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2022-10-17
Addio Milano. Così si uccide una città
Ansa
Il sindaco di Milano Beppe Sala sembra voler puntare a migliorare il record dello scorso anno: Milano ha chiuso il 2021 in cima alla classifica italiana per cancellazioni demografiche. Il 2022 potrebbe andare anche peggio, visto il fuggi fuggi che ha innescato con la cacciata degli automobilisti dal centro e con le restrizioni sulla mobilità che rendono la vita impossibile ai residenti. Per ora la differenza tra chi va via e chi sceglie la città della «Madunina» è di circa 3.000 abitanti in meno. Ed è il prodotto di un flusso di milanesi che se ne vanno più intenso rispetto a quelli che decidono di stabilire la residenza.
Le condizioni che rendono sempre meno vivibile la città spingono verso l’uscita. E ai primi posti c’è di certo l’indice di criminalità. Nel 2021 il capoluogo lombardo è primo anche in questa classifica, con oltre 193.000 reati denunciati, ovvero quasi 6.000 ogni 100.000 abitanti. Si tratta soprattutto di furti in negozi e auto in sosta. Ma è anche la seconda città italiana per rapine su strada e terza per associazioni a delinquere. Primati che tengono alla larga al pari dei roghi tossici, come quello alla Nitrolchimica. Altro che CO2 da auto datate. E poi ci sono le aggressioni in pieno giorno: al Lorenteggio, a via Gola, a Quarto Oggiaro, alla Barona, a Calvairate, a Ponte Lambro. E il degrado. Che da tempo non è più solo un problema delle periferie.
Basta fare un giro per le vie limitrofe alla Stazione centrale: da via Mauro Macchi a via Scarlatti passando per via Benedetto Marcello. Dove, sotto i palazzi in stile Liberty, si spaccia ed è possibile rimorchiare prostitute a tutte le ore del giorno. Qui i passanti rischiano di assistere a scene agghiaccianti. A luglio proprio davanti alla stazione un minorenne nordafricano è stato pestato a sangue. Si è scoperto che una tentata rapina era finita in una lite tra sbandati. Il malcapitato era arrivato solo qualche settimana prima con il solito barcone a Trapani. E appena raggiunta Milano ha disseminato il panico in città: denunciato dalla polizia per uno scippo a una turista straniera, poi fermato per interruzione di pubblico servizio mentre attraversava i binari alla metropolitana di Cadorna. E infine la rissa. Episodi che, basta spulciare la cronaca locale, si ripetono in continuazione e in qualsiasi quartiere della città.
Se si inseriscono le parole «rissa» e «Milano» nel motore di ricerca Google saltano fuori oltre dieci pagine fitte di notizie con titoli di questo tipo: «Milano corso Como, rissa fra due gruppi di giovani, due feriti»; «Milano, rissa con bottiglie e coltelli»; «Weekend di sangue, risse con i coltelli»; «Milano, sprangate e coltellate tra abusivi e africani». Gli scontri sono ormai una pratica all’ordine del giorno per le forze di polizia. «I feriti manco li contiamo più», dice alla Verità un funzionario della polizia locale al quale sono stati chiesti gli ultimi dati. Di certo tra luglio e agosto ci sono state 1.758 chiamate di vario genere alla centrale operativa. Dagli schiamazzi notturni ai reati di allarme sociale. Ma ci sono anche segnalazioni di degrado. Che non affollano solo i centralini delle forze dell’ordine. Libri bianchi e denunce di associazioni ne sono strapieni.
C’è chi si è concentrato sulle aree verdi. Piazza Aspromonte, tra Loreto e Piola: materassi, vestiti stesi sulle staccionata, resti di bivacchi, immondizia, cestini traboccanti di bottiglie di birra. Piazza Gobetti, di fronte alla stazione ferroviaria di Lambrate, nell’area giochi per i bambini le casette e gli scivoli sono stati colonizzati da senzatetto e la sera si apre il mercato del sesso. L’ultima denuncia risale a qualche giorno fa, con tanto di dossier fotografico preparato da Marco Cagnolati, consigliere forzista del Municipio 3, e pubblicato dal freepress Leggo.
