cinquant’anni era variata in base a quello che si mangiava, si sentiva. I profili epigenetici risultavano diversi». L’attenzione mediatica si concentra soprattutto sulla possibilità che adolescenti con questa condizione del neurosviluppo diventino dei rischi sociali, quindi la preoccupazione non è tanto per la difficoltà di attenzione, l’incapacità di programmare o la programmazione ossessiva dei soggetti che ne soffrono, ma per il loro non controllo delle reazioni, per la facilità ad arrabbiarsi in particolar modo quando vengono repressi. Molti hanno un grande senso dell’ingiustizia, ne fanno spesso una questione personale più rilevante di quanto non sia in realtà come sarebbe accaduto al tredicenne di Trescore Balneario. Se fin dall’asilo o dalle elementari, la risposta che viene data alla loro esuberanza creativa e fisica è quella della repressione, la reazione nella psiche è pesantissima. Fa presente Serpelloni: «Sa quante volte dobbiamo spiegare a genitori e insegnanti che queste non sono problematiche di maleducazione, ma neurologiche e psicologiche di conseguenza?». Non serve permissivismo, ma binari sui quali incanalare i bambini con questo disturbo. È importante avere ambienti stabili. Accertare come sia la reazione della famiglia e poi della scuola, perché se hanno attivato dei meccanismi repressivi, espulsivi, vanno gestiti. Certo, non è affatto semplice, per questo vanno seguiti per lungo tempo con assistenza psicologica, educativa e di supporto. Il trattamento dell’Adhd, infatti, si basa su un approccio multidisciplinare che combina terapie comportamentali e farmacologiche. I consultori familiari possono farlo, oggi molti sono specializzati. Il metilfenidato, farmaco stimolante del sistema nervoso centrale, va dato come trattamento di prima linea nell’Ahdh quando il supporto psicoeducativo non riesce a contenere l’eccesso di esuberanza del bambino e il suo atteggiamento gli compromette la socialità. «Somministrato con molto raziocinio e molto monitoraggio», raccomanda Serpelloni. «Un tempo, i vecchi pediatri consigliavano alle mamme due o tre gocce di Valium, invece il calmante faceva peggio e lo si è capito dopo. I bambini con Adhd non hanno bisogno di essere sedati nel cervello, devono amplificare le attività del lobo prefrontale, quello del controllo degli impulsi, altrimenti diventano ancora di più discontrollati». È un farmaco che ha effetto eccitatorio, attivante ma che non va somministrato per tutta la vita. Aiuta, se ben dosato, nel periodo dell’adolescenza. Con l’ingresso nell’età adulta, il disturbo tende spesso ad attenuarsi, ma in alcuni casi persiste la disattenzione e l’incapacità di gestire in modo efficace il tempo, gli impegni quotidiani. Nell’adulto, dove i sintomi possono emergere più tardi, soprattutto sotto forma di difficoltà a pianificare le attività, a regolare le emozioni, si parla di una prevalenza del 3,1%. Se invece si distingue fra Adhd persistente dall’infanzia e Adhd sintomatico in età adulta, una meta-analisi globale ha stimato 2,58% per la forma persistente e 6,76% per la forma sintomatica. Questo significa che l’Adhd nell’adulto non è raro, ma una quota rilevante resta probabilmente non riconosciuta o non trattata.I soggetti vengono sovente descritti come degli anti sociali o dei geni. Nei pazienti adulti sembra funzionare una tecnica non invasiva e non farmacologica che sfrutta le onde magnetiche per regolarizzare le funzioni cerebrali e può stabilizzare il quadro clinico cognitivo e spesso collegato anche a sindrome ansiosa e depressive. Una tecnica molto ben sperimentata e utilizzata in tutto il mondo per la depressione maggiore e l’Alzheimer non evoluto, oltre che per altre problematiche.In conclusione, prevalenza reale del disturbo, diagnosi registrate, uso di farmaci e domanda di valutazioni cliniche non coincidono. Tra gli elementi ignoti e le aree di incertezza ci sono l’impatto a lungo termine dell’aumento delle diagnosi adulte, gli effetti neurobiologici dell’uso farmacologico episodico o improprio, le differenze tra sistemi sanitari nel trattare il disturbo.Quindi il messaggio corretto è che la domanda assistenziale di Adhd sta crescendo, ma non possiamo dire con la stessa sicurezza che la prevalenza biologica reale stia aumentando nella stessa misura.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adhd-ragazzi-deficit-attenzione-2676705084.