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2022-10-17
Addio Milano. Così si uccide una città
Ansa
Il sindaco di Milano Beppe Sala sembra voler puntare a migliorare il record dello scorso anno: Milano ha chiuso il 2021 in cima alla classifica italiana per cancellazioni demografiche. Il 2022 potrebbe andare anche peggio, visto il fuggi fuggi che ha innescato con la cacciata degli automobilisti dal centro e con le restrizioni sulla mobilità che rendono la vita impossibile ai residenti. Per ora la differenza tra chi va via e chi sceglie la città della «Madunina» è di circa 3.000 abitanti in meno. Ed è il prodotto di un flusso di milanesi che se ne vanno più intenso rispetto a quelli che decidono di stabilire la residenza.
Le condizioni che rendono sempre meno vivibile la città spingono verso l’uscita. E ai primi posti c’è di certo l’indice di criminalità. Nel 2021 il capoluogo lombardo è primo anche in questa classifica, con oltre 193.000 reati denunciati, ovvero quasi 6.000 ogni 100.000 abitanti. Si tratta soprattutto di furti in negozi e auto in sosta. Ma è anche la seconda città italiana per rapine su strada e terza per associazioni a delinquere. Primati che tengono alla larga al pari dei roghi tossici, come quello alla Nitrolchimica. Altro che CO2 da auto datate. E poi ci sono le aggressioni in pieno giorno: al Lorenteggio, a via Gola, a Quarto Oggiaro, alla Barona, a Calvairate, a Ponte Lambro. E il degrado. Che da tempo non è più solo un problema delle periferie.
Basta fare un giro per le vie limitrofe alla Stazione centrale: da via Mauro Macchi a via Scarlatti passando per via Benedetto Marcello. Dove, sotto i palazzi in stile Liberty, si spaccia ed è possibile rimorchiare prostitute a tutte le ore del giorno. Qui i passanti rischiano di assistere a scene agghiaccianti. A luglio proprio davanti alla stazione un minorenne nordafricano è stato pestato a sangue. Si è scoperto che una tentata rapina era finita in una lite tra sbandati. Il malcapitato era arrivato solo qualche settimana prima con il solito barcone a Trapani. E appena raggiunta Milano ha disseminato il panico in città: denunciato dalla polizia per uno scippo a una turista straniera, poi fermato per interruzione di pubblico servizio mentre attraversava i binari alla metropolitana di Cadorna. E infine la rissa. Episodi che, basta spulciare la cronaca locale, si ripetono in continuazione e in qualsiasi quartiere della città.
Se si inseriscono le parole «rissa» e «Milano» nel motore di ricerca Google saltano fuori oltre dieci pagine fitte di notizie con titoli di questo tipo: «Milano corso Como, rissa fra due gruppi di giovani, due feriti»; «Milano, rissa con bottiglie e coltelli»; «Weekend di sangue, risse con i coltelli»; «Milano, sprangate e coltellate tra abusivi e africani». Gli scontri sono ormai una pratica all’ordine del giorno per le forze di polizia. «I feriti manco li contiamo più», dice alla Verità un funzionario della polizia locale al quale sono stati chiesti gli ultimi dati. Di certo tra luglio e agosto ci sono state 1.758 chiamate di vario genere alla centrale operativa. Dagli schiamazzi notturni ai reati di allarme sociale. Ma ci sono anche segnalazioni di degrado. Che non affollano solo i centralini delle forze dell’ordine. Libri bianchi e denunce di associazioni ne sono strapieni.
C’è chi si è concentrato sulle aree verdi. Piazza Aspromonte, tra Loreto e Piola: materassi, vestiti stesi sulle staccionata, resti di bivacchi, immondizia, cestini traboccanti di bottiglie di birra. Piazza Gobetti, di fronte alla stazione ferroviaria di Lambrate, nell’area giochi per i bambini le casette e gli scivoli sono stati colonizzati da senzatetto e la sera si apre il mercato del sesso. L’ultima denuncia risale a qualche giorno fa, con tanto di dossier fotografico preparato da Marco Cagnolati, consigliere forzista del Municipio 3, e pubblicato dal freepress Leggo.