Ci sono poi le aree inaccessibili. Quelle che si sono divisi romeni ed egiziani. In particolare, Lorenteggio, San Siro e via Gola. Aree della città che si sono beccate pure una segnalazione sul sito acchiappaturisti Visitare.pro, rientrando nei consigli sulle «zone da evitare». In via Padova, invece, con un po’ di sfortuna si può assistere a qualche scontro tra nigeriani e sudamericani, con tanto di machete.
E poi ci sono le baby gang. Incontrollabili. La mappa più aggiornata l’ha tirata fuori Sky tg24 sul suo sito Web. «Tra corso Lodi e Città studi ci sono quelli della Z4 specializzati nelle aggressioni ai coetanei». In zona San Siro «ci sono i Z7zoo che inneggiano ai gangsta rap americani». In tutto di baby gang se ne contano 16 in città, che ormai immerse nella subcultura del rap violento incendiano auto, picchiano gli anziani, scippano e rapinano. O si scontrano. Sono passate alla storia le maxi risse nel dehor del McDonald’s di piazza dei Mercanti.
Ma a rendere la vita dei residenti molto complicata ci sono anche le occupazioni abusive. Via Bolla è finita sulla cronaca nazionale per i pestaggi alla gitana. Ci sono caseggiati, però, che sono messi anche peggio: un appartamento su due è occupato da chi non ne ha diritto: da San Siro a via Gola, ma anche al Gallaratese e Baggio. Le ultime stime parlano di quasi il 6% di alloggi di edilizia popolare occupato illegalmente. E gli occupanti non sono quasi mai stinchi di santo. Chi ci vive fianco a fianco quotidianamente ne sa qualcosa. La città inoltre è diventata per nulla raccomandabile per le donne: molestie sessuali di gruppo (come a Capodanno). E stupri. Nel 2021 si sono registrate 477 violenze sessuali: più di un caso al giorno. Ad aprile il gruppo Facebook «Milano progetti e cantieri» ha chiesto ai propri utenti di esprimersi sul quartiere più pericoloso in città.
I risultati sono stati sorprendenti. Si va da San Siro a Corso Como, a via Bonfadini, a Corvetto e c’è perfino chi ha segnalato, con tanto di esperienze vissute, via Montenapoleone e via della Spiga, due zone centralissime che difficilmente un non milanese avrebbe immaginato nell’elenco. Su Milano tomorrow, giornale ultralocale che spesso affronta i problemi del degrado in città, hanno commentato: «Il quartiere più pericoloso di Milano è Milano stessa». Il capoluogo maglia nera in Italia, dal quale ormai chi può fugge, anche a causa delle strampalate idee green di Beppe Sala.
«Il bene collettivo non sta nel seguire i verdi talebani»
Gabriele Albertini, da ex sindaco di Milano, come giudica i divieti nell’area B voluti da Giuseppe Sala? Stanno creando grossi disagi ai milanesi, sfavorendo la parte della popolazione meno abbiente.
«Sono sempre stato molto scettico sul fatto che l’inquinamento fosse dovuto per la maggior parte all’autotrazione, perché negli anni in cui sono stato vicepresidente della commissione trasporti del parlamento europeo, cioè dal 2004 al 2009 ci siamo occupati di questo argomento e le statistiche di tutte le varie fonti di rilevazione a livello europeo davano l’inquinamento dovuto ai trasporti, quindi non solo le auto, non superiore al 23% dell’inquinamento totale. Il restante il 67% era più o meno tripartito nelle altre fonti di inquinamento: produzione di energia, la produzione industriale e per le città in particolare, il riscaldamento. Le scelte di questa amministrazione, ma anche di amministrazioni precedenti come quella di Letizia Moratti con la congestion charge, si sono invece concentrate sull’autotrazione cosa che è in contraddizione con gli elementi che ho appena citato. L’aria inoltre è un fluido; porre una barriera di accesso non fisica, come non potrebbe essere comunque, ma amministrativa all’aria che si muove dentro e fuori l’area B non evita che s’inquini».
