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2022-10-17
Addio Milano. Così si uccide una città
Ansa
Il sindaco di Milano Beppe Sala sembra voler puntare a migliorare il record dello scorso anno: Milano ha chiuso il 2021 in cima alla classifica italiana per cancellazioni demografiche. Il 2022 potrebbe andare anche peggio, visto il fuggi fuggi che ha innescato con la cacciata degli automobilisti dal centro e con le restrizioni sulla mobilità che rendono la vita impossibile ai residenti. Per ora la differenza tra chi va via e chi sceglie la città della «Madunina» è di circa 3.000 abitanti in meno. Ed è il prodotto di un flusso di milanesi che se ne vanno più intenso rispetto a quelli che decidono di stabilire la residenza.
Le condizioni che rendono sempre meno vivibile la città spingono verso l’uscita. E ai primi posti c’è di certo l’indice di criminalità. Nel 2021 il capoluogo lombardo è primo anche in questa classifica, con oltre 193.000 reati denunciati, ovvero quasi 6.000 ogni 100.000 abitanti. Si tratta soprattutto di furti in negozi e auto in sosta. Ma è anche la seconda città italiana per rapine su strada e terza per associazioni a delinquere. Primati che tengono alla larga al pari dei roghi tossici, come quello alla Nitrolchimica. Altro che CO2 da auto datate. E poi ci sono le aggressioni in pieno giorno: al Lorenteggio, a via Gola, a Quarto Oggiaro, alla Barona, a Calvairate, a Ponte Lambro. E il degrado. Che da tempo non è più solo un problema delle periferie.
Basta fare un giro per le vie limitrofe alla Stazione centrale: da via Mauro Macchi a via Scarlatti passando per via Benedetto Marcello. Dove, sotto i palazzi in stile Liberty, si spaccia ed è possibile rimorchiare prostitute a tutte le ore del giorno. Qui i passanti rischiano di assistere a scene agghiaccianti. A luglio proprio davanti alla stazione un minorenne nordafricano è stato pestato a sangue. Si è scoperto che una tentata rapina era finita in una lite tra sbandati. Il malcapitato era arrivato solo qualche settimana prima con il solito barcone a Trapani. E appena raggiunta Milano ha disseminato il panico in città: denunciato dalla polizia per uno scippo a una turista straniera, poi fermato per interruzione di pubblico servizio mentre attraversava i binari alla metropolitana di Cadorna. E infine la rissa. Episodi che, basta spulciare la cronaca locale, si ripetono in continuazione e in qualsiasi quartiere della città.
Se si inseriscono le parole «rissa» e «Milano» nel motore di ricerca Google saltano fuori oltre dieci pagine fitte di notizie con titoli di questo tipo: «Milano corso Como, rissa fra due gruppi di giovani, due feriti»; «Milano, rissa con bottiglie e coltelli»; «Weekend di sangue, risse con i coltelli»; «Milano, sprangate e coltellate tra abusivi e africani». Gli scontri sono ormai una pratica all’ordine del giorno per le forze di polizia. «I feriti manco li contiamo più», dice alla Verità un funzionario della polizia locale al quale sono stati chiesti gli ultimi dati. Di certo tra luglio e agosto ci sono state 1.758 chiamate di vario genere alla centrale operativa. Dagli schiamazzi notturni ai reati di allarme sociale. Ma ci sono anche segnalazioni di degrado. Che non affollano solo i centralini delle forze dell’ordine. Libri bianchi e denunce di associazioni ne sono strapieni.
C’è chi si è concentrato sulle aree verdi. Piazza Aspromonte, tra Loreto e Piola: materassi, vestiti stesi sulle staccionata, resti di bivacchi, immondizia, cestini traboccanti di bottiglie di birra. Piazza Gobetti, di fronte alla stazione ferroviaria di Lambrate, nell’area giochi per i bambini le casette e gli scivoli sono stati colonizzati da senzatetto e la sera si apre il mercato del sesso. L’ultima denuncia risale a qualche giorno fa, con tanto di dossier fotografico preparato da Marco Cagnolati, consigliere forzista del Municipio 3, e pubblicato dal freepress Leggo.