Ci sono poi le aree inaccessibili. Quelle che si sono divisi romeni ed egiziani. In particolare, Lorenteggio, San Siro e via Gola. Aree della città che si sono beccate pure una segnalazione sul sito acchiappaturisti Visitare.pro, rientrando nei consigli sulle «zone da evitare». In via Padova, invece, con un po’ di sfortuna si può assistere a qualche scontro tra nigeriani e sudamericani, con tanto di machete.
E poi ci sono le baby gang. Incontrollabili. La mappa più aggiornata l’ha tirata fuori Sky tg24 sul suo sito Web. «Tra corso Lodi e Città studi ci sono quelli della Z4 specializzati nelle aggressioni ai coetanei». In zona San Siro «ci sono i Z7zoo che inneggiano ai gangsta rap americani». In tutto di baby gang se ne contano 16 in città, che ormai immerse nella subcultura del rap violento incendiano auto, picchiano gli anziani, scippano e rapinano. O si scontrano. Sono passate alla storia le maxi risse nel dehor del McDonald’s di piazza dei Mercanti.
Ma a rendere la vita dei residenti molto complicata ci sono anche le occupazioni abusive. Via Bolla è finita sulla cronaca nazionale per i pestaggi alla gitana. Ci sono caseggiati, però, che sono messi anche peggio: un appartamento su due è occupato da chi non ne ha diritto: da San Siro a via Gola, ma anche al Gallaratese e Baggio. Le ultime stime parlano di quasi il 6% di alloggi di edilizia popolare occupato illegalmente. E gli occupanti non sono quasi mai stinchi di santo. Chi ci vive fianco a fianco quotidianamente ne sa qualcosa. La città inoltre è diventata per nulla raccomandabile per le donne: molestie sessuali di gruppo (come a Capodanno). E stupri. Nel 2021 si sono registrate 477 violenze sessuali: più di un caso al giorno. Ad aprile il gruppo Facebook «Milano progetti e cantieri» ha chiesto ai propri utenti di esprimersi sul quartiere più pericoloso in città.
I risultati sono stati sorprendenti. Si va da San Siro a Corso Como, a via Bonfadini, a Corvetto e c’è perfino chi ha segnalato, con tanto di esperienze vissute, via Montenapoleone e via della Spiga, due zone centralissime che difficilmente un non milanese avrebbe immaginato nell’elenco. Su Milano tomorrow, giornale ultralocale che spesso affronta i problemi del degrado in città, hanno commentato: «Il quartiere più pericoloso di Milano è Milano stessa». Il capoluogo maglia nera in Italia, dal quale ormai chi può fugge, anche a causa delle strampalate idee green di Beppe Sala.
«Il bene collettivo non sta nel seguire i verdi talebani»
Gabriele Albertini, da ex sindaco di Milano, come giudica i divieti nell’area B voluti da Giuseppe Sala? Stanno creando grossi disagi ai milanesi, sfavorendo la parte della popolazione meno abbiente.
«Sono sempre stato molto scettico sul fatto che l’inquinamento fosse dovuto per la maggior parte all’autotrazione, perché negli anni in cui sono stato vicepresidente della commissione trasporti del parlamento europeo, cioè dal 2004 al 2009 ci siamo occupati di questo argomento e le statistiche di tutte le varie fonti di rilevazione a livello europeo davano l’inquinamento dovuto ai trasporti, quindi non solo le auto, non superiore al 23% dell’inquinamento totale. Il restante il 67% era più o meno tripartito nelle altre fonti di inquinamento: produzione di energia, la produzione industriale e per le città in particolare, il riscaldamento. Le scelte di questa amministrazione, ma anche di amministrazioni precedenti come quella di Letizia Moratti con la congestion charge, si sono invece concentrate sull’autotrazione cosa che è in contraddizione con gli elementi che ho appena citato. L’aria inoltre è un fluido; porre una barriera di accesso non fisica, come non potrebbe essere comunque, ma amministrativa all’aria che si muove dentro e fuori l’area B non evita che s’inquini».