Perché queste misure allora?
«Ci sono due interpretazioni: una ideologica e una funzionale. Quella ideologica è tipica dei verdi talebani: ce l’hanno con le macchine, per cui bisogna andare in bicicletta. Ricordo quando Milly Moratti, uno dei due consiglieri verde in consiglio comunale, da Galleria Passerella a Palazzo Marino veniva con una bicicletta. Quando pioveva però veniva un’autista a ritirare lei e un cameriere con l’ombrello a ritirare la bici. Inoltre, mi risulta utilizzasse il suo aereo privato per spostarsi in spazi esigui. Poi c’è un motivo funzionale. Tutti se la prendono con le auto perché le auto si vedono. Uno non è che parcheggia e si mette l’auto in tasca. Le auto si muovono e si possono controllare, mentre altre fonti di inquinamento, come il riscaldamento, sono difficili da controllare e imporre. Si pensa che l’auto si possa non usare, ma è tutto da vedere. Inoltre, è una misura che punisce chi non può cambiare l’auto con quella dell’ultimo modello. Mi dispiace criticare un collega e un successore, che globalmente stimo come persona, però devo dire che Sala nel secondo mandato si è politicizzato, con simpatie all’area dei Verdi e del Pd. Sembra si stia accreditando politicamente piuttosto che per i suoi atti amministrativi e per il governo della città, come tale senza colore politico. Il sindaco è civico. Nel momento in cui sei sindaco il simbolo del partito lo metti nel cassetto e fai il bene collettivo. Il bene collettivo non è seguire i verdi talebani o i centri sociali o la sinistra massimalista, ma il buon senso».
L’amministrazione come sta gestendo il problema sicurezza?
«Se vuoi trasformare le forze di polizia in assistenti sociali, se non vuoi i militari, perché non vuoi la città militarizzata, se non vuoi le telecamere per la privacy o l’illuminazione perché vuoi guardare le stelle, il malintenzionato trova spazi adeguati per commettere crimini. I devianti vanno corretti con l’effetto dissuasivo della sanzione, ma anche impedendo di commettere reati, e ciò prevede sorveglianza e uso della forza. Non è questione di essere militarizzati ma non si può negoziare nelle fauci di una tigre. Non sono d’accordo con questo profilo buonista, che è partito con Pisapia, che in un secondo momento se l’è rimangiato. E non chiamiamola microcriminalità, perché non è per niente micro che un povero pensionato esca dalla posta e ci sia un ragazzaccio pronto a strappargli i soldi con cui vive. È una criminalità predatoria diffusa, non microcriminalità. È su questa base che si deve muovere un’amministrazione».
Cosa pensa dei monopattini che viaggiano in lungo e in largo per la città?
«Sono molto favorevole allo sharing, un intermedio tra i taxi e il mezzo pubblico. Sui monopattini però il problema è un po’ come con i ciclisti. Una volta che c’è un mezzo che ingombra poco, molto diffuso, poco regolamentato e non sanzionato, succedono dei guai. Chi si muove con questi mezzi ha una specie di prevalenza antropologica. Sembra che queste persone siano sopra le leggi del trasporto collettivo perché sono ecologiche e rispettano il pianeta, mentre gli altri devono inchinarsi di fronte al loro strapotere. Vanno messi gli orologi a posto, e ci vuole un orologiaio, il sindaco, che abbia la voglia e la determinazione di prendersela con i cittadini indisciplinati, come un padre con il figlio monello, prima che diventi delinquente».