Ci sono poi le aree inaccessibili. Quelle che si sono divisi romeni ed egiziani. In particolare, Lorenteggio, San Siro e via Gola. Aree della città che si sono beccate pure una segnalazione sul sito acchiappaturisti Visitare.pro, rientrando nei consigli sulle «zone da evitare». In via Padova, invece, con un po’ di sfortuna si può assistere a qualche scontro tra nigeriani e sudamericani, con tanto di machete.
E poi ci sono le baby gang. Incontrollabili. La mappa più aggiornata l’ha tirata fuori Sky tg24 sul suo sito Web. «Tra corso Lodi e Città studi ci sono quelli della Z4 specializzati nelle aggressioni ai coetanei». In zona San Siro «ci sono i Z7zoo che inneggiano ai gangsta rap americani». In tutto di baby gang se ne contano 16 in città, che ormai immerse nella subcultura del rap violento incendiano auto, picchiano gli anziani, scippano e rapinano. O si scontrano. Sono passate alla storia le maxi risse nel dehor del McDonald’s di piazza dei Mercanti.
Ma a rendere la vita dei residenti molto complicata ci sono anche le occupazioni abusive. Via Bolla è finita sulla cronaca nazionale per i pestaggi alla gitana. Ci sono caseggiati, però, che sono messi anche peggio: un appartamento su due è occupato da chi non ne ha diritto: da San Siro a via Gola, ma anche al Gallaratese e Baggio. Le ultime stime parlano di quasi il 6% di alloggi di edilizia popolare occupato illegalmente. E gli occupanti non sono quasi mai stinchi di santo. Chi ci vive fianco a fianco quotidianamente ne sa qualcosa. La città inoltre è diventata per nulla raccomandabile per le donne: molestie sessuali di gruppo (come a Capodanno). E stupri. Nel 2021 si sono registrate 477 violenze sessuali: più di un caso al giorno. Ad aprile il gruppo Facebook «Milano progetti e cantieri» ha chiesto ai propri utenti di esprimersi sul quartiere più pericoloso in città.
I risultati sono stati sorprendenti. Si va da San Siro a Corso Como, a via Bonfadini, a Corvetto e c’è perfino chi ha segnalato, con tanto di esperienze vissute, via Montenapoleone e via della Spiga, due zone centralissime che difficilmente un non milanese avrebbe immaginato nell’elenco. Su Milano tomorrow, giornale ultralocale che spesso affronta i problemi del degrado in città, hanno commentato: «Il quartiere più pericoloso di Milano è Milano stessa». Il capoluogo maglia nera in Italia, dal quale ormai chi può fugge, anche a causa delle strampalate idee green di Beppe Sala.
«Il bene collettivo non sta nel seguire i verdi talebani»
Gabriele Albertini, da ex sindaco di Milano, come giudica i divieti nell’area B voluti da Giuseppe Sala? Stanno creando grossi disagi ai milanesi, sfavorendo la parte della popolazione meno abbiente.
«Sono sempre stato molto scettico sul fatto che l’inquinamento fosse dovuto per la maggior parte all’autotrazione, perché negli anni in cui sono stato vicepresidente della commissione trasporti del parlamento europeo, cioè dal 2004 al 2009 ci siamo occupati di questo argomento e le statistiche di tutte le varie fonti di rilevazione a livello europeo davano l’inquinamento dovuto ai trasporti, quindi non solo le auto, non superiore al 23% dell’inquinamento totale. Il restante il 67% era più o meno tripartito nelle altre fonti di inquinamento: produzione di energia, la produzione industriale e per le città in particolare, il riscaldamento. Le scelte di questa amministrazione, ma anche di amministrazioni precedenti come quella di Letizia Moratti con la congestion charge, si sono invece concentrate sull’autotrazione cosa che è in contraddizione con gli elementi che ho appena citato. L’aria inoltre è un fluido; porre una barriera di accesso non fisica, come non potrebbe essere comunque, ma amministrativa all’aria che si muove dentro e fuori l’area B non evita che s’inquini».
Perché queste misure allora?