Perché queste misure allora?
«Ci sono due interpretazioni: una ideologica e una funzionale. Quella ideologica è tipica dei verdi talebani: ce l’hanno con le macchine, per cui bisogna andare in bicicletta. Ricordo quando Milly Moratti, uno dei due consiglieri verde in consiglio comunale, da Galleria Passerella a Palazzo Marino veniva con una bicicletta. Quando pioveva però veniva un’autista a ritirare lei e un cameriere con l’ombrello a ritirare la bici. Inoltre, mi risulta utilizzasse il suo aereo privato per spostarsi in spazi esigui. Poi c’è un motivo funzionale. Tutti se la prendono con le auto perché le auto si vedono. Uno non è che parcheggia e si mette l’auto in tasca. Le auto si muovono e si possono controllare, mentre altre fonti di inquinamento, come il riscaldamento, sono difficili da controllare e imporre. Si pensa che l’auto si possa non usare, ma è tutto da vedere. Inoltre, è una misura che punisce chi non può cambiare l’auto con quella dell’ultimo modello. Mi dispiace criticare un collega e un successore, che globalmente stimo come persona, però devo dire che Sala nel secondo mandato si è politicizzato, con simpatie all’area dei Verdi e del Pd. Sembra si stia accreditando politicamente piuttosto che per i suoi atti amministrativi e per il governo della città, come tale senza colore politico. Il sindaco è civico. Nel momento in cui sei sindaco il simbolo del partito lo metti nel cassetto e fai il bene collettivo. Il bene collettivo non è seguire i verdi talebani o i centri sociali o la sinistra massimalista, ma il buon senso».
L’amministrazione come sta gestendo il problema sicurezza?
«Se vuoi trasformare le forze di polizia in assistenti sociali, se non vuoi i militari, perché non vuoi la città militarizzata, se non vuoi le telecamere per la privacy o l’illuminazione perché vuoi guardare le stelle, il malintenzionato trova spazi adeguati per commettere crimini. I devianti vanno corretti con l’effetto dissuasivo della sanzione, ma anche impedendo di commettere reati, e ciò prevede sorveglianza e uso della forza. Non è questione di essere militarizzati ma non si può negoziare nelle fauci di una tigre. Non sono d’accordo con questo profilo buonista, che è partito con Pisapia, che in un secondo momento se l’è rimangiato. E non chiamiamola microcriminalità, perché non è per niente micro che un povero pensionato esca dalla posta e ci sia un ragazzaccio pronto a strappargli i soldi con cui vive. È una criminalità predatoria diffusa, non microcriminalità. È su questa base che si deve muovere un’amministrazione».
Cosa pensa dei monopattini che viaggiano in lungo e in largo per la città?
«Sono molto favorevole allo sharing, un intermedio tra i taxi e il mezzo pubblico. Sui monopattini però il problema è un po’ come con i ciclisti. Una volta che c’è un mezzo che ingombra poco, molto diffuso, poco regolamentato e non sanzionato, succedono dei guai. Chi si muove con questi mezzi ha una specie di prevalenza antropologica. Sembra che queste persone siano sopra le leggi del trasporto collettivo perché sono ecologiche e rispettano il pianeta, mentre gli altri devono inchinarsi di fronte al loro strapotere. Vanno messi gli orologi a posto, e ci vuole un orologiaio, il sindaco, che abbia la voglia e la determinazione di prendersela con i cittadini indisciplinati, come un padre con il figlio monello, prima che diventi delinquente».