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Dicono che sia la metropoli italiana «più europea»: invece è diventata invivibile e i cittadini scappano. Le restrizioni alle auto sono solo la punta dell’iceberg: c’è un degrado fatto di furti, rapine, aggressioni e violenze, anche in pieno giorno. Per non parlare delle risse tra baby gang.L’ex sindaco Gabriele Albertini: «Milly Moratti esibiva la bici, poi però si spostava con un aereo privato. E le industrie inquinano più delle auto».Lo speciale contiene due articoliIl sindaco di Milano Beppe Sala sembra voler puntare a migliorare il record dello scorso anno: Milano ha chiuso il 2021 in cima alla classifica italiana per cancellazioni demografiche. Il 2022 potrebbe andare anche peggio, visto il fuggi fuggi che ha innescato con la cacciata degli automobilisti dal centro e con le restrizioni sulla mobilità che rendono la vita impossibile ai residenti. Per ora la differenza tra chi va via e chi sceglie la città della «Madunina» è di circa 3.000 abitanti in meno. Ed è il prodotto di un flusso di milanesi che se ne vanno più intenso rispetto a quelli che decidono di stabilire la residenza.Le condizioni che rendono sempre meno vivibile la città spingono verso l’uscita. E ai primi posti c’è di certo l’indice di criminalità. Nel 2021 il capoluogo lombardo è primo anche in questa classifica, con oltre 193.000 reati denunciati, ovvero quasi 6.000 ogni 100.000 abitanti. Si tratta soprattutto di furti in negozi e auto in sosta. Ma è anche la seconda città italiana per rapine su strada e terza per associazioni a delinquere. Primati che tengono alla larga al pari dei roghi tossici, come quello alla Nitrolchimica. Altro che CO2 da auto datate. E poi ci sono le aggressioni in pieno giorno: al Lorenteggio, a via Gola, a Quarto Oggiaro, alla Barona, a Calvairate, a Ponte Lambro. E il degrado. Che da tempo non è più solo un problema delle periferie. Basta fare un giro per le vie limitrofe alla Stazione centrale: da via Mauro Macchi a via Scarlatti passando per via Benedetto Marcello. Dove, sotto i palazzi in stile Liberty, si spaccia ed è possibile rimorchiare prostitute a tutte le ore del giorno. Qui i passanti rischiano di assistere a scene agghiaccianti. A luglio proprio davanti alla stazione un minorenne nordafricano è stato pestato a sangue. Si è scoperto che una tentata rapina era finita in una lite tra sbandati. Il malcapitato era arrivato solo qualche settimana prima con il solito barcone a Trapani. E appena raggiunta Milano ha disseminato il panico in città: denunciato dalla polizia per uno scippo a una turista straniera, poi fermato per interruzione di pubblico servizio mentre attraversava i binari alla metropolitana di Cadorna. E infine la rissa. Episodi che, basta spulciare la cronaca locale, si ripetono in continuazione e in qualsiasi quartiere della città.Se si inseriscono le parole «rissa» e «Milano» nel motore di ricerca Google saltano fuori oltre dieci pagine fitte di notizie con titoli di questo tipo: «Milano corso Como, rissa fra due gruppi di giovani, due feriti»; «Milano, rissa con bottiglie e coltelli»; «Weekend di sangue, risse con i coltelli»; «Milano, sprangate e coltellate tra abusivi e africani». Gli scontri sono ormai una pratica all’ordine del giorno per le forze di polizia. «I feriti manco li contiamo più», dice alla Verità un funzionario della polizia locale al quale sono stati chiesti gli ultimi dati. Di certo tra luglio e agosto ci sono state 1.758 chiamate di vario genere alla centrale operativa. Dagli schiamazzi notturni ai reati di allarme sociale. Ma ci sono anche segnalazioni di degrado. Che non affollano solo i centralini delle forze dell’ordine. Libri bianchi e denunce di associazioni ne sono strapieni.C’è chi si è concentrato sulle aree verdi. Piazza Aspromonte, tra Loreto e Piola: materassi, vestiti stesi sulle staccionata, resti di bivacchi, immondizia, cestini traboccanti di bottiglie di birra. Piazza Gobetti, di