«Ci sono due interpretazioni: una ideologica e una funzionale. Quella ideologica è tipica dei verdi talebani: ce l’hanno con le macchine, per cui bisogna andare in bicicletta. Ricordo quando Milly Moratti, uno dei due consiglieri verde in consiglio comunale, da Galleria Passerella a Palazzo Marino veniva con una bicicletta. Quando pioveva però veniva un’autista a ritirare lei e un cameriere con l’ombrello a ritirare la bici. Inoltre, mi risulta utilizzasse il suo aereo privato per spostarsi in spazi esigui. Poi c’è un motivo funzionale. Tutti se la prendono con le auto perché le auto si vedono. Uno non è che parcheggia e si mette l’auto in tasca. Le auto si muovono e si possono controllare, mentre altre fonti di inquinamento, come il riscaldamento, sono difficili da controllare e imporre. Si pensa che l’auto si possa non usare, ma è tutto da vedere. Inoltre, è una misura che punisce chi non può cambiare l’auto con quella dell’ultimo modello. Mi dispiace criticare un collega e un successore, che globalmente stimo come persona, però devo dire che Sala nel secondo mandato si è politicizzato, con simpatie all’area dei Verdi e del Pd. Sembra si stia accreditando politicamente piuttosto che per i suoi atti amministrativi e per il governo della città, come tale senza colore politico. Il sindaco è civico. Nel momento in cui sei sindaco il simbolo del partito lo metti nel cassetto e fai il bene collettivo. Il bene collettivo non è seguire i verdi talebani o i centri sociali o la sinistra massimalista, ma il buon senso».
L’amministrazione come sta gestendo il problema sicurezza?
«Se vuoi trasformare le forze di polizia in assistenti sociali, se non vuoi i militari, perché non vuoi la città militarizzata, se non vuoi le telecamere per la privacy o l’illuminazione perché vuoi guardare le stelle, il malintenzionato trova spazi adeguati per commettere crimini. I devianti vanno corretti con l’effetto dissuasivo della sanzione, ma anche impedendo di commettere reati, e ciò prevede sorveglianza e uso della forza. Non è questione di essere militarizzati ma non si può negoziare nelle fauci di una tigre. Non sono d’accordo con questo profilo buonista, che è partito con Pisapia, che in un secondo momento se l’è rimangiato. E non chiamiamola microcriminalità, perché non è per niente micro che un povero pensionato esca dalla posta e ci sia un ragazzaccio pronto a strappargli i soldi con cui vive. È una criminalità predatoria diffusa, non microcriminalità. È su questa base che si deve muovere un’amministrazione».
Cosa pensa dei monopattini che viaggiano in lungo e in largo per la città?
«Sono molto favorevole allo sharing, un intermedio tra i taxi e il mezzo pubblico. Sui monopattini però il problema è un po’ come con i ciclisti. Una volta che c’è un mezzo che ingombra poco, molto diffuso, poco regolamentato e non sanzionato, succedono dei guai. Chi si muove con questi mezzi ha una specie di prevalenza antropologica. Sembra che queste persone siano sopra le leggi del trasporto collettivo perché sono ecologiche e rispettano il pianeta, mentre gli altri devono inchinarsi di fronte al loro strapotere. Vanno messi gli orologi a posto, e ci vuole un orologiaio, il sindaco, che abbia la voglia e la determinazione di prendersela con i cittadini indisciplinati, come un padre con il figlio monello, prima che diventi delinquente».