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Dicono che sia la metropoli italiana «più europea»: invece è diventata invivibile e i cittadini scappano. Le restrizioni alle auto sono solo la punta dell’iceberg: c’è un degrado fatto di furti, rapine, aggressioni e violenze, anche in pieno giorno. Per non parlare delle risse tra baby gang.L’ex sindaco Gabriele Albertini: «Milly Moratti esibiva la bici, poi però si spostava con un aereo privato. E le industrie inquinano più delle auto».Lo speciale contiene due articoliIl sindaco di Milano Beppe Sala sembra voler puntare a migliorare il record dello scorso anno: Milano ha chiuso il 2021 in cima alla classifica italiana per cancellazioni demografiche. Il 2022 potrebbe andare anche peggio, visto il fuggi fuggi che ha innescato con la cacciata degli automobilisti dal centro e con le restrizioni sulla mobilità che rendono la vita impossibile ai residenti. Per ora la differenza tra chi va via e chi sceglie la città della «Madunina» è di circa 3.000 abitanti in meno. Ed è il prodotto di un flusso di milanesi che se ne vanno più intenso rispetto a quelli che decidono di stabilire la residenza.Le condizioni che rendono sempre meno vivibile la città spingono verso l’uscita. E ai primi posti c’è di certo l’indice di criminalità. Nel 2021 il capoluogo lombardo è primo anche in questa classifica, con oltre 193.000 reati denunciati, ovvero quasi 6.000 ogni 100.000 abitanti. Si tratta soprattutto di furti in negozi e auto in sosta. Ma è anche la seconda città italiana per rapine su strada e terza per associazioni a delinquere. Primati che tengono alla larga al pari dei roghi tossici, come quello alla Nitrolchimica. Altro che CO2 da auto datate. E poi ci sono le aggressioni in pieno giorno: al Lorenteggio, a via Gola, a Quarto Oggiaro, alla Barona, a Calvairate, a Ponte Lambro. E il degrado. Che da tempo non è più solo un problema delle periferie. Basta fare un giro per le vie limitrofe alla Stazione centrale: da via Mauro Macchi a via Scarlatti passando per via Benedetto Marcello. Dove, sotto i palazzi in stile Liberty, si spaccia ed è possibile rimorchiare prostitute a tutte le ore del giorno. Qui i passanti rischiano di assistere a scene agghiaccianti. A luglio proprio davanti alla stazione un minorenne nordafricano è stato pestato a sangue. Si è scoperto che una tentata rapina era finita in una lite tra sbandati. Il malcapitato era arrivato solo qualche settimana prima con il solito barcone a Trapani. E appena raggiunta Milano ha disseminato il panico in città: denunciato dalla polizia per uno scippo a una turista straniera, poi fermato per interruzione di pubblico servizio mentre attraversava i binari alla metropolitana di Cadorna. E infine la rissa. Episodi che, basta spulciare la cronaca locale, si ripetono in continuazione e in qualsiasi quartiere della città.Se si inseriscono le parole «rissa» e «Milano» nel motore di ricerca Google saltano fuori oltre dieci pagine fitte di notizie con titoli di questo tipo: «Milano corso Como, rissa fra due gruppi di giovani, due feriti»; «Milano, rissa con bottiglie e coltelli»; «Weekend di sangue, risse con i coltelli»; «Milano, sprangate e coltellate tra abusivi e africani». Gli scontri sono ormai una pratica all’ordine del giorno per le forze di polizia. «I feriti manco li contiamo più», dice alla Verità un funzionario della polizia locale al quale sono stati chiesti gli ultimi dati. Di certo tra luglio e agosto ci sono state 1.758 chiamate di vario genere alla centrale operativa. Dagli schiamazzi notturni ai reati di allarme sociale. Ma ci sono anche segnalazioni di degrado. Che non affollano solo i centralini delle forze dell’ordine. Libri bianchi e denunce di associazioni ne sono strapieni.C’è chi si è concentrato sulle aree verdi. Piazza Aspromonte, tra Loreto e Piola: materassi, vestiti stesi sulle staccionata, resti di bivacchi, immondizia, cestini traboccanti di bottiglie di birra. Piazza Gobetti, di