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sopportiamo-meno-gli-irrequieti" data-post-id="2676705084" data-published-at="1776077931" data-use-pagination="False"> «Sopportiamo meno gli irrequieti» «L’iperattivo viene avvertito, segnalato di più, perché certi comportamenti che i bambini hanno sempre avuto oggi danno più fastidio», dichiara il neuropsichiatra infantile Leonardo Zoccante, responsabile della Uoc Infanzia Adolescenza Famiglia e Consultori dell’Ulss 9 Scaligera. Durante l’emergenza sanitaria aveva redatto un questionario sugli effetti di due mesi in emergenza Covid-19, al quale avevano risposto 500 famiglie venete ed era emerso che l’aggressività, i disturbi del comportamento erano «peggiorati nel 40% di bambini e ragazzi, da 8 a 18 anni con conseguenze quali, regressione, perdita di quanto avevano raggiunto».Dottore, ma una volta atteggiamenti considerati maleducati o fuori dalla norma non venivano maggiormente censurati?«C’era più rigore, però questi soggetti turbolenti, chiamiamoli Giamburrasca, ripetenti alle scuole elementari e medie, avevano come destino il mondo del lavoro dove uno produce “muovendosi”. Adesso si inizia a lavorare dopo aver conseguito almeno un diploma di scuola secondaria di secondo grado e se il bambino ha dei problemi, viene segnalato. Le scuole sono le prime ad entrare in difficoltà nel seguirlo fino a 16, 18 anni».La scuola prima ancora della famiglia?«L’istituto richiede che il bambino Adhd sia accompagnato da un insegnante di sostegno, ma i servizi cercano di porre un freno chiedendo la certificazione del disagio. Gli stessi genitori di altri alunni, sapendo che in classe c’è un bambino “indisciplinato” che impedisce la normale esecuzione delle attività scolastiche, si lamentano con gli insegnanti».Quindi oggi c’è maggiore insofferenza verso chi ha l’Adhd?«Il grado di sopportazione è ormai molto basso per moltissime cose, perché è aumentato il numero di fattori che dobbiamo tenere sotto controllo. Basti pensare agli stimoli sensoriali, ai nuovi bioritmi sociali cui attenersi e che determinano una sorta di affaticamento».Si può affermare che ci sono più diagnosi di Adhd perché sono aumentate le segnalazioni?«Certo. E nella popolazione generale c’è un incremento della tendenza a essere iperfocalizzati. Il bambino, con gli strumenti tecnologici che gli vengono messi a disposizione, come il cartone animato che vede sul cellulare cento volte al giorno, subisce una stimolazione tecnologica eccessiva e tende a sviluppare delle competenze specifiche legate a pochi stimoli presenti nel suo ambiente».Problemi che nascono in famiglia.«Non solo. Una volta il bambino era più sollecitato a collaborare, a partecipare al gioco in cortile, oggi pure lui ha un utilizzo ipertrofico degli smartphone. Quando arriva a scuola, tende a trovarsi in una situazione di difficoltà davanti a insegnanti diversi, con schemi didattici differenti e ha una ridotta flessibilità adattiva. La stimolazione che arriva dall’ambiente richiede adattamento, invece il soggetto Adhd risponde esageratamente e di continuo. Fa fatica a inibire. Diventa oppositivo, provocatorio, manifesta disturbi emotivi».I casi sono aumentati?«C’è un piccolo incremento rispetto al passato ma il disturbo del neurosviluppo c’è sempre stato. Come ho spiegato prima, una volta chi ne soffriva non concludeva gli studi»La visita neuropsichiatrica riesce sempre a definire l’Adhd?«Per una piccola percentuale, il 30%, la ricerca scientifica dimostra che hanno un ridotto funzionamento cerebrale, in particolare dei circuiti inibitori. Evidenziamo il disturbo su base biologica verificando che quel bambino, oltre alla sintomatologia di ridotto adattamento ha delle difficoltà a concludere, come il portare a termine un compito. A questi “riconosciuti Adhd” si sommano dei bambini che hanno comportamenti simili, quali l’estrema distrazione, la difficoltà a concentrarsi ma che non presentano un disturbo biologico».Passano per Adhd senza esserlo?«La loro condizione “limite” viene interpretata in maniera esagerata da test valutativi che vengono fatti in ambulatorio, e con questionari che vengono compilati dai genitori, dall’insegnante. Probabilmente crescendo il loro disordine rientra. La scuola deve avere la capacità di proporre attività diverse, di piccoli di gruppi, di sport, di teatro nelle quali il bambino riesca ad essere sollecitato adattandosi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/adhd-ragazzi-deficit-attenzione-2676705084.