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Dicono che sia la metropoli italiana «più europea»: invece è diventata invivibile e i cittadini scappano. Le restrizioni alle auto sono solo la punta dell’iceberg: c’è un degrado fatto di furti, rapine, aggressioni e violenze, anche in pieno giorno. Per non parlare delle risse tra baby gang.L’ex sindaco Gabriele Albertini: «Milly Moratti esibiva la bici, poi però si spostava con un aereo privato. E le industrie inquinano più delle auto».Lo speciale contiene due articoliIl sindaco di Milano Beppe Sala sembra voler puntare a migliorare il record dello scorso anno: Milano ha chiuso il 2021 in cima alla classifica italiana per cancellazioni demografiche. Il 2022 potrebbe andare anche peggio, visto il fuggi fuggi che ha innescato con la cacciata degli automobilisti dal centro e con le restrizioni sulla mobilità che rendono la vita impossibile ai residenti. Per ora la differenza tra chi va via e chi sceglie la città della «Madunina» è di circa 3.000 abitanti in meno. Ed è il prodotto di un flusso di milanesi che se ne vanno più intenso rispetto a quelli che decidono di stabilire la residenza.Le condizioni che rendono sempre meno vivibile la città spingono verso l’uscita. E ai primi posti c’è di certo l’indice di criminalità. Nel 2021 il capoluogo lombardo è primo anche in questa classifica, con oltre 193.000 reati denunciati, ovvero quasi 6.000 ogni 100.000 abitanti. Si tratta soprattutto di furti in negozi e auto in sosta. Ma è anche la seconda città italiana per rapine su strada e terza per associazioni a delinquere. Primati che tengono alla larga al pari dei roghi tossici, come quello alla Nitrolchimica. Altro che CO2 da auto datate. E poi ci sono le aggressioni in pieno giorno: al Lorenteggio, a via Gola, a Quarto Oggiaro, alla Barona, a Calvairate, a Ponte Lambro. E il degrado. Che da tempo non è più solo un problema delle periferie. Basta fare un giro per le vie limitrofe alla Stazione centrale: da via Mauro Macchi a via Scarlatti passando per via Benedetto Marcello. Dove, sotto i palazzi in stile Liberty, si spaccia ed è possibile rimorchiare prostitute a tutte le ore del giorno. Qui i passanti rischiano di assistere a scene agghiaccianti. A luglio proprio davanti alla stazione un minorenne nordafricano è stato pestato a sangue. Si è scoperto che una tentata rapina era finita in una lite tra sbandati. Il malcapitato era arrivato solo qualche settimana prima con il solito barcone a Trapani. E appena raggiunta Milano ha disseminato il panico in città: denunciato dalla polizia per uno scippo a una turista straniera, poi fermato per interruzione di pubblico servizio mentre attraversava i binari alla metropolitana di Cadorna. E infine la rissa. Episodi che, basta spulciare la cronaca locale, si ripetono in continuazione e in qualsiasi quartiere della città.Se si inseriscono le parole «rissa» e «Milano» nel motore di ricerca Google saltano fuori oltre dieci pagine fitte di notizie con titoli di questo tipo: «Milano corso Como, rissa fra due gruppi di giovani, due feriti»; «Milano, rissa con bottiglie e coltelli»; «Weekend di sangue, risse con i coltelli»; «Milano, sprangate e coltellate tra abusivi e africani». Gli scontri sono ormai una pratica all’ordine del giorno per le forze di polizia. «I feriti manco li contiamo più», dice alla Verità un funzionario della polizia locale al quale sono stati chiesti gli ultimi dati. Di certo tra luglio e agosto ci sono state 1.758 chiamate di vario genere alla centrale operativa. Dagli schiamazzi notturni ai reati di allarme sociale. Ma ci sono anche segnalazioni di degrado. Che non affollano solo i centralini delle forze dell’ordine. Libri bianchi e denunce di associazioni ne sono strapieni.C’è chi si è concentrato sulle aree verdi. Piazza Aspromonte, tra Loreto e Piola: materassi, vestiti stesi sulle staccionata, resti di bivacchi, immondizia, cestini traboccanti di bottiglie di birra. Piazza Gobetti, di fronte alla stazione ferroviaria di Lambrate, nell’area giochi per i bambini le casette e gli scivoli sono stati colonizzati da senzatetto e la sera si apre il mercato del sesso. L’ultima denuncia risale a qualche giorno fa, con tanto di dossier fotografico preparato da Marco Cagnolati, consigliere forzista del Municipio 3, e pubblicato dal freepress Leggo.Ci sono poi le aree inaccessibili. Quelle che si sono divisi romeni ed egiziani. In particolare, Lorenteggio, San Siro e via Gola. Aree della città che si sono beccate pure una