fronte alla stazione ferroviaria di Lambrate, nell’area giochi per i bambini le casette e gli scivoli sono stati colonizzati da senzatetto e la sera si apre il mercato del sesso. L’ultima denuncia risale a qualche giorno fa, con tanto di dossier fotografico preparato da Marco Cagnolati, consigliere forzista del Municipio 3, e pubblicato dal freepress Leggo.Ci sono poi le aree inaccessibili. Quelle che si sono divisi romeni ed egiziani. In particolare, Lorenteggio, San Siro e via Gola. Aree della città che si sono beccate pure una segnalazione sul sito acchiappaturisti Visitare.pro, rientrando nei consigli sulle «zone da evitare». In via Padova, invece, con un po’ di sfortuna si può assistere a qualche scontro tra nigeriani e sudamericani, con tanto di machete.E poi ci sono le baby gang. Incontrollabili. La mappa più aggiornata l’ha tirata fuori Sky tg24 sul suo sito Web. «Tra corso Lodi e Città studi ci sono quelli della Z4 specializzati nelle aggressioni ai coetanei». In zona San Siro «ci sono i Z7zoo che inneggiano ai gangsta rap americani». In tutto di baby gang se ne contano 16 in città, che ormai immerse nella subcultura del rap violento incendiano auto, picchiano gli anziani, scippano e rapinano. O si scontrano. Sono passate alla storia le maxi risse nel dehor del McDonald’s di piazza dei Mercanti. Ma a rendere la vita dei residenti molto complicata ci sono anche le occupazioni abusive. Via Bolla è finita sulla cronaca nazionale per i pestaggi alla gitana. Ci sono caseggiati, però, che sono messi anche peggio: un appartamento su due è occupato da chi non ne ha diritto: da San Siro a via Gola, ma anche al Gallaratese e Baggio. Le ultime stime parlano di quasi il 6% di alloggi di edilizia popolare occupato illegalmente. E gli occupanti non sono quasi mai stinchi di santo. Chi ci vive fianco a fianco quotidianamente ne sa qualcosa. La città inoltre è diventata per nulla raccomandabile per le donne: molestie sessuali di gruppo (come a Capodanno). E stupri. Nel 2021 si sono registrate 477 violenze sessuali: più di un caso al giorno. Ad aprile il gruppo Facebook «Milano progetti e cantieri» ha chiesto ai propri utenti di esprimersi sul quartiere più pericoloso in città. I risultati sono stati sorprendenti. Si va da San Siro a Corso Como, a via Bonfadini, a Corvetto e c’è perfino chi ha segnalato, con tanto di esperienze vissute, via Montenapoleone e via della Spiga, due zone centralissime che difficilmente un non milanese avrebbe immaginato nell’elenco. Su Milano tomorrow, giornale ultralocale che spesso affronta i problemi del degrado in città, hanno commentato: «Il quartiere più pericoloso di Milano è Milano stessa». Il capoluogo maglia nera in Italia, dal quale ormai chi può fugge, anche a causa delle strampalate idee green di Beppe Sala. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/addio-milano-cosi-si-uccide-una-citta-2658458713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bene-collettivo-non-sta-nel-seguire-i-verdi-talebani" data-post-id="2658458713" data-published-at="1665954701" data-use-pagination="False"> «Il bene collettivo non sta nel seguire i verdi talebani» Gabriele Albertini, da ex sindaco di Milano, come giudica i divieti nell’area B voluti da Giuseppe Sala? Stanno creando grossi disagi ai milanesi, sfavorendo la parte della popolazione meno abbiente. «Sono sempre stato molto scettico sul fatto che l’inquinamento fosse dovuto per la maggior parte all’autotrazione, perché negli anni in cui sono stato vicepresidente della commissione trasporti del parlamento europeo, cioè dal 2004 al 2009 ci siamo occupati di questo argomento e le statistiche di tutte le varie fonti di rilevazione a livello europeo davano l’inquinamento dovuto ai trasporti, quindi non solo le auto, non superiore al 23% dell’inquinamento totale. Il restante il 67% era più o meno tripartito nelle altre fonti di inquinamento: produzione di energia, la produzione industriale e per le città in