fronte alla stazione ferroviaria di Lambrate, nell’area giochi per i bambini le casette e gli scivoli sono stati colonizzati da senzatetto e la sera si apre il mercato del sesso. L’ultima denuncia risale a qualche giorno fa, con tanto di dossier fotografico preparato da Marco Cagnolati, consigliere forzista del Municipio 3, e pubblicato dal freepress Leggo.Ci sono poi le aree inaccessibili. Quelle che si sono divisi romeni ed egiziani. In particolare, Lorenteggio, San Siro e via Gola. Aree della città che si sono beccate pure una segnalazione sul sito acchiappaturisti Visitare.pro, rientrando nei consigli sulle «zone da evitare». In via Padova, invece, con un po’ di sfortuna si può assistere a qualche scontro tra nigeriani e sudamericani, con tanto di machete.E poi ci sono le baby gang. Incontrollabili. La mappa più aggiornata l’ha tirata fuori Sky tg24 sul suo sito Web. «Tra corso Lodi e Città studi ci sono quelli della Z4 specializzati nelle aggressioni ai coetanei». In zona San Siro «ci sono i Z7zoo che inneggiano ai gangsta rap americani». In tutto di baby gang se ne contano 16 in città, che ormai immerse nella subcultura del rap violento incendiano auto, picchiano gli anziani, scippano e rapinano. O si scontrano. Sono passate alla storia le maxi risse nel dehor del McDonald’s di piazza dei Mercanti. Ma a rendere la vita dei residenti molto complicata ci sono anche le occupazioni abusive. Via Bolla è finita sulla cronaca nazionale per i pestaggi alla gitana. Ci sono caseggiati, però, che sono messi anche peggio: un appartamento su due è occupato da chi non ne ha diritto: da San Siro a via Gola, ma anche al Gallaratese e Baggio. Le ultime stime parlano di quasi il 6% di alloggi di edilizia popolare occupato illegalmente. E gli occupanti non sono quasi mai stinchi di santo. Chi ci vive fianco a fianco quotidianamente ne sa qualcosa. La città inoltre è diventata per nulla raccomandabile per le donne: molestie sessuali di gruppo (come a Capodanno). E stupri. Nel 2021 si sono registrate 477 violenze sessuali: più di un caso al giorno. Ad aprile il gruppo Facebook «Milano progetti e cantieri» ha chiesto ai propri utenti di esprimersi sul quartiere più pericoloso in città. I risultati sono stati sorprendenti. Si va da San Siro a Corso Como, a via Bonfadini, a Corvetto e c’è perfino chi ha segnalato, con tanto di esperienze vissute, via Montenapoleone e via della Spiga, due zone centralissime che difficilmente un non milanese avrebbe immaginato nell’elenco. Su Milano tomorrow, giornale ultralocale che spesso affronta i problemi del degrado in città, hanno commentato: «Il quartiere più pericoloso di Milano è Milano stessa». Il capoluogo maglia nera in Italia, dal quale ormai chi può fugge, anche a causa delle strampalate idee green di Beppe Sala. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/addio-milano-cosi-si-uccide-una-citta-2658458713.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bene-collettivo-non-sta-nel-seguire-i-verdi-talebani" data-post-id="2658458713" data-published-at="1665954701" data-use-pagination="False"> «Il bene collettivo non sta nel seguire i verdi talebani» Gabriele Albertini, da ex sindaco di Milano, come giudica i divieti nell’area B voluti da Giuseppe Sala? Stanno creando grossi disagi ai milanesi, sfavorendo la parte della popolazione meno abbiente. «Sono sempre stato molto scettico sul fatto che l’inquinamento fosse dovuto per la maggior parte all’autotrazione, perché negli anni in cui sono stato vicepresidente della commissione trasporti del parlamento europeo, cioè dal 2004 al 2009 ci siamo occupati di questo argomento e le statistiche di tutte le varie fonti di rilevazione a livello europeo davano l’inquinamento dovuto ai trasporti, quindi non solo le auto, non superiore al 23% dell’inquinamento totale. Il restante il 67% era più o meno tripartito nelle altre fonti di inquinamento: produzione di energia, la produzione industriale e per le città in