segnalazione sul sito acchiappaturisti Visitare.pro, rientrando nei consigli sulle «zone da evitare». In via Padova, invece, con un po’ di sfortuna si può assistere a qualche scontro tra nigeriani e sudamericani, con tanto di machete.E poi ci sono le baby gang. Incontrollabili. La mappa più aggiornata l’ha tirata fuori Sky tg24 sul suo sito Web. «Tra corso Lodi e Città studi ci sono quelli della Z4 specializzati nelle aggressioni ai coetanei». In zona San Siro «ci sono i Z7zoo che inneggiano ai gangsta rap americani». In tutto di baby gang se ne contano 16 in città, che ormai immerse nella subcultura del rap violento incendiano auto, picchiano gli anziani, scippano e rapinano. O si scontrano. Sono passate alla storia le maxi risse nel dehor del McDonald’s di piazza dei Mercanti. Ma a rendere la vita dei residenti molto complicata ci sono anche le occupazioni abusive. Via Bolla è finita sulla cronaca nazionale per i pestaggi alla gitana. Ci sono caseggiati, però, che sono messi anche peggio: un appartamento su due è occupato da chi non ne ha diritto: da San Siro a via Gola, ma anche al Gallaratese e Baggio. Le ultime stime parlano di quasi il 6% di alloggi di edilizia popolare occupato illegalmente. E gli occupanti non sono quasi mai stinchi di santo. Chi ci vive fianco a fianco quotidianamente ne sa qualcosa. La città inoltre è diventata per nulla raccomandabile per le donne: molestie sessuali di gruppo (come a Capodanno). E stupri. Nel 2021 si sono registrate 477 violenze sessuali: più di un caso al giorno. Ad aprile il gruppo Facebook «Milano progetti e cantieri» ha chiesto ai propri utenti di esprimersi sul quartiere più pericoloso in città. I risultati sono stati sorprendenti. Si va da San Siro a Corso Como, a via Bonfadini, a Corvetto e c’è perfino chi ha segnalato, con tanto di esperienze vissute, via Montenapoleone e via della Spiga, due zone centralissime che difficilmente un non milanese avrebbe immaginato nell’elenco. Su Milano tomorrow, giornale ultralocale che spesso affronta i problemi del degrado in città, hanno commentato: «Il quartiere più pericoloso di Milano è Milano stessa». Il capoluogo maglia nera in Italia, dal quale ormai chi può fugge, anche a causa delle strampalate idee green di Beppe Sala. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/addio-milano-cosi-si-uccide-una-citta-2658458713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bene-collettivo-non-sta-nel-seguire-i-verdi-talebani" data-post-id="2658458713" data-published-at="1665954701" data-use-pagination="False"> «Il bene collettivo non sta nel seguire i verdi talebani» Gabriele Albertini, da ex sindaco di Milano, come giudica i divieti nell’area B voluti da Giuseppe Sala? Stanno creando grossi disagi ai milanesi, sfavorendo la parte della popolazione meno abbiente. «Sono sempre stato molto scettico sul fatto che l’inquinamento fosse dovuto per la maggior parte all’autotrazione, perché negli anni in cui sono stato vicepresidente della commissione trasporti del parlamento europeo, cioè dal 2004 al 2009 ci siamo occupati di questo argomento e le statistiche di tutte le varie fonti di rilevazione a livello europeo davano l’inquinamento dovuto ai trasporti, quindi non solo le auto, non superiore al 23% dell’inquinamento totale. Il restante il 67% era più o meno tripartito nelle altre fonti di inquinamento: produzione di energia, la produzione industriale e per le città in particolare, il riscaldamento. Le scelte di questa amministrazione, ma anche di amministrazioni precedenti come quella di Letizia Moratti con la congestion charge, si sono invece concentrate sull’autotrazione cosa che è in contraddizione con gli elementi che ho appena citato. L’aria inoltre è un fluido; porre una barriera di accesso non fisica, come non potrebbe essere comunque, ma amministrativa all’aria che si muove dentro e fuori l’area B non evita che s’inquini». Perché queste misure allora? «Ci sono due interpretazioni: una ideologica e una funzionale. Quella ideologica è tipica dei verdi talebani: ce l’hanno con le macchine, per cui bisogna andare in bicicletta. Ricordo quando Milly Moratti, uno dei due consiglieri verde in consiglio comunale, da Galleria Passerella a Palazzo Marino veniva con una bicicletta. Quando pioveva però veniva un’autista a ritirare lei e un cameriere con l’ombrello a ritirare la bici. Inoltre, mi risulta utilizzasse il suo aereo privato per spostarsi in spazi esigui. Poi c’è un motivo funzionale. Tutti se la prendono con le auto perché