particolare, il riscaldamento. Le scelte di questa amministrazione, ma anche di amministrazioni precedenti come quella di Letizia Moratti con la congestion charge, si sono invece concentrate sull’autotrazione cosa che è in contraddizione con gli elementi che ho appena citato. L’aria inoltre è un fluido; porre una barriera di accesso non fisica, come non potrebbe essere comunque, ma amministrativa all’aria che si muove dentro e fuori l’area B non evita che s’inquini». Perché queste misure allora? «Ci sono due interpretazioni: una ideologica e una funzionale. Quella ideologica è tipica dei verdi talebani: ce l’hanno con le macchine, per cui bisogna andare in bicicletta. Ricordo quando Milly Moratti, uno dei due consiglieri verde in consiglio comunale, da Galleria Passerella a Palazzo Marino veniva con una bicicletta. Quando pioveva però veniva un’autista a ritirare lei e un cameriere con l’ombrello a ritirare la bici. Inoltre, mi risulta utilizzasse il suo aereo privato per spostarsi in spazi esigui. Poi c’è un motivo funzionale. Tutti se la prendono con le auto perché le auto si vedono. Uno non è che parcheggia e si mette l’auto in tasca. Le auto si muovono e si possono controllare, mentre altre fonti di inquinamento, come il riscaldamento, sono difficili da controllare e imporre. Si pensa che l’auto si possa non usare, ma è tutto da vedere. Inoltre, è una misura che punisce chi non può cambiare l’auto con quella dell’ultimo modello. Mi dispiace criticare un collega e un successore, che globalmente stimo come persona, però devo dire che Sala nel secondo mandato si è politicizzato, con simpatie all’area dei Verdi e del Pd. Sembra si stia accreditando politicamente piuttosto che per i suoi atti amministrativi e per il governo della città, come tale senza colore politico. Il sindaco è civico. Nel momento in cui sei sindaco il simbolo del partito lo metti nel cassetto e fai il bene collettivo. Il bene collettivo non è seguire i verdi talebani o i centri sociali o la sinistra massimalista, ma il buon senso». L’amministrazione come sta gestendo il problema sicurezza? «Se vuoi trasformare le forze di polizia in assistenti sociali, se non vuoi i militari, perché non vuoi la città militarizzata, se non vuoi le telecamere per la privacy o l’illuminazione perché vuoi guardare le stelle, il malintenzionato trova spazi adeguati per commettere crimini. I devianti vanno corretti con l’effetto dissuasivo della sanzione, ma anche impedendo di commettere reati, e ciò prevede sorveglianza e uso della forza. Non è questione di essere militarizzati ma non si può negoziare nelle fauci di una tigre. Non sono d’accordo con questo profilo buonista, che è partito con Pisapia, che in un secondo momento se l’è rimangiato. E non chiamiamola microcriminalità, perché non è per niente micro che un povero pensionato esca dalla posta e ci sia un ragazzaccio pronto a strappargli i soldi con cui vive. È una criminalità predatoria diffusa, non microcriminalità. È su questa base che si deve muovere un’amministrazione». Cosa pensa dei monopattini che viaggiano in lungo e in largo per la città? «Sono molto favorevole allo sharing, un intermedio tra i taxi e il mezzo pubblico. Sui monopattini però il problema è un po’ come con i ciclisti. Una volta che c’è un mezzo che ingombra poco, molto diffuso, poco regolamentato e non sanzionato, succedono dei guai. Chi si muove con questi mezzi ha una specie di prevalenza antropologica. Sembra che queste persone siano sopra le leggi del trasporto collettivo perché sono ecologiche e rispettano il pianeta, mentre gli altri devono inchinarsi di fronte al loro strapotere. Vanno messi gli orologi a posto, e ci vuole un orologiaio, il sindaco, che abbia la voglia e la determinazione di prendersela con i cittadini indisciplinati, come un padre con il figlio monello, prima che diventi delinquente».
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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