particolare, il riscaldamento. Le scelte di questa amministrazione, ma anche di amministrazioni precedenti come quella di Letizia Moratti con la congestion charge, si sono invece concentrate sull’autotrazione cosa che è in contraddizione con gli elementi che ho appena citato. L’aria inoltre è un fluido; porre una barriera di accesso non fisica, come non potrebbe essere comunque, ma amministrativa all’aria che si muove dentro e fuori l’area B non evita che s’inquini». Perché queste misure allora? «Ci sono due interpretazioni: una ideologica e una funzionale. Quella ideologica è tipica dei verdi talebani: ce l’hanno con le macchine, per cui bisogna andare in bicicletta. Ricordo quando Milly Moratti, uno dei due consiglieri verde in consiglio comunale, da Galleria Passerella a Palazzo Marino veniva con una bicicletta. Quando pioveva però veniva un’autista a ritirare lei e un cameriere con l’ombrello a ritirare la bici. Inoltre, mi risulta utilizzasse il suo aereo privato per spostarsi in spazi esigui. Poi c’è un motivo funzionale. Tutti se la prendono con le auto perché le auto si vedono. Uno non è che parcheggia e si mette l’auto in tasca. Le auto si muovono e si possono controllare, mentre altre fonti di inquinamento, come il riscaldamento, sono difficili da controllare e imporre. Si pensa che l’auto si possa non usare, ma è tutto da vedere. Inoltre, è una misura che punisce chi non può cambiare l’auto con quella dell’ultimo modello. Mi dispiace criticare un collega e un successore, che globalmente stimo come persona, però devo dire che Sala nel secondo mandato si è politicizzato, con simpatie all’area dei Verdi e del Pd. Sembra si stia accreditando politicamente piuttosto che per i suoi atti amministrativi e per il governo della città, come tale senza colore politico. Il sindaco è civico. Nel momento in cui sei sindaco il simbolo del partito lo metti nel cassetto e fai il bene collettivo. Il bene collettivo non è seguire i verdi talebani o i centri sociali o la sinistra massimalista, ma il buon senso». L’amministrazione come sta gestendo il problema sicurezza? «Se vuoi trasformare le forze di polizia in assistenti sociali, se non vuoi i militari, perché non vuoi la città militarizzata, se non vuoi le telecamere per la privacy o l’illuminazione perché vuoi guardare le stelle, il malintenzionato trova spazi adeguati per commettere crimini. I devianti vanno corretti con l’effetto dissuasivo della sanzione, ma anche impedendo di commettere reati, e ciò prevede sorveglianza e uso della forza. Non è questione di essere militarizzati ma non si può negoziare nelle fauci di una tigre. Non sono d’accordo con questo profilo buonista, che è partito con Pisapia, che in un secondo momento se l’è rimangiato. E non chiamiamola microcriminalità, perché non è per niente micro che un povero pensionato esca dalla posta e ci sia un ragazzaccio pronto a strappargli i soldi con cui vive. È una criminalità predatoria diffusa, non microcriminalità. È su questa base che si deve muovere un’amministrazione». Cosa pensa dei monopattini che viaggiano in lungo e in largo per la città? «Sono molto favorevole allo sharing, un intermedio tra i taxi e il mezzo pubblico. Sui monopattini però il problema è un po’ come con i ciclisti. Una volta che c’è un mezzo che ingombra poco, molto diffuso, poco regolamentato e non sanzionato, succedono dei guai. Chi si muove con questi mezzi ha una specie di prevalenza antropologica. Sembra che queste persone siano sopra le leggi del trasporto collettivo perché sono ecologiche e rispettano il pianeta, mentre gli altri devono inchinarsi di fronte al loro strapotere. Vanno messi gli orologi a posto, e ci vuole un orologiaio, il sindaco, che abbia la voglia e la determinazione di prendersela con i cittadini indisciplinati, come un padre con il figlio monello, prima che diventi delinquente».
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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