le auto si vedono. Uno non è che parcheggia e si mette l’auto in tasca. Le auto si muovono e si possono controllare, mentre altre fonti di inquinamento, come il riscaldamento, sono difficili da controllare e imporre. Si pensa che l’auto si possa non usare, ma è tutto da vedere. Inoltre, è una misura che punisce chi non può cambiare l’auto con quella dell’ultimo modello. Mi dispiace criticare un collega e un successore, che globalmente stimo come persona, però devo dire che Sala nel secondo mandato si è politicizzato, con simpatie all’area dei Verdi e del Pd. Sembra si stia accreditando politicamente piuttosto che per i suoi atti amministrativi e per il governo della città, come tale senza colore politico. Il sindaco è civico. Nel momento in cui sei sindaco il simbolo del partito lo metti nel cassetto e fai il bene collettivo. Il bene collettivo non è seguire i verdi talebani o i centri sociali o la sinistra massimalista, ma il buon senso». L’amministrazione come sta gestendo il problema sicurezza? «Se vuoi trasformare le forze di polizia in assistenti sociali, se non vuoi i militari, perché non vuoi la città militarizzata, se non vuoi le telecamere per la privacy o l’illuminazione perché vuoi guardare le stelle, il malintenzionato trova spazi adeguati per commettere crimini. I devianti vanno corretti con l’effetto dissuasivo della sanzione, ma anche impedendo di commettere reati, e ciò prevede sorveglianza e uso della forza. Non è questione di essere militarizzati ma non si può negoziare nelle fauci di una tigre. Non sono d’accordo con questo profilo buonista, che è partito con Pisapia, che in un secondo momento se l’è rimangiato. E non chiamiamola microcriminalità, perché non è per niente micro che un povero pensionato esca dalla posta e ci sia un ragazzaccio pronto a strappargli i soldi con cui vive. È una criminalità predatoria diffusa, non microcriminalità. È su questa base che si deve muovere un’amministrazione». Cosa pensa dei monopattini che viaggiano in lungo e in largo per la città? «Sono molto favorevole allo sharing, un intermedio tra i taxi e il mezzo pubblico. Sui monopattini però il problema è un po’ come con i ciclisti. Una volta che c’è un mezzo che ingombra poco, molto diffuso, poco regolamentato e non sanzionato, succedono dei guai. Chi si muove con questi mezzi ha una specie di prevalenza antropologica. Sembra che queste persone siano sopra le leggi del trasporto collettivo perché sono ecologiche e rispettano il pianeta, mentre gli altri devono inchinarsi di fronte al loro strapotere. Vanno messi gli orologi a posto, e ci vuole un orologiaio, il sindaco, che abbia la voglia e la determinazione di prendersela con i cittadini indisciplinati, come un padre con il figlio monello, prima che diventi delinquente».
Papa Leone XIV (Ansa)
Ha ribadito che la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Egli ha precisato che la democrazia rappresenta «una delle più alte espressioni del potere legittimo» e che essa non deve essere ridotta a una «mera procedura», poiché il suo valore risiede nel riconoscimento della dignità di ogni persona e nella partecipazione attiva di ciascun cittadino al bene della collettività. Tuttavia, ha sottolineato il Papa, la democrazia «rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana». In assenza di tali fondamenti, essa rischia di degradarsi in «una tirannia della maggioranza o in una maschera del dominio delle élite economiche e tecnologiche». Queste parole confermano come il Papa, e con lui la Chiesa, intervenga nel dibattito politico non come un attore di parte, ma come un’autorità morale che indica la via della giustizia e della virtù, necessarie per evitare che la concentrazione del potere nelle mani di pochi minacci la pace e la partecipazione dei popoli.
Questa missione di testimonianza morale e spirituale è stata rappresentata anche ieri in Algeria, dove appunto si è aperto il viaggio africano che proseguirà oggi in Camerun. Ieri Leone XIV si è recato ad Annaba, l’antica Ippona, compiendo quello che è stato definito come un ritorno alle origini della sua vocazione. Come «figlio di Sant’Agostino», che fu vescovo di questa città tra il 396 e il 430, il Papa ha visitato il sito archeologico nonostante il forte maltempo. Presso le rovine della Basilica Pacis, dove Agostino esercitò il suo ministero, il Pontefice ha deposto una corona di fiori, accompagnato dai canti in latino, berbero e arabo della corale locale, incentrati sui temi della pace e della fratellanza.