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ce-chi-attenta-alla-liberta-di-giudizio-dei-ragazzi" data-post-id="2676705084" data-published-at="1776077931" data-use-pagination="False"> C’è chi attenta alla libertà di giudizio dei ragazzi Difficile dire se media e governo se ne occuperanno davvero.Dopo la Resurrezione pasquale ci aspetta comunque una questione, per niente nuova, che ormai però se non affrontata seriamente è destinata a condizionare in profondità (come già sta facendo) la vita e il futuro dell’Italia: la condizione fisica, psicologica, spirituale e materiale dei giovani italiani dalla fine dell’infanzia in poi (e a volte anche prima). Non è una storia nuova, come dimostra (oltre alle cronache più recenti) anche un indicatore spietato nella sua precisione: il fatto che in Europa nelle classifiche di lavoro e studio dai quindicenni ai più che trentenni, i giovani italiani siano i messi peggio, i soprannominati ragazzi né-né che non studiano né lavorano.Finora abbiamo fatto finta di niente. Passata la trentina queste persone senza formazione né scolastica né lavorativa entrano nel mondo del lavoro in condizioni psicologiche, economiche e affettive tutt’altro che brillanti, anzi con un profondo vissuto di sconfitta verso gli altri, mascherato da una sempre meno nascosta violenza in chi finalmente va in qualche tipo di scuola e formazione. Intanto però la loro frustrazione e la loro rabbia la portano dappertutto dove vanno, appesantendo interi ambienti e storie personali; mentre i sondaggi più recenti continuano a confermare l’ostinato primato italico dei né-né, naturalmente indeboliti dal tempo perduto a far niente o quasi, ponendosi fuori da ogni progetto costruttivo. Una posizione che sviluppa nella stragrande maggioranza dei casi il disturbo psichico di Paranoia. La follia che fa la storia come la presenta lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja nel titolo dell’importante libro (ormai diffuso in tutto il mondo) che le ha dedicato.A questa debolezza ormai strutturale dalla psiche delle nuove generazioni occidentali, cui i media e ancor più la politica sembrano finalmente riservare anch’essi un’attenzione, peraltro finora piuttosto debole e distratta, si è ora unito un fenomeno che svela i veleni ormai ampiamente circolanti tra giovani e giovanissimi in astinenza di cibi più nutrienti o, si vorrebbe, almeno non avvelenati. Si tratta delle reti, i social, ed ora anche il loro servo/a sciocco della corte dei miracoli del domani: la Ia-Ai, con il suo insopportabile nitrito asinino, che dalla immaginaria saggezza del computer e dei social di accompagnamento fornisce consigli suadenti per conquistare la devozione del poverino, in disperata ricerca di un capo però travestito da servo. E se l’altro non sta al gioco sono, per esempio, coltellate.Come puntualmente avvenuto anche nel tentativo di omicidio subìto dall’insegnante di Trescore, Bergamo, da parte di un allievo tredicenne. Nel miscuglio per ora tossico di ragazzi privi di qualsiasi autentica formazione, con insegnanti per ora in formazione (dato che la situazione reale è in cambiamento continuo), ma accompagnati dal sostegno prezzolato di istruttori elettronici devoti ai loro momentanei padroni/utenti, di cui confermano servilmente le iniziative, come accaduto anche al tredicenne in questione. È stato quindi importante che Giuseppe Valditara, il ministro dell’Istruzione, abbia subito incontrato l’insegnante di francese attaccata a coltellate perché la persona lo merita, ma soprattutto perché la questione non riguarda solo Trescore Balneario, ma la maggior parte dell’Italia e del mondo occidentale con le sue nuove generazioni. Dovunque, esse sono assediate da strumenti ampiamente invasivi delle personalità degli studenti che devono ormai essere portati a scegliere personalmente i propri percorsi di formazione e sviluppo, come la maggior parte dei Paesi coinvolti ha ormai scoperto da tempo, passando finalmente al contrattacco nei confronti dei molti poteri interessati al condizionamento lanciato alla conquista delle nuove generazioni.La libertà di giudizio critico delle nuove generazioni è però la risorsa più indispensabile al futuro dei Paesi e va costantemente protetta dai raggruppamenti e organizzazioni dei nuovi tipi e forme di comunicazione, oggi impegnate in tutto il mondo per conquistarli. La paranoia - ricorda Zoja - «ha prestato al mito figure come Ajace od Otello, e alla storia personaggi come Hitler o Stalin. Ma questo tratto psicologico può anche apparire in un giorno qualunque, in una persona qualunque. È il piccolo Hitler dentro di noi». Appunto.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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