Particolarmente significativo è stato l’incontro privato con le suore agostiniane missionarie a Bab El Oued. In questo popoloso comune di Algeri, il Papa ha reso omaggio alla memoria di suor Esther Paniagua e suor Caridad Álvarez Martín Alonso, martiri uccise nel 1994 durante la guerra civile. Rivolgendosi alle religiose, il Papa ha sottolineato che il martirio e la testimonianza sono dimensioni iscritte nel cuore della vita agostiniana e che la loro presenza in terra algerina è un segno prezioso. Egli ha richiamato l’eredità del Vescovo di Ippona, che ancora oggi insegna come sia «possibile vivere in pace, valorizzando le differenze» e promuovendo il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
Infine, sempre ieri, è stata diffusa la lettera che il Papa ha inviato ai cardinali per convocare il prossimo Concistoro, fissato per il 26-27 giugno 2026. Leone ha tracciato le linee guida del lavoro che li aspetta, ponendo al centro l’esortazione Evangelii gaudium del predecessore Francesco. Il Papa chiede una missione che sia «cristocentrica e kerigmatica», capace di ricentrare l’identità cristiana sull’annuncio del cuore del Vangelo. Tra i principali punti di lavoro figurano la necessità di riformare i percorsi di iniziazione cristiana e l’urgenza di rendere la comunicazione ecclesiale, inclusa quella della Santa Sede, più chiaramente orientata alla missione.
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Carlo De Benedetti (Imasgoeconomica)
Egregi signori,vi scriviamo in nome e nell’interesse dell’ingegner Carlo De Benedetti, che ci ha incaricate di chiedervi la rettifica di alcune affermazioni non rispondenti al vero, pubblicate in data 11.4.2026 sul quotidiano La Verità nell’articolo a firma di Maurizio Belpietro, anticipato sulla prima pagina del giornale con il titolo «Il complotto Renzi-De Benedetti» e poi pubblicato, alla pagina 3, con il titolo «De Benedetti vuole cacciare Meloni e benedice il governo del presidente»; articolo pubblicato anche nella versione online del quotidiano.Nell’indicato articolo, l’ing. De Benedetti viene presentato ai lettori come «l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti». Si sostiene, inoltre, che «Matteo Renzi gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari», ma la «magistratura [...]- guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato». Il tutto corredato, sia nella versione cartacea sia nella versione online del quotidiano, da fotografie del nostro assistito.Con riguardo alle predette affermazioni, volte a gettare cattiva luce sull’ing. De Benedetti all’evidente scopo di minare la sua credibilità e delegittimare le opinioni dallo stesso espresse in occasione dell’intervista rilasciata nella trasmissione Otto e mezzo del 9 aprile 2026, si precisa che, come certamente noto al dott. Belpietro, l’ing. De Benedetti, con riferimento alla vicenda della fornitura di telescriventi alle Poste, è stato prosciolto dall’accusa di corruzione, caduta solo in parte per prescrizione. Quanto alle «notizie» che Matteo Renzi gli avrebbe fornito sulla riforma delle banche popolari, si precisa che il caso è stato archiviato sia dalla Consob che dalla Procura della Repubblica di Roma, non certo per favorire l’Ingegnere, come insinuato dal dott. Belpietro, ma in quanto è emerso che l’informazione allo stesso fornita, che si supponeva riservata, era in verità già pubblica.Quanto alla «tessera del Pd», si evidenzia che l’ing. De Benedetti non l’ha mai richiesta né ricevuta. Vi invitiamo, pertanto, a rettificare le informazioni non veritiere sopra riportate, mediante la pubblicazione della presente lettera da effettuarsi sul quotidiano La Verità, anche nella versione online, entro e non oltre il 16 aprile p.v., con evidenza pari a quella dell’articolo cui la smentita si riferisce.
Avv. Elisabetta Rubini
Avv. Alessandra Grissini
Le amnesie dell’ingegnere su tangenti, affari e Pd
Gentili Signori Avvocati, capisco che Carlo De Benedetti tenda a rimuovere una serie di fatti del passato, ma la mattina del 16 maggio del 1993 l’Ingegnere (così era chiamato) si presentò in una caserma dei carabinieri e di fronte ad Antonio Di Pietro ammise di aver pagato tangenti per una ventina di miliardi di lire, di cui 10 per fornire apparecchiature alle Poste.
La Repubblica, il giornale che aveva comprato da Eugenio Scalfari e dal principe Carlo Caracciolo e da lui trasformato in straordinario strumento per accreditarsi con la politica, titolò: «Era un clima da racket, o pagavi o non lavoravi». Un paio di giorni dopo quella confessione, De Benedetti rilasciò un’intervista al Wall Street Journal e la giornalista introdusse l’argomento dicendo che l’Ingegnere non chiedeva scusa per le tangenti pagate, ma anzi assicurava di non essere pentito per ciò che gli veniva contestato, «perché queste erano le regole del gioco negli anni Ottanta». Insomma, il grande imprenditore ammetteva tutto, ma si dichiarava vittima. Nicola Porro, in un articolo di parecchi anni fa, ricostruì i fatti, calcolando anche quanto fatturava l’Olivetti prima del «taglieggiamento» subito dall’Ingegnere e quanto invece incassò dopo. Nel 1987 Ivrea riceveva dalle Poste ordini per 2 miliardi di lire, ma l’anno dopo passò a 205 miliardi. «Quanto è valso all’Olivetti di De Benedetti sottoporsi a questo racket (pagando una tangente da 10 miliardi di lire, ndr)?» si chiese Porro: «In cinque anni, 600 miliardi di lire». Dunque, quale sarebbe l’affermazione non rispondente al vero?
Nel procedimento che una decina di anni fa lo ha opposto a Marco Tronchetti Provera fu lo stesso Ingegnere a ricordare in Aula di essersi spontaneamente presentato a Di Pietro per ammettere il pagamento di mazzette e prendersi «la responsabilità per quello che sapevo e quello che non sapevo». Nonostante ciò, De Benedetti è stato assolto e prosciolto? Trascrivo qui una cronaca del Fatto quotidiano del 2015: «De Benedetti fu coinvolto in due distinti procedimenti penali promossi dai pm di Roma per forniture sospette di macchine Olivetti alle Poste: ne uscì in un caso con l’assoluzione e nell’altro con la prescrizione». Ma che quelle telescriventi fossero state acquistate grazie a una mazzetta non è in discussione: è storia, anche se De Benedetti preferisce rimuovere la faccenda.
Quanto al resto, cioè alla riforma delle banche popolari, capisco che, come ha ammesso in Aula durante il procedimento contro Marco Tronchetti Provera, l’Ingegnere molte cose non le ricordi; tuttavia, questa è l’intercettazione tra lui e Gianluca Bolengo, il broker che all’epoca gestiva i suoi investimenti personali.
De Benedetti: «Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle Popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane».
Bolengo: «Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso Sondrio, città di 30.000 abitanti».
De Benedetti: «Quindi volevo capire una cosa (incomprensibile) salgono le Popolari?».
Bolengo: «Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono».
De Benedetti: «Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa».
Bolengo: «Se passa è buono, sarebbe da avere un basket sulle Popolari. Se vuole glielo faccio studiare, uno di quelli che potrebbe avere maggior impatto e poi però bisognerebbe coprirlo con qualche cosa».
Così l’Ingegnere guadagnò 600.000 euro senza fatica. Che altro c’è da aggiungere rispetto a quanto da me scritto? Anche per questo fatto De Benedetti è stato assolto? L’ho evidenziato. Ma l’indiscrezione sulla riforma, la telefonata al broker di fiducia dopo aver ricevuto l’informazione da Renzi e il guadagno da 600 mila euro restano. Sono fatti, che nessuna tentazione di sbianchettamento può cancellare.
E a proposito dell’operazione pulizia, ad annunciare al quotidiano di casa l’iscrizione al Pd fu lo stesso Carlo De Benedetti. Il 14 ottobre 2007, in occasione della fondazione del nuovo soggetto politico, sulla Repubblica uscì una sua intervista a Ezio Mauro, dal titolo «Il mio voto per Walter, sognando una forza riformista», in cui dichiarò: «Andrò a votare e chiederò la tessera numero uno». Si è poi pentito e non ha più voluto la tessera o quella frase gli serviva solo per accreditarsi con il nuovo partito? Non lo so, ma francamente poco mi importa e credo che, conoscendo le tendenze politiche dell’Ingegnere, poco importi